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Marco Bava è un economista, consulente finanziario e spesso attivo
nel panorama italiano come esperto di economia e finanza. È noto per le
sue opinioni critiche su temi come la gestione della finanza pubblica
italiana, le banche e la situazione economica generale del Paese.
Inoltre, in passato è stato coinvolto in varie iniziative politiche e
civiche, dove ha cercato di sensibilizzare l'opinione pubblica su
questioni legate alla trasparenza economica e alla gestione del debito
pubblico.
Dal Vangelo secondo Luca Lc
21,5-19 “In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato
di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei
quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non
sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e
quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose:
«Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome
dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro!
Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché
prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro
regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze;
vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi
perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni,
trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete
allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non
preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché
tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e
dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa
del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza
salverete la vostra vita».”
La gangster
che si fece
suora
pierangelo sapegno
Le due vite di Angela Corradi sono finite adesso. Quella della donna
gangster con la svastica tatuata sulla schiena e della suora laica che
ha dedicato la sua vita ai disperati e agli sconfitti. La notizia l'ha
data su Facebook Tino Stefanini, uno degli ultimi superstiti della
famigerata mala della Comasina: «Resterai per sempre nei nostri cuori».
Ma di Angela Corradi, morta a 73 anni, resta qualcosa di più anche per
tutti noi, il mistero della vita e dei suoi peccati, la sottile linea di
demarcazione che può dividere il bene dal male sulle strade del dolore.
Tutto quello che non possiamo vedere e facciamo fatica a capire. Una
volta le chiesero come aveva fatto a scoprire Dio. «Perché ho sentito la
sua voce», aveva risposto. «Mi disse "Io ci sono". Mi disse solo
questo». Era una sera che Angela Corradi aveva un mitra in mano e una
pistola infilata nei calzoni e stava uscendo dalla sua casa di via
Osculati ad Affori per andare a uccidere qualcuno. Ma qualche anno dopo,
aveva il velo e degli occhiali a goccia che nascondevano uno sguardo che
levigava il tempo e anche le sue ferite, perché non si vive la sua vita
senza perdere pezzi e portarne le cicatrici. Allora le chiesero come
faceva a essere così sicura che fosse la voce di Dio. «Lo so e basta»,
disse con tono di nuovo duro. Il fatto è che pure quando sposò Dio e si
fece terziaria francescana non perse mai la forza del suo carattere. Era
scritta nei suoi occhi, quella forza. Era la pupa del gangster, la «pupa
della banda Vallanzasca», come titolavano i giornali, la compagna
inseparabile di Vito Pesce, il braccio destro del bel René, che la
chiamava «la sorellina» e di lei diceva che non era solo bella e
coraggiosa: «Angelina è stata la donna che in quanto a palle dava dei
punti e tanti maschietti cazzuti. Una forza della natura.
Fondamentalmente, era una femmina da sballo. Bella, intelligente,
simpatica, capace di essere dolcissima. Ma quando c'era da dimostrare il
suo carattere, persino il suo uomo faceva bene a non contraddirla». Era un giorno di luglio del 1978 quando venne folgorata da Cristo,
mentre doveva andare a vendicare «uno sgarro fatto ai miei compagni in
carcere». Lo raccontò cinque anni dopo esatti, al meeting di Cl a
Rimini: «Io posso solo tentare di farvi vedere una scena. Sono in casa,
sono armata fino ai denti e quando varcherò quella porta so che l'unica
cosa che devo fare è uccidere qualcuno. E sono molto determinata a
farlo. È in quel momento che mi si è presentato il Signore. Non Lui, io
mento se dico Lui. Ma la sua voce. E l'ho sentita benissimo. Ha solo
detto "ci sono". Non ha detto altro. E io mi sono terrorizzata. Non
avevo mai avuto paura di niente. Ma quella volta sì». Prima di cambiare
la sua vita, Angela era stata tutto quello che poteva essere una nata
come lei nella nebbia dell'anonimato ai margini della metropoli. Era
stata commessa, e poi modella prima di approdare nella banda di
Vallanzasca per un «atto di ribellione». Si era tatuata sulla schiena
una svastica e su un dito la «N» di nazista con una croce sovrapposta.
Diventò una protagonista di quegli anni di violenza e finì anche in
carcere, cinque anni a San Vittore. Era una donna bellissima, hanno
sempre ripetuto quelli che l'avevano conosciuta. I suoi lavoravano nel
circo. Il padre faceva il giro della morte in motocicletta. Poi un
gravissimo incidente l'aveva paralizzato e da allora anche la madre,
Bruna, acrobata, lasciò il tendone. I suoi cercarono di avviarla agli
studi, ma non ci fu verso. Angela voleva scappare, andare via da quella
prigione di case grigie e uguali, dalle pene della sua famiglia. A
sedici anni fuggì di casa e dopo poco tempo si legò ai ragazzi della
mala che in quegli anni stavano scalando le gerarchie di Milano a mitra
spianati, lasciando una scia di morte dietro di loro. Diventò la
compagna di Vito pesce, uno degli uomini più spietati della banda
Vallanzasca. I giornali, raccontando i corpi senza vita sparsi sulle
strade, tutte quelle esplosioni di violenza e le sparatorie, li
chiamavano «i killer drogati. La più feroce gang del Dopoguerra». In
quegli anni morì suo padre, mentre lei veniva arrestata. Di San Vittore
ricordò la vita vuota e arida dietro a quelle sbarre.
La conversione avvenne all'improvviso, quando era già una suora laica,
la sua auto, una A112, venne crivellata di colpi in piena notte e lei
rimase quasi in fin vita con ferite sul volto. «Gesù, Gesù aiutami...»,
ripeteva ai medici del Niguarda. Sua madre Bruna raccontò che «era
uscita per andare a portare aiuto ai bisognosi». In realtà,
quell'episodio rimase un mistero senza risposta.
Un po' come il suo viso, conservato negli archivi della cronaca nera e
nelle foto che la immortalarono col velo. Non aveva più i capelli tinti
di biondo e lo sguardo sprezzante. Ma gli occhi sono lo specchio
dell'anima. E non sono cambiati. Erano troppo duri, quand'era ragazzina,
ma anche adesso erano gli occhi di una che aveva sempre dovuto
combattere nella sua vita, farsi largo tra le infinite e irrisolte
violenze delle periferie, fra quegli edifici nudi che nascondevano tutti
le stesse miserie e le stesse rabbie, in quelle ripetizioni di facciate
sempre uguali e in quel piatto e uniforme plurale di una sconfitta
comune, dove ogni finestra apparteneva solo alle nebbie della
disperazione, un disegno senza altri colori che non fossero quelli dei
sogni di chi vuole scappare. Alla fine però Angela Corradi è tornata qui
e ci è rimasta fino alla sua morte, a 73 anni, per dedicarsi alle anime
perse dei drogati, dei detenuti, dei più deboli, di tutti quelli rimasti
senza speranze nella battaglia della vita. È ritornata da dov'era
partita, nella terra di mezzo, nei luoghi di tutti quelli che continuano
a perdere.
Borsa: Bruxelles, l'Italia continua a minare liberta' azionisti in
scelta rappresentanti per assemblee
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Bruxelles, 11 dic 25 - La Commissione
europea ha deciso di inviare un parere motivato all'Italia per il non
corretto recepimento della direttiva sui diritti degli azionisti
(direttiva 2007/36/CE), che tutela e responsabilizza gli
azionisti promuovendo la trasparenza, la responsabilita' e il buon
governo societario nelle societa' quotate; stabilisce una serie di norme
e diritti per garantire che gli azionisti abbiano voce in capitolo nelle
societa' in cui investono e che i loro interessi siano rappresentati e
rispettati. A maggio Bruxelles ha inviato all'Italia una lettera di
costituzione in mora (pima fase della procedura di infrazione)
individuando una serie di carenze. Tuttavia l'Italia 'continua a porre
restrizioni alla liberta' degli azionisti di scegliere senza limitazioni
il proprio rappresentante per le assemblee generali, imponendo invece un
rappresentante designato a livello di societa''. Inoltre il diritto
italiano, dice la Commissione, 'non garantisce che gli azionisti possano
rispondere a nuovi punti dell'ordine del giorno presentando proposte di
delibera'. L'Italia dispone ora di 2 mesi per rispondere e adottare le
misure necessarie, trascorsi i quali la Commissione potra' decidere di
deferire il caso alla Corte di giustizia. La decisione di oggi si
accompagna ad altre decisioni riguardanti l'Italia in materia di
violazione delle regole del mercato unico.
Aps.
Gli ultimi video Radiocor
(RADIOCOR) 11-12-25 12:46:13
(0333)EURO 5 NNNN
NEL 2024 HO CERCATO DI
CONVINCERE IL MINISTRO URSO, IL GOVENATORE DEL PIEMONTE CIRIO A PROPORRE
ALLA BMW DI COSTRUIRE IL SUO NUOVO STABILIMENTO PER LE AUTO H2 IN ITALIA
. RISULTATO : MI HANNO IGNORATO PER CUI:
Nel 2028 il Gruppo Bmw diventerà il primo produttore al mondo a mettere
in vendita un veicolo premium a celle a combustibile, offrendo ai propri
clienti un'altra opzione di mobilità a zero emissioni. A tal fine si sta
rafforzando la cooperazione con Toyota Motor Corporation. Entrambi i
partner - è stato sottolineato a margine della conferenza -
svilupperanno congiuntamente il sistema fuel cell per le autovetture,
che verrà poi utilizzato in modo specifico per i marchi dei due
produttori.
Programmi ambiziosi che hanno evidentemente fatto crescere negli ultimi
anni gli investimenti (come il nuovo stabilimento in Ungheria per la
Neue Klasse) e la spesa per ricerca e sviluppo.
A
COSA SERVONO LE ASSEMBLEE DEGLI AZIONISTI ?
Il fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo,
ha dichiarato martedì che voterà contro la ratifica del pacchetto di
retribuzione proposto dal CEO di Tesla, Elon Musk, contenente azioni per
un valore fino a 1.000 miliardi di dollari, in occasione dell’assemblea
generale annuale di questa settimana.
Gli investitori del produttore di veicoli elettrici decideranno il 6
novembre se approvare il pacchetto, probabilmente il più grande accordo
di retribuzione di sempre per un CEO, che i critici hanno definito
eccessivo.
Il fondo sovrano norvegese è il più grande investitore al di fuori di
Tesla ad aver dichiarato come intende votare. Il secondo più grande,
Baron Capital, ha dichiarato lunedì che sosterrà il pacchetto
retributivo di Musk.
I maggiori investitori istituzionali dell’azienda, tra cui BlackRock,
Vanguard e State Street, non hanno ancora reso noti i loro piani di
voto.
Il consiglio di amministrazione di Tesla sta spingendo affinché gli
azionisti approvino il piano, con la presidente Robyn Denholm che la
scorsa settimana ha avvertito che Musk potrebbe lasciare l’azienda se
l’accordo venisse respinto.
Sebbene il pacchetto possa assegnare azioni per un valore fino a 1.000
miliardi di dollari in 10 anni, il costo di tali azioni al momento
dell’assegnazione verrà detratto, rendendo il valore per Musk
leggermente inferiore, fino a 878 miliardi di dollari, secondo
un’analisi di Reuters.
“Pur apprezzando il significativo valore creato sotto il ruolo
visionario del signor Musk, siamo preoccupati per l’entità totale
dell’assegnazione, la diluizione e la mancanza di mitigazione del
rischio per la persona chiave, in linea con le nostre opinioni sulla
remunerazione dei dirigenti”, ha dichiarato Norges Bank Investment
Management sul suo sito web.
Il fondo, settimo azionista di Tesla con una partecipazione dell’1,12%
per un valore di 17 miliardi di dollari, ha votato “no” anche al
precedente piano di remunerazione di Musk, suscitando una dura reazione
da parte dell’amministratore delegato, che ha rifiutato un invito a una
conferenza a Oslo.
Diversi gruppi hanno tentato, senza successo, di bloccare i pagamenti
record a Musk, tra cui un piano di compensazione da 56 miliardi di
dollari per il 2018 che gli investitori hanno riapprovato l’anno scorso,
nonostante permangano controversie legali.
Martedì, NBIM ha anche dichiarato che voterà contro due dei tre
amministratori di Tesla candidati alla rielezione, rifiutandosi di
sostenere i veterani del consiglio di amministrazione Kathleen
Wilson-Thompson e Ira Ehrenpreis, pur sostenendo Joe Gebbia, entrato a
far parte del consiglio nel 2022.
Il fondo norvegese da 2,1 trilioni di dollari ha anche dichiarato che
voterà contro il piano di compensazione azionaria generale proposto da
Tesla, destinato a tutti i dipendenti e che può essere utilizzato anche
dal consiglio di amministrazione a beneficio di Musk.
Tesla afferma che il suo CEO non guadagnerà “nulla” a meno che il valore
di mercato dell’azienda non cresca sostanzialmente e che il premio
massimo verrà pagato solo se il gruppo raggiungerà diversi traguardi, in
particolare un valore di mercato di 8,5 trilioni di dollari, un aumento
di quasi sei volte.
Eppure, secondo gli esperti di retribuzioni dei dirigenti, valutazioni
aziendali, robotica e tendenze del settore automobilistico, Musk
potrebbe comunque guadagnare decine di miliardi di dollari senza
raggiungere molti di questi obiettivi. [...]
LE RAGIONI PER NON INVESTIRE IN MUSK
Tesla, via libera a Musk C'è l'ok al maxi
stipendio da mille miliardi
Fabrizio Goria
Elon Musk ha vinto ancora. Gli azionisti di Tesla hanno approvato il
piano di compensazione da quasi mille miliardi di dollari in azioni, uno
dei più grandi e controversi nella storia americana. Il voto, arrivato
durante l'assemblea annuale di Austin, consolida il potere del fondatore
e segna una nuova sfida ai principi di governance tradizionali.
Una scommessa a tutti gli effetti sul tycoon di origine sudafricana. Il
consiglio di amministrazione ha puntato su di lui e sulla sua visione:
pagare Musk fino a 878 miliardi di dollari in titoli nel prossimo
decennio, o rischiare che l'uomo che ha costruito Tesla lasci l'azienda.
«Senza Elon, Tesla potrebbe perdere gran parte del suo valore, perché
non sarebbe più valutata per ciò che aspira a diventare», ha scritto
agli azionisti Robyn Denholm, presidente del board. La logica è chiara.
Solo Musk può trasformare Tesla in un colosso dell'intelligenza
artificiale, capace di produrre robotaxi e robot umanoidi su larga
scala.
Gli obiettivi sono colossali. Una capitalizzazione di mercato fino a 8,5
trilioni di dollari nel 2035, 20 milioni di veicoli consegnati, un
milione di robot attivi, margini operativi record. Oggi Tesla vale circa
1,5 trilioni e ha prodotto otto milioni di auto. Il nuovo piano lega
l'intero premio a risultati di lungo periodo: Musk riceverà le azioni
solo se il valore di Tesla crescerà in dodici tappe fino al traguardo
finale. In caso di successo, la sua quota salirebbe al 25%,
assicurandogli un controllo mai visto nella storia recente di Wall
Street.
Le critiche non sono mancate. I principali proxy advisor, Glass Lewis e
ISS, hanno raccomandato di votare contro. Anche i grandi investitori
istituzionali hanno espresso preoccupazione. Norges Bank Investment
Management, che gestisce il fondo sovrano norvegese, ha parlato di
«dimensione eccessiva dell'incentivo, rischio di diluizione e mancanza
di misure contro il key person risk». Sulla stessa linea il fondo
pensione californiano CalPERS, secondo cui il piano concentra troppo
potere nelle mani di un solo uomo. «È un consiglio messo con le spalle
al muro da un amministratore onnipotente», ha detto Charles Elson,
esperto di governance alla University of Delaware.
Musk, che possiede il 15,3% del capitale, aveva fatto intendere che
avrebbe potuto dedicarsi di più a SpaceX, Neuralink e xAI se non avesse
ottenuto garanzie adeguate. Una minaccia che, per molti, ha influenzato
il voto più dei numeri. «È un fondatore che tiene in ostaggio la sua
azienda», ha commentato Gautam Mukunda della Yale School of Management.
Ma per la maggior parte dei piccoli azionisti, attratti dal mito di
Musk, la scelta era scontata: «Se il titolo deve salire di sei volte
perché lui riceva il bonus, allora vinceremo tutti», ha detto Nancy
Tengler, di Laffer Tengler Investments.
Dietro la vittoria del ceo resta però una questione irrisolta. Ovvero
cosa accadrebbe a Tesla senza di lui? Molti analisti ritengono che il
valore di mercato della società dipenda più dalle promesse del fondatore
che dai fondamentali finanziari. «Se pensi che l'uscita di Musk possa
far crollare il titolo, non vuoi che accada mentre sei tu al comando»,
ha spiegato David Larcker della Stanford University sui media
statunitensi.
Il voto segna anche un passaggio politico per Tesla. Dopo la bocciatura
in Delaware del pacchetto del 2018, da 56 miliardi di dollari, il gruppo
si è reincorporato in Texas, dove la legge rende più difficile
contestare in tribunale decisioni del management. Una mossa che rafforza
la posizione di Musk e riduce gli spazi di opposizione per i soci
critici.
Per ora il fondatore può festeggiare. L'approvazione del piano gli
garantisce un orizzonte decennale per consolidare il suo impero
industriale, dal cielo allo spazio. Ma segna anche un precedente
inquietante: il trionfo dell'uomo sul sistema, del carisma sulla
governance. Se Tesla dovesse davvero toccare gli 8,5 trilioni di
capitalizzazione, Musk non diventerebbe solo il primo trilionario della
storia, ma l'emblema di un capitalismo fondato più sulle promesse che
sui bilanci. —
Caro Marco,
Volevo informarvi che la Commissione
Europea ha appena avviato una procedura d'infrazione contro l'Italia in
materia di diritti degli azionisti. Come sapete, questo è un punto che
abbiamo portato all'attenzione della Commissione Europea nella nostra
lettera e durante gli incontri.
La Commissione invita l'ITALIA a
recepire correttamente la direttiva sui diritti degli azionisti nelle
società quotate La Commissione Europea ha
deciso di avviare una procedura di infrazione inviando una lettera di
costituzione in mora all'Italia (INFR(2025)4004) per il mancato
recepimento corretto della Direttiva sui Diritti degli Azionisti ( Direttiva
2007/36/CE ). Il coinvolgimento a lungo termine degli azionisti
nelle società in cui investono è essenziale per garantire che le società
siano ben governate e sostenibili. La Direttiva tutela e rafforza gli
azionisti promuovendo la trasparenza, la responsabilità e il buon
governo societario nelle società quotate. Stabilisce una serie di regole
e diritti che garantiscono agli azionisti di avere voce in capitolo
nelle società in cui investono e che i loro interessi siano
rappresentati e rispettati. La legge italiana mina la libertà degli
azionisti di scegliere il proprio rappresentante per le assemblee
generali senza limitazioni, imponendo invece un rappresentante designato
dalla società. Così facendo, viola il diritto degli azionisti, previsto
dalla Direttiva, di presentare delibere su qualsiasi punto all'ordine
del giorno, compresi quelli aggiunti di recente, negando così ai
rappresentanti designati dalla società gli stessi diritti a cui
avrebbero diritto gli azionisti che rappresentano. La Commissione invia
pertanto una lettera di costituzione in mora all'Italia, che ha ora due
mesi di tempo per rispondere e porre rimedio alle carenze sollevate
dalla Commissione. In assenza di una risposta soddisfacente, la
Commissione potrà decidere di emettere un parere motivato.
Auguri
Severina
08,05.25
Le assemblee societarie
a distanza continueranno a essere una realtà anche nel 2025. Con
l’approvazione del decreto Milleproroghe, il governo ha deciso
di estendere fino al 31 dicembre 2025 la possibilità per le
società di capitali e gli enti di tenere riunioni e assemblee in
modalità telematica, senza la necessità della presenza fisica
dei partecipanti. Una misura nata in risposta all’emergenza
sanitaria e che, negli anni, si è trasformata in uno strumento
di negazione della democrazia assembleare italiana.
TO.17.08.25
Illustre Presidente del
Consiglio Giorgia Meloni perche' con l'art.11 del DISEGNO DI LEGGE
CAPITALI avete approvato un restringimento di fatto della libertà ?
perché avete voluto dimostrarci di volervi ispirare all'epoca
fascista sfociato nel delitto Matteotti ? Non credo sia
nell'interesse suo e del suo governo e mi spiace, ma devo prenderne
atto e concludere che l'attuale classe politica italiana come quella
russa prediliga l'opportunismo personale al rigore morale e
democratico dello Stato.
Ill.mo Signor Presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera
Ill.mo Capo dello Stato Sergio Mattarella
Ill.mo Presidente del Senato
Ill.mo Presidente della Camera
Ill.ma Presidente del Consiglio
In questi giorni e’ in approvazione l’atto della Camera: n.1515 ,
Senato n.674. - "Interventi a sostegno della competitività dei capitali
e delega al Governo per la riforma organica delle disposizioni in
materia di mercati dei capitali recate dal testo unico di cui al decreto
legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e delle disposizioni in materia di
società di capitali contenute nel codice civile applicabili anche agli
emittenti" (approvato dal Senato) (1515) .
L’articolo 11 (Svolgimento delle assemblee delle società per azioni
quotate) modificato al Senato, consente, ove sia contemplato nello
statuto, che le assemblee delle società quotate si svolgano
esclusivamente tramite il rappresentante designato dalla società. In
tale ipotesi, non è consentita la presentazione di proposte di
deliberazione in assemblea e il diritto di porre domande è esercitato
unicamente prima dell’assemblea. Per effetto delle modifiche apportate
al Senato, la predetta facoltà statutaria si applica anche alle società
ammesse alla negoziazione su un sistema multilaterale di negoziazione;
inoltre, sempre per effetto delle predette modifiche, sono prorogate al
31 dicembre 2024 le misure previste per lo svolgimento delle assemblee
societarie disposte con riferimento all’emergenza Covid-19 dal
decreto-legge n. 18 del 2020, in particolare per quanto attiene l’uso di
mezzi telematici. L’articolo 11 introduce un nuovo articolo
135-undecies.1 nel TUF – Testo Unico Finanziario (D. Lgs. n. 58 del
1998) il quale consente, ove sia contemplato nello statuto, che le
assemblee delle società quotate si svolgano esclusivamente tramite il
rappresentante pagato e designato dalla società. Le disposizioni in
commento rendono permanente, nelle sue linee essenziali, e a
condizione che lo statuto preveda tale possibilità, quanto previsto
dall’articolo 106, commi 4 e 5 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18,
che ha introdotto specifiche disposizioni sullo svolgimento delle
assemblee societarie ordinarie e straordinarie, allo scopo di
contemperare il diritto degli azionisti alla partecipazione e al voto in
assemblea con le misure di sicurezza imposte in relazione all’epidemia
da COVID-19. Il Governo, nella Relazione illustrativa, fa presente che
la possibilità di continuare a svolgere l’assemblea esclusivamente
tramite il rappresentante designato tiene conto dell’evoluzione, da
tempo in corso, del modello decisionale dei soci, che si articola,
sostanzialmente, in tre momenti: la presentazione da parte del consiglio
di amministrazione delle proposte di delibera dell’assemblea; la messa a
disposizione del pubblico delle relazioni e della documentazione
pertinente; l’espressione del voto del socio sulle proposte del
consiglio di amministrazione. In questo contesto, viene fatta una
affermazione falsa e priva di ogni fondamento giuridico: che
l’assemblea ha perso la sua funzione informativa, di dibattito e di
confronto essenziale al fine della definizione della decisione di voto
da esprimere. Per cui non e’ vero che la partecipazione
all’assemblea si riduca, in particolar modo, per gli investitori
istituzionali e i gestori di attività, nell’esercizio del diritto di
voto in una direzione definita ben prima dell’evento assembleare,
all’esito delle procedure adottate in attuazione della funzione di
stewardship e tenendo conto delle occasioni di incontro diretto,
chiuse ai risparmiatori, con il management della società in
applicazione delle politiche di engagement.
Per cui in questo contesto, si verrebbe ad applicare una norma di
esclusione dal diritto di partecipazione alle assemblee degli azionisti
da parte di chi viene tutelato, anche attraverso il diritto alla
partecipazione alle assemblee dall’art.47 della Costituzione oltre che
dall’art.3 della stessa per una oggettiva differenza di diritti fra
cittadini azionisti privati investitori che non possso piu’ partecipare
alle assemblee e ed azionisti istituzionali che invece godono di
incontri diretti privati e riservati
con il management della società in applicazione delle politiche di
engagement.
Il che crea una palese ed illegittima asimmetria informativa legalizzata
in Italia rispetto al contesto internazionale in cui questo divieto di
partecipazione non sussiste. Anzi gli orientamenti europei vanno da anni
nella direzione opposta che la 6 commissione presieduta dal
sen.Gravaglia volutamente dimostra di voler ignorare.
Viene da chiedersi perche’ la maggioranza ed il Pd abbiano approvato
questo restringimento dei diritti costituzionali ?
Tutto cio’ mentre Elon Musk ha subito una delle più grandi perdite
legali nella storia degli Stati Uniti questa settimana, quando
l'amministratore delegato di Tesla è stato privato del suo pacchetto
retributivo di 56 miliardi di dollari in una causa intentata da Richard
Tornetta che ha fatto causa a Musk nel 2018, quando il residente della
Pennsylvania possedeva solo nove azioni di Tesla. Il caso è arrivato al
processo alla fine del 2022 e martedì un giudice si è schierato con
Tornetta, annullando l'enorme accordo retributivo perché ingiusto nei
suoi confronti e nei confronti di tutti i suoi colleghi azionisti di
Tesla.
La giurisprudenza societaria del Delaware è piena di casi che portano i
nomi di singoli investitori con partecipazioni minuscole che hanno
finito per plasmare il diritto societario americano.
Molti studi legali che rappresentano gli azionisti hanno una scuderia di
investitori con cui possono lavorare per intentare cause, afferma Eric
Talley, che insegna diritto societario alla Columbia Law School.
Potrebbe trattarsi di fondi pensione con un'ampia gamma di
partecipazioni azionarie, ma spesso si tratta anche di individui come
Tornetta.
Il querelante firma i documenti per intentare la causa e poi
generalmente si toglie di mezzo, dice Talley. Gli investitori non pagano
lo studio legale, che accetta il caso su base contingente, come hanno
fatto gli avvocati nel caso Musk.
Tornetta beneficia della vittoria della causa nello stesso modo in cui
ne beneficiano gli altri azionisti di Tesla: risparmiando all'azienda i
miliardi di dollari che un consiglio di amministrazione asservito pagava
a Musk.
Gli esperti hanno detto che persone come Tornetta sono fondamentali per
controllare i consigli di amministrazione. I legislatori e i giudici
desiderano da tempo che siano le grandi società di investimento a
condurre queste controversie aziendali, poiché sono meglio attrezzate
per tenere d'occhio le tattiche dei loro avvocati. Ma gli esperti
hanno detto che i gestori di fondi non vogliono mettere a repentaglio i
rapporti con Wall Street.
Quindi è toccato a Tornetta affrontare Musk.
"Il suo nome è ora impresso negli annali del diritto societario", ha
detto Talley. "I miei studenti leggeranno Tornetta contro Musk per i
prossimi 10 anni". Questa e’ democrazia e trasparenza vera non quella
votata da maggioranza e Pd.
Infatti da 1 anno avevo chiesto di essere udito dal Senato che mi
ignorato nella totale indifferenza della 6 commissione . Mentre lo
sono stati sia il recordman professionale dei rappresentanti pagati
degli azionisti , l’avv.Trevisan , sia altri ispiratori e
sostenitori della modifica normativa proposta. Per cui mi e’ stata
preclusa ogni osservazione non in linea con la proposta della 6
commissione del Senato che ha esaminato ed emendato il provvedimento e
questo viola i principi di indipendenza e trasparenza delle camera e
senato: dov’e’ interesse pubblico a vietare le assemblee agli azionisti
per ragioni pandemiche nel 2024 ?
La prova più consistente che tale articolo non ha alcuna ragione palese
per essere presentato e’ che sono state di fatto rese permanenti le
misure introdotte in via temporanea per l’emergenza Covid-19 In sintesi,
il menzionato articolo 106, commi 4 e 5 - la cui efficacia è stata
prorogata nel tempo e, da ultimo, fino al 31 luglio 2023 dall’articolo
3, comma 1, del decreto-legge 30 dicembre 2021, n. 228 - prevede che le
società quotate possano designare per le assemblee ordinarie o
straordinarie il rappresentante designato, previsto dall'articolo
135-undecies TUF, anche ove lo statuto preveda diversamente; inoltre, la
medesima disposizione consente alle società di prevedere nell’avviso di
convocazione che l’intervento in assemblea si svolga esclusivamente
tramite il rappresentante designato, al quale potevano essere conferite
deleghe o sub-deleghe ai sensi dell’articolo 135-novies del TUF.
L'articolo 135-undecies del TUF dispone che, salvo diversa previsione
statutaria, le società con azioni quotate in mercati regolamentati
designano per ciascuna assemblea un soggetto al quale i soci possono
conferire, entro la fine del secondo giorno di mercato aperto precedente
la data fissata per l'assemblea, anche in convocazione successiva alla
prima, una delega con istruzioni di voto su tutte o alcune delle
proposte all'ordine del giorno. La delega ha effetto per le sole
proposte in relazione alle quali siano conferite istruzioni di voto, è
sempre revocabile (così come le istruzioni di voto) ed è conferita,
senza spese per il socio, mediante la sottoscrizione di un modulo il cui
contenuto è disciplinato dalla Consob con regolamento. Il conferimento
della delega non comporta spese per il socio. Le azioni per le quali è
stata conferita la delega, anche parziale, sono computate ai fini della
regolare costituzione dell'assemblea mentre con specifico riferimento
alle proposte per le quali non siano state conferite istruzioni di voto,
le azioni non sono computate ai fini del calcolo della maggioranza e
della quota di capitale richiesta per l'approvazione delle delibere. Il
soggetto designato e pagato come rappresentante è tenuto a
comunicare eventuali interessi che, per conto proprio o di terzi, abbia
rispetto alle proposte di delibera all’ordine del giorno. Mantiene
altresì la riservatezza sul contenuto delle istruzioni di voto ricevute
fino all'inizio dello scrutinio, salva la possibilità di comunicare tali
informazioni ai propri dipendenti e ausiliari, i quali sono soggetti al
medesimo dovere di riservatezza. In forza della delega contenuta nei
commi 2 e 5 dell'articolo 135-undecies del TUF la Consob ha disciplinato
con regolamento alcuni elementi attuativi della disciplina appena
descritta. In particolare, l'articolo 134 del regolamento Consob n.
11971/1999 ("regolamento emittenti") stabilisce le informazioni minime
da indicare nel modulo e consente al rappresentante che non si trovi in
alcuna delle condizioni di conflitto di interessi previste nell'articolo
135-decies del TUF, ove espressamente autorizzato dal delegante, di
esprimere un voto difforme da quello indicato nelle istruzioni nel caso
si verifichino circostanze di rilievo, ignote all'atto del rilascio
della delega e che non possono essere comunicate al delegante, tali da
ARTICOLO 11 42 far ragionevolmente ritenere che questi, se le avesse
conosciute, avrebbe dato la sua approvazione, ovvero in caso di
modifiche o integrazioni delle proposte di deliberazione sottoposte
all'assemblea. Più in dettaglio, per effetto del comma 4 dell'articolo
106, le società con azioni quotate in mercati regolamentati possono
designare per le assemblee ordinarie o straordinarie il rappresentante
al quale i soci possono conferire deleghe con istruzioni di voto su
tutte o alcune delle proposte all'ordine del giorno, anche ove lo
statuto disponga diversamente. Le medesime società possono altresì
prevedere, nell’avviso di convocazione, che l’intervento in assemblea si
svolga esclusivamente tramite il rappresentante designato, al quale
possono essere conferite anche deleghe o sub-deleghe ai sensi
dell’articolo 135-novies del TUF, che detta le regole generali (e meno
stringenti) applicabili alla rappresentanza in assemblea, in deroga
all’articolo 135-undecies, comma 4, del TUF che, invece, in ragione
della specifica condizione del rappresentante designato dalla società,
esclude la possibilità di potergli conferire deleghe se non nel rispetto
della più rigorosa disciplina prevista dall'articolo 135-undecies
stesso. Per effetto del comma 5, le disposizioni di cui al comma 4 sono
applicabili anche alle società ammesse alla negoziazione su un sistema
multilaterale di negoziazione e alle società con azioni diffuse fra il
pubblico in misura rilevante. Le disposizioni in materia di assemblea
introdotte dalle norme in esame non sono state approvate dal M5S il cui
presidente , avv.Conte, aveva introdotto tali norme esclusivamente per
il periodo Covid. Per cui l’articolo 11 in esame, come anticipato,
introduce un nuovo articolo 135- undecies.1 nel Testo Unico Finanziario,
ai sensi del quale (comma 1) lo statuto di una società quotata può
prevedere che l’intervento in assemblea e l’esercizio del diritto di
voto avvengano esclusivamente tramite il rappresentante designato dalla
società, ai sensi del già illustrato supra articolo 135-undecies. A tale
rappresentante possono essere conferite anche deleghe o sub-deleghe ai
sensi dell'articolo 135-novies, in deroga all'articolo 135-undecies,
comma 4. La relativa vigilanza è esercitata, secondo le competenze,
dalla Consob (articolo 62, comma 3 TUF e regolamenti attuativi) o
dall’Autorità europea dei mercati finanziari – ESMA.
L’ESMA non e’ stata mai sentita dal sen.Gravaglia su questo articolo
mentre la Consob ha espresso parere contrario che sempre lo stesso ha
ignorato.
Ma i soprusi non finiscono qui : il comma 3 del nuovo articolo
135-undecies.1 chiarisce che, nel caso previsto dalle norme in esame. il
diritto di porre domande (di cui all’articolo 127-ter del TUF) è
esercitato unicamente prima dell’assemblea. La società fornisce almeno
tre giorni prima dell’assemblea le risposte alle domande pervenute. In
sintesi, ai sensi dell’articolo 127-ter, coloro ai quali spetta il
diritto di voto possono porre domande sulle materie all'ordine del
giorno anche prima dell'assemblea. Alle domande pervenute prima
dell'assemblea è data risposta al più tardi durante la stessa. La
società può fornire una risposta unitaria alle domande aventi lo stesso
contenuto. L’avviso di convocazione indica il termine entro il quale le
domande poste prima dell'assemblea devono pervenire alla società. Non è
dovuta una risposta, neppure in assemblea, alle domande poste prima
della stessa, quando le informazioni richieste s
iano già disponibili in formato "domanda e risposta" nella sezione del
sito Internet della società ovvero quando la risposta sia stata
pubblicatma 7, del TUF relativo allo svolgimento delle assemblee di
società ed enti. Per effetto delle norme introdotte, al di là delle
disposizioni contenute nell’articolo in esame che vengono rese
permanenti (v. supra), sono prorogate al 31 dicembre 2024 tutte le altre
misure in materia di svolgimento delle assemblee societarie – dunque non
solo quelle relative alle società quotate – previste nel corso
dell’emergenza Covid-19. Questo che e’ un capolavoro di capziosità di
un emendamento della sen.Cristina Tajani PD , ricercatrice e docente
universitaria, di indifferenziazione parlamentare negli obiettivi
: dal momento che le misure previste dall’art.11 in oggetto prevedono
per essere applicabili il loro recepimento statutario, lo stesso viene
ottenuto nel 2024 per ragioni di Covid, con il rappresentante pagato ,
che ovviamente non porrà alcuna opposizione neppure verbale.
Illustri Presidenti se questa non e’ una negazione degli art.47 e 3
della Costituzione, contro la democrazia e trasparenza societaria
, cos’e ?
Al termine di questa mia riflessione vorrei capire se in questo nostro
paese esiste ancora uno spazio di rispettosa discussione democratica o
di tutela giuridica nei confronti di una decisione arbitraria di una
classe dirigente qui’ palesemente opaca.
Confido in una vs risposta costruttiva di rispetto della libertà
progressista di un paese evoluto ma stabile e garante nei diritti delle
minoranze . Anche perché quello che ho anticipato con Edoardo Agnelli
sul futuro della Fiat dal 1998 in poi si e’ tristemente avverato, e solo
oggi, forse, e’ diventato di coscienza comune , anche se a me e’
costato pesanti ritorsioni personali da parte degli organi di polizia e
giustizia torinese e della Facolta’ di Economia Commercio di Torino . Ed
ad Edoardo Agnelli la morte. Non e’ impedendomi di partecipare alle
assemblee che Fiat & C ritorneranno in Italia, perché nel frattempo non
esistono più a causa anche di chi a Torino e Roma gli ha concesso di
fare tutto quello che di insensato hanno fatto dal 1998 in poi anche
contro se stessi oltre che i suoi lavoratori ed azionisti, calpestando
brutalmente chi osava denunciarlo pubblicamente nel tentativo,
silenziato, di fermare la distruzione di un orgoglio e una risorsa
nazionale. Giugiaro racconta che quando la Volkswagen gli chiese di fare
la Golf gli presento’ la Fiat 128 come esempio inarrivabile. Oggi
Tavares si presenta in Italia come il nuovo Napoleone , legittimato da
Yaky e scortato dalla DIGOS per difenderlo da Marco BAVA che vorrebbe
solo documentargli che l’industria automobilistica italiana ha una
storia che gli errori di 3 persone non debbono poter cancellare. Anche
se la storia finora ha premiato chi ha consentito il restringimento dei
diritti in questo paese la frana del futuro travolgerà tutti.
Basta chiederlo a Montezemolo che tutto questo lo sa e lo ha vissuto
direttamente.
UNA
ATTUALIZZAZIONE DEL:
DISCORSO DEL 30.05.1924
Giacomo Matteotti
Matteotti: «Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre
elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al
banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo
avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel
1919».
Voci: «Non è vero! Non è vero! » .
Finzi, sottosegretario di Stato per l'interno: «Michele Bianchi! Proprio
lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi! » .
Matteotti: «Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è
semplicemente questo, che l'onorevole Michele Bianchi con altri teneva
un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero,
sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi
rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori,
interruzioni)».
Finzi: «Non è così! » .
Matteotti: «Porterò i giornali vostri che lo attestano».
Finzi: «Lo domandi all'onorevole Merlin che è più vicino a lei!
L'onorevole Merlin cristianamente deporrà».
Matteotti: «L'on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e
nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non
dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi
essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle
elezioni? (Rumori) e, signori che mi interrompete, anche qui
nell'assemblea? (Rumori a destra)».
Teruzzi: «È ora di finirla con queste falsità».
Matteotti: «L'inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a
Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell'onorevole
Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i
fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all'oratore
di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)».
Una voce "Non è vero, non fu impedito niente (Rumori)".
Matteotti: «Allora rettifico! Se l'onorevole Gonzales dovette passare 8
giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato.
(Rumori, interruzioni) L'onorevole Gonzales, che è uno studioso di San
Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli
doveva parlare... (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni
deputati che siedono all'estrema sinistra)».
Presidente: «Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano
posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia
breve, e concluda».
Matteotti: «L'Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per
improvvisazione, e che mi limito...».
Voci: «Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti! » .
Gonzales: «I fatti non sono improvvisati! » .
Matteotti: «Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni
fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento
dell'Assemblea... (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e
senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai
candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro
pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo
al fatto dell'onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell'onorevole
Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo
dell'opposizione costituzionale, l'onorevole Amendola, e che fu
impedita... (Oh, oh! – Rumori)».
Voci da destra: «Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete
d'accordo tutti! » .
Matteotti: «Vuol dire dunque che il termine "sovversivo" ha molta
elasticità! » .
Greco: «Chiedo di parlare sulle affermazioni dell'onorevole Matteotti».
Matteotti: «L'onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua
conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di
corpi armati, i quali intervennero in città.. .».
Presutti: «Dica bande armate, non corpi armati! » .
Matteotti: «Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera
conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste
condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare
liberamente nella loro circoscrizione!» .
Voci di destra: «Per paura! Per paura! (Rumori – Commenti)».
Farinacci: «Vi abbiamo invitati telegraficamente! » .
Matteotti: «Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio
come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche
dell'avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate!
(Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un
contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero
presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è
vostro costume dire che "qualcuno di noi ha provocato" e come "in
seguito a provocazioni" i fascisti "dovettero" legittimamente ritorcere
l'offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)».
Voci da destra: «L'avete studiato bene! » .
Pedrazzi: «Come siete pratici di queste cose, voi! » .
Presidente: «Onorevole Pedrazzi! » .
Matteotti: «Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di
circolare nelle loro circoscrizioni! » .
Voci a destra: «Avevano paura! » .
Turati Filippo: «Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c'erano i
briganti, avevano paura (Vivi rumori a destra, approvazioni a
sinistra)».
Una voce: «Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato
rispettato».
Turati Filippo: «Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi
a sinistra, rumori a destra)».
Presidente: «Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti! » .
Matteotti: «Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano
di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! »
(Approvazioni a sinistra – Rumori prolungati)
Presidente: «Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l'onorevole
Rossi...».
Matteotti: «Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di
parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho
diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)».
Casertano, presidente della Giunta delle elezioni: «Chiedo di parlare».
Presidente: «Ha facoltà di parlare l'onorevole presidente della Giunta
delle elezioni. C'è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta».
Matteotti: «Onorevole Presidente! . ..».
Presidente: «Onorevole Matteotti, se ella vuoi parlare, ha facoltà di
continuare, ma prudentemente».
Matteotti: «Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente,
ma parlamentarmente! » .
Presidente: «Parli, parli».
Matteotti: «I candidati non avevano libera circolazione... (Rumori.
Interruzioni)».
Presidente: «Facciano silenzio! Lascino parlare! » .
Matteotti: «Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non
potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro
stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le
conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che
accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l'indomani o
dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all'estero (Commenti)».
Una voce "Erano disoccupati! ".
Matteotti: «No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li
boicottate».
Voci da destra: «E quando li boicottate voi? » .
Farinacci: «Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco! » .
Matteotti: «Uno dei candidati, l'onorevole Piccinini, al quale mando a
nome del mio gruppo un saluto... (Rumori)».
Voci: «E Berta? Berta!».
Matteotti: «Conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio
partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la
candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe – stato per essere il
destino suo all'indomani. (Rumori) Ma i candidati – voi avete ragione di
urlarmi, onorevoli colleghi – i candidati devono sopportare la sorte
della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che
oggi imperversa. lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché
anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le
elezioni. (Approvazioni all'estrema sinistra) Un'altra delle garanzie
più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella
della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in
ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per
disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi – anche
in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal
Governo e dal partito dominante – risultarono composti quasi totalmente
di aderenti al partito dominante. Quindi l'unica garanzia possibile,
l'ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza
del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare.
Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per
cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della
lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno
in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze
che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il
seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e
constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo
reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i
verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi
dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun
rappresentante di lista. Veniva così a mancare l'unico controllo,
l'unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono
svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo
riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche
provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma
questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo – e
l'onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere – fu
data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati
dall'opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa
popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione
controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c'è stata. Ma,
strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo
dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza
di suffragi, da superare la maggioranza – con questa conseguenza però,
che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo
le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel
Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni
diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si
ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle
persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni».
Una voce a destra: «Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti! » .
Matteotti: «Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito,
secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai
nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo,
danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che
ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata
protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione
avvenne in tre maniere: l'Italia è una, ma ha ancora diversi costumi.
Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate
all'ordine del giorno dal presidente del Consiglio per l'atto di fedeltà
che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati
prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli
elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la "regola
del tre". Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un
prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori
un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi
(Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le
combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno,
potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto.
In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di
Rovigo, questo metodo risultò eccellente».
Finzi: «Evidentemente lei non c'era! Questo metodo non fu usato! » .
Matteotti: «Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella
venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato».
Finzi: «Lo provi».
Matteotti: «In queste regioni tutti gli elettori».
Ciarlantini: «Lei ha un trattato, perché non lo pubblica? » .
Matteotti: «Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie
del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a
destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri
opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate
o diffidate di pubblicare le nostre cose. Nella massima parte dei casi
però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini
sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più
forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia,
la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato
fascista o dal fascio (Vivi rumori interruzioni)».
Suardo: «L'onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il
popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall'Aula. (Rumori –
Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini,
sfido l'onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia
dignità di soldato, abbandono quest'Aula. (Applausi, commenti)».
Teruzzi: «L'onorevole Suardo è medaglia d'oro! Si vergogni, on.
Matteotti». (Rumori all'estrema sinistra).
Presidente: «Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda! » .
Matteotti: «lo posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece
furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era
stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell'Italia
prefascista, ma che dall'Italia fascista ha avuto l'onore di essere
esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per
la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che
non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati
furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano
alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che
certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si
presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva
compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio
pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto,
riuscirono ad impedirlo».
Torre Edoardo: «Basta, la finisca! (Rumori, commenti). Che cosa stiamo a
fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori – Alcuni deputati
scendono nell'emiciclo). Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il
Parlamento! (Commenti – Rumori)».
Voci: «Vada in Russia! »
Presidente: «Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda! »
.
Matteotti: «Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le
cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente
della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare
i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e
verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare
che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla
stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o
addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i
molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della
volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini
ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi
esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere
socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono
più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali,
non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno
esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che
manifestano la reazione della nuova Italia contro l'oppressione del
nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi
all'estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera). Per tutte
queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose
sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché
ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno (Rumori)... per queste
ragioni noi domandiamo l'annullamento in blocco della elezione di
maggioranza. Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l'autorità
dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti
voi sì, veramente, rovinate quella che è l'intima essenza, la ragione
morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione
divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la
licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere
errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha
dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a
destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il
nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato
con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi,
anche con l'opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi
difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il
più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il
rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle
elezioni».
Terminato così il suo intervento, Matteotti dice ai suoi compagni di
partito: «Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso
funebre per me». —
Ho visto il suo ottimo servizio ben documentato e non di parte .
La storia della targa della Ferrari Testarossa grigia
cabrio di GA che stava nel garage di Frescot entrando sulla
destra e' che io come azionista Ifi l'avevo trovata nelle
immobilizzazioni, chiesi a GA che ci stava a fare e lui la fece
reimatricolare a suo nome con quella targa. Non la usava perche'
mi disse che la trovava scomoda e preferiva le Fiat. L'uso'
Giovanni Alberto Agnelli che ebbe un'incidente sulla
Torino-Milano. Così mi disse Edoardo a cui il padre non la fece
mai guidare. Edoardo aveva le Ferrari in uso direttamente
da Enzo Ferrari.
Chi sta chiudendo la Marelli e' KKR che vorrebbe comprare
la rete Tim pagandola 6 volte il suo valore come Enimont quando
fu venduta da Gardini ad Eni.
A Carlo De Benedetti avevo proposto di acquisire la Fiat prima
che arrivasse Marchionne, mi ha riso al TELEFONO.
Bianca Carretto forse dimentica che prima della Peugeot la Fiat
fu offerta da Jaky a Renault a cui l'ho fatta saltare grazie a
Nissan. Infatti poi i rapporti fra Nissan e Renault sono
cambiati.
Poi Peugeot ha pagato la Fiat 2,9 miliardi rispetto ai 5
richiesti perché non c'era nessuno che volesse comprare FIAT.
Non e' vero che Marchionne ha saputo gestire la Fiat. Non capiva
nulla di auto. Infatti non ha investito su LANCIA , come invece
sta facendo Tavares. Maserati in 5 anni non poteva fare
concorrenza a Porsche che investe da 50 anni !
Marchionne non ha mai saputo scegliere un 'auto nelle
presentazioni, chiedeva di farlo a chi lo avrebbe dovuto
assistere !
La chimera del progetto fabbrica italiana ve la siete
dimenticata tutti ?
Come le condanne per atteggiamento antisindacale a cui è stato
condannato piu' volte Marchionne ?
Come De Benedetti non ne capisce nulla di computer visto che
aveva il padre del Surface con Quaderno e ne' lui ne' Passera lo
hanno capito.
Infatti il progetto della 500 elettrica e' sbagliato e voluto da
Marchionne e realizzato da Jaky investendo tanti soldi .
Proposte d'investimento agli Agnelli e De Benedetti vengono
fatte da sempre da chi guadagna le commissioni, per cui quello
che fa Jaky lo facevano anche Gabetti ed altri a NY con IFINT.
Inoltre i rapporti diretti internazionali sono tantissimo. Io in
un we a Garavicchio a casa di Carlo Caracciolo mi sono trovato
in piscina ed a tavola con il marito di Margherita, Giovanni
Alberto, Edoardo e Carlo Caracciolo che mi ha chiesto come
poteva difendersi da Carlo De Bebedetti. Io gli suggerii di
entrare in Cofide e lui lo fece. 3 mesi dopo GA, dandomi il 5,
mi soprannominò in pubblico Mark Spitz, per comunicarmi che
sapeva tutto .
Il patrimonio di Gianni Agnelli io lo stimo in 100 miliardi ,
con dei parametri approvati da Grande Stevens, per cui a
MARGHERITA hanno dato l'1%.
Il patrimonio di G.A lo gestivano Gabetti e Bormida.
Margherita e' come sua madre , prende tempo per allargarsi .
Edoardo no infatti e' stato ucciso perche' non voleva rinunciare
ai suoi diritto ereditari sulla Dicembre, a cui il Pm di
Mondovi, Bausone non credeva , quando glielo dissi 2 giorni dopo
l'omicidio di Edoardo.
L'ex Bertone finirà come Termoli.
IL RESTO glielo allego come anticipazione di un libro che forse
uscira'.
La proposta del Marocco e' stata fatta ai fornitori gia' a
Torino all'Hotel Ambasciatori nelle stesse ore in cui a 200
metri all'Hotel Concorde c'era il ministro Pichetto, a cui l'ho
detto senza ricevere alcuna risposta, come per la mia proposta
del progetto dell'H2 per autotrazione che rilancerebbe l'intera
economia nazionale, produzione auto compresa che allego.
Tenete conto che dietro ogni persona c'e' un uomo nero, quello
di Jaky per me e' a voi noto :Griva.
Resto a Sua disposizione per ogni chiarimento e documentazione,
Buon lavoro.
Marco BAVA
"L'Avvocato voleva
adottare John Il controllo della Dicembre non cambia"
Jennifer Clark
"
Il libro
Così su La Stampa
Un rapporto difficile, quello dei tre fratelli Elkann con la
madre Margherita, un problema «nato ben prima che lo scontro
arrivasse nelle aule dei tribunali». Jennifer Clark,
giornalista, già caporedattrice per l'Italia di Dow Jones dopo
le esperienze a Bloomberg e Reuters, ha seguito per anni le
vicende degli Agnelli. Recentemente ha pubblicato per Solferino
"L'ultima dinastia" sulla loro saga famigliare.
Clark, in una intervista ad Avvenire John Elkann parla per la
prima volta di "un clima di violenza fisica e psicologica"
subìto da lui e dagli altri due fratelli Elkann da parte della
madre. Da dove nasce, secondo lei, quella tensione?
«Per scrivere il libro ho parlato a lungo con gli esponenti
della famiglia, a partire da John. Il problema dei figli Elkann
con la madre viene da lontano perché, in un certo senso, è la
conseguenza dei problemi di Margherita ed Edoardo con i
genitori, in particolare con il padre, l'Avvocato».
Lei scrive che Gianni Agnelli era un padre poco affettuoso. Che
rapporto c'è tra questo e lo scontro di Margherita con i tre
figli Elkann?
«Lo squilibrio diviene palese quando Margherita divorzia da
Alain Elkann e si risposa con Serge de Phalen. Due mondi quasi
opposti: dallo scrittore parigino bohemien al nobile russo che
sogna il ritorno della grande Russia dei Romanov. Margherita si
converte alla religione ortodossa. Inizia a dipingere icone. E
vorrebbe che diventassero ortodossi anche John, Lapo e Ginevra.
Li costringe a dire le preghiere e a partecipare ai campi estivi
dei nostalgici zaristi in Francia che ogni mattina li fanno
assistere all'alza bandiera con lo stendardo imperiale
dell'aquila a due teste. I figli del secondo matrimonio sono
russi a tutti gli effetti e vivono a loro agio in quel mondo. I
figli Elkann no. A questo punto intervengono i nonni».
In che modo?
«Chiamando sempre più spesso i tre nipoti a trascorrere lunghi
periodi con loro. Per sottrarli a quel mondo estraneo. Per
questo John dice oggi che è stata decisiva per lui e i fratelli
la protezione dei nonni. Ma questo ha finito per rendere i
rapporti tra Margherita e i suoi genitori ancora più difficili».
Il nonno aveva dato ai nipoti l'affetto che era mancato alla
figlia come se l'affettività avesse saltato una generazione?
«Esattamente. Il rapporto tra i nipoti e il nonno è diventato
sempre più stretto al punto che un giorno l'Avvocato accarezzò
l'idea di adottare John. Come si sa poi non se ne fece nulla».
Se i rapporti erano tanto tesi perché allora, alla morte
dell'Avvocato, Margherita accettò di rinunciare alle quote della
Dicembre in cambio di denaro?
«Lei ha sempre sostenuto di averlo fatto nel tentativo di
riportare la pace in famiglia. È anche vero che conosceva l'atto
notarile con cui l'Avvocato, fin dal 1999, consegnava a John la
gestione della Dicembre e quindi deve avere pensato che, persa
la partita per il potere, tanto valeva giocarsi quella del
denaro. Del resto, quell'atto del '99 era stato firmato da tutti
i familiari, anche da lei».
NON E' VERO :
EDOARDO NON LO HA MAI FIRMATO. PER QUESTO LO HANNO UCCISO. Mb
Lei ha poi tentato, e lo sta facendo ancora oggi, di rimettere
in discussione quella scelta…
«Certo e questo è uno dei nodi delle cause legali. Ma la scelta
di non partecipare alla Dicembre ha finito per isolare ancora di
più Margherita. Si diceva che avesse confidato a Lupo Rattazzi
le sue perplessità su futuro della Fiat: "Rischia di fare la
fine della Parmalat". Erano gli anni in cui il fallimento della
Parmalat aveva fatto molto rumore. Come se lei avesse scelto di
scendere dalla nave nel momento di massima difficoltà
dell'azienda. Già nel 2004, al matrimonio di John e Lavinia, la
presenza di Margherita era stata incerta fino all'ultimo».
Da allora in poi la frattura si è andata allargando. Le
battaglie in tribunale contro la madre Marella e ora contro i
figli Elkann hanno aggravato la situazione. Quali conseguenze
potranno avere secondo lei?
«Dal punto di vista della governance della Dicembre, la società
che controlla la Giovanni Agnelli e, per il tramite di questa,
Exor non credo che ci potranno essere conseguenze. L'atto
notarile del 1999 non lascia scampo. Diverso è il discorso se
passiamo dalla governance alle quote. È in teoria possibile che,
se venisse accolta la tesi dei legali di Margherita, si
riconosca il diritto della figlia di Gianni Agnelli ad avere la
sua quota di legittima e dunque un pacchetto di azioni della
Dicembre. Ma non credo proprio che questo impedirebbe a John di
governare come fa oggi».
Si perché
perderebbe il controllo in quanto il 75% passerebbe a Margherita
ed il 25% Jaky 20% . Mb
TAVARES E JAKY NEL 23
Un compenso da 36,5 milioni è adeguato per il
ceo di una società capace di generare 18,6 miliardi di profitti e di
versare ai soci quasi 8 miliardi? Per i proxy advisor […] no. In vista
dell’assemblea del 16 aprile, […] Glass Lewis e Iss hanno raccomandato
agli azionisti di Stellantis di votare contro gli stipendi percepiti […]
dai manager del gruppo.
A loro giudizio, la paga del ceo Carlos Tavares è «eccessiva»: vale 518
volte il salario medio dei dipendenti di Stellantis che, intanto, sta
attuando massicci piani di esuberi […].
[…] Iss ha criticato anche il benefit da 430 mila euro accordato al
presidente John Elkann che ha potuto utilizzare l’aereo aziendale per
scopi personali. I suggerimenti dei proxy sono di norma accolti dai
fondi internazionali. Se al loro si aggiungesse il «no» del governo
francese, socio di Stellantis al 9,9%, la relazione sui compensi
potrebbe incorrere in una sfiducia. Dal valore consultivo, è vero; ma
fortemente simbolico.
IL 10.12.23 PROGRAMMA TELEVISIVO SU
L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI SU PIAZZA LIBERTA', il
programma di informazione condotto da Armando Manocchia, su
BYOBLU CANALE 262 DT CANALE
IL GRANDE AMICO DI EDOARDO CON CUI FECE
VIAGGI ERA LUCA GAETANI
EA NON FECE MAI NESSUNA CESSIONE DEI
SUOI DIRITTI EREDITARI
NE' EBBE ALCUN DISSIDIO CON GIOVANNI
ALBERTO AGNELLI, DA CUI SOGGIORNAVA ANDANDO E TORNANDO DA
GARAVICCHIO.
INFATTI QUANDO CI FU L'EPISODIO DEL
KENIA FU GIOVANNI ALBERTO AGNELLI AD ANDARLO A TROVARE.
I LEGAMI CON LA SORELLA MARGHERITA NON
EERANO STRETTI COME QUELLI CON I CUGINI LUPO RATTAZZI ED EDUARDO
TEODORANI FABBRI. INFATTI NON ESISTONO LETTERE FRA EDOARDO E
MARGHERITA .
DEL CAMBIO DELLA SUCCESSIONE DA GIOVANNI
ALBERTO A JAKY EA LO HA SAPUTO DALLA MADRE CHE NE HA CONVITO GIANNI
PER NON PERDERE I PRIVILEGI DELLA PRESIDENZA FIAT,
L'INTERVISTA AL MANIFESTO FU PROPOSTA DA
UN GIORNALISTA DI REPUBBLICA PERCHE' LUI L'AVREBBE VOLUTA FARE MA
NON GLIELO PERMETTEVANO.
NON CI SONO PROVE CHE EA FOSSE DEPRESSO,
LA PATENTE DI EA LA TENEVA LA SCORTA E
NON ERA SUL CRUSCOTTO MA NEL CASSETTO DELLA CROMA EX DELL'AVVOCATO
CON MOTORE VOLVO E CAMBIO AUTOMATICO, NON BLINDATA.
LE INDAGINI SULL'OMICIDIO DI EA SONO
TUTT'ORA APERTE PRESSO LA PROCURA DI CUNEO.
GRIVA QUANDO ENTRA IN SCENA ?
L’IMPERO DI FAMIGLIA: ECCO PERCHÉ ADESSO
RISCHIA DI CROLLARE TUTTO
Estratto dell’articolo di Ettore Boffano per “il Fatto quotidiano”
È l’attacco al cuore di un mito: quello degli Agnelli. E a pagarne le
conseguenze più dure potrebbe essere lui, l’erede che non porta più quel
cognome, John Elkann.
A rischio di veder messo in ballo il ruolo che suo nonno gli aveva
assegnato: la guida dei tesori di famiglia. Tutto passa per la Svizzera,
dove Marella Caracciolo, vedova dell’avvocato, ha sempre dichiarato di
avere la residenza sin dagli anni 70.
E con la cui legge successoria ha poi regolato i conti con la figlia:
per escludere Margherita dalla propria eredità e, soprattutto,
permettere al nipote di diventare il nuovo capo della dinastia.
[…] quella residenza […] ora piomba nell’inchiesta per frode fiscale
della Procura di Torino. E i pm hanno poteri di accertamento rapidi e
quasi immediati […]. Vediamo, punto per punto, che cosa c’è e che cosa
indica quel documento e come potrebbe segnare i clamorosi sviluppi delle
indagini.
1) La residenza svizzera. È decisiva: per stabilire se sono validi sia
l’accordo e il patto firmati da Marella con la figlia a Ginevra nel
2004, sulla successione dell’avvocato e sulla sua, sia il testamento e
le due aggiunte con i quali ha indicato come eredi i nipoti John, Lapo e
Ginevra.
E infine per accertare la possibile evasione fiscale sul suo patrimonio.
Trevisan spiega che la vedova dell’avvocato, dal 2003 sino alla morte
nel 2019, non ha mai vissuto in Svizzera i 180 giorni all’anno necessari
per poter mantenere quel diritto. “Ha trascorso ogni anno, in media,
oltre 189 giorni in Italia, 94 in Marocco e solo circa 68 in Svizzera”.
Se tutto saltasse, Margherita tornerebbe in campo nel controllo
dell’impero Agnelli.
2) Gli “espedienti” sulla residenza. Il legale indica anche le presunte
mosse per mascherare la permanenza di Marella in Italia. […] “Occorreva
non far risultare intestate a Marella Caracciolo le utenze degli
immobili in Italia e i relativi rapporti di lavoro... Un appunto del
commercialista Gianluca Ferrero suggeriva che non fossero a lei
riconducibili né dipendenti né animali, facendo risultare che i
domestici fossero alle dipendenze di Elkann […]”.
3) Il personale delle ville. La ricostruzione di Trevisan […]
sembrerebbe confermare i “consigli” di Ferrero. I magistrati […] stanno
[…] ascoltando le testimonianze di chi gestiva le residenze di famiglia.
Il legale di Margherita ha contato oltre 30 dipendenti […]. I contratti
erano intestati formalmente a Elkann, ma loro erano sempre al servizio
della nonna.
4) I testamenti, veri o falsi. Nell’esposto, Trevisan affida alla
Procura […] il compito di esaminare l’autenticità del testamento di
Marella Caracciolo e delle due “aggiunte”, redatti dal notaio svizzero
Urs von Grunigen. […] il legale aveva già sostenuto che, secondo due
diverse perizie grafiche, almeno nella seconda “aggiunta” la firma della
signora “appare apocrifa, con elevata probabilità”. Giovedì pomeriggio,
la Guardia di Finanza si è presentata alla Fondazione Agnelli, proprio
per acquisire vecchi documenti firmati da Marella e confrontare le
firme.
5) Le fiduciarie di famiglia. Le Fiamme Gialle hanno anche prelevato
migliaia e migliaia di pagine e documenti legati a quattro diverse
fiduciarie, tutte citate nell’esposto di Trevisan. Due di esse, la Simon
Fiduciaria e la Gabriel Fiduciaria facevano riferimento, un tempo,
all’avvocato Franzo Grande Stevens e oggi sono state assorbite nella
Nomen Fiduciaria della famiglia Giubergia e nella banca privata Pictet
di Ginevra.
Che cosa può nascondersi in quegli “scrigni” votati alla riservatezza?
Due cose, entrambe importanti. La prima […] riguarda il fatto se in esse
sia potuto transitare denaro proveniente da 16 società offshore delle
Isole Vergini britanniche, tutte intestate o a Marella Agnelli o a
“membri della famiglia”, come la “Budeena Consulting Inc.” che, da sola,
aveva in cassa 900 milioni dollari.
La seconda riguarda la possibilità che gli inquirenti possano trovare le
tracce degli scambi azionari, tra la nonna e i nipoti, della “Dicembre”,
la società semplice creata dall’avvocato nel 1984 per custodire il
tesoro di famiglia e che oggi consente a John Elkann di gestire, a
cascata, i 25,5 miliardi di patrimonio della holding Exor.
2. INCHIESTA ELKANN: LA GDF A CACCIA DI SOCIETÀ OFFSHORE
Estratto dell’articolo di Marco Grasso per “il Fatto quotidiano”
IL TESTAMENTO DI MARELLA CARACCIOLO CON LE INTEGRAZIONI E LE FIRME
IL TESTAMENTO DI MARELLA CARACCIOLO CON LE INTEGRAZIONI E LE FIRME
Margherita Agnelli […] dà la caccia ai capitali offshore di famiglia,
che le sarebbero stati occultati nell’accordo sull’eredità. La Procura
di Torino cerca i redditi, potenzialmente enormi, che sarebbero stati
occultati al Fisco, attraverso fiduciarie collegate a paradisi fiscali.
Questi due interessi potrebbero convergere se cadesse il baluardo che
finora ha protetto la successione della dinastia più potente d’Italia:
la presunta residenza elvetica di Marella Caracciolo, moglie di Gianni e
madre di Margherita. Se saltasse questo cardine, le autorità italiane
potrebbero contestare reati tributari e sanzioni fiscali agli Elkann, e
questa storia, come una valanga, potrebbe travolgere anche i contenziosi
civili sull ’eredità, aperti in Svizzera e in Italia.
Sono tre gli indagati nell’in chiesta condotta dal procuratore aggiunto
Marco Gianoglio e dai pm Mario Bendoni e Giulia Marchetti: Gianluca
Ferrero, commercialista della famiglia Agnelli e presidente della
Juventus; Robert von Groueningen, amministratore dell’eredità di Marella
Agnelli (morta nel 2019); John Elkann, nipote di Marella, presidente di
Stellantis ed editore del gruppo Gedi.
L’ipotesi è di concorso in frode fiscale e in particolare di
dichiarazione infedele al Fisco per gli anni 2018-2019. In base
all’intesa sulla successione di Gianni Agnelli nel 2004 […] Margherita
accetta l’estromissione dalle società di famiglia in cambio di 1,2
miliardi; ottiene l’usufrutto su vari beni immobiliari e si impegna a
versare alla madre Marella un vitalizio mensile da 500 mila euro. Di
questi soldi non c’è traccia nei 730, da cui mancano in altre parole 8
milioni di euro (3,8 milioni di tasse).
Il perché gli investigatori si concentrino su quel biennio è presto
detto: per chi indaga Marella Caracciolo, malata di Parkinson, era
curata in Italia. La Procura ritiene che passasse gran parte del tempo a
Villa Frescot, a Torino, oltre 183 giorni l’anno, la soglia dopo la
quale il Fisco ritiene probabile che una residenza estera sia fasulla.
Per questo ieri il Nucleo di polizia economico finanziaria di Torino […]
ha sentito sei testimoni vicini alla famiglia: personale che di fatto
lavorava al servizio di Marella, ma che era stato assunto dopo la morte
del nonno da John Elkann o da società a lui riconducibili, un artificio
che avrebbe rafforzato la tesi della residenza estera della nonna.
Questo è l’anello che mette nei guai l’erede della casata. Per i pm il
commercialista Ferrero avrebbe disposto le dichiarazioni dei redditi
infedeli, mentre l’esecutore testamentario svizzero le avrebbe
controfirmate.
Ci sono inoltre le indagini commissionate da Margherita Agnelli
all’investigatore privato Andrea Galli, confluite in un esposto in mano
alla Procura. Lo 007 ha ricostruito le spese nella farmacia di Lauenen,
villaggio nel cantone di Berna in cui sulla carta viveva Marella
Caracciolo: dalle fatture fra il 2015 e il 2018 emergerebbe che le spese
mediche coprivano il solo mese di agosto. […]
GLI INQUIRENTI cercano di ricostruire il flusso di redditi, la
riconducibilità dei patrimoni e documenti originali in grado di
verificare la validità delle firme sui testamenti. Se dovesse essere
rimessa in discussione la residenza di Marella, si aprirebbe un nuovo
scenario: il Fisco potrebbe battere cassa e contestare mancati introiti
milionari per Irpef, Iva, successione e Ivafe (tassa sui beni esteri).
Gli Elkann sono pronti a difendersi dalle accuse, e hanno sempre
contestato la ricostruzione di Margherita.
DOPO 25 ANNI MARGHERITA HA PENSATO AI
FRATELLI DI YAKY, LAPO E GINEVRA , COME GLI AVEVA DETTO EDOARDO:
Margherita Agnelli vuole costringere per via
giudiziaria i suoi tre figli Elkann a restituire i beni delle eredità di
Gianni Agnelli (morto nel 2003) e Marella Caracciolo (2019).
Un’ordinanza della Cassazione pubblicata a gennaio mette in fila,
sintetizzando i «Fatti in causa», le pretese della madre di John Elkann
nella sua offensiva legale. Il punto d’arrivo è molto in alto nel
sistema di potere dei figli: l’assetto della Dicembre, la cassaforte
(60% John e 20% ciascuno Lapo e Ginevra Elkann) azionista di riferimento
dell’impero Exor, Stellantis, Ferrari, Juventus, Cnh ecc. (35 miliardi).
[…] La Corte suprema nella sua ordinanza si occupa di una questione
tecnica laterale, annullando parzialmente […] la decisione del tribunale
di Torino di sospendere i lavori in attesa dei giudici svizzeri. […] la
Cassazione […] sintetizza in modo neutrale le richieste di Margherita e
cioè, innanzitutto, «che sia dichiarata l’invalidità o l’inefficacia del
testamento della madre».
E dunque «che sia aperta la successione legittima, sia accertata in capo
all’attrice (Margherita ndr) la sua qualità di unica erede legittima
della madre, sia accertata la quota della quale la madre poteva disporre
e […] sia accertata la lesione della quota di riserva a essa spettante».
A questo punto ci deve essere «la conseguente reintegra della quota
mediante riduzione delle donazioni, anche dirette e dissimulate, e
condanna dei convenuti (gli Elkann, ndr) alle restituzioni».
Il tema delle donazioni è fondamentale perché potrebbero essere i
«mattoni» con cui si è costruita la governance a trazione John nella
Dicembre. Margherita «in ogni caso ha chiesto la dichiarazione della sua
qualità di erede del padre (...) e la condanna dei convenuti a
restituire i beni dell’eredità del padre».
La manovra legale è dunque tesa ad azzerare tutto, proiettando
Margherita nel ruolo di unica erede legittima della madre. E
nell’eventuale riconteggio dell’eredità materna entrerebbero le
donazioni anche «indirette e dissimulate».
JOHN ELKANN CON LA MADRE MARGHERITA AGNELLI AL SUO MATRIMONIO CON
LAVINIA BORROMEO
JOHN ELKANN CON LA MADRE MARGHERITA AGNELLI AL SUO MATRIMONIO CON
LAVINIA BORROMEO
Nella costruzione dell’attuale assetto della Dicembre con John al
comando sono state decisive alcune transazioni con la nonna Marella dopo
la morte (2003) di Gianni Agnelli. Secondo i figli de Pahlen, […] per il
calcolo della quota legittima, nel perimetro ereditario della nonna
Marella dovrebbe entrare anche il «75% della Dicembre, per il caso in
cui si accertasse la simulazione degli atti di compravendita, il cui
valore è stimato in euro 3 miliardi». Sostengono anzi che la nonna abbia
«effettuato donazioni delle partecipazioni della Dicembre al nipote John
per (...) circa 3 miliardi».
John Elkann e la madre Margherita entrano nella cassaforte come soci nel
1996, con Gianni Agnelli al comando. Nel ’99 l’Avvocato modifica lo
statuto e detta il futuro: «se manco o sono impedito — è il senso —
tutti i poteri vanno a John» che, alla morte del nonno, sale al 58%.
L’anno dopo (2004) Margherita vende per 105 milioni il 33% alla madre ed
esce dalla Dicembre sulla base del patto successorio. Subito dopo la
nonna cede tutto ai nipoti, tenendo l’usufrutto: John si consolida al
60%, una leadership che nel suo entourage giudicano «inattaccabile», a
Lapo e Ginevra il resto. È l’assetto attuale di cui però s’è avuta
notizia ufficiale nel 2021, dopo 17 anni di carte, transazioni e patti
tenuti nascosti. Un bug temporale a dir poco anomalo per una delle più
influenti società in Europa, inspiegabilmente tollerato per anni dalla
Camera di Commercio di Torino. Anche su questo fa leva la strategia di
Margherita per «scalare» il sancta sanctorum degli Elkann.
«La costruzione di una residenza estera
fittizia» in Svizzera di Marella Caracciolo «ha avuto una duplice e
concorrente finalità: da un lato, sotto il profilo fiscale, evitare
l’assoggettamento a tassazione in Italia di ingenti cespiti patrimoniali
e redditi derivanti da tali disponibilità; dall’altro, sotto il profilo
ereditario, sottrarre la successione» della vedova dell’Avvocato
«all’ordinamento italiano»: lo scrivono i magistrati di Torino nel
decreto di sequestro che ha portato al blitz di ieri (7 marzo) della
guardia di finanza, nell’ambito dell’inchiesta sull’eredità Agnelli e
sulle presunte «dichiarazioni fraudolente» dei redditi di Marella
Caracciolo. Per questo, è scattata anche una nuova ipotesi di reato:
«truffa aggravata ai danni dello Stato e di ente pubblico (Agenzia delle
entrate)».
Eredità Agnelli, i 734 milioni di euro lasciati da Marella e l'appunto
sulla residenza svizzera: «Una vita di spostamenti»
CRONACA
Eredità Agnelli, i pm e gli appunti della segretaria di Marella Agnelli:
«Sono la prova che non viveva in Svizzera»
Tra i beni in questione - secondo il Procuratore aggiunto Marco
Gianoglio e i pubblici ministeri Mario Bendoni e Giulia Marchetti - ci
sarebbero 734.190.717 euro, «derivanti dall’eredità di Marella
Caracciolo».
Per la truffa aggravata sono indagati i tre fratelli Elkann, John,
Ginevra e Lapo, lo storico commercialista della famiglia Gianluca
Ferrero e Urs Robert von Gruenigen, il notaio svizzero che curò la
successione testamentaria.
Gli investigatori - emerge dal decreto - hanno messo le mani anche su un
documento di quattro pagine «riepilogante in forma schematica i giorni
di effettiva presenza in Italia di Marella Caracciolo»: morale, nel 2015
la moglie di Gianni Agnelli dimorò «in Svizzera meno di due mesi»,
contro i 298 giorni passati in Italia. Nel 2018 il conto è di 227 giorni
in Italia e 138 all’estero. Significativa anche la denominazione
dell’ultima pagina del documento: «Una vita di spostamenti».
Un secondo "round" si è combattuto ieri
davanti al tribunale del riesame di Torino tra la Procura subalpina e lo
staff di avvocati che difendono i fratelli Elkann, indagati per truffa
ai danni dello Stato per non aver pagato la tassa di successione su una
porzione di eredità della nonna, pari a 734 milioni di euro.
I penalisti hanno impugnato il decreto con cui i pm il 6 marzo hanno
disposto un nuovo sequestro dei documenti […] già acquisiti dai
finanzieri durante le perquisizioni del 7 febbraio. E gli inquirenti
hanno risposto depositando ai giudici materiale investigativo finora
inedito, tra cui delle intercettazioni e soprattutto i tredici verbali
del personale al "servizio" di Marella Caracciolo.
La tesi accusatoria - secondo cui John Elkann avrebbe fatto figurare che
domestici e infermiere lavoravano per lui, «al fine di non compromettere
la possibilità che la defunta nonna fosse effettivamente residente in
Svizzera» - «appare largamente confermato dalle dichiarazioni» degli ex
dipendenti sentiti come testimoni in Procura. In sostanza, quasi tutti
hanno confermato che prestavano assistenza alla signora Agnelli quando
lei risiedeva nelle dimore torinesi, ossia per la maggior parte
dell'anno.
Nel locale caldaie dell'abitazione del pupillo di Gianni Agnelli, […] i
militari del nucleo economico finanziario di Torino hanno trovato una
ventina di faldoni con i documenti di «domestici, cuochi, autisti,
governante, guardarobiera, maggiordomi». Per realizzare quella che i pm
ritengono esser una «strategia evasiva», ossia non pagare le tasse
sull'eredità in Italia, John avrebbe assunto formalmente il personale
delle residenze di Villa Frescot, Villa To e Villar Perosa che
«assisteva di fatto Marella Caracciolo».
A sommarie informazioni è stata sentita anche Carla Cantamessa, che si
occupava della gestione amministrativa delle abitazioni riconducibili
alla famiglia Angelli-Elkann. […] «al momento della perquisizione (del 7
febbraio, ndr) contattava immediatamente Gianluca Ferrero (il
commercialista di famiglia indagato, ndr), avvisandolo dell'arrivo della
Finanza e mostrando timore e preoccupazione per documenti che avrebbe
dovuto "nascondere"».
In quel momento, però, i finanzieri stavano bussando anche alla porta
del commercialista, che quindi ha subito riagganciato il telefono. Tra
il materiale che le è stato sequestrato ci sono anche documenti sui
«giardinieri dismessi dal 2020», ossia successivamente alla morte di
Marella. La "prova del nove" è che quasi tutti i dipendenti assunti da
John sono stati licenziati dopo che sua nonna, il 23 febbraio 2019, è
deceduta.
Secondo i legali degli Elkann non esistono gli estremi del reato di
truffa ai danni dello Stato nel caso di mancato pagamento della tassa di
successione. Avvalendosi anche di un parere del professore Andrea
Perini, docente di diritto penale tributario, hanno specificato […] che
al massimo si tratta di un illecito amministrativo. Per i pm, invece,
gli «artifizi e i raggiri» previsti dal reato di truffa si sono
concretizzati proprio nel trucco della residenza in Svizzera di Marella,
con il quale i tre nipoti avrebbero «indotto in errore» l'Agenzia delle
entrate […], e così facendo avrebbero tratto «l'ingiusto profitto» di
risparmiare tra i 42 e i 63 milioni di euro di tasse.
Tra l'altro, la «strategia evasiva» è esplicitata nel cosiddetto
«vademecum della truffa» redatto da Ferrero, in cui si consiglia a
chiare lettere «di non sovraccaricare la posizione italiana di Marella
Caracciolo», facendo assumere i suoi dipendenti al nipote maggiore.
L'altro punto su cui insistono le difese è il «ne bis in idem», il
principio in base al quale non si può essere giudicati due volte per lo
stesso fatto.
Ma la truffa ai danni dello Stato era già stata ipotizzata dalla Procura
torinese prima che venisse eseguito il secondo sequestro, ora impugnato
dagli Elkann e da Ferrero. I giudici, dopo quasi quattro ore di udienza,
si sono riservati di decidere entro sabato prossimo. […]
EREDITÀ AGNELLI, 'I QUADRI SONO CUSTODITI AL LINGOTTO'
Francesca Brunati e Igor Greganti per l’ANSA
Sarebbero tutte rintracciate e rintracciabili, e donate dalla nonna ai
nipoti Elkann, le 13 opere d'arte, parte del tesoro lasciato da Gianni
Agnelli, e che un tempo arredavano Villa Frescot e Villar Perosa a
Torino e una residenza di famiglia a Roma, e ora reclamate dalla figlia
Margherita, unica erede dei beni immobili dopo la morte della madre e
moglie dell'Avvocato, Marella Caracciolo di Castagneto, la quale ne
aveva l'usufrutto.
E' quanto risulta in sintesi da una relazione depositata alla Procura di
Milano dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Gdf
nell'inchiesta che ha portato il gip Lidia Castellucci ad archiviare la
posizione di un gallerista svizzero e di un suo collaboratore accusati
di ricettazione e a disporre, su suggerimento di Margherita nella sua
opposizione alla richiesta di archiviazione, ulteriori accertamenti.
L'informativa delle Fiamme Gialle è stata redatta in base alle
testimonianze, riportate nell'atto, di Paola Montalto e Tiziana Russi,
persone di fiducia di Marella Caracciolo, le quali si sono occupate
degli inventari dei beni ereditati. Le due donne, sentite come una terza
persona al servizio della moglie dell'Avvocato, hanno ricostruito che
quelle tele di artisti del calibro di Monet, Picasso, Balla e De Chirico
erano alle pareti dell'appartamento romano a Palazzo
Albertini-Carandini, di cui Margherita ha la nuda proprietà, e che
furono poi donate ai tre nipoti John, Lapo e Ginevra dalla nonna.
Dichiarazioni, queste, a cui è stato trovato riscontro: come è emerso
successivamente alle tre deposizioni, quasi tutte le opere d'arte sono
state trovate al Lingotto durante una ispezione della Guardia di
Finanza, delegata dalla Procura torinese nell'indagine principale
sull'eredità. Una invece sarebbe in una casa a St. Moritz e una sua
copia nella pinacoteca di via Nizza.
Dalle consultazioni di una serie di banche dati "competenti", in
particolare quelle del ministero della Cultura e la piattaforma S.u.e.
(Sistema uffici esportazione) è stato appurato che non ci sono state
movimentazioni illecite né esistono particolari vincoli sui quadri e che
il Monet, che si sospettava fosse falso, è stato sottoposto a una
perizia che ne ha acclarato l'autenticità.
Visto gli esiti delle nuove indagini, i pm milanesi coordineranno con i
colleghi di Torino, ai quali, non si esclude potrebbero trasmettere gli
atti per competenza. Sul caso fonti vicine a Margherita chiariscono che
"i quadri oggetto di denuncia nel procedimento di Milano (che prosegue)
non possono essere stati donati, in quanto Marella non ne aveva la
proprietà.
Peraltro, non risulta ad oggi formalizzato alcun documento di donazione.
Comunque, qualora le indiscrezioni fossero confermate, vi sarebbero atti
invalidi e verrebbe richiesta l'immediata restituzione delle opere che
sono e restano di proprietà di Margherita Agnelli". Una questione,
quella della proprietà, che potrà sciogliere solo la magistratura.
FAIDA EREDITÀ AGNELLI: IL GIALLO DEI 13 QUADRI E DEGLI ORIGINALI SPARITI
Estratto dell’articolo di Ettore Boffano e Manuele Bonaccorsi per “il
Fatto quotidiano”
Diventa un giallo milionario […] la verità sulle opere della Collezione
Agnelli finite nell'inchiesta penale sull'eredità della vedova
dell’avvocato, Marella Caracciolo.
Secondo un’annotazione della Guardia di Finanza di Milano, consegnata al
procuratore aggiunto milanese Luca Fusco, 13 di quei quadri non
sarebbero infatti scomparsi dalle dimore italiane della dinastia (come
ha denunciato la figlia di Gianni Agnelli, Margherita), ma sarebbero
state donate dalla nonna Marella ai tre nipoti John, Lapo e Ginevra
Elkann e ora sarebbero “rintracciati e rintracciabili” in un caveau
della Fiat Security al Lingotto e in Svizzera.
Molto diverso, invece, ciò che emergerebbe dalle indagini che stanno
svolgendo la Procura e la Gdf di Torino, dopo un esposto di Margherita
contro i tre figli. Un fascicolo, al quale nei prossimi giorni sarà
allegato quello di Milano, che ha portato i pm torinesi a indagare i tre
Elkann per i “raggiri e gli artifizi” messi in opera per costruire una
“inesistente residenza svizzera” della nonna.
Nei sequestri effettuati lo scorso 8 febbraio, i finanzieri avevano
visitato anche un caveau nella palazzina storica Fiat del Lingotto, dove
erano conservati arredi di valore un tempo presenti nelle residenze
dell’avvocato di Villar Perosa, di Villa Frescot a Torino e
nell’appartamento di Palazzo Albertini davanti al Quirinale.
Il Fatto Quotidiano e Report […] hanno ricostruito però che gli
inquirenti torinesi hanno rinvenuto al Lingotto solo due originali, La
Chambre di Balthus e il Pho Xai di Gérome, e invece tre copie di modesto
valore di altri tre capolavori: il Glacons effect blanc di Monet, La
scala degli addii di Balla e il Mistero e malinconia di una strada di De
Chirico.
Ma dove sono gli originali? Secondo gli Elkann, […] sarebbero sempre
stati a Sankt Moritz, nella villa Chesa Alkyon dell’avvocato. Per il
momento, la Procura torinese sta approfondendo soprattutto le vicende
legate alla residenza svizzera di Marella e agli eventuali resti
fiscali. Ma è probabile che in un secondo tempo, […] i pm ordinino una
perizia per accertare l’esatta datazione delle copie.
Se emergesse, infatti, che esse sono state realizzate dopo il 24 gennaio
2003, giorno della morte di Gianni Agnelli, allora le indagini
potrebbero estendersi a verificare quando e come gli originali hanno
lasciato l’italia per la Svizzera e sostituiti con le copie. Se fosse
mai dimostrato che i tre quadri si trovavano in Italia, allora potrebbe
trattarsi di un reato. E anche piuttosto grave: esportazione illecita di
opere d’arte, punito dal Codice dei beni culturali con una pena dai 2 a
8 anni di reclusione.
Tutto potrebbe essere prescritto: ciò che invece non si prescriverà mai
è il diritto da parte dello Stato di rivendicare il rientro delle opere
in Italia, con un sequestro. A sostegno delle tesi degli Elkann, secondo
la Gdf di Milano, ci sarebbero anche le testimonianze di due segretarie
di Marella, Paola Montaldo e Tiziana Russi, e di un altro domestico che
avrebbero confermato come la nonna avesse donato quei quadri ai nipoti.
Qualcosa che contraddice l’elenco delle opere acquisito dal procuratore
aggiunto Fusco nel 2009, in un’altra inchiesta sull’eredità Agnelli, e
di cui Report e il Fatto Quotidiano sono entrati in possesso. Una lista
ritenuta veritiera da due personaggi chiave: colui che l’ha redatta,
Stuart Thorton, storico maggiordomo inglese di Agnelli, ed Emmanuele
Gamna, ex avvocato di Margherita che trattò la suddivisione delle opere
tra madre e figlia nel 2004.
Il documento riporta quotazione (assai al ribasso) e collocazione delle
opere. Il De Chirico si trovava a Roma: valore 7 milioni. Il Balla
anch’esso era nella Capitale: 2 milioni. C’era infine il Monet che
risultava essere a Villa Frescot: 8 milioni. L’originale non si sa dove
si trovi.
I quadri di Roma […] erano lì almeno fino al 2018, quando un
trasportatore, il torinese Giorgio Ghilardini, li prelevò: la bolla del
trasporto è stata sequestrata dai pm torinesi. Infine, il professor
Lorenzo Canova, direttore scientifico della fondazione De Chirico,
ricorda che il suo maestro, l’insigne storico dell’arte Mauro Calvesi,
aveva visto l’originale di Mistero e melanconia di una strada
nell’appartamento romano dell’avvocato.
“Me lo presterebbe per una mostra”, chiese il critico ad Agnelli.
“Preferirei di no, i quadri a volte voglio scambiarli, questo non voglio
sia notificato al ministero”, avrebbe risposto il “signor Fiat”.
[…] Margherita Agnelli ritiene […]che le opere le siano state sottratte
dall’eredità della madre Marella e, comunque, chiederà la nullità della
presunta donazione ai figli. Ma il punto non è questo. Quelle opere, a
chiunque spettino, devono rimanere in Italia. Così almeno dice la legge
[…]
LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA
FORZA E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche e
meteriologiche imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.
Che lo Spirito Santo porti
buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !
CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI
UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O
SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE
AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla
perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !
Mb 05.04.12; 29.03.13;
ATTENZIONE IL MIO EX SITO
www.marcobava.tk e' infetto se volete un buon antivirus
gratuito:
Marco Bava ABELE: pennarello di DIO,
abele, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista
responsabile.
Sono quello che voi pensate io sia
(20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)
La giustizia non esiste se mi mettessero
sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni
all'auto.
(12.02.16)
TO.05.03.09
IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA
SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI
PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI
SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ
COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI IL PANE E LA ACQUA
QUOTIDIANI E LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI
REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE, LA PACE NEL MONDO,
IL BENESSERE SOCIALE E LA COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI. TU SEI GRANDE ED
IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E FIGLI.
TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE
L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .
SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A
TE.
Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile
"d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale
per questa ragione (12.02.16)
Non prendo la vita di
punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)
La vita e' fatta da
cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si
vorrebbero fare.(20.01.16)
Il mondo sta
diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per
irresponsabilità politica (16.02.16)
I cervelli possono
viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e'
soggettivo. (19.02.17)
L'auto del futuro non
sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che
permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la
PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono .
Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno
, e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di
sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto.
INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone
possono essere confrontate con i prototipi del prossimo
salone.(18.06.17)
La siccità e le
alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che
invece che utilizzare risorse per cercare inutilmente nuovi
pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo,
dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui
rischiano di estinguersi . (31.10.!7)
L'Italia e' una
Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente
con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)
La prepotenza della
FIAT non ha limiti . (05.11.17)
I mussulmani ci
comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)
In Italia mancano i
controlli sostanziali . (09.11.17)
Gli alimenti per
animali sono senza controllo, probabilmente dannosi, vengono
utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un
oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza
alcun rispetto ai loro veri bisogni alimentari. (20.11.17)
Ho conosciuto
l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo
abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)
L'elicottero di Jaky
e' targato I-TAIF. (20.11.17)
La Coop ha le
agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando
come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso
d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato.
(20.11.17)
Sono 40 anni che :
1 ) vedo bilanci
diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni
diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire
che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?
2) faccio esposti e
solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al
Parlamento e' andato avanti ?
(21.11.17)
La Fornero ha firmato
una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)
Si puo' cambiare il
modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)
La FIAT-FERRARI-EXOR
si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro
compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la
residenza fiscale in Sw (21.11.17)
La prova che e' il
femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si
sono rotte ossa, (21.11.17)
Carlo DE BENEDETTI un
grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993
aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo
produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori
CARENA-FIGINI. (21.11.17)
Quando si dira' basta
anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)
Per i consiglieri
indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo
(11.12.17)
La maturita' del
mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione
dei bitcoin (18/12/17)
Chi risponde
civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)
Non e' la FIAT
filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di
non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto
più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della
LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI
(13.02.18).
Infatti quando si
comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella
scissione
Tesi si laurea
sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di
agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e'
diventato il padrone :
Prima di educare i
figli occorre educare i genitori (13.03.18)
Che senso ha credere
in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito
Gesu' che e' il figlio di DIO come provato per ragioni storiche da
almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani
declassano Gesu' da figlio di DIO a profeta perché riconoscono
implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio
di DIO. E tutti gli usi mussulmani rappresentano una palese
involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne
(19.03/18)
Il valore aggiunto per
i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)
I medici lavorerebbero
gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi
per pagarle ? (26.03.18 )
lo sfregio delle auto
di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio
alla polizia con i loro autisti (19.03.18)
Se non si tassa il
lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di
scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto
a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)
Quanto poco conti
l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI
GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla
FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).
Credo che la lotta
alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione
internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare
tangenti (27/04/2018)
Non riusciamo neppure
piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i
mirtilli....(27/04/2018)
Abbiamo un capitalismo
sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare
soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e
degli operai (27.04.18)
Le imprese dell'acqua
e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente
(29.05.18)
Nel 2004 Umberto
Agnelli, come presidente della FIAT, chiese a Boschetti come
amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della
nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio
ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente
Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang
che avrebbe dovuto essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare
la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per
svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che
non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat
perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128
che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una
fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del
carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO venne licenziato da
Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi
disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma
nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la
Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai
venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi
RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO !
Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale
dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per
raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la
Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del
prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate
tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI,
molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)
La differenza fra
ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti
lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che
aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.
FATTI NON PAROLE E
FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi
utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA
DIRETTA. Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha
distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI
GABETTI (04.06.18).
Piero ANGELA : un
disinformatore scientifico moderno in buona fede su auto
elettrica. auto killer ed inceneritore (29.07.18)
Puoi anche prendere il
potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto
(01.08.18)
Ho provato la BMW i8
ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete !
(20.08.18)
LA Philip Morris ha
molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso,
aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari.
Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha
un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che
lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche
l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da
sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager
italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era
anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67
milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio
2018 ). E PROSSIMAMENTE un'uomo Philip Morris uccidera' anche la
FERRARI . (20.08.18) (25.08.18)
Prodi e' il peccato
originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo' l'ALFA ROMEO alla
FIAT) ad oggi (25.08.18)
L'indipendenza della
Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche
politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che
potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)
Ho sempre vissuto solo
con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed
oggettive. (28.08.18)
Buono e cattivo fuori
dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un
uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza
che i bambini non hanno (20.10.18)
Ma la TAV serve ai
cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri
soldi ? PERCHE' ?
Un ruolo presidenziale
divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una
Repubblica Presidenziale (11.11.2018)
La storia occorre
vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e'
finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)
I SITAV dopo la marcia
a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella
francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)
La storia politica di
Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei
diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della
lungimiranza di Fassino , (18.12.18)
Perche' sono
investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto
per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e
quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi
vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione
non vanno bene ? (27.12.18)
Le auto si dividono in
auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di
valore (28.12.18)
Fumare non e' un
diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria
famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza
sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)
Questo mondo e troppo
cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)
Le ONG non hanno altro
da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli
scafisti ? (11.02.19)
La giunta FASSINO era
inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)
Quello che l'Appendino
chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)
La spesa pubblica
finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari
(19.07.19)
AMAZON e FACEBOOK di
fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il
Governo Americano ?
(09.08.19)
LA GRANDE MORIA DI
STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)
Il computer nella
progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed
innovazione. (17.08.19)
L' uomo deve gestire i
computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non
annullarle (18.08.19)
LA FIAT a Torino ha
fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO !
Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo
di saperlo ! (13.09.19)
Non potro' mai essere
un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il
politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)
L'arretratezza
produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da
anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a
dx.sx, che costa molto (09.10.19)
IL CSM tutela i
Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI
e Davide Rossi ? (10.10.19).
Le notizie false
servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole
(12.10.19)
L'illusione startup
brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli
all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie
al alto valore aggiunto (15.10.19)
Gli esseri umani
soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti
piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e
cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)
Non e' logico che
l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad
emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di
lavoro. (22.10.19)
L'intelligenza
artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi
rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la
massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter
pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci
diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori (24.11.19)
Quando ci fanno
domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati
solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)
La prova che la
qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^
si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere
(27.11.19)
Per combattere
l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e
nel pagamento (29.11.19)
La famiglia e' come
una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti
(25.12.19)
Le tasse
sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa
e sa non importa (25.12.19)
Il calcio e l'oppio
dei popoli (25.12.19)
La religione nasce
come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un
tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)
L'auto a guida
autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed
il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini
Il vero potere della
burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il
cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per
crearli. Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve
essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)
Gli immigrati tengono
fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le
etnie piu' queste divideranno l'Italia sovrastando gli italiani
imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio.
(05.01.20)
La sinistra e la lotta
alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere
come ragione di vita (07.01.20)
Credo di avere la
risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no
a mangiare la mela ? Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai
quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti.
(07.01.20)
Le sardine rappresenta
l'evoluzione del buonismo Democristiano e la sintesi fra Prodi e
Renzi, fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta
(08.01.20)
Un cavallo di razza
corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)
PD e M5S 2 stampelle
non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)
non riconoscere i propri errori significa
sbagliare per sempre (12.04.20)
la vera ricchezza dei ricchi sono i figli
dei poveri, una lotteria che pagano tutta la loro vita i figli ai
genitori che credono di non avere nulla da perdere ! (03.11.21)
GLI YESMEN SERVONO PER
CONSENTIRE IL MANTENIMENTO E LO SVILUPPO E L'OCCULTAMENTO DEGLI
INTERESSI OCCULTI DEL CAPITALISMO DISTRUTTIVO. (22.04.22)
DALL'INTOLLERANZA NASCE LA
GUERRA (30.06.22)
L'ITALIA E' TERRA DI
CONQUISTA PER LE BANDE INTERNE DEI PARTITI. (09.10.22)
La dimostrazione che non
esista più il nazismo e' dimostrato dalla reazione europea contro Puntin
che non ci fu subito contro Hitler (12.10.22)
Cara Meloni nulla giustifica
una alleanza con la Mafia di Berlusconi (26.10.22)
I politici che non
rappresentano nessuno a cosa servono ? (27.10.22)
Di chi sono Ambrosetti e
Mckinsey ? Chi e' stato formato da loro ed ora e' al potere in ITALIA ?
Lo spunto e' la vicenda Macron . Quanti Macron ci sono in Italia ? E chi
li controlla ? Mckinsey e' una P2 mondiale ?
Mb
Piero Angela ha valutato che
lo sbarco sulla LUNA ancora oggi non e' gestibile in sicurezza ?
(30.12.22)
Le leggi razziali = al Green
Pass (30.03.23)
Dopo 60 anni il danno del
Vaiont dimostra il pericolo delle scelte scientifiche come il nucleare,
giustificato solo dalle tangenti (10.10.23)
LA
mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,
perche' DIO ESISTE, ANCHE SOLO per assurdo.
IL MONDO HA
BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO'
CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !
PER QUESTO IL
MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !
LA VIOLENZA
DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI
che potrebbe stare dietro a Berlusconi.
IL GOVERNO
DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI, IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO
perche' vetusto obsoleto e compromesso !
E' UN GIOCO AL
MASSACRO dell'arroganza !
SE NON CI
FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !
Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo
vincere .Mb 15.05.13
Torino 08.04.13
Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria
economica del valore che definisce
1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:
Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il
fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del
fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la
produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.
2) liberalizzazione dei taxi
collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a
tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare
per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i
cittadini.
3) tre sono gli obiettivi principali
della politica : istruzione, sanita', cultura.
4) per la sanità occorre un centro
acquisti nazionale ed abolizione giorni pre-ricovero.
LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO
E RISPARMIO.(02.02.10)
Se non hai via di uscita,
fermati..e dormici su.
E' PIU' DIFFICILE
SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
Ciascun uomo vale in funzione
delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
Vorrei ricordare gli uomini
piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto
fare !
LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA
MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE
PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
PIU' I MEZZI SONO POVERI X
RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA
MORTE.
MEGLIO NON ILLUDERE CHE
DELUDERE.
L'ITALIA , PER COLPA DI
BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3
VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU'
POVERI ALMENO 2 VOLTE.
LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI
DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',
QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ' CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE
E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL
10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE
CHIESE)
la vita eterna non puo' che
esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento
di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA
VERAMENTE UNA STRADA.
QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI
CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER
AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
IL PRESENTE E' FIGLIO DEL
PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER
DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER
ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI
TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
IL DISASTRO
DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE
STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
Quante
testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate
per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI
PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI
SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)
L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne'
temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata
per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la
cruna di un ago ..."
sapere x capire (15.10.11)
la patrimoniale e' una 3^
tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)
SE LE FORZE DELL'ORDINE
INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE
MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117 PER UN PROBLEMA BANALE MI HA
RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)
GRAN PARTE DEI PROFESSORI
UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON
ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI (
DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)
Spesso chi compera auto FIAT lo
fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)
Gli immigrati per protesta nei
centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli
affinché li redistruggono? (18.10.20)
Abbiamo più rispetto per le cose che per le
persone .29.08.21
Le ragioni per cui Caino ha ucciso
Abele permangono nei conflitti umani come le guerre(24.11.2022)
Quelli che vogliono l'intelligenza
artificiale sanno che e' quella delle risposte autmatiche
telefoniche? (24.11.22)
L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA
PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI
GESU'. 15.06.09
DIO CON I PESI CI DA
ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA
FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)
IL BAVAGLIO della Fiat nei miei
confronti:
IN DATA ODIERNA HO
RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del
gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con
attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso
cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi
amministratori. Fatte salve iniziative
autonome anche
davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal
proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora,
veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie
tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per
tutelare le quali mi riservo iniziative
esclusive
dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09
TEMI SUL
TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:
IL TRIBUNALE DI TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA
TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE
Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie
dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la
Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di
minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto
come e quando vuole, basta leggere la sentenza
PERCHE' TORINO
HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?
Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo
citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI. Gli feci presente che
dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato
incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui
disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo
delle indagini.
A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza
aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del
"suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.
Mb
02.04.17
grazie a
Dio , non certo a Jaky, continua la ricerca della verità sull'omicidio
di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il
servizio de LA 7, e gli articoli di Visto, ora il Corriere e Rai 2 ,
infine OGGI , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio
portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10
ANTONIO
PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-
CRONACA
| giovedì 10 novembre 2011,
18:00
Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".
Il
giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla
famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di
curiosità ed informazioni inedite
Per
dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli,
precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano,
sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare
autopsia.
Anonime
“fonti investigative” tentarono in più occasioni di
screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava
un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia
fu mai fatta.
Ora
Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che
accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante,
pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la
prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche
raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa
settimana presenta.
Perché
la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo
destinato a ereditare il più grande capitale industriale
italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici
però che riguardano la famiglia Agnelli.
Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione
del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei
rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio
Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo
di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi,
Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che,
nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano
assai più di politici e governanti.
Il
volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta
sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose
e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più
importante d’Italia.
Mondo AGNELLI :
Cari amici,
Grazie mille per
vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa
storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana
scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie
Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in
piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in
Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei
torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )
Un libro che riporta palesi falsita'
sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con
Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad
ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta.
Intanto anche grazie a queste falsita' il prezzo del libro passa da 15 a
19 euro! www.marcobava.it
17.12.23
Il Sole 24 Ore:
La Giovanni Agnelli Bv ha deciso
di rivedere anche il sistema di governance. Le nuove disposizioni, […]
identificano tre interlocutori chiave tra gli azionisti: il Gruppo
Giovanni Agnelli, il Gruppo Agnelli e il Gruppo Nasi. Si tratta di tre
blocchi che raggruppano a loro volta gli undici rami famigliari storici.
Il primo quello della Giovanni Agnelli coincide con la Dicembre e dunque
pesa per il 40%. Segue il gruppo Agnelli con il 30% e il gruppo Nasi a
cui fa capo il 20%. I componenti del cda della GA BV sono espressione
proprio di questi tre “macro” gruppi famigliari della dinastia torinese.
Ognuno di loro esprime due rappresentanti nel board della Giovanni
Agnelli Bv e uno nel board di Exor. Oggi il Gruppo Giovanni Agnelli ha
indicato nel board della società olandese Andrea Agnelli e Alexander
Von Fürstenberg. E questo nonostante Andrea Agnelli, che nel
frattempo vive stabilmente ad Amsterdam, di fatto faccia parte di un
altro blocco, quello del Gruppo Agnelli.
Per quest’ultimo i due membri del board sono Benedetto della Chiesa e
Filippo Scognamiglio. Infine, per il gruppo Nasi Luca Ferrero
Ventimiglia e Niccolò Camerana. I consiglieri del Cda della Bv sono
nominati ogni 3 anni e decadono automaticamente al compimento di 75
anni. Ogni gruppo inoltre esprime un proprio rappresentante nel Cda
di Exor che oggi sono Ginevra Elkann (Gruppo Giovanni Agnelli), Tiberto
Ruy Brandolini D’Adda (Gruppo Agnelli) e Alessandro Nasi (Gruppo Nasi).
Accanto al cda dell Bv resta in vita il Consiglio di famiglia, organo
non deliberativo ma consultivo e formato da 32 membri.
Questa la nuova struttura
societaria della Giovanni Agnelli Bv
per quote di possesso.
Dicembre (John Elkann , Lapo e Ginevra): 39,7%
Ramo Maria Sole Agnelli: 11,2%
Ramo Agnelli (Andrea Agnelli e Anna Agnelli): 8,9%
Ramo Giovanni Nasi: 8,7%
Ramo Laura Nasi-Camerana: 6%
Ramo Cristiana Agnelli: 5,05%
Ramo Susanna Agnelli: 4,7%
Ramo Clara Nasi-Ferrero di Ventimiglia: 3,4%
Ramo Emanuele Nasi: 2,5%
Ramo Clara Agnelli: 0,28%
Azioni proprie: 8,2%
Dovranno andare avanti le
indagini della Procura di Milano con al centro il tesoro di Giovanni
Agnelli, 13 opere d'arte che arredavano Villa
Frescot e Villar Perosa a Torino e una residenza di famiglia a Roma,
sparite anni fa e ora reclamate dalla figlia Margherita unica erede dopo
la morte della madre e moglie dell'Avvocato, Marella Caracciolo di
Castagneto, la quale aveva l'usufrutto dei beni.
Mentre riprenderà a Torino la battaglià giudiziaria sull' eredità
lasciata dall'Avvocato, il gip milanese Lidia Castellucci, accogliendo
in parte
i suggerimenti messi nero su bianco da Margherita nell'opposizione alla
richiesta di archiviazione dell'inchiesta, ha indicato al pm Cristian
Barilli e al procuratore aggiunto Eugenio Fusco di raccogliere le
testimonianze di Paola Montalto e Tiziana Russi, entrambe persone di
fiducia di Marella Caracciolo, le quali si sono occupate degli inventari
dei beni ereditati, e di consultare tutte le banche dati «competenti»
comprese quelle del Ministero della Cultura e la piattaforma S.U.E.
(Sistema Uffici Esportazione).
Secondo il giudice, che invece ha archiviato la posizione di un
gallerista svizzero e di un suo collaboratore indagati per ricettazione
in base
alla deposizione di un investigatore privato a cui non sono stati
trovati riscontri (secondo lo 007 avrebbero custodito in un caveau a
Chiasso il
patrimonio artistico), gli ulteriori accertamenti potrebbero essere
utili per identificare chi avrebbe fatto sparire la collezione composta
da
quadri di Monet, Picasso, Balla, De Chirico, Balthus, Gérome, Sargent,
Indiana e Mathieu.
Collezione di cui Margherita ha denunciato a più riprese la scomparsa,
gettando ombre anche sui tre figli del primo matrimonio: John, Lapo e
Ginevra Elkann, e in particolare sul primogenito.
I quali «della sorte o delle ubicazioni di tali opere», hanno saputo
«riferire alcunché».
E poiché ora lo scopo è recuperarle dopo che, per via dei vari
traslochi, si sono volatilizzate, «appare utile procedere
all'escussione» delle due
donne che «si sono occupate degli inventari degli immobili» e che,
quindi, «potrebbero essere a conoscenza di informazioni rilevanti» in
merito agli spostamenti dei quadri e alla «eventuale presenza di
inventari cartacei da esse redatti».
E poi per «verificare le movimentazioni di tali opere, appare opportuno»
compiere accertamenti sulle banche dati comprese quelle del
ministero.
Infine, per effetto di un provvedimento della Cassazione, torna ad
essere discusso in Tribunale a Torino il procedimento penale, promosso
da
Margherita nei confronti dei figli John, Lapo e Ginevra Elkann per una
questione legata all'; eredità di suo padre.
Il processo era stato sospeso in attesa dell'esito di due cause in
Svizzera, ma ieri la Suprema Corte ha respinto il ricorso degli Elkann,
come
hanno fatto sapere fonti legali vicine alla loro madre, e ha stabilito
essere «pienamente sussistente la giurisdizione italiana», annullando
l'ordinanza torinese.
«Nella verifica che tali giudici saranno chiamati ad effettuare -
sottolineano gli avvocati - si dovrà tener conto anche della residenza
abituale
di Marella Caracciolo», che a loro dire era in Italia, «e della
opponibilità dell'accordo transattivo del 2004 nella successione
Agnelli, con
possibili rilevanti ripercussioni sugli assetti proprietari della
Dicembre», la società che fa capo agli eredi.
Fiat Nuova 500 Cabrio
Briosa e chic en plein air
Piacevole da guidare, la Fiat Nuova 500 Cabrio è una citycar elettrica
dallo stile elegante e ricercato. Comoda solo davanti, ha una discreta
autonomia e molti aiuti alla guida. Ma dietro si vede poco o nulla.
Quando lo dicevo io a Marchionne lui mi sfotteva dicendo che ci avrebbe
fatto un buco. Ecco come ha distrutto l'industria automobilistica
italiana grazie al potentissimo Fassino, grazie ai suoi elettori da 40
anni.
SE VUOI COMPERARE IL
LIBRO SUL SUICIDIO SOSPETTO DI EDOARDO AGNELLI A 10 euro manda email
all'editore (info@edizionikoine.it)
indicando che hai letto questo prezzo su questo sito , indicando il tuo
nome cognome indirizzo codice fiscale , il libro ti verrà inviato per
contrassegno che pagherai alla consegna.
NON
DIMENTICARE CHE:
Le informazioni
contenute in questo sito provengono
da fonti che MARCO BAVA ritiene affidabili. Ciononostante ogni lettore
deve
considerarsi responsabile per i rischi dei propri investimenti
e per l'uso che fa di queste di queste informazioni
QUESTO SITO non deve in nessun
caso essere letto
come fonte di specifici ed individualizzati consigli sulle
borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
contenute in sono fornite come un servizio di
pura informazione.
Ognuno di voi puo' essere in grado di valutare quale
livello di
rischio sia personalmente piu' appropriato.
In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri
dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi testimoniate e
approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite.
Per questo la sapienza di Dio ha detto: "Manderò loro profeti e apostoli
ed essi li uccideranno e perseguiteranno", perché a questa generazione
sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio
del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso
tra l'altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a
questa generazione.
Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della
conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi
l'avete impedito».
Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo
in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli
insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa
bocca.
PUTIN
ENTRA DEFINITIVAMENTE ALL'INFERNO E Alexei Navalny IN PARADISO
In linea con l'omicidio di Gesu' Israele
continua ad uccidere e dal patto con DIO e' passata a quello con satana.
PROPOSTA AI PARTITI DI COSTITUIRE IL FRONTE ANTIFASCISTA GIACOMO
MATTEOTTI
PER LA TRIOLOGIA DELLA PACE:
PACE NEL MONDO
BENESSERE SOCIALE
COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI
Ger
38,4-6.8-10
Dal libro del profeta Geremìa
In quei giorni, i capi dissero al re: "Si metta a morte Geremìa, appunto
perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e
scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest'uomo
non cerca il benessere del popolo, ma il male". Il re Sedecìa rispose:
"Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di
voi".
Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un
figlio del re, la quale si trovava nell'atrio della prigione. Calarono
Geremìa con corde. Nella cisterna non c'era acqua ma fango, e così
Geremìa affondò nel fango.
Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: "O re, mio signore, quegli
uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa,
gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c'è
più pane nella città". Allora il re diede quest'ordine a Ebed-Mèlec,
l'Etiope: "Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa
dalla cisterna prima che muoia".
S L'America si mobilita
Springsteen e il sangue sulle strade di Minneapolis
Attraverso il ghiaccio e il freddo dell'inverno
Giù per Nicollet Avenue
Una città in fiamme ha combattuto fuoco e gelo
Sotto gli stivali di un occupante
L'esercito privato di Re Trump del Dipartimento della sicurezza
Con le pistole legate ai cappotti
È arrivato a Minneapolis per far rispettare la legge
O almeno così raccontano
Tra fumo e proiettili di gomma
Alla prima luce dell'alba
I cittadini si sono schierati per la giustizia
Le loro voci risuonavano nella notte
E c'erano impronte di sangue
Là dove avrebbe dovuto esserci misericordia
E due morti lasciati a morire su strade coperte di neve
Alex Pretti e Renee Good
Oh, nostra Minneapolis, sento la tua voce
Cantare nella nebbia insanguinata
Prenderemo posizione per questa terra
E per lo straniero in mezzo a noi
Qui, nella nostra casa, hanno ucciso e vagato liberi
Nell'inverno del '26
Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti
Per le strade di Minneapolis
CHI HA RICEVUTO QUESTO
TESTAMENTO DA GA ? E COSA NE HA FATTO ? ECCO IL MOVENTE DELL'OMICIDIO DI
EDOARDO OLTRE LA INCOMPATIBILITA' FRA LE LESIONI E LA GRANDE
PRECIPITAZIONE DAL PONTE GENERALE ROMANO .
2
Riflessioni sull’omicidio Edoardo Agnelli :
EDOARDO NON E' MAI STATO MUSSULMANO, ANCHE SE E' STATO UCCISO PERCHE' I
SUOI MANDATI VOLEVANO CHE LO SI PENSASSE:
OGGETTO :Perché Crosetto intuisce omicidio di Edoardo Agnelli che Minoli
nega ?
All ‘ AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA RAI dott.Gianpaolo Rossi
Pc al Ministro della Difesa Guido Crosetto
Buonasera
Dr.Rossi
Sono stato amico di Edoardo Agnelli , ed ho fatto esposti per suo
omicidio, per
incompatibilità tra lesioni riportate,5, ed una caduta da 84 metri, .
Il 09.03.25 sul Corriere Guido Crosetto afferma su EA : Non ho mai
creduto al fatto
che si sia suicidato. E non sono il solo.
Nessun canale di informazione Rai l'ha ripreso . Giudichi lei se era di
rilevanza
informativa questa dichiarazione e se non crede sia giunta l'ora di
realizzare un
servizio obiettivo sulla morte di EA visto :
1) che Minoli , non puo'; ignorare i fatti, come e'; avvenuto nella
puntata di La storia
siamo noi, con un medico legale che deduce le lesioni da delle foto, ed
il gen
Garofalo che nega a priori la testimonianza di un pastore. Soprattutto
visto che
dopo questa informazione di parte, Minoli e'; diventato Presidente del
Museo
d'arte contemporanea del castello di Rivoli.
2) Che il 29 ottobre Farwest registra per una interna giornata un
servizio sulla
morte di Edoardo Agnelli, con una mia intervista, di cui non manda in
onda il 7
novembre un solo fotogramma, preannunciando altre puntate che finora non
sono mai state messe in onda.
3) Che ulteriormente ho inviato alla Procura di Cuneo , che ha un
fascicolo aperto
sull’omicidio di Edoardo Agnelli dal 2018 una mia richiesta di
riesumazione del
cadavere di Edoardo Agnelli supportata da una consulenza medico legale
che
allego.
Perché questa censura mia e del Ministro Crosetto ?
Resto in attesa di una sua risposta.
Buon lavoro.
Marco BAVA
2
Intervista di Crosetto:
«Se ci sarà la missione Onu, potrebbe esserci anche l’italia»
• Corriere della Sera
• 9 Mar 2025
• Di Aldo Cazzullo e Tommaso Labate
Ministro Guido Crosetto, cuneese, 61 anni, dal 2022 guida la Difesa. Da
allora ha
lasciato le aziende di cui era azionista, attive nel campo del lobbying
e delle armi
L’odore del letame, la morte del padre, i due matrimoni, gli incontri
con Edoardo
Agnelli — «non credo al suicidio» —, Ferrero, Marchionne. L’addio a
Berlusconi: «Ci
disse che Giorgia poteva andarsene ma io dovevo restare». Le liti e
l’affetto con
Meloni. Guido Crosetto anticipa al Corriere la sua autobiografia. E
sull’ucraina: «Prima
o poi andrà l’onu, e l’Italia ha sempre partecipato alle missioni Onu».
Le amicizie: Edoardo Agnelli.
«Lo conobbi una sera a una festa a Torino. Diventammo amici e in certe
giornate
condivisi le idee, la cultura e anche le inquietudini di quel ragazzo
così colto, educato,
cortese e così introverso da essere l’opposto del padre, l’avvocato. Lo
dico senza
problemi: non sono in possesso di una verità alternativa ma non ho mai
creduto al
fatto che Edoardo si sia suicidato. E non sono il solo».
Allegati:
1) Consulenza medico legale sugli atti relativi al decesso di EA
2) Intervista di Crosetto:
«Se ci sarà la missione Onu, potrebbe esserci anche l’italia»
• Corriere della Sera
• 9 Mar 2025
• Di Aldo Cazzullo e Tommaso Labate
Riflessioni sull’omicidio Edoardo Agnelli :
https://www.youtube.com/watch?v=8nGVr1Echm4
1)Oggi e’ chiaro che le 5 fratture sul corpo di Edoardo Agnelli
non sono compatibili con una precipitazione da 94 metri a 150km/H.
2)Per cui la mia ricostruzione e’ che Edo e’ stato strangolato
con un rosario islamico , che e’ una prima firma, probabilmente ebraica,
come il ritrovamento , sotto il viadotto intitolato al generale dei
Carabinieri
Franco Romano, scomparso in un incidente aereo a Volpiano (TO) nel
1998, ed amico di Edoardo Agnelli, che e’ una seconda firma. Quella di
chi ha voluto la morte di un generale dei CARABINIERI cadendo con un
elicottero dell’arma .
3)Edoardo Agnelli voleva solo che fosse rispettato l’art.544 cc,
che, assegna, chiaramente e semplicemente, agli eredi legittimi un
patrimonio in successione legale, con quote legittime e disponibili,
per cui ad Edoardo Agnelli aspettava una quota legittima del 25% della
quota di Gianni Agnelli della Dicembre. Margherita si e’ rifiutata di
seguire questa decisione di Edoardo che rendeva nullo lo strumento
illegale di GABETTI e Grande Stevens, che poi Jaky ha rimosso : l’art.7
della Dicembre. Che stabiliva che le quote di Gianni Agnelli sarebbero
state rimborsate fuori dalla Dicembre di cui avrebbero preso il
controllo , con la morte di Gianni Agnelli, progressivamente, in un
primo momento , sino al 1996, Marella , dal 1996 Jaky. C’era solo il
problema di Margherita , che non ha mai voluto ascoltare suo fratello, e
che di fatto aveva la stessa quota di Marella e Yaky, ma il suo
avv.Gamna, professionista della Fiat, la convinse a vendere a Marella
la sua quota, mettendola fuori gioco definitivamente ed
irreversibilmente. Perché se un socio esce da una società con
l’assistenza di un avvocato di fiducia, non può affermare di essere
stata ingannata da chi l’ha consigliata. Per cui diventa un caso fra i 2
.
4)Quindi si sono aperte 3 fasi della successione a Gianni
Agnelli:
a.Luglio 1996, quando la quota di Gianni Agnelli avrebbe
dovuto essere annullata in capo agli eredi per dare il controllo della
Dicembre a Marella, assistita da Gabetti e Grande Stevens .
b.Dal luglio 1996 la reazione di Edoardo Agnelli a far uscire
dalla Dicembre Gabetti e Grande Stevens, ed a cambiare l’art.7 della
Dicembre, fa spostare il controllo della Dicembre su Jaky, ventenne,
più facilmente assistibile di Edoardo Agnelli, da Gabetti e i Grande
Stevens, attraverso il foglio di Montecarlo, quando Gianni Agnelli,
destina, come sue ultime volontà prima di una operazione in cui
rischiava la vita , le sue quote della Dicembre per lire 5.099.967.000
a Jaky che ne ha gia’ per 5.000.0000.000 di lire.
c.Però, nel gennaio 1998 Gianni Agnelli capisce, probabilmente,
la situazione, grazie ad una intervista di Edo sul Manifesto, ed annulla
la destinazione della sua quota Dicembre a Jaky , fatta nel luglio 96
prima dell’operazione rischiosa, destinandola in favore di Edoardo
Agnelli.
5)Ma Gianni Agnelli il 14.11.2000 desidera che le sue volontà
vengano esaudite , prima della sua morte, per cui ordina al notaio
Morone di formalizzare la donazione di lire 5.099.967.000 della Dicembre
ad Edo dandogli il controllo della Dicembre.
6)Vengono informati , probabilmente, di queste volontà Gabetti,
Grande Stevens , Marella e Jaky , ma non EA perché il giorno, 15.11.2000
sarebbe stato ucciso, per annullare sia il testamento sia la donazione.
7)Gabetti e Grande Stevens, 2 mesi prima del circa prima del suo
omicidio, volevano proporre ad Edoardo Agnelli una compensazione in
immobili della quota della Dicembre di Gianni Agnelli,che Edoardo
Agnelli ha sempre rifiutato, per 2 ragioni:
a.Senso del dovere.
b.Perché il valore delle quote della Dicembre dipendono dalla
gestione, mentre il valore degli immobili , come Frescot, per esempio,
era stato fatto con i quadri , che ora sono scomparsi. Infatti , anni
fa, Frescot era stata messa sul mercato a 10 milioni. Ma con i quadri ve
valeva il doppio. Ed oggi il valore potrebbe essere 2,5 milioni.
8)Per cui oggi la questione ha 2 profili uno civile ed uno
penale:
a.Quello civile e’ fondato su una vendita da Marella a Jaky per
vendita simulata che puo’ solo obbligare Jaky Lapo e Ginevra, a pagare
a Margherita il valore di quella vendita non certo a riottenere le quote
della Dicembre cedute fittizziamente da Marella a Jaky , Lapo e Ginevra.
b.Quello penale del reato di omicidio, non prescrivibile, di
Edoardo Agnelli per estrometterlo dall’eredita della quota di Gianni
Agnelli di controllo della Dicembre che era superiore a tutti gli altri
soci, con dei mandanti in vita che hanno avuto vantaggi
dall’annullamento della donazione di Gianni Agnelli ad Edo del controllo
della Dicembre .
9)Perché la Procura di Cuneo e Procura generale di TORINO, non
vogliono procedere per omicidio di Edo e cercare i mandanti e gli
esecutori visto che ci sono documenti che confermano un movente ?
I
segreti degli AgnelliAgnelli: Edoardo si convertì all'Islam? Ecco la
lettera con la veritàIn Iran è considerato un martire islamico. Ora
spunta un documento inedito
Andrea Monticone
Gennaio 2026 - 08:30xxxx
Edoardo Agnelli si era convertito all'Islam? C'è chi dice di sì,
riportando addirittura due momenti, due date, del suo percorso di
musulmano, mentre in Iran è considerato un martire, dalla sua morte per
certi versi ancora misteriosa. Adesso, però, abbiamo la possibilità di
dare una risposta a questa domanda, una risposta che viene direttamente
dal figlio di Gianni Agnelli e da una sua lettera che abbiamo potuto
vedere.
La data è quella del 1° febbraio 1994, il documento è battuto a macchina
in stampatello maiuscolo e reca l'intestazione di Villa Bona, dove il
figlio dell'Avvocato abitava, sulla collina torinese. Il destinatario è
un certo "Signor Homeni", cui Edoardo Agnelli dice senza tanti giri di
parole "non è vero che io appartengo alla fede islamica". Precisando
"ciò nonostante ne conosco i contenuti e so per certo più di lei che in
questo caso non ne sto violando i codici".
Edoardo Agnelli, infatti, era un grande studioso e appassionato di
religione. Per questo si dice che si fosse convertito all'Islam, già
negli anni 70, a New York, dopo aver letto il Corano nella biblioteca
del college. Alcuni siti Internet riportano anche il nome che avrebbe
scelto al momento dell'adesione all'Islam sciita, ossia Mahdi. Esistono
anche foto di un viaggio di Edoardo Agnelli in Iran, dove incontrò
l'ayatollah Khomeyni, nel 1981, e che lo ritraggono in preghiera.
Evidentemente proprio a quel viaggio fa riferimento questa lettera -
che, al pari di altre, fa parte di un carteggio consegnato all'amico
Marco Bava e da questi donato a una biblioteca a Settimo, con donazione
poi revocata -, in risposta al misterioso Homeni che, a quanto pare, gli
chiedeva soldi per favori legati a una scorta che il figlio
dell'Avvocato avrebbe avuto in Iran. Richiesta rispedita al mittente con
tanto di minaccia di denunce per calunnia.
La conversione all'Islam, il volo dal viadotto: "Edoardo Agnelli fu
ucciso"La battaglia dell'amico Marco Bava, i dubbi sul suicidio e il
ricordo come martire in Iran
Sul tono della lettera ha alcuni dubbi anche l'amico Bava, che lascia
intendere "che l'avesse battuta a macchina la segretaria di Gianluigi
Gabetti, per la forma. Ma al 50% è di Edoardo". Il quale aveva di sicuro
studiato il Corano, così come altre religioni. Il giorno della sua
morte, il 15 novembre 2000 precipitando da un viadotto della
Torino-Savona a Fossano, al collo aveva un rosario buddista. E, nel
periodo precedente, agli amici aveva confidato di volersi ritirare per
qualche tempo in un monastero.
La guerra per l'Eredità e la misteriosa fine di Edoardo: ecco le
rivelazioni shockParla l'amico del figlio dell'Avvocato: "Lui non sapeva
del testamento... Altri sì. Riesumate il suo corpo"
In Iran, come abbiamo detto, viene ricordato come un martire: il mondo
musulmano (e vari siti complottisti) non crede al suo suicidio, bensì
ipotizza che sia stato eliminato per non permettere che la Fiat finisse
controllata da un musulmano.
Questo, dunque, cui sembra di porre fine, era uno dei tanti gialli
attorno alla figura di Edoardo: a partire dalla sua morte, come si
diceva e come tante volte abbiamo scritto, e dalle ultime rivelazioni
scaturite nell'ambito della guerra per l'Eredità Agnelli fra sua sorella
Margherita e John Elkann.
Edoardo Agnelli era il vero erede? Ecco cosa accadde quel giorno di 25
anni fa...A Far West il caso del testamento segreto e la morte
misteriosa del figlio dell'Avvocato
Fra i documenti rivelati, infatti, c'è un "testamento segreto" di Gianni
Agnelli, che lo includeva appieno come erede destinandogli le quote
della società Dicembre che consente il controllo dell'impero di
famiglia. E, atroce particolare, la bozza di accordo per questo
passaggio di quote reca la data del 14 novembre 2000, il giorno prima
della sua morte.
La guerra per l'EreditàAgnelli,
segreti & morte
Le
rivelazioni shock , la tragica fine di Edoardo: "Ora riesumate il suo
corpo"
Andrea Monticone
E adesso riesumate il corpo di Edoardo Agnelli: dopo aver esumato i
segreti, le carte dimenticate, anche forse i “magheggi” per l’eredità di
Gianni Agnelli, passate al corpo del suo sfortunato figlio che, a quanto
scopriamo, era l’erede designato. Lo chiede l’amico di sempre di
Edoardo, ossia Marco Bava che, fin dal quel 15 novembre 2000, non ha mai
smesso di ribadire la sua verità: «Edoardo non può essersi suicidato».
4
Agnelli, la donazione dell'impero a Edoardo il giorno prima della sua
morte ECCO LE CARTE SEGRETE . Clamoroso colpo di scena: dopo il testamento
segreto spunta il documento della società Dicembre
Il pensiero di Bava si accompagna, adesso, alle ultime rivelazioni,
compresa quella bozza per la cessione delle quote della Dicembre già
pronta, da firmare, con la data del 14 novembre 2000. Il giorno dopo,
Edoardo veniva trovato privo di vita al di sotto del viadotto di
Fossano.
La conversione all'Islam, il volo dal viadotto: "Edoardo Agnelli fu
ucciso"La battaglia dell'amico Marco Bava, i dubbi sul suicidio e il
ricordo come martire in Iran
Vi avevamo raccontato, nei mesi scorsi, dei due esposti presentati in
Procura da Bava, per sostenere la tesi omicidiaria. Adesso, di fronte
alle ultime rivelazioni, ha presentato un nuovo esposto al ministro
della Giustizia Carlo Nordio, lamentando che la Procura Generale di
Torino non abbia avocato a sé l’indagine archiviata come suicidio della
Procura di Mondovì. Bava dice che si basa «sull’ipotesi che l’omicidio
di Edoardo presso la sua abitazione in Torino, si fonda sulla
incompatibilità delle lesioni da una caduta da 90 metri, rilevate non
dall’autopsia ma su rilievi sommari, e che invece sarebbero compatibili
con una caduta dal muretto di casa alto circa 5 metri. Rilievo che
avrebbe dovuto perlomeno far sorgere qualche dubbio al questore di
Torino Nicola Cavaliere, che invece, nonostante formalmente incompetente
per territorio, avvallò fin dall’inizio l’ipotesi del suicidio senza
risultino indagini su quella dell’omicidio sul suo territorio».
Eredità Agnelli, "i lingotti dell'Avvocato in mezzo ai tesori dei narcos".
E su Edoardo...La seconda parte dell'intervista a Gigi Moncalvo che
"sfida" gli Elkann e la Juventus
Sulla morte di Edoardo non c’è autopsia: il medico legale fece una
ricognizione del cadavere stabilendo la compatibilità delle ferite con
la caduta dal viadotto: ferite terribili, con fuoriuscita di materia
cerebrale dal cranio, fratture. La Fiat Croma di Edoardo fu registrata
dalle telecamere in ingresso al casello, risulterebbe una sola persona
alla guida. Ma perché il suicidio? Ed Edoardo sapeva di queste
disposizioni del padre?
Secondo Bava no, ma dice anche che, l’ultima volta che si erano sentiti,
gli aveva confidato «che dovevamo parlare della Dicembre». Anche in una
delle lettere che Edoardo Agnelli mandava spesso al padre si fa
riferimento a questo: «Dobbiamo parlare della Dicembre». Possibile che
il figlio ribelle volesse accettare davvero il ruolo di erede? In una
intervista, anni prima aveva dichiarato: «Ho un terzo delle quote di
Fiat, non sarà facile farmi fuori».
Agnelli, due esposti in Procura sulla morte di Edoardo e il "giallo" del
pentitoLa denuncia dell'amico: "Non può essersi suicidato". Quel volo
dal viadotto e l'autopsia mai eseguita
Per Gianni Agnelli quel figlio interessato alla filosofia e non
all’economia, all’ambiente e non all’industria, convertito all’Islam -
dicono, ma il giorno della morte aveva un rosario buddista -, alle
droghe, gli mostrava «la stessa follia di mio fratello Giorgio», morto
suicida lanciandosi da un balcone di una clinica in Svizzera.
Agnelli, la morte misteriosa dell'uomo che sparò all'Avvocato Voleva
vendere la Fiat. La lite furiosa e l'arrivo dell'ambulanza. La
testimonianza della compagna
Si era ipotizzato, tempo fa, che potesse essere Margherita a chiedere la
riesumazione del corpo del fratello, ma quello è un atto che non è mai
arrivato. Resta piuttosto qualche dubbio investigativo: perché non
esiste un testamento definitivo di Agnelli, dal momento che in quello
reso noto alla sua morte si fa ancora riferimento a Edoardo, morto tre
anni prima? Questi documenti possono avere un peso nella ridistribuzione
del potere in seno alla società Dicembre che consente il controllo
dell’impero Agnelli ora Elkann?
Oggi Edoardo Agnelli avrebbe 70 anni: ecco come sognava la sua Fiat
(senza John Elkann)Le lettere segrete del figlio ribelle dell'Avvocato,
dall'eroina alla morte misteriosa, passando per gli attacchi a Gabetti e
Marella
Gli Elkann parlano di clamore mediatico e promettono di difendere la
memoria di Gianni e Marella; i grandi depositari dei segreti
dell’Avvocato, Gabetti e Grande Stevens, se ne sono andati. Restano le
ombre di una dinastia alle prese con una guerra intestina più feroce di
quanto si possa pensare.
CARO YAKY GESU' AVEVA
AUTOREVOLEZZA NON AUTORITA' ed il fatto che citi piu' spesso
Marchionne che tuo nonno dimostra quanto poco avevate in comune.
Con Giovanni Alberto
Presidente della Fiat , La Nostra Fiat sarebbe stata più giusta e
fondata sul senso del dovere sociale di quella che fu di VALLETTA ,
che' e' stata di Marchionne che e' sarà di Jaky. La base sarebbe
stata la fusione di IFI in FIAT creando la Super FIAT. Si sarebbe
creata una super Holding automobilistica con la fusione di Fiat auto
in Ferrari e l'acquisizione di Volvo, Land Rover e Jaguar. L'auto
elettrica non sarebbe mai stata prodotta ma ci sarebbe oggi quella
ad H2, con reti per produrlo e venderlo in Europa, Asia e Usa , con
almeno Fiat-Lancia-Alfa , Toyota , BMW e Hyundai. La Fiat Holding
avrebbe creato: la HOLDING ENERGIA -TELECOMUNICAZIONI controllando
Telecom ed Eni-ENEL, la HOLDING GDO acquisendo Auchan-Carrefour, quella
SPORT E TEMPO LIBERO con Juve , quella alimentare con Buitoni e
Centrale del latte di TORINO, quella dell'informazione con LA STAMPA
e Video-informa, quella della salute con Genarco..... Avremmo
rispettato e dato continuita' attualizzandolo il lavoro svolto da
Gianni ed Umberto Agnelli, senza Gabetti, il prete. Mb
GLI ORIGINALI
delle lettere di EA NON SONO PIU' CUSTODITI DALLA BIBLIOTECA DI SETTIMO TORINESE
PER REVOCA DELLA DONAZIONE IN QUANTO NON LASCIAVA CONSULTARE AL
PUBBLICO L'ORIGINALE DELLE LETTERE DI EA. Per cui chi le vuole me le
chieda ed io gli inviero' la scannarizzazione.
SE VUOI AVERE UNA COPIA DELLE LETTERE DI EDOARDO
AGNELLI :
Intervento fatto al Collegio Carlo Alberto di Torino sulla censura
assembleare dell’art.11 del Decreto Capitali
E’ sempre positiva una analisi storica democratica.
Qui in p.za Arbarello a TORINO c'era la Facolta' di Economia ed ho
imparato l’ economia industriale dal prof Goss Pietro.
Che dai 25 anni ho potuto applicare concretamente direttamente con
Gianni Agnelli.
L’invidia dei docenti di Economia di TORINO per questa mia
esperienza formativa , mi e’ costata 16 anni di blocco per la
laurea in Economia a Torino , ottenuta poi in 16 mesi a Novara, a
cui e’ seguita una 2^ laurea in giurisprudenza a Torino per
riabilitarmi con il prof.Dezzani di Economia ae Commercio a Torino.
Altri 20 anni mi blocca Economia e Commercio di Torino per l'esame
da dottore Commercialista che poi supero a Roma.
A 30 anni proposi a Gianni Agnelli superFIAT, LA FUSIONE IFI
FIAT , che mi chiese di portare a Cuccia, e che Gabetti e Galateri ,
con cui collaboravo, ed a cui chiesi un aiuto, mi bloccarono.
Umberto Agnelli attraverso Boschetti mi propose di rifare la Stilo,
ma Morchio si oppose .
Muoiono Edoardo Agnelli Gianni Agnelli e Umberto Agnelli
, Gabetti ,attraverso donna Marella e Yaky sceglie Marchionne
che privo di conoscenze automobilistiche, ha lasciato a Yaky la
sola scelta di VENDERE la Fiat che sta progressivamente riducendo la
produzione negli stabilimenti italiani.
A cui Cirio,Urso e Pichetto rispondono rifiutando l’esame del mio
PROGETTO H2 PER AUTOTRAZIONE. Lo trovate sul mio sito
www.marcobava.it. Mentre DENORA ne REALIZZA uno suo IN LOMBARDIA
programmando il più importante stabilimento europeo di
elettrolizzatori per produrre H2 , affiancata da SNAM dopo che se
ne parlato nell’assemblea aperta di Snam 1 mese fa, in cui viene
convita del futuro della produzione dell’H2 con elettrolizzatori che
fara’ appunto con De Nora in Lombardia. Ed io prevedo che seguira’ la
produzione delle auto ad H2 in Lombadia invece che in Piemonte
, che forse saranno finanziate da Unicredito e S.PAOLO. Queste sono
visioni strategiche.
Tutto cio’ mentre a Torino ed in Italia il presidente del S.PAOLO
ispirando l’art.11 fascista
del Decreto capitali, censura, in Italia, unica nel mondo, la
democrazia nelle assemblee, pero’ non applicata da Snam che
forse non e’ un importante cliente di S.PAOLO.
Prof Goss Pietro E’ COSCIENTE dei danni che questa sua censura
democratica sta provocando e provocherà rispetto alla storia del
paese che avete illustrato ?
Perche’ lo sta facendo viste le conseguenze di impoverimento
regionale e nazionale ?
Qual’e’ il fine ? il POTERE FINE A SE STESSO come mi risposte anni
fa Grande Stevens ?
La stessa decadenza si manifesta anche attraverso le assemblee
Juventus in cui, anche se non sono state mai chiuse , sono stato
aggredito 2 volte dallo staff. Tutto cio’ non puo’ che portare alla
vendita della Juve come e’ successo per Fiat portando sempre piu’ il
Piemonte verso la deriva democratica ed economica.
Senza democrazia in economia non ci può essere sviluppo. Siete
d’accordo ?
Per confermare quale fosse il grado di conoscenza che avevo con GA che
mi ha insegnato dare il 5 posso aggiungere che :
soffriva di insonnia per cui leggeva ed alle 12 aveva sonnolenza
amava la boxe
quando aveva una influenza si curava con la penicellina
Sul prof.GP posso invece ricordare:
che ho concordato l'appoggio alla sua prima nomina a presidente di
Intesa S.PAOLO con il prof.Bazoli in cambio di una sua presidenza
onoraria con partecipazione alle decisioni strategiche;
che gli ho proposto una fusione di Unicredito in Intesa S.Paolo
IL GIUDIZIO SPREZZANTE DEL PROF.GROSS PIETRO:
Mb
01.02.26
striscia di gaza
Raid israeliani fanno 32 vittime Almeno 32 gazawi, secondo i palestinesi, sono stati uccisi in
diversi attacchi israeliani nella Striscia nella notte tra venerdì e
sabato e ancora ieri. È uno dei più gravi bilanci da quando è stato
raggiunto il cessate il fuoco. I primi raid, in un'area nei pressi
dell'incrocio Abbas a Ovest di Gaza city. Altri a Jabalia. E ad
Asdaa, a Nordovest di Khan Yunis. Tra gli attacchi, uno contro la
stazione di polizia di Sheikh Radwan a Gaza City. L'inasprimento
della violenza si è verificato un giorno prima che Israele riaprisse
il valico di Rafah, tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. N.d.g. —
Il caso che ha indignato l'america. Il bimbo, 5 anni, deportato in
texas
Un giudice federale ordina il rilascio di Liam Il piccolo fermato
dall'Ice a casa entro martedì Liam Conejos Ramos, il bimbo di 5 anni deportato dall'Ice
assieme al padre, deve essere rilasciato entro martedì dal centro
migranti in Texas dove si trova. Lo ha stabilito un giudice federale
intervenendo sul caso che ha indignato e commosso l'America e il
mondo intero. La foto del piccolo Liam con il cappello azzurro con
le orecchie da coniglio e lo zainetto dell'Uomo Ragno fermato dagli
agenti dell'Ice a Minneapolis ha fatto nei giorni scorsi il giro del
mondo. È divenuta il simbolo della stretta ai migranti
dell'amministrazione Trump e ha alimentato la rabbia contro gli
agenti per l'immigrazione. Liam e suo padre Adrian sono stati
fermati all'uscita dell'asilo e poi trasportati in Texas, dove hanno
trascorso una settimana in un centro migranti dello stato. Nei
giorni scorsi una delegazione di democratici ha fatto visita al
piccolo Liam e lo ha descritto come «triste e depresso». Il bimbo –
hanno raccontato – chiede della mamma e dei suoi compagni di scuola.
Se Minneapolis è in prima linea, in tutto il resto dell'America le
proteste contro l'Ice proseguono senza sosta. R. E. —
Nelle nuove carte rivelata l'identità anche di donne che non avevano
denunciato pubblicamente
Scoppia la rabbia delle vittime degli abusi " Diffusi i nostri nomi,
ma tutelati i colpevoli"
new york «Questa ultima pubblicazione dei documenti relativi a Jeffrey
Epstein viene presentata come un atto di trasparenza, ma in realtà
non fa altro che esporre le vittime», ha dichiarato in un comunicato
stampa un gruppo di vittime del finanziere morto suicida in carcere
nel 2019. Dolore, sfiducia, senso di essere state ancora una volta
tradite: sono questi i sentimenti prevalenti tra le vittime di
Epstein che da anni si battono affinché tutti i documenti siano resi
pubblici e tutti gli uomini coinvolti siano chiamati a pagare per i
loro crimini. La sensazione è che non succederà neanche questa
volta.
Nella conferenza stampa di venerdì il vice procuratore generale Todd
Blanche ha riconosciuto che la pubblicazione di questi documenti non
soddisferà la necessità di ulteriori informazioni dal momento che
non contengono i nomi di uomini specifici che hanno abusato delle
donne e che, se il dipartimento avesse quei nomi, gli uomini
verrebbero perseguiti.
Una delle vittime – Lisa Phillips – ha detto che è «straziante»
sentire il Dipartimento di Giustizia dichiarare di non essere a
conoscenza di altri uomini coinvolti negli abusi subiti da lei e
dalle altre ragazze. «È straziante sentirlo dire questo, quando
l'intera vicenda di Epstein riguarda proprio altri uomini che hanno
permesso e commesso abusi» , ha dichiarato la donna alla Bbc.
Phillips afferma di credere che non siano state rese pubbliche
«molte informazioni», ma sostiene che alcune segnalazioni dell'Fbi
contenute nell'ultima pubblicazione dimostrano che altri uomini
«sono stati coinvolti in crimini piuttosto efferati». Un altro
problema sollevato da Gloria Allred, l'avvocatessa che rappresenta
alcune di queste donne, è che molti nomi, anche di donne che non
hanno denunciato in modo pubblico, non sono stati oscurati o sono
stati oscurati male. «In alcuni casi i nomi sono stati barrati, ma è
comunque possibile leggerli», ha affermato Allred. «In altri casi,
sono state mostrate foto delle vittime, sopravvissute che non hanno
mai rilasciato interviste pubbliche né rivelato il proprio nome
pubblicamente». La situazione è un «disastro assoluto», ha aggiunto
Allred, affermando che il DOJ ha «toccato il fondo» e «dovrebbe
vergognarsi». «Ancora una volta, i nomi e le informazioni
identificative delle sopravvissute vengono rese pubbliche, mentre
gli uomini che ci hanno abusato rimangono nascosti e protetti.
Questo è scandaloso», hanno dichiarato le vittime in un comunicato.
«Noi, in quanto sopravvissute, non dovremmo mai essere quelle i cui
nomi vengono resi noti, sottoposte a scrutinio e traumatizzate
nuovamente, mentre i complici di Epstein continuano a beneficiare
del segreto. Questo è un tradimento nei confronti delle stesse
persone che questo processo dovrebbe tutelare», si legge nella nota.
Per le vittime la pubblicazione si potrà dire conclusa solo quando
«saranno resi pubblici tutti i documenti legalmente richiesti e ogni
persona che ci ha abusato e ogni complice non saranno completamente
smascherati». s.sir.
in
ginocchio
Monarchia Simona Siri
New York
Le accuse non verificate a Donald Trump. Richard Branson nominato
centinaia di volte. Una corrispondenza con Steve Bannon assidua e
frequente. La festa selvaggia a cui voleva partecipare Elon Musk, le
cene con Woody Allen, l'amicizia con Andrea Mountbatten-Windsor ex
Principe d'Inghilterra, i consigli con il giornalista Michael Wolff.
E poi le donne procurate al presidente e comproprietario dei New
York Giants, Steve Tisch; una mail molto amichevole a Ghislaine
Maxwell firmata da una certa Melania; la presunta malattia venerea
che Bill Gates avrebbe contratto dopo aver fatto sesso con una
ragazza russa. È parte di quello che emerge fino a ora dai nuovi
documenti relativi al caso Jeffrey Epstein, il finanziere amico dei
potenti accusato di traffico di minori e morto in carcere
nell'agosto del 2019, in attesa di processo. Si tratta di tre
milioni di pagine – la metà delle sei milioni di pagine accumulate
–, di oltre duemila video e di 180 mila immagini pubblicate venerdì
dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. In questi nuovi
documenti Trump – che con Epstein è stato amico per decenni – viene
menzionato migliaia di volte. In particolare, i documenti appena
pubblicati contengono un elenco di accuse di violenza sessuale non
verificate contro l'attuale presidente, compilato da funzionari
dell'Fbi nell'agosto del 2025. Alcune di queste accuse sono
segnalazioni arrivate al numero verde dell'Fbi e quindi non ritenute
credibili, definite «false e sensazionalistiche» dalla Casa Bianca.
Altri documenti sono un'intervista dell'Fbi con una delle vittime di
Epstein, la quale dichiara che la complice di Epstein, Ghislaine
Maxwell, l'avrebbe presentata a Trump a una festa a New York (ma
dichiara agli investigatori che tra i due «non è successo nulla») e
appunti dell'Fbi relativi a una donna che ha accusato Trump di
averla violentata quando aveva 13 anni. Questa accusatrice anonima,
identificata come Jane Doe, aveva già intentato una causa legale
contro Trump – che ha sempre negato le accuse – salvo poi ritirarla
poco prima delle elezioni del 2016. Il documento dell'Fbi descrive
in dettaglio diversi episodi in cui la donna avrebbe subito abusi,
tra cui uno stupro. Afferma inoltre che Epstein sarebbe stato
«arrabbiato perché Trump era stato il primo ad avere rapporti
sessuali con lei» e che anche lui l'avrebbe stuprata. Il nome del
Presidente compare anche in diverse mail tra Epstein e Larry Summers
– ex segretario del Tesoro statunitense e presidente dell'Università
di Harvard – con i due uomini intenti a spettegolare sull'amico
durante il suo primo mandato. In una mail di ottobre 2016, Summers
chiede a Epstein: «Quanto è plausibile l'idea che Trump sia un
consumatore abituale di cocaina?». «Zero» è la risposta. «Quanto è
colpevole Donald?», chiede Summers in una mail del maggio 2017 in
cui discute dell'ipotesi che la Russia abbia aiutato Trump a vincere
le elezioni del 2016, un'ipotesi che Summers ritiene «plausibile ma
non certa». Risposta di Epstein: «Il tuo mondo non capisce quanto
sia davvero stupido». Tra i documenti anche nuovi scambi di mail con
Andrea e una serie di foto in cui l'ex principe è inginocchiato a
quattro zampe sopra una donna sdraiata a terra. In uno scambio di
e-mail del settembre 2010 Andrea invita il finanziere a Buckingham
Palace, mentre in un'altra mail la Maxwell lo accusa di aver
torturato una ragazza poi uccisa da altri. Diversi sono anche gli
scambi con Sarah Ferguson, ex moglie di Andrea, di cui Epstein era
amico e che aiutava finanziariamente. Tra le pagine più clamorose
dal punto di vista giudiziario c'è la bozza di un atto – composto da
32 capi d'imputazione e 56 pagine – con cui nel 2007 il distretto
meridionale della Florida stava valutando di incriminare Epstein
insieme a suoi due "dipendenti". Il documento descrive tutti gli
imputati come facenti parte di una cospirazione volta a «persuadere,
indurre e adescare individui di età inferiore ai 18 anni a
prostituirsi». L'indagine come si sa fu archiviata nel 2008 quando i
procuratori federali accettarono di consentire a Epstein di
patteggiare con i procuratori statali per adescamento di minore a
scopo di prostituzione. Invece di affrontare la prospettiva di
decenni di carcere, il finanziere trascorse circa 13 mesi in una
prigione locale a Palm Beach, in Florida, da cui gli era permesso
uscire durante il giorno per lavorare dal suo ufficio di casa. A
gestire il tutto fu Alexander Acosta, in seguito Segretario del
Lavoro nella prima amministrazione Trump, poi dimessosi proprio in
seguito alle polemiche suscitate dalla sua gestione del caso. —
l giornalista in piazza: "Ne parleremo"
Calabresi candidato sindaco a Milano? L'apertura di Sala, la
segretaria dem frena «Candidarsi a sindaco di Milano? Ne parleremo, oggi non è un
tema». Lo ha detto Mario Calabresi, a margine della manifestazione
in piazza XXV Aprile a Milano, contro la presenza di agenti dell'Ice
per i Giochi olimpici. Ad accogliere con favore l'idea è il sindaco
Beppe Sala: «Penso che sia interessato da quello che capisco,
ritengo sia una buona candidatura». Più fredda la reazione della
segretaria Pd Elly Schlein: «Metteremo anzitutto avanti la
costruzione della coalizione progressista più ampia e determinata
per vincere le prossime elezioni. Poi valuteremo», ha concluso.
La località è piena di tifosi per la Coppa del Mondo di sci Pochi si
fermano al memoriale delle vittime del rogo
Crans un mese dopo la strage accantonata e i Moretti nel fortino stefano sergi
inviato a crans-montana
All'ingresso del Memoriale del dolore, una tenda bianca di tre
metri, hanno sistemato due estintori perché con tutti quei lumini
accesi non si sa mai. Il cumulo di fiori che è sorto davanti a Le
Constellation all'alba del 1° gennaio lo hanno spostato in una
posizione più defilata, a 300 metri di distanza, di fronte alla
cappella di Saint-Christophe. Non c'è più la folla dei primi giorni,
i visitatori sono pochi, c'è chi tira dritto lanciando uno sguardo
incuriosito e chi si avvicina per un momento di raccoglimento. Sofia
Goggia alla fine del SuperG ha detto: «Non è stato facile gareggiare
qui, pensando a ciò che è successo».
Crans-Montana invece vuole andare oltre. Oggi, a un mese dal rogo di
Capodanno costato la vita a 40 giovanissimi, la perla del Vallese
guarda avanti. In questo weekend di Coppa del Mondo i dehors sono
zeppi di gente che beve e scherza, gruppi di tifosi sventolano le
bandiere svizzere per la vittoria della campionessa di casa Malorie
Blanc, hotel e ristoranti lavorano a pieno ritmo e le signore
dell'alta borghesia escono dalle boutique cariche di acquisti,
mentre un'altra dama di rango un filo più basso sfreccia in auto e
mostra il dito medio a una troupe italiana. C'è un clima da «adesso
basta», dopo un mese di riflettori accesi da tutto il mondo su quel
discobar diventato la tomba di 40 ragazzi.
Nel resto-lounge bar Plaza, a due passi da Le Constellation, l'italianissima
Katy che gestisce il locale con il marito Ivan dice: «Ok ci sono
stati degli sbagli, delle negligenze, ma c'è un'inchiesta che sta
andando avanti, faranno luce sulle responsabilità, c'è una
magistratura che è al lavoro, non possiamo ogni giorno tempestare
l'opinione pubblica con fiumi di accuse alla Svizzera, perché
rischiamo di finirci in mezzo noi italiani che viviamo e lavoriamo
qui. Oltretutto l'Italia non è esattamente un Paese nella condizione
di dar troppe lezioni agli altri, su tragedie del genere. Adesso
basta no?».
A tre chilometri dalle frotte di turisti di Crans-Montana c'è il
silenzioso villaggio di Lens, dove le case sono quasi tutte
splendide ville con una vista mozzafiato sulla vallata sottostante.
Qui, al numero 11 di Rue Chermignon c'è l'uomo più inseguito (dai
giornalisti) della Svizzera: Jacques Moretti, il proprietario de Le
Constellation che è stato scarcerato su cauzione e ha come unico
obbligo la firma ogni 24 ore nella stazione di polizia. Il 10 e 11
febbraio l'imprenditore e sua moglie Jessica saranno interrogati a
Sion per la terza volta, mentre questa settimana saranno sentiti gli
altri due indagati, il capo della sicurezza pubblica del Comune di
Crans-Montana, Christophe Balet e il suo predecessore Ken Jacquemoud.
E il 19 febbraio arriveranno i pm di Roma per incontrarsi con i
magistrati svizzeri e (ma non c'è ancora l'ufficialità) dare il via
al pool investigativo tra i due Paesi dopo le forti pressioni del
governo italiano. L'ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, richiamato
per protesta dopo la scarcerazione di Moretti, per ora resta a Roma.
Jacques Moretti intanto trascorre questi primi giorni di libertà in
una sorta di esilio blindato. La sua villa in legno e pietra
all'ingresso di Lens, due piani e una mansarda con grandi terrazzi
panoramici, è l'ultima di un terzetto, in fondo alla strada e
lontana da occhi indiscreti. Tapparelle abbassate, un van Mercedes
dai vetri oscurati parcheggiato all'ingresso del garage, un triciclo
sul retro e, in giardino, un abete spezzato a metà, quasi a
simboleggiare il crollo verticale di questo imprenditore di origini
corse che in dieci anni è arrivato qui ed è decollato verso il
successo movimentando milioni di franchi a una velocità tale da
suscitare parecchi interrogativi in paese e non solo.
Uno dei suoi locali, chiuso dal giorno dopo il disastro de Le
Constellation, è a duecento metri da casa: si chiama Le vieux
chalet, una splendida struttura in legno di due piani nuova di
zecca, tanto che sul retro ci sono ancora i segni del cantiere.
All'interno il tempo si è fermato: tutti i tavoli sono perfettamente
apparecchiati come se i clienti fossero in arrivo tra pochi minuti.
Sopra l'elegante bancone di questo «Auberge» che doveva essere il
fiore all'occhiello dei Moretti è installata una scritta luminosa.
Dice: «Every road will get you there». Ogni strada ti porterà là. —
Scene da una guerriglia francesco munafò
gianni giacomino
Locali devastati, un blindato della polizia dato alle fiamme, le
carcasse dei cassonetti usati mezz'ora prima come arieti contro le
forze dell'ordine. E il centro cittadino svuotato, fatta eccezione
per pochi gruppi di turisti spaesati.
Dopo due ore di guerriglia urbana, Torino fa i conti con un
paesaggio devastato. Alle nove di sera i furgoni della polizia
ancora chiudono corso Regina Margherita, teatro degli scontri più
feroci di fronte al civico 47. Spuntano anche i mezzi dell'Amiat,
che lentamente provano a ripulire i resti della battaglia.
L'asfalto di lungo Dora Siena è un cimitero di vetri rotti, guanti
in lattice, cilindri usati per i lacrimogeni. C'è anche una tuta
nera gettata per terra. La forma sembra mimare la figura umana che
l'ha indossata prima di abbandonarla in mezzo alla strada. Qua e là
ecco anche le mascherine servite ai militanti delle prime linee per
resistere agli idranti e ai lacrimogeni.
È il finale violento di un corteo cominciato alle 14 a Porta Susa e
alle 14, 30 a Porta Nuova e Palazzo Nuovo, tra striscioni pro-Pal e
slogan per Askatasuna. La manifestazione, lanciata per il centro
sociale sgomberato ma anche contro il governo, raggiunge rapidamente
le ventimila persone. Principalmente sono sindacati, partiti
dell'estrema sinistra, centri sociali e antagonisti da tutta Italia
e dalla Francia. Spuntano anche Willie Peyote e Zerocalcare: «Sono
qui contro la chiusura di Askatasuna e di tutti i centri sociali»
dice il fumettista romano.
Dal megafono si difende il 7 ottobre: «Due anni fa la resistenza
palestinese ha creato una breccia nel muro dell'imperialismo».
Applausi. La tensione sale in piazza Rondò Rivella: alcuni
manifestanti recidono il nastro bianco-rosso che chiude corso Regina
Margherita e in migliaia corrono verso Askatasuna invece di
dirigersi, come pattuito con la questura, verso la Dora. Seguono
quasi due ore di petardi, lacrimogeni, cassonetti incendiati. Dieci
black block vengono fermati.
Le forze dell'ordine, a fine serata, contano i feriti. Cinque nella
guardia di finanza, altrettanti tra i carabinieri, almeno dieci tra
i poliziotti. Un video che ha fatto il giro dei social ritrae un
agente del reparto mobile accerchiato e picchiato da un gruppo di
manifestanti in tuta nera. L'uomo ne esce con costole e bacino
rotti.
Poi, ci sono i danni a un paesaggio urbano che d'improvviso ha
cambiato volto. Paline piegate, cubetti di porfido sparsi
sull'asfalto, biciclette rovesciate. In corso Regio Parco, il
porfido è stato fatto saltare dal giardino al centro della strada.
Alle 21, il dehors di un bar divelto e il vetro fracassato di un
distributore automatico di medicine descrivono la furia dei
manifestanti contro tutto ciò che hanno trovato. Corso Regina
Margherita è irriconoscibile. Le auto rimaste parcheggiate sul
controviale sono bollate e con i vetri rotti. E c'è chi tra i
residenti del quartiere denuncia: «Nessun cartello ci ha avvisato di
non parcheggiare qui nel giorno dei disordini». Un cumulo di cartoni
e cassette della frutta sono diventi materiale per un grande falò.
Dai muri dei palazzi che affacciano sul corso sono state smurate le
placche di marmo.
Il titolare di Sticky Fingers, il barbiere Fabio Laforge, era dentro
al suo negozio mentre fuori scoppiava l'inferno. È ancora spaventato
mentre lo racconta: «Abbiamo visto la serranda andare a fuoco, siamo
dovuti fuggire con i clienti. Il negozio stava bruciando. Eravamo
spaventati». Dal terzo piano del suo palazzo in corso Regina Fabio
Argese ha visto entrare il fumo degli incendi in casa. «Ho due
bambine ed ero terrorizzato. Una di loro soffre d'asma, l'ho dovuta
soccorrere».
Anche in centro i torinesi giunti per trascorrere il sabato sera nei
locali trovano una piazza Vittorio e una via Po spettrali. Serrande
abbassate, pochi spaesati in giro si chiedono cos'è successo. «Di là
– risponde una donna con il cellulare in mano – c'è un casino».
L'unico rumore che spezza il silenzio è quello degli elicotteri.
Pattugliano dal cielo l'inferno urbano di Vanchiglia.
Il lusso
di
curarsi alessandro mondo
Si parla delle spese sanitarie sostenute dalle famiglie piemontesi,
1.625 euro quella media nel 2025, e il pensiero subito ad esami di
alta complessità o alla chirurgia d'urgenza. Macchè. I cittadini
devono mettere mano al portafoglio per prestazioni assai più
prosaiche, diciamo così, ma importanti, soprattutto sulla lunga
distanza. Le cure, dentistiche, sopra tutto. Ma anche viste ed esami
specialistici, riabilitazione fisica, cure ortopediche.
Chi può permettersi un'assicurazione, ovviamente pagandola,
compensa. Già nel 2021 in un report del Comitato per il diritto alla
tutela della salute e delle cure si spiegava come l'impossibilità di
accedere alle prestazioni fornite dal servizio sanitario a causa
delle liste d'attesa troppo lunghe determina il maggior ricorso
all'out of pocket e alle assicurazioni sanitarie.
Chi non ce l'ha paga a prezzo pieno. Viene da chiedersi come se la
cavano quanti non possono fare nè una cosa nè l'altra, sapendo già
che una quota sempre più significativa di persone semplicemente,
anzi: drammaticamente, rinuncia alle cure. E quello che sarà sarà.
A proposito di Sanità pubblica inaccessibile, interessanti i
risultati dell'indagine di Altroconsumo quale tra giugno e settembre
2025 su 1.415 italiani. Tra visite rinviate, cure sacrificate e
bilanci familiari sempre più fragili, racconta un'Italia in cui la
salute pesa sempre di più sul reddito: un fenomeno che colpisce
soprattutto le famiglie con malati cronici e quelle del Sud.
Non significa che nelle regioni del Nord queste dinamiche non si
ripropongano. Anche in Piemonte (vedi il grafico nella pagina) c'è
chi rimanda una visita specialistica o un esame diagnostico, chi fa
i conti prima di entrare in farmacia, chi spera che "vada tutto
bene" ancora per un po'. Se poi in casa c'è almeno una persona che
soffre di una patologia cronica, il bisogno di cure e di controlli è
continuo, le spese ricorrenti e la pressione economica evidentemente
aumenta.
«Questi malati spesso si rivolgono al pronto soccorso per ottenere
le prestazioni che altrimenti non potrebbero permettersi, con
accessi che saranno anche inappropriati clinicamente ma sono più che
appropriati umanamente e socialmente - precisa Chiara Rivetti,
sindacato medico Anaao Assomed Piemonte -. L' alternativa è che la
patologia peggiori, e diventi così più difficile da curare: un
sistema che trascura i più fragili dovrà comunque prima o poi
prenderli in carico con costi sociali ed anche economici ben
maggiori rispetto ad una sanità equa che si prende cura di tutti».
Come si premetteva, il discorso non riguarda interventi straordinari
ma cure spesso fondamentali per il benessere personale. Sapendo che
rinviare una spesa sanitaria non è quasi mai una decisione indolore,
si spiega nell'indagine di Altroconsumo: nel migliore dei casi le
conseguenze restano lievi, sovente invece il rinvio o la rinuncia
hanno provocato problemi significativi: «Dietro una cura rimandata o
un controllo saltato per motivi economici può nascondersi un
peggioramento, che in oltre la metà dei casi può diventare rilevante
o addirittura serio». E come tale, impone la presa in carico urgente
da parte del sistema sanitario, con maggiore impegno e maggiori
costi. —
31.01.26
Il Dipartimento di Giustizia Usa: "Non abbiamo protetto il
presidente"
Epstein, 3 milioni di nuovi file Trump coinvolto 3200 volte "Gates?
S'è preso una malattia" simona siri
new York
Bill Gates sarebbe rimasto contagiato da una malattia venerea dopo
esser andato a letto con ragazze russe: questo, in sintesi, il
contenuto di una mail che Jeffrey Epstein avrebbe scritto a se
stesso e che fa parte dei milioni di documenti resi pubblici oggi
dal Dipartimento della Giustizia. La mail risale al 18 luglio 2013.
Elementi tutti ancora da confermare, ma che sarebbero emersi dalla
diffusione dei documenti riguardanti il finanziere coinvolto in un
giro di pedofilia e trovato morto il 10 agosto 2019, impiccato nella
cella del Metropolitan Correctional Center di Manhattan, dove era
recluso in attesa di processo. Epstein annota anche di aver aiutato
Gates ad acquistare medicine «per affrontare le conseguenze dei
rapporti sessuali con le russe» e di avergli facilitato incontri con
donne sposate.
Ma c'è altro nei documenti appena rilasciati. Innanzitutto i
riferimenti a Donald Trump: secondo il New York Times ve ne
sarebbero almeno 3.200, numero che potrebbe aumentare leggendo le
carte. E poi spunta il nome del patron di Space X. Elon Musk avrebbe
inviato un'e-mail a Jeffrey Epstein alla fine del 2013 per
organizzare un viaggio sull'isola caraibica di proprietà di Epstein.
Musk ha sempre detto di aver rifiutato i tentativi di Epstein di
convincerlo a visitare una delle due isole di sua proprietà: Great
St. James e Little St. James. Il 13 dicembre 2013, Musk avrebbe
inviato una mail a Epstein: "Sarò nella zona delle Isole Vergini
Britanniche/Saint Barth durante le vacanze. C'è un momento opportuno
per incontrarci?". Epstein risponde due giorni dopo, dicendo che
l'inizio del nuovo anno sarebbe stato un buon momento: "C'è sempre
posto per te" . Il giorno di Natale, Epstein scrive in un'altra
mail: "Il 2 o il 3 sarebbero perfetti. Verrò a prenderti". Musk
risponde che avrebbe dovuto tornare a Los Angeles la sera del 2
gennaio, per poi dire che avrebbe potuto posticipare la partenza di
un giorno. "Quando dovremmo andare sulla tua isola, il 2?", chiede
Musk a Epstein.
Alcune mail scambiate tra Jeffrey Epstein e un account denominato
"The Duke" tra l'11 e il 12 agosto 2010 sembrano suggerire che
Epstein volesse presentare "A" a una russa di 26 anni, con la quale,
a suo dire, "potrebbe essere piacevole cenare". "The Duke" risponde
che sarebbe lieto di incontrarla": "Per favore, forniscile i miei
recapiti". La mail è firmata "A" , con una firma elettronica che
recita "Sua Altezza Reale il Duca di York KG". Kathy Ruemmler,
avvocata di punta di Goldman Sachs e consulente legale della Casa
Bianca sotto la presidenza Obama, definisce Epstein "il meraviglioso
Jeffrey" e scrive "lo adoro" in uno scambio di email del dicembre
2015, da cui sembra che Epstein le avesse pagato un viaggio in prima
classe in Europa. In una mail del novembre 2015 Howard Lutnick,
attuale segretario al commercio Usa, invita Epstein a una raccolta
fondi per il Partito Democratico a favore di Hillary Clinton, da lui
organizzata. Non è chiaro se Epstein vi abbia partecipato.
Tra i documenti c'è un diagramma creato dalle autorità federali
della cerchia ristretta di Jeffrey Epstein, persone che le autorità
consideravano potenziali complici. Ci sono i nomi di Ghislaine
Maxwell, già condannata; il suo avvocato Darren Indyke; il suo
commercialista Richard Kahn; il suo consulente finanziario Harry
Beller; la sua assistente Lesley Groff; e Jean-Luc Brunel, morto
suicida in una prigione francese, accusato di stupro. I nomi e i
volti di diverse altre persone, descritte come dipendenti o
fidanzate di Epstein, sono stati oscurati nel documento. Di tutte le
persone menzionate nel diagramma, solo Maxwell è stata accusata di
aver aiutato Epstein nel traffico sessuale di minori. Tuttavia, il
montaggio fotografico dimostra che, almeno all'epoca dell'arresto e
della morte di Epstein nel 2019, le autorità federali stavano
indagando su una cerchia più ampia di potenziali complici.
Il deputato dem Ro Khanna chiede perché siano state rese pubbliche
solo 3,5 milioni delle oltre 6 milioni di pagine contenute nei
documenti sul caso. Khanna è l'autore della legge federale approvata
a novembre che imponeva al DOJ di rendere pubblici tutti i documenti
relativi a Epstein. «Non divulgare questi documenti non fa altro che
proteggere le persone potenti coinvolte e danneggia la fiducia del
pubblico nelle istituzioni», ha dichiarato.
Intanto il viceministro della Giustizia Todd Blanche afferma di non
aver «protetto Donald Trump» nell'esaminare i documenti di Jeffrey
Epstein. «Posso assicurarvi che abbiamo seguito lo statuto. Non
abbiamo protetto Trump. Non abbiamo protetto nessuno». Lo scorso
agosto, funzionari dell'FBI hanno compilato un elenco di accuse di
violenza sessuale relative a Donald Trump, molte delle quali
sembrano provenire da segnalazioni non verificate. Questo elenco,
incluso tra i milioni di documenti rilasciati venerdì mattina, è
stato rimosso nel pomeriggio. —
Domande e risposte Oggi c'è l'obbligo per le aziende, il governo
valuta un'estensione
Solo 7 case su 100 hanno polizze anti-catastrofe ma spesso sono
escluse alluvioni e valanghe ANNA MARIA ANGELONE
l1Vige l'obbligo assicurativo contro le calamità naturali per i
privati?
No, eccetto per chi ha usufruito del Superbonus 110 per interventi
dopo il 2023 nei territori colpiti da eventi sismici. Ma il governo
ragiona sull'estensione dell'obbligo di copertura assicurativa (per
ora introdotto solo per le imprese dalla Legge di bilancio 2024)
anche alle abitazioni private.
l2Quanti hanno stipulato polizze "cat-nat"?
Stando alle stime di Ania, a marzo 2025 le polizze di abitazioni
civili con estensione alle catastrofi naturali erano 2,1 milioni, il
6,8% dei 35,3 milioni di immobili privati in Italia. E, secondo
Ivass, di 46 polizze con rischi catastrofali in commercio nel 2024
una dozzina sono per individui e famiglie. «Le compagnie hanno
iniziato a offrire una copertura per eventi catastrofali inclusa
nelle polizze casa multirischio o con polizze ad hoc. Ma attenzione
alle esclusioni dei danni» avverte Alessandro Sessa, direttore
editoriale di Altroconsumo. Diverse anche le clausole che limitano
l'indennizzo.
l3 Che cosa escludono?
Il costo di un'assicurazione sulla casa dipende da valore
dell'immobile, dimensioni, posizione (se si trova su una zona a
rischio sismico o idrogeologico). Secondo Assoutenti, il più delle
volte, sono esclusi dai risarcimenti balconi, antenne satellitari,
tetti, canne fumarie, pannelli fotovoltaici. Molte compagnie non
riconoscono indennizzi per eruzioni vulcaniche, maremoti,
inondazioni, alluvioni e valanghe (bisogna stipulare polizze
accessorie).
l4Per chi vige l'obbligo assicurativo contro i disastri naturali?
Dopo un tormentato iter e varie proroghe, l'onere è scattato dal 30
giugno 2025 per le grandi aziende e dal 1° ottobre 2025 per le
medie. Piccole e micro imprese, chiamate ad adeguarsi al 31 dicembre
2025, usufruiranno di un ulteriore rinvio al 31 marzo 2026 nei
settori commercio, turismo e pesca o acquacoltura. Rientrano anche
alberghi, b&b, ostelli, affittacamere, case vacanza.
l5Che tipo di imprese devono stipularla?
Tutte quelle con sede legale in Italia iscritte al Registro delle
imprese (indipendentemente dalla sezione) e quelle estere ma con
stabile organizzazione di servizi sul territorio italiano. Sono
incluse imprese individuali, società di persone, società a
responsabilità limitata. Escluso il settore agricolo.
l6Si applica a studi professionali o all'imprenditore che svolge
l'attività nell'abitazione?
Vale per chiunque sia iscritto al Registro delle imprese. Ma la
polizza può limitarsi alla porzione di edificio impiegata per
l'attività.
l7Che beni assicura?
Terreni e fabbricati, impianti e macchinari, attrezzature
industriali e commerciali.
l8 Spetta al proprietario o all'inquilino?
Il proprietario è responsabile di tutelare la sua proprietà ma
l'inquilino ha l'obbligo assicurativo, anche se non ha il diritto di
proprietà degli strumenti, eccetto se già coperti.
l9Quali eventi copre?
L'obbligo sussiste per sismi, alluvioni, frane, inondazioni,
esondazioni. Ma se il disastro non rientra in tale casistica, non
c'è indennizzo. Come è emerso per i danni da mareggiate provocati
dal ciclone Harry. «Restano fuori eventi definiti estremi ma che
sono diventati ordinari», denuncia il presidente di Assoutenti
Gabriele Melluso. Fuori dai rischi assicurabili obbligatori ci sono
fenomeni come bombe d'acqua, mareggiate, infiltrazioni, umidità e
variazioni della falda oltre a numerosi danni indiretti come
l'interruzione di energia o servizi essenziali, le spese di
demolizione e sgombero.
l10Quali condizioni hanno le polizze?
Facile.it ha analizzato le polizze a Milano, Roma e Palermo. Per un
ristorante, con un immobile da 300 mila euro e attrezzature per 100
mila, il premio annuale varia da 343,50 euro a Milano, 401 euro a
Roma, fino a 469 euro a Palermo. —
La famiglia Aparo fu sfollata già nel '97: "Ora chi ci dice che
saremo al sicuro?"
Giuseppe sfrattato due volte "Costretti ad andarcene anche dalla
casa pagata dallo Stato" LAURA ANELLO
Niscemi (Caltanissetta)
Era domenica, era ora di pranzo anche quel 12 ottobre 1997, quando
la terra cominciò a tremare sotto i piedi delle famiglie di Niscemi
che si erano messe a tavola con il vestito buono della festa e il
vassoio dei dolci per i bambini. «Aiuto, aiuto, il terremoto»,
gridarono tutti uscendo per strada, pensando forse a quando, tre
secoli prima - era il 1693 - le scosse avevano distrutto mezza
Sicilia orientale, il sisma più disastroso della storia d'Italia, la
catastrofe.
E invece no, non era un terremoto ma la frana del pianoro di argilla
e sabbia su cui Niscemi è costruita. Quel giorno Giuseppe Aparo e la
sorella Francesca erano lì, lui 31 anni, lei 25, con madre e padre:
«il giorno dell'incubo, si sentì come un boato», racconta lei. Era
la frana che da lì a poco avrebbe condannato all'abbattimento 48
palazzine da cui dovettero uscire in 400, uomini, donne, bambini.
Tra cui proprio loro, i quattro componenti della famiglia Aparo, che
quella casa di proprietà a pochi metri dal belvedere se l'erano
tirata su con il sudore della fronte del padre, muratore emigrato in
Germania come tanti in questa terra che campa di agricoltura, a
mezz'ora dal sogno industriale e dai fumi delle ciminiere del
petrolchimico di Gela.
Mai e poi mai avrebbero pensato di subire quel destino due volte
nella stessa vita. Perché lo scorso 25 gennaio, sempre di domenica,
sempre a ora di pranzo, una domenica piovosa e sonnacchiosa che
invitava a stare a casa, hanno sentito di nuovo la terra tremare, e
poi hanno visto sui telefonini il tam tam degli allarmi, le
fotografie delle prime crepe, le immagini delle case sventrate e
sospese nel vuoto.
E ancora una volta sono finiti nella lista degli sfollati. «Qui non
potete stare, prendete le cose essenziali e andate via», si sono
sentiti dire dai vigili del fuoco martedì 27, due giorni dopo la
frana, quando è stata dichiarata la zona rossa, ed è un miracolo che
in quelle quarantotto ore non sia successo nulla a loro e a tutti
quelli che erano rimasti sotto il loro tetto a dispetto delle crepe
e della paura. Ancora una volta la loro casa di proprietà -
all'angolo tra via Scuole e largo Malerba, a quaranta metri dal
dirupo - è tra quelle condannate.
«Lo diceva mio padre - racconta Giuseppe, che adesso ha 55 anni e
per lavoro ha girato l'Italia - che bisognava ricomprarsela altrove
la casa, lontano dal belvedere, nella zona interna. Lui era
muratore, lo sapeva. E ci provammo ad andare verso la stazione. Ma
la legge diceva che per avere i soldi dell'indennizzo la nuova casa
doveva essere perfettamente in regola, senza nessun abuso, e qui a
Niscemi non è facile. E poi doveva essere grande non più di duecento
metri quadrati. Cercammo a lungo, dopo sei anni in affitto, finché
trovammo questa casa». Fu una battaglia con la burocrazia. «Per
avere i soldi dello Stato, 230 milioni di lire - ricorda - mio padre
dovette dimostrare che non eravamo abusivi, dovette ingaggiare un
avvocato, trovare le vecchie bollette del contatore che dimostravano
che avevamo sempre pagato regolarmente».
Andò peggio alla famiglia dell'amico Gioacchino Incarbone: «Anche
noi fummo sfollati, ma mio padre non riuscì ad attestare che la
nostra casa era regolare, e non ebbe diritto all'indennità. Era una
palazzina di tre piani, sessanta metri quadrati per ogni livello,
avevamo appena speso venti milioni di lire per ristrutturarla. Ci
diedero una casa popolare di cento metri quadrati, adesso ci vivo io
da solo dopo che i miei genitori sono morti, i miei fratelli sono
tutti emigrati a Torino».
Nella cabala dei sommersi e dei salvati, nello slalom tra condoni
edilizi e abusi, gli Aparo invece la spuntarono. «Ma quante
umiliazioni, quanto dolore. Per tutti intorno eravamo gli sfrattati,
come appestati - racconta ancora Giuseppe - mentre avanzavano gli
sciacalli a chiederci: quanti soldi vi danno? Come se quel
risarcimento fosse un premio». Alla fine il sogno si materializzò
nella palazzina gialla che adesso si erge silenziosa dietro le
transenne che delimitano la zona rossa, piano terra, primo piano e
il terrazzo, un bel panorama sulla piana di Gela, di fronte ad
alcuni tra i palazzi più antichi della città, «per noi fu il nostro
balsamo di Galaad», dice Francesca che di mestiere fa la naturopata
e conosce le proprietà straordinarie di quell'unguento
cicatrizzante, associato nella Bibbia alla guarigione delle ferite
fisiche e spirituali. «Fu lo Stato ad acquistarla direttamente
dall'architetto che la vendeva, i soldi non passarono da noi»,
continua Giuseppe. L'altro giorno, nei dieci minuti di tempo a loro
consentiti, hanno messo in fretta un po' di biancheria e di vestiti
in un paio di borse e sono andati ospiti da amici, insieme con la
madre quasi ottantenne. Il padre non c'è più.
Attendono di sapere che destino avranno, mentre il mercato degli
affitti si impenna ogni giorno che passa. «Se gli sfollati si
informano sul costo di una casa, c'è chi risponde chiedendo quanto
avranno di assegno dal Comune», racconta Maria Attardi, la cui
figlia abitava pure in via Scuole, a 138 metri dal dirupo (qui la
sorte si misura in metri, ormai). «Parlano di ricollocazione - dice
Francesca - ma noi a questo punto abbiamo paura di spostarci in
un'altra zona, chi ci assicura che il terreno non cederà anche lì?».
Già, chi lo assicura? —
"Ci sono morti, le persone non hanno la pelle" Urla disperate, invocazioni di aiuto, lo choc in diretta.
Sono state 171, la prima all'una e 30, le telefonate con richiesta
di soccorso dal locale Le Constellation di Crans-Montana dove si
festeggiava Capodanno. «Venite, c'è un incendio», «Qui è tutto
bruciato, i miei amici sono morti», «ci sono persone senza pelle». È
un crescendo di chiamate al 144, il servizio d'emergenza svizzero,
dopo l'inizio del rogo in cui sono morte 40 persone e 116 sono
rimaste ferite. Alcune di queste registrazioni sono state trasmesse
dalla televisione francese BfmTv, che ha avuto accesso ai documenti
dell'inchiesta.uca ricci
Immaginiamo Crans-Montana tornare a essere ciò che era prima della
tragedia di Capodanno. Le sue piste, esposte a sud, sono un inno
alla montagna, un canto di neve e di roccia. Sono strade di
cristallo che si snodano tra le vette maestose delle Alpi svizzere,
un viaggio di pura emozione. Tutto è pronto per la discesa libera
del mondiale, l'area spettatori è gremita e vociante, gli ufficiali
di gara stanno effettuando le ultime verifiche di routine e le porte
di controllo luccicano e svettano al sole. Eppure il cielo
d'improvviso impallidisce come sopraffatto da un brutto ricordo,
comincia a cadere troppa neve.
Ed è qui che entra in gioco la realtà. La gara mondiale di sci
femminile a Crans Montana, dopo gli infortuni di ben tre atlete, è
stata annullata a causa delle condizioni meteo sfavorevoli. E viene
subito da pensare che la natura abbia voluto rispettare un lutto
ignorato dalla macchina sportiva. Inutile mettere la testa sotto la
sabbia (o, più appropriato, la neve): dopo il rogo di Capodanno,
Crans-Montana non è più una semplice - una innocente - stazione
sciistica svizzera. È diventato un luogo speciale, su cui si è
concentrato il dolore di tutto il mondo. C'è già stato troppo rumore
- forse inevitabile - a interferire con la memoria delle quaranta
vittime. La stupefatta presa di coscienza che il 2026 iniziava con
la fine di tante giovani vite (rovesciando nel peggior modo
possibile tutte le retoriche ottimiste sull'anno nuovo), la polemica
sulla mancanza di senso di pericolo dei giovani causata dai
telefonini (prima filmare, poi scappare), l'inevitabile girandola
delle dichiarazioni dei sopravvissuti (un po' testimonianza dovuta
un po' voyeurismo becero), l'inizio dell'indagine giudiziaria (coi
relativi processi sommari consumati sui social) e l'importante
confronto sul tema della sicurezza negli esercizi pubblici (regole,
controlli, sanzioni). È stato un rumore di fondo tenuto sotto
controllo dalla enormità della tragedia, dalla morte e dal modo
atroce in cui è arrivata. Da qualunque prospettiva lo si guardi,
Crans Montana è diventato un luogo luttuoso, e un lutto per essere
elaborato ha bisogno di tempo, più tempo almeno di quanto sia
disposto a concederne un evento sportivo. I poeti spesso dicono le
cose meglio di chiunque altro. W. H. Auden in una famosa
composizione del 1938 sulla perdita indica chiaramente come sia il
silenzio la componente primaria di un lutto: «Fermate tutti gli
orologi /isolate il telefono /
fate tacere il cane con un osso succulento /
chiudete i pianoforte / e tra un rullio smorzato
portate fuori il feretro / si accostino i dolenti». Sta a noi,
sempre, dare un significato alle cose, una lettura ulteriore che ne
scalfisca la superficie (per di più, in questa circostanza,
ghiacciata). La caduta delle sciatrici può apparire anche come un
rifiuto del clamore che in quel luogo che ha oppresso le nostre
menti e i nostri cuori oggi appare stonato, sopra le righe. Un
tentativo di riappropriarsi del silenzio, di un contegno più
consono. Di certo l'austriaca Nina Ortlieb (finita nelle reti), la
norvegese Marte Monsen (scivolata alla penultima porta) e
l'americana Lindsey Vonn (impatto diretto sulle protezioni), non
sono cadute di proposito e auguriamo a tutte loro un immediato
riscatto e grandi trionfi.
Tuttavia trovare un senso riposto, più ampio della telecronaca
spiccia, è quel che ci rende umani. Troppo dolore a Crans Montana:
se il rispetto non arriva dall'uomo, può arrivare dalla natura. C'è
un bellissimo racconto del 1908 di Jack London intitolato Accendere
un fuoco. La storia segue un uomo senza nome che viaggia attraverso
il freddo estremo dello Yukon canadese. L'uomo, nonostante le
avvertenze di un vecchio saggio, decide di viaggiare senza
attrezzatura adeguata per il freddo estremo. Mentre cammina, cade in
un fiume gelato e si bagna le gambe, rendendo difficile la sua
sopravvivenza. I tentativi di accendere un fuoco per scaldarsi
falliscono ripetutamente a causa della sua inesperienza e della sua
sottovalutazione del freddo. Alla fine, l'uomo morirà di ipotermia.
Il racconto è una critica alla superbia umana e una celebrazione
della forza della natura. La stessa forza che sembra aver voluto
riconsegnare a Crans Montana il suo lutto, mandando sulle piste
un'abbondante nevicata. O quantomeno possiamo leggerlo così, per
restare umani e non cedere ad altre letture più volgari e svilenti,
quali "La maledizione di Crans Montana". La gara è stata interrotta
dopo sei discese, il tracciato reso impraticabile in poco tempo. La
Coppa del Mondo riprenderà, non c'è dubbio, ma in questa pausa
riecheggia qualcosa di più profondo di un semplice disguido: l'eco
della tragedia. Una riflessione sul dolore degli altri che poteva -
e può, in ogni momento - diventare il nostro. L'empatia, mettersi
nei panni degli altri, ad esempio di un genitore di uno di quei
ragazzi intrappolati nel locale Le Constellation, può davvero essere
salvifico. Non necessariamente una nota tetra. Joan Didion nel 2005
ha chiamato L'anno del pensiero magico il memoir dedicato
all'improvvisa morte del marito e all'elaborazione del suo lutto.
Didion descrive il suo stato di shock e come, con il tempo, le
sensazioni negative vengano sostituite dalla speranza, da un ritorno
alla vita. La gradualità è una parola dolce che serve alla magia. Ne
occorrerà anche per venire fuori dai fatti di Crans Montana. —
30.01.26
SE TRUMP E' UN'UOMO : Due deputati democratici
sono andati a trovare la famiglia. La mamma: ha la febbre e mal di
stomaco
Il piccolo Liam si è ammalato in carcere "È depresso, non mangia,
tiratelo fuori" simona siri
new york
La sua foto ha fatto il giro del mondo e ora gli appelli per la sua
liberazione si fanno insistenti. Liam Ramos, il bambino di cinque
anni arrestato dall'Ice il 20 gennaio a Minneapolis insieme al padre
e spedito nel centro di detenzione di Dilley, in Texas, ha ricevuto
ieri la visita del deputato democratico Joaquin Castro e di Jasmine
Crockett, un'altra rappresentante democratica del Texas. I due hanno
dichiarato di aver incontrato padre e figlio per circa 30 minuti e
di aver promesso loro che avrebbero fatto «tutto il possibile» per
garantire il rilascio di Liam. Durante la visita, il padre Adrian ha
riferito ai parlamentari che il bambino «non è più lo stesso, è
molto depresso» da quando è stato arrestato e che non mangia.
Durante il loro incontro, il bambino è sembrato letargico,
abbandonato tra le braccia del padre e Castro ha aggiunto che Liam
«in realtà non era sveglio durante la nostra visita, stava
dormendo». «Sono preoccupato per il suo stato mentale», ha aggiunto.
Zena Stenvik, la sovrintendente del distretto scolastico di Columbia
Heights frequentato da Liam, ha dichiarato all'Huffington Post Usa
di aver parlato con la madre del bambino e che è evidente che la
donna fosse «incredibilmente sconvolta» dalla situazione.
«Purtroppo, le condizioni di salute di Liam non sono buone», ha
dichiarato Stenvik. «È malato. Mi è stato detto che ha la febbre.
Sono molto, molto preoccupata per il suo benessere in quella
struttura». «La situazione di mio marito Adrian e di mio figlio Liam
all'interno del centro di detenzione è profondamente preoccupante»,
ha dichiarato Erika a Mpr News. «Liam si sta ammalando perché il
cibo che riceve non è di buona qualità. Ha mal di stomaco, vomita,
ha la febbre e non vuole più mangiare», ha aggiunto Erika.
Dilley, famoso per essere un centro di detenzione appositamente per
famiglie, è al centro di numerose proteste da parte dei detenuti che
lamentano situazioni igieniche al limite, di cibo con vermi o
insetti o servito semicongelato, di guardie che urlano contro i
genitori se i loro figli fanno troppo rumore o chiedono una mela in
più. Sabato scorso, decine di famiglie di immigrati detenute ne
hanno organizzato una all'interno, chiedendo il rilascio dei
bambini, con cartelli con la scritta "Libertad para los niños",
Libertà per i bambini, mentre al di fuori alcuni manifestanti si
sono scontrati gli agenti del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del
Texas. Martedì un giudice federale ha stabilito che Liam e suo padre
non possono essere allontanati o trasferiti fuori dal distretto
giudiziario in cui sono detenuti, in attesa che si concluda il
procedimento legale che contesta la loro detenzione. Secondo il loro
avvocato, infatti, la famiglia Ramos sarebbe entrata legalmente
negli Usa nel 2024.
DELUSIONE PREVEDIBILE : A
New York la première del documentario. Prevendite flop, offerti 50
dollari a chi va a vederlo
Melania alla Casa Bianca, il film è già un caso Regista nella
bufera, fuga dai titoli di coda
SIMONA SIRI
NEW YORK
Su Letterboxd, un popolare sito dedicato al cinema, conta già 100
recensioni, molte delle quali fatte senza neanche averlo visto. «Se
venisse proiettato su un aereo, la gente se ne andrebbe comunque»,
dice la più divertente. "Melania", il documentario che racconta i 20
giorni della First Lady prima del secondo insediamento di Donald
Trump, arriva oggi nelle sale di tutto il mondo – quasi duemila in
Nord America e Canada, 100 in Italia grazie a Eagle Pictures – ma ha
già scatenato reazioni forti che ovviamente nulla hanno a che fare
con l'arte o la cinematografia, quanto piuttosto con quella che
viene percepita come un'operazione di guadagno personale. Perché se
è vero che tutti gli ex presidenti e le ex Fisrt Lady hanno tratto
vantaggi economici dal ruolo (si pensi a Michelle Obama con il suo
libro o a Hillary Clinton con i suoi discorsi a pagamento), è anche
vero che tutti hanno almeno aspettato di lasciare la Casa Bianca per
monetizzare. Non Melania il cui progetto ha ricevuto 40 milioni
versati da Amazon per la produzione più altri 35 per la promozione,
una cifra dieci volte superiore a quella di documentari simili e che
ha fatto sospettare che la generosità di Amazon non sia stata per
motivi artistici. «Come si può non considerarlo un tentativo di
ingraziarsi qualcuno o addirittura una vera e propria tangente? »,
ha detto al New York Times Ted Hope, in Amazon dal 2015 al 2020,
mentre Thom Powers, programmatore di documentari per il Toronto
International Film Festival, ha definito l'accordo «sconcertante»
sia perché le cifre non hanno «alcuna correlazione con il mercato»
sia perché a dirigerlo c'è Brett Ratner, regista senza alcuna
esperienza come documentarista e ostracizzato da Hollywood dal 2017
perché accusato da sei donne (tra cui l'attrice Olivia Munn) di
molestie sessuali. ll quotidiano di New York riferisce anche che ai
dipendenti di Amazon è stato detto che non potevano rifiutarsi di
lavorare al progetto «per motivi politici», mentre diverse fonti
anonime che hanno lavorato al film, hanno detto di essersi pentiti e
di non volere il loro nome nei titoli di coda. Altri hanno parlato
di un clima caotico e disorganizzato, con i membri della troupe
spesso costretti a lavorare per lunghe ore senza pause per i pasti,
ma hanno attribuito la colpa al regista più che alla protagonista,
descritta come «noiosa, ma gentile». Variety prevede che il film
incasserà tra i 3 e i 5 milioni di dollari questo fine settimana,
una cifra notevole per un documentario, ma «terribile per un film
costato 40 milioni di dollari per l'acquisizione». Su Craiglist di
Boston, giovedì è comparso un annuncio, non si sa quanto vero, in
cui si cercavano persone per andare alla proiezione del film dietro
un compenso di 50 dollari. In molte sale di New York la prevendita
di biglietti parlava di sale completamente vuote per le proiezioni
del mattino, mentre erano piene per la proiezione delle 18,30 nel
quartiere di Georgetown, a Washington DC, in concomitanza con la
grande premiere al Trump Kennedy Center. A FoxNews Melania – che del
documentario è anche produttrice esecutiva – ha rilasciato ben tre
interviste promozionali, nello stesso giorno in cui ha suonato la
campanella alla Borsa di New York. «Gli spettatori potranno vedere
le comunicazioni e le conversazioni private tra me e mio marito», ha
detto ma ha anche ribadito di essere una persona molto riservata e
selettiva e di avere accettato di farsi filmare, ma solo alle sue
condizioni. Come a dire: vedrete solo quello che voglio io. Che è un
po' l'opposto dello scopo che dovrebbe avere un documentario». —
Cook "addolorato", Altman contro gli "eccessi". E intanto prospera
il capitalismo della sorveglianza
La Silicon Valley si schiera contro l'Ice Ma Palantir & C. ci
ricavano 22 miliardi
arcangelo rociola
Il primo tra i grandi manager dei colossi tecnologici a chiedere di
fermare le violenze a Minneapolis è stato Tim Cook, capo di Apple.
Cook si è detto «addolorato» per le morti causate dalla polizia anti
immigrazione e ha chiesto una «de-escalation» al presidente degli
Stati Uniti, Donald Trump. Poche ore dopo l'omicidio di Alex Pretti
da parte degli agenti dell'Ice, Cook è stato visto entrare alla Casa
Bianca. Era il 24 gennaio. Non per chiedere al presidente di fermare
le violenze. Ma per partecipare alla proiezione del documentario
sulla First lady, Melania. I due episodi fotografano bene il
rapporto ambiguo, per alcuni ipocrita, che i colossi della Silicon
Valley e i loro manager stanno avendo nei confronti della politica
americana, e del suo nuovo corso. Realpolitik tecnologica, la
chiamano. Una risacca dell'onda ideologica libertaria, democratica,
che queste aziende hanno propagandato per decenni.
L'escalation di scontri tra civili e agenti in Minnesota ha spinto
più di qualche manager di Big tech a prendere posizione. Ma tempi e
modi di queste comunicazioni destano qualche sospetto. Sam Altman,
capo di OpenAI, in un messaggio interno ai suoi dipendenti ha detto
che quello che sta facendo l'Ice «sta andando troppo oltre», e che
bisogna respingere gli eccessi del governo e i suoi abusi come «un
dovere di ogni americano». Ma anche qui, a una dose di bastone ne
segue una di carota. Altman nel suo messaggio ha cercato di
bilanciare la critica all'Ice con segnali di supporto istituzionale
a Trump. Condivide l'espulsione di «criminali violenti» e condanna
gli eccessi dei manifestanti. Definisce Trump un «leader forte»,
dice che OpenAi è tutt'altro che di sinistra. Una strategia
"sfumata", per molti un modo per evitare di isolare l'azienda dai
finanziamenti e dai contratti federali. Altman, così come Cook,
sanno che è meglio non mettersi contro Trump: Apple dipende dai dazi
alla Cina, OpenAI dai contratti federali su Ia e data center. Ma
entrambi si trovano in qualche modo stretti tra due fuochi: guidare
aziende che per anni hanno legato la narrazione di se stesse al
progresso dell'umanità grazie a inclusione e diritti e il dover
accettare compromessi con una leadership politica che naviga in
senso contrario. Qualcuno ha accettato il nuovo corso senza colpo
ferire. Meta, il gruppo che detiene Facebook, Instagram e Whatsapp,
è stata accusata di oscurare volutamente i contenuti relativi all'Ice
e ai fatti di Minneapolis, compresa una lista di nomi pubblica di
agenti federali che sono stati impiegati nelle operazioni di
polizia. Denunce arrivate sia dagli utenti che da alcuni dipendenti
dell'azienda.
Ma tra i colossi tecnologici c'è tensione. C'è tensione tra le
aziende che sfornano tecnologie che sempre più spesso finiscono
nelle mani degli apparati di polizia. E c'è tra gli stessi
dipendenti. In questi giorni un migliaio hanno firmato una lettera
aperta pubblicata su un sito creato ad hoc, IceOut.tech. Dipendenti
di Microsoft, di Amazon, di Google, di Palantir, di Uber, di Spotify,
di Anthropic chiedono di fermare ogni violenza a Minneapolis e di
cacciare l'Ice dalle strade (Ice-out). Tutti sono manager. Tutti
hanno posizioni estremamente critiche nei confronti
dell'amministrazione Trump. Dario Amodei, fondatore italiano del
colosso dell'Ia Anthropic, è forse quello più critico tra tutti. Ha
definito i fatti di Minneapolis «un orrore» e ha sottolineato che la
sua azienda ha ancora senso solo se le sue tecnologie sono messe a
disposizione per migliorare l'umanità. Un messaggio che suona oramai
di altri tempi. Perché le tecnologie sviluppate in Silicon Valley
sono già usate da governo e polizia federale. Un'app sviluppata da
Palantir, società fondata da Peter Thiel, imprenditore simbolo dei
repubblicani americani, usa l'Ia per integrare dati governativi e
medici e geolocalizzare immigrati irregolari e aiutare gli agenti a
scovarli e arrestarli. L'app si chiama Elite. E rappresenta uso
inedito e spregiudicato dei dati pubblici, al fine di individuare
sospetti e aiutare la polizia. Big Tech non ha cambiato visione
politica, ha solo capito dove si muoveranno soldi e finanziamenti.
Secondo i dati riportati dal Financial Times, colossi come Palantir
e Doloitte hanno già incassato 22 miliardi di dollari in contratti
federali. Le commesse sono aumentate a ritmo vertiginoso con la
nuova amministrazione americana e il Big Beautiful Deal, il
pacchetto legislativo voluto da Trump per finanziare i rimpatri di
massa. Fondi finiti per sviluppare nuove tecnologie di controllo e
repressione. Una rappresentazione plastica di quello che gli esperti
chiamano capitalismo della sorveglianza. —
anche i favorevoli al distacco dalla
danimarca temono le "follie" di trump Il caos Minnesota arriva in
Groenlandia "Perché mai dovremmo unirci agli Usa?"
I fatti di Minneapolis convincono ancora di più i groenlandesi a non
cedere alle pressioni di Donald Trump. Non molto tempo fa, Aviaja
Sinkbaek, una responsabile d'ufficio in Groenlandia, pensava che
fosse giunto il momento di allontanarsi ulteriormente da 300 anni di
dominio danese e magari pensare all'indipendenza. Era persino aperta
ad un avvicinamento agli Stati Uniti. Ora, racconta il New York
Times, mentre guarda le immagini della violenza provenienti da
Minneapolis dalla sua casa a schiera verde chiaro su una collina
sopra Nuuk, la capitale della Groenlandia, con le orecchie ancora
piene delle minacce del presidente Trump di ottenere in qualche modo
la sua patria, ha cambiato idea. «È pazzesco», ha detto la signora
Sinkbaek a proposito di ciò che sta accadendo in Minnesota. «È
pazzo», ha aggiunto, a proposito di Trump.
Nonostante Trump abbia poi dichiarato che non conquisterà la
Groenlandia con la forza, la crisi che ha creato da solo ha
allarmato gli alleati americani in Europa, minacciato la Nato e
spinto le relazioni degli Stati Uniti con la Danimarca a un punto di
rottura. Ha anche rivelato il cambiamento di visione dell'America
dall'estero. Gli Stati Uniti hanno difeso la Groenlandia durante la
Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, e i groenlandesi erano
soliti vedere gli americani come protettori.
Ma ora l'idea di unirsi agli Stati Uniti - una nazione profondamente
divisa, senza assistenza sanitaria universale, con disuguaglianze
crescenti e un caos nelle strade di Minneapolis - non è più così
allettante. «Cosa dovremmo pensare degli Stati Uniti ora?». R.E
Lo smottamento continua: "Peggio del Vajont"
Niscemi peggio del Vajont, sostiene il capo della Protezione civile
Fabio Ciciliano: «Una frana di 350 milioni di metri cubi
contro 263 del disastro del 1963, è caduta quasi una volta e mezza
la quantità di montagna di allora». Nella zona rossa continuano a
sentirsi boati e la terra scivola ancora verso il basso, «l'area
rossa è destinata a allargarsi» l'analisi del ministro Musumeci. «Il
centro di Niscemi, anche se costruito sulla piana, è in zona sicura
- ha aggiunto Ciciliano - Quello che si sta facendo ora è il
ripristino della distribuzione del gas che per motivi di sicurezza
era stata interrotta». —
Il ministro dell'Interno de Il Cairo: "Elogiati i nostri 007".
Indignata l'avvocata della famiglia Regeni
Piantedosi e il caso dei servizi egiziani
roma
L'incontro del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi con il
collega egiziano Mahmoud Tawfik – pochi giorni dopo la
commemorazione del decennale della scomparsa di Giulio Regeni –
diventa un caso. Mercoledì sera Piantedosi riceve Tawfik. I due
ministri si dichiarano soddisfatti e spiegano di aver «sviluppato
una collaborazione molto proficua». Il giorno dopo un post del
titolare del dicastero egiziano spiega che Piantedosi «ha elogiato i
notevoli sforzi dei servizi di sicurezza egiziani e i loro ripetuti
successi nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata in
tutte le sue forme, in particolare nella lotta all'immigrazione
clandestina». E annuncia «l'impegno a un coordinamento continuo per
affrontare le sfide alla sicurezza che minacciano la pace e la
sicurezza globali».
Toni che riaprono indirettamente la ferita mai chiusa dell'omicidio
Regeni. Indignata Alessandra Ballerini, legale della famiglia del
ricercatore friulano rapito e ucciso al Cairo nel gennaio del 2016
per mano di quattro 007 egiziani. «Il ministro dell'Interno italiano
– dice l'avvocata – si incontra con quello egiziano e si fanno
grandi complimenti per la collaborazione per fermare l'immigrazione
che viene dall'Egitto, da cui scappano persone che stanno subendo le
conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio». Sul fronte
politico, ad attaccare è il deputato Pd Gianni Cuperlo: «Ho visto il
docufilm su Giulio. La descrizione delle torture che ha subito, i
depistaggi e le volgarità delle autorità egiziane proseguite negli
anni. E il ministro degli Interni italiano parla di "collaborazione
molto proficua". Mi vergogno per lui e per la sua immoralità». —
Crans-Montana, fuorilegge due locali su tre Il responsabile del
Comune finisce indagato
Niccolò Zancan
inviato a Sion
Quello del Constellation non era un caso isolato. A Crans Montana ci
sono 110 locali pubblici. Nel 2025 solo 38 di questi erano in
regola, cioè controllati dagli ispettori municipali per tutto quello
che riguarda le norme di sicurezza e le misure antincendio. Il
calcolo, visto al contrario, è impietoso: 72 locali erano
fuorilegge. Il dato è stato scoperto dalla procura di Sion,
semplicemente leggendo le carte.
Dopo l'incendio di Capodanno in cui hanno perso la vita 40 persone e
altre 116 sono rimaste ferite, la procuratrice generale Beatrice
Pilloud ha ordinato al comune di consegnare i registri con tutta la
documentazione. Il sindaco Nicolas Féraud aveva messo le mani avanti
durante la conferenza stampa del 6 gennaio: «Nessun controllo al
Constellation dal 2019». Dalla lettura dei registri è emerso il dato
che allarga e di molto quella consuetudine.
L'inchiesta sulla tragedia di Capodanno ieri ha fatto un salto di
livello. Ci sono altri due indagati, proprio fra i dipendenti di
quel comune che mancava di rispettare il regolamento che impone un
controllo all'anno in ogni locale pubblico. Dopo i proprietari del
Constellation Jacques e Jessica Moretti, i due nuovi indagati sono
Christophe Balet e Ken Jacquemoud, entrambi responsabili dei servizi
di sicurezza del Comune di Crans-Montana. Saranno interrogati il 9
febbraio. Dalla lettera di convocazione firmata dalla procura,
emergono alcune considerazioni degli investigatori su quanto emerso
fino a qui. «Esistono ragioni per ritenere che il Comune abbia
mancato alla propria missione di far applicare le diverse norme che
gli incombevano per salvaguardare la vita e l'integrità fisica dei
clienti del bar Constellation, tali mancanze potrebbero essere
imputabili tanto a collaboratori quanto a membri del Consiglio
municipale, passati e attuali». E ancora: critiche alla difesa del
Comune che cerca di chiamarsi fuori su quella schiuma fonoassorbente
da cui è partito l'incendio, una difesa ritenuta «poco dettagliata».
Il Comune non espone per quali motivi l'eventuale inagibilità della
uscita di sicurezza del seminterrato costituirebbe un problema
strutturale: «Il Comune non aveva intrapreso alcuna azione
repressiva nei confronti delle presunte violazioni delle norme
edilizie che oggi fa valere, sebbene la situazione gli fosse
verosimilmente già nota ben prima dell'incendio del 1° gennaio
2026». Un Comune per cui: «Esistono ragioni per ritenere che abbia
mancato alla propria missione di far applicare le norme di
protezione antincendio che gli incombevano al fine di salvaguardare
la vita e l'integrità fisica dei clienti del bar Le Constellation».
Ecco dove sta andando l'inchiesta. La Procura vieta al Comune di
Crans-Montana la possibilità di costituirsi parte civile. Non è una
vittima del disastro.
La televisione francese Bfm ha intervistato un barista del
Constellation da pochi giorni uscito dal coma, il suo nome è Gaëtan:
«La gestione del locale era approssimativa, non teneva conto dei
rischi. Trovo aberrante che i proprietari abbiano provato a
scaricare le colpe sui dipendenti». —
Nei filmati in via Nizza la caduta e l'arrivo dell'automobilista
dopo trenta secondi
Nei video la morte di Davide "Lo sciacallo prima di derubarlo lo
tocca più volte con la scarpa"
elisa sola
È una scena che dura due minuti. Ci sono tre fatti che accadono in
serie quasi senza soluzione di continuità. La caduta di Davide
Borgione dalla bici. Il passaggio dell'auto che molto probabilmente
lo urta e se ne va. L'arrivo della Fiat Punto con a bordo i due
uomini che derubano il ragazzo quando è a terra inerme senza
chiamare i soccorsi.
L'indagine è a buon punto. Adesso i filmati ripresi dalle telecamere
di via Nizza e corso Marconi sono abbastanza per capire cosa è
successo. Gli agenti della municipale fissano le immagini per ore.
Le bloccano per confrontarsi sui dettagli. Continuano a scrutare gli
altri video, con nuove angolature, per trovare dettagli e risposte.
Con il passare delle ore, la scena che si delinea è chiara e
agghiacciante.
Quello che accade prima è noto. Lo raccontano gli amici di Davide
Borgione, che oggi lo piangeranno al funerale previsto alle 15 e 40
al tempio crematorio: «È uscito dalla discoteca poco prima delle
quattro, noi siamo rimasti lì. Voleva andare a casa per studiare il
giorno dopo. Lunedì avrebbe dovuto dare un esame». Era iscritto al
primo anno di economia "Borgio", così lo chiamano gli amici di una
vita. Ci teneva a prepararsi bene. Così è uscito dal Milk, ha
percorso a piedi il cavalcavia di corso Sommeiller e in via Nizza ha
noleggiato una bici. Era abituato a tornare a casa con il
monopattino o un mezzo elettrico.
Nella telecamera che inquadra via Nizza Davide spunta all'altezza
dell'incrocio con corso Marconi. Alle quattro e un minuto e 46
secondi, va giù. Cade a terra. In questa stessa scena si vede anche
la Jeep guidata dal funzionario di banca indagato per omissione di
soccorso. L'urto avviene, probabilmente quando Davide è già a terra,
trenta secondi dopo. Nel frame successivo si vede la Jeep che passa
nello stesso punto in cui Davide è caduto, anche se in questa
seconda scena il ragazzo non si vede, è troppo in basso. Sono le
quattro e due minuti passati. Da questo momento alla scena choc
passa solo un altro minuto. Eccola, la Fiat punto scura che entra
nel raggio di ripresa. A bordo ci sono due uomini. Entrambi giovani.
Vivono nella prima cintura. Pare che lavorino. Di loro non si sa
quasi nulla. La Punto rallenta nel punto in cui Davide è steso a
terra con la testa spaccata e sanguinante. Poi si ferma. Per venti
secondi esatti. Nessuno scende. Forse è il tempo in cui, quelli che
adesso tutti chiamano sciacalli, anche se loro - dicono i loro
legali - non vogliono essere definiti così, pensano al da farsi. O
si guardano intorno per capire se sono osservati. Uno dei due scende
dalla Punto. Cammina verso Davide. Resta in piedi mentre con la
punta della scarpa lo tocca sul corpo esanime, per capire se
reagisce. Lo tocca più volte. Davide non si muove. Sta morendo.
Forse è già senza vita. Nessuno lo può sapere. Ma forse si sarebbe
potuto salvare.
Il giovane che tutti chiamano sciacallo lo tocca ancora, sui
pantaloni, con le mani. Gli porta via il portafoglio. Sale in auto e
se ne va.
La scena dell'orrore è finita. Piove. Davide resterà ancora a terra,
non si sa per quanto. Fino a quando non si fermeranno altri due, tre
ragazzi, su due auto diverse. Gli unici che hanno un senso del
dovere. Sono loro a chiamare l'ambulanza, ma quando arriva è tardi.
Davide viene dichiarato morto all'ospedale Cto.
Sono ore in cui nessuno parla. Gli inquirenti ascoltano i testimoni.
Preparano le domande da fare ai tre indagati quando si presenteranno
in procura. L'omissione di soccorso è contestata a tutti e tre. Il
furto è il reato contestato in aggiunta ai due ladri.
Non parlano nemmeno gli avvocati difensori. Sono momenti difficili.
Non hanno visto gli atti, hanno appena conosciuto i loro assistiti.
E c'è tutta la città che si chiede come i loro assistiti possano
essere stati così crudeli. Il diritto non c'entra con la morale. Ma
questa è un'azione che strazia una comunità. «Andremo a raccontare
la nostra versione ai pm quando sarà il momento», dicono gli
avvocati Nicola Gallicchio e Andrea Cagliero. Ma per il resto, è
tutto «no comment». —
29.01.26
Nuovo tentativo del governo di inserire la norma salva-imprenditori
sui lavoratori sottopagati. Inserita a dicembre nella legge di
bilancio e poi espunta dal maxi-emendamento della commissione
Bilancio per l'Aula del Senato, la norma è ora contenuta in una
bozza dell'ultimo decreto Pnrr, all'articolo 18.
Si stabilisce che i datori di lavoro che, sulla base di quanto
accertato dai giudici, non pagano i propri lavoratori conformemente
all'articolo 36 della Costituzione sulla retribuzione proporzionata,
non possano essere condannati al pagamento di differenze retributive
o contributive se hanno applicato lo standard retributivo previsto
dal contratto collettivo.
La norma stabilisce che, in presenza di un "provvedimento con cui il
giudice accerta, in ogni stato e grado del giudizio, la non
conformità all'articolo 36 della Costituzione" (che garantisce al
lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata) "dello
standard retributivo stabilito dal contratto collettivo di lavoro
per il settore e la zona di svolgimento della prestazione", il
datore di lavoro non possa "essere condannato al pagamento di
differenze retributive o contributive per il periodo precedente la
data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio se ha
applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo"
o dai "contratti che garantiscono tutele equivalenti" per il settore
e la zona di svolgimento della prestazione.
La disposizione "non si applica se il giudice accerta che il datore
di lavoro non applica un contratto collettivo a norma o altro
contratto equivalente, oppure se il contratto collettivo applicato
non si riferisce al settore economico nel quale il lavoratore ha
prestato attività per conto dell'impresa
DEUTSCHE SBANK! – LA PROCURA TEDESCA HA DISPOSTO UNA PERQUISIZIONE
NEGLI UFFICI DELLA PIÙ GRANDE BANCA TEDESCA, DEUTSCHE BANK, A
FRANCOFORTE – IL BLITZ È STATO ORDINATO NELL’AMBITO DI UN’INDAGINE
PER SOSPETTO RICICLAGGIO DI DENARO DA PARTE DELL’ISTITUTO, CON
AZIENDE LEGATE ALL’OLIGARCA RUSSO ROMAN ABRAMOVICH, SANZIONATO
DALL’UNIONE EUROPEA DOPO L’INVASIONE DELL’UCRAINA, NEL 2022
https://www.dagospia.com/politica/deutsche-sbank-procura-tedesca-disposto-perquisizione-negli-uffici-piu-462100
(ANSA) - BERLINO, 28 GEN - Le perquisizioni nelle sedi di Deutsche
Bank puntano ad aziende collegate all'oligarca russo Roman
Abramovich, dal 2022 nella lista delle sanzioni dell'Unione europea.
In particolare, secondo il quotidiano Sueddeutsche Zeitung, la
Deutsche Bank avrebbe segnalato con ritardo alle autorità uno o più
casi di sospetto riciclaggio di denaro riguardanti società
dell'oligarca. Negli ultimi anni la Deutsche Bank ha dovuto pagare
più volte delle multe per aver segnalato in ritardo dei casi
sospetti di riciclaggio di denaro.
Sempre Abramovich era finito nel mirino degli inquirenti tedeschi
già lo scorso anno per reati ai sensi della legge sul commercio
estero. È probabile, quindi, che dall'inchiesta su Abramovich le
autorità tedesche abbiano considerato meritevole di attenzione anche
i comportamenti della banca tedesca. Il settimanale tedesco Der
Spiegel riporta, però, come l'avvocato di Abramovich neghi qualsiasi
reato del suo assistito:
"non siamo a conoscenza di alcuna indagine da parte delle autorità
tedesche in merito a questa vicenda". Abramovich avrebbe "sempre
agito in conformità con le leggi e le normative nazionali e
internazionali vigenti". La vicenda arriva proprio alla vigilia
della presentazione dei dati di Deutsche Bank per il 2025,
un'occasione nella quale Christian Sewing, amministratore delegato,
intende presentare il profitto più alto degli ultimi anni.
FINALMENTE SE NE ACCORGONO : L'allarme dello slovacco Fico
"Donald è fuori di testa" Lui minaccia sulle elezioni simona siri
new york
La scorsa settimana, durante un'intervista al New York Magazine
condotta nello Studio Ovale, a Donald Trump è stato chiesto del
padre Fred, morto nel 1999 all'età di 93 anni e affetto da demenza.
«Aveva un problema. A una certa età, intorno agli 86, 87 anni, ha
iniziato ad avere... come si chiama?», ha chiesto rivolgendosi alla
portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, affinché lo aiutasse
a ricordare la parola. «Alzheimer», ha subito risposto lei, prima
che il presidente si affrettasse a rassicurare: «Beh, io non ce
l'ho». Potrebbe essere una barzelletta – sai di avere l'Alzheimer
quando non ricordi neanche che la malattia si chiama Alzheimer - ma
non lo è, è solo l'ultimo episodio che ha fatto scatenare
preoccupazione sulla salute mentale del presidente in carica che si
avvia a essere il più anziano di sempre: avrà 82 anni compiuti
quando finirà il suo mandato, nel gennaio 2029. Se è vero che di
declino cognitivo e di tratti narcisistici si parla da tempo, anche
all'epoca del suo primo mandato, ultimamente le voci si sono fatte
più insistenti.
Il sito Politico, ieri, ha riportato la notizia secondo la quale il
primo ministro slovacco Robert Fico, dopo aver incontrato Trump a
Mar-a-Lago lo scorso 18 gennaio, sarebbe rimasto «traumatizzato»
dalle condizioni mentali del Presidente, secondo quanto riportato da
cinque fonti anonime. Fico - tra i politici europei più favorevoli a
Trump – ha smentito l'accaduto, ma cinque fonti anonime hanno
spiegato in un incontro con i leader europei tenutosi a Bruxelles il
22 gennaio che avrebbe usato il termine «fuori di testa» per
descrivere lo stato mentale di Trump e si sarebbe detto molto
preoccupato dopo il suo faccia a faccia con il Presidente americano.
Illazioni sulla possibile pazzia di Trump ci sono da sempre, di
solito dopo una sua qualche uscita dai toni particolarmente folli ed
eccessivi. Il problema è che ultimamente questi episodi sono sempre
più frequenti, così come gli insulti ai giornalisti, soprattutto
donne appartenenti alle minoranze etniche. Martedì, durante un
incontro con gli elettori a Minneapolis, la deputata statunitense
Ilhan Omar è stata attaccata da un individuo che le ha spruzzato
addosso, con una siringa, un liquido non identificato prima di
essere bloccato dalle guardie di sicurezza. Quando la Abc gli ha
chiesto un commento sull'aggressione, in un momento in cui ha detto
di voler riportare un po' di calma nella cittadina del Minnesota
dopo le proteste per l'uccisione di Alex Pretti, Trump invece di
prendere la palla al balzo ed esprimere solidarietà alla deputata,
ha detto che Omar è «un'impostora» e che avrebbe organizzato lei
stessa l'aggressione.
Democratica di origine somala, Omar è da tempo nel mirino di Trump
che a lei ha dedicato tra gli insulti più pesanti mai riservati a un
avversario politico. Giusto la sera prima, durante il suo comizio in
Iowa, di lei aveva detto che «viene da un Paese che è un disastro,
non è nemmeno un Paese, francamente».
Lì ha anche aggiunto, minacciando, che accadrebbero «cose molto
brutte» se i repubblicani perdessero le elezioni di Midterm, a
novembre. E ha ggiunto che il suo partito deve vincere sia il Senato
che la Camera, nonostante i bassi indici di gradimento. «Perderete
così tante delle cose di cui stiamo parlando, risorse, tagli
fiscali», ha precisato.
Comportamenti confusi e dichiarazioni al limite dell'indicibile
hanno caratterizzato la fine dell'anno scorso, mettendo la Casa
Bianca sulla difensiva - spesso con toni iperbolici - rispetto allo
stato psicofisico di Trump. Le volte in cui si è addormentato
durante riunioni importanti hanno portato la portavoce a dire che
no, non dormiva, è solo la sua «modalità di ascolto», spiegazioni
creative che però servono a poco quando Trump, durante discorsi
ufficiali, incomincia a parlare di balene, di uccelli, di come
Barack Obama scende le scale o di come suo zio, il defunto
professore John Trump, avesse insegnato a Ted Kaczynski, meglio
conosciuto come Unabomber, presso il Massachusetts Institute of
Technology (MIT), dove però Kaczynski non ha mai studiato. Più di
recente, è stato il suo discorso a Davos – lunghissimo, a volte
incoerente, in cui ha parlato di pale eoliche e di uccelli uccisi e
in cui ha menzionato l'Islanda per ben quattro volte, intendendo in
realtà la Groenlandia – a destare preoccupazione. Un'analisi del New
York Times sulle sue apparizioni pubbliche ha scoperto che Trump,
rispetto al suo primo mandato, ha tenuto meno discorsi programmati e
interventi preparati, ma ha rilasciato più interviste e ha
partecipato a «incontri informali con la stampa» sei volte di più.
«In media ha pronunciato molte più parole in ogni evento rispetto al
2017, confermando la tendenza a interventi pubblici più lunghi e
meno focalizzati», ha scritto il giornale.
Pressato dalle vicende interne relative all'Ice e con il mondo col
fiato sospeso rispetto a quello che deciderà di fare in Iran, le
parole di Trump hanno oggi un peso che può portare a conseguenze
disastrose o, come scrive il New Yorker «la differenza, oggi è che
la sua amministrazione è molto più disposta e in grado di
trasformare le sue parole fantasiose in realtà concrete». Come a
dire che se prima certe follie verbali rimanevano tali, oggi sono
azioni, che si tratti del Board of Peace, dell'annessione della
Groenlandia o di un possibile attacco all'Iran. —
Le
prime risorse solo nel 2014 e lo stato d'emergenza prorogato senza
pianificare interventi
Venti milioni stanziati e solo uno speso Trent'anni di progetti mai
realizzati
andrea rossi
Il 26 settembre del 2014 lo Stato ha deciso che era il momento di
occuparsi della frana che da quasi diciassette anni rischiava di
portarsi via un pezzo di Niscemi e dei suoi 24 mila abitanti. Quel
giorno la Regione Sicilia ha stanziato 9 milioni per consolidare
alcuni versanti instabili. Il progetto è stato realizzato e
appaltato, i lavori mai cominciati, paralizzati da una serie di
contenziosi fino alla revoca del finanziamento. Per vedere il primo
vero intervento si dovuto attendere il 2019: la stabilizzazione del
versante Ovest della frana con messa in sicurezza di parte della
strada provinciale. Totale: un milione e 200 mila euro, le uniche
risorse che Niscemi e la sua gente hanno visto in trent'anni.
Scorrere a ritroso l'elenco di tutto ciò che andava fatto ed è
rimasto - nel migliore dei casi - sulla carta rende chiarissimo come
si sia finiti oggi a dover evacuare quasi 2 mila persone e perdere
qualche decina di abitazioni. Ed è piuttosto emblematico del quadro
generale, almeno in Sicilia: secondo i dati ufficiali, solo restando
ai fondi di coesione, la struttura del commissario contro il
dissesto idrogeologico della Regione ha finora potuto contare su
circa 750 milioni; ne ha spesi 117. E considerando il totale delle
risorse a disposizione del commissario - un miliardo e mezzo dal
2010 a oggi - il bilancio è questo: le risorse impegnate si fermano
poco sotto gli 800 milioni, quelle effettivamente liquidate a 570.
Poco meno di un terzo di questi fondi - 404 milioni - servivano
proprio a contrastare il dissesto idrogeologico ma sono rimasti
fermi per oltre cinque anni, dal 2019 al 2024, in attesa che i fondi
saltassero fuori. Alla fine ne è spuntata una minima parte: 77
milioni.
Un breve spaccato di come (non) funziona il sistema della
prevenzione. Niscemi ne è un esempio eclatante dal 12 ottobre 1997:
la prima grande frana, 400 persone evacuate, una cinquantina di
abitazioni demolite. Da quel momento l'eccezionalità è diventata
routine: lo stato di emergenza è stato prorogato per dieci anni
senza che nel frattempo venissero pianificati interventi
strutturali, nonostante diverse relazioni ufficiali firmate da
geologi ed esperti avessero dichiarato l'area a rischio elevato. La
prima presa di consapevolezza, come detto, risale al 2014, e non è
arrivata da sé ma sulla scia di un'altra frana: allarmi, proteste,
poi qualcosa si muove. Sulla carta. Cinque anni dopo arriva l'unica
- finora - opera strutturale ma è poca cosa e non risolve nessuna
delle minacce che incombono sul paese. Tra il 2020 e il 2024 la
Regione vara un altro piano da 8 milioni per interventi di drenaggio
dei corsi d'acqua e stabilizzazione dei versanti. Ma anche questa
volta i progetti non vengono finanziati, tantomeno appaltati.
In definitiva: diciassette anni di silenzi e poi, dal 2014 a oggi,
pianificati interventi per oltre 18 milioni ma realizzate opere per
poco più di uno. L'ultima beffa è arrivata con il Pnnr: nessuno dei
46 progetti finanziati in Sicilia per contrastare il dissesto
idrogeologico riguarda la frana. I fondi - 99 milioni di cui 43 già
pagati - sono destinati a rispondere «al crescente bisogno di
risanare il territorio danneggiato da eventi idrogeologici, mettendo
in sicurezza le aree vulnerabili e riducendo i rischi per la
popolazione». Ma una delle aree più a rischio, e da trent'anni, è
stata tagliata fuori.
A livello nazionale la Sicilia non è un'eccezione: secondo l'Ispra
(l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale)
negli ultimi 25 anni sono stati stanziati 19 miliardi contro il
dissesto; solo un terzo è stato effettivamente speso. Di sicuro la
Sicilia non è stata dimenticata: è tra le cinque regioni
maggiormente finanziate. Il guaio è che, sempre secondo Ispra, in
molti casi non è dato sapere neanche per quale scopo i fondi sono
stati stanziati. «Una criticità che emerge chiaramente - è scritto
nell'ultima relazione - è l'elevato numero di interventi per i quali
non è stata definita la tipologia di dissesto in relazione al quale
sono stati finanziati che, da soli, rappresentano circa il 35% del
totale». —
Torino, i soccorritori del ragazzo morto in strada e derubato: "Era
ancora vivo"
Gli angeli che hanno provato a salvare la vita a Davide "Un dovere
morale fermarsi"
elisa sola
torino
«Borgio vive». In questo slogan spruzzato con lo spray su uno
striscione granata pronto a comparire domenica nello stadio del
Toro. Nei fiori non ancora appassiti, anche se sono passati cinque
giorni, appesi al palo tra via Nizza e largo Marconi. «Borgio vive»
nelle chat e nei messaggi rimbalzati su migliaia di telefoni. Nelle
raccolte di soldi dei suoi amici per le vittime della strada. E
nelle parole d'amore, mai sciacquate dalla pioggia, rimaste su
queste lettere. Sono ancora qui. Su un marciapiede di San Salvario.
Su un pezzo di asfalto tra un sushi e un convento di suore. Da
venerdì notte questo sarà per tutti e per sempre il posto di "Borgio".
Non solo quello in cui è morto. Ma quello in cui vive.
L'incrocio in cui Davide Borgione è stato trovato a terra a 19 anni
con la testa spaccata, a fianco della bici elettrica che aveva
noleggiato per tornare a casa dalla discoteca, non è solo il simbolo
della banalità del male. Il punto della strada dove due sciacalli
hanno inchiodato per derubare un giovane inerme.
Il luogo in cui Davide muore è anche quello in cui Borgio vive. Da
qui non sono passati solo predoni, ma anche angeli. Ragazzi che
hanno visto Davide e si sono precipitati dalle auto. Che hanno
provato a salvarlo chiamando l'ambulanza.
Il primo è stato Luca. Ha visto una sagoma vicino alla pista
ciclabile. Accasciata di lato verso sinistra, quasi in mezzo alla
strada. Via Nizza in quel punto di notte è illuminata a giorno.
Impossibile non vedere. Prima di Luca sono passate molte auto.
Eppure lui è il primo che si ferma. L'unico nell'ora più che
abbondante, forse due, che passano dal momento in cui Davide resta a
terra con la testa spaccata a quello in cui arriva l'ambulanza, che
lui chiamerà. Luca scende dalla macchina quando i ladri sono andati
via da poco. Non vuole parlare. Quello che aveva da dire lo ha
raccontato alla procura, che indaga. Non si sente un eroe. È un
ragazzo normale. Perché lo ha fatto? Per «un dovere morale». Come
Kelvin, il ragazzo che arriva subito dopo di lui. È su un furgone.
Scende, si avvicina a Luca. Ora sono in due a cercare di aiutare
Davide. «Lavoro di notte - dice Kelvin - ero con due colleghi. Quel
ragazzo era disteso sull'asfalto, in mezzo alla carreggiata. È stata
una scena molto forte. Difficile da affrontare». «Abbiamo subito
chiamato l'ambulanza e in quel momento dava ancora segni di vita», è
il ricordo di Kelvin. Davide è stato dichiarato morto poco dopo
all'ospedale Cto.
Il trauma cranico dovrebbe essere la causa del decesso. Sulla
ricostruzione della dinamica la procura continua a indagare. Adesso
i video raccolti dalle telecamere sono più di uno. In un frame si
vede Davide cadere vicino alla pista ciclabile. Subito dopo un'auto
passa e lo urta. Non si ferma e prosegue. «Mi sembrava di avere
preso un dosso», dirà il conducente, indagato per omissione di
soccorso. Dopo arrivano i due sciacalli. E solo alla fine gli
angeli. «Abbiamo aspettato i soccorsi - ricorda Kelvin - e segnalato
il pericolo per le auto in arrivo per evitare altri incidenti. Solo
dopo, leggendo le notizie sui giornali, abbiamo capito che poco
prima qualcuno avrebbe rubato il portafoglio del ragazzo. Questo
gesto mi indigna profondamente. Per il contesto, che è drammatico.
L'ambulanza è arrivata dopo venti minuti. Il ragazzo non mostrava
più segni di vita». «Voglio dire queste cose - conclude Kelvin - per
rispetto di lui. E perché l'attenzione, la sicurezza e il senso di
umanità sono fondamentali, soprattutto di notte».
Torino è umana. Lorenzo, Jack, Marco, Pietro e Riccardo sono cinque
amici d'infanzia di Davide. Hanno studiato con lui al liceo
D'Azeglio. Due giorni fa hanno pubblicato un link su Instagram.
L'obiettivo era raccogliere i soldi per comprare una corona di fiori
e uno striscione da mostrare nella curva Maratona questa domenica.
Era una raccolta tra amici. In poche ore il link è diventato virale.
E quei cinque amici hanno ricevuto offerte da migliaia di
sconosciuti. Cinque euro da un liceale, cento da un genitore,
qualche decina da una comunità che ospita minorenni. Si sono
ritrovati con cinquemila euro. Hanno deciso di metterli in un fondo
per i familiari delle vittime della strada che non possono
permettersi un legale. È la normalità del bene. Sono angeli come gli
altri. «Borgio vive» anche grazie a loro. —
Ipotesi riciclaggio su Deutsche Bank per i fondi di Abramovi c
giovanni turi
L'ombra di un altro scandalo finanziario si abbatte su Deutsche Bank.
Il sospetto di legami tra l'istituto e società straniere affiliate
all'oligarca russo Roman Abramovi? usate per il riciclaggio di
denaro, risveglia i fantasmi del recente passato. Ieri mattina, poco
dopo le 10, circa trenta investigatori della polizia federale
tedesca hanno perquisito gli uffici della banca nel quartier
generale a Francoforte e in una filiale di Berlino. Un mandato della
procura di Francoforte sul Meno che sta conducendo un'indagine nei
confronti di «persone e dipendenti, per ora ignoti, della banca».
Secondo la Süddeutsche Zeitung, la miccia è stata innescata dalla
verifica se Deutsche Bank abbia rispettato o meno gli obblighi di
segnalazione nelle transazioni di Abramovi?. E nello specifico se ci
siano state comunicazioni in ritardo alle autorità competenti. Sotto
la lente degli investigatori ci sarebbero transazioni tra il 2013 e
il 2018. Deutsche Bank, da parte sua, assicura piena collaborazione
con la procura. «No comment» dal governo di Friedrich Merz.
Ma il nervosismo degli investitori si è fatto sentire, eccome. Ieri
il titolo di Deutsche Bank ha chiuso con un meno 1,98%, a 32,86
euro. Il caso è ancora fosco. Ma il potenziale risulta esplosivo.
Alcuni elementi: un istituto che rischia di tornare in un mare in
tempesta dopo la cura da elefante avviata nel 2019, i conti da
presentare domani - gli analisti prevedono un utile netto record,
cifre che non si vedono dal 2007 -. E poi il nome ingombrante
dell'imprenditore russo legata all'indagine, ex cliente di primo
piano dell'istituto.
Una figura, quella di Abramovi?, già finita nel mirino degli
inquirenti tedeschi l'anno scorso per reati ai sensi della legge sul
commercio estero. E soprattutto nota per la stretta vicinanza al
presidente della Federazione russa, Vladimir Putin. Un rapporto che
a marzo 2022 gli è costato caro, visto che il magnate è finito nella
lista nera delle persone sanzionate dall'Unione europea sulla scia
dell'aggressione del Cremlino all'Ucraina. A Der Spiegel, i legali
dell'ex patron del Chelsea negano qualsiasi tipo di reato: «Il
nostro cliente non è a conoscenza di alcuna indagine da parte delle
autorità tedesche in merito a questa vicenda». E poi continuano:
Abramovi? avrebbe «sempre agito in conformità con le leggi e i
regolamenti nazionali e internazionali vigenti».
Inoltre, questo presunto riciclaggio di denaro può fare un'altra
vittima: l'amministratore delegato Christian Sewing, alla guida
dall'aprile 2018. Dal suo arrivo, Deutsche Bank è sotto torchio con
una terapia d'urto per il risanamento dei bilanci (persino con folti
licenziamenti). E anche della credibilità dell'immagine. Questo
perché gli scandali costano caro. Nel 2015 l'istituto superava i 40
miliardi di dollari in capitalizzazione di mercato. Nel settembre
2016, quando il dipartimento di Giustizia Usa gli chiese il
pagamento di una multa da 14 miliardi - poi dimezzata - per
irregolarità nella compravendita di obbligazioni garantite da mutui
(alla storia come una manipolazione fraudolenta del Libor, il tasso
di riferimento sui mutui immobiliari), si parlava invece di 15,7
miliardi.
Sempre da oltreoceano, un'altra sanzione era lì lì per dare un'altra
botta: da due anni, infatti, era emerso che la banca aveva camuffato
un riciclo in rubli da 10 miliardi di dollari provenienti dalla
Russia da transazione azionaria. Nel gennaio 2017 altri 630 milioni
di dollari versati alle authorities americana e britannica. E
ancora: nel 2018 perquisizioni degli uffici di Francoforte. Le
accuse erano di riciclaggio di denaro legate ai Panama Papers. Il
ruolo della Deutsche Bank era di aver aiutato alcuni clienti a dar
vita a società off-shore nei paradisi fiscali. Per non dimenticare
poi le scoperte col tempo della sponda finanziaria con Teheran,
violando l'embargo commerciale di Washington, e dei rapporti
intrattenuti con il miliardario Jeffrey Epstein. E nel 2022 una
ciliegina sulla torta: altre perqusizioni per un'indagine attorno a
transazioni con il nipote dell'allora leader siriano Bashar al-Assad,
Rifaat al-Assad. Risultato: multa da 7 milioni di euro. Con
l'assicurazione che il dittatore di Damasco non fosse mai stato un
loro cliente. —
28.01.26
INQUINAMENTO DELLE PROVE : Crans-Montana, il pasticcio delle
telecamere "La polizia ha cancellato i video fuori dal bar" niccolò zancan
inviato a sion
Venti giorni dopo la conferenza stampa che ha lasciato tutti senza
parole, il sindaco di Crans Montana è tornato a parlare: «Non mi
spiego le carenze dei nostri controlli all'interno del Constellation.
So di essere colpevole agli occhi di molta gente. Se dovessi essere
iscritto nel registro degli indagati, mi assumerò le mie
responsabilità. Piango ogni giorno per tutte quelle persone che non
ci sono più, ho iniziato una terapia dallo psicologo ma so che
questo trauma rimarrà per sempre nella mia vita».
Nicolas Féraud, parlando con il Corriere del Ticino, ha detto anche
qualcosa che spiega bene il clima che si è creato intorno alla
strage di capodanno: «Ho ricevuto diverse minacce di morte. Cerco di
capire quelle persone, perché non hanno le risposte che vorrebbero».
Per esempio, ecco un'altra risposta mancante: come mai la procura di
Sion ha richiesto le registrazioni dei video di sorveglianza
pubblica solo il 15 gennaio? Non c'è risposta. Ma si sa che quei
video non ci sono più perché il sistema prevede che vegano
cancellati dopo sette giorni. Quindi 250 telecamere piazzate in
paese, alcune proprio davanti al locale, ma nessuna immagine
utilizzabile per le indagini.
La procura le ha chieste tardi, il sistema del comune le ha
cancellate non contemplando che potessero servire «a fini
investigativi». Così come sono inaccessibili i video all'interno del
locale gestito dal Jacques e Jessica Moretti. E anche su quanto
successo nei giorni successivi, ci sono dei dubbi e dei tormenti. I
titolari del Constellation, i coniugi Jacques e Jessica Moretti,
avrebbero organizzato una riunione con i loro dipendenti. L'incontro
si sarebbe tenuto il 7 gennaio. L'avvocata Nina Fournier, legale di
alcune famiglie delle vittime, in una lettera indirizzata alla
Procura generale di Sion, lo denuncia con toni di forte
preoccupazione: «È l'ennesima prova dei passi intrapresi, a quanto
pare, per influenzare le deposizioni delle persone che potrebbero
essere ascoltate nel procedimento».
Le autopsie mancate. I ritardi nell'acquisizione delle prove. Le
telecamere inservibili e anche il sospetto che i titolari del
Constellation abbiamo cercato di condizionare i testimoni. Oltre al
fatto che le immagini della notte dell'incendio sono state
cancellate dai social, con rapida sistematicità. Tutto questo
aggiunge dolore al dolore. Anche le tensioni diplomatiche fra Italia
e Svizzera sottolineano il momento di incertezza.
La giornata di ieri, però, segna un cambio di rotta. Finalmente la
Procura di Roma potrà partecipare attivamente alle indagini sulla
strage in cui sono morte 40 persone e altre 116 sono rimaste ferite,
erano quasi tutti ragazzini. Il Ministero pubblico del Cantone del
Vallese ha comunicato all'Ufficio federale di giustizia, nella sua
funzione di autorità centrale per l'assistenza giudiziaria
internazionale in materia penale, che entro la fine della settimana
«darà seguito alla richiesta italiana». Così si legge nel
comunicato: «Le due autorità hanno anche la possibilità di unirsi
per le indagini in cosiddette squadre investigative comuni». Più
occhi sulla stessa tragedia.
A leggere il lunghissimo secondo interrogatorio di Jacques Moretti,
ora agli atti dell'indagine - 194 domande, 14 ore - fa male vedere
le responsabilità scaricate sui dipendenti. Ragazzi giovani, assunti
con contratti a termine e senza nessuna formazione per gestire una
situazione d'emergenza. Per l'incendio. Persino per la porta di
sicurezza. «Era sempre aperta. Dopo il dramma abbiamo saputo che un
dipendente del Vieux Chalet, Adrien, avrebbe chiuso il chiavistello.
L'ho saputo alcuni giorni dopo». Così come sui petardi trovati
all'interno del locale: «Penso che siano stati portati da clienti».
Anche la domanda 163 è dolorosa da leggere: Come spiegate che così
tanti minorenni, alcuni di meno di 16 anni, frequentavano il
Constellation la sera in questione? «Purtroppo alcuni sono riusciti
a passare e non capiamo perché. Questo controllo era fatto dal
buttafuori alla porta». —
MAFIA SVIZZERA : Giuseppe Tamburi Il papà di Giovanni: "Scandaloso
che i titolari del locale siano liberi"
"In quel posto comanda una cricca La Svizzera deve cambiare il
giudice" Filippo Fiorini
bologna
La scoperta più dolorosa nella vita di Giuseppe Tamburi è arrivata
tre giorni dopo la strage del Le Constellation, quando il corpo di
suo figlio Giovanni è stato identificato tra le vittime. A un mese
di distanza, quel ragazzo che il padre racconta usando soprattutto
la parola «luce», non ha smesso di dargli le «magnifiche sorprese»
che gli ha dato durante i 16 anni di vita che hanno trascorso
insieme.
«Ho scoperto che Giovanni aiutava segretamente un senzatetto,
regalandogli cibo e abiti - dice l'imprenditore bolognese - e ora
vorrei aprire un ricovero per i bisognosi in suo nome». Giuseppe
Tamburi vuole anche «ristabilire gli equilibri» e avere «giustizia»
contro quella che chiama «la cricca di Crans-Montana». Appreso che
Jacques Moretti è stato rilasciato su cauzione, è pronto a una
battaglia legale che si aspetta lunga, ma che giura di combattere
contro i proprietari del bar e contro chiunque non abbia fatto i
dovuti controlli.
Come ha ricevuto la notizia che entrambi i gestori del Le
Constellation sono attualmente liberi?
«È scandaloso e come famigliari non siamo affatto d'accordo. Di
certo, ci opporremo attraverso i nostri avvocati. E poi, non si
tratta solo dei gestori. Anche chi non ha fatto i controlli deve
essere giudicato. La negligenza è anche loro. Per il loro
fallimento, sono morti tanti ragazzi».
Cosa pensa del modo in cui gli svizzeri stanno portando avanti
l'inchiesta?
«La Svizzera ha leggi che fatico a comprendere e che evidentemente
non funzionano poi così bene, se dopo quello che è successo i
responsabili sono a casa loro. Spero davvero che si possa fare
qualcosa per ristabilire l'equilibrio».
Avete già chiara una strategia legale?
«Intanto, vorremmo che si cambiasse il giudice, facendone arrivare
uno da un'altra giurisdizione. Vogliamo che almeno il giudice non
appartenga alla cricca di Crans-Montana, dove tutti si conoscono e
frequentano gli stessi ambienti. Vorremmo lo stesso anche per il
procuratore, ma a quanto pare questo non può essere sostituito».
L'Italia sta protestando con forza. Approva quello che sta facendo
il governo?
«La presidente Meloni ha chiesto di mandare una task force con
professionisti italiani d'esperienza, per aiutare nell'inchiesta e
dal punto di vista giuridico. Sì, mi fa sperare di ottenere dei
risultati».
Vi costituirete parte civile al processo?
«Sì, perché pretendiamo di avere giustizia, ma ci aspettiamo una
causa molto lunga. Almeno, questo è quanto ci hanno prospettato i
nostri avvocati».
Sta pensando anche a qualche iniziativa per tenere viva la memoria
di suo figlio Giovanni?
«Giovanni non smette di darmi delle sorprese magnifiche, come faceva
quando era qui con me. Ho scoperto di recente che aiutava di
nascosto un senzatetto, dandogli del cibo e dei vestiti. Per questo,
vorrei fare un dormitorio e una mensa per i bisognosi in suo nome.
So che non è una cosa che posso fare dall'oggi al domani, ma sto già
parlando con il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e la sua giunta,
perché diventi al più presto una realtà».
Perché gliel'ha tenuto segreto?
«Il suo carattere era questo. Non lo faceva per prendersi il merito,
lo faceva per altruismo, con modestia e dignità».
—
Giuseppe Tamburi Il papà di Giovanni: "Scandaloso che i titolari del
locale siano liberi"
"In quel posto comanda una cricca La Svizzera deve cambiare il
giudice" Filippo Fiorini
bologna
La scoperta più dolorosa nella vita di Giuseppe Tamburi è arrivata
tre giorni dopo la strage del Le Constellation, quando il corpo di
suo figlio Giovanni è stato identificato tra le vittime. A un mese
di distanza, quel ragazzo che il padre racconta usando soprattutto
la parola «luce», non ha smesso di dargli le «magnifiche sorprese»
che gli ha dato durante i 16 anni di vita che hanno trascorso
insieme.
«Ho scoperto che Giovanni aiutava segretamente un senzatetto,
regalandogli cibo e abiti - dice l'imprenditore bolognese - e ora
vorrei aprire un ricovero per i bisognosi in suo nome». Giuseppe
Tamburi vuole anche «ristabilire gli equilibri» e avere «giustizia»
contro quella che chiama «la cricca di Crans-Montana». Appreso che
Jacques Moretti è stato rilasciato su cauzione, è pronto a una
battaglia legale che si aspetta lunga, ma che giura di combattere
contro i proprietari del bar e contro chiunque non abbia fatto i
dovuti controlli.
Come ha ricevuto la notizia che entrambi i gestori del Le
Constellation sono attualmente liberi?
«È scandaloso e come famigliari non siamo affatto d'accordo. Di
certo, ci opporremo attraverso i nostri avvocati. E poi, non si
tratta solo dei gestori. Anche chi non ha fatto i controlli deve
essere giudicato. La negligenza è anche loro. Per il loro
fallimento, sono morti tanti ragazzi».
Cosa pensa del modo in cui gli svizzeri stanno portando avanti
l'inchiesta?
«La Svizzera ha leggi che fatico a comprendere e che evidentemente
non funzionano poi così bene, se dopo quello che è successo i
responsabili sono a casa loro. Spero davvero che si possa fare
qualcosa per ristabilire l'equilibrio».
Avete già chiara una strategia legale?
«Intanto, vorremmo che si cambiasse il giudice, facendone arrivare
uno da un'altra giurisdizione. Vogliamo che almeno il giudice non
appartenga alla cricca di Crans-Montana, dove tutti si conoscono e
frequentano gli stessi ambienti. Vorremmo lo stesso anche per il
procuratore, ma a quanto pare questo non può essere sostituito».
L'Italia sta protestando con forza. Approva quello che sta facendo
il governo?
«La presidente Meloni ha chiesto di mandare una task force con
professionisti italiani d'esperienza, per aiutare nell'inchiesta e
dal punto di vista giuridico. Sì, mi fa sperare di ottenere dei
risultati».
Vi costituirete parte civile al processo?
«Sì, perché pretendiamo di avere giustizia, ma ci aspettiamo una
causa molto lunga. Almeno, questo è quanto ci hanno prospettato i
nostri avvocati».
Sta pensando anche a qualche iniziativa per tenere viva la memoria
di suo figlio Giovanni?
«Giovanni non smette di darmi delle sorprese magnifiche, come faceva
quando era qui con me. Ho scoperto di recente che aiutava di
nascosto un senzatetto, dandogli del cibo e dei vestiti. Per questo,
vorrei fare un dormitorio e una mensa per i bisognosi in suo nome.
So che non è una cosa che posso fare dall'oggi al domani, ma sto già
parlando con il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e la sua giunta,
perché diventi al più presto una realtà».
Perché gliel'ha tenuto segreto?
«Il suo carattere era questo. Non lo faceva per prendersi il merito,
lo faceva per altruismo, con modestia e dignità». —
Le opposizioni bloccano la discussione: "Troppa opacità"
Bilancio in Regione, i revisori danno l'ok "Ma servono più
trasparenza e controlli" Il Collegio dei revisori dei conti approva il bilancio della
Regione, dopo la bocciatura dei loro "predecessori". Le opposizioni
bloccano il Consiglio: «Vogliamo spiegazioni».
Dopo le «perplessità sulla congruità della spesa» e le «incoerenze
tra le previsioni negli stanziamenti di entrata e spesa» denunciate
dal vecchio parere di ottobre, il nuovo Collegio definisce il
bilancio previsionale 2026-28, modificato dalla giunta, «congruo,
coerente e attendibile, rispettoso degli equilibri
economico-finanziari previsti dalla normativa e costruito sulla base
di criteri di legalità e trasparenza». Nelle undici pagine, ci sono
però molte raccomandazioni e richieste alla giunta di centrodestra:
una relazione illustrativa «ampliata nei contenuti» in futuro, un
piano di alienazione «redatto nei tempi», il monitoraggio «costante
del debito per evitare il superamento delle soglie di sostenibilità
finanziaria», ma anche del «permanere degli equilibri», con
«tempestive misure correttive per garantire la copertura di
disavanzo», oltre che la sorveglianza sull'attuazione del Pnrr e «il
rispetto dei tempi di pagamento». Ma il governatore Alberto Cirio
festeggia: «L'autorevole parere tecnico certifica pertanto che il
bilancio è corretto, trasparente e completo e persegue il virtuoso
obiettivo di garantire servizi, investimenti e sviluppo al nostro
territorio».
Le opposizioni, però, non ci stanno. E ieri hanno chiuso il
Consiglio alle 17.30, chiedendo una commissione chiarificatrice per
questa mattina: «C'è solo confusione. L'unica certezza che abbiamo,
oltre all'aumento dell'Irpef per tappare i tagli del governo, è che
sulla sanità questo bilancio non dà alcuna risposta. Difficile
prendere sul serio una discussione che parte con questi presupposti,
senza nessuna chiarezza sulle risorse e le politiche», attaccano
Alice Ravinale, Valentina Cera e Giulia Marro di Avs. «La questione
principale – dichiara il gruppo del M5S – è l'assoluta mancanza di
visione in un bilancio scarno e incolore. Siamo preoccupati». Per la
capogruppo del Pd Gianna Pentenero «le nostre preoccupazioni e
richieste erano pienamente fondate, tanto è vero che si è reso
necessario modificare sostanzialmente il contenuto del bilancio. Ma
la discussione fatta fin qui è stata al buio». g. ric. —
QUALE FUTURO CON UNA SOCIETA' NEGATIVA DALLA RADIO ALLA TV ALLA
SCUOLA ? MANCA IL CORAGGIO POLITICO DI FERMARE QUESTA TENDENZA. il
dossier
Sos
adolescenti alessandro mondo
Posti letto dedicati: 18, per un ospedale che è centro di
riferimento regionale. E prima ancora, una serie di deficit che
prescindono dall'ospedale: risolti i quali, i letti potrebbero pure
bastare.
Parliamo del malessere degli adolescenti, termine che riassume i
molti disturbi di cui soffrono: casi in crescita, anche in Piemonte.
E del Regina Margherita - un'eccellenza, anche su questo fronte -
che però sconta un vecchio problema, diciamo pure cronico: l'assenza
di una rete strutturata sul territorio. Riecco l'imbuto, quello
della fase post-dimissione, uno dei freni a mano che rallentano e in
parecchi casi bloccano la Sanità piemontese e torinese.
Ne parliamo a seguito di un focus dell'Ordine dei Medici di Torino.
«Il malessere degli adolescenti è riscontrato ogni giorno dai medici
al pronto soccorso, dove arrivano accompagnati da genitori sempre
più disorientati e confermato dai dati in costante crescita forniti
dai neuropsichiatri, preoccupati per la carenza di posti letto
dedicati a pazienti sempre più giovani che necessitano di un
approccio multidisciplinare», avverte Guido Giustetto, il
presidente.
Che tipo di malessere? Di tutto. In primo luogo, spiega Antonella
Anichini, neuropsichiatria infantile e responsabile del Day hospital
psichiatrico terapeutico del Regina, si registra un significativo
abbassamento dell'età di esordio: «Se il picco si collocava intorno
ai 14 anni, oggi vediamo sempre più spesso ragazzi di 10- 11 anni, e
anche più piccoli». Secondo uno studio multicentrico universitario,
le consulenze di neuropsichiatria infantile del Dipartimento di
emergenza e accettazione dell'Infantile sono aumentate da 319 nel
2018 a 1.694 nel 2022, stabilizzandosi poi su questa tendenza molto
elevata. Un aumento del 294% dei disturbi alimentari, del 297%
dell'ideazione suicidaria e del 249% dei tentativi di suicidio. Gli
adolescenti arrivano in ospedale con un mix di sintomi che si
traducono in un blocco evolutivo: sul piano clinico, oltre il 30%
delle richieste riguarda agitazione psicomotoria, il 20% disturbi
alimentari, il 17% un tentativo di suicidio o un'importante
ideazione suicidaria e autolesionismo, il 16% ansia acuta».
E qui torniamo ai posti letto. «Nel 40-50% dei casi i ragazzi
avrebbero bisogno di un percorso intraospedaliero - aggiunge
Anichini -, ma il reparto dell'Infantile dispone di 18 letti, unico
riferimento regionale per la psicopatologia acuta e complessa
adolescenziale, con un tasso di occupazione sopra al 100% , salita
fino al 200% durante il Covid».
Bastano, oppure no? Dipende. Basterebbero in presenza di una rete
territoriale omogenea, non bastano se fuori dalle mura del Regina
mancano le risposte, peraltro a fronte di ricoveri già di per sè
lunghi.«Non a caso, siamo al lavoro, anche con i pediatri di
famiglia, su tre diversi fronti - spiega la professoressa Franca
Fagioli, Dipartimento Patologia e Cura del Bambino dell'Infantile –:
precocità nell'intercettare i casi, quindi nel diagnosticarli, e una
mappatura delle comunità e dei centri diurni sul territorio per la
fase successiva alle dimissioni». Facile da comprendere, più
difficile da realizzare. —
L'ordine al magistrato che indaga sui dossier di un detective
Sul corvo dei pm "accuse generiche" Il tribunale: "Riscrivere le
contestazioni"
Accuse «generiche» e «indeterminate» che portano a una «evidente
lesione del diritto di difesa». Con questa motivazione il Tribunale
di Milano ha ordinato al pmGiovanni Polizzi di riscrivere il capo
d'imputazione nei confronti di Giovanni Carella, ritenuto dai
magistrati il 'corvo" della Procura di Torino e accusato di
calunnia, diffamazione e rivelazione di segreto con l'ipotesi di
aver realizzato dossier contro il pm Gianfranco Colace, l'ex
procuratore generale Francesco Saluzzo e il tenente colonnello dei
carabinieri, Luigi Isacchini, e di averli fatti circolare, fra il
novembre 2022 e l'ottobre 2023, assieme ad altri soggetti non
identificati. Come? Attraverso mail anonime che Carella, di
professione investigatore privato, hanno inviato a varie «autorità
giudiziarie» e forze dell'ordine accusando di «numerosi reati»
mentre era indagato o imputato per i presunti dossieraggi del 'caso
KeraKoll', colosso internazionale della malta Martedì pomeriggio il
presidente della decima sezione penale, Antonella Bertoja, con i
giudici del collegio Giovanna Taricco e Cristina. Dani, ha ordinato
alla Procura di riformulare le accuse di calunnia e diffamazione nei
confronti del 35enne perché non si capisce, delle 4 mail inviate da
Carella dal contenuto «complesso e articolato», quali passaggi si
«debbano ritenere calunniosi, quali diffamatori e quali neutri», ha
detto il giudice.
Si tratta di una «evidente lesione del diritto di difesa» obbligata
a prendere «posizione a 360 gradi su ogni frase» delle comunicazioni
partite dagli account a cui sono risaliti gli investigatori con gli
indirizzi 'raffaguari58@gmail.com', 'rguarini53@gmail.com' (che
ricordano il nome dello storico pm torinese Raffaele Guariniello)
perlagiustizia@yahoo.come, pergiu62@yahoo.com.
È stata dunque accolta Accolta l'eccezione preliminare sollevata dai
legali di Carella, Mauro Anetrini e Mariangela Melliti del foro di
Torino. per adempiere alle integrazioni è stata stabilita una data:
il 10 marzo prossimo. Un termine perentorio oltre il quale
scatterebbe la "nullità" del decreto che ha disposto il giudizio di
Carella per "inerzia del pm". Il Tribunale avrebbe anche potuto
restituire gli atti alla Procura dichiarando nullo il procedimento
ma non lo ha fatto. g.leg —
27.01.26
Tracee Mergen nel mirino della Casa Bianca. Ai procuratori locali
impedito di seguire il caso
Indagava sull'uccisione di Renee Good Funzionaria dell'Fbi costretta
a dimettersi domenico agasso
Un'agente dell'Fbi si dimette dopo avere denunciato pressioni
interne per far abbandonare l'indagine sul collega dell'Ice
coinvolto nella morte di Renee Good. Si aprono così nuove ulteriori
tensioni attorno alle pratiche di polizia federale e alla
responsabilità degli agenti anti immigrazione inviati a Minneapolis
dall'Amministrazione Trump.
Tracee Mergen aveva cercato di investigare sul funzionario dell'Ice
(Immigration and Customs Enforcement), Jonathan Ross, che il 7
gennaio ha ucciso a colpi d'arma da fuoco la donna di 37 anni. Nelle
scorse ore Mergen ha lasciato il suo incarico di supervisore presso
l'ufficio dell'Fbi di Minneapolis dopo che i vertici dell'agenzia a
Washington l'avrebbero spinta a interrompere l'inchiesta sulla
violazione dei diritti civili da parte del poliziotto anti
immigrazione protagonista della sparatoria in cui ha perso la vita
Good. L'hanno riferito al New York Times alcune fonti a conoscenza
dei fatti.
Tali accertamenti rappresentano una procedura standard in casi di
sparatorie simili. E la rinuncia di Mergen è solo l'ultima
conseguenza delle polemiche scaturite dalla gestione da parte del
Dipartimento di Giustizia dell'operazione in cui è stata colpita a
morte una madre disarmata mentre si trovava alla guida della sua
Honda Pilot.
Dopo la tragedia, diversi funzionari del governo degli Stati Uniti
hanno descritto Good come una «terrorista interna», accusandola di
avere tentato di investire Ross con la sua auto. Tuttavia,
un'analisi video condotta dal New York Times non ha mostrato alcuna
indicazione che l'agente sia stato investito.
Due settimane fa – riportava sempre il New York Times – si erano già
ritirati sei procuratori federali del Minnesota dopo le pressioni
del Dipartimento di Giustizia per indagare sulla vedova di Renee
Good. Tra questi, il numero due, Joseph Thompson, titolare
dell'inchiesta sulle frodi nei servizi sociali indicata dal Tycoon
come la principale motivazione dell'azione anti-migranti nello
Stato, dal momento che la maggior parte degli incriminati sono di
origine somala. Il procuratore 47enne non ha voluto cedere ai
tentativi di forzargli la mano messi in atto dal Dipartimento per
avviare un'inchiesta penale su Becca Good, che insieme alla moglie
stava partecipando a un'azione di monitoraggio dei raid
anti-migranti. Insieme a Thompson hanno lasciato altri procuratori
con una lunga esperienza, tra i quali Harry Jacobs, che era il vice
nell'inchiesta sulle frodi, e Thomas Calhoun-Lopez, a capo
dell'unità che indaga i crimini violenti. I procuratori hanno
lasciato anche in protesta con il rifiuto del Dipartimento di
coinvolgere le autorità dello Stato nelle indagini.
Dopo la sparatoria in cui è rimasta coinvolta la donna 37enne, il
Dipartimento di Giustizia ha deciso di non avviare un'indagine per
stabilire se l'uso della violenza da parte dell'agente Ross fosse
giustificato. Invece ha iniziato a esaminare i legami tra Good e sua
moglie, Becca, con diversi gruppi che nelle settimane precedenti
avevano manifestato contro l'Immigration and Customs Enforcement. —
Cresce l'escalation dell'anti-immigrazione contro cittadini sospetti
e stranieri senza permesso
Dodici persone uccise o ferite in 4 mesi La lunga scia di sangue
degli agenti simona siri
new york
Non solo Alex Pretti e Renee Good. Sono molte di più le persone
contro le quali gli agenti dell'Ice hanno usato le armi, in una
escalation preoccupante da quando le loro operazioni si sono fatte
più violente. Secondo un'analisi di Nbc News da settembre 2025 a
oggi gli agenti federali dell'immigrazione hanno sparato a 12
persone, e in una percentuale insolitamente elevata di volte queste
sparatorie hanno coinvolto veicoli in movimento. Tra le vittime ci
sono presunti criminali, immigrati privi di permesso di soggiorno e
cittadini statunitensi. A oggi quattro persone sono morte: oltre a
Good e Pretti, gli altri due deceduti sono Silverio Villegas
González e Keith Porter.
Il primo, un immigrato messicano residente illegalmente negli Stati
Uniti, è morto a settembre 2025 mentre stava tentando di fuggire a
un controllo stradale. Secondo il Dipartimento per la Sicurezza
Interna, fermato dagli agenti Villegas González avrebbe investito e
trascinato uno di loro, il quale ha aperto il fuoco contro il
veicolo facendolo schiantare contro un camion parcheggiato nelle
vicinanze. Colpito al collo e trasportato in ospedale, l'uomo è poi
deceduto. Porter, un cittadino statunitense, è invece morto il 31
dicembre 2025, ucciso fuori dal palazzo in cui abitava da un agente
dell'Ice fuori servizio a Northridge, vicino a Los Angeles. Secondo
la ricostruzione del dipartimento l'agente avrebbe agito in difesa,
dal momento che Poter era armato, ma non è chiaro se abbia usato
l'arma contro di lui o se stesse sparando in aria per festeggiare.
Dettagli non chiari perché non ripresi da nessun telefonino e perché
non oggetto di un'indagine completa da parte delle autorità
federali.
In almeno cinque casi, le persone colpite dagli agenti sono state
incriminate. In due di questi casi, le accuse sono state però
successivamente ritirate. È il caso di Carlitos Ricardo Parias,
cittadino messicano che secondo le autorità federali viveva
illegalmente negli Stati Uniti, e di Marimar Martinez, una cittadina
statunitense. Martinez stava guidando nella zona sud-ovest di
Chicago quando avrebbe intenzionalmente speronato un veicolo
appartenente a tre agenti, uno dei quali ha sparato circa cinque
colpi. Portata in ospedale, la donna è stata arrestata con l'accusa
di intralcio all'attività delle forze dell'ordine, ma due mesi dopo
la sparatoria un giudice ha archiviato le accuse contro di lei.
Tiago Alexandre Sousa-Martins, un cittadino portoghese con visto
scaduto, si trovava a bordo del suo furgone quando gli agenti dell'Ice
lo hanno avvicinato in un sobborgo di Baltimora, dove stavano
conducendo un'operazione. I funzionari hanno dichiarato che
Sousa-Martins non ha ottemperato alla richiesta di spegnere il
motore e, invece, ha speronato diversi veicoli dell'Ice nel
tentativo di fuggire. Gli agenti hanno aperto il fuoco, colpendolo.
Nino Moncada, cittadino venezuelano, era alla guida di un veicolo
preso di mira durante un'operazione di polizia legata a un giro di
prostituzione gestito dalla banda Tren de Aragua. Contro di lui gli
agenti hanno aperto il fuoco dopo che si è rifiutato di scendere
dall'auto, ferendo lui al braccio e la passeggera che era con lui al
petto. Julio Cesar Sosa-Celis, un cittadino venezuelano entrato
illegalmente negli Stati Uniti nel 2022, è stato colpito da un
proiettile alla parte superiore della coscia dopo che aveva colpito
con il manico di una scopa un agente che stava effettuando un
arresto davanti a casa sua.
In sette casi in cui sono state coinvolte automobili, gli agenti
hanno dichiarato di aver sparato perché l'auto era in movimento e
credevano che rappresentasse una minaccia. Chris Burbank, ex capo
della polizia di Salt Lake City che ha collaborato con il
Dipartimento di Giustizia nelle indagini su agenzie sospettate di
violazioni dei diritti civili, a NBC News ha detto che è inquietante
constatare «ripetuti casi in cui gli agenti dell'immigrazione
sparano contro gli automobilisti». Ha spiegato che, almeno dagli
anni' 90, i dipartimenti di polizia hanno cercato di limitare questi
episodi adottando nuovi standard che regolano il comportamento degli
agenti nei confronti degli automobilisti. Questo cambiamento, ha
aggiunto, è stato in gran parte motivato da casi in cui persone sono
rimaste ferite o uccise inutilmente perché gli agenti temevano di
essere investiti. Le nuove linee guida hanno quindi l'obiettivo di
impedire agli agenti di posizionarsi davanti o dietro i veicoli e di
limitare le circostanze in cui un agente è autorizzato ad aprire il
fuoco. L'attuale politica del Dipartimento per la Sicurezza Interna
vieta agli agenti di sparare contro veicoli in movimento, a meno che
non abbiano "ragionevoli motivi" per credere che i conducenti
rappresentino una minaccia imminente di morte o lesioni gravi. Il
problema è che non si sa se questi agenti dell'Ice, assunti in
fretta e senza training, abbiano una formazione adeguata su come
comportarsi. Basandosi sulla sua esperienza e sulle sue osservazioni
negli ultimi mesi, inclusi diversi episodi di sparatorie, Burbank ha
affermato di avere la sensazione che «non ci sia molta formazione,
né molta responsabilità, e che prevalga l'idea di portare a termine
il lavoro a tutti i costi». —
Crans, spunta supertestimone "Consigliai la schiuma ignifuga Moretti
rispose: non c'è budget" ANDREA SIRAVO
C'è chi consiglia a Jacques Moretti, nel 2015, a lavori di
ristrutturazione ancora in corso, di acquistare una protezione in
schiuma ignifuga da installare sugli arredi del lounge bar Le
Constellation. L'invito non viene accolto dal proprietario del
locale di Crans-Montana. La motivazione: «Ragioni di budget». Eppure
al fornitore il quarantanovenne originario della Corsica aveva dato
il via libera all'acquisto di poltrone e sgabelli in vera pelle,
tavoli e supporti per il bar in legno massello di rovere e a un
sistema d'illuminazione a led. Moretti non avrebbe quindi badato a
spese per l'estetica del locale, ma sarebbe diventato prudente solo
quando la spesa riguardava la sicurezza. Pochi giorni dopo il
devastante incendio de Le Constellation, il testimone si sarebbe
fatto avanti con la polizia cantonale vallese. Non avendo ricevuto
risposta, ha cercato una sponda per denunciare quanto di sua
conoscenza a uno degli oltre cento avvocati che assistono le
famiglie dei 40 morti e dei 116 feriti.
La sua segnalazione in questi giorni sarà messa a disposizione della
procura generale del Canton Vallese, che indaga su Jacques Moretti e
la moglie Jessica Maric con l'ipotesi colposa di omicidio, lesioni e
incendio per negligenza.
L'attendibilità della testimonianza, così come i sinistri precedenti
in tema di incendi nei locali dei coniugi francesi, potrebbe
aggravare la loro posizione. Finora i Moretti hanno respinto tutte
le accuse mosse nei loro confronti, scaricando a pioggia le
responsabilità della strage della notte di San Silvestro: dai
dipendenti a chi ha effettuato i controlli, fino all'addetto alle
vendite del negozio della catena di bricolage dove avevano
acquistato i pannelli per insonorizzare il piano seminterrato dove
avevano allestito il disco-bar.
Stando a quanto ha potuto osservare il fornitore nei sopralluoghi
nel locale di rue Central 35, la scelta dei materiali non era
l'unica cosa che stonava. A distanza di dieci anni il fornitore
ricorda anche le sue perplessità sull'unica uscita di emergenza.
Quando la vide, lo colpì il fatto che era molto piccola e conduceva
a uno spazio vuoto: due caratteristiche che, a suo avviso, non la
rendevano a norma. Di quest'ultima segnalazione, così come di altre
sulla presunta mala gestione del locale da parte dei Moretti, è
verosimile attendersi che verrà chiesto loro conto nei prossimi
interrogatori.
Intanto, non sembra abbassarsi il livello di tensione diplomatica
sull'asse Roma-Berna, schizzato dopo la liberazione di Jacques
Moretti in seguito al versamento di una cauzione di 200 mila
franchi. Il rientro dell'ambasciatore italiano, Gian Lorenzo Cornado,
richiamato dalla sua sede nella capitale svizzera, avverrà solo
«all'avvio di un'effettiva collaborazione tra le autorità
giudiziarie dei due Stati e all'immediata costituzione di una
squadra investigativa comune affinché vengano accertate, senza
ulteriori ritardi, le responsabilità della strage». La decisione è
stata presa da Palazzo Chigi dopo una riunione tra la presidente del
Consiglio, Giorgia Meloni, il sottosegretario di Stato Alfredo
Mantovano, l'avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri
Sandulli e l'ambasciatore. La cooperazione di polizia era stata già
offerta dalla procura di Roma, che ha aperto un fascicolo parallelo
a quello della procura generale del Canton Vallese. La proposta dei
pm della Capitale, contenuta in una rogatoria trasmessa già qualche
giorno fa in Svizzera e a cui finora non è stato dato seguito, è
quella di inviare un team di investigatori - composto da agenti
della Squadra Mobile - che possa aiutare gli omologhi svizzeri
nell'attività di indagine, nella raccolta delle testimonianze e
nell'analisi della documentazione. Come poi anticipato ieri da La
Stampa, il prossimo febbraio gli stessi magistrati potrebbero
incontrarsi a Sion con i pm elvetici. —
Hanno vent'anni i due sciacalli che hanno rubato il portafoglio a
Davide Borgione. Glielo hanno sfilato dalla tasca posteriore dei
pantaloni mentre stava morendo. O forse era già morto. Di certo non
poteva difendersi, steso sull'asfalto di via Nizza, bagnato dalla
pioggia nella gelida alba di sabato scorso. Un'azione di una miseria
umana assoluta. Che ha sconcertato anche gli agenti della polizia
municipale quando hanno visto il filmato girato da una telecamera di
sorveglianza che monitora quell'angolo di San Salvario. A quell'ora,
le sei di mattina, era quasi deserto. Nei fotogrammi si vedono i
fari di una macchina che arriva, rallenta e si ferma. Poi due sagome
che scendono dall'abitacolo, danno un'occhiata intorno, poi vanno
verso Davide e cominciano a frugare nelle tasche del giubbotto e dei
pantaloni. Fino a quando uno sfila il portafoglio del 19enne. I due
ladri risalgono in auto e se ne vanno. Tutto nel giro di meno di un
minuto.
Gli investigatori, coordinati dalla pm Delia Boschetto, attraverso
la targa e anche dall'analisi dei tabulati telefonici, sono risaliti
al proprietario della macchina e al passeggero. Dovranno rispondere
di furto e omissione di soccorso. Entrambi sono torinesi. E poi c'è
l'altro mistero che ruota intorno a questa tragedia. Pochi minuti
prima si vede un'altra auto che percorrendo via Nizza in direzione
di Porta Nuova urta il corpo di Borgione già accasciato in via
Nizza. Ma quale sia la violenza dell'impatto e con quale parte del
corpo non sarebbe ancora chiaro. Di certo c'è che anche
l'automobilista, pure lui sulla ventina, è stato denunciato per
omissione di soccorso. Agli agenti ha ammesso di non essersi accorto
di aver urtato quel corpo immobile.
Un terzo veicolo invece si ferma. Un uomo si avvicina a Borgione e
poi chiama i soccorsi.
Oggi la pm deciderà anche il giorno dell'autopsia che potrebbe già
essere effettuata domani. Il risultato dell'esame necroscopico
potrebbe rivelare se "Borgi", come lo chiamavano gli amici, sia
caduto dopo essere stato colpito da un malore. Un'ipotesi abbastanza
remota per uno sportivo che non aveva mai avuto problemi di salute.
L'unico dato sicuro è che nella caduta il ragazzo si è procurato una
profonda ferita alla testa.
«L'importante – dicono i familiari della vittima che per farsi
tutelare si sono rivolti allo studio legale Sanzone e Piccotti – è
che venga a galla la verità». g.gia. —
Le opposizioni in Consiglio: "Documento surreale". La giunta: "Si
basano su dati vecchi"
"Tasse, tagli e liste d'attesa" "Soliti slogan per uso politico" In
Regione la mina del bilancio alessandro mondo
Errori, sviste, promesse non mantenute. Non ultimo, la bocciatura
dei revisori dei conti protestano i partiti di opposizione in
Consiglio regionale. Il giudizio meno pesante, ed è tutto dire, è
che «non sta in piedi». Nel mirino il bilancio 20026-2028, che la
giunta si è impegnata con la Corte dei Conti ad approvare entro fine
mese, impallinato a discussione iniziata. Attacco congiunto, quello
delle opposizioni, e comunicati disgiunti, per censurare i punti più
salienti.
Guerra di numeri, di contenuti e scelte politiche. Con una premessa,
relativa ai revisori dei conti: i quali avevano sì espresso parere
negativo al documento ma sulla base dei dati di settembre; si
attende a breve il parere del nuovo Collegio, insediatosi a inizio
anno. «Da allora la manovra è stata aggiornata in modo sostanziale -
precisa l'assessore al Bilancio Andrea Tronzano -: sono state
integrate risorse vincolate statali e comunitarie, adeguate le stime
di entrata, ridefinite alcune poste di spesa e recepite le
indicazioni emerse nel confronto con il Consiglio». Sia come sia,
un'incognita anche per la giunta.
Per il resto, dalle minoranze, tiro ad alzo zero. Sui trasporti:
«Nessun fondo per il trasporto gratuito under 26 per gli studenti
delle superiori », ad esempio. Sulla Sanità: «Nessuna analisi del
disavanzo delle Asl, nessuna risposta sulle liste di attesa». Sulle
Rsa: «In quasi 10 mila casi la quota sanitaria non viene pagata».
Sul diritto allo studio: «Borse di studio, mancano 10 milioni di
fondi regionali per il 2027-2028». E naturalmente sulle tasse:
«Aumento Irpef dal 2026 per redditi fino a 50 mila euro per coprire
i tagli del Governo». Così il Pd nella persona di Gianna Pentenero,
la capogruppo. Va da sè che alcune critiche sono trasversali. Altre,
invece, sono prerogativa di un partito piuttostoche di un altro. Nel
mirino di Disabato, Unia e Coluccio, M5s, l'adeguamento Istat per i
vitalizi degli ex consiglieri ed assessori regionali, «una partita
da 200 mila euro sulla quale abbiamo presentato un emendamento
abrogativo» e la sicurezza: «Serve un impegno per far sì che lo
Stato centrale stanzi le risorse necessarie a ripristinare le unità
di polizia municipale necessarie per garantire sicurezza nei
quartieri e nei territori». Per Avs (Ravinale, Cera, Marro) «la sola
certezza che abbiamo, oltre all'aumento dell'addizionale Irpef al
ceto medio fatta per tappare i buchi lasciati dal Governo Meloni, è
che sulla sanità questo bilancio non dà alcuna risposta: è del tutto
privo delle risorse sanitarie, che pure fanno il 70% della
competenza regionale».
Una bordata dopo l'altgra, nel giorno in cui il Consiglio ha
approvato a maggioranza un altro documento, il Defr (economia e
finanza regionale). Nel suo intervento, Tronzano, ha spiegato che
«il quadro di programmazione della Regione esiste ed è definito,
così come le previsioni economiche che indicano una crescita del
Pil, basate sulle analisi tecniche elaborate da Ires Piemonte». Più
precisamente, secondo i dati Ires, citati dall'assessore, prevedono
la risalita dallo 0.6 nel 2025 a 0.7 quest'anno.
Quanto al fuoco delle fila delle minoranza a Palazzo Lascaris,
l'assessore tira dritto: «Nel corso della discussione affronteremo
puntualmente tutte le questioni. Smentisco l'esistenza di debiti
fuori bilancio e giudico le polemiche tecniche dell'opposizione
assolutamente fuori dalla realtà dei dati. Serve senso di
responsabilità e della misura. Come sempre successo dal 2019
costruiamo un bilancio solido e in linea con le esigenze dei
territori e dei cittadini».
Poi il riferimento, non casuale, alla Corte dei Conti, che segue con
attenzione i numeri della Regione, anno dopo anno: «La Corte dei
Conti ha sempre espresso un giudizio positivo di parificazione sul
rendiconto generale, attestando regolarità contabile, copertura
delle spese e rispetto degli equilibri di bilancio secondo i
parametri tecnici previsti». —
In centinaia hanno battuto le strade per fornire i dati ad Istat
In strada per censire i senzatetto A Torino risposta record dei
volontari francesco morelli
Ieri sera centinaia di volontari torinesi hanno battuto le strade
della città, contando quante persone, al momento, vivono senza
dimora, tra strada e strutture di prima accoglienza.
"Tutti Contano" è il nome del progetto, attivo contemporaneamente
anche in altre 13 grandi città italiane ed elaborato dalla
Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD)
con Istat.
Il coordinatore nazionale della rilevazione, Michele Ferraris,
spiega che nel complesso i volontari, che da metà novembre fino al
20 gennaio si sono registrati sul portale dedicato al conteggio di
ieri sera, sono stati 6500, di cui 700 a Torino: insieme a Milano, è
stata la prima città a raggiungere la quota di persone necessarie
per sostenere il lavoro, per poi raddoppiarne il numero.
La scelta metodologica di Istat, infatti, prevedeva tre persone per
ogni area in cui l'istituto di statistica aveva diviso Torino, in
tutto 102. Sarebbero quindi bastati 306 volontari ad inoltrare i
dati, tramite un link online.
Il progetto, che prevederà anche una serie di interviste di
approfondimento a campione alle persone censite nelle serate del 28
e 29 gennaio, punta, aggiunge Ferraris, «a comprendere meglio il
fenomeno, così da poter dare una migliore visione d'insieme ai
tavoli con regioni e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali»
con cui la fio.PSD collabora, perché fino a d'ora non ci sono stati
dataset «precisi e certificati», se non a livello locale. Non solo:
«Anche fare rete e sensibilizzare è importante», spiega Ferraris.
Una rete fitta, quella di Torino. I dati della Federazione
dimostrano che dei 700 volontari di Torino, quasi tutti sono alla
prima esperienza di conta, ma il 72% dichiara di svolgere
volontariato in aiuto delle persone senza dimora.
Un quadro conosciuto, quello della necessità di accoglienza, a
Torino. Il Comune fa sapere che sono circa 1100 i posti nelle
soluzioni di ospitalità abitativa che rientrano nel "Piano Inverno"
e le strutture a bassa soglia di accoglienza, ovvero il Buon Pastore
e quella di via Traves, sono al momento quasi al completo della
capienza. —
26.01.26
PROVE DEL GOLPE TRUMPIANO SUGLI USA
: Violenza giustificata, poteri discrezionali:
quei paralleli tra Ice e Gestapo
Minnesota laboratorio dell'autoritarismo americano Lo Stato di
diritto non c'è più
Alan Friedman
L'uccisione a Minneapolis di un altro cittadino americano per mano
di agenti federali dell'Ice non è un incidente. Non è un errore
operativo. È una politica. È il risultato prevedibile di una
presidenza che ha deliberatamente scelto la coercizione al posto del
consenso e la forza al posto della legge.
Con la morte di Alex Pretti, 37 anni, infermiere, conosciuto come
buon samaritano e privo di qualunque profilo di pericolosità, la
guerra di Donald Trump contro la democrazia americana ha superato
un'altra linea rossa. Forse quella definitiva. Non si tratta più di
immigrazione. Si tratta dello Stato di diritto.
La Casa Bianca ha reagito come sempre: sostenendo che la vittima
fosse pericolosa, forse un terrorista, qualcuno che avrebbe
"minacciato" la vita degli agenti federali. È lo stesso copione già
visto dopo l'uccisione di Renée Good, 37 anni, madre di tre figli,
anche lei colpita a morte dall'Ice a Minneapolis. In entrambi i
casi, i fatti e la limpidezza dei video smontano la versione
ufficiale. In entrambi i casi, le menzogne sono arrivate subito,
automatiche, senza esitazioni né vergogna.
Per questa Casa Bianca la menzogna non è più una tattica politica. È
diventata metodo di governo. A casa, come nella politica
internazionale
L'Ice è stata trasformata da agenzia federale in una forza
paramilitare interna: agenti mascherati, equipaggiamento militare,
nessun tesserino visibile, nessuna responsabilità, nessun timore di
conseguenze. Che l'autorizzazione sia formalizzata o solo implicita
conta poco. Nell'America di Trump il messaggio è chiaro: agire
prima, giustificare dopo.
Il Dipartimento di Giustizia ha rinunciato al proprio ruolo. Non ci
sarà alcuna indagine seria e indipendente sulle morti di Pretti e
Good. Il vicepresidente J.D. Vance ha già fornito lo scudo politico,
dichiarando che gli agenti dell'Ice godono di «immunità assoluta».
Non è un'argomentazione giuridica. È una confessione ideologica.
L'immunità assoluta per chi uccide e reprime è il linguaggio dei
sistemi autoritari. Non appartiene a una repubblica costituzionale.
Ancora più grave, l'Fbi (guidato dall'estremista Maga Kash Patel) ha
rifiutato di indagare sulle uccisioni, aprendo invece un'inchiesta
contro Renée Good - la vittima - per una presunta cospirazione
dell'estrema sinistra. Il Dipartimento della Giustizia, intanto,
mette sotto indagine criminale il governatore del Minnesota (ed ex
candidato alla vicepresidenza nel 2024) Tim Walz, accusato di aver
criticato duramente l'Ice e di aver così, secondo l'amministrazione,
incoraggiato l'ostilità e ostacolato l'azione degli agenti federali.
Donald Trump twitta il suo appoggio agli agenti dell'Ice. Chi muore
è dell'estrema sinistra, per forza. Questa grottesca inversione
della giustizia dice tutto sullo stato delle istituzioni sotto
Trump: lo Stato protegge i suoi agenti, non i suoi cittadini.
Intanto, in Minnesota esplode la protesta. E questo conta. Il
Minnesota non è New York né Los Angeles. Non è la caricatura della
protesta permanente evocata nei talk show conservatori. È sinonimo
di fiducia civica, rispetto delle istituzioni, di un patto sociale
racchiuso nell'espressione "Minnesota Nice". I suoi abitanti sono
famosamente educati, tolleranti, rispettosi della legge - forse i
più gentili d'America. Per portarli in piazza serve una provocazione
estrema. Le truppe federali di Trump ci sono riuscite.
La storia offre precedenti inquietanti. Nell'Italia di Mussolini, lo
squadrismo - nato nel 1919 e deflagrato tra il 1921 e il 1922 -
percorse città e campagne picchiando, rapendo e uccidendo oppositori
politici con una violenza sistematica e con quasi totale impunità,
ben prima del consolidamento formale della dittatura. Il messaggio
era inequivocabile: la violenza politica sarebbe stata prima
tollerata, poi apertamente legittimata, in nome dell'ordine.
Un decennio più tardi, nella Germania nazista, la Gestapo - creata
nel 1933 ma plasmato da Heinrich Himmler in un apparato di
repressione totale, deliberatamente sottratto alla legge e fondato
sulla paura - divenne il cuore del terrore interno del regime. Non
era grande nei numeri; lo era per immunità, intimidazione e
copertura politica ai massimi livelli.
I paralleli con l'Ice di oggi sono disturbanti: agenti non
identificabili, poteri discrezionali senza controllo giudiziario,
violenza normalizzata come "sicurezza", immunità istituzionale e uso
deliberato della paura per soffocare il dissenso.
Queste forze non nascono per ristabilire l'ordine. Nascono per
imporre obbedienza. È la stessa logica che oggi guida la risposta
federale in Minnesota. Così appare il declino democratico in tempo
reale: non un colpo di Stato, ma una corrosione lenta e sistematica.
L'habeas corpus è svuotato, consentendo arresti senza mandato,
perquisizioni senza giudice, detenzioni senza accusa. Lo Stato di
diritto sopravvive ormai più sulla carta che nella realtà.
Trump sa di essere politicamente vulnerabile. Sa che i sondaggi sono
deboli e che alle elezioni di medio termine potrebbe perdere il
controllo del Congresso. E fa ciò che fanno sempre gli uomini forti
quando la legittimità vacilla: crea nemici interni, militarizza
l'ordine pubblico, sfida il sistema a fermarlo.
Governa per sé stesso, non per il Paese. Mobilita i militanti Maga,
i suprematisti bianchi, il segmento più arrabbiato e meno informato
dell'elettorato. Non cerca consenso, ma paura e divisione. Intanto
lavora per rendere le prossime elezioni meno libere e meno eque.
Le democrazie non crollano in un solo istante. Si consumano. Ogni
abuso viene normalizzato. Ogni scandalo giustificato. Ogni
istituzione piegata, finché si spezza.
Minneapolis non è una tragedia locale. È una prova nazionale. È il
crogiolo della democrazia americana.
Se agenti federali possono uccidere cittadini, mentire, evitare
indagini e ricevere immunità politica ai massimi livelli, allora gli
Stati Uniti non sono più una democrazia pienamente funzionante.
La vera domanda non è se la democrazia americana sia sotto assedio.
Lo è. La domanda è se abbastanza americani - repubblicani al
Congresso, giudici indipendenti, leader economici, media,
università, società civile — avranno ancora il coraggio di
riconoscere il pericolo e fermarlo.
Una resistenza sta cominciando a prendere forma. Ma Trump, come un
leone ferito, colpirà ancora. E lo farà, con ogni probabilità, più
volte nei prossimi mesi. Cosi l'America rischia di diventare nel
futuro prossimo un Paese sempre più violento. —
Ecco chi è la star dei
neofascisti inglesi Un mare di guai tra politica, frodi e droga
Lo scorso novembre i giudici del Regno Unito lo hanno assolto
dall'accusa di terrorismo. Era stato fermato dalla polizia nel
luglio 2024 all'ingresso tunnel della Manica, nel sud-est
dell'Inghilterra, mentre si recava a Benidorm, in Spagna. Fermato
dai poliziotti, si era rifiutato di fornire il pin del suo cellulare
alla polizia perché conteneva «materiale giornalistico».
Ma chi è Tommy Robinson? Il vero nome della star dei neofascisti
inglesi è Stephen Yaxley-Lennon. C'è lui dietro la marcia xenofoba
che lo scorso settembre aveva portato a sfilare migliaia di
manifestanti nel centro di Londra. Quarantatreenne, è stato il
fondatore e leader dell'English Defence League e poi consigliere
dell'Ukip - il partito per l'indipendenza del Regno Unito - durante
la leadership di Gerard Batten. Finito a processo per il possesso di
4 grammi di cocaina, nel 2012 ha patteggiato una pena per frode sui
mutui e nel 2021 è stato denunciato per stalking nei confronti della
giornalista Lizzie Dearde, finita nel mirino per aver denunciato
l'uso scorretto dei fondi arrivati a Robinson nel corso della sua
detenzione. Nel 2024 è stato accusato di aver diffuso informazioni
errate sull'autore dell'accoltellamento di Southport, un 17enne,
cittadino britannico nato in Galles figlio di rifugiati ruandesi,
che uccise tre bambine. Robinson sosteneva che si trattasse di un
richiedente asilo musulmano: le sue parole alimentarono una delle
rivolte più violente che il Regno Unito ricordi. —
Gli investigatori italiani in attesa di
accedere a gli atti. L'ipotesi di un primo incontro a febbraio Crans-Montana, la rogatoria
nel limbo: prescrizione garantita. Il governo fa pressione sulla
Svizzera
irene famà
roma
Jacques Moretti è uscito su cauzione, alla moglie Jessica sono stati
revocati gli arresti domiciliari. E per i titolari de Le
Constellation, il locale svizzero della tragedia di Capodanno, il
tribunale del Canton-Vallese ha disposto il divieto di espatrio e
l'obbligo di firma. Sullo sfondo resta la tensione tra Roma e Berna,
con l'Italia che chiede a gran voce «verità e giustizia» e in molti
sottolineano lentezze, sottovalutazioni e mancanze dell'inchiesta in
corso. Accuse che le autorità svizzere rispediscono al mittente.
Sull'incendio divampato in quel bar di Crans-Montana, dove sono
morte 40 persone, tra cui sei adolescenti italiani, e 116 ragazzi
sono rimasti feriti, indaga anche la procura di Roma, competente per
i reati commessi nei confronti di connazionali all'estero. A
piazzale Clodio è stato aperto un fascicolo, al momento senza
indagati, per disastro, incendio e lesioni aggravate dalla
violazione della normativa antinfortunistica. E l'apertura
dell'inchiesta ha consentito di disporre le autopsie, necessarie per
chiarire nel dettaglio quanto successo a Le Costellation.
L'indagine italiana viaggia in parallelo con quella svizzera. E i
magistrati romani, tramite rogatoria, hanno chiesto ai colleghi
elvetici di consentire alle forze di polizia italiane di partecipare
all'acquisizione delle prove, come i documenti comunali finiti sotto
il faro degli inquirenti. L'obiettivo è di collaborare, di costruire
una squadra investigativa comune. Dalla Svizzera, però, non è ancora
arrivata risposta.
Tra le richieste anche l'organizzazione di alcuni incontri, per
condividere gli esiti dei primi accertamenti. Indiscrezioni dicono
che un primo appuntamento potrebbe essere a febbraio. —
l'uscita del segretario al tesoro
americano Bessent minaccia di nuovo il
Canada "Nessuna ulteriore intesa con la Cina" Ieri in un'intervista televisiva rilasciata alla rete Abc
Scott Bessent, segretario al Tesoro Usa, ha rilanciato la minaccia
del presidente Donald Trump al Canada di dazi al 100% nel caso in
cui facesse «un accordo di libero scambio con la Cina». Ma, a
differenza del tycoon, Bessent l'ha circostanziata. La settimana
scorsa, Ottawa ha firmato a Pechino un «accordo commerciale
preliminare ma storico, volto a eliminare le barriere commerciali e
a ridurre le tariffe doganali», secondo la descrizione fatta dal
primo ministro canadese Mark Carney. Ecco, nel corso dell'intervista
Bessent ha chiarito che gli Usa controlleranno che il Canada non
vada oltre e lasci che Pechino svenda i propri prodotti sul
continente americano. Poi ha aggiunto: «Non possiamo permettere che
il Canada diventi una porta di accesso attraverso la quale i cinesi
inondano gli Stati Uniti con i loro prodotti a basso costo».
Inoltre, il rappresentante dell'amministrazione Usa ha dato un
chiaro segnale dei rapporti tesi tra Washington e Ottawa con una
battuta su Carney che, durante la settimana a Davos, ha tenuto un
discorso di altro profilo. «Non sono del tutto sicuro di cosa stia
facendo il primo ministro Carney - ha detto Bessent -, a parte
cercare di compiacere i suoi amici globalisti a Davos». r.e. —
25.01.26
UNA BANCA DI BARI – MARCO E GIANLUCA JACOBINI DOVRANNO PAGARE 122
MILIONI DI EURO PER IL CRAC DELLA BANCA POPOLARE DI BARI – È
ARRIVATA LA SENTENZA PER GLI EX VERTICI DELL’ISTITTUTO: COINVOLTI
ALTRI 11 EX AMMINISTRATORI, TRA CUI L’EX AD GIORGIO PAPA – AL CENTRO
DEL RISARCIMENTO L'OPERAZIONE LEGATA AL GRUPPO MAIORA, CHE ERA
ESPOSTA CON LA BANCA PER 160 MILIONI, - SECONDO I GIUDICI, LA
ROVINOSA SITUAZIONE PATRIMONIALE EMERSA CON L'AMMINISTRAZIONE
STRAORDINARIA DEL 2019 SAREBBE DOVUTA A UNA PRASSI “IMPRUDENTE”
NELLA CONCESSIONE DI FIDI E TECNICHE CONTABILI VOLTE A MASCHERARE IL
RISCHIO REALE DELLE ESPOSIZIONI...
gianluca jacobini
(ANSA) - Il tribunale civile di Bari ha condannato i vertici
dell'allora Banca popolare di Bari (oggi BdM) - Marco Jacobini, ex
presidente; il figlio Gianluca, ex vicedirettore generale - insieme
ad altri 11 ex amministratori, tre ex sindaci e la società di
revisione PricewaterhouseCoopers (PwC), al pagamento di circa 122
milioni di euro perché ritenuti responsabili della gestione che ha
portato al crac dell'istituto di credito.
Secondo quanto riportato dai quotidiani Gazzetta del Mezzogiorno,
Corriere del Mezzogiorno e Repubblica, i due Jacobini potranno
rispondere per una somma fino a 109 milioni. Condannato a pagare
anche l'ex amministratore delegato Giorgio Papa.
Il fulcro del risarcimento riguarda l'operazione legata al Gruppo
Maiora che era esposta con la banca per 160 milioni, per
responsabilità esclusiva - secondo il tribunale - degli Jacobini e
dell'ad Papa, che non vennero mai contrastati dalla "debole
iniziativa del nuovo consiglio" di amministrazione nominato dopo
l'ispezione del 2018.
Un rapporto "duraturo", quello con Maiora, nel quale i tre vertici
della banca sono responsabili - secondo quanto riportato dalla
stampa - di "distorsioni informative e dell'occulta mento dei dati"
ai consiglieri non esecutivi, "a causa delle prassi patologiche con
cui in concreto agivano, in violazione della stessa regolamentazione
della Banca, i componenti del Comitato crediti, coordinato da
Gianluca Jacobini, con la presenza di Marco Jacobini e con il
consenso pienamente consapevole dell'amministrato re delegato
Giorgio Papa".
Secondo i giudici, la rovinosa situazione patrimoniale emersa con
l'amministrazione straordinaria del 2019 sarebbe figlia di prassi
imprudenti nella concessione di fidi e tecniche contabili volte a
mascherare la reale rischiosità delle esposizioni.
CI SONO DEI LIMITI INSUPERABILI :
Leonardo Maria Del Vecchio è
indagato per sostituzione di persona in concorso e omissione di
soccorso. E ha dieci punti della patente in meno, anche se non è
scattato il sequestro. [...] a parlare di questa storia è Repubblica
[...].
[...] L’erede di Del Vecchio è indagato insieme a un uomo della sua
security. Secondo la ricostruzione dell’accusa il 16 novembre scorso
alle 12.49 Leonardo Maria avrebbe provocato un incidente stradale.
Poi avrebbe chiamato un uomo della sua sicurezza che si è preso la
colpa del sinistro, raccontando agli agenti della stradale di essere
lui alla guida. Le telecamere però hanno smentito la storia.
Nella sequenza la Ferrari Purosangue 222 di Lmdv si trova sulla
Tangenziale est di Milano e va in direzione sud. Il guidatore
procede a zig-zag nel traffico. Finché il muso dell’auto urta il
posteriore di una Bmw 530 innescando una carambola. Le due auto
sbattono più volte sul guardrail prima di accostare in corsia di
emergenza.
[...] Quando arriva l’ambulanza i sanitari bussano al finestrino
della Ferrari. All’interno ci sono due uomini che dicono di stare
bene. Il guidatore è un giovane dai lunghi capelli neri con barba
folta. L’altra autista al volante della Bmw è la 58enne Rosangela
P., che è ferita. Finisce al San Raffaele, anche se in codice verde.
Quando però arriva la volante della Polstrada, mezz’ora dopo il
botto, lo scenario è cambiato. Nell’abitacolo della Ferrari gli
agenti trovano un signore coi capelli a spazzola e il viso rasato:
si chiama Daniele O., ha 53 anni, lavora come “asset protection” a
Luxottica.
Daniele O. prova ad accendere l’auto ma per errore aziona i
tergicristalli. Non riesce nemmeno a trovare il libretto nel
cruscotto. Naturalmente la targa e il racconto dell’infermiere, che
poi riconoscerà in foto il conducente, puntano invece su Leonardo
Maria Del Vecchio.
[...] Le telecamere permettono di ricostruire tutto. Daniele O.
arriva pochi minuti dopo l’incidente, posteggia l’auto 100 metri più
avanti, e i due uomini gli lasciano il posto e prendono la sua auto.
Senza chiamare il 112. Il passeggero, secondo la ricostruzione degli
investigatori, sarebbe Marco Talarico (non indagato), amministratore
delegato di Lmdv Capital e storico braccio destro di Del Vecchio. Ai
poliziotti, l’addetto alla sicurezza di Luxottica aveva provato a
spiegare: «Il mio amico? Se n’è andato perché ha problemi con la
moglie».
TRUMP MUSSOLINI 2: Ferocia
Minneapolis
Simona Siri
New York
A Minneapolis gli agenti dell'Ice hanno ucciso un'altra persona, un
cittadino americano bianco di 37 anni. Il suo nome è Alex Jeffrey
Pretti. Una morte che arriva a poco più di due settimane da quella
di Renee Good, la donna uccisa dall'agente Jonathan Ross. Anche in
questo caso l'incidente è stato documentato da video di persone che
erano sul luogo, l'incrocio tra la 26th Street e Nicollet Avenue, a
Sud della città. Nelle prime immagini circolate sui social si vede
un gruppo di cinque agenti circondare e poi buttare a terra un uomo.
Ci sono scene di lotta, poi si sentono dei colpi: prima tre, poi
altri in rapida successione (10 in totale secondo la ricostruzione
del New York Times). A spararli, quando l'uomo è già a terra, è un
agente a poca distanza dal corpo. In un video pubblicato
successivamente, girato da una donna molto vicina alla scena, si
vede Pretti in mezzo alla strada a riprendere gli agenti, si vede
una ragazza con uno zaino in spalla che viene spinta e buttata a
terra da un agente, si vede un agente usare lo spray urticante
contro Pretti che sembra voler difendere la donna prima che venga
buttato a terra e circondato da cinque di loro. Dal video non è
chiaro se l'uomo, una volta a terra, abbia tirato fuori una pistola.
Secondo la ricostruzione del Dipartimento per la Sicurezza Interna,
l'incidente sarebbe iniziato con «un'operazione mirata per
rintracciare una persona presente illegalmente nel Paese e ricercata
per aggressione». Durante l'operazione, dice il Dipartimento, «un
uomo si è avvicinato agli agenti dell'Ice con una pistola
semiautomatica calibro 9 mm». Gli agenti hanno tentato di
disarmarlo, dando origine a «una colluttazione armata». Temendo per
la propria vita, gli agenti avrebbero aperto il fuoco e la persona è
stata dichiarata morta sul posto. Sempre secondo il governo, la
persona uccisa aveva con sé due caricatori e nessun documento
d'identificazione, «una situazione in cui un individuo voleva
infliggere il massimo danno possibile e massacrare le forze
dell'ordine», si legge nella nota ufficiale che però non trova
riscontro nelle immagini: in nessun momento, in nessuno dei video si
vede Pretti avvicinarsi agli agenti con una pistola in mano. Tutte
le riprese della scena mostrano che l'uomo teneva in mano il
telefono quando gli agenti federali lo hanno immobilizzato a terra.
Quella di sabato è la terza sparatoria che coinvolge agenti Ice a
Minneapolis dal loro arrivo e le scene di lotta e protesta che sono
seguite con cassonetti della spazzatura dati alle fiamme, lancio di
gas lacrimogeno e cariche della polizia sono tra le più violente
degli ultimi giorni a testimonianza di come la situazione stia
degenerando.
Tra le ultime brutalità dell'Ice , l'arresto di una bambina di due
anni e di suo padre, entrambi trasportati - nonostante la diffida di
un giudice - in un centro di detenzione Texas, lo stesso dove era
finito pochi giorni fa un bimbo ecuadoregno di cinque anni. Gli
agenti dell'immigrazione li hanno poi rimpatriati entrambi in
Minnesota, dove la bambina é stata affidata custodia della madre
mentre il padre resta in cella.
Il giorno prima e nonostante le temperature polari oltre 15 mila
persone avevano manifestato pacificamente nell'ambito della
manifestazione "Ice Out", una specie di sciopero generale con scuole
e negozi chiusi e con la partecipazione di centinaia di esponenti
della chiesa, come ha ricordato il sindaco Jacob Frey nella
conferenza stampa di sabato mattina. «Sono stanco di sentirmi dire
che i membri della nostra comunità sono responsabili dell'odio che
si respira nelle nostre strade. Proprio ieri abbiamo visto 15 mila
persone protestare pacificamente per le strade: quei manifestanti
incarnano i principi stessi su cui sono state fondate sia
Minneapolis che l'America. Al contrario, la massiccia presenza di
forze militari e agenti non identificati che occupano le nostre
strade è ciò che indebolisce il nostro Paese», ha detto. Il
governatore del Minnesota Tim Walz ha dichiarato di aver parlato due
volte con la Casa Bianca e ha definito l'incidente «ripugnante». Ha
affermato che il presidente Trump «deve porre fine a questa
operazione» perché il Minnesota «ne ha abbastanza» e ha accusato «le
persone più potenti del governo federale» di «inventare storie e
diffondere immagini false». «Quanti altri residenti, quanti altri
americani devono morire o rimanere gravemente feriti prima che
questa operazione finisca?», ha chiesto Frey. «Quante altre vite
devono essere sacrificate prima che questa amministrazione si renda
conto che una narrazione politica e di parte non è importante quanto
i valori americani?». In una serie di post sui social media, Trump
ha incolpato i politici e i funzionari di polizia locali per la
sparatoria, ha definito gli agenti dell'Ice «patrioti» e ha accusato
il governatore dello Stato e il sindaco di Minneapolis di «incitare
all'insurrezione».—
Era cittadino americano , i vicini raccontano: "Lo incontravamo col
cane, non era un violento"
L'infermiere Alex Pretti "uomo gentile" Arma legale, nessun
precedente penale
Iacopo Luzi
Washington
Si chiama Alex Jeffrey Pretti – stando a quanto rivelato dal
Minneapolis Tribune Star – l'uomo ucciso durante una colluttazione
con gli agenti federali dell'Ice a Glam Doll Donuts fra la 26th
Street e Nicollet Avenue a South Minneapolis, dove abitava.
L'uomo, un cittadino americano di 37 anni, non aveva precedenti
penali. La sua fedina riporta solo alcune multe per divieto di
sosta. Pretti ha frequentato l'Università del Minnesota, dove -
secondo la sua pagina Linkedin - era dal 2021 uno «scienziato
junior». Nel 2021 aveva ottenuto l'abilitazione alla pratica di
infermiere e, come raccontano i famigliari, lavorava al dipartimento
governativo per i veterani, ed era un appassionato di attività
all'aria aperta. La sua vicina di casa ha detto al New York Times
che era un uomo affabile – «non era una persona violenta» – e che
quando portava a spasso il suo cane nel quartiere, scambiava due
chiacchiere con chi incontrava. Non è chiaro se si trovasse sul
posto dell'incidente per protestare contro i raid e le operazioni
dell'Ice. Aveva un regolare porto d'armi e l'autorizzazione ad
averla con sé. Quando è stato ucciso, aveva due caricatori pieni e
nessun documento di identificazione. In una foto diffusa sia dal
presidente Trump sia dal dipartimento di Sicurezza Nazionale (Dhs),
l'arma rinvenuta nel luogo dell'incidente sarebbe una pistola 9mm.
In Minnesota è legale avere un porto d'armi e portare con sé
pistole. Ed è cosa molto comune specialmente fuori delle grandi aree
urbane. Inoltre, lo Stato ha una profonda tradizione legata alla
caccia e al tiro sportivo. Per ottenere un'arma, basta non avere
precedenti penali che ne proibiscano il possesso. È necessario
dimostrare di aver ricevuto una formazione sull'uso sicuro di una
pistola da un istruttore certificato. Si stima che circa il 42,8%
delle famiglie in Minnesota possieda almeno un'arma, una percentuale
superiore alla media nazionale statunitense. Secondo il Dhs, «gli
agenti hanno tentato di disarmare il sospetto (Pretti, ndr), ma
quest'ultimo, armato, ha opposto una violenta resistenza. Temendo
per la propria vita e per la vita e l'incolumità dei colleghi, un
agente ha sparato dei colpi a scopo difensivo». Diversi filmati
mostrano, invece, un momento di confronto teso e aggressivo fra il
37enne e gli agenti federali, finché questi lo buttano a terra e,
infine, gli sparano 10 colpi. Quando i soccorritori sono arrivati,
Pretti presentava diverse ferite da arma da fuoco. È stato
trasportato in un centro medico, dove è stato dichiarato morto.
Secondo le autorità federali, l'episodio è iniziato quando l'uomo si
è avvicinato agli agenti della polizia di frontiera con una pistola
e questi ultimi hanno tentato di disarmarlo. Tuttavia, vari video
della scena mostrano che l'uomo teneva in mano un telefono, non una
pistola, quando gli agenti federali lo hanno immobilizzato a terra.—
Antonio Romanucci Legale delle famiglie: il governo usa narrazioni
false per giustificare gli agenti
"Good e Floyd erano persone inermi ammazzate dalla violenza
federale"
Simona siri
New York
Origini marchigiane, socio fondatore dello studio legale Romanucci &
Blandin di Chicago, dopo aver rappresentato la famiglia di George
Floyd nella causa civile contro la città di Minneapolis e i quattro
agenti coinvolti nella sua morte, Antonio Romanucci è oggi
l'avvocato della famiglia di Renee Good, la donna uccisa lo scorso
sette gennaio a Minneapolis dall'agente Ice Jonathan Ross. «Dicono
che la loro missione è quella di catturare i peggiori tra i
peggiori, immigrati clandestini che hanno commesso reati gravi. Non
è così. Persone innocenti sono rimaste ferite e sono morte a causa
di questa invasione del governo federale nelle città americane»,
dice al telefono. Continua a parlare di Good al presente «perché il
suo spirito è vivo. È una madre. È la figlia di due persone
meravigliose. È la sorella di altri fratelli. È una compagna
devota». A Minneapolis, continua, cercava una vita migliore e tutto
le è stato portato via «in modo estremamente violento e
sproporzionato da qualcuno che ha usato una forza che non avrebbe
dovuto usare».
Subito dopo la sparatoria, la segretaria Kristi Noem l'ha descritta
come una terrorista. «Una descrizione diffamatoria», secondo
Romanucci, perché «non c'è assolutamente nessuna prova che
suggerisca che Renee stesse facendo altro se non allontanarsi in
macchina da Jonathan Ross». Il governo federale dice che l'agente ha
agito per auto difesa. «È lo stesso tipo di narrazione falsa –
spiega l'avvocato – che il governo ripete ogni volta che ci sono
scontri tra civili e agenti federali. Un rigurgito verbale che ha lo
scopo di influenzare l'opinione pubblica fin da subito, senza alcun
fondamento nei fatti». «Il video – continua – è molto chiaro ed è
per questo che iniziamo un'indagine civile e la stiamo conducendo
con la massima trasparenza possibile, perché vogliamo essere la voce
della ragione e della verità. Non vogliamo ingannare il pubblico con
narrazioni false o fatti inesistenti».
Nel 2020 Antonio Romanucci ha rappresentato la famiglia di George
Floyd. Se cerchiamo similarità tra i due casi, dice, «una delle
somiglianze, per pura coincidenza, è che le due uccisioni sono
avvenute a circa un chilometro di distanza l'una dall'altra.
Un'altra somiglianza è che notiamo una notevole coerenza nel
sostegno dei governi locali e statali al cambiamento per garantire
che questo tipo di eventi non si ripeta». Quando Floyd è stato
assassinato, il sindaco Jacob Frey, il governatore Walz e la
senatrice Klobuchar si sono tutti impegnati e hanno fatto sentire la
loro voce affinché «un'altra morte così orribile non si verificasse
più». Queste stesse persone, fa notare il legale italo americano,
sono ancora lì «a sostenere i cittadini di Minneapolis e del
Minnesota nella loro richiesta di cambiamento affinché l'Ice non
arrechi danni o uccida nessuno inutilmente. Il terzo punto è che, se
non fosse stato per i video girati con i cellulari e per le
testimonianze di chi era lì, chissà quale sarebbe stata la verità».
Trump ha detto che il padre di Good è un suo sostenitore. Romanucci
conferma che l'uomo ha votato per l'attuale presidente, ma «è
irrilevante», commenta. E assicura che «oggi la famiglia è tutta
unita nel volere giustizia per la sua morte». —
MAI FIDARSI DI TRUMP : Silenzi, esitazioni: le democrazie hanno
responsabilità storica davanti a un regime che fa la guerra al
proprio popolo
Se Stati Uniti ed Europa restano inermi davanti al massacro degli
innocenti in Iran
BERNARD-HENRI
LéVY
Nonostante la notte elettronica calata sull'Iran, affiora la verità.
Il regime parla di migliaia di morti. Il Sunday Times fa riferimento
a un rapporto redatto da una rete di medici iraniani e sostiene che
i morti sono 16500. L'Ong Iran Human Rights, con sede in Norvegia,
reputa plausibile un bilancio di ventimila morti. Altre fonti temono
un numero ancora maggiore.
Quando si conosceranno le cifre esatte, si saprà che in pochi giorni
i mullah hanno ucciso più di qualsiasi altro regime in questo secolo
nella regione. Fin d'ora, si tratta del record del mondo orario di
carneficina dai tempi del genocidio in Rwanda.
Si assiste al massacro sistematico e a freddo di un popolo a opera
di uno Stato che gli ha dichiarato guerra. A questo, bisogna
aggiungere le immagini delle mitragliatrici installate sui pickup,
che aprono il fuoco sulla folla. E le immagini dei cecchini
appostati sui tetti, che mirano alla testa. Va aggiunta anche
l'informazione secondo cui, per essere sicuro che la mano degli
assassini non esiti sul grilletto, il regime ha fatto ricorso a
milizie arrivate dall'Iraq. Infine, in ultimo va aggiunta anche una
raffinatezza nella crudeltà e nell'orrore: "il prezzo della
pallottola", migliaia di euro di riscatto estorti a madri, padri o
coniugi che vanno a recuperare i corpi dei loro cari.
Nessun diversivo, nessuna commedia geopolitica, nessuno psicodramma
artico o polare riuscirà a nascondere questa evidenza: il massacro
degli innocenti in Iran oggi è, con il bombardamento degli ucraini
per mano di Vladimir Putin, la grande tragedia di questo mondo.
A fronte di questa situazione, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno
una responsabilità storica. Non possono sostenere che quella della
Groenlandia sia per loro una questione di sicurezza nazionale e non
vedere che il regime che li sfida da quasi cinquant'anni, che uccide
o prende in ostaggio i suoi stessi cittadini, che organizza,
finanzia e arma un arco di terrore che va da Hamas a Hezbollah,
passando per le milizie che ammazzano i curdi, costituisce per il
mondo libero e per loro stessi un pericolo non soltanto strategico,
ma vitale.
È inconcepibile sfidare un alleato come la Danimarca, umiliare il
primo ministro groenlandese, prendere in considerazione una prova di
forza con l'Europa e una disgregazione della Nato e dire, al tempo
stesso, di «apprezzare molto» la sospensione da parte di Khamenei di
800 impiccagioni, numero magico che non serve a nient'altro che
riabilitare il resto dei crimini commessi dal regime.
E soprattutto – più di ogni altra cosa – come è possibile incitare
un popolo a continuare a sollevarsi, a impadronirsi dei palazzi del
potere, a memorizzare nomi e volti dei boia perché l'aiuto è «in
arrivo», per poi defilarsi, alla fine, come nella tragedia greca,
consegnando i supplici alla vendetta di un regime alle corde? Per
l'Amministrazione americana questo sarebbe un tradimento senza
precedenti. Sarebbe un errore ancora più grave di quello commesso da
Barack Obama quando ha dichiarato alla dittatura in Siria che la
linea rossa sarebbe stata l'uso delle armi chimiche e, quando quella
linea è stata varcata, ha distolto lo sguardo e si è astenuto
dall'intervenire.
Io oso credere, sperare, pregare che ci stiamo sbagliando tutti, che
gli Stati Uniti siano consapevoli che la Storia li guarda. E che
finiranno per correre in aiuto di questo popolo che lotta per valori
che sono anche loro.
Neanche l'Europa, però, può non vedere quello che sta accadendo in
Iran. L'Europa può – deve – decidersi a inserire il Corpo delle
Guardie della Rivoluzione islamica nell'elenco delle organizzazioni
terroristiche.
L'Europa può – deve – confiscare gli asset finanziari dell'Iran o
dei suoi indegni dignitari come fa per i loro alleati russi.
L'Europa può – deve – espellere i diplomatici e chiudere le
ambasciate di un regime che ha perso ogni legittimità e ogni diritto
a rappresentare il suo popolo.
E, pena tradire sé stessa, l'Europa deve – e ne hai mezzi –
prevedere sanzioni contro gli Stati, tutti gli Stati, che come la
Cina supportano i massacratori, finanziandoli in modo indiretto.
Gli iraniani erano "Charlie", quando nel pieno centro di Parigi
veniva sterminata un'intera redazione di giornalisti. Le donne che
sfidano i mullah combattono, a costo della loro vita, la grande
rivoluzione femminista che noi diciamo di auspicare. E allora,
perché tanta pusillanimità? Perché per le strade di Parigi, Londra,
Roma, Madrid o Berlino sono così poche le persone che scandiscono
"Donna, vita, libertà"? Nel nome di quali reconditi e sordidi
secondi fini, il popolo francese, per esempio, non è pronto a
sostenere maggiormente questa insurrezione per la liberte?, l'égalité?,
la fraternite?? A essere indegni sono questi voltafaccia. A essere
ripugnanti sono queste lezioni che si finge di impartire agli
iraniani a lutto: «Attenzione all'ingerenza e al complotto
imperialista… Non bisogna confondere rivolta contro il carovita e
vera rivoluzione… I popoli devono liberarsi da soli e da soli andare
fino in fondo alla loro prova… E poi, questo Pahlavi, sinceramente…
Non avete niente di meglio di disponibile?».
Questa falsa saggezza, questo preteso realismo, questa autentica
tracotanza sono un altro modo – il più vile – di lasciar morire la
gente. —
MELONI DISCEPOLA DI TRUMP: Viminale, ok al rinnovo del contratto. Ma
i centri restano semivuoti
Cpr Albania, altri 18 milioni per il resort dei poliziotti
L'opposizione: soldi buttati
irene famà
roma
Diciotto milioni, tasse escluse, distribuiti su ventiquattro mesi
per il vitto e l'alloggio delle forze dell'ordine impiegate nel
Centro di permanenza per il rimpatrio in Albania. Nonostante gli
stop e i numeri esigui, il governo italiano procede senza badare a
spese e continua a difendere il protocollo sottoscritto tra Roma e
Tirana il 6 novembre 2023. Gli esiti non sono quelli sperati? È
colpa – così ha ripetuto la premier Giorgia Meloni – «delle sentenze
ideologiche dei giudici». E così, alla fine di una consultazione
preliminare di mercato partita a metà giugno e conclusa a fine
dicembre, per le forze dell'ordine in servizio in Albania è stata
stipulata una convenzione con la struttura 5 stelle "Rafaelo resort",
fronte spiaggia, la stessa che si era aggiudicata l'appalto due anni
fa: 80 euro a notte, camera singola, colazione, pranzo e cena.
Il progetto iniziale del Cpr di Gjader era di hub per la procedura
accelerata di frontiera: accogliere i migranti intercettati in mare
e trattenerli per 28 giorni in attesa del rilascio del permesso di
soggiorno o del rimpatrio. Poi ci sono stati diversi intoppi e, in
attesa del regolamento europeo asilo e immigrazione in vigore dal
prossimo giugno, la struttura è diventata come qualsiasi altro Cpr
del territorio nazionale. Ma con numeri decisamente minori. Una
ventina i migranti che in media vengono portati al Centro (su una
capienza dicono di oltre cento posti), tra i trenta e i cinquanta
gli agenti del reparto mobile distaccati nel piccolo paese a nord
dell'Albania (decisamente ridotti rispetto al settembre 2024 quando
i poliziotti erano centosettantasei compresi quelli delle squadre
mobili, Digos, polizia scientifica e così via). Ci sono poi i
quindici agenti della polizia penitenziaria destinati a presidiare
il carcere a Gjader. Penitenziario maschile con ventiquattro
brandine, è stato costruito per chi crea problemi al Centro di
permanenza per il rimpatrio. «Sino ad oggi – raccontano – mai
utilizzato».
I documenti del Dipartimento di pubblica sicurezza, visionati
dall'agenzia di stampa LaPresse, illustrano l'affidamento del bando
di gara per il pernottamento in Albania delle forze dell'ordine al "Rafaelo
Resort" (c'era pure una struttura gestita da "Xenia S.p.a" che però
è stata esclusa). E il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi
difende il progetto. «Le forze dell'ordine in Albania stanno
presidiando il nostro Cpr dove sono trattenuti migranti irregolari
con precedenti penali, alcuni gravi, che via via vengono
rimpatriati», dice. Poi risponde alle critiche: «Forse qualcuno
preferirebbe che questi soggetti, che non hanno alcun diritto a
rimanere da noi, tornassero liberi sul territorio italiano, magari a
spese nostre, per poi lamentarsi dei problemi di sicurezza che
questi signori tornerebbero a creare». Assicura: «Il centro è
operativo. Il contingente è parametrato con il livello di presenze.
Gli agenti non sono in vacanza».
Le opposizioni insorgono. Matteo Orfini del Pd definisce il rinnovo
della convenzione come «l'ennesimo schiaffo al buonsenso. La stessa
maggioranza che continua a produrre fallimentari decreti sicurezza,
spreca milioni di risorse degli italiani solo per non riconoscere
l'inutilità dei centri albanesi. E il leader di Italia Viva Matteo
Renzi tuona: «Per tenere aperti (e vuoti) i centri migranti che non
funzionano, continuiamo a pagare milioni di euro del contribuente in
resort di lusso». E chiede: «Ma vi rendete conto di che spreco
allucinante? ». Giuseppe Conte, guida del M5S, attacca «il governo
che continua a buttare soldi in Albania mentre qui si taglia per la
sanità, per l'istruzione e le politiche del lavoro», mentre Angelo
Bonelli di Avs parla di «sperpero del denaro pubblico da parte del
governo Meloni». Riccardo Magi, segretario di +Europa, sostiene: «La
crudele propaganda di Meloni non ha fine e soprattutto non bada a
spese». Critico anche Carlo Calenda di Azione: «Il governo continua
a buttare centinaia di milioni di euro per centri in Albania che non
funzionano, mentre occorrerebbe farne in Italia, per detenere gli
immigrati irregolari che delinquono in attesa di rimpatrio».
ECCO PERCHE' NO AL MERCOSUR : Alessandro Boeri
"Sono nato in un frantoio Ho fatto un patto in famiglia ora salviamo
gli ulivi liguri"
giuseppe bottero
Mulini e mercati esteri, uliveti e comunicazione digitale.
Alessandro Boeri, a trent'anni, tiene insieme pezzi diversi dello
stesso mestiere. Lo fa da questi boschi della Liguria, dove
l'azienda di famiglia produce da 130 anni l'extravergine di oliva
Taggiasca. «Io sono letteralmente nato in frantoio», dice. Da
bambino passava le giornate tra le macchine e le persone che
arrivavano qui per la raccolta. «I genitori mi portavano in ditta
fin da quando ero piccolo. Avevamo un piccolo stabilimento nel
centro del paese e poi abbiamo costruito un nuovo impianto a un
chilometro di distanza. Era una festa: amici, clienti. Chi portava
la sardenara, chi le bottiglie di vino, chi la torta».
Cresciuto a Taggia, dopo il liceo scientifico sceglie Scienze
Gastronomiche a Parma. «Ho deciso di capire le dinamiche dietro il
mondo del cibo, i prodotti tipici di nicchia nelle realtà
dimenticate da Dio. Adesso le olive taggiasche sono un marchio
globale. Prima erano così». La formazione diventa un modo per dare
un nome e un metodo a ciò che ha respirato dall'infanzia. Subito
dopo la laurea, una parentesi fuori traiettoria. «Un anno a Ibiza,
mi sono divertito. Dal 2018 sono qua». Il ritorno coincide con
l'ingresso stabile in azienda e con un ruolo preciso: seguire le
vendite, cercare nuovi clienti, costruire una comunicazione
coerente, senza perdere il contatto con la terra.
«Io e mia sorella Federica siamo la quinta generazione, stiamo
portando avanti l'azienda insieme a papà e mamma, che si dannano
l'anima per insegnarci un mestiere. Per quanto riguarda la modernità
ci danno carta bianca, io mi occupo soprattutto del marketing, ma mi
piace andare in campagna, assaggiare gli oli». La divisione dei
ruoli, come spesso accade nelle aziende familiari, non è rigida. La
presenza sul campo è una scelta e, assieme, una necessità.
Il progetto industriale ha di fronte uno scenario difficile. «Questo
settore attraversa il momento più duro di sempre, non ho una memoria
storica, ma siamo al 70% in meno del raccolto». Qui il climate
change non è teoria, è qualcosa in grado di sconvolgere il lavoro di
un anno: «L'ultima estate è stata incredibilmente calda, ci sono
problemi con la mosca delle olive, un parassita che le buca. Se
l'attacco avviene a ridosso della produzione, tendono a salvarsi ma
il prodotto è un disastro. Se succede in estate, vanno distrutte». È
una fragilità strutturale che rende imprevedibile ogni stagione. «È
la vita dei contadini, costretti a lavorare senza sapere che cosa
sarà di tutto quell'impegno».
Il territorio resta il punto di partenza e insieme il vincolo più
forte. «Questo è uno dei luoghi più belli che abbia mai visto. Le
nostre campagne sono costruite su 47 mila ettari di muretti a secco,
i nostri antenati hanno fatto una fatica pazzesca per consegnarcelo.
La Liguria è una cartolina difficilmente replicabile, ti capita di
passeggiare tra gli uliveti e restare senza fiato». Accanto
all'orgoglio, però, c'è una lettura critica. «Se devo dire la
verità, temo l'arretratezza. Ci sono aziende all'avanguardia, ma
tanta olicoltura è frammentata e hobbystica, fatta di appassionati
ma che magari non sono in grado di farcela davvero». Il tentativo è
fare sistema, allargare le collaborazioni. «Sulla carta c'è unione,
si prova a lavorare in armonia, anche se ovviamente a livello
commerciale ognuno gioca la propria partita».
Boeri, come si immagina tra dieci anni? «Vorrei lasciare ai miei
figli una situazione più semplice, da interpretare e da vivere. La
Liguria produce l'1 per cento dell'olio nazionale, pochissimo,
nonostante questo circa il 50% degli uliveti qui sono abbandonati.
La logistica è terrificante, a volte non ci sono neanche le strade».
Da questa consapevolezza nasce una nuova iniziativa condivisa,
ancora una volta, con la famiglia. «Io e mia sorella abbiamo creato
un'azienda che si occupa principalmente di questo: abbiamo già
recuperato tremila piante». È qualcosa che arriva da lontano. «A
parte una breve parentesi in cui sognavo di fare il Papa, sono
sempre stato convinto che avrei fatto questo lavoro. Le olive sono
il nostro patrimonio. E va preservato». —
24.01.26
Diritto
irruzione Simona Siri
New York
«Tremila agenti dell'Ice per le nostre strade che si muovono senza
un piano ben definito. Stanno prendendo di mira persone che non
hanno fatto nulla di male, solo in base al fatto che sembrano somale
o latinoamericane. Hanno fermato agenti delle forze dell'ordine
fuori servizio. Hanno fermato padri che stavano semplicemente
accompagnando i figli. A Minneapolis abbiamo persone straordinarie
che provengono da diverse parti del mondo e che hanno reso la nostra
città un posto migliore. Fanno parte della nostra famiglia. Vogliamo
loro bene. Siamo orgogliosi di averli qui». Nel giorno dello
sciopero generale, con le scuole e più di 700 attività commerciali
chiuse in segno di protesta, il sindaco Jacob Frey non ha tempo per
convenevoli: deve proteggere la sua comunità, vittima di quella che
lui stesso definisce un'invasione. Al volo, tra una conferenza
stampa e dopo la visita in città del vicepresidente JD Vance (i due
non si sono incontrati, Vance ha incontrato solo i politici locali
repubblicani, ndr) a La Stampa ribadisce quello che dice dal giorno
della morte di Renee Good, la donna uccisa da un agente lo scorso 7
gennaio: i cittadini devono «manifestare pacificamente, non cadere
nella trappola. Non rispondere al caos di Donald Trump con un tipo
diverso di caos». Non peggiorare una situazione già tesa è quindi
l'imperativo e l'idea di un giorno di "blackout economico" viene
anche da lì, dalla voglia di dimostrare che la comunità è scossa, ma
unita. Soprattutto alla luce degli ultimi eventi, tra cui l'arresto
di Nekima Levy Armstrong, avvocata per i diritti civili, per aver
fatto irruzione con altri attivisti domenica scorsa nella Cities
Church di Saint Paul con la motivazione che uno dei pastori, David
Easterwood, è direttore ad interim dell'ufficio locale dell'Ice. «È
stata un'azione non violenta, legale e moralmente necessaria», ha
detto la donna al Washington Post, mentre la segretaria alla
sicurezza interna Kristi Noem ha specificato che è accusata «di
cospirazione per far violato i diritti costituzionali dei fedeli»,
un reato grave punibile con una pena detentiva fino a 10 anni. La
foto del momento in cui Levy Armstrong viene presa in custodia dagli
agenti è stata postata addirittura sul sito ufficiale della Casa
Bianca, ma in una versione ritoccata con l'intelligenza artificiale
per far sembrare che la donna stesse piangendo, cosa non vera. Tutte
mosse che con la sicurezza non hanno nulla a che fare, ma che
parlano di una guerra di nervi, di un governo federale che sembra
provocare e di una città che non si piega, consapevole che quello
che sta succedendo lì ha un significato che va al di là dei suoi
confini. «Ciò che stiamo vedendo nelle nostre strade è
discriminazione basata esclusivamente sulla razza, non ha niente a
che fare con la lotta alla criminalità», dice Frey. «A Minneapolis
vogliamo arrestare gli assassini, ma qui non si tratta di questo.
Abbiamo collaborato con diverse amministrazioni federali per ridurre
con successo la criminalità. Quello che stiamo vedendo oggi è
rappresaglia politica».
Secondo una nota interna dell'Ice ottenuta di recente dall'Associated
Press, i funzionari federali dell'immigrazione avrebbero potere di
usare la forza per entrare nelle abitazioni senza un mandato del
giudice, ma solo con un mandato amministrativo, una netta inversione
di rotta rispetto alle linee guida di lunga data volte a rispettare
i limiti imposti dalla Costituzione. Per anni, le associazioni a
tutela degli immigrati hanno esortato le persone a non aprire la
porta agli agenti dell'immigrazione a meno che non venga mostrato un
mandato firmato da un giudice, principio che la direttiva invece
mina, proprio mentre le operazioni si stanno facendo più aggressive,
senza che ci sia una fine in vista. Fonti del luogo dicono che gli
agenti dell'Ice avrebbero camere prenotate negli alberghi di
Minneapolis fino a maggio.
«Esiste una via d'uscita, se siamo tutti disposti a vederla», dice
Frey alla domanda se sia incline a trovare una qualche forma di
collaborazione con il governo federale. «Se l'obiettivo è proteggere
Minneapolis dai criminali che commettono atti illeciti, siamo
d'accordo, ma deve essere indipendentemente dalla provenienza dei
criminali stessi. Vogliamo la pace, ma la pace non si ottiene
spruzzando sostanze irritanti e agenti chimici contro manifestanti
pacifici. Non si ottiene arrestando un bambino di cinque anni. Non
si ottiene trascinando una donna incinta per le strade. La pace si
raggiunge lavorando direttamente con la comunità. Si riduce la
criminalità intervenendo in modo strategico contro le persone che
hanno commesso reati. Il vicepresidente JD Vance ha detto che gli
piacerebbe molto poter rimandare a casa alcuni di questi agenti. Non
potrei essere più d'accordo. Il rimedio ai problemi che abbiamo
affrontato nelle ultime settimane è semplice: che l'Ice se ne vada».
«Ice out», come hanno gridato migliaia di cittadini nel giorno in
cui Minneapolis è scesa in sciopero. —
Il bimbo di 5 anni portato nella "baby prigione" vicina a
Sant'Antonio. Raccolti 200 mila dollari per la famiglia
Liam nel terribile centro detentivo in Texas "Vermi nel cibo, poca
acqua e cure scarse" new york
Si chiama Dilley Immigration Processing Center il luogo nel quale si
trova adesso Liam Ramos, il bambino di cinque anni arrestato
mercoledì scorso a Minneapolis dagli agenti dell'Ice e trasportato
insieme al padre in Texas. Costruita nel 2015 per ospitare famiglie,
famosa anche con il nome di "baby jail", questa struttura vicina a
Sant'Antonio era stata chiusa nel 2024 dall'amministrazione Biden e
poi riaperta a marzo 2025 dall'attuale amministrazione. Al momento
la sua capacità è di 2.400 persone, il che la rende il più grande
centro di detenzione per famiglie del paese. Sebbene disponga di una
palestra, una biblioteca, una sala giochi e un'ampia mensa, il
Dilley Center è stato di recente al centro di una causa intentata
contro il governo federale da una serie di famiglie di migranti per
denunciare le condizioni in cui sono tenuti i figli. Cibo
contaminato da vermi e muffa, accesso limitato all'acqua potabile,
assistenza medica inadeguata sono alcune delle accuse citate in una
causa del giugno scorso, in cui si fa riferimento anche a «angusti
container di metallo con sei letti a castello» e di piccoli che
soffrivano di vertigini e mancamenti per il troppo caldo. Il
senatore democratico del Connecticut Chris Murphy qualche giorno fa
si è recato in Texas per visitare il centro, ma gli è stato negato
l'accesso: una nuova direttiva emessa dal Dipartimento per la
Sicurezza Interna impone ai membri del Congresso di dare un
preavviso di sette giorni prima di visitare un centro di detenzione
dell'Ice, mentre fino a giugno scorso le visite potevano avvenire
anche senza preavviso. «Questo dimostra che queste persone hanno
qualcosa da nascondere se non permettono ai membri del Congresso di
entrare con meno di sette giorni di preavviso», ha dichiarato
Murphy. «Dimostra quanto lavoro sanno di dover fare per insabbiare e
nascondere le cose che non vogliono che vediamo». Una recente
indagine del Senato sulle condizioni di detenzione presso l'Ice
dall'insediamento di Trump a gennaio 2025 a oggi ha rilevato
centinaia di segnalazioni di maltrattamenti, tra cui 41 segnalazioni
credibili di abusi fisici e sessuali e 18 di maltrattamenti di
minori. L'amministrazione ha recentemente tentato ancora di abrogare
un accordo legale in vigore da decenni che stabilisce gli standard
per l'accoglienza dei minori in custodia dell'Ice, comprese le norme
relative alla loro permanenza nelle strutture meno restrittive
possibili e al loro rilascio nel più breve tempo possibile. Un
giudice federale ha respinto il secondo tentativo
dell'amministrazione.
Intanto, per Liam Ramos si è messa in moto la macchina della
solidarietà. Attraverso una raccolta fondi su GoFundMe sono stati
raccolti oltre 200.000 dollari per sostenere la famiglia e
contribuire a coprire le spese legali. Un aggiornamento di giovedì
da parte dell'organizzatrice Sarai Orquiz che gestisce la raccolta
afferma che il denaro sta anche permettendo a Liam e a suo padre
Adrian di chiamare casa più spesso e di acquistare cibo extra. La
mamma di Liam, Erica, per più di 24 ore non ha saputo dove si
trovassero il figlio più piccolo e il marito, finché Adrian non l'ha
chiamata dal Dilley Center. s. sir. —
Mario Guevara
"Io giornalista immigrato preso dall'Ice Cento giorni in cella per
farmi tacere" Giulio D'Antona
Mario Guevara, reporter salvadoregno del quotidiano in lingua
spagnola Mundo Hispánico e fondatore del sito MG News, stava facendo
il suo lavoro, il giornalista, vicino alla sua città, Atlanta,
quando è stato arrestato. Guevara era un punto di riferimento per la
comunità ispanica della Georgia, stato nel quale, nell'estate del
2025, risiedeva da più di vent'anni, dove aveva una moglie e un
figlio, entrambi americani. Aveva un visto lavorativo regolare, non
aveva mai infranto la legge. Eppure, mentre documentava le proteste
anti-trumpiste che infiammavano la contea di DeKalb, è stato
avvicinato dalla polizia, che lo ha accusato di ostruzione alla
giustizia e partecipazione a un assembramento illegale. Tutte cose
per le quali oggi si rischia di venire uccisi. I tempi sono
cambiati.
È stato in detenzione locale per qualche giorno, prima che l'Ice
emettesse un ordine di arresto e lo trasferisse in custodia
federale, sostenendo che la sua posizione migratoria fosse
irregolare. Dal 14 giugno è stato nelle mani dell'Ice per cento
giorni, nonostante un giudice avesse autorizzato il suo rilascio
dietro cauzione. Prima di lui nessun giornalista straniero aveva mai
passato tanto tempo tra le mura di una prigione federale sul suolo
statunitense. Lo spostavano di continuo, per evitare che i giudici
locali potessero rendere effettivi gli ordini di scarcerazione.
Fanno così, è una delle tecniche della polizia speciale.
Varie organizzazioni per la libertà di stampa e per i diritti
civili, tra cui PEN America, la American Civil Liberty Union e
Reporters Without Borders, hanno denunciato il caso come un attacco
alla libertà di espressione e un uso strumentale delle leggi
sull'immigrazione per punire il suo lavoro giornalistico. Non è
servito a molto. Intanto il resto del Paese si infiammava, qualcuno
moriva, e Guevara, il 2 ottobre, veniva deportato forzatamente in
Salvador, lasciando negli Stati Uniti la sua famiglia e segnando un
precedente gravissimo per quanto riguarda la libertà di informazione
indipendente. Non è ancora tornato ad Atlanta.
Lei è un sovversivo?
«No, direi di no. Anzi, nei miei vent'anni negli Stati Uniti ho
quasi sempre simpatizzato per il partito Repubblicano. Mi sembrava
rappresentasse bene il rigore e i valori morali nei quali credevo e
credo ancora. Una società giusta è anche una società ordinata e
questo per me era rappresentato dai repubblicani negli Stati Uniti».
Le piaceva Donald Trump?
«Non posso dire che sia mai stato un suo fan, ma all'inizio e
durante il suo primo mandato non lo odiavo».
E adesso?
«Adesso la situazione è diversa. Lo vedo da più lontano, diciamo, da
fuori dai confini».
Crede ancora nella politica in America?
«No. Non per come è adesso. Prima credevo che le diverse parti
politiche potessero ancora trovare un accordo su un'umanità di base.
La mia detenzione mi ha mostrato che la crudeltà è ormai un fatto
accettato nelle politiche migratorie. Donald Trump non ha creato
questo sistema, ma lo hanno incoraggiato, con il benestare e il
silenzio delle parti. Oggi la politica sull'immigrazione è solo
forza bruta. È liberarsi del problema cacciandolo oltre il confine.
Abbiamo bisogno di politiche basate sul giusto processo, su canali
legali e sulla dignità umana, non sulla punizione».
Ha avuto modo di riflettere su ciò che le è accaduto?
«Sì, ho avuto modo e fin troppo tempo per stare da solo coi miei
pensieri e ho capito che mi ero sbagliato. Quando mi hanno arrestato
ho pensato subito a un errore, a un malinteso che si sarebbe
risolto. E anche dopo che mi hanno deportato ho pensato che tutto
sarebbe andato a posto».
E invece?
«Ora ho capito che ciò che non è stato un errore né un malinteso. È
stato un messaggio. In quel momento tutto è avvenuto molto
rapidamente e senza spiegazioni. Ora comprendo che la mia detenzione
faceva parte di un sistema che non ama la trasparenza, soprattutto
quando un giornalista immigrato documenta come il potere viene usato
contro le comunità più vulnerabili».
Sta accadendo anche in questi giorni?
«Di continuo. Decine, se non centinaia di voci di commentatori,
soprattutto che si rivolgono alle comunità che hanno legami con i
migranti, vengono zittite allo stesso modo. Andrebbero documentate
tutte, una per una».
È una ritorsione per il lavoro che fate?
«Credo di sì. La libertà di stampa non riguarda solo la libertà di
parola, ma anche la protezione nei confronti di chi deve garantire
questa libertà. Il mio caso mostra inequivocabilmente come le leggi
sull'immigrazione possano essere usate per mettere a tacere i
giornalisti. Se lo status migratorio di un reporter può essere usato
contro di lui, allora la libertà di stampa non è uguale per tutti,
ma solo per chi si attiene a certi standard. Questo dovrebbe
preoccupare chiunque creda nella democrazia e nella responsabilità
del potere».
Il giornalismo può ancora qualcosa contro questa deriva?
«Sì, ma è sottoposto a enormi pressioni. Molti giornalisti
affrontano precarietà economica, attacchi politici e intimidazioni.
Alcuni scelgono il silenzio per proteggersi. Eppure, il giornalismo
indipendente esiste ancora, e conta. La vera domanda è se la società
è disposta a difendere i giornalisti quando sfidano il potere».
Secondo lei?
«Non ne sono molto sicuro. L'opinione pubblica è in trincea, a
protestare per le strade, e viene uccisa e incarcerata. Oppure è
allineata e silenziosa».
Cosa dive questo degli Stati Uniti?
«Che stanno diventando un Paese sempre più controllato e sempre meno
sicuro. La sicurezza significa comunità forti, fiducia e giustizia.
Quando le persone temono il governo più del crimine, non è
sicurezza. La linea verso l'autoritarismo viene superata quando la
sicurezza viene usata per mettere a tacere le voci, colpire le
comunità e punire la trasparenza».
È una società allo sbando.
«Indubbiamente. E questa deriva passa anche molto dall'informazione
e da come viene gestita. Retate, detenzioni e deportazioni vengono
presentate come normali azioni di governo, fatti di tutti i giorni,
quasi necessari. Le libertà civili esistono, ma non sono uguali per
tutti. Per i migranti, soprattutto per quelli che parlano e si
espongono, i diritti possono scomparire molto rapidamente. La paura
è il metodo di controllo più efficace».
Lei ha avuto paura?
«Moltissima. Ne ho ancora. La detenzione ti cambia. L'isolamento, la
mancanza di luce solare, l'incertezza: è tutto progettato per
spezzarti emotivamente. Dopo averlo vissuto sulla mia pelle, vedo
chiaramente che l'Ice usa la pressione psicologica come strumento.
Giornalisti e migranti sono trattati diversamente sulla carta, ma in
detenzione tutti vengono ridotti a un numero. La tua storia non
conta. La dignità non è una priorità in questo sistema».
C'è speranza per il futuro?
«Ci sono delle alternative, e sono la verità, la perseveranza e la
solidarietà. Continuerò a fare informazione, anche da fuori degli
Stati Uniti. Il giornalismo non si ferma ai confini. Il cambiamento
non nasce dalla violenza, né da quella dello Stato né da quella
degli attivisti, ma dal portare alla luce le ingiustizie e
dall'organizzare le persone attorno ai fatti e alle storie umane». —
23.01.26
Gli agenti hanno respinto un medico che voleva soccorrerla
"Otto minuti di agonia senza aiuti" La morte orribile di Renee Good
new york
«Renee Good ha avuto il battito cardiaco per ancora otto minuti dopo
essere stata colpita da un agente dell'Ice. Eppure, la richiesta di
prestare soccorso da parte di un medico presente sul posto è stata
rifiutata. Non riesco a esprimere a parole quanto questo ci indigni,
noi che siamo qui a cercare di onorare il nostro giuramento di
Ippocrate e il nostro dovere di prenderci cura dei cittadini del
Minnesota».
Sono le parole che il senatore dello stato del Minnesota - il dottor
Matt Klein - ha pronunciato in una conferenza stampa in riferimento
alle conclusioni a cui è giunta MPR News sulla base di un'analisi
approfondita di filmati, chiamate al numero di emergenza 911,
registri dei vigili del fuoco e registri delle comunicazioni radio.
«Gli agenti dell'Ice sono addestrati alle tecniche di base di
rianimazione cardiopolmonare, ma non le hanno praticate su Good dopo
che era stata colpita dall'agente Jonathan Ross», scrive MPR News,
aggiungendo che dopo una breve valutazione medica, gli agenti
l'hanno lasciata sola, sanguinante in macchina per quasi tre minuti
e hanno allontanato un medico e si era offerto di aiutarla. «C'è
qualcuno con una formazione medica che può dichiarare morta questa
donna?», ha chiesto l'uomo, mentre gli agenti lo insultavano e lo
tenevano a distanza.
Se Renee Good potesse essere salvata è la domanda alle quali
cercherà di rispondere l'indagine civile commissionata dalla
famiglia e portata avanti dallo studio legale Romanucci & Blandin,
già avvocati per la famiglia di George Floyd. Intanto, i legali
hanno reso noti i risultati dell'autopsia indipendente sul corpo
della donna, eseguita da «un patologo forense di grande esperienza e
reputazione». Le conclusioni parlano di tre evidenti traiettorie di
proiettili sul corpo di Renee. Un proiettile ha colpito
l'avambraccio sinistro, causando un'emorragia dei tessuti molli; un
altro ha attraversato il seno destro senza penetrare organi vitali e
un altro è entrato dal lato sinistro della testa, vicino alla
tempia, ed è uscito dal lato destro. Il referto dice che le ferite
al seno e all'avambraccio sinistro non sono state immediatamente
mortali. Si parla anche di una quarta ferita, una abrasione
superficiale compatibile con una ferita da arma da fuoco, ma senza
penetrazione. s.sir.
22.01.26
la mossa di deputati e senatori americani
I dem invocano il 25° emendamento "Il tycoon incapace di svolgere il
ruolo"
Appello al 25esimo Emendamento contro Donald Trump. Lo hanno
invocato alcuni deputati e senatori del Partito democratico in
seguito alla lettera inviata dal presidente Usa al premier norvegese
riguardo l'associazione fra Groenlandia e mancato riconoscimento del
Nobel.
Ad ingrossare le fila di quanti ritengono che il presidente debba
essere rimosso è arrivato Jonathan Reiner, che fu il cardiologo
dell'ex vicepresidente Usa Dick Cheney. Secondo lui, il Congresso
dovrebbe avviare un'inchiesta sui comportamenti anomali di Trump.
Il 25esimo Emendamento della Costituzione americana regola le norme
per la successione presidenziale. Prevede che i membri del Gabinetto
possano a maggioranza rimuovere un presidente «se impedito a
svolgere le sue funzioni». alb.sim. —
Un'inchiesta del programma Rai svela la presenza di un software su
40 mila pc
Report: "Il ministero può spiare i computer dei magistrati" Nordio
nega: "Nessun controllo". Il Pd: "Lui e Meloni spieghino" Un software spia installato sui circa 40 mila computer in
dotazione all'amministrazione della giustizia. Secondo un'inchiesta
di Report, in onda domenica sera su Rai3, c'è un programma caricato
anni fa sui pc di magistrati e impiegati del settore, in grado di
accedere ai file presenti senza lasciare traccia. Immediata la
reazione delle opposizioni, che chiedono alla premier Meloni di
riferire in Parlamento sulla vicenda. «È un fatto gravissimo:
sarebbe la conferma che il governo Meloni vuole controllare la
magistratura – attacca Debora Serracchiani, responsabile Giustizia
del Pd –. Tanto più grave se il caso, sollevato da una importante
procura, fosse stato messo a tacere nel 2024 dai dirigenti del
ministero su richiesta della presidenza del Consiglio». Parole
pronunciate nell'Aula della Camera, davanti a Carlo Nordio,
impegnato nella sua relazione annuale. «Trovo improprio essere
accusato di aver messo sotto controllo i computer dei magistrati», è
stata la sua replica, questo «è di una gravità inaudita». Il
ministro della Giustizia minaccia iniziative legali nei confronti di
chi «mi attribuisce un reato». E assicura che il software in
questione «non consente sorveglianza dell'attività dei magistrati» e
«le funzioni di controllo remoto necessiterebbero di una conferma
esplicita dell'utente: non potrebbero avvenire a sua insaputa». —
22.01.26
Vimeo, ondata di licenziamenti dopo l'acquisizione da parte di
Bending Spoons
bending spoons licenzia vimeo
Foto di Vitaly Gariev.
Senza sorprendere davvero nessuno, a pochi mesi dall'acquisizione da
parte di Bending Spoons, Vimeo ha licenziato un buon numero dei
propri dipendenti (le cifre precise sono segrete). I tagli
rappresentano il secondo intervento significativo in meno di sei
mesi: già a settembre, subito prima del cambio di proprietà, la
piattaforma aveva ridotto del 10% il personale per aumentare
efficienza e sostenibilità operativa. Finalizzata per circa 1,38
miliardi di dollari, l'acquisizione ha introdotto una nuova fase di
ristrutturazione, con ulteriori riduzioni non quantificate nel
dettaglio ma confermate dal nuovo proprietario.
La strategia di riorganizzazione segue un modello già osservato in
precedenti acquisizioni condotte da Bending Spons, caratterizzato da
interventi profondi sulle strutture interne. In passato operazioni
simili avevano portato a riduzioni fino al 75% del personale in
altre realtà acquisite, suggerendo un approccio orientato alla
razionalizzazione aggressiva delle risorse. Nel caso di Vimeo, le
prime conseguenze tangibili riguardano la chiusura o il
ridimensionamento di interi centri operativi, tra cui quello di
sviluppo situato in Israele. Le attività residue risultano oggi
concentrate su un numero molto più ristretto di dipendenti, come
confermato da fonti interne che descrivono un organico
significativamente ridotto rispetto ai mesi precedenti.
La nuova proprietà starebbe orientando Vimeo verso un
riposizionamento strategico, con l'obiettivo dichiarato di
concentrare gli investimenti sugli strumenti per creatori di
contenuti e professionisti. Questa scelta comporta una revisione
delle funzioni interne e una ridefinizione delle priorità di
sviluppo, con impatti diretti sulle unità considerate non
essenziali. Il processo di integrazione post-acquisizione appare
ancora in corso, con ulteriori interventi possibili nei prossimi
mesi. Le comunicazioni ufficiali non forniscono una stima precisa
del numero di dipendenti coinvolti, ma confermano che le misure
adottate rientrano in un piano più ampio di «riallineamento
operativo».
MAFIA ED APPALTI ?
Estratto dell’articolo di Claudia Luise per “la Stampa”
Costi più che raddoppiati e quasi un ventennio di ritardo per la
realizzazione. Sono le contestazioni della Corte dei conti
dell'Unione europea al progetto della Tav Torino-Lione che emergono
dalla relazione sui mega progetti comunitari nel settore dei
trasporti.
[...] Negli ultimi sei anni i costi sono cresciuti del 23% e,
rispetto all'inaugurazione nel 2015 prevista dal progetto iniziale,
ora è slittata al 2033.
La relazione, pubblicata ieri, aggiorna un analogo report del 2020 e
peggiora ancora le stime per tutte le infrastrutture ritenute
strategiche dall'Ue: gli auditor dell'Ue, che cinque anni fa
descrivevano il raggiungimento dell'obiettivo di completare la rete
transeuropea dei trasporti (Ten-T) entro il 2030 come «improbabile»,
hanno modificato la propria valutazione a un netto «impossibile».
costo della tav torino lione e delle principali infrastrutture di
trasporto ue
Quindi oggi le prospettive sono più pessimistiche rispetto al 2020 e
ben lontane da quanto inizialmente pianificato. [...] «Ma a distanza
di trent'anni dalla loro prima progettazione, siamo ancora molto
lontani dall'inaugurazione di questi progetti e dal raggiungimento
dei miglioramenti prefissati in termini di flussi di merci e di
passeggeri in tutta Europa».
Molti mega progetti sono stati gravati da aumenti dei costi: nel
2020 gli otto mega progetti esaminati avevano subìto
complessivamente un aumento reale dei costi (ovvero, al netto
dell'inflazione) del 47% rispetto alle stime iniziali, innalzamento
che oggi è quasi raddoppiato e ammonta a un +82%.
Questo aumento si deve a scostamenti di bilancio in due progetti:
Rail Baltica (i cui costi sono cresciuti sensibilmente, segnando un
+160% negli ultimi sei anni, ovvero quasi quattro volte superiori
rispetto alle stime iniziali) e la Torino-Lione, appunto (+23% negli
ultimi sei anni, +127% rispetto alla proiezione iniziale).
LAVORI PER LA LINEA TAV TORINO LIONE
L'opera, portata avanti tramite Telt (la società di proprietà al 50%
dello Stato francese e al 50% delle Ferrovie dello Stato Italiane),
prevede due gallerie ferroviarie parallele di 57,5 km ciascuna e un
investimento complessivo di 11,1 miliardi.
La fase di studi è stata molto lunga: si è partiti a fine anni '90
con un prima ipotesi di progetto, che prevedeva un'unica galleria,
che è poi stato scartato per motivi di sicurezza e capacità. Quindi
il progetto è evoluto in quello attualmente in realizzazione per il
trasporto merci e passeggeri, recepito nell'accordo internazionale
del 2015.
«La Corte tuttavia, nella sua analisi, confronta tempi e costi
ufficiali attuali con quelli dell'ipotesi originaria che non è stata
concretizzata. Nel caso della sezione transfrontaliera della
Torino-Lione la prima idea di progetto è poi evoluta in un tunnel a
doppia canna, in coerenza con le nuove norme europee, dando origine
ad una progettazione definitiva totalmente diversa. Pertanto, la
comparazione di tempi e costi degli anni ‘90 con quelli del progetto
validato nel 2015 non riflette la realtà», spiega Telt.
Il progetto definitivo della Torino-Lione del 2015 stimava un budget
di 8,6 miliardi di euro (valuta 2012). Nel 2024, dopo
l'aggiudicazione di tutti i lavori civili e la fine dell'emergenza
Covid, Telt ha aggiornato il costo a vita intera in 11,1 miliardi.
La sezione transfrontaliera della Torino-Lione è attualmente in fase
di realizzazione, con 3.300 persone impegnate su 11 cantieri
operativi in superficie e in sotterraneo.
Ad oggi sono stati scavati complessivamente oltre 46 km (28%), di
cui circa 20 km della galleria di base, su un totale di 164 km di
gallerie previste.
La Corte dei conti Ue sottolinea che, in ogni caso, i mega progetti
hanno ricevuto nel complesso ulteriori sovvenzioni Ue pari a 7,9
miliardi di euro dall'analisi condotta nel 2020, il che porta
l'importo totale dei finanziamenti Ue erogati per queste
infrastrutture a 15,3 miliardi di euro.
E il ritardo riguarda anche l'apertura della galleria di base del
Brennero: la data più ottimistica è ora il 2032, anziché il 2016 o
il 2028 come previsto in precedenza con un aumento dei costi del 40%
rispetto alla stima iniziale.
LA SALUTE IN PERICOLO : trattori di
mezza Europa stanno scaldando i motori: domani, 20 gennaio, saranno
tutti a Strasburgo davanti al Parlamento europeo. Gli agricoltori
proprio non digeriscono l’accordo Mercosur appena firmato in
Paraguay da Ursula von der Leyen.
Eppure, è la prima reazione forte dell’Unione ai dazi di Trump.
L’intesa raggiunta con Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay crea
la più grande area di libero scambio al mondo: 718 milioni di
persone e un Pil complessivo di 22,4 trilioni di euro.
Il trattato prevede l’eliminazione graduale delle tariffe su oltre
il 90% delle merci scambiate e farà risparmiare 4 miliardi di euro
all’anno in dazi doganali alle 60 mila imprese Ue coinvolte.
L’accordo proteggerà 350 prodotti europei a indicazione geografica
tra cui 58 italiani vietando il commercio di imitazioni. Oggi la
fattoria del Vermont può tranquillamente produrre mozzarella italian
sounding e venderla ai ristoranti di New York, e noi non abbiamo
nessuno strumento per intervenire. In questo caso invece
l’esportatore italiano potrà bloccare l’azienda argentina o
brasiliana che copia le nostre eccellenze [...]
E poi c’è un obiettivo strategico: facilitare l’accesso a materie
prime e minerali critici, come rame, litio, grafite, nichel e terre
rare, riducendo così la dipendenza Ue dalla Cina. Ma come funziona
l’interscambio tra Ue e Mercosur?
Uno scambio da 111 miliardi
milena gabanelli - accordo di libero scambio ue paesi del mercosur -
dataroom
Oggi esportiamo verso il Mercosur macchinari industriali, prodotti
chimici e farmaceutici, auto soggetti a dazi compresi tra il 15 e il
35% per un valore complessivo di 55,2 miliardi. Importiamo minerali,
idrocarburi e soprattutto prodotti agroalimentari per un totale di
56 miliardi. Il travagliato accordo è stato approvato il 9 gennaio a
maggioranza qualificata, con il Belgio astenuto mentre Francia,
Ungheria, Irlanda, Polonia e Austria hanno votato contro. [...]
accordo di libero scambio ue paesi del mercosur - dataroom
Anche l’Italia, dove l’agricoltura rappresenta un pilastro
dell’economia, in un primo tempo aveva bloccato l’intesa, ma dopo
aver ottenuto una serie di garanzie a tutela del settore, ha
cambiato posizione, diventando decisiva. Il governo italiano ha
imposto un limite all’import e la sospensione temporanea della
carbon tax sui fertilizzanti a base di ammoniaca, urea e altre
sostanze.
E ora, mentre si attende il via libera definitivo del Parlamento
europeo, gli agricoltori tornano sul piede di guerra. Temono
l’arrivo massiccio di carne bovina, pollame, zucchero, cereali, riso
e ortofrutta a basso costo, e la concorrenza sleale. Vediamo.
Carne, cereali, ortofrutta
ACCORDO COMMERCIALE UE MERCOSUR
Nel caso della carne bovina i dazi scenderanno dal 20 al 7,5%, ma su
una quantità che non supera l’1,6% del consumo totale nella Ue
(fonte Uniceb). Tutte le importazioni eccedenti questa soglia
saranno invece soggette a tariffe tra il 40 e il 45%. Per il pollame
sono previsti zero dazi, ma anche qui su un import limitato all’1,4%
del consumo europeo. Per ogni tonnellata di petto di pollo in più
bisognerà aggiungere un dazio di 1.024 euro (fonte Assoavi).
L’assenza di tariffe è garantita anche su 190 mila tonnellate di
zucchero (1,2% del consumo Ue), 45 mila tonnellate di miele e 60
mila tonnellate di riso. Non ci sono quote invece per l’ortofrutta
perché essendo prodotti deperibili legati alla stagionalità,
avrebbero poco impatto.
accordo di libero scambio ue paesi del mercosur - dataroom
Inoltre l’accordo prevede clausole di salvaguardia: qualora le
importazioni di un determinato prodotto aumentassero oltre il 5% o i
prezzi subissero una riduzione superiore al 5%, la Commissione
europea potrà sospendere le agevolazioni tariffarie o limitare
l’ingresso delle merci.
Per compensare i danni da possibili perturbazioni di mercato, la
Commissione ha anticipato sul prossimo bilancio dell’Unione
(2028-2034) 45 miliardi di euro che potranno essere usati dagli
Stati membri come sussidi per gli agricoltori attraverso la Politica
agricola comune (Pac). Fitofarmaci, antibiotici e ormoni Gli
agricoltori sollevano però anche il tema della concorrenza sleale.
I nostri standard sanitari e le regole di produzione incidono sui
costi e, di conseguenza, sui prezzi degli alimenti immessi sul
mercato, penalizzando i produttori europei. L’Unione applica norme
vincolanti sul benessere animale, come l’alimentazione, le cure
veterinarie e il divieto delle gabbie convenzionali per le galline
ovaiole e l’obbligo di garantire condizioni minime di spazio.
protesta contro il mercosur degli agricoltori a milano
Nei Paesi del Mercosur, invece, gli standard sono spesso molto più
bassi, e negli allevamenti intensivi rimangono diffuse pratiche
crudeli. Stesso discorso vale per fitofarmaci, antibiotici e ormoni.
[...]
Secondo uno studio della geografa Larissa Bombardi, molti pesticidi
proibiti nella Ue sono invece impiegati in Sudamerica: in Brasile,
ad esempio, il 27% dei principi attivi utilizzati sono proibiti
dall’Unione Europea.
L’elenco comprende l’erbicida amicarbazone mai autorizzato in
Europa, il fungicida clorotalonil vietato dal 2019 e l’insetticida
novaluron escluso dal 2012. Un problema ancora più delicato riguarda
gli ormoni della crescita. Nell’ottobre 2024 un audit ufficiale
della Commissione europea sul sistema di controlli brasiliano ha
concluso che non è possibile garantire con certezza che la carne
bovina esportata verso la Ue non sia stata trattata con ormoni
vietati, in particolare con l’estradiolo-17.
L’accordo, però, specifica che tutto quello che entra dal Sudamerica
deve essere conforme alle norme Ue, e dunque si applicheranno due
vincoli: 1) il principio di precauzione, ovvero ogni alimento può
essere immesso sul mercato solo se non presenta rischi per la
salute; 2) l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine
per ortofrutta, miele, uova, carne bovina, suina, ovina, caprina e
pollame.
Una trasparenza che consente ai consumatori di scegliere
consapevolmente se acquistare o meno una bistecca argentina o il
miele brasiliano. Attenzione però, se la carne (a esclusione di
quella bovina) viene poi lavorata, la storia cambia.
Per esempio, se il petto di pollo importato viene poi panato o
trasformato in crocchette in Italia, sull’etichetta ci sarà scritto
«Prodotto in Italia». Molto si giocherà sui controlli doganali, e
anche qui la Commissione ha annunciato un pacchetto di misure per
aumentare del 33% le ispezioni sulle merci in entrata.
Calcolando che gran parte dei prodotti in arrivo dal Sudamerica
sbarcano al porto di Rotterdam, dove oggi i controlli sono sotto il
3%, l’aumento proposto li porterebbe al 4%. Davvero poco... ma
tant’è.
In sostanza, abbiamo capito che l’apertura impone vincoli di lungo
periodo che limitano la capacità europea di sostenere standard
elevati. Sappiamo anche che non esistono accordi senza compromessi.
Al momento la Commissione stima che il trattato con il Mercosur
porterà a un aumento delle esportazioni europee del 39% e a un
incremento complessivo del Pil pari a 77,6 miliardi di euro entro il
2040. Va ribadito che la Ue, non avendo materie prime, è orientata
all’export, e se tutti mettono dazi si crea un regime di economia
stagnante dove gli Stati incassano meno, e alla fine a soffrire
saranno pure gli agricoltori, perché i sussidi chi glieli dà?
Inoltre, la nuova alleanza strategica tra due aree del mondo che
condividono una crescente pressione geopolitica e commerciale da
parte degli Stati Uniti potrebbe andare oltre il piano economico.
Angela Romei
"Io, esclusa dalle Olimpiadi Al mio posto in nazionale la figlia del
direttore tecnico"
OSCAR SERRA
«Dispiacere, frustrazione, incredulità». Nel giorno in cui la
Federazione sport ghiaccio ha comunicato ufficialmente la lista dei
convocati per le Olimpiadi di Milano-Cortina, i sogni di Angela
Romei si sono definitivamente infranti e i timori di una sua
clamorosa esclusione diventati improvvisamente realtà. Romei ha 28
anni, ha iniziato la sua carriera a Pinerolo all'indomani dei Giochi
di Torino e dal 2017 fa parte ininterrottamente della squadra
azzurra di curling con cui ha partecipato a tutte le principali
competizioni internazionali fino allo storico quarto posto
conquistato ai Mondiali in Canada del 2024 quando ottenne l'ambito
Frances Brodie Sportsmanship Award, un premio che gli organizzatori
assegnano alla giocatrice che meglio riesce a unire qualità tecniche
e principi di onestà, sportività e fair play. Al suo posto è stata
convocata Rebecca Mariani, figlia del direttore tecnico della
Nazionale Marco Mariani. E tanto è bastato per far scoppiare un
caso.
Angela Romei, cosa prova in questo momento?
«Sono distrutta. Ma il mio dispiacere è soprattutto per le modalità
e le tempistiche con cui è avvenuto tutto questo».
Cioè?
«Me lo ha comunicato pochi giorni fa Mariani, con una telefonata
avvenuta subito dopo l'ultimo raduno. Avremmo potuto parlarne a
quattr'occhi, mi sarei aspettata almeno una discussione fondata su
dati e risultati».
Invece?
«Invece si è limitato a dirmi che quella era una decisione assunta
da lui e che al mio posto sarebbe stata convocata sua figlia
Rebecca, che ha 19 anni e zero manifestazioni internazionali con la
nazionale senior».
Ne ha parlato con il commissario tecnico, lo svedese Sören Gran?
«Soren si occupa di seguire le atlete sul ghiaccio e durante le
competizioni, dal punto di vista tecnico e tattico. Marco Mariani,
invece, è l'unico responsabile della composizione delle squadre».
Ha avuto dei conflitti con Gran o con Mariani tali da giustificare
questa scelta?
«Ho sempre espresso con rispetto e professionalità il mio punto di
vista anche quando le nostre opinioni erano divergenti. Non gli ho
mai mancato di rispetto».
Qual è stata la sua prima reazione dopo la telefonata del direttore
tecnico?
«Di vuoto. Ho chiuso gli occhi e ho pensato che fosse solo un brutto
pensiero, ma quando li ho riaperti era tutto vero ed era terribile».
La considera un'ingiustizia?
«Un'ingiustizia nei confronti del lavoro fatto in tutti questi anni
e di tutto il movimento. Ho sempre creduto nei rapporti umani, nel
fair play dentro e fuori dal campo e quello che mi è successo è
l'antitesi di tutto questo».
Si rimprovera qualcosa?
«Ho sempre lavorato con dedizione e professionalità. Anche oggi
(ieri ndr) ero in pista ad allenarmi come ogni altro giorno. Sono
una professionista, faccio parte del gruppo sportivo delle Fiamme
Gialle (Guardia di Finanza) che mi ha sempre sostenuta. Il curling è
la mia vita da quando ho iniziato a praticarlo. Cosa mi devo
rimproverare?».
Ha sentito il presidente della Federghiaccio, Gios?
«Sì, tra i tanti ho sentito anche lui. Mi ha detto che su questioni
tecniche la Federazione non può metterci il becco».
E perché la sua esclusione dovrebbe essere qualcosa di diverso da
una mera scelta tecnica?
«Ripeto: io faccio parte del gruppo degli atleti nazionali da quasi
dieci anni e come Team Constantini abbiamo lavorato insieme in
questo quadriennio, sempre all'interno della selezione nazionale per
prepararci al meglio per i Giochi. E a meno di un mese dalle
Olimpiadi sono stata esclusa per lasciare il posto a una ragazza che
non ha mai rappresentato finora la nazionale senior in una
competizione internazionale. Fosse stata una scelta tecnica
avrebbero potuto sperimentare molto prima e poi valutare, spiegando
le motivazioni alle dirette interessate».
Cos'hanno detto le sue compagne?
«Ci siamo parlate a lungo, ho ricevuto tanti messaggi di sportivi
dall'Italia e dall'estero. Ho sentito una grande vicinanza da tutto
il movimento, che però, purtroppo, non cambia le cose».
Cosa farà ora?
«L'unica cosa che non possono togliermi è la passione per il
curling. Questo mi farà continuare ad allenare e a credere che sono
un'atleta forte in grado di fronteggiare qualsiasi sfida. Anche
questa». —
Opposizioni sulle barricate: "Fatto grave". Il nodo della Sanità: si
punta sulla sospensione dei mutui per liberare risorse
Regione, i revisori bocciano il bilancio La giunta: "Da ottobre i
dati sono cambiati"
alessandro mondo
La sospensione della quota capitale dei mutui contratti nel tempo
con Cassa Depositi e Prestiti, Dexia e Intesa Sanpaolo per liberare
risorse da destinare, almeno in parte, per la copertura della
Sanità.
È l'operazione a cui sta lavorando la Regione, peraltro impegnata
nella partita più generale del bilancio da approvare entro fine
mese. Giornata tumultuosa, quella di ieri, e segnata da nuove
polemiche tra giunta e maggioranza. La quale ha scoperto che sul
bilancio il parere dei revisori dei conti, non allegato al
documento, è negativo. Quanto è bastato, e avanzato, per mandare su
tutte le furie i capigruppo di minoranza - da Pentenero (Pd) a
Ravinale (Avs), da Disabato (M5s) a Nallo (Stati Uniti d'Europa per
il Piemonte), indignati per l'omissione e preoccupati per il
verdetto dei revisori: «"Si tratta di una mancanza grave perché il
parere del Collegio dei Revisori dei conti è un allegato
indispensabile per l'analisi tecnico politica delle cifre e
l'approvazione del bilancio. In assenza di questo documento viene
meno la possibilità di un esame consapevole e trasparente da parte
del Consiglio».
Un parere, quello dei revisori, che però non sembra preoccupare la
giunta, assai più attenta alla Corte dei Conti. Tanto più che,
spiegano tanto dagli uffici del Bilancio quanto da quelli della
Sanità, il parere negativo è stato redatto dal precedente Collegio
dei revisori sulla base di un disegno di legge risalente allo scorso
ottobre. Va da sè che nel frattempo il testo è stato modificato nel
corso della discussione in Consiglio. In ogni caso, toccherà al
nuovo Collegio dei revisori, insediatosi a inizio anno, valutare la
versione aggiornata.
Quanto alla Sanità, e come detto in premessa, la Regione è alle
prese con il nodo che deve sciogliere ogni anno, da anni: trovare
risorse per ripianare il disavanzo. E questo, anche se dalla giunta
non vogliono sentire parlare di "disavanzo" o di "buco" ma di
maggiori investimenti.
Ieri l'assessore al Bilancio Andrea Tronzano ha spiegato che la
trattativa in corso con CdP, Dexia e Intesa potrebbe consentire un
margine che potrebbe arrivare a 130 milioni. Una trattativa che
andrà oltre il termine di approvazione del 30 gennaio e che quindi
presupporrà una variazione. Un lasso di tempo utile per capire come
chiuderà la Sanità.
Sia come sia, come sempre la Regione interverrà inserendo fondi
regionali per coprire i maggiori investimenti fatti dalla giunta
oltre a quanto lo Stato trasferisce come fondi. Si tratterà di
capire se l'operazione, concessa dallo Stato, andrà in porto. Una
cosa pare assodata: tagliare da altri capitoli di bilancio per
sostenere la Sanità è sempre più difficile, se non impossibile. —
20.01.26
AVETE VOTATO CIRIO ECCO I RISULTATI : Il 2 febbraio l'azienda
incontrerà la filiera per promuovere investimenti in Africa
Stellantis punta sul mercato algerino e chiama a raccolta l'indotto
torinese
Stellantis rilancia la sua strategia industriale in Algeria e chiama
a raccolta le imprese torinesi della filiera dell'auto.
Il 2 febbraio, nella sede dell'Unione Industriali, si terrà l'evento
"Stellantis Algeria meets Turin companies", dedicato alle
opportunità di fornitura e collaborazione legate allo sviluppo del
progetto Stellantis nel mercato automobilistico nordafricano.
L'incontro, gratuito per le aziende iscritte alle associazioni di
Confindustria, intende creare ponti tra Torino e l'espansione
industriale algerina. Il mercato automobilistico
algerino sta vivendo una fase di forte espansione, spinta
dall'aumento della domanda di veicoli nuovi e usati e da politiche
di investimento settoriali. Nel 2024 la produzione locale ha
raggiunto circa 30 mila veicoli, con l'obiettivo di aumentare
ulteriormente i volumi entro il 2026. Stellantis e i suoi partner
algerini puntano a costruire una rete di fornitura localizzata, con
benefici per le imprese italiane che vogliano investire o avviare
linee produttive in loco: riduzione dei costi logistici, tempi di
consegna più rapidi e collaborazioni tecnologiche in ottica di
innovazione e sostenibilità delle produzioni.
L'Algeria non è più soltanto il sito dove assemblare modelli Fiat.
Secondo gli annunci più recenti, Opel ha scelto il Paese per aprire
il suo primo stabilimento produttivo fuori dall'Europa, rafforzando
così la presenza di Stellantis nella regione Africa e Medio Oriente.
Il nuovo sito produttivo punta a integrare la rete industriale
esistente e a servire il mercato locale e regionale con modelli Opel
assemblati direttamente in Algeria. Questa mossa rappresenta una
significativa espansione della presenza internazionale di Opel e,
più in generale, del gruppo Stellantis nel continente africano.
Altri piani di sviluppo includono l'espansione dello stabilimento
già operativo a Tafraoui, nella provincia di Orano, inaugurato nel
dicembre 2023, dove attualmente si producono modelli Fiat e dove è
prevista una capacità produttiva di circa 90 mila veicoli all'anno
entro il 2026. Il sito è destinato a diventare un hub centrale per
la regione Medio Oriente e Africa e potrebbe accogliere modelli di
altri marchi del gruppo in futuro.
L'evento torinese mira a far conoscere alle aziende italiane, in
particolare quelle di componentistica, le possibili sinergie
produttive con Stellantis Algeria, comprese le opportunità di
avviare linee di produzione o di approvvigionamento locale. La
collaborazione potrà includere non solo la fornitura di pezzi o
materiali, ma anche progetti congiunti di innovazione tecnologica e
sostenibile, coerenti con le strategie globali del gruppo. La
costruzione di rapporti industriali duraturi con il mercato algerino
potrebbe favorire lo sviluppo di un ecosistema di fornitura
competitivo, affidabile e profondamente integrato, con ricadute
positive anche per il sistema produttivo italiano.
In un momento in cui il settore europeo affronta sfide complesse,
dall'incertezza della domanda alla transizione tecnologica,
l'espansione in mercati emergenti come l'Algeria rappresenta
un'opportunità per consolidare la competitività delle aziende
italiane. E la presenza di Stellantis, con marchi storici come Fiat
e Opel, potrà servire da leva per nuove collaborazioni industriali.
l. d. p.
Individuati i profili di individui che potrebbero sostenere il
distacco dell'isola dalla Danimarca
Spie, satelliti, intercettazioni e radar Così gli Usa alimentano il
separatismo
new york La passione degli Stati Uniti per la Groenlandia non è una
prerogativa di Donald Trump. Nel 1867 Washington mostrò interesse
per il territorio autonomo della Danimarca, chiedendo a Copenaghen
quanto sarebbe costata. Nel 1946, subito dopo la Seconda guerra
mondiale, gli Usa misero sul piatto cento milioni di dollari
ricevendo un netto diniego dalla corona danese. Esiste quindi una
continuità storica, che arriva ad oggi, al 47esimo presidente
americano, e che riflette una "linea strategica" di lungo periodo,
come ha sottolineato il segretario al Tesoro, Scott Bessent. Tanto
da spingere la Casa Bianca a chiedere alle agenzie di intelligence
di intensificare le proprie attività sul dossier. Agli inizi di
maggio diversi alti funzionari, sotto la guida del direttore
dell'Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard, hanno inviato un
«messaggio di priorità di raccolta informazioni ai capi delle
agenzie», riferisce il Wall Street Journal. L'ordine si focalizzava
sul movimento indipendentista locale e sull'atteggiamento della
popolazione nei confronti dello sfruttamento delle risorse da parte
americana. Attraverso l'impiego di tecnologie satellitari di
sorveglianza, intercettazioni e l'operato di spie sul terreno, si
sono così identificati profili, in Groenlandia e Danimarca, di
persone che sostenevano gli obiettivi statunitensi nell'isola più
grande al mondo.
Il coinvolgimento dell'apparato di spionaggio riflette la
determinazione di Trump nell'opera di cooptazione della "Terra dei
ghiacci": il motivo non è squisitamente economico o energetico. Le
risorse naturali presenti sull'isola sono rilevanti: terre rare,
metalli, petrolio tra le altre. Il forziere del sottosuolo è
tuttavia di difficile accesso a causa delle condizioni ambientali e
logistiche del territorio. «Lo ha sperimentato anche la Cina, che
dal 2009 aveva avviato diversi investimenti minerari sull'isola:
oggi di quei progetti non resta praticamente nulla – spiega
l'osservatorio Aliseo –. Nel 2017, quando Trump chiese alla
Danimarca di revocare le licenze alle aziende cinesi, nessuna delle
miniere controllate da Pechino aveva iniziato l'attività». Il vero
nodo è piuttosto la posizione geografica che ne riflette un
vantaggio strategico dal punto di vista militare e commerciale.
L'isola più grande del Pianeta è una porta di accesso all'Atlantico
settentrionale e alle rotte artiche. E consente il controllo sul
corridoio Giuk (Groenlandia–Islanda–Regno Unito) rivelandosi
piattaforma ideale per proiettare la presenza militare verso il Polo
Nord e, al contempo "trincea" per la difesa, o la minaccia interna.
«La Russia ha costruito e ristrutturato decine di basi militari
nell'Artico, molte delle quali risalgono all'epoca sovietica –
riferisce il centro studi Aliseo –. La Nato, al contrario, è rimasta
indietro, anche sul fronte della flotta rompighiaccio, fondamentale
per operare nelle acque artiche». Il valore strategico è rilanciato
ora dal "Golden Dome", il sistema missilistico in grado di
neutralizzare vettori balistici, da crociera e ipersonici, che il
Pentagono sta realizzando.
Oltre al rafforzamento militare di Mosca, un fattore trainante è
l'innalzamento delle temperature globali, e il conseguente
scioglimento dei ghiacci che aprono nuove rotte commerciali. Dietro
l'accelerazione di Trump sul dossier, c'è infatti la recente
inaugurazione della China-Europe Arctic Expressway. È la nuova rotta
marittima che abbatte i tempi di transito dalla Cina all'Europa a
circa 18-25 giorni, rispetto agli oltre 40 delle vie d'acqua
tradizionali, navigando attraverso il Canale di Suez, quindi a
nord-est nello Stretto di Bering e lungo la costa russa. A
inaugurarla è stata l'Istanbul Bridge, la prima nave container, che
ha completato la rotta in 26 giorni.
Al momento non vi è una presenza russa o cinese in Groenlandia, ma
Washington teme che lo status quo possa non rimanere tale. Per Trump
è cruciale pertanto avere mani libere sull'isola, dove ora gli Usa
possono contare solo sul presidio militare della base spaziale di
Pituffik. L'obiettivo è realizzare infrastrutture, installare
sistemi d'arma, dotarsi di una flotta di rompighiaccio e, più in
generale, blindare il dispositivo strategico nell'Artico,
inaugurando così la nuova era polare a stelle e strisce. fra.sem. —
Al Forum in Svizzera la sfida sul multilateralismo con 64 leader ma
Copenaghen diserta
A Davos scontro sulla globalizzazione Donald imporrà la linea
nazionalista INVIATO A DAVOS
L'arrivo di Trump si sente al World Economic Forum. Davos non è mai
stata così politicamente esposta come in queste ore, mentre la prima
parte della delegazione americana raggiunge la località alpina e il
convoglio presidenziale viene annunciato da un dettaglio che vale
come un segnale: un C-17 dell'Air Force atterra per garantire
logistica e sicurezza al presidente degli Stati Uniti. È la Davos di
Donald Trump, ed è una Davos diversa, perché il forum che da mezzo
secolo rappresenta il cuore della globalizzazione diventa il teatro
di una sfida aperta a quell'ordine. Trump arriva con l'obiettivo di
imporre un'agenda nazionalista e transazionale in un luogo nato per
il multilateralismo, l'interdipendenza economica e il coordinamento
globale.
Il presidente è atteso mercoledì per un discorso speciale, ma la sua
presenza ha già cambiato il clima del World Economic Forum 2026, che
riunisce oltre 3.000 delegati da più di 130 Paesi, tra cui 64 capi
di Stato e di governo, ma i leader della Danimarca non saranno
presenti in polemica con Trump. L'agenda è stata in parte travolta
dalle mosse di Washington: dalle minacce di nuovi dazi contro
diversi Paesi europei alla richiesta che gli Stati Uniti assumano il
controllo della Groenlandia, un dossier che per l'Europa tocca
sicurezza, sovranità e diritto internazionale. Fonti diplomatiche
confermano che il tema è stato inserito d'urgenza nelle riunioni di
sicurezza previste a margine del forum, segno di quanto Davos sia
diventata un'estensione del confronto geopolitico.
Trump incontrerà i leader dell'economia globale in un ricevimento
organizzato dopo il suo intervento, su invito diretto della Casa
Bianca. Amministratori delegati di grandi gruppi finanziari,
tecnologici e della consulenza parlano di un appuntamento riservato,
senza un ordine del giorno ufficiale. È una rottura con la
tradizione di Davos, fondata su panel pubblici e dichiarazioni
condivise, e riflette la preferenza del presidente per il rapporto
diretto e bilaterale con il capitale globale.
Il contrasto è evidente anche fuori dal Congress Centre, dove la
presenza massiccia di Big Tech domina la scena con padiglioni, hotel
brandizzati e spazi dedicati a intelligenza artificiale, dati e
nuovi modelli economici. È il volto del capitalismo globale che
cerca regole comuni. A pochi metri, però, l'arrivo della delegazione
americana introduce una narrazione opposta: una superpotenza che usa
il proprio peso economico, tecnologico e militare come leva
politica, anche verso alleati storici. Nel suo intervento, secondo
funzionari della Casa Bianca, Trump parlerà soprattutto di politica
interna - costo della vita, casa, crescita - ma si rivolgerà anche
in forma diretta agli europei, chiedendo un cambio di rotta contro
quella che definisce stagnazione economica. Il nodo della
Groenlandia resta centrale. Regno Unito, Danimarca, Francia,
Germania e altri Paesi nordici hanno diffuso una dichiarazione
congiunta contro le pressioni americane, avvertendo che rischiano di
minare le relazioni transatlantiche. Tentativi di mediazione non
hanno cancellato la tensione che attraversa il forum. Sul tavolo c'è
anche la guerra in Ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky è
presente e spera in un incontro con Trump per discutere garanzie di
sicurezza legate a un possibile cessate il fuoco. La delegazione
americana è la più numerosa mai vista a Davos, con figure chiave
della diplomazia e dei negoziati. Ufficialmente non sono previsti
bilaterali, ma l'aspettativa di intese informali è diffusa. Anche
sul fronte di Gaza.
Per Trump, Davos resta un luogo ambiguo. Dopo gli scontri verbali
del passato, oggi torna da presidente rafforzato, deciso a
riaffermare la leadership americana secondo le proprie regole. Anche
da un punto di vista fisico, con due "US House" sulla Promenade, una
delle quali di fronte a Palantir, il colosso di Alex Karp che sta
ridefinendo la Difesa globale. L'Europa arriva indebolita, tra
crescita fragile e interrogativi sulla sicurezza, nonché sulla
propria credibilità. La Davos di Trump rende questa frattura
visibile. È uno scontro di visioni - globalismo regolato contro
sovranismo assertivo - che va oltre il forum e che, questa
settimana, passa dalle Alpi svizzere. f.gor.
Treni europei sicuri ma non infallibili Dove e perché resta il
rischio sui binari paolo baroni
roma
l1Quanto sono sicuri i treni europei?
Di partenza va detto che le ferrovie sono uno dei sistemi di
trasporto più sicuri. Ovviamente non è indenne da incidenti. Stando
a Eurostat nel corso del 2024 si sono registrati 1.507 incidenti
classificati come «significativi» per un totale di 750 persone
decedute (-39,8% rispetto al 2010) ed altre 548 ferite gravemente.
Tolti i suicidi oltre il 98% dei decessi è causato da persone che
attraversano i binari in zone vietate o da incidenti ai passaggi a
livello.
l2Quali sono i Paesi più a rischio?
Il più alto numero di incidenti ferroviari tra i Paesi dell'Ue
spetta alla Germania con 366 episodi, seguita dalla Polonia con 220.
Insieme, questi due Paesi hanno registrato oltre un terzo (38,9%) di
tutti gli incidenti ferroviari significativi che si sono verificati
nel 2024. Seguono poi la Francia (140 incidenti), l'Italia con 103 e
la Romania con 90. La Spagna a sua volta ha registrato «solamente»
57 incidenti. Per contro, nel 2024 l'Irlanda ha segnalato solo 1
incidente ferroviario significativo, appena 2 il Lussemburgo.
l3In quali Paesi si sono verificati più decessi?
Un totale di 5 Paesi ha registrato 4 o più morti per migliaia di
chilometri di binari ferroviari: si tratta di Portogallo (6,2),
Ungheria (5,8), Slovacchia (5,7), Lituania (4,6) e Polonia (4,3).
Cinque Paesi hanno registrato meno di una mortalità per mille
chilometri di binari: si tratta di Austria, Finlandia, Estonia e
Irlanda e (fino a ieri) Spagna. Anche l'Italia è posizionata nella
parte alta di questa classifica.
l4In dettaglio qual è la situazione italiana?
Secondo l'ultimo rapporto della nostra autorità per la sicurezza
ferroviaria, l'Ansfisa (Agenzia nazionale per la sicurezza delle
ferrovie e delle infrastrutture stradali), il numero complessivo di
incidenti significativi nel decennio 2015-2024 è sostanzialmente
stabile. Nel 2024 si è però registrato un calo rispetto ai due anni
precedenti: 103 incidenti rilevanti contro 109-113: appena 6 le
collisioni tra treni, 4 i deragliamenti, zero i morti (come anche
nel 2023) per entrambe queste due tipologie di incidenti. Se si
analizzano gli 86 decessi che si sono registrati nel 2024 (102 nel
2023) ben 80 hanno riguardato persone investite da materiale
rotabile, 5 incidenti ai passaggi a livello, mentre un altro decesso
è stato prodotto da cause di altro tipo.
l5Ma come vengono controllati i nostri treni?
Di partenza, se prendiamo ad esempio gli Etr 1000 gestiti da
Trenitalia, si fa riferimento alla diagnostica predittiva che è
integrata in ogni treno Av: un computer che rileva in tempo reale
tutti i parametri e tutti i dati vengono trasmessi a una sala
centrale che li analizza. Nel caso di una usura anomala, come ad
esempio quella di una delle ruote d'acciaio del convoglio, scatta la
segnalazione ed il treno va subito in manutenzione. Un treno AV
viene comunque sottoposto a manutenzione corrente ogni 10 giorni,
mentre ogni due anni e mezzo e circa 1.250.000 chilometri percorsi
viene sottoposto a manutenzione ciclica.
l6Come vengono controllate invece le linee ferroviarie?
In Italia i controlli che effettua Rfi sono demandati ad appositi
carri diagnostici identificabili con la livrea giallo-blu. Servono
sia a fare le verifiche ogni qualvolta vengono effettuati nuovi
interventi sui binari, come quelli che sembrano all'origine del
disastro spagnolo, sia per effettuare poi controlli periodici su
binari e rete elettrica di alimentazione. «Archimede» è il nome del
principale treno misure di Rfi: è entrato in servizio nel 2003 ed in
grado di effettuare una serie completa di misure integrate (binari,
linea aerea, segnalamento). C'è poi «Diamante 2.0», treno
diagnostico di ultima generazione, utilizzato per l'alta velocità e
le linee a maggior traffico, dotato di sensori avanzati per
l'analisi predittiva. «Aldebaran 2.0» è invece una carrozza
diagnostica specializzata nel monitoraggio della linea elettrica.
l7Oltre a quelli effettuati direttamente dalle imprese che
gestiscono rete e convogli, ci sono altri di tipi di controlli?
In Italia i controlli sulla sicurezza delle ferrovie sono demandati,
come detto, all'Ansfisa. Sotto la sua lente finiscono i 18 mila
chilometri di rete ferroviaria, 9 diversi gestori di rete e le
attività di 95 imprese ferroviarie merci e passeggeri per un totale
di 10 mila treni giorno. L'Ansfisa effettua sia verifiche sulle
procedure di sicurezza adottate dalle varie imprese sia verifiche
sul campo su convogli e infrastrutture.
l8Che esito hanno dato i controlli dell'Ansfisa?
Nel corso del 2024 l'Ansfisa ha effettuato 23 ispezioni a carico di
8 gestori su un totale di 2.270 km di linea verificando irregolarità
su 192, per lo più è stata contestata una insufficiente manutenzione
dei segnali lungo la linea ed una generale e diffusa presenza di
vegetazione infestante. Per quanto riguarda invece i treni ne sono
stati verificati direttamente 1.095, 33 le imprese coinvolte
analizzando 8.468 elementi, tra veicoli e operatività del personale
con mansioni di sicurezza: 465 irregolarità riscontrate relative
essenzialmente alla manutenzione dei veicoli e all'operatività del
personale. Le verifiche potrebbe essere anche di più ma l'Ansfisa
sconta una significativa carenza di personale avendo in organico 445
persone sulle 668 previste. —
19.01.26
Negli ultimi sei mesi, il numero di società italiane controllate da
capitali russi è, misteriosamente, quasi raddoppiato. Il loro giro
d’affari arriva a 2,5 miliardi di euro, oltre dieci volte più che in
Francia. Un aumento così rapido nel numero delle imprese a controllo
russo risulta un’anomalia assoluta fra i Paesi europei che impongono
sanzioni contro Mosca.
Ma le ragioni dietro quest’espansione improvvisa restano così opache
da sollevare dei sospetti: proprio in questi mesi l’Ofac, l’«Office
on Foreign Assets Control» del Tesoro americano, ha lanciato un
allarme sull’aggiramento delle misure finanziarie contro Mosca.
[...] dal dicembre 2023 [...] l’Unione europea approva il dodicesimo
pacchetto di sanzioni che, per la prima volta, richiama l’articolo
«5R» di un regolamento europeo (833 del 2014) sull’obbligo di
rendicontazione delle imprese. In questo caso, diventa necessario
registrare ogni sei mesi il numero e l’identità delle società basate
nell’Unione europea che abbiano azionisti russi al 40% del capitale
o più.
L’obiettivo: tracciare i flussi di denaro in uscita da quelle
imprese verso Paesi esterni all’Ue, in modo da valutare se Mosca
stia utilizzando quei canali per alimentare la propria macchina
bellica.
Moody’s, l’agenzia di analisi finanziaria, raccoglie questi dati e
li fornisce a governi, imprese o banche preoccupate di rispettare in
pieno le sanzioni. [...] il numero di aziende a controllo russo
sale, negli ultimi sei mesi, da 2.564 a 4.497. È un contingente di
quasi duemila in più e determina un aumento netto nell’Ue.
È un balzo del 75% che porta l’Italia ad essere il terzo Paese
dell’Unione per numero di società a controllo di cittadini o imprese
russe. I primi due sono Bulgaria e Repubblica Ceca, che però hanno
legami più antichi e radicati con il Paese di Vladimir Putin.
Per l’Italia si tratta di un aumento improvviso, dato che nei sei
mesi precedenti non era cambiato quasi niente. Ed è un fenomeno
unico in Europa. Gli altri Paesi mostrano una presenza di aziende a
controllo russo in calo o stabile (con la limitata eccezione
dell’Estonia, che ospita una cospicua minoranza russa e confina con
il Paese).
In Germania la contrazione è del 2% negli ultimi sei mesi, seguita a
una del 22% nei sei mesi precedenti, fino a un numero di imprese
inferiore a quelle dell’Italia. Anche in Francia il numero di
imprese a controllo russo è in calo e pari a un terzo di quelle
dell’Italia.
«Capire da dove arrivino i fondi per la presa di controllo è
impossibile», nota Nicola Passariello, direttore della Financial
Crime Compliance di Moody’s per l’Europa del Sud e l’Africa. «La
rendicontazione — spiega Passariello — si limita a identificare la
cittadinanza o la sede degli azionisti delle imprese».
Almeno in teoria il denaro per l’acquisizione di quote non potrebbe
arrivare dalla Russia, perché la banca centrale di Mosca proibisce
la circolazione di capitali in uscita dal Paese. Le nuove imprese a
controllo russo in Italia dichiarano comunque fatturati molto bassi
e si concentrano in settori come il turismo, l’accoglienza o
l’immobiliare.
Ma il loro giro d’affari totale nel complesso non è piccolo; è il
più alto d’Europa, al pari della Germania: 2,5 miliardi di euro
all’anno, con imprese concentrate nel commercio, nel manifatturiero,
nei servizi professionali, nelle costruzioni, ma anche nelle
«attività finanziarie e assicurative». L’Italia ha una delle
strutture di vigilanza antiriciclaggio più robuste al mondo. Presto,
avrà molto da fare.
Tariffe e ritorsioni, qual è l'impatto marco bresolin
corrispondente da bruxelles
l1Che cosa succede se gli Stati Uniti impongono dazi soltanto ad
alcuni Stati membri in risposta al dispiegamento di truppe in
Groenlandia?
La politica commerciale è una competenza esclusiva dell'Unione
europea, il che vuol dire che ogni provvedimento deve essere deciso
a livello Ue (con il voto a maggioranza qualificata degli Stati
membri). Un Paese terzo può imporre dazi selettivi solo ad alcuni
Stati Ue (che peraltro potrebbero essere facilmente aggirabili,
visto che in Europa c'è un mercato unico), ma quel che è certo è che
l'eventuale risposta deve essere congiunta.
l2Vuol dire che le eventuali ritorsioni non possono essere adottate
soltanto dai Paesi presi di mira?
No, se l'Ue decidesse di aumentare i dazi o di introdurre altre
restrizioni di tipo commerciale nei confronti degli Stati Uniti,
tutti gli Stati sarebbero obbligati ad applicare le misure. Proprio
perché si tratta di una competenza esclusiva, non è possibile
negoziare accordi commerciali in via bilaterale.
l3Che fine ha fatto l'accordo siglato l'anno scorso in Scozia tra
Ursula von der Leyen e Donald Trump?
I due leader avevano concordato – tra le altre cose – l'applicazione
di dazi al 15% sulla maggior parte dei prodotti provenienti
dall'Unione europea, mentre gli Stati Uniti avevano ottenuto
l'azzeramento delle tariffe su una serie di prodotti, soprattutto
nel settore industriale, ma anche in agricoltura. Quell'intesa,
però, non è entrata ancora in vigore da un punto di vista giuridico
da parte europea.
l4Perché?
Gli Stati Uniti hanno già adottato gran parte dei provvedimenti per
via legislativa, mentre l'iter europeo non si è ancora concluso
perché manca la ratifica del Parlamento europeo.
l5Quando è prevista?
Al momento c'è molta incertezza. I gruppi del centrosinistra al
Parlamento europeo – socialisti, verdi e liberali, molto critici nei
confronti dell'intesa siglata da von der Leyen – avevano proposto di
congelare la ratifica, anche a causa dell'aumento dei dazi americani
sull'acciaio e l'alluminio europei. In seguito alle minacce di
Trump, anche il Partito popolare europeo ha deciso di congelare la
ratifica dell'accordo commerciale.
l6E quali sono le conseguenze?
La conseguenza più immediata è che, fino a quando non ci sarà il
voto del Parlamento europeo, non cambierà nulla. E dunque restano in
vigore i dazi che già esistevano prima dell'intesa scozzese. —
La pace americana costa un miliardo a testa Fabiana Magrì
Una cosa appare chiara nel Board of Peace (Bop) apparecchiato da
Donald Trump: per entrare a farne parte, ciò che conta non è il
pedigree diplomatico ma il peso specifico finanziario di una
nazione. La quota di ammissione e permanenza per più di tre anni,
infatti, è superiore al miliardo di dollari, con un meccanismo di
adesione a pagamento che rischia di creare una gerarchia nei diritti
di influenza. «Ciascuno Stato membro rimarrà in carica per un
mandato non superiore a tre anni dall'entrata in vigore della
presente Carta – si legge nello statuto che è trapelato
integralmente sul sito di notizie israeliano Times of Israel –,
salvo rinnovo da parte del Presidente», che è lo stesso Trump. Il
limite temporale triennale «non si applicherà agli Stati membri che
contribuiscono con più di 1.000.000.000 di dollari in fondi in
contanti al Board of Peace entro il primo anno dall'entrata in
vigore della Carta».
Altrettanto chiaro appare l'orizzonte della missione di pace: non
solo o non tanto Gaza (parola e luogo che nel documento non compare
neanche una volta) quanto, potenzialmente, il globo.
L'organizzazione internazionale, è scritto nel primo capitolo che
descrive la mission, «si propone di promuovere la stabilità,
ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una
pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti» e
«svolgerà le funzioni di costruzione della pace in conformità con il
diritto internazionale», incluso «lo sviluppo e la diffusione di
buone pratiche applicabili da tutte le nazioni e comunità che
perseguono la pace». Non stupisce quindi che, alla luce delle
critiche manifestate apertamente dall'Amministrazione Trump nei
confronti delle Nazioni Unite, si moltiplichino le indiscrezioni
sull'intenzione del presidente Usa di creare un organismo destinato
a fare concorrenza all'Onu. E come all'Onu, nel consesso
internazionale messo in cantiere da Trump dovrebbero convivere
realtà statuali che non dialogano direttamente tra loro, come
Israele con Qatar, Turchia e Pakistan.
Anche se ogni membro, specifica lo statuto, ha diritto a un voto,
molte decisioni richiederanno l'approvazione del presidente del Bop
o del suo comitato esecutivo, entrambi a traino Usa. Il peso delle
decisioni rischia di essere centralizzato nelle mani di pochi e
fortemente legato all'agenda statunitense. Tanto più che il Board
può essere sciolto quando il presidente lo ritenga «necessario o
appropriato».
Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres per ora accoglie
sportivamente la prospettiva del Bop e sostiene la libertà «di
partecipare a diverse organizzazioni». Canada e Italia, Pakistan e
Giordania: fra gli oltre 60 Paesi a cui è stato esteso l'invito
accompagnato dallo statuto, escono allo scoperto le cancellerie che
confermano di essere state raggiunte. Salire nel Board però comporta
l'accettazione dei tredici capitoli del documento. Gli Stati Uniti –
secondo il ToI, intendono tenere la prima riunione del Board of
Peace mercoledì, a margine del World Economic Forum di Davos. —
Anche le SS si chiamavano "forze di protezione". Quando un sistema è
corrotto moltiplica le leggi Oggi "proteggere" vuol dire violenza La sicurezza di Trump è
autocrazia
chiara francini
Viviamo nell'era dello stupro. Del peggiore. Quello del padre. Di
chi crediamo grande, capace, forte. Di chi pensiamo debba
difenderci. Di chi promette ordine e invece porta il caos.
Veniamo abusati dal padre che promette casa, guida, certezza.
Crediamo che sappia. Che ci prenda per mano. E invece ci stupra.
Tenere in mano in modo possente la memoria insegna che la storia non
significa semplicemente voltarsi indietro per vedere ciò che si è
fatto. Significa avere la consapevolezza che il nostro presente è
ancora scritto dal passato.
Quando Tucidide, Tacito e Alessandro Manzoni parlano della peste,
non parlano solo di una malattia. La peste è la caduta di ogni
barriera. La caduta di ogni ordine valido.
Ad Atene, nel V secolo, la pestilenza non distrusse solo i corpi.
Distrusse la città come forma morale. La guerra civile e la malattia
sbriciolarono l'orgoglio di una grande polis. Tucidide lo capì con
feroce lucidità: non era una punizione divina, ma la manifestazione
delle leggi dure e invariabili dell'esperienza umana («la peste
tolse agli uomini il timore degli dèi e delle leggi»: quando cade il
timore del limite, cade la legge stessa). Manzoni lo mostra nella
peste lombarda del 1630 con la Colonna Infame. Colonna Infame è il
nome lasciato a ciò che resta di un processo mostruoso costruito a
Milano contro presunti "untori": innocenti accusati, torturati e
uccisi non perché colpevoli, ma perché il potere doveva offrire un
colpevole al panico collettivo. La giustizia non cercò la verità:
servì a calmare la paura, a mostrare che l'autorità stava "facendo
qualcosa".
La colonna eretta sul luogo della loro casa doveva essere un monito;
è diventata invece il segno eterno di quando la legge, piegata
dall'emergenza, si trasforma in strumento di abuso. Come scrive
Manzoni nella Storia della colonna infame, «la giustizia stessa
divenne strumento d'iniquità»: non difese l'ordine, lo tradì. La
Colonna Infame non racconta un errore giudiziario, ma il momento
esatto in cui la paura diventa sistema. Tacito, invece, non parla di
peste fisica, ma di peste morale. Quando l'autorità si sottrae alla
legge, la violenza diventa sistema e la società si incrina
dall'interno («corruptissima re publica plurimae leges»: quando lo
Stato è più corrotto, le leggi si moltiplicano e diventano maschera
del caos). È qui che torniamo a noi. Veniamo abusati perché lo
stupro si veste da protezione. Perché la forza si presenta come
casa. Perché la persecuzione si chiama difesa. Perché l'ordine
promesso non ristabilisce nulla: riscrive le regole, elimina i
limiti, riformula i confini. È così che oggi si può parlare del
Venezuela come di una "liberazione". Come di un bene necessario.
Come di un atto che dovrebbe sospendere ogni spirito critico. Ma la
storia è spietata: liberare non rende giusto chi libera. Fare
qualcosa di apparentemente buono non assolve il potere che lo
compie.
Chi "bonificava le paludi" era, comunque, un dittatore.
È lo stesso schema quando si parla della Groenlandia come di
qualcosa che si può prendere. Come se una terra fosse materia
disponibile. Come se un confine fosse tracciato con righello e
lapis. Quando i confini diventano correggibili e la forza decide
cosa vale e cosa no, quella non è sicurezza. È peste. E la storia ci
ha già mostrato dove porta.
Hitler non arrivò urlando sterminio. Arrivò promettendo ordine.
Dignità. Protezione. Padre della nazione. Le sue prime truppe, le
SA, Sturmabteilung, Reparti d'assalto, non erano ancora l'orrore
industriale che conosciamo: erano uomini di strada, milizie
violente. Poi arrivò Heinrich Himmler. E quella violenza caotica
venne organizzata, normalizzata, resa legale. Diventò SS,
Schutzstaffel, Squadre di protezione. La peste fece il suo salto di
qualità. È qui che il parallelismo diventa il male. Oggi una donna
bianca di trentasette anni viene uccisa a Minneapolis da forze dello
Stato. Non in un "Paese del terzo mondo". Non in una dittatura
dichiarata. Nel cuore dell'Occidente. Negli Stati Uniti d'America. E
chi ha sparato a una madre di tre figli, inerme, fa parte di Ice,
Immigration and Customs Enforcement: forze dello Stato, formalmente
civili ma operativamente armate, che assomigliano così tanto a
quelle milizie di transizione, le SA. Corpi reclutati ai margini,
addestrati all'obbedienza prima che alla responsabilità, autorizzati
a esercitare violenza prima che la legge. Che non difendono lo
Stato. Ne anticipano la mutazione. La violenza che parte dall'alto
non resta mai in alto. Scende. Quello che viene autorizzato nei
palazzi diventa praticabile nelle strade. Quello che viene
giustificato come necessario diventa normale. E così il caos
amministrato si riversa sul popolo. È qui che l'Europa dovrebbe
tremare ma alzarsi. Non accettare che l'uccisione di una donna
diventi "ordine pubblico", non accettare che l'abuso si chiami
sicurezza, non accettare che il padre torni a stuprare dicendo che è
per il nostro bene. Questa è una soglia. È la nostra grande
occasione: è la grande occasione dell'Europa. Non di essere
innocenti, ma di essere adulti, essere finalmente uniti non per
retorica ma per necessità. Perché siamo più anziani dell'America,
sì, più antichi, più consumati, eppure ci comportiamo come se fosse
lei il nostro "lord", il nostro padre, il nostro garante, come se la
maturità fosse delegabile. Ma arriva un momento - lo dice Freud - in
cui i genitori vanno uccisi: non nel sangue, nella dipendenza; non
nel corpo, nell'autorità che ci tiene bambini. È l'età in cui un
adolescente prende la porta e se ne va a vivere da solo, non perché
odia la casa, ma perché capisce che restare significa non diventare
mai adulto. È la nostra grande occasione: non di chiedere
protezione, ma di assumersi il rischio della libertà. Perché ogni
epoca ha un padre che promette ordine e produce dominio, e ogni
generazione decide se restare figlia o diventare responsabile.
L'Europa è giunta a quell'età, a quel limite. O riconosce la peste e
smette di chiamarla sicurezza, oppure soccomberà, bella come la
piccola Cecilia dei Promessi Sposi, ma morta. Non c'è altra via.
Diventare Europa, oggi, significa questo: non delegare più il
limite, non inginocchiarsi davanti a chi violenta chiamandolo
salvezza. L'Europa o resta sotto tutela - e chiama protezione ciò
che è dominio - oppure si separa e paga il prezzo dell'autonomia.
Perché quando il limite salta in alto, i corpi pagano in basso.
Perché finché chiamiamo padre chi ci stupra, meritiamo la peste. Ma
se diventiamo grandi, questa può essere la nostra grande occasione.
—
18.01.26
In un messaggio su Truth Social, il presidente Usa ha alzato la
tensione e ha annunciato nuovi dazi contro i Paesi che si sono
mobilitati inviando truppe sulla grande isola
Si alza ancora la tensione tra Stati Uniti e Europa. Dopo le minacce
dei giorni scorsi da parte dell'amministrazione Trump e il
dispiegamento di truppe europee in Groenlandia, il presidente Usa ha
annunciato un nuovo pacchetto di dazi contro i Paesi che hanno
inviato i loro soldati nella grande isola.
"Abbiamo sovvenzionato la Danimarca, tutti i Paesi
dell'Unione europea e altri Paesi per molti anni, non applicando
loro dazi doganali o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli,
è tempo che la Danimarca restituisca il favore: è in gioco la pace
mondiale! La Cina e la Russia vogliono la Groenlandia e la Danimarca
non può fare nulla al riguardo", ha scritto Trump su sul social
media Truth sabato.
Criticando le difese della Groenlandia il capo di Stato Usa ha
aggiungo: "Attualmente dispongono di due slitte trainate da cani
come protezione, una delle quali aggiunta di recente. Solo gli Stati
Uniti d'America, sotto la guida del Presidente Donald J. Trump,
possono partecipare a questo gioco, e con grande successo! Nessuno
toccherà questo sacro pezzo di terra, soprattutto perché è in gioco
la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero".
Poi l'attacco ai Paesi che hanno deciso di inviare truppe in
Groenlandia: "Oltre a tutto ciò, Danimarca, Norvegia, Svezia,
Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia si sono
recati in Groenlandia per scopi sconosciuti. Si tratta di una
situazione molto pericolosa per la sicurezza e la sopravvivenza del
nostro pianeta".
"Questi Paesi, che stanno giocando una partita molto pericolosa,
hanno messo in gioco un livello di rischio insostenibile e
insostenibile. Pertanto, al fine di proteggere la pace e la
sicurezza globali, è imperativo adottare misure forti affinché
questa situazione potenzialmente pericolosa si concluda rapidamente
e senza discussioni", ha aggiunto criticamente Trump e ha poi
spiegato che a partire dal 1° febbraio 2026, a Danimarca, Norvegia,
Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia
verrà applicata una tariffa del 10% su tutte le merci inviate agli
Stati Uniti d'America.
"Il 1° giugno 2026, la tariffa sarà aumentata al 25%. Tale dazio
sarà dovuto e pagabile fino al raggiungimento di un accordo per
l'acquisto completo e totale della Groenlandia", ha detto ancora
Trump.
"Gli Stati Uniti cercano di concludere questa transazione da oltre
150 anni. Molti presidenti ci hanno provato, e per buoni motivi, ma
la Danimarca ha sempre rifiutato. Ora, a causa della 'Golden Dome' e
dei moderni sistemi d'arma, sia offensivi che difensivi, la
necessità di acquisirla è particolarmente importante. Centinaia di
miliardi di dollari vengono attualmente spesi per programmi di
sicurezza relativi alla “Dome”, compresa la possibile protezione del
Canada, e questo sistema molto brillante, ma altamente complesso,
può funzionare al massimo del suo potenziale e della sua efficienza,
a causa degli angoli, delle misure e dei confini, solo se questa
terra è inclusa in esso", ha spiegato Trump attribuendo la volontà
di impossessarsi della Groenlandia al sistema di sicurezza
progettato per rilevare e distruggere missili balistici, ipersonici
e da crociera prima del lancio o durante il volo.
Trump poi ha chiuso il messaggio dicendosi aperto a negoziati.
Costa: sicurezza sia risolta dalla Nato
Nelle scorse ore, dal Brasile, il presidente del Consiglio europeo,
António Costa, aveva affermato che se gli Stati Uniti ritengono che
ci sia un problema di sicurezza in Groenlandia, questo dovrebbe
essere risolto all'interno della Nato. La Groenlandia è territorio
della Danimarca, che è membro dell'Alleanza Atlantica, e gode delle
stesse protezione degli altri Paesi membri. Nel frattempo, migliaia
di persone sono scese in piazza in Danimarca per manifestare contro
le minacce di Trump.
Costa: "L'Ue resta ferma a difesa del diritto internazionale".
Starmer: "Misure sbagliate"
Copenaghen in piazza contro il Tycoon Macron: "Replicheremo in modo
unito"
emanuele bonini
bruxelles
Nuuk come Copenaghen in strada contro Donald Trump e le mire
espansionistiche Usa sulla Groenlandia. Nella capitale dell'isola
artica, che dipende dalla Danimarca per difesa e politica estera, in
centinaia sfilano scandendo slogan contro le azioni statunitensi.
Vengono mostrati striscioni con le scritte «americani andate via»,
«giù le mani dalla Groenlandia» e «la Groenlandia ai groenlandesi»,
mentre nella capitale danese le circa 20 mila riversatesi per le vie
della città hanno messo in chiaro che «la Groenlandia non è in
vendita» e intimato la Casa Bianca a rispettare la sovranità
nazionale al grido di «Yankee go home!» (americani, andatevene!).
Le nuove offensive statunitensi su un territorio non solo ricco di
risorse naturali, ma divenuto improvvisamente più strategico che mai
anche per la posizione geografica, non passano inosservate nel
vecchio continente. I vertici Ue sono in Paraguay per la firma
dell'accordo commerciale con i Paesi del Mercosur, ma ciò non
impedisce al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, di
affermare che l'Ue «sarà sempre molto ferma nel difendere il diritto
internazionale, ovunque, e naturalmente a partire dal territorio
degli Stati membri dell'Ue».
«I dazi minerebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di
innescare una pericolosa spirale discendente» ha aggiunto la
presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. E gli
ambasciatori dei 27 Paesi dell'Unione si riuniranno oggi per un
vertice di emergenza. Tra i leader degli Stati membri dell'Ue, il
primo a rompere il silenzio è il presidente francese, Emmanuel
Macron. «Nessuna intimidazione o minaccia ci influenzerà, né in
Groenlandia né in nessun'altra parte del mondo», scandisce, per poi
minacciare direttamente Trump di ritorsioni: «Le minacce di dazi
sono inaccettabili e non hanno senso in questo contesto. Gli europei
risponderanno in modo unito e coordinato, se saranno confermate».
Il premier britannico Keir Starmer ha condannato i dazi annunciati
da Trump definendoli «completamente sbagliati». Duri anche i toni
usati dal primo ministro svedese, Ulf Kristersson: «Non permetteremo
di farci ricattare». «Solo Danimarca e Groenlandia decidono sulle
questioni che li riguardano», mette in chiaro. Ormai, denuncia, «è
una questione dell'Ue che riguarda molti più Paesi di quelli ora
presi di mira». Le parole del primo ministro svedese offrono bene il
senso di una Ue che negli Stati Uniti ora vede più una minaccia che
un partner.
A livello europeo le reazioni arrivano alla spicciolata, perché le
ultime uscite di Trump spingono le cancellerie ad un lavorio
frenetico tutto nuovo per una risposta unitaria. Dall'altro capo del
mondo il presidente del Consiglio europeo fa sapere di essere al
lavoro per «coordinare una risposta congiunta degli Stati membri
dell'Unione europea», ma il fuso orario è un elemento di disturbo in
più per un'Europa già messa alla prova dai nuovi diktat a stelle e
strisce. Da Berlino il portavoce del governo federale tedesco,
Stefan Kornelius, si attiva per far sapere che il cancelliere
Friedrick Merz si è immediatamente attivato per consultazioni con i
Paesi vicini. «Insieme decideremo le risposte appropriate al momento
opportuno», si limita a dire senza entrare più nel dettaglio. Certo
è che l'Ue ragiona, dopo le dichiarazioni e le reazioni verbali del
caso, ad una nuova strategia anti-Trump che serva a rispondere sul
fronte commerciale quanto sul fronte territoriale.
Evidentemente l'aver annunciato un presidio militare della
Groenlandia con truppe di Svezia, Norvegia, Francia, Germania e
Regno Unito non è servito a far cambiare idea al presidente degli
Stati Unti, con cui si prepara una nuova stagione di tensioni. —
l senatore Borghi: "Vado a festeggiare i dazi di Trump alla Francia
e alla Germania"
Riesplode la polemica fra Crosetto e la Lega "Assurdo gioire per le
tariffe ai nostri alleati"
francesca del vecchio
milano
L'esultanza espressa dalla Lega ai nuovi dazi annunciati dal
presidente americano Donald Trump contro Francia e Germania apre una
nuova frattura politica nella maggioranza di governo. L'ennesima sul
fronte della politica estera tra il Carroccio e gli alleati Fratelli
d'Italia e Forza Italia.
Il tweet del senatore leghista Claudio Borghi, che annuncia di
«andare a festeggiare» i dazi, viene accolto con irritazione in
ambienti di governo. Ma non è stato il solo. Prima ancora c'era
stato il post pubblicato dall'account ufficiale del partito del
vicepremier Matteo Salvini: «Altri dazi di Trump? La smania di
annunciare l'invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari
frutti. Bene per l'Italia essersi chiamati fuori da questo
bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d'Europa».
La replica del ministro della Difesa Guido Crosetto è secca e lascia
pochi spazi alla cortesia istituzionale: «Non c'è nulla da
festeggiare nell'indebolimento economico di nostri alleati che sono
anche tra i nostri maggiori partner commerciali e industriali»,
dichiara il ministro. «Non stiamo facendo il tifo tra Milan e Inter
– aggiunge – e quindi dovremmo auspicare che tra i nostri alleati
prevalgano dialogo e buon senso. E quando non accade, lavorare per
ricrearlo». Il riferimento è chiarissimo. L'imbarazzo anche. «In un
mondo polverizzato – prosegue – dove si torna alla logica
dell'"ognuno per sé e Dio per tutti" o a quella della potenza
militare e delle risorse naturali, noi non siamo un vaso di ferro».
Una presa di distanze politica rispetto all'esultanza leghista.
Le misure minacciate dal tycoon, infatti, non nascono certo da una
nuova stretta protezionistica, ma come conseguenza punitiva alle
posizioni assunte da Parigi e Berlino sulla Groenlandia e
sull'ipotesi di un rafforzamento della presenza militare europea
nell'area. Ed è proprio questa natura ritorsiva a rendere più
evidente il disagio di una parte dell'esecutivo italiano. In questo
quadro, è il messaggio di Crosetto, plaudire alle sanzioni contro
due Paesi alleati dell'Italia significa accettare una dinamica che
rischia di colpire anche Roma, sia sul piano economico sia su quello
diplomatico. La Lega legge invece la vicenda attraverso una lente
diversa: l'ostilità verso l'asse franco-tedesco e la sintonia con
l'impostazione trumpiana portano a interpretare lo scontro come un
regolamento di conti legittimo, in cui ogni difficoltà di Parigi e
Berlino viene vista come un riequilibrio dei rapporti di forza
europei. Una posizione che però entra in tensione con la linea più
prudente di Fratelli d'Italia e di una parte di Forza Italia. Non è
un caso che la reazione del ministro arrivi rapidamente in un
contesto internazionale segnato dal ritorno delle logiche di potenza
in cui l'Italia ha interesse a mantenere alleanze stabili e canali
di dialogo aperti.
La politica estera, comunque, più di altri dossier, continua a
essere un terreno di equilibrio instabile nell'esecutivo, dove
convivono approcci profondamente diversi e non sempre compatibili.—
Paolo Gentiloni
"Così nell'Artico oltre ai ghiacci rischia di sciogliersi
l'Alleanza"
francesca schianchi
roma
«Un gesto che cancella la solidarietà atlantica». Questo è, per l'ex
premier ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni, la scelta di
Donald Trump di introdurre dazi per quei Paesi europei che hanno
inviato militari in Groenlandia. «È una decisione di una gravità
enorme, l'annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati.
Il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai di sciolga anche
la Nato».
Un attacco violentissimo all'Europa.
«È una minaccia che va presa molto sul serio, e mi auguro che la
reazione dell'Europa sia all'altezza della situazione».
I vertici Ue hanno promesso unità e compattezza: cosa si aspetta?
«Che si mantenga la posizione decisa. I Paesi che hanno mandato
militari non lo hanno certo fatto contro gli Usa o la Nato, ma per
collaborare con la Danimarca alla sicurezza della Groenlandia. È una
scelta che va mantenuta».
È una scelta di molti Paesi europei ma non dell'Italia. Il ministro
della Difesa, Guido Crosetto dice che con 15 francesi e 15 tedeschi
sembra una barzelletta.
«Apprezzo il ministro Crosetto soprattutto per quello che sta
facendo per l'Ucraina ma in questo caso c'è poco da ridere. La
Groenlandia è enorme, ma ha solo 50mila abitanti: è normale che i
numeri siano piccoli, anche i soldati americani sono 200. Inviare
militari europei mi sembra faccia parte dei doveri dell'Unione. Mi
colpisce che si tiri indietro proprio questo governo che, parlando
dell'Ucraina, ha sempre invocato garanzie su modello dell'articolo 5
della Nato: ricordo che il trattato dell'Unione europea prevede
identica solidarietà all'articolo 42».
La premier dice che si può discutere di una presenza italiana solo
in ambito Nato. Vista la ritorsione di Trump, penserà di aver avuto
ragione.
«Trump interviene forse in ambito Nato? Penso che la nostra sia una
posizione sempre più debole e alla lunga poco sostenibile. Non si
può ignorare che l'Alleanza atlantica non è più quella di una volta.
Essere recalcitrante su tutte le decisioni, dall'Ucraina alla
Groenlandia al Mercosur, non dà forza al Paese. Essere il governo
più trumpiano d'Europa non giova all'Italia».
Alla fine però, dall'Ucraina al Mercosur, Meloni si è allineata
all'Europa.
«Ma col passare dei mesi e le due rive dell'Atlantico che si
allontanano, stare in mezzo diventa sempre più difficile. Mi
rallegro del fatto che, fin qui, l'Italia alla fine abbia sempre
scelto l'Europa, ma lo spazio per questa posizione intermedia si
restringe. E a furia di trascinare i piedi, rischiamo di perdere
completamente rilevanza».
Pensa ci sia il rischio di un'aggressione americana alla
Groenlandia?
«Penso che il rischio di un intervento militare sia minimo, se non
altro perché ho visto sondaggi secondo cui il 96 per cento degli
americani sarebbe contrario. Ma ribadisco che Trump va preso molto
sul serio: cercherà di incunearsi nelle tensioni mai del tutto
risolte tra Groenlandia e Danimarca e di convincere gli abitanti
dell'isola con incentivi economici. Un'operazione comunque non
facile, a patto che gli europei, anche dopo la minaccia dei dazi,
mantengano la posizione».
Qual è la ragione per cui Trump vuole la Groenlandia, secondo lei?
«Né la sicurezza nazionale, né ragioni economiche: penso che Trump
sia mosso dal desiderio di un'eredità da lasciare come presidente, e
cioè appuntarsi al petto la medaglia di quello che è riuscito a far
crescere l'America e acquisire il cinquantunesimo stato. Aveva
pensato al Canada, ma è un boccone troppo grosso e ha spinto il
premier Carney a normalizzare i rapporti con la Cina, così ora ha
ripiegato sulla Groenlandia».
Sfidando un'Europa che si trova spesso schiacciata tra autocrati e
prepotenti.
«Fra le iniziative di Trump, la pressione di Putin, la Cina che sta
inondando i nostri mercati per sfuggire ai dazi americani, potremmo
dire che l'Europa è sotto assedio. La novità sono i segnali di
risposta che comincia a dare, sulla Groenlandia come sull'Ucraina.
La pazienza europea non è inesauribile, peccato solo che l'Italia
non sia tra i protagonisti di questa prima risposta».
Sull'Ucraina sembra un eterno ritorno alla casella di partenza: dopo
settimane di trattative, di nuovo Trump ha incolpato il presidente
Zelensky di non volere la pace.
«È chiarissimo invece che è Putin a volere la guerra, e sa bene che
da Trump non gli arriveranno le pressioni che sarebbero necessarie
per fermarsi. La partita è nelle mani della resistenza ucraina e del
sostegno europeo: ormai è evidente che sperare sia Trump a portare
la pace, agendo su Putin, è fuori dalla realtà».
Ma senza l'aiuto dell'America, Ucraina ed Europa ce la possono fare?
Opinioni pubbliche e governi, a cominciare dal nostro, danno segnali
di stanchezza.
«Il sostegno economico e anche militare prosegue, a dispetto del
titolo che viene dato ai decreti italiani. So bene che è difficile,
ma ricordo che qualche mese fa, quando uscì quel bislacco piano per
la pace che sembrava redatto a Mosca, molti dicevano: ormai è
finita. E invece ucraini ed europei hanno dimostrato che senza di
loro non si può imporre una pace».
E per sostenere i manifestanti iraniani e contro la brutale
repressione del regime, cosa può fare l'Europa?
«Il fatto che Trump sia stato dissuaso da un intervento inutile e
forse dannoso non deve significare che ora l'Occidente può restare
indifferente. Bisogna cercare vie meno improvvisate per sostenere la
resistenza, sia a livello di opinione pubblica che di governi.
L'Unione ha usato le armi a disposizione, ripristinando le sanzioni,
che però non agiscono dall'oggi al domani. Farsi sentire per noi
europei è molto importante: che a Trump non interessi granché della
democrazia mi pare evidente. Anche in Venezuela, più che a esportare
democrazia si mira a importare petrolio. Siamo rimasti noi europei
il principale baluardo al mondo per chi ha a cuore diritti e
libertà». —
Netanyahu: "Va contro la nostra linea politica" . Poi l'invito a
unirsi
Ira di Israele sulla governance per la Striscia
«La composizione del consiglio di amministrazione di Gaza va contro
la nostra linea politica». È la dura dichiarazione contro l'annuncio
del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump rilasciata
dall'ufficio del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyhu.
Oltretutto, aggiunge la nota, «non è stato coordinato con Israele».
Pertanto il premier dello Stato ebraico ha incaricato il ministro
degli Esteri, Gideon Saar di affrontare la questione con il
Segretario di Stato americano, Marc Rubio.
La miccia della inedita reazione di Netanyahu al cospetto di Trump è
l'inclusione, nel comitato esecutivo, di funzionari e rappresentanti
di Turchia e Qatar, entità statali in forte opposizione con Israele.
La loro presenza indigna Gerusalemme ma dimostra la diversa
percezione del presidente Usa, che ne valorizza il ruolo di
interlocurtori con Hamas.
Secondo i media, lo statuto del Board of Peace – e un invito a
unirsi – è stato inviato da Trump a circa 60 capi di Stato, tra cui
Turchia, Egitto, Argentina, Indonesia, Italia, Marocco, Gran
Bretagna, Germania, Canada e Australia. E anche a Israele. R.E. —
Il
capo della Casa Bianca: "È ora di una nuova leadership"
La Guida Suprema sfida gli Stati Uniti
«È ora di cercare una nuova leadership in Iran». Sono le
parole più simili a un appello per un cambio di regime che Donald
Trump abbia mai pronunciato. E il presidente degli Stati Uniti le ha
affidate a Politico. L'idea di un'azione muscolare sull'Iran non
sembra in cima all'elenco delle – tante altre – priorità per il capo
della Casa Bianca. Una primo raffreddamento dei toni è stato
giustificato da Trump stesso con la soddisfazione per quella che ha
descritto come «la migliore decisione che (Khamenei, ndr) abbia mai
preso», cioè «di non impiccare più di 800 persone».
Ma l'86enne Ayatollah, che è tornato a parlare in pubblico durante
un evento religioso, non si fa problemi ad attaccare il presidente
Usa: «Lo riteniamo responsabile delle vittime, dei danni e della
diffamazione contro la nazione iraniana». E poi: «È stata una
ribellione americana e il popolo l'ha schiacciata. L'intelligence
americana e sionista ha addestrato i leader dei rivoltosi
all'estero». È la classica narrativa del regime contro "il grande
Satana" e "il piccolo Satana". La Guida Suprema ammette che ci sono
state «migliaia di vittime» ma punta il dito contro chi «ha legami
con Israele e Stati Uniti». Avverte che «i criminali interni e
quelli internazionali non rimarranno impuniti» pur non avendo
intenzione di «trascinare il Paese in guerra». Si aggiunge, al coro
anti-Trump, anche il procuratore di Teheran, Ali Salehi. Respinto la
versione americana secondo cui la sospensione delle impiccagioni
pubbliche sia dipesa dall'appello del presidente Usa. «Sciocchezze
inutili e infondate», le definisce, secondo quanto riportato dai
media anti-regime Iran International e IranWire e dall'Ong Hrana. E
senza entrare nei dettagli, il procuratore ha fatto sapere che sono
state emesse incriminazioni, in molti casi legati alle proteste, e
che i fascicoli sono stati inviati in tribunale per il processo.
Nel botta e risposta, il Dipartimento di Stato americano si prende
l'ultima parola. Sul profilo X in lingua farsi ha postato: «Come ha
ripetutamente sottolineato il presidente Trump, tutte le opzioni
restano sul tavolo. Non scherzate con lui». Fab.Mag.—
Walz mobilita la Guardia nazionale e un giudice mette limiti
all'azione degli agenti anti-migranti
Sindaco e governatore sotto inchiesta "Hanno ostacolato l'ordine
pubblico"
simona siri
minneapolis
Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey per ora non vuole parlare.
Niente interviste, solo un comunicato, ci dice la sua portavoce,
contattata dopo la notizia che il dipartimento di giustizia ha
avviato un'indagine penale contro di lui e contro il governatore del
Minnesota Tim Waltz. L'accusa per entrambi è di aver cospirato per
ostacolare l'operato degli agenti dell'Ice. «Questo è un evidente
tentativo di intimidirmi per aver difeso Minneapolis, le nostre
forze dell'ordine locali e i nostri cittadini contro il caos e il
pericolo che questa amministrazione ha portato nelle nostre strade»,
si legge nella nota del sindaco. «Non mi lascerò intimidire. La mia
priorità rimarrà sempre la stessa: garantire la sicurezza della
nostra città. L'America ha bisogno di leader che si lascino guidare
dall'integrità e dallo stato di diritto. Né la nostra città né il
nostro Paese si piegheranno a questa paura. Rimaniamo saldi e
irremovibili».
È l'ultima mossa della guerra ormai in atto tra l'amministrazione
Trump e le più alte cariche della città e dello stato del Minnesota.
Una escalation iniziata con l'invio di tremila agenti Ice, fattasi
più aspra dopo l'uccisione di Renee Good da parte di un agente lo
scorso sette gennaio e proseguita con la minaccia di Trump di
invocare l'Insurrection Act e quindi dichiarare il Minnesota uno
stato ribelle. «Non credo di averne bisogno in questo momento», ha
dichiarato ieri il presidente. Nel frattempo, mentre il dipartimento
di giustizia metteva sotto indagine il sindaco Frey e il governatore
Waltz, il giudice federale di Minneapolis Kate M. Menendez emetteva
una sentenza che da ora in avanti impone restrizioni al modo in cui
gli agenti federali possono trattare le persone che protestano
contro la loro presenza. Secondo l'ordinanza, gli agenti non possono
reagire contro le persone che «partecipano ad attività di protesta
pacifica e non ostruzionistica» e non possono usare spray al
peperoncino o altri «strumenti per disperdere la folla» come
ritorsione per l'esercizio della libertà di parola. Il giudice ha
anche stabilito che gli agenti non possono fermare o detenere i
manifestanti a bordo di veicoli che non stiano «ostacolando o
interferendo con la forza» con l'operato degli agenti stessi.
La sentenza è il risultato di una causa intentata da alcuni
attivisti fatta prima dell'uccisione di Good, avvenuta il 7 gennaio
in circostanze che per il governo federale sono di auto difesa, per
molti altri sono un uso esagerato della forza. Jonathan Ross,
l'agente che ha sparato, difficilmente dovrà rispondere delle sue
azioni: i funzionari federali hanno già fatto capire che non
sporgeranno accuse contro di lui. Al contrario, vogliono indagare la
moglie di Renee, Becca Good, presente sulla scena al momento del
fatto e "protagonista" del video poi diventato virale - è lei che si
scontra verbalmente con Ross prima degli spari – per eventuali
legami che le due donne avrebbero avuto con attivisti locali, una
decisione che ha spinto sei procuratori federali a dimettersi. «La
tattica di Trump di usare il governo federale come arma contro i
leader locali che si oppongono alle sue politiche autoritarie è un
vecchio trucco che ha imparato dalle dittature», ha detto a La
Stampa l'ex sindaca di Minneapolis Betsy Hodges, appena saputo
dell'indagine. «Sta cercando sia di terrorizzare l'opposizione sia
di creare le condizioni per il crollo dei governi locali e statali,
in vista del regime che spera di instaurare. Trump non ha però
tenuto conto della determinazione dei cittadini del Minnesota e del
popolo americano». E in tutto ciò il governatore Walz ha mobilitato
la Guardia nazionale per sostenere le autorità locali «qualora ce ne
fosse bisogno». —
Il Tycoon usa questo aggettivo per scatenare campagne d'odio
all'estero e in patria
Quella crociata contro gli "irrispettosi" per il mondo Maga sono i
"so tto uomini"
Mirella Serri
«Trump stesso lo ha ammesso, sta creando un esercito interno di
agenti dell'Ice per perseguitare gli immigrati. È l'equivalente
della Gestapo o delle SS negli anni '30 e '40» non teme di esagerare
l'ex sindaca di Minneapolis Betsy Hodges (nell'intervista a La
Stampa del 15 gennaio 2026) quando paragona ai corpi speciali di
Hitler la polizia di Donald Trump. Grilletto facile e metodi
disumani portano oggi l'America negli anni Trenta hitleriani: Renee
Nicole Good, cittadina statunitense, è stata uccisa da un agente per
un futile motivo e, successivamente, sempre gli stessi sgherri dell'Ice
hanno affrontato immigrati con sparatorie a tutto spiano. Ma le
parole sono pietre e il linguaggio di Donald Trump è un macigno: c'è
un dettaglio, per così dire, che accomuna la barbara e spietata
esecuzione di Renee Nicole ad altri momenti significativi del primo
anno di presidenza trumpiana, un dettaglio erroneamente trascurato:
una parola usata dal presidente degli Stati Uniti per giustificare
l'assassinio commesso dall'Ice. Il comportamento della vittima, ha
detto Trump, è stato «molto irrispettoso» verso le forze
dell'ordine. Già, proprio così: affermazione improbabile dal punto
di vista della dinamica dei fatti. Ma tant'è: da anni l'inquilino
della Casa Bianca usa a man bassa il termine "irrispettoso", in modo
meccanico poiché per lui racchiude la quintessenza dell'aggressività
e della ferocia con cui bollare chi viola il senso del potere e
l'esercizio dell'autorità indiscussa secondo i suoi parametri.
Trump nei comizi di solito è semplice, ripetitivo con frasi brevi e
slogan ad effetto ("fake", "great", "tremendous") che sono come un
pugno nello stomaco degli ascoltatori. Per definire qualcuno o
qualcosa che non gli va a genio, e che ritiene di dover segnare con
un marchio di infamia, Trump agisce guidato da un'ossessione e da
una specie di coazione a ripetere. Come le SS dedicarono un loro
scritto di propaganda del 1935 agli "untermenschen" (gli ebrei, gli
slavi, gli africani e gli elementi asociali, gli omosessuali, i
criminali, i mendicanti, i giramondo, i liberali, i democratici),
Trump usa l'aggettivo "irrispettoso" quale sinonimo di "sotto uomo",
di miserabile e inferiore che può essere schiacciato dal leader o
dal Führer, che dir si voglia. Per esempio, quando il futuro
presidente voleva demonizzare il rivale Ron DeSantis, candidato nel
2024 alle primarie del partito Repubblicano, lo etichettava come uno
che disprezzava e offendeva il movimento Maga. Ron per Trump era "disrespectful
to Maga": DeSantis copriva di fango e sterco il movimento che ha
reso popolare l'Orange Man nelle campagne presidenziali del 2016 e
2024. E questo voleva dire «non essere patriottico».
Trump segnalava così i reietti dal punto di vista ideologico, gli
untermenschen d'America. Analogamente, la Cnn è stata attaccata a
più riprese da The Donald come "very disrespectful to our movement",
"irrispettosa" verso il movimento Maga, inteso come sinonimo di
Nazione. Ripetutamente l'emittente televisiva è stata bollata dal
comiziante sovranista come "nemico del popolo", allo stesso modo
usato per delegittimare i dissidenti e giustificare le repressioni
contro chi non si allinea e difende la verità o i valori
democratici. "Irrispettosi", poi, per il presidente, sono i giudici
che si accaniscono contro i suoi provvedimenti e le sue leggi, a suo
avviso dimostrando di non aver rispetto per la Costituzione e
nemmeno per l'America. Anche Joe Biden, in numerosissimi dibattiti,
si è meritato la stessa definizione ed è diventato un "traditore"
che ha offeso l'esercito. Biden è "disrespectful": la parola
ripetutamente impiegata ha trasformato un disaccordo politico in
offesa morale verso la patria e dunque verso Trump.
Il personaggio più bersagliato come "irrispettoso" è Volodymyr
Zelenskyj. Si è meritato questo epiteto in mondovisione, nel
febbraio del 2025, in occasione del primo incontro ufficiale con il
neo presidente nello Studio Ovale. La giacchetta informale
dell'ucraino venne derisa e denigrata in quanto "irrispettosa", il
suo tono venne definito insolente, le richieste di aiuti militari
assolutamente inopportune e lui stesso designato come persona
ingrata ed esigente. L'ucraino offendeva il Capo a stelle e strisce.
La disamina trumpiana affidata al termine "irrispettoso" ha
acquisito progressivamente un surplus di valenze e sigla l'ideologia
totalitaria in base alla quale la figura carismatica del leader al
governo si fonde con lo Stato e con le istituzioni, cerca di
controllare la vita dei cittadini attraverso il terrore e il
proselitismo dell'ideologia ufficiale, trasformando Stato e società
in un'entità monolitica. Oggi più che mai l'immobiliarista si sente
legittimato ad affermare «il mio potere è limitato solo dalla mia
morale» e dalla «mia intelligenza».
Il mito del Capo e del suo volere eseguito da Ice viene sostenuto
negli States anche grazie alle teorie assolutiste di un ideologo del
potere tecnologico ed economico, che vede nelle élites il nuovo
motore della storia, come il miliardario Peter Thiel (co-creatore di
PayPal e di Palantir Technologies) di cui in Italia è stato
pubblicato di recente "Il momento straussiano" (Liberilibri).
La parola "irrispettosa", utilizzata per definire l'atteggiamento
della signora Good, la quale aveva il cane sul sedile posteriore e
su quello anteriore i peluches del bambino, ha dunque oggi assunto
una molteplicità di accezioni e accompagna e sostiene la
militarizzazione delle città e le manette agli immigrati, è un input
etico assai simile a quello delle SS e della Gestapo evocati dalla
ex sindaca di Minneapolis. —
I camerieri smentiscono Jessica Moretti "È stata lei a mandarci a
prendere i caschi"
MICHELA CIRILLO
Mentre i coniugi Moretti attendono che l'«amico misterioso» versi la
cauzione per la loro liberazione, fissata dai giudici di Sion a
430.000 euro, continuano a emergere contraddizioni tra il racconto
dei titolari del Constellation di Crans Montana e quello dei
testimoni della strage di Capodanno, dove 40 persone hanno perso la
vita e 116 sono rimaste ferite in un incendio. L'indagine della
procura elvetica si concentra sui momenti che hanno preceduto il
rogo, originato dalle scintille delle candele sulle bottiglie di
champagne. Durante un interrogatorio Jessica Moretti aveva accusato
lo staff del locale, tra cui Cyane Panin, la «ragazza con il casco»
raffigurata in un video sulle spalle di un collega e morta
nell'incendio, di aver organizzato l'uscita «pirotecnica» delle
bottiglie: «Per il servizio quella sera il team aveva voglia di
creare atmosfera, e quindi i caschi. Ci prendono la mano». Versione
che si discosta da quella dei camerieri. Louise Leguistin, in
servizio al "Constel" quella notte, ha raccontato agli inquirenti:
«È stata Jessica a mandarci a prendere i travestimenti». Una
discordanza netta che non può essere frutto di una coincidenza o di
una distrazione. La stessa Moretti ammette di essere stata con lo
staff nel momento dell'uscita, e Leguistin conferma: «Era con noi e
filmava».
Il racconto dello staff si colloca poco prima di vedere la titolare
che «se ne andava di fretta» allo scoppiare dell'incendio. «Sono
corsa dai miei figli», si giustificherà lei. Nei verbali emergono
anche diversi problemi di sicurezza, ammessi tra le lacrime dallo
stesso Jacques Moretti: un'uscita di emergenza poco visibile,
pannelli altamente infiammabili che avevano abbassato l'altezza del
soffitto e l'assenza di un sistema antincendio.
Per i giudici non c'è pericolo che i due fuggano prima del processo.
Negli interrogatori hanno raccontato di non avere denaro a
disposizione e che la Svizzera per loro rappresenta la tranquillità
dopo anni bui: «Jacques ha avuto un'infanzia caotica. A 14 anni ha
vissuto da senzatetto. È in questa ricerca di stabilità che siamo
venuti a vivere qui. Non ce ne andremo e collaboreremo per la
giustizia».
17.01.26
SQUADRISMO TRUMPIANO :
Frontiera
Minneapolis
simona siri
new York
Una donna prelevata a forza dalla macchina, trascinata sull'asfalto
in un video che è già diventato virale. Si chiama Aliya Rahman e
ieri ha raccontato che stava guidando per recarsi a un appuntamento
presso il Centro per le lesioni cerebrali traumatiche quando è stata
fermata dagli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement (Ice)
a due isolati dal luogo in cui è stata assassinata Renee Good. «Sono
ben consapevole che questo confronto avrebbe potuto avere un esito
diverso», ha detto aggiungendo che, mentre era in custodia federale,
ha chiesto di vedere un medico, ma è stata portata in un centro di
detenzione dove ha perso conoscenza prima di essere trasferita in
ospedale.
È solo l'ultima istantanea della guerriglia che va in scena ormai
quotidiana a Minneapolis, dove continuano le azioni della polizia
anti immigrazione e dove per oggi è prevista la "marcia contro le
frodi in Minnesota" organizzata dall'influencer conservatore Jake
Lang, un evento che potrebbe aumentare ancora di più gli scontri e
la tensione. Intanto, il dipartimento dei Vigili del Fuoco di
Minneapolis ha reso pubblici nuovi documenti relativi alla morte di
Renee Nicole Good, la donna uccisa dall'agente dell'Ice Jonathan
Ross lo scorso sette gennaio. Circa 60 pagine di trascrizioni - tra
cui quelle delle telefonate al numero di emergenza 911 di persone
che hanno assistito all'incidente - confermano che Good è stata
colpita da quattro proiettili sparati dall'agente e che presentava
ferite da arma da fuoco al torace, all'avambraccio e probabilmente
anche alla testa. Secondo il rapporto, quando i paramedici sono
arrivati sul posto intorno alle 9 e 42 del mattino hanno trovato la
donna priva di sensi nella sua auto, con tracce di sangue sul viso e
sul torace. I primi soccorritori «hanno riscontrato due apparenti
ferite da arma da fuoco al lato destro del torace della paziente e
una apparente ferita da arma da fuoco all'avambraccio sinistro e una
con tessuto sporgente sul lato sinistro della testa della paziente»,
mentre si notava del sangue che fuoriusciva dall'orecchio sinistro.
Good non respirava e aveva un polso «irregolare» e «debole». Le
autorità hanno dichiarato che è stata quindi spostata su un cumulo
di neve accanto al veicolo in cui si trovava, all'angolo Nord-Est
tra la 34th Street e Portland, per creare una scena più gestibile,
facilitare l'accesso alle ambulanze e «allontanarla da una
situazione che stava degenerando e che coinvolgeva le forze
dell'ordine e i passanti». Quando è stata portata sul cumulo di
neve, Good non respirava più e non aveva polso. Il personale medico
di emergenza ha continuato a tentare di rianimarla all'interno di
un'ambulanza, ma la rianimazione è stata interrotta alle 10 e 30. In
una delle trascrizioni delle chiamate al 911 avvenute sul posto
subito dopo, un testimone afferma che gli agenti hanno sparato a
Good «perché non voleva aprire la portiera della sua auto». Un'altra
persona dice di aver visto un agente dell'Ice sparare due colpi
attraverso il parabrezza, colpendo la conducente. «Mandate
un'ambulanza, per favore, un'ambulanza», si legge nella chiamata di
un altro testimone. L'avvocato della famiglia Good, Antonio
Romanucci, ieri ha reso nota la lettera che ha inviato al governo
federale nell'ambito del contenzioso civile che è stato aperto. «Il
nostro team legale si sta occupando attivamente anche delle
persistenti notizie false che circolano online e che distorcono la
realtà riguardo al passato di Renee Good», ha detto a La Stampa.
«Contrariamente a quanto affermato su diverse piattaforme, non
esiste alcuna traccia di precedenti penali a carico né di Renee Good
né di Becca Good. Le affermazioni che le attribuiscono una lunga
storia criminale, comprese foto segnaletiche falsificate e contenuti
simili, sono categoricamente false». Riguardo all'indiscrezione
secondo cui il padre di Good, Tim Ganger, sarebbe un sostenitore di
Trump, ha dichiarato che alcuni membri della famiglia di Good hanno
votato per Trump nel 2024, ma ha aggiunto che dopo la sua morte la
famiglia è «unita nel condannare quanto accaduto a Renee» e che
chiedono che «i responsabili vengano chiamati a risponderne».
In un'intervista a Abc News Romanucci non ha voluto commentare i
motivi per cui Good protestava contro le attività dell'Ice, ma ha
affermato che da quando la presenza degli agenti federali in città è
aumentata, la donna era «preoccupata». Da ultimo, l'avvocato ha
sottolineato che la famiglia desidera che i cittadini di Minneapolis
manifestino pacificamente. «Non vogliono assistere a episodi di
violenza, perché questo non rispecchierebbe la personalità di Renee.
Renee non era una persona violenta. Era una brava persona. Questo è
il messaggio che vogliamo trasmettere». In un post sui social media,
Trump ha continuato ad attaccare i leader democratici del Minnesota,
minacciando di nuovo l'Insurrection Act.«Il governatore e il sindaco
non sanno cosa fare, hanno perso completamente il controllo e al
momento sono del tutto inutili! Se e quando sarò costretto ad
intervenire, la situazione sarà risolta rapidamente ed
efficacemente!». —
Adriana Camberos, condannata due volte per frodi. Perdonata anche
l'ex governatrice di Porto Rico Wanda Vázquez
Il tycoon grazia la figlia di un suo super finanziatore
washington
Donald Trump ha concesso silenziosamente un'altra serie di grazie
controverse. Tra i destinatari, scrive il New York Times, un uomo la
cui figlia aveva donato milioni a un super Pac pro Trump, una ex
governatrice di Porto Rico, un ex agente dell'Fbi che si era
dichiarato colpevole in un caso di corruzione politica, e una donna
californiana alla quale il presidente aveva già concesso clemenza in
passato. La donna, Adriana Camberos, era stata inizialmente
condannata nel 2017 per il suo coinvolgimento in uno schema volto a
vendere milioni di bottiglie contraffatte della bevanda energetica
5-Hour Energy. Dopo che la sua pena era stata commutata da Trump nel
2021, è stata nuovamente condannata nel 2024 per una frode non
correlata.
Tre dei destinatari dovevano essere condannati questo mese in un
caso di corruzione politica relativo ad accuse secondo cui Julio
Herrera Velutini, banchiere venezuelano-italiano, avrebbe cercato di
corrompere l'ex governatrice di Porto Rico Wanda Vázquez nel 2020.
Alla fine del 2024, mentre Herrera affrontava accuse penali, sua
figlia Isabela Herrera aveva donato 2,5 milioni di dollari a Maga
Inc., un super Pac a favore del tycoon e gestito dai suoi alleati. A
maggio, l'avvocato di suo padre, Christopher M. Kise, che aveva
fatto parte del team legale di Trump, aveva negoziato un accordo
insolito con il Dipartimento di Giustizia. Secondo l'accordo,
autorizzato da un alto funzionario nominato da Trump, Herrera
accettava di dichiararsi colpevole di un reato minore legato al
finanziamento della campagna elettorale. r.e. —
Il Tycoon usa questo aggettivo per
scatenare campagne d'odio all'estero e in patria
Quella crociata contro gli "irrispettosi" per il mondo Maga sono i
"so tto uomini"
Mirella Serri
«Trump stesso lo ha ammesso, sta creando un esercito interno di
agenti dell'Ice per perseguitare gli immigrati. È l'equivalente
della Gestapo o delle SS negli anni '30 e '40» non teme di esagerare
l'ex sindaca di Minneapolis Betsy Hodges (nell'intervista a La
Stampa del 15 gennaio 2026) quando paragona ai corpi speciali di
Hitler la polizia di Donald Trump. Grilletto facile e metodi
disumani portano oggi l'America negli anni Trenta hitleriani: Renee
Nicole Good, cittadina statunitense, è stata uccisa da un agente per
un futile motivo e, successivamente, sempre gli stessi sgherri dell'Ice
hanno affrontato immigrati con sparatorie a tutto spiano. Ma le
parole sono pietre e il linguaggio di Donald Trump è un macigno: c'è
un dettaglio, per così dire, che accomuna la barbara e spietata
esecuzione di Renee Nicole ad altri momenti significativi del primo
anno di presidenza trumpiana, un dettaglio erroneamente trascurato:
una parola usata dal presidente degli Stati Uniti per giustificare
l'assassinio commesso dall'Ice. Il comportamento della vittima, ha
detto Trump, è stato «molto irrispettoso» verso le forze
dell'ordine. Già, proprio così: affermazione improbabile dal punto
di vista della dinamica dei fatti. Ma tant'è: da anni l'inquilino
della Casa Bianca usa a man bassa il termine "irrispettoso", in modo
meccanico poiché per lui racchiude la quintessenza dell'aggressività
e della ferocia con cui bollare chi viola il senso del potere e
l'esercizio dell'autorità indiscussa secondo i suoi parametri.
Trump nei comizi di solito è semplice, ripetitivo con frasi brevi e
slogan ad effetto ("fake", "great", "tremendous") che sono come un
pugno nello stomaco degli ascoltatori. Per definire qualcuno o
qualcosa che non gli va a genio, e che ritiene di dover segnare con
un marchio di infamia, Trump agisce guidato da un'ossessione e da
una specie di coazione a ripetere. Come le SS dedicarono un loro
scritto di propaganda del 1935 agli "untermenschen" (gli ebrei, gli
slavi, gli africani e gli elementi asociali, gli omosessuali, i
criminali, i mendicanti, i giramondo, i liberali, i democratici),
Trump usa l'aggettivo "irrispettoso" quale sinonimo di "sotto uomo",
di miserabile e inferiore che può essere schiacciato dal leader o
dal Führer, che dir si voglia. Per esempio, quando il futuro
presidente voleva demonizzare il rivale Ron DeSantis, candidato nel
2024 alle primarie del partito Repubblicano, lo etichettava come uno
che disprezzava e offendeva il movimento Maga. Ron per Trump era "disrespectful
to Maga": DeSantis copriva di fango e sterco il movimento che ha
reso popolare l'Orange Man nelle campagne presidenziali del 2016 e
2024. E questo voleva dire «non essere patriottico».
Trump segnalava così i reietti dal punto di vista ideologico, gli
untermenschen d'America. Analogamente, la Cnn è stata attaccata a
più riprese da The Donald come "very disrespectful to our movement",
"irrispettosa" verso il movimento Maga, inteso come sinonimo di
Nazione. Ripetutamente l'emittente televisiva è stata bollata dal
comiziante sovranista come "nemico del popolo", allo stesso modo
usato per delegittimare i dissidenti e giustificare le repressioni
contro chi non si allinea e difende la verità o i valori
democratici. "Irrispettosi", poi, per il presidente, sono i giudici
che si accaniscono contro i suoi provvedimenti e le sue leggi, a suo
avviso dimostrando di non aver rispetto per la Costituzione e
nemmeno per l'America. Anche Joe Biden, in numerosissimi dibattiti,
si è meritato la stessa definizione ed è diventato un "traditore"
che ha offeso l'esercito. Biden è "disrespectful": la parola
ripetutamente impiegata ha trasformato un disaccordo politico in
offesa morale verso la patria e dunque verso Trump.
Il personaggio più bersagliato come "irrispettoso" è Volodymyr
Zelenskyj. Si è meritato questo epiteto in mondovisione, nel
febbraio del 2025, in occasione del primo incontro ufficiale con il
neo presidente nello Studio Ovale. La giacchetta informale
dell'ucraino venne derisa e denigrata in quanto "irrispettosa", il
suo tono venne definito insolente, le richieste di aiuti militari
assolutamente inopportune e lui stesso designato come persona
ingrata ed esigente. L'ucraino offendeva il Capo a stelle e strisce.
La disamina trumpiana affidata al termine "irrispettoso" ha
acquisito progressivamente un surplus di valenze e sigla l'ideologia
totalitaria in base alla quale la figura carismatica del leader al
governo si fonde con lo Stato e con le istituzioni, cerca di
controllare la vita dei cittadini attraverso il terrore e il
proselitismo dell'ideologia ufficiale, trasformando Stato e società
in un'entità monolitica. Oggi più che mai l'immobiliarista si sente
legittimato ad affermare «il mio potere è limitato solo dalla mia
morale» e dalla «mia intelligenza».
Il mito del Capo e del suo volere eseguito da Ice viene sostenuto
negli States anche grazie alle teorie assolutiste di un ideologo del
potere tecnologico ed economico, che vede nelle élites il nuovo
motore della storia, come il miliardario Peter Thiel (co-creatore di
PayPal e di Palantir Technologies) di cui in Italia è stato
pubblicato di recente "Il momento straussiano" (Liberilibri).
La parola "irrispettosa", utilizzata per definire l'atteggiamento
della signora Good, la quale aveva il cane sul sedile posteriore e
su quello anteriore i peluches del bambino, ha dunque oggi assunto
una molteplicità di accezioni e accompagna e sostiene la
militarizzazione delle città e le manette agli immigrati, è un input
etico assai simile a quello delle SS e della Gestapo evocati dalla
ex sindaca di Minneapolis. —
16.01.26
Sigfrido Ranucci
"Si sentono intoccabili, devono dimettersi Sono incompetenti e proni
alla politica"
niccolò carratelli
roma
Sigfrido Ranucci è il primo a non credere alla possibilità che i
componenti del Collegio del garante della privacy si dimettano. «Se
non ci sarà un blitz della politica, che non mi aspetto - dice il
giornalista Rai e conduttore di Report - non se ne andranno mai. Tu
rinunceresti a 250 mila euro all'anno per poi doverti cercare un
altro lavoro?».
Lo stipendio, più la carta di credito del Garante, il cui uso
sarebbe stato piuttosto allegro, secondo l'accusa di peculato
ipotizzata dai magistrati…
«Il presidente Stanzione ha speso seimila euro dal macellaio, per
portare la carne a casa sua a Salerno. Quanti sono in famiglia? La
vicepresidente Feroni Cerrina, invece, ha pagato il conto dal
parrucchiere. Ma, secondo me, non è questo il principale motivo per
cui si dovrebbero dimettere».
E quale, allora?
«Per quello che c'è dietro al peculato: Ghiglia ha usato
impropriamente l'auto di servizio per fare cosa? Per andare nella
sede di Fratelli d'Italia a prendere istruzioni da Arianna Meloni. È
la dimostrazione della loro non indipendenza dalla politica, della
totale mancanza di imparzialità».
Per questo la maggioranza di governo glissa e non agisce per
azzerare il collegio del Garante?
«Capisco l'imbarazzo e il silenzio. Ma chi è silente è complice, ha
usato il Garante come braccio armato per colpire i giornalisti e la
libertà di stampa. E, forse, è anche ricattabile, visto ci sono
alcune decisioni dell'Autorità chiaramente pilotate dalla politica,
a cominciare dalla sanzione inflitta alla Rai per l'inchiesta di
Report sul caso Sangiuliano».
Quella multa da 150 mila euro è stata una ritorsione perché voi
avevate in cantiere inchieste proprio sull'attività del Garante?
«Questo non posso dirlo, ma il sospetto c'è. Mentre lavoravamo
all'inchiesta sulle spese irregolari dei componenti del collegio, ci
è stata negata una richiesta di accesso agli atti con questa
motivazione: "Perché state indagando su di noi". Comunque, quella
multa nasce soprattutto dai rapporti tra il presidente Stanzione e
l'avvocato Sica, legale dell'ex ministro Sangiuliano».
Uno dei vari esempi di conflitto di interesse?
«Abbiamo ricostruito vari episodi che mostrano il condizionamento
della politica e la non terzietà del Garante. Se ne può uscire solo
con una riforma complessiva dell'Autorità, per preservare
l'istituzione in quanto tale. Ma serve la volontà politica di
azzerare e ripartire».
Il governo potrebbe imporre le dimissioni ai componenti del
collegio?
«Potrebbero tagliare i fondi: dal ministero dell'Economia arrivano
ogni anno al Garante 50 milioni di euro: se quel finanziamento viene
fermato, l'attività si paralizza e il collegio decade. Tanto più che
pare ci sia stato un uso non dignitoso di questi soldi pubblici».
Nessuno controllava le spese di servizio?
«Questo è uno degli aspetti da approfondire, per capire come ha
lavorato chi si è occupato della gestione contabile. L'ex segretario
generale Angelo Fanizza, l'unico che si è dimesso dimostrando almeno
un po' di senso dello Stato, sta parlando con i magistrati e, da
quello che mi risulta, sta raccontando dettagli interessanti».
Lui si è dimesso, i componenti del collegio resistono. Il presidente
Stanzione dice di essere «tranquillissimo».
«Buon per lui, si sentono intoccabili e impuniti. Si sono
appropriati di un ente istituzionale, trasformandolo in un braccio
armato della politica e sperperando denaro pubblico, anche a causa
di decisioni rivelatesi errate».
Cioè?
«Provvedimenti e sanzioni, che sono stati poi annullati dalla
Cassazione, con tutte le spese legali da pagare. Spese doppie, nel
caso in cui la controparte fosse, ad esempio, la Rai, che ha dovuto
attivare l'ufficio legale per difendersi fino al terzo grado di
giudizio. E la Rai ha le risorse per farlo, ma pensate a piccole
emittenti o testate, su cui pende la spada di Damocle di questo
Garante fuori controllo».
Quindi non c'è solo subordinazione alla politica, ma anche
incompetenza?
«È un mix tra incapacità di valutazione e posizione prona alla
politica. Prendiamo il caso di Meta, la multa da 44 milioni, più
volte tagliata e rinviata, infine annullata: lo Stato non ha
incassato un euro; quindi, si configura il danno erariale. Poi noi
abbiamo raccontato dell'incontro tra Ghiglia e un rappresentante di
Meta».
State continuando ad occuparvi del Garante?
«Ci sono vari altri aspetti da chiarire, poi abbiamo ricevuto
centinaia di segnalazioni. Come all'inizio, anzi voglio sottolineare
che tutto nasce dall'interno del Garante: gli stessi dipendenti non
ne potevano più di vedere quello scempio davanti ai loro occhi.
Stefano Rodotà (primo presidente dell'Autorità trent'anni fa, ndr)
si starà rivoltando nella tomba». —
La Guardia di Finanza nella sede del Garante della privacy. Le
accuse pesanti: peculato e corruzione. La resistenza dei componenti
del Collegio, che non si dimettono. I loro computer e cellulari sono
stati sequestrati durante le perquisizioni negli uffici di Piazza
Venezia a Roma. Perquisite anche le case e le stanze degli hotel
dove alloggiano per motivi di servizio il presidente Pasquale
Stanzione, la vice Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido
Scorza.
Tutti indagati nell'inchiesta aperta nei mesi scorsi dalla Procura
di Roma, che ha preso forma dopo i servizi mandati in onda da Report
su Rai3. Al centro dell'indagine, presunte spese irregolari compiute
dai vertici del Garante con la carta di credito di servizio e
sospetti sulle procedure che hanno portato a comminare alcune
sanzioni negli ultimi due anni. O, al contrario, a evitare di
infliggere una multa per pressioni politiche o in cambio di qualche
utilità. Tra gli episodi su cui fare luce, citati negli atti
dell'inchiesta, ci sono infatti le due mancate multe milionarie nei
confronti di Meta (Facebook) e di Ita Airways. In questo secondo
caso, è l'ipotesi degli investigatori, a fronte di un omaggio di
tessere "executive" per volare gratis. Poi c'è tutto il capitolo dei
rapporti con la politica, le pressioni e i condizionamenti, con il
caso più eclatante: la visita di Ghiglia nella sede di Fratelli
d'Italia (con auto di servizio) per parlare con Arianna Meloni il
giorno prima che venisse annunciata la multa nei confronti di
Report.
«Sono tranquillo», si è limitato a dire Stanzione, braccato dai
giornalisti fuori dalla sede del Garante. Mentre i suoi colleghi
restano in silenzio, assediati dalle richieste di dimissioni, ancora
ieri reiterate dai partiti di opposizione, che hanno chiesto al
governo un'informativa in Parlamento sulla vicenda. «La decenza
istituzionale impone una scelta chiara: dimettersi. Non perché
colpevoli, non perché condannati, ma perché non più credibili nel
ruolo che ricoprono», attacca Sandro Ruotolo, responsabile
Informazione nella segreteria Pd. Stessa richiesta dai parlamentari
del Movimento 5 stelle in commissione di Vigilanza Rai: «In una
situazione del genere, restare aggrappati alle poltrone è un atto di
grave irresponsabilità - avvertono -. Così si espone l'istituzione
al pubblico ludibrio e si nega la minima tutela del suo prestigio.
Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale:
l'intero Collegio si dimetta». Anche per uno dei leader di Avs,
Angelo Bonelli, le dimissioni sono «un atto necessario», perché «il
Garante non può essere percepito come sotto l'influenza
dell'esecutivo né come una sua succursale». Mentre, secondo
Elisabetta Piccolotti di Sinistra italiana, «la credibilità
dell'istituzione è ormai devastata e la decisione dei componenti di
voler rimanere al loro posto, nonostante tutto, è un'offesa ai
cittadini». La pensa così anche Riccardo Magi, segretario di +Europa:
«Il Garante è passato dall'essere una delle autorità più credibili
del Paese a motivo di imbarazzo - dice -. Scandali e scandaletti ne
hanno minato non solo la credibilità, ma anche lo stesso
funzionamento». Non chiede le dimissioni, invece, Matteo Renzi,
perché «sono garantista», ricorda il leader di Italia Viva. Ma
definisce il Garante «un carrozzone che va abolito. Siamo un Paese
dove spiano i giornalisti e il Garante non dice nulla», sottolinea,
facendo riferimento al caso Paragon.
Si trincerano dietro al garantismo, restando in silenzio, i partiti
di maggioranza. «Non commento», dice secco Federico Mollicone,
deputato di Fratelli d'Italia e presidente della commissione Cultura
alla Camera. «C'è un'inchiesta in corso, aspettiamo eventuali
processi e sentenze, non c'è motivo per cui debbano dimettersi ora»,
spiega Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia. Non sembra
esserci questo rischio, almeno non nell'immediato, e, in ogni caso,
per arrivare alla decadenza del Collegio del Garante dovrebbero
dimettersi almeno in due, cioè la metà dei componenti.
Negli uffici di piazza Venezia sono in tanti a sperare che i membri
del Collegio si dimettano. «È una situazione imbarazzante e
spiacevole», dicono. E Alessandro Bartolozzi, sindacalista della
Fisac-Cgil, aggiunge: «La vicenda ci ha colpito tutti. Le cifre
finite al centro dell'inchiesta sono spropositate». Dopo il caos
dello scorso dicembre, quando si è scoperto che il Garante aveva
chiesto di "spiare" i dipendenti per trovare la talpa di Report e la
procura di Roma ha anche aperto un'inchiesta per accesso abusivo ai
sistemi informatici, si era cercato di ritrovare un equilibrio. I
lavoratori avevano chiesto i rendiconti del Collegio e i verbali di
alcune riunioni. La risposta? I rendiconti erano «una richiesta
onerosa» e poco consona alla riservatezza, mentre i verbali sono
stati consegnati «omissati e post datati». E adesso i più si
rammaricano perché questa bufera travolge anche «l'importanza e
l'utilità della nostra istituzione».
La maggioranza non prende posizione sulle indagini. Sotto la lente
l'incontro prima della multa a Report
Con l'automobile di servizio da Arianna Meloni Ghiglia e
quell'intreccio di rapporti con Fratelli d'Italia flavia amabile
Roma
Mentre le agenzie battono a ripetizione l'indignazione e la
richiesta di dimissioni del Garante da parte delle opposizioni, sul
centrodestra cala la cortina del silenzio. Tacciono tutti, dalla
Lega agli azzurri fino al partito di Giorgia Meloni. FdI, spettatore
interessato si asserraglia a via della Scrofa in un susseguirsi di
riunioni di emergenza necessarie per provare a comprendere in che
modo Ghiglia sia davvero coinvolto nell'indagine o quali elementi
possano arrivare a lambire il vertice del partito più esposto, vale
a dire Arianna Meloni.
Per tutta la giornata, insomma, non si va oltre un "vediamo che
succede" che ha il sapore amaro del tatticismo. D'altra parte, anche
in passato dai vertici di via della Scrofa non sono arrivate molte
più dichiarazioni. Agostino Ghiglia «è passato in fondazione.
Abbiamo chiacchierato due minuti. Niente di che», questo era stato
agli inizi di novembre in un'intervista al settimanale Panorama
l'unico commento di Arianna Meloni sulle polemiche per la visita di
Ghiglia, componente dell'Authority in quota FdI. Arianna Meloni
aveva comunque precisato di non avere «un ruolo pubblico. E non mi
pagano i cittadini, diversamente da Report, a cui è arrivata una
giusta sanzione: hanno diffuso una telefonata intima tra Sangiuliano
e sua moglie, in un momento in cui lei era provata. Loro, invece,
cosa fanno? Se la prendono con Ghiglia. Ma il suo voto era
ininfluente. E quel collegio è stato nominato da un governo di
centrosinistra».
In realtà i legami tra Ghiglia e FdI sono molto più profondi di
quanto lascerebbero pensare le (poche) parole di Arianna Meloni. Si
basano su un intreccio di conflitti di interesse e rapporti amicali
che, secondo la denuncia di Report, condizionerebbero e renderebbero
non autonoma – come dovrebbe essere – l'attività dell'Ufficio del
Garante per la Privacy.
Secondo la ricostruzione trasmessa dalla trasmissione, il 21 ottobre
Ghiglia annuncia ai suoi uffici che il giorno seguente andrà a
trovare Arianna Meloni per discutere del caso di Report. Il 22 la
visita, a bordo di un'auto di servizio, alla sede di Fratelli
d'Italia, quando la multa a Report era ancora in bilico e lui stesso
appariva dubbioso, si era espresso per un semplice ammonimento. Il
23 mattina, alle 10.30, la sanzione da 150 mila euro, la più alta
mai comminata a una trasmissione televisiva per aver pubblicato
l'audio originale dei colloqui tra Gennaro Sangiuliano, allora
ministro della Cultura, e la moglie Federica Corsini sui motivi che
avevano portato alla sospensione del contratto di consulenza a Maria
Rosaria Boccia. La giornalista Chiara De Luca prova anche a
contattare Ghiglia per chiedergli conferma ma lui non risponde.
Le ombre sono molte. «In base alla documentazione esclusiva di cui è
in possesso Report, Ghiglia appare molto più sensibile ai reclami se
la privacy riguarda membri che hanno una matrice politica,
soprattutto se arrivano dalla maggioranza di governo», è l'accusa
rivolta dalla giornalista Chiara De Luca. Ad esempio – spiega – la
richiesta da parte dell'ex ministro Sangiuliano di occuparsi dei
suoi ricorsi per l'audio trasmesso. E «il Garante a tempi di record
avvia il procedimento e Ghiglia continuerà a interessarsi
personalmente del caso», sottolinea Report. —
Gli atti degli investigatori: "Condotte disinvolte e indecorose poi
sfociate in reati"
Cene, hotel di lusso, voli in business Nelle spese pazze anche il
macellaio irene famà
roma
Lussi e capricci soddisfatti, però, a spese dei contribuenti.
L'inchiesta della procura di Roma che ha travolto il collegio del
Garante della privacy racconta di cene in ristoranti d'élite,
soggiorni in hotel cinque stelle, lavanderia, fitness, cura della
persona, messa in piega, seimila euro spesi in macelleria in tre
anni e finiti a rimborso. E di conflitti d'interesse, favoritismi
che portano a non badare alle irregolarità pur di ottenere voli in
business class. Negli atti d'indagine è scritto chiaro: «Condotte
disinvolte, comportamenti offensivi del decoro dell'Ente» che
sarebbero sfociati «con facilità» in reati. Nello specifico peculato
e corruzione. Ci sarebbe pure l'abuso d'ufficio, che però è stato
abrogato. Nei guai il presidente Pasquale Stanzione e tutto il
collegio: la vice Ginevra Cerrina Feroni, professoressa ordinaria di
Diritto Costituzionale, l'avvocato cassazionista Guido Scorza e il
politico piemontese Agostino Ghiglia.
A sollevare i primi dubbi su quell'Autorità, che dovrebbe essere
sinonimo di austerità e rispetto delle regole, è stata un'inchiesta,
aspramente osteggiata, della trasmissione Report di Rai3 condotta da
Sigfrido Ranucci. Si parte dalle spese di rappresentanza aumentate
negli ultimi anni: «Dagli 851 mila euro del 2021 a un milione e 247
mila nel 2024». Con un tetto di spesa «passato da 3.500 euro a 5
mila». Report chiede di accedere agli atti e negli uffici di piazza
Venezia si scatena il caos. Angelo Fanizza, ex segretario generale
costretto alle dimissioni nella speranza che facesse da capro
espiatorio un po' per tutti, racconta di un «clima d'apprensione, di
tensione». Si sapeva che certe informazioni «avrebbero certamente
comportato un danno d'immagine per la società».
Sotto la lente degli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto
Giuseppe De Falco, finisce ogni cosa. Ad iniziare dalle spese di
vitto e alloggio. I membri del Collegio hanno «una carta di credito»
dell'Ente e un rimborso di 5 mila euro mensili per chi non è
residente a Roma. Come il presidente Stanzione che stipula una sorta
di affitto per circa tremila euro al mese, e poi, a seguito di una
«negoziazione privata», aumenta la richiesta di rimborso a 3.700. E
proprio lì accanto c'è un b&b gestito dalle figlie. Circostanze che
gli inquirenti appuntano come «anomale».
Dagli accertamenti del nucleo Pef della Guardia di finanza, guidato
dal colonnello Maurizio Querqui, emergono poi spese esagerate per i
viaggi di rappresentanza. Come quelle per il G7 di Tokyo nel 2023
che ammonterebbero a 80 mila euro, «di cui 40 mila solo per i voli».
Situazione analoga «per le missioni in Georgia, a Batumi, e in
Canada». Tutti volevano stare in business class, anche se il
regolamento per le pubbliche amministrazioni lo consente solo per i
viaggi che durano più di cinque ore. Senza interruzioni. Il volo per
la Georgia, però, prevedeva degli scali. Ma, stando alle
testimonianze, Ghiglia e Cerrina di sedersi in una classe più
economica non ne volevano proprio sapere. Non è questione di soldi,
ma di status. E, va da sé, a quei viaggi volevano partecipare un po'
tutti. Riuscendo, se possibile, «a trattenersi anche più del
dovuto». Insomma: unire l'utile al dilettevole.
«Le contestazioni risultano, allo stato, ipotesi tutte da
verificare», sottolineano gli avvocati Gianluca Tognozzi e Vittorio
Manes, difensori di Ginevra Cerrina Feroni. Le contestazioni hanno
«oggetto fatti molto diversi tra loro, nei quali, peraltro, la
nostra assistita risulta solo marginalmente coinvolta. Confidiamo di
avere documentate argomentazioni per fornire, al più presto, ogni
elemento che consenta di chiarire ogni dubbio».
Agli atti finiscono anche cene organizzate per una decina di persone
e pagate con la carta di credito dell'Ente, ma che nulla c'entravano
con l'attività lavorativa. E ancora. Fatture d'albergo per «bevande
e fiori».
Altro capitolo riguarda l'utilizzo dell'auto di servizio. E la
procura di Roma chiama in causa Ghiglia che avrebbe utilizzato la
Citroen aziendale per recarsi presso la sede di Fratelli d'Italia
«per finalità estranee al suo mandato». C'è poi chi quella vettura
la sfruttava per farsi portare a casa o all'aeroporto.
Peculato e corruzione e nel decreto si fa riferimento alla vicenda
Ita Airways. Gli indagati avrebbero ricevuto tessere «Volare
Executive», del valore di 6 mila euro ciascuna, come
"ringraziamento" per non aver sanzionato la società a fronte di
«irregolarità formali e procedurali nel monitoraggio delle
comunicazioni» si legge. Insomma, nessuna multa per aver violato la
privacy. Ed è qui che compare il nome di Stefano Aterno (non
indagato). Avvocato con esperienza ventennale in materia di delitti
informatici e cybercrime, non solo dal 2022 al 2023 è stato
responsabile della protezione dei dati di Ita, ma è anche membro
dello studio legale E-Lex fondato da Guido Scorza, dove lavora anche
la moglie del membro del Collegio del Garante. Proprio della
consulenza dello E-Lex si sarebbe avvalsa l'Asl Abruzzo 1 finita al
centro di una procedura che il Garante ha concluso con un «semplice
ammonimento».
La procura di Roma indaga anche su sanzioni opache ed è qui che si
inserisce il caso Meta. Il Garante, al termine di una discussione
interna sulla linea da seguire, avrebbe inizialmente proposto una
sanzione di 44 milioni di euro alla società californiana per
presunte violazioni sull'immissione in commercio degli smart glasses.
Poi ridotta a circa 13 milioni, congelata per approfondimenti,
infine licenziata, nell'ottobre 2024, per un milione di euro, e poi
annullata perché, raccontano, i «termini erano stati sforati».
Gli investigatori della Guardia di finanza ieri hanno sequestrato
cellulari, computer, hard disk documenti, non solo negli uffici e
negli hotel romani, ma anche nelle abitazioni dei membri del
collegio a Torino, Firenze e Salerno. In piazza Venezia scuotono la
testa: «Questo è uno "scrocco volgare". A carico dei contribuenti. E
a danno dei tanti che, al Garante, lavorano seriamente». —
15.01.26
Betsey Hodges
"Trump sta costruendo il suo esercito in stile SS Ciò che fa è
razzismo puro" simona siri
new york
«Trump stesso lo ha ammesso: sta creando un esercito interno di
agenti dell'Ice per molestare e perseguitare gli immigrati. È
l'equivalente della Gestapo o delle SS nella Germania degli Anni 30
e 40». L'ex sindaca di Minneapolis, Betsey Hodges, non ha dubbi
sull'operato del governo federale. Prima cittadina del centro urbano
dal 2014 al 2018, Hodges ci parla al telefono dal Maryland, dove
oggi vive insieme al marito. «Mio padre vive ancora lì. Parte della
mia famiglia, i miei amici vivono lì. Sono consapevole di cosa
succede», dice.
A nove giorni dall'uccisione di Renee Good, la Segretaria della
sicurezza interna Kristi Noem ha annunciato l'invio di altri mille
agenti dell'Ice a Minneapolis.
«Quello che l'amministrazione Trump sta facendo è piuttosto palese,
lo sta facendo in Minnesota, ma anche in altre parti del Paese: sta
sperimentando diverse strategie in diverse città per vedere cosa sia
più efficace e cosa funzioni in modo da poter continuare a costruire
e ampliare il suo esercito interno».
Trump sembra particolarmente ossessionato dal Minnesota e da
Minneapolis. Come mai?
«È ossessionato dagli Stati e dalle città a maggioranza democratica
e dalle città a maggioranza democratica. Il suo primo ciclo di
attacchi è stato contro le città governate da sindaci neri, in
particolare da donne nere. L'ossessione per il Minnesota è anche
dovuta alla presenza del governatore Tim Walz (che ha appena
annunciato che non si ricandiderà, ndr) e dal fatto che Minneapolis
ha la più grande popolazione somala al di fuori di Mogadiscio.
Questa comunità ha letteralmente rivitalizzato gran parte di
Minneapolis, come si vede molto bene da interi quartieri commerciali
che sono stati riportati in vita dai loro investimenti. Il problema
è che si tratta di cittadini di origine africana, musulmani,
rifugiati e tendono ad avere un reddito basso. Tutte cose che Trump
detesta. Quello che però le operazioni dell'Ice stanno scoprendo è
che molta della popolazione somala è naturalizzata, sono cittadini
americani o sono immigrati con regolare permesso di soggiorno. Per
questo negli ultimi giorni l'attenzione degli agenti si è rivolta
alle persone di origine latinoamericana di Minneapolis, con retate
indiscriminate e violente. Ci sono stati casi di arresti di
cittadini statunitensi solo perché sembravano messicani o
sudamericani».
Sta dicendo che la motivazione di queste operazioni è
fondamentalmente razzista?
«La prova è che l'Ice non dà la caccia a immigrati canadesi o
europei. L'obiettivo è la distruzione delle comunità di colore, che
siano immigrati o meno».
Prima con l'uccisione di George Floyd nel 2020 e ora con quella di
Renee Good, Minneapolis è al centro della cronaca, ma soprattutto
della protesta. Cosa rende i cittadini così sensibili e pronti a
scendere in piazza?
«Più che in altri luoghi gli abitanti del Minnesota di fronte alle
difficoltà, alle avversità e alle sfide, mostrano una determinazione
incredibile a unirsi e a trovare soluzioni che proteggano tutti. C'è
una lunga tradizione civica e credo sia anche dovuta alla durezza
del clima e al fatto che storicamente le persone hanno dovuto fare
affidamento l'una sull'altra per sopravvivere all'inverno. Oggi,
nonostante il riscaldamento e le comodità, qualcosa di ciò è
rimasto. Molti dei bianchi del Minnesota provengono dalla Norvegia,
dalla Svezia, dalla Germania e dall'Irlanda. Si tratta di
popolazioni che, ancor prima del loro arrivo qui, avevano un'etica
basata sul duro lavoro e sulla collaborazione, etica che hanno
portato con sé. Oltre a questo, c'è stato l'innesto con le culture
indigene che hanno plasmato la cultura e dato vita a una atmosfera
particolare. Ancora oggi ci sono culture native molto vivaci e
fiorenti in Minnesota e c'è un senso di collaborazione per il bene
comune molto forte».
Trump ha anche disprezzo per le politiche dello Stato?
«È il "Miracolo del Minnesota", una legislazione statale innovativa
che ha permesso di raccogliere le risorse e ridistribuirle per il
bene di tutti attraverso diverse modalità. Uno di questi strumenti
era il cosiddetto "aiuto ai governi locali". Il modo in cui abbiamo
finanziato le scuole è un altro esempio. La convinzione è che se
utilizziamo le nostre risorse per garantire il benessere comune,
allora tutti staranno meglio. Paul Wellstone, ex senatore degli
Stati Uniti, ripeteva sempre: "Stiamo tutti meglio quando stiamo
tutti meglio". È anche vero che negli ultimi 15-20 anni è diventato
uno Stato politicamente più equilibrato, non nettamente schierato né
con i democratici né con i repubblicani».
Trump spera di far diventare il Minnesota uno Stato repubblicano?
«Non so se pensi di vincerlo, sicuramente vuole punirlo. Penso che
abbia un doppio obiettivo. Da una parte sperimentare diversi mezzi
marziali e militari per controllare le persone e le comunità con un
piano a lungo termine, con gli occhi puntati sul 2028. L'altro
aspetto è che sta mettendo in pratica queste strategie in luoghi che
comunque vuole punire. Se uno Stato o una città non lo hanno
sostenuto, allora tanto vale usarli come esperimento, come un
laboratorio punitivo per mettere in atto alcuni dei peggiori
comportamenti governativi possibili». —
Maxi-prestito Ue a Kiev Via libera a 90 miliardi 60 andranno alla
Difesa MARCO BRESOLIN
INVIATO A NICOSIA (CIPRO)
La Commissione europea ha tradotto in una vera e propria proposta
legislativa la decisione presa all'ultimo Consiglio europeo di
erogare un maxi-finanziamento da 90 miliardi di euro all'Ucraina e
ha stabilito che Kiev potrà utilizzare fino a 60 miliardi per le sue
spese militari, mentre il resto servirà per sostenere il bilancio
statale. Per quanto riguarda i fondi destinati alla Difesa, il
collegio dei commissari ha deciso che l'Ucraina dovrà rifornirsi in
via prioritaria dall'industria Ue, ma - qualora i dispositivi non
fossero necessari «in tempi ragionevoli» - potrà rivolgersi anche ad
altri mercati, a partire da quello americano. Lo ha chiarito ieri
Ursula von der Leyen, presentando i dettagli del provvedimento.
Il governo francese aveva insistito molto sulla clausola "buy
european" con l'obiettivo di privilegiare l'industria Ue, ma alla
fine ha prevalso il pragmatismo che dunque consentirà all'esercito
di Volodymyr Zelensky di continuare a rifornirsi anche dagli Stati
Uniti, seppur sotto forma di "eccezione". Una clausola che i Paesi
promettono di studiare con attenzione prima di dare il via libera: a
partire da Cipro, che sostiene in maniera decisa l'Ucraina - «Siamo
l'unico Stato Ue sotto occupazione straniera e capiamo Kiev meglio
di chiunque altro», spiega il presidente della Repubblica, Nikos
Christodoulides -, ma vuole che evitare di finanziare l'acquisto di
armi dalla Turchia.
«La Russia non sta mostrando alcun segnale di volere la pace - ha
spiegato la presidente della Commissione europea - e l'Ucraina deve
essere messa in una posizione di forza. Per questo abbiamo
concordato che copriremo il suo fabbisogno finanziario per il
periodo 2026-2027». Il sostegno economico aiuterà Kiev a «rafforzare
le sue capacità di Difesa e ad assicurare continuità al
finanziamento dello Stato e dei servizi pubblici di base». Inoltre,
permetterà di «contribuire alla sua resilienza e a una maggiore
integrazione nella base industriale europea». Secondo quanto
riferito da un funzionario Ue, il prestito dell'Unione permetterà
poi al Fondo monetario internazionale di presentare un nuovo piano -
atteso per il prossimo 11 febbraio - per un ulteriore programma
finanziario da 7 miliardi di euro.
Come deciso all'ultimo vertice Ue di dicembre, il prestito da 90
miliardi sarà finanziato attraverso l'emissione di debito comune che
verrà in prima battuta garantito dal bilancio dell'Unione europea.
Saranno gli Stati membri a farsi carico del costo degli interessi
(circa un miliardo di euro nel 2026 e circa tre miliardi l'anno per
i successivi), ma questo riguarderà soltanto i 24 che hanno deciso
di partecipare: Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno infatti
chiesto e ottenuto un'esenzione. Il prestito non avrà alcun impatto
sulla sostenibilità del debito di Kiev, visto che sarà chiamata a
restituire la somma soltanto nel caso in cui la Russia pagasse per i
danni di guerra: diversamente, non avrà alcun obbligo e dunque
l'onere ricadrà sui 24 Stati che partecipano all'iniziativa. La
Commissione ha infatti ribadito che si «riserva il diritto» di
utilizzare gli asset russi che sono stati immobilizzati per ripagare
il prestito, anche se ovviamente le difficoltà dovute alle
resistenze politiche di alcuni Paesi hanno sin qui reso impossibile
percorrere questa strada. Per l'Italia, l'impegno potenziale è pari
a circa 12 miliardi di euro, oltre i costi degli interessi che
invece saranno «certi» e verranno inclusi anche nel calcolo del
deficit e del debito.
L'erogazione dei fondi, che partirà da aprile, sarà vincolata alla
realizzazione delle riforme concordate con Bruxelles e all'adozione
delle misure per rafforzare lo Stato di diritto e la lotta alla
corruzione.
Dall'inizio dell'invasione russa del 2022, al netto di questo
prestito, l'Unione europea e i suoi Stati membri hanno sin qui messo
a disposizione dell'Ucraina «più di chiunque altro»: 193,1 miliardi
di euro in totale tra aiuti militari (69,3 miliardi), sostegno al
bilancio (103 miliardi) e supporto ai rifugiati (17 miliardi), di
cui 3,7 miliardi recuperati utilizzando i proventi degli asset russi
congelati. —
14.01.26
Iniziato a Milano il processo nei confronti un investigatore privato
L'imputato avrebbe mandato diverse mail infamanti ai magistrati
Il corvo va a giudizio "Contro i pm di Torino un fiume di calunnie"
giuseppe legato «Mail fluviali» e «lunghissime» in cui era elencata «una
sequela di affermazioni offensive e calunniose» nei confronti del pm
di Torino, Gianfranco Colace, dell'ex Procuratore generale di
Torino, Francesco Saluzzo, e di un carabiniere in servizio
all'aliquota carabinieri di palagiustizia in corso Vittorio
Emanuele.
Si è aperto ieri – e subito con un rinvio – al prossimo 27 gennaio
in tribunale a Milano (per competenza territoriale)- il processo
contro un investigatore privato, Giovanni Carella, ribattezzato "il
corvo" della procura di Torino. Le accuse nei suoi confronti sono
sostenute in aula dal pm dell'ufficio inquirente meneghino Giovanni
Polizzi. Secondo la ricostruzione dei magistrati, Carella, negli
stessi mesi in cui risultava indagato o imputato per i presunti
dossieraggi del "caso KeraKoll", colosso internazionale della malta,
avrebbe stilato e inviato a plurimi indirizzi mail una serie di
dossier con accuse infamanti.
I dossier contro investigatori e magistrati sarebbero stati
confezionati e fatti circolare fra il novembre 2022 e l'ottobre
2023, assieme ad altri soggetti non identificati attraverso mail
anonime inviate a varie «autorità giudiziarie"» e forze dell'ordine
accusando di «numerosi reati» i pm e il tenente colonnello dei
carabinieri, Luigi Isacchini, capo ancora oggi dell'aliquota
dell'Arma a Palazzo di giustizia.
Al termine degli accertamenti gli investigatori sono risaliti a
quattro account. Ecco gli indirizzi: 'raffaguari58@gmail.com',
'rguarini53@gmail.com' (che richiamano il nome dello storico pm
torinese Raffaele Guariniello) perlagiustizia@yahoo.come, pergiu62@yahoo.com.
Da queste sorgenti Carella avrebbe allegato ai messaggi anche
«stralci di atti di indagini, informative di polizia di stato e
guardia di finanza e verbali di interrogatorio» (come quelli resi
dall'ex legale esterno dell'Eni Piero Amara riguardanti la 'Loggia
Ungheria') e accusando i magistrati di illeciti – secondo i pm di
Milano pur «sapendoli innocenti». Calunnia, dunque.
Davanti al collegio della decima sezione penale, guidato dalla
presidente Antonella Bertoja, la difesa (legale Mauro Anetrini) del
35enne ha sollevato due eccezioni preliminari: la prima per chiedere
una sospensione, in attesa che la Corte di Cassazione decida sul
ricorso intentato da Colace nel procedimento disciplinare con cui il
Csm ha sanzionato il magistrato torinese con il trasferimento a
Milano con le funzioni di giudice civile (diventando quindi
incompatibile per un processo nel capoluogo lombardo che sarebbe da
trasferire a Brescia) per la vicenda delle intercettazioni senza
autorizzazione parlamentare sull'ex senatore del Partito
democratico, Stefano Esposito, che erano state captate nel corso
dell'inchiesta "Bigliettopoli". La seconda per contestare una
presunta «indeterminatezza» di uno dei capi d'imputazione per
calunnia, diffamazione aggravata e rivelazione di segreto e che non
consentirebbe all'imputato di comprendere "qual è l'oggetto della
contestazione" e quindi di difendersi. La procura ha risposto che
Carella non ha eccepito alcuna «incomprensibilità» delle accuse nel
corso delle indagini, fornendo spontanee dichiarazioni alla guardia
di finanza il 14 maggio 2024 e depositando una memoria il 30 luglio
2024. Il processo è stato comunque rinviato al 27 gennaio perché al
fascicolo non è presente il «corpo del reato» - le 4 mail oggetto di
contestazioni, svanite nei passaggi telematici fra cancellerie
dell'udienza preliminare e del dibattimento - per permette alla
Procura di depositarle di nuovo. —
13.01.26
Il re del petrolio arrestato e rilasciato a Bardonecchia
ELISA SOLA torino
Lo hanno arrestato a Bardonecchia il 5 gennaio, mentre stava andando
in Francia. Francisco Javier D'Agostino Casado, imprenditore
milionario nato in Venezuela e residente a Palma de Maiorca, è
finito in manette dopo che la polizia, durante un controllo, ha
scoperto che era destinatario di un mandato di arresto a fini
estradizionali emesso dall'autorità giudiziaria venezuelana nel
2023. Le accuse a carico del manager, confermate da un'informativa
della direzione centrale della polizia di Stato, sono «criminalità
organizzata finalizzata al traffico di petrolio, truffa e falso».
L'affarista, noto alle cronache internazionali e difeso
dall'avvocato Gianluca Visca, in Venezuela rischia vent'anni di
carcere. Con altre 19 persone, avrebbe architettato la scomparsa di
navi cariche di petrolio venezuelano, aggirando le sanzioni
internazionali. La Corte d'appello di Torino, riconoscendo i «gravi
indizi di colpevolezza» e la legittimità dell'arresto di D'Agostino,
motivato dal pericolo di fuga, ha ordinato la «immediata
scarcerazione» dell'indagato, che è tornato libero dopo poche ore.
Il motivo della liberazione del magnate del petrolio è «il pericolo
di trattamento carcerario inumano e degradante» che potrebbe subire
in Venezuela. «Non può nel caso di specie – scrive la giudice
Alessandra Pfiffner – non tenersi conto della situazione, nota alla
comunità internazionale, esistente nello stato richiedente con
riguardo alla condizione dei detenuti nelle carceri del Paese».
La Corte d'appello di Torino evidenzia «che le violazioni dei
diritti umani nella repubblica venezuelana rappresentano allo stato
una situazione diffusa e non episodica, di carattere sistemico o
comunque generalizzato, con conseguente sistematica deroga agli
obblighi relativi all'effettività del diritto di difesa degli
indagati e imputati».
La corte cita anche l'ingiusta detenzione di Alberto Trentini, «a
riprova del fatto che arresti arbitrari e processi iniqui sono
frequenti anche nei confronti di cittadini stranieri». E menziona il
rapporto di Amnesty international del 2024 e l'inchiesta Onu del
2025, «nelle quali si dà atto che le autorità del Venezuela sono
coinvolte in un sistema decennale di uccisioni, detenzioni
arbitrarie, torture, e violenze sessuali, processi iniqui, arresti
di massa, e dopo le lezioni presidenziali di luglio sono stati
eseguiti arresti arbitrari contro persone come oppositori politici,
difensori dei diritti umani e giornalisti». —
12.01.26
La moglie del sorvegliante presenta un esposto: "Condizioni
inadeguate"
Morto a -16° nel cantiere di Milano-Cortina LAURA BERLINGHIERI
Cortina
Era lì per sorvegliare un cantiere dello stadio olimpico di Cortina.
Lì dove, tra poco meno di un mese, si terranno le gare di curling
dei Giochi invernali. Era l'8 gennaio e, quella notte, le
temperature sono scese a -16 gradi. Pietro Zantonini - guardia
giurata, 55 anni, di Brindisi - è morto. Si trovava in un container,
scaldato da una stufetta elettrica. Era lì con una ditta in
subappalto, rispetto a Fondazione Milano Cortina. Si è sentito male
nella notte. Quando i medici sono arrivati lì, chiamati dai
colleghi, Zantonini era ancora vivo. Ma era già tardi per aiutarlo:
è morto poco dopo. La moglie ha presentato un esposto e la procura
di Belluno ha disposto l'autopsia. Secondo la donna, erano giorni
che il marito si sfogava a proposito delle condizioni di lavoro:
«Turni notturni prolungati, condizioni di lavoro faticose,
temperature rigide, misure inadeguate». Adesso la procura dovrà fare
chiarezza. —
Massimo Martorana
"Ecco come ho perso tutto e sono finito a vagare con una tenda per
strada" oscar serra
«In pochi giorni ho perso tutto e mi sono trovato a vivere per
strada». Ha 46 anni Massimo Martorana, i primi trenta li ha passati
nel quartiere Mirafiori, gli ultimi otto a vagabondare per Torino
con la sua tenda, arrangiandosi tra accattonaggio e lavori di
fortuna, «un barbone come tanti» invisibile tra gli invisibili, con
un matrimonio saltato per aria, una figlia scomparsa dai radar e un
futuro impossibile anche solo da immaginare, ma che in qualche modo
va riscostruito.
Quando è crollato tutto?
«Nel 2003 mi sono sposato, poi è nata Sara e all'inizio sembrava
tutto perfetto. Tre anni dopo, era il 2006, iniziai a lavorare in
un'azienda a Cuneo: costruivamo le formatrici, cioè le macchine per
realizzare bottiglie di vetro».
Poi?
«E poi il matrimonio è finito, alcuni colleghi ci hanno marciato su
e mi hanno pugnalato alle spalle. È bastato poco per ritrovarmi
senza niente. Nel 2013 ho perso anche il lavoro: pensare che ero
appena tornato da una trasferta di nove mesi in Cina, la mia
carriera sembrava stesse spiccando il volo».
A quel punto non le rimane più niente?
«Vado da mio padre e lavoro nella sua azienda di trasporti, ma con
lui il rapporto è sempre stato difficile e dopo un po' sono finito
fuori casa e di nuovo senza un'occupazione».
Si ricorda la prima notte fuori?
«Sì, era la primavera del 2017. Misi un po' della mia roba in uno
zaino e finii a dormire per strada. Quello fu anche l'anno in cui
sentii per l'ultima volta mia figlia».
Perché?
«Con mia moglie è finita malissimo, siamo andati in tribunale. Ma
non ne voglio parlare».
Il primo posto al caldo che l'è venuto in mente?
«Era il pronto soccorso del San Luigi, allora non era inusuale per i
senzatetto dormire lì».
Perché dice "allora"?
«Perché poi qualcuno si è comportato male e non ce l'hanno più
permesso».
Per questo ha scelto di vivere in tenda?
«Con la tenda avevo un riparo e potevo stare al caldo. Perché,
quando fa freddo è impossibile dormire, non riesci a pensare ad
altro, i piedi iniziano a fare male».
Dove stazionava?
«Giravo. Non dormivo mai nello stesso posto così non potevano
rompermi le scatole».
Temeva di diventare un bersaglio?
«Ogni tanto qualcuno ha provato a entrare, ma l'ho convinto che era
meglio che se ne andasse. Non devi essere molto furbo per andare a
rubare a un barbone che non ha niente».
Lei si considerava un barbone?
«Quello ero, ma non mi sono mai abbattuto».
Impresa ardua…
«Intorno a me tanti passavano le giornate con un cartoccio di vino
in mano. Molti di loro bevono per far passare il tempo, forse per
non pensare, ma io non volevo finire così. Dovevo rimboccarmi le
maniche».
Cercava lavoro?
«Di continuo. E ogni tanto arrivava la chiamata, ma era sempre a
tempo. Una giornata di qua, una di là. Non sopportavo di alzarmi la
mattina senza un euro in tasca neanche per un caffè».
Le è capitato?
«Certo, andavo a cercare monetine nei parcometri ma sono sempre di
meno. Ormai ci sono le app e pochi girano con i soldi in tasca. Un
bel problema per chi chiede elemosina».
Ha sofferto la fame?
«No, a Torino sei proprio scemo se non trovi un posto dove
mangiare».
Cioè?
«Per la colazione c'è suor Cristina, dai vincenziani in via Nizza:
caffelatte, pane, biscotti e anche focaccia. E se chiedi
educatamente ti fanno fare la doccia».
Pranzo e cena?
«Al Cottolengo si mangia bene, ma ultimamente vado più sovente alla
mensa in via Ormea».
Dove ricaricava il telefono?
«In chiesa. I preti lo sanno, quando arriva qualcuno con lo spinotto
è perché è messo male».
E in questi anni di vagabondaggio ha legato con qualcuno? Nuovi
amici?
«Amici è una parola grossa. Uno, forse… è l'opposto di me, ma quando
ho avuto bisogno c'è stato. Lui non mi ha tradito a differenza di
tanti infami».
Durante il Covid come se l'è passata?
«Dormivamo nei container della Croce Rossa, in piazza d'Armi».
Non ha mai temuto di crollare?
«C'era uno con cui avevo lavoricchiato – aveva una compagna, un
figlio di quattro anni – da un giorno all'altro scopro che s'era
impiccato. Ma mi sono chiesto: come fai ad appenderti così? Io
continuo a lottare è tutto quello che posso fare».
E oggi dove vive?
«Da tre mesi ho un letto nella casa di prima accoglienza del Comune
in via Carrera, ho iniziato a lavorare come elettricista e spero in
un'assunzione».
Sogna di nuovo una casa tutta sua?
«Non voglio un alloggio. Vorrei acquistare un camper. Soldi in
affitti per le case ne ho già buttati troppi».
E a sua figlia ci pensa ancora ogni tanto?
«Quello che ho fatto, anche tanti errori, è stato per lei. Sa dove
trovarmi, il mio numero ce l'ha. Quando deciderà di chiamarmi le
risponderò». —
l'aiuto pubblico
Accoglienza, ogni anno 2 mila persone chiedono aiuto al Comune di
Torino Sono circa duemila ogni anno le persone che entrano in
contatto con il sistema di accoglienza del Comune di Torino. Più
della metà provengono da fuori città. Usufruiscono di soluzioni di
ospitalità abitativa tra quelle messe a disposizione per il "Piano
inverno" dell'amministrazione e altre di ospitalità temporanea
(circa 1.100 posti). Tra loro ci sono anche tra i 150 e i 200
"irriducibili" che vogliono vivere fuori, sfidando anche il freddo
più duro, con i quali lavora l'equipe di strada composta da servizi
sociali, il servizio adulti in difficoltà e il nucleo di prossimità
della polizia locale. Molti di loro hanno problemi psichiatrici o
sono affetti da dipendenze e in questo caso serve una presa in
carico sanitaria, oltre che sociale. —
11.01.26
la casa bianca ha un programma di eventi
A giugno l'80esimo compleanno di Donald E Parigi rinvierà di un
giorno l'avvio del G7 La Francia rinvierà di un giorno il vertice del G7 di
quest'anno per evitare la sovrapposizione con l'evento di arti
marziali miste in programma alla Casa Bianca il 14 giugno, in
occasione degli 80 anni del presidente Donald Trump, data che
coincide anche con il "Giorno della Bandiera" negli Stati Uniti. Lo
riporta Politico, citando fonti coinvolte nell'organizzazione del
vertice, secondo le quali la decisione è stata presa dopo
«consultazioni con i partner del G7». In origine, Parigi aveva
programmato il summit dei leader dei 7 grandi dal 14 al 16 giugno a
Évian-les-Bains, sulle rive francesi del lago di Ginevra. L'evento
della Ultimate Fighting Championship (Ufc), annunciato da Trump a
ottobre, è previsto sul prato sud della Casa Bianca. Il presidente
americano ci tiene particolarmente, essendo un appassionato di arti
marziali miste. R.E. —
. Il presidente Usa: "Decideremo noi chi lo estrarrà". Descalzi:
"Siamo pronti a investire"
Vertice fra il tycoon e i big del petrolio Anche l'Eni nel nuovo
corso venezuelano Alberto Simoni
Iacopo Luzi
Washington
La sicurezza in Venezuela sarà garantita non da truppe Usa ma da
contractor delle imprese. Le compagnie petrolifere tratteranno con
gli Usa non con Caracas. E investiranno nelle infrastrutture 100
miliardi di dollari. Donald Trump convoca i leader delle società
energetiche – 14 americane e tre straniere fra cui l'Eni
rappresentata dal ceo Claudio Descalzi nella riunione tenutasi nella
East Room della Casa Bianca – e illustra i prossimi passi per
riportare agli antichi fasti la produzione di greggio in Venezuela.
Servono anzitutto investimenti. Trump dice che le società metteranno
«100 miliardi di dollari, soldi loro non nostri». Il vettore verso
la normalità è il petrolio. Il Venezuela ha le più grandi riserve,
303 miliardi di barili, pari al 17% del totale mondiale, secondo la
US Energy Information Administration. Il settore è però allo sbando.La produzione è crollata dal picco di 3,5 milioni di barili
al giorno nel 1990 agli attuali appena 800mila. La società Rystad ha
stimato che serviranno 180 miliardi di dollari di investimenti fino
al 2040 per riportare la produzione a 3 milioni di barili. Trump
dice che saranno gli americani «a decidere quali compagnie potranno
operare laggiù».
La decisione su chi potrà tornare a operare in Venezuela sarà presa
«subito, anche oggi». Traspaiono anche timori fra i Ceo
nell'imbarcarsi nell'avventura a Caracas da dove le imprese sono
state cacciate dopo la nazionalizzazione del comparto nei primi anni
Duemila. Ryan Lance della ConocoPhillips ha detto che la sua
compagnia ha perso 12 miliardi di dollari in Venezuela; il ceo di
Exxon Mark Nelson ha evidenziato la necessità di «cambiamenti alle
infrastrutture». Descalzi ha ricordato la presenza di Eni nel Paese
dal 1990 e la presenza attuale di circa 500 persone. «Siamo pronti a
investire», ha detto ribadendo l'impegno di Eni nel tornare parte
attiva.
Anche Chevron è «impegnata a continuare a investire». E il caso
Chevron è il più interessante. La compagnia Usa è l'unica al momento
attiva nel Paese, ha una partnership con PDVSA – la società statale
venezuelana – e ha un'esenzione, rispetto alle sanzioni, da parte di
Trump per fare business. È una situazione in cui sino a 10 mesi si
trovavano anche l'italiana Eni e la spagnola Repsol, che operavano
nel gasdotto Perla al largo del Venezuela. L'accordo – negoziato con
l'Amministrazione Biden – prevedeva che Eni girasse il gas sul
mercato domestico venezuelano e fosse pagata in barili di greggio
che poteva portare negli Usa e immettere – una volta raffinati – sul
mercato. Trump ha bloccato questa transizione minacciando l'uso di
sanzioni. In novembre, rispondendo a La Stampa, l'ad Descalzi aveva
definito «un grosso problema la situazione» e parlato di miliardi di
dollari persi. Si tratta di circa 6 miliardi (insieme a Repsol).
Nell'ultimo periodo Eni ha continuato a dare gas al Venezuela senza
ricevere un pagamento. La speranza, si dice negli ambienti vicini
alla società, è di riuscire a recuperare almeno una fetta. Eni è
stata in costante contatto con i ministri dell'Amministrazione
repubblicana per sbloccare la situazione. E anche Palazzo Chigi si è
attivato per risolvere l'impasse ben prima che crollasse Maduro.
Secondo due fonti a conoscenza del dossier, qualche giorno fa ci
sarebbero stati dei contatti fra la premier Meloni e Trump. Il
presidente del Consiglio avrebbe detto al leader Usa di coinvolgere
anche Eni nella riunione di ieri. La Casa Bianca, interpellata da La
Stampa, non ha risposto sui contatti fra Washington e Roma, ma a
quanto risulta l'Eni, così come Repsol, sarebbe stata invitata al
meeting di ieri ben prima che questo diventasse di pubblico dominio,
anche se Trump sino a giovedì riferiva di un vertice «con le società
americane». —
S Il tycoon insiste: "Non permetteremo che la prendano Cina o
Russia" «Al momento non sto ancora parlando di soldi per la
Groenlandia, ma potrei». Lo ha detto il presidente Usa Donald Trump,
ieri sera, parlando alla Casa Bianca, riguardo all'ipotesi di
acquistare l'isola. «Ma ora – ha proseguito – faremo qualcosa per la
Groenlandia, che gli piaccia o meno, perché se non lo facciamo la
Russia o la Cina prenderanno il controllo della Groenlandia e non
accetteremo di avere Russia o Cina come vicini», ha affermato il
presidente Usa. «Se non vogliono farlo in modo semplice, lo faremo
in maniera dura», ha poi aggiunto Trump, che si è comunque definito
«un grande fan della Danimarca». R.E. —
Macchinari, chimica, farmaceutica e auto, i settori favoriti per
l'Europa
Un accordo da 110 miliardi di euro Niente dazi sul 90% delle merci DAL CORRISPONDENTE
DA BRUXELLES
L'intesa commerciale tra l'Ue e i quattro Paesi del Mercosur
(Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) darà vita a un'area di
libero scambio che riguarda 700 milioni di cittadini. L'interscambio
di beni vale 111 miliardi di euro l'anno, quasi equamente divisi
(nel 2024 l'Ue ha esportato 55,2 miliardi di prodotti e ne ha
importati 56), mentre nel settore dei servizi c'è un significativo
squilibrio a favore dell'Europa (l'export vale 29 miliardi e
l'import 13,4). Ci sarà un azzeramento dei dazi sul 91% delle merci
esportate che riguarda le circa 60 mila imprese Ue che esportano
verso quell'area (di cui 30 mila piccole e medie imprese). Ma
l'accordo non si limita agli aspetti commerciali perché prevede la
rimozione delle barriere per gli investimenti e punta, attraverso
alcune disposizioni, a promuovere la tutela dei lavoratori, la
responsabilità sociale delle imprese, oltre che la protezione
dell'ambiente e il benessere animale.
Chi ci guadagna
I settori industriali europei che più esportano verso i Paesi del
Mercosur sono quelli dei macchinari, la chimica, la farmaceutica e i
trasporti, in particolare l'automotive. I dazi attualmente in vigore
arrivano al 35% per le automobili e al 18% per la componentistica,
fino al 20% per i macchinari, al 18% per la chimica, al 14% per la
farmaceutica e al 35% per l'abbigliamento. Verranno azzerati oppure
significativamente ridotti. Ma l'Ue ha un forte export anche per
quanto riguarda i servizi, in particolare quelli finanziari, le
telecomunicazioni, il trasporto marittimo e i servizi postali.
Secondo le stime della Commissione europea, la rimozione dei dazi
vale quattro miliardi di euro l'anno.
Gli investimenti
I dati di Bruxelles dicono che l'Ue è il principale investitore
nell'area del Mercosur, con un volume annuo di 390 miliardi.
L'intesa porterà alla rimozione di alcune barriere, garantendo un
accesso paritario agli appalti e una corsia preferenziale
nell'estrazione delle materie prime.
Agricoltura a due facce
L'agro-alimentare rappresenta la principale voce dell'import dai
Paesi del Mercosur, accanto ai prodotti minerari e all'industria
della carta, il che spiega le preoccupazioni del mondo agricolo
europeo. Al tempo stesso, anche l'agroalimentare europeo registra
notevoli esportazioni in Sudamerica e in particolare il comparto dei
vini e dei superalcolici. L'accordo obbligherà inoltre i Paesi del
Mercosur a riconoscere l'indicazione geografica protetta per 344
prodotti, tra cui il Parmigiano, il prosciutto di Parma o il
Prosecco.
Le quote
Il livello dei dazi su alcuni "prodotti sensibili" importati dal Sud
America varierà a seconda della quantità di merce che arriverà in
Europa. L'Ue ha infatti introdotto alcune quote proprio a tutela dei
propri mercati. Per quanto riguarda la carne bovina, per esempio,
solo le prime 99 mila tonnellate saranno soggette a dazi agevolati.
Per il pollame, saranno a dazio zero solo le prime 180 mila
tonnellate (pari all'1,4% del consumo Ue), una quota più bassa
rispetto all'attuale import (290 mila tonnellate) e nettamente
inferiore all'export Ue (che vale 2,1 milioni di tonnellate). Dazio
zero anche per le prime 60 mila tonnellate di riso (oggi l'Ue ne
importa 100 mila l'anno).
Il freno d'emergenza
Per evitare una "invasione" di prodotti agroalimentari dal Sud
America, l'Ue ha introdotto misure di salvaguardia che consentiranno
di attivare una sorta di freno d'emergenza in caso di turbolenze di
mercato. Qualora le importazioni di un dato prodotto dovessero
essere superiori del 5% rispetto all'anno precedente (la soglia era
stata inizialmente fissata al 10%, poi all'8%), o in caso di un calo
del 10% dei prezzi dei europei, l'Ue avvierebbe un'indagine al
termine della quale, se necessario, potrebbe sospendere le
agevolazioni tariffarie.
La reciprocità
Un tema che ha animato le proteste del comparto agricolo è quello
relativo agli standard sanitari e alle norme sulla sicurezza
alimentare. La Commissione ha assicurato che "gli animali, le piante
e gli alimenti immessi sul mercato dell'Ue, prodotti a livello
nazionale o importati da qualsiasi paese terzo, devono essere
conformi alle prescrizioni sanitarie e fitosanitarie dell'Ue", il
che vale anche e soprattutto per l'uso di pesticidi. Ovviamente l'Ue
non può imporre ai produttori sudamericani le proprie regole, per
questo saranno cruciali i controlli sulla merce importata:
l'esecutivo europeo ha annunciato un'apposita task force per
incrementare le verifiche.
L'impatto per l'Italia
L'interscambio tra il nostro Paese e quelli del Mercosur vale circa
16,4 miliardi di euro l'anno. Per quanto riguarda l'export, la parte
del leone la fanno i macchinari e i dispositivi elettronici (3,1
miliardi) che attualmente sono sottoposti a dazi del 14-20% e che
verranno gradualmente azzerati. Per chimica e farmaceutica il volume
delle esportazioni vale 1,2 miliardi (che saranno soggette a dazio
zero), seguite dal settore dei trasporti (oltre 600 milioni), quello
siderurgico (oltre 500 milioni) e quello agroalimentare (quasi 500
milioni). MA. BRE. —
10.01.26
GOLDEN POWER NON PIU' ALLA MELONI :
Estratto dell’articolo di Andrea Rinaldi per il "Corriere della
Sera"
Il governo chiede la fiducia e al Senato incassa il via libera al
decreto legge Transizione 5.0. Nel testo del provvedimento figura
anche la modifica della norma sul golden power sul settore
finanziario, compreso quello creditizio e assicurativo.
Si tratta dei correttivi contenuti nell’emendamento presentato dal
sottosegretario all’Economia, Federico Freni, alla vigilia del voto
in aula a Palazzo Madama e approvato in Commissione Ambiente.
Le modifiche predisposte dal governo aderiscono alla richiesta di
rivedere la normativa sui poteri speciali dopo la messa in mora
dell’Italia da parte della commissione Ue, poiché la normativa
confliggeva, sovrapponendosi, con le competenze esclusive della Bce
nell’ambito del Meccanismo di vigilanza unico.
Un quadro in cui è maturato, tra l’altro, il ricorso di Unicredit
all’indomani dell’utilizzo dei poteri speciali in merito all’Ops su
Banco Bpm, un’offerta non andata a buon fine proprio per
l’interdizione stabilita dal governo.
I correttivi intervengono stabilendo il potenziamento della
«competenza esclusiva delle Autorità preposte per quanto concerne le
valutazioni di natura prudenziale sulle acquisizioni di
partecipazioni qualificate nel settore finanziario, ivi compreso
quello creditizio e assicurativo, nonché in materia di controllo
delle concentrazioni tra imprese».
Vale dunque il principio che i poteri di golden power hanno un
«carattere residuale», indicando che i poteri speciali nel settore
finanziario non siano esercitabili nel caso siano pendenti
«procedimenti autorizzatori dinanzi ad altre Autorità europee
competenti a valutare gli aspetti di carattere prudenziale e
concorrenziale».
Ora se nel risiko Unicredit ci vorrà riprovare su un’altra banca
italiana o Crédit Agricole con Banco Bpm, sicuramente vedranno
estendersi le tempistiche. Per Mariangela Di Giandomenico, partner
di Orrick e componente del Commission stakeholder expert group on
public procurement (SEGPP) della Commissione Ue, «l’esecutivo potrà
pronunciarsi solo una volta definiti tutti i procedimenti delle
autorità europee competenti a valutare gli aspetti di carattere
prudenziale e concorrenziale dell’operazione, nel caso delle banche,
quindi i procedimenti Bce e della Commissione europea per il
controllo delle concentrazioni».
Però la norma riduce e limita la discrezionalità del governo «poiché
si chiarisce che questi poteri si esercitano nella misura in cui la
protezione degli interessi essenziali dello Stato che il Golden
power mira a tutelare non siano adeguatamente garantiti dalla
regolamentazione di settore (ossia quella Bce e Commissione Ue).
A mio parere, i poteri speciali del Governo non diventano più così
ostativi in questo settore, come nei casi precedenti. Il governo
infatti potrà pronunciarsi solo dopo che si sono espresse le altre
autorità europee, ma difficilmente potrà fermare operazioni che
hanno ricevuto l’autorizzazione dei regolatori europei».
ABUSI DEL GOVERNO DI SINISTRA: Estratto dell’articolo di
Valentina Iorio per il “Corriere della Sera”
L’Italia deve rivedere le norme che regolano l’accesso e l’esame dei
dati bancari dei contribuenti da parte dell’Agenzia delle Entrate a
fini di verifica fiscale. A stabilirlo è la Corte europea dei
diritti dell’uomo (Cedu) nella sentenza [...] sul ricorso di due
cittadini italiani che tra il 2019 e 2020 sono stati informati dalle
loro banche che l’Agenzia delle Entrate aveva richiesto informazioni
sui loro conti bancari, sulla cronologia delle transazioni e altre
operazioni finanziarie a loro collegate o riconducibili a loro [...]
La Cedu è giunta alla conclusione che l’Italia ha violato il loro
diritto alla vita privata perché, pur essendoci delle regole che
limitano i casi in cui l’Agenzia delle Entrate può procedere, queste
non sono rispettate.
Secondo la sentenza il quadro giuridico italiano ha concesso alle
autorità nazionali una discrezionalità illimitata nell’attuazione e
nell’estensione di questi controlli. Allo stesso tempo, non sono
state fornite sufficienti garanzie procedurali, in quanto le misure
contestate non sono state sottoposte a un controllo giurisdizionale
o indipendente.
«Il quadro giuridico interno non ha garantito ai ricorrenti il
livello minimo di protezione a cui avevano diritto ai sensi della
Convenzione», scrive la Corte europea dei diritti dell’uomo . Viene
quindi sottolineata la «necessità di norme specifiche nel diritto
interno che indichino le circostanze e le condizioni in cui le
autorità nazionali sono autorizzate ad accedere ai dati bancari dei
Inoltre, devono assicurare che il contribuente possa fare ricorso. E
questo non deve essere subordinato al fatto che sia stato emesso un
avviso di accertamento fiscale, né vincolato alla conclusione
dell’accertamento. Pertanto, la Corte chiede a Roma di adeguare «la
propria legislazione e prassi» alle sue conclusioni. ANSA) -
STRASBURGO, 08 GEN - L'Italia deve riformare le leggi che regolano
l'accesso e l'esame dei dati bancari dei contribuenti da parte
dell'Agenzia delle Entrate a fini di verifica fiscale, affinché il
Fisco non abbia una "discrezionalità illimitata" sull'attuazione e
la portata di tali misure, e siano offerte ai contribuenti "garanzie
procedurali sufficienti", per contestare eventuali abusi.
L'ha stabilito la Cedu nella sentenza sul ricorso di due cittadini
italiani che tra il 2019 e 2020 sono stati informati dalle loro
banche che l'Agenzia delle Entrate aveva richiesto informazioni sui
loro conti bancari, sulla cronologia delle transazioni e altre
operazioni finanziarie a loro collegate o riconducibili a loro, per
periodi che andavano da uno a due anni.
La Cedu è giunta alla conclusione che l'Italia ha violato il loro
diritto alla vita privata perché pur essendoci delle regole che
limitano i casi in cui l'Agenzia delle Entrate può procedere, queste
non sono rispettate. Allo stesso tempo, i contribuenti non hanno a
disposizione una via efficace per far controllare la legalità delle
misure prese nei loro confronti, sia che decidano di rivolgersi ai
tribunali tributari o civili o che scelgano di ricorrere al Garante
del contribuente.
La Cedu chiede quindi a Roma di riformare le leggi e la pratica. In
particolare indica che l'Agenzia delle Entrate deve essere obbligata
per legge a rispettare le circostanze e le condizioni alle quali è
autorizzata ad accedere ai dati bancari dei contribuenti, e deve
motivare le misure che adotta.
Inoltre le leggi devono assicurare che il contribuente possa fare
ricorso, e che questo non sia subordinato al fatto che sia stato
emesso un avviso di accertamento fiscale, o divenga disponibile solo
quando il procedimento di accertamento fiscale è stato concluso.
09.01.26
STRASBURGO, 08 GEN - L'Italia deve riformare le leggi che regolano
l'accesso e l'esame dei dati bancari dei contribuenti da parte
dell'Agenzia delle Entrate a fini di verifica fiscale, affinché il
Fisco non abbia una "discrezionalità illimitata" sull'attuazione e
la portata di tali misure, e siano offerte ai contribuenti "garanzie
procedurali sufficienti", per contestare eventuali abusi. L'ha stabilito la Cedu nella sentenza sul ricorso di due
cittadini italiani che tra il 2019 e 2020 sono stati informati dalle
loro banche che l'Agenzia delle Entrate aveva richiesto informazioni
sui loro conti bancari, sulla cronologia delle transazioni e altre
operazioni finanziarie a loro collegate o riconducibili a loro, per
periodi che andavano da uno a due anni.
La Cedu è giunta alla conclusione che l'Italia ha violato il loro
diritto alla vita privata perché pur essendoci delle regole che
limitano i casi in cui l'Agenzia delle Entrate può procedere, queste
non sono rispettate. Allo stesso tempo, i contribuenti non hanno a
disposizione una via efficace per far controllare la legalità delle
misure prese nei loro confronti, sia che decidano di rivolgersi ai
tribunali tributari o civili o che scelgano di ricorrere al Garante
del contribuente.
La Cedu chiede quindi a Roma di riformare le leggi e la pratica. In
particolare indica che l'Agenzia delle Entrate deve essere obbligata
per legge a rispettare le circostanze e le condizioni alle quali è
autorizzata ad accedere ai dati bancari dei contribuenti, e deve
motivare le misure che adotta.
Inoltre le leggi devono assicurare che il contribuente possa fare
ricorso, e che questo non sia subordinato al fatto che sia stato
emesso un avviso di accertamento fiscale, o divenga disponibile solo
quando il procedimento di accertamento fiscale è stato concluso.
Il Venezuela potrebbe detenere una riserva segreta di bitcoin del
valore di circa 60 miliardi di dollari, una delle più ricche del
mondo, poco meno di quanto detenuto da Strategy, la società di
Michael Saylor quotata al Nasdaq.
Si vocifera che fin dal 2018 il Venezuela converta in bitcoin i
proventi derivanti dalla vendita di oro e petrolio. E poiché
l’arresto dell’ormai ex presidente venezuelano Nicolas Maduro è
stato presentato dagli americani come un'operazione di polizia,
Donald Trump ora potrebbe teoricamente sequestrare il tesoro
venezuelano, che ammonterebbe a circa 600.000 bitcoin, per metterlo
nella riserva strategica degli Stati Uniti.
Tale mossa ridurrebbe il numero di bitcoin in circolazione, con la
conseguenza che il prezzo della criptovaluta dovrebbe salire. Come
si vede, il tesoro nascosto di Maduro sarebbe talmente ingente da
diventare uno dei motivi principali dell’attacco americano. Al punto
da far dire a qualche osservatore che l’attacco al Venezuela
potrebbe essere ricordato come la prima guerra del bitcoin della
storia.
A rendere più complicata la situazione sono le dichiarazioni della
leader dell'opposizione, María Corina Machado: la Premio Nobel per
la Pace ha suggerito che un futuro governo democratico in Venezuela
potrebbe integrare ufficialmente bitcoin nelle riserve nazionali per
ricostruire la ricchezza del Paese. Queste parole fanno pensare che
il tesoro di Maduro esista davvero.
Secondo Bradley Hope e Clara Preve, del sito Whale Hunting, per anni
Maduro e la sua cerchia avrebbero sistematicamente saccheggiato il
Venezuela, appropriandosi di miliardi di dollari di proventi
petroliferi, riserve auree e beni statali, per poi convertirli in
gran parte in criptovalute.
Una mossa quasi inevitabile, quest’ultima, visto che da anni il
Paese latinoamericano è colpito da pesanti sanzioni che lo escludono
dai circuiti della finanza tradizionale.
Ora gli Stati Uniti potrebbero congelare il wallet che contiene il
tesoro segreto di Maduro. Ma per averne la piena disponibilità,
ovvero poter muovere i bitcoin lì custoditi, bisogna appropriarsi
della chiave privata del wallet. La quale potrebbe essere nelle mani
di Alex Saab, attuale ministro venezuelano del Potere Popolare per
le Industrie e la Produzione Nazionale. Secondo Hope e Preve,
sarebbe proprio lui la mente dell’operazione bitcoin.
Saab è un imprenditore nato in Colombia da una famiglia di origini
libanesi. Naturalizzato venezuelano, nel 2020 è stato arrestato a
Capo Verde per poi essere estradato negli Usa nel 2021. I
procuratori statunitensi lo hanno accusato di aver trasferito 350
milioni di dollari dal Venezuela a conti esteri. Nel dicembre 2023
Saab è stato liberato in uno scambio di prigionieri tra Stati Uniti
e Venezuela dopo che i colloqui tra le due amministrazioni erano
stati facilitati dal Qatar.
Di Saab si è parlato anche in Italia quando sua moglie, Camilla
Fabri, cittadina italiana, è stata indagata e colpita da un ordine
di custodia cautelare per reati di riciclaggio, autoriciclaggio e
trasferimento fraudolento di beni. Il caso principale che la vede
protagonista riguarda l'acquisto di un appartamento per circa 5
milioni di euro in via Condotti a Roma nel 2019.
Gli inquirenti hanno ritenuto sospetto che Fabri, formalmente una
commessa part-time con un reddito dichiarato di circa 1.800 euro al
mese, potesse permettersi un immobile di tale valore. Secondo
l'accusa, le somme utilizzate per gli acquisti in Italia provenivano
dalle attività illecite del marito legate alla corruzione e alle
malversazioni nel programma venezuelano di aiuti alimentari.
Attualmente Fabri si trova in Venezuela, dove è diventata
viceministra per la Comunicazione Internazionale. E proprio ieri è
stata diffusa la notizia che lo scorso 30 ottobre Saab e la moglie
hanno patteggiato con i giudici italiani. All’uomo è stata inflitta
una pena di un anno e due mesi di reclusione per riciclaggio, alla
donna di un anno e sette mesi.
metà sono dell'Onu: "In contrasto con gli interessi americani"
Washington esce da 66 accordi internazionali Nuova picconata dell'America di Trump al sistema
multilaterale. Il presidente americano ha ritirato gli Usa da 66 tra
organismi e accordi internazionali, comprese molte organizzazioni
che operano per contrastare il cambiamento climatico. Quasi la metà
dei 66 enti interessati (31) è collegata all'Onu. Via anche dalla
Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc),
un trattato che costituisce la base di tutti gli sforzi
internazionali per combattere il riscaldamento globale. Sono inclusi
pure i gruppi che lavorano su sviluppo, parità di genere e gestione
dei conflitti — ambiti che l'amministrazione Trump ha ripetutamente
liquidato come promotori di agende "globaliste" o "woke". Nel suo
secondo mandato il tycoon era già uscito (nuovamente) dall'Accordo
di Parigi, dall'Oms, dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni
Unite e dall'Unesco, e non aveva inviato una delegazione al vertice
sul clima COP30 in Brasile. Inoltre ha già smantellato l'Usaid, la
principale agenzia Usa per la cooperazione internazionale. La Casa
Bianca ha spiegato che la decisione è stata presa perché tali enti
«non servono più gli interessi americani» e promuovono «agende
inefficaci o ostili». Queste le dure parole del segretario di stato
Marco Rubio: «Oggi abbiamo annunciato il ritiro degli Stati Uniti da
66 organizzazioni internazionali considerate sprecone, inefficaci o
dannose. L'Amministrazione Trump ha riscontrato che queste
istituzioni sono ridondanti, mal gestite, superflue, costose,
amministrate in modo inefficiente, catturate dagli interessi di
attori che promuovono agende proprie in contrasto con le nostre,
oppure rappresentano una minaccia per la sovranità, le libertà e la
prosperità della nostra nazione. Non è più accettabile dare a queste
istituzioni il sangue, il sudore e le risorse del popolo americano»
ottenendo in cambio «poco o nulla».
Stephen Marche
"L'Ice è un'unità paramilitare fascista L'obiettivo è uno Stato
senza legge" Simona Siri
New York
«Quando si creano questi gruppi paramilitari senza legge, è ovvio
che si genera violenza, che si creano le condizioni per un omicidio
come quello di Minneapolis». Dopo aver visto il video di Renee
Nicole Good, la donna uccisa con tre colpi di pistola da un agente
dell'Immigration and Customs Enforcement (Ice) durante un controllo,
Stephen Marche non è sorpreso. Scrittore e saggista, nel suo libro
"The Next Civil War: Dispatches from the American Future" ha
immaginato l'arrivo della prossima guerra civile americana,
descrivendo una realtà che è ogni giorno sempre più sovrapponibile
alla cronaca. «Il video è ancora più terribile di quello di Charlie
Kirk, entrambi manifestazioni di violenza estrema e
raccapricciante», ci dice al telefono dal Canada, dove oggi vive.
Nel primo capitolo del suo libro lei descrive i vari livelli di
governo negli Stati Uniti che si scontrano militarmente tra loro.
Siamo a questo punto?
«Forse non siamo in una condizione di guerra civile, ma siamo in una
realtà in cui la violenza è un mezzo legittimo in sé e per sé, e non
è più legittimata solo dallo Stato. Abbiamo unità di polizia in
competizione tra loro che si contrappongono direttamente e che
probabilmente inizieranno ad arrestarsi a vicenda. Quando il sindaco
di Minneapolis dice che l'Ice se ne deve andare e il governatore
suggerisce di usare la Guarda Nazionale contro l'Ice, la domanda è:
chi ha il potere legittimo? Non lo sappiamo. È il tipo di situazione
che abbiamo visto in Paesi sudamericani e africani, quando si
verificano scenari di violenza praticamente continua finché un
organismo internazionale non interviene. L'America è su questa
strada: assomiglia sempre di più a uno stato latinoamericano in
fallimento piuttosto che a un paese europeo».
Pensa che l'Ice sia stata creata con questo scopo?
«Non uso volentieri la parola fascismo riguardo a Trump, ma quando
si parla di un'entità che in sostanza giura fedeltà personale alla
figura autoritaria, fondamentalmente si ha a che fare con un'unità
paramilitare fascista. Il fatto che il loro budget sia illimitato,
che abbiano ricevuto più soldi dei Marines, sono segni di un vero e
proprio tentativo di imporre una nuova forza nella vita americana,
una forza che è fedele a una sola fazione politica. E questo è un
fatto inedito nella storia americana».
Si parla di agenti reclutati senza alcuna forma di controllo, molti
con precedenti penali.
«Proprio come fanno nei governi fascisti di tutto il mondo. Sono la
feccia, la peggiore feccia dell'umanità, reclutati alle fiere di
armi e con una propensione per la violenza. Sono una forza che
genera violenza cinetica. Un video come quello di Minneapolis è il
motivo per cui è stata creata l'Ice ovvero per dimostrare cosa
succede a chi si oppone. Sono uomini violenti per i quali la
violenza è lo scopo principale. E questo vale anche per il
comportamento dell'amministrazione sul palcoscenico internazionale.
L'arresto di Maduro in Venezuela è senza alcun vero motivo, senza un
piano, non si tratta nemmeno di avidità per il petrolio.
Probabilmente gli Stati Uniti non ci guadagneranno nemmeno. È stata
solo un'azione fatta per mostrare i muscoli. Vogliono punire le
persone per sentirsi forti. Non ricordo quale commentatore lo abbia
detto, ma ha pronunciato una frase davvero brillante: l'America sta
commettendo crimini di guerra senza una guerra. Come se i crimini di
guerra fossero lo scopo stesso. E in un certo senso lo sono. Il
crimine commesso contro questo essere umano ucciso a Minneapolis è
il punto: vogliono che tu veda la violenza».
È la dottrina "fuck around and find out" esplicitata dal segretario
alla guerra Pete Hegseth.
«Sì, provate a fare i furbi e vedrete cosa succede. Ma la domanda è:
fino a dove si estende? Fino a uccidere chi? A uccidere il sindaco
che li ha mandati a quel paese? Una volta che questa violenza ha
inizio, assume una logica propria, soprattutto perché non è
supportata da un pensiero profondo, ma è esercitata come in uno
stato di confusione dovuto alla droga, brancolano nel buio, di
momento in momento».
Creare paura con la violenza è la condizione per non avere regolari
elezioni?
«Lo scopo è creare uno Stato senza legge in cui ci sia solo la
forza. Vogliono la degradazione di tutto, perché sono interessati
alla degradazione fine a se stessa. Non c'è una dottrina Trump o
un'ideologia repubblicana, è solo caos. Questo è quello che
vogliono, perché nel caos possono vivere meglio le loro vite da
pirati. Queste sono le condizioni in cui elezioni libere e corrette
sono praticamente impossibili e credo che siamo già arrivati a
questo punto. Quello che succederà nel 2026 sarà diverso da
qualsiasi elezione americana precedente».
Come vede gli americani in questo momento?
«Intrappolati in una relazione abusiva. Ognuno sopravvive come può.
Tutto quello che arriva da lì ora è tossico e l'America è davvero un
pericolo per se stessa e per gli altri. È come assistere alla
disintegrazione di una famiglia a causa della droga. Chi sopravvivrà
alla fine? Non si sa. Intanto la Cina continua imperterrita con la
rivoluzione dell'intelligenza artificiale e dei veicoli elettrici.
Forse l'unico punto su cui tutti in America possono essere d'accordo
è che il futuro non è più appannaggio degli Stati Uniti». —
Difesa, il governo aumenta le spese Giorgetti : si voterà luca monticelli
roma
Il governo si prepara ad aumentare le spese per la difesa. Oltre al
programma Safe, finanziato con i prestiti europei di cui l'Italia
può usufruire per 14,9 miliardi su 150, Palazzo Chigi è intenzionato
anche a chiedere la clausola nazionale, l'altro strumento fornito
dall'Ue che consente di rafforzare gli armamenti senza veder
conteggiare quelle risorse nei vincoli di deficit. La clausola
consente di ricorrere a un massimo dell'1,5% del Pil in flessibilità
e non rischiare una procedura per disavanzo eccessivo. Nel Documento
programmatico di finanza pubblica dello scorso ottobre, il governo
ha ipotizzato di utilizzare lo 0,5% di deficit per rafforzare gli
investimenti nella difesa nazionale. Si tratta, quindi, di circa 12
miliardi di euro, che in rapporto al prodotto interno lordo sono
così suddivisi: lo 0,15% nel 2026, che arriva allo 0,3% nel 2027
fino a raggiungere lo 0,5% nel 2028. In valori assoluti: 3,5
miliardi quest'anno, che poi diventano 7 nel 2027 e 12 nel 2028.
Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, anche nelle recenti
audizioni in Parlamento, non ha mai nascosto che è volontà
dell'esecutivo chiedere l'attivazione della clausola solo dopo che
la Commissione europea, a marzo, abbia certificato l'uscita
anticipata dell'Italia dalla procedura per deficit eccessivo. Il
deficit 2025 è stato cifrato al 3%, tuttavia per essere fuori dalla
lista nera bisogna fermarsi almeno un decimo sotto.
Ieri, però, Giorgetti, rispondendo in aula al Senato a
un'interrogazione del Movimento 5 stelle, ha annunciato per la prima
volta che l'eventuale aumento delle spese della difesa avverrà
attraverso uno scostamento di bilancio. Una procedura tecnica che
non cambia la sostanza, ma che negli ultimi mesi era diventata quasi
un tabù: per gli evidenti equilibri politici nella maggioranza – con
le resistenze soprattutto del suo partito, la Lega – la parola
"scostamento" per le armi non si poteva pronunciare.
«Trattandosi di una flessibilità in deroga, l'attivazione della
clausola di salvaguardia non richiederebbe la pubblicazione di un
nuovo Piano strutturale di medio termine, ma implicherebbe comunque
una richiesta di scostamento dagli obiettivi programmatici al
Parlamento, da approvare previo coinvolgimento dello stesso», ha
detto Giorgetti parlando all'assemblea di Palazzo Madama.
Il ministro ha poi garantito che questo incremento delle spese per
la sicurezza non costringerà l'esecutivo a tagliare il welfare o la
sanità, proprio perché si tratta di risorse in deroga al patto di
stabilità. «Grazie all'attivazione della clausola di salvaguardia
nazionale sarà tollerato un sentiero di crescita della spesa netta
più ampio in ragione delle sole maggiori spese in difesa e
sicurezza», ha spiegato. Perciò, «l'aumento prospettato non
comporterebbe nessuna rinuncia alle spese dedicate alle principali
priorità di policy di natura sociale».
Il titolare del Tesoro ha poi ricordato che l'attivazione della
clausola di salvaguardia è indipendente dall'altro strumento, il
programma Safe, che dovrebbe assicurare all'Italia 14,9 miliardi.
L'adesione a Safe, infatti, comporta una dilazione molto in avanti
nel tempo della restituzione del prestito rispetto all'emissione di
titoli del debito pubblico, oltre a risparmi legati a un tasso più
vantaggioso.
Va all'attacco il Movimento 5 stelle che accusa il governo di aver
approvato una legge di bilancio di guerra. Secondo il capogruppo M5s
Stefano Patuanelli, la risposta di Giorgetti sulle risorse da
utilizzare per il riarmo è stata «un esercizio di fumo
istituzionale. Si rinvia tutto a marzo, alle stime Istat, all'uscita
(forse) dalla procedura di infrazione, alle clausole europee, al
Safe, alle flessibilità. Ma intanto una cosa è chiarissima:
l'impegno a spendere quei soldi c'è ed è nero su bianco nei
documenti ufficiali». Patuanelli ha aggiunto: «Stanno ipotecando
risorse enormi del Paese e pretendendo di far credere agli italiani
che non ci sarà alcun impatto su sanità e welfare. La priorità del
governo è trovare qualsiasi strada – deficit, prestiti europei,
titoli, tagli indiretti – pur di aumentare la spesa militare, senza
nemmeno avere il coraggio di dirlo con chiarezza al Parlamento».
Il voto delle Camere sullo scostamento è comunque lontano – se ne
riparlerà a primavera – mentre il prossimo banco di prova sarà la
risoluzione di giovedì prossimo in occasione delle comunicazioni sul
decreto Ucraina del ministro della Difesa Guido Crosetto.
I capigruppo di centrodestra ancora non hanno messo mano al testo
della risoluzione di maggioranza, ma servirà non poca diplomazia
politica per far coesistere l'impegno ribadito da Fdi e Fi con le
cautele leghiste sul sostegno militare a Kiev. —
Il giallo
Le proprietà
4 milioni
Niccolò Zancan
INVIATO A CRANS-MONTANA
Almeno quattro milioni di franchi svizzeri investiti in cinque anni.
Tre locali, due case con giardino. E tutto questo senza nemmeno
bisogno di accendere un mutuo. Di sicuro i coniugi Jacques Moretti e
Jessica Maric avevano una grande disponibilità di denaro. Denaro
pronto all'uso. Quando decidevano di comprare, pagavano. Ma quella
repentina fortuna, che stride con i risparmi sulla sicurezza del "Constellation",
con i contratti al ribasso dei dipendenti e pure con la qualità
degli alcolici serviti, adesso è finita sotto gli occhi degli
investigatori come un mistero da svelare. Perché nulla della vita
precedente, per quanto si è scoperto fino a ora, faceva immaginare
la disponibilità di un simile tesoro.
Jacques Moretti nasce a Bastia, in Corsica. Lì gestisce il primo
bar. Con la moglie si spostano fra la Costa Azzurra e il lago di
Annency. Quando nel 2008 Moretti viene condannato a dodici mesi di
carcere da un tribunale francese per sfruttamento della
prostituzione, aveva iniziato a gestire da tre mesi un centro
massaggi nella zona di Ginevra. Secondo l'accusa, era lui che faceva
arrivare le ragazze costrette a vendersi ai clienti, le reclutava in
Francia. Grazie alla condizionale, è uscito dopo quattro mesi di
carcere. Si è sempre dichiarato innocente: «Erano consenzienti, in
Svizzera la prostituzione non è reato». Fatto sta che, in quel
momento, era difficile immaginare che il futuro proprietario del "Constellation"
fosse un uomo così facoltoso.
Ricompare sulla scena nel 2015. Sta ristrutturando il locale che ha
preso in gestione nella via centrale di Crans-Montana. Sono lavori
di ampliamento dei posti a sedere, quindi stringe la scala
dell'uscita principale. Con lui ci sono due operai, che nelle foto
sembrano essere suoi amici. Si vanterà di aver costruito
personalmente ogni pezzo del disco-bar. Si chiamava «Constel», ma
adesso è un nuovo locale. «Rallegratevi per una nuova Constellation,
completamente ristrutturata e rinnovata, per la stagione invernale
2015/2016», scriveva su Facebook.
Dopo la pandemia: ecco il boom. Nel 2020 compra il "Constellation"
per 1,5 milioni di franchi svizzeri. In quello stesso anno - lo ha
scoperto il giornale Inside Paradeplatz - compra una casa di 298
metri quadrati più giardino: 820 mila franchi. Nel 2023 ecco altri
due locali: un ristorante specializzato in hamburger a Crans-Montana
e l'ostello "Le Vieux Chalet", poco lontano, a Lens. Non si
conoscono con precisione le cifre sborsate per questi due locali, ma
considerati i prezzi attuali è difficile ipotizzare meno di 500 mila
franchi per ognuno. Nel 2024 ecco la seconda casa, una proprietà
unifamiliare a Lens di quasi 500 metri quadrati, più giardino e area
verde: costo 410 mila franchi svizzeri. Senza rate, senza ipoteche.
Ed è lì, davanti a quella casa in pieno sole, che adesso la polizia
va avanti e indietro, un po' per controllare i Moretti, un po' per
tenere lontani i giornalisti.
Gli aggettivi usati per descrivere l'origine della fortuna dei
coniugi proprietari del "Constellation" sono molti, ma uno è più in
voga: «Sospetta». Anche perché il 50% della società che fa capo ai
Moretti è controllata da soci occulti, di cui nessuno conosce il
nome.
Ci sono due storie ricorrenti fra le vie di Crans-Montana. La prima
è che qui, trent'anni fa, c'erano mucche e caprette: «Sono stati
anni di un'incredibile espansione edilizia». Anche adesso è così: le
gru campeggiano alte sul profilo della montagna. Nuovi palazzi
stanno per essere costruiti.
La seconda storia ricorrente è sintetizzata da una battuta
folgorante di uno degli avvocati che assiste le famiglie delle
vittime, Sébastien Fanti: «L'arresto dei Moretti? Non accadrà,
perché qui tutti giocano a golf insieme». Pochi nomi, le stesse
famiglie, si dividono le grandi decisioni e le grandi fortune del
posto. Il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, è al terzo
mandato. Pur avendo ammesso cinque anni di mancati controlli al "Constellation"
dal 2020 al giorno dell'incendio, cioè gli anni della grande fortuna
dei coniugi Moretti, ha deciso di rimanere al suo posto: «Non si
abbandona la nave in tempesta». Così adesso, persino un viaggio per
«Attività istituzionale, economica e culturale» in Corsica di una
delegazione del consiglio di Stato Vallese suscita attenzione.
Questo è il momento dei dubbi, dei tormenti, dei sospetti, dei
veleni. Una comunità molto chiusa, vede gli affari di tutti esposti
in piazza. Come ha potuto Jacques Moretti movimentare tutti i quei
soldi? Come è riuscito a godere di totale impunità? Chi c'è dietro
la sua fortuna economica? Ecco nuove domande che tormentano i
famigliari dei 40 morti e dei 116 feriti della strage di capodanno.
Un altro avvocato che rappresenta le famiglie delle vittime, Romain
Jordan, dice: «Accertare la situazione personale degli imputati, in
particolare dal punto di vista economico, è di fondamentale
importanza».
Dopo quella di Parigi, anche la procura di Roma ha aperto
un'inchiesta. Ma la prima che dovrà cercare di chiarire le cose è la
procuratrice generale del Cantone Vallese, Béatrice Pilloud, nata a
Sion ed entrata in carica esattamente un anno fa. «La possibilità di
arrestare gli indagati è tenuta costantemente in considerazione, se
avessimo prove di un tentativo di fuga», dice. Questa mattina
aspetta Jacques Moretti e Jessica Maric nei suoi uffici per il primo
interrogatorio dopo la strage. Parleranno? Sono in molti a
scommettere sulla scena muta. —
la sentenza della cassazione
"Finpiemonte, 6 milioni usati dall'ex presidente per interessi
privati" elisa sola
Sei milioni di euro. È l'importo che «sarebbe stato utilizzato da
Gatti, all'epoca presidente della Finpiemonte spa - per creare la
provvista necessaria affinché le società Gesi spa e PeP management
service Ag potessero farsi carico dell'accordo di ristrutturazione
del debito della Gemm Immobiliare srl, società riconducibile a
Gatti, al fine di conseguire l'omologa dell'accordo da parte del
tribunale di Torino». Lo scrive la Corte di Cassazione nella
sentenza che ha dichiarato inammissibile il ricorso del procuratore
generale di Torino contro la sentenza della corte d'appello, che
aveva riqualificato il reato contestato a Gatti da peculato a truffa
aggravata, trasmettendo per competenza gli atti alla procura di
Roma. La decisione dei supremi giudici risale ad alcuni mesi fa. Nei
giorni scorsi è stata depositata la sentenza. Fabrizio Gatti, ex
presidente di Finpiemonte, era imputato, con altri, per una presunta
distrazione di fondi di Finpiemonte per circa sei milioni.
In primo grado a Gatti (che fu anche arrestato) erano stati inflitti
sette anni e sei mesi di reclusione, mentre ad altri imputati pene
comprese fra i sette anni e i due mesi e i quattro anni e sei mesi.
L'inchiesta era stata coordinata dal pm Francesco Pelosi, che aveva
chiesto condanne per tutti.
La corte di appello di Torino - ricordano i giudici della corte di
Cassazione - aveva riconosciuto che «effettivamente le somme di
Finpiemonte erano state utilizzate per scopi privatistici,
riconducibili in maniera inequivocabile all'esclusivo interesse di
Gatti e dei restanti imputati». La sussistenza della truffa
aggravata, precisa poi la Cassazione, è basata sugli «artifici e
raggiri posti in essere» per ottenere l'emissione dei bonifici. A
Roma il processo per truffa aggravata nei confronti dell'ex
presidente di Finpiemonte deve ancora iniziare. Ma è chiaro che,
comunque vada, finirà con l'assoluzione per prescrizione. È passato
troppo tempo, infatti, dai fatti contestati, anteriori al 2018, anno
in cui venne arrestato, al processo. —
09.01.26
Le Constellation era una trappola per giovanissimi: verifiche
inesistenti su alcolici ed età dei clienti
Vodka ai minorenni e la porta salta-controlli Il barista pentito:
"Qui non va bene nulla" Niccolò Zancan
inviato a Crans-Montana
È molto doloroso scriverlo adesso, ma un barista del Constellation
aveva capito tutto in anticipo. Era preoccupato di quello che stava
succedendo dentro al locale in cui era stato appena assunto con un
contratto stagionale. «Mio figlio Gaëtan mi ha chiamato una
settimana prima di Natale. Mi ha detto: "Papà, torno a casa, qui non
va bene nulla. Non mi aspettavo una situazione del genere, ci sono
molte carenze". Si riferiva in particolare a ragazzi molto giovani
che frequentavano il locale, alla mancanza di controlli». Il padre
di Gaëtan T., 28 anni, ha parlato con la televisione francese BFMTV,
pieno di rabbia e di tristezza. Suo figlio è ricoverato in coma in
un ospedale di Parigi, dopo quattro giorni al centro ustionasti di
Losanna. Per i fumi respirati nel rogo di Capodanno ha delle
complicazioni polmonari. Anche lui, come molti altri feriti, sta nel
tempo sospeso in cui i medici non possono pronunciarsi.
Il padre ha fatto fatica a rintracciarlo. Nessuna telefonata dai
gestori del Constellation, Jacques Moretti e Jessica Maric. «Ma sono
stati loro a insistere perché rimanesse almeno fino a dopo le feste
di Natale, era il bar tender, aveva un incarico importante, hanno
fatto pressioni. Ma Gaëtan voleva andarsene». Questa paura
anticipata svela quello che ormai è sotto gli occhi di tutti: il
Constellation era una trappola per ragazzini. Era già fuori legge
molto prima dell'incendio della notte dell'ultimo dell'anno. Era già
un posto pericoloso, prima del disastro totale.
La capienza massima era di duecento persone, ma il 31 dicembre ce
n'erano quattrocento. Le quaranta vittime sono giovanissime. Otto di
loro avevano meno di 16 anni. Altre dodici erano di poco più grandi:
non avevano ancora raggiunto la maggiore età. Tutti sapevano quello
che il barista Gaëtan T. ha scoperto lavorando: non c'erano
controlli. Tutti potevano bere tutto. Ma la legge svizzera, con
l'aggiunta di un un regolamento comunale firmato proprio dal sindaco
di Crans-Montana, Nicolas Féraud, dice altro.
Era vietato stare in quel locale dopo le dieci di sera per tutte le
persone con meno di 16 anni. Era vietato entrare dopo le dieci di
sera dai 16 ai 18 anni di età, se non accompagnati da un adulto.
Tutti i ragazzi fra i 16 e i 18 anni potevano bere birra e vino, se
accompagnati, ma nessuno di loro poteva bere superalcolici. Secondo
la legge del cantone Vallese, è responsabilità dei gestori del
locale verificare l'età dei minori presenti. In caso di violazione,
i trasgressori rischiano una multa fino a 50.000 franchi svizzeri.
La licenza può essere revocata e il locale chiuso. Ma nessuno
controllava il Constellation, anche sotto questo aspetto.
«Per fare serata al Constellation c'erano molti modi», ha raccontato
un ragazzino scampato alle fiamme. «Se eri piccolo, bastava entrare
prima delle 22 e poi nessuno ti mandava via. Alcuni di noi avevano
il codice di una porta condominiale, che portava direttamente alla
veranda, così saltavi il controllo del buttafuori. Raramente
chiedevano i documenti». Questo è solo uno dei tanti resoconti degli
scampati alla notte di Capodanno. I video mostrano shot di vodka e
tequila, l'orribile rito dei tavolini "privè" da 300 franchi imposti
anche a ragazzi di 16 anni. Con bottiglie servite al tavolo come
trofeo da esibire in pubblico. Nulla era a norma al Constellation.
L'addetto alla sicurezza si chiamava Stefan Ivanovi?, 31 anni: era
solo quella notte. L'unico responsabile per 400 persone. Quando è
scoppiato l'incendio causato dai fuochi d'artificio piazzati sulle
bottiglie di champagne è sceso sotto per cercare di aiutare, anche
lui è nell'elenco delle vittime: uno dei quattro morti con più di
trent'anni. Lì c'era anche la moglie del titolare, la signora
Jessica Maric. Ci sarebbe un video che la inquadra mentre esce dal
locale portando via l'incasso mentre dentro infuriano le fiamme. Il
Constellation era noto per questa carenza di controlli. A differenza
di altri locali della zona non faceva indossare il braccialetto di
un particolare colore per permettere di identificare i minorenni. Il
barista Gaëtan T. se ne è accorto dopo pochi giorni di lavoro. Per
questo voleva licenziarsi: «Papà, io torno casa».—
La testimonianza di un 17enne cuneese: "Io e i miei fratelli salvi
per poco"
"Senza più pelle né capelli quei ragazzi erano ancora vivi ma
sembravano scheletri" Donatella Signetti
CUNEO
«In quel locale avrei potuto esserci anch'io». A parlare è
Alessandro (nome di fantasia), 17 anni, studente del Cuneese. La
notte di Capodanno era a Crans-Montana. Era in vacanza per la prima
volta nella località della Svizzera francese con la famiglia, ospite
di amici. «La sera di San Silvestro siamo usciti in paese verso
l'una e mezza, per bere qualcosa insieme. Siamo passati davanti a Le
Constellation».
Con lui c'erano i due fratelli: uno più grande e uno più piccolo, di
soli 13 anni. «Avevamo festeggiato il Capodanno a Montana, a un dj
set all'aperto. Poi ci siamo spostati verso Crans. Appena arrivati,
ci ha colpito subito una scena strana: un ragazzo seduto a terra,
ripiegato su se stesso, con la testa bassa. Ho pensato fosse
ubriaco. Poi ha alzato lo sguardo e ha iniziato a urlare. Aveva le
mani ustionate, la pelle a brandelli».
In pochi istanti, la gravità della situazione diventa evidente.
«Poco più avanti c'era un altro ragazzo con la maglietta in fiamme,
che è stato aiutato a togliersela. Intorno, diversi giovani stesi a
terra, privi di sensi o già morti. Credo fosse l'inizio: non c'era
ancora gente che usciva di corsa, né assembramenti».
Le immagini restano impresse in modo indelebile. «La scena che mi ha
colpito di più è stata quella di un ragazzo ancora vivo ma
completamente bruciato, seduto sul marciapiede, senza vestiti, con
lo sguardo fisso nel vuoto. Il viso sembrava ridotto a uno
scheletro. Le ragazze erano senza maglietta, con la pelle arrossata.
Sembrava un inferno e, allo stesso tempo, qualcosa di irreale. Tutti
erano in condizioni gravissime: alcuni senza capelli, altri
completamente ustionati».
Alessandro e i suoi fratelli chiamano subito i soccorsi. «In quel
momento non c'erano ancora ambulanze né mezzi di emergenza. Non
siamo stati istruiti su come comportarci in situazioni del genere.
Non si percepiva nemmeno la pressione sulle finestre dall'interno,
che poi è emersa dai video circolati sui social: solo tanto fumo e
le fiamme sullo sfondo. È strano pensarci: uscivano da un ambiente
dove il calore aveva probabilmente raggiunto centinaia di gradi e
fuori la temperatura era a meno dodici, ma non si coprivano. Erano
immobili, in stato di choc».
L'impatto emotivo è fortissimo, soprattutto per il più piccolo. «Mio
fratello ha iniziato a tremare, stava male. Abbiamo deciso di
allontanarci e tornare a casa. Io e mio fratello maggiore avremmo
voluto fermarci per capire di più, perché era davvero difficile
immaginare cosa fosse successo, ma mio fratello più piccolo aveva
molta paura. Tornando a casa incrociavamo altri ragazzi allegri, che
non sapevano cosa stavano per vedere».
Il pensiero più angosciante arriva dopo: «Avremmo potuto esserci
anche noi là dentro. Non era nei nostri piani, ma se nostro fratello
avesse avuto sete, saremmo entrati a comprare una bottiglia d'acqua.
Era una possibilità concreta. Ne abbiamo parlato molto nei giorni
successivi, anche di come avremmo reagito, se ci fossimo trovati al
posto di quei ragazzi».
Alessandro sottolinea un dettaglio: «Non abbiamo fatto video con il
cellulare. Abbiamo usato lo smartphone per chiamare i soccorsi». La
mattina dopo arriva la notizia che rende tutto ancora più doloroso.
«Non pensavamo a un numero così alto di morti e feriti. Quando
nostro padre è entrato in camera e ci ha detto che c'erano più di
quaranta vittime, siamo rimasti completamente scioccati. Ho avuto
immagini ricorrenti. Poi ne abbiamo parlato a lungo con i nostri
genitori. Mia madre ci ha spiegato molte cose, parlarne ci ha
aiutati. Anche mio fratello ora sta meglio».
Da questa tragedia nasce una riflessione più ampia. «Non mi ero mai
posto davvero il problema delle condizioni di sicurezza dei locali.
Io e mio fratello maggiore li frequentiamo, anche in Italia. Quante
volte entriamo in spazi seminterrati, sovraffollati, senza uscite di
sicurezza adeguate? A 16 anni è normale non avere una reale
percezione del rischio. E la rapidità del flashover deve aver colto
tutti di sorpresa».
Alcuni ragazzi hanno ripreso l'incendio con il cellulare. Non per
superficialità o cinismo, ma perché spesso, soprattutto a quell'età,
è difficile comprendere subito la portata reale di ciò che sta
accadendo. «Ancora più difficile è immaginare ciò che non si vede:
l'assenza di materiali ignifughi, la mancanza di un'uscita di
sicurezza a norma, l'inesistenza di una scala sufficientemente ampia
per consentire un deflusso rapido». Sono elementi tecnici, che non
fanno parte dell'esperienza quotidiana di un adolescente e, a volte,
nemmeno di un adulto. Così come resta sullo sfondo, ma centrale, il
tema dei controlli: verifiche che spettano alle istituzioni e che,
quando mancano, trasformano un luogo di svago in una trappola.
«È giusto ricordare non solo i video, ma anche che molti giovani
sono rientrati per salvare gli amici e non ce l'hanno fatta»,
conclude Alessandro. «Ora mia madre vorrebbe farci seguire un corso
di gestione delle emergenze. Essere preparati può fare la
differenza. Alcune cose non dovrebbero accadere, ma accadono,
purtroppo». —
Aperta un'istruttoria su un consulente per violazione della privacy
Report ancora nel mirino del Garante Il Garante della privacy avvia un'istruttoria nei confronti
di Gian Gaetano Bellavia, il commercialista siciliano consulente di
varie procure della Repubblica e chiamato in più occasioni da Report
a commentare le proprie inchieste. Gli uffici dell'Autorità hanno
inviato una richiesta di informazioni al professionista per la
presunta violazione di dati personali. Indirettamente, quindi, si
riaccende lo scontro tra il Garante e la trasmissione di Rai 3
condotta da Sigfrido Ranucci, che a ottobre era stata sanzionata per
aver mandato in onda l'audio di una conversazione tra l'ex ministro
Gennaro Sangiuliano e la moglie (multa da 150 mila euro). E aveva
poi denunciato pressioni politiche da parte di Fratelli d'Italia
dietro quella decisione.
Forza Italia ha anche presentato un'interrogazione parlamentare ai
ministri Carlo Nordio ed Adolfo Urso segnalando la circostanza che
Bellavia «detenesse materiali riservatissimi di numerose procure,
che probabilmente poteva mettere a disposizione anche di Report». Il
riferimento è al recente rinvio a giudizio, disposto dalla procura
di Milano, a carico di una ex collaboratrice del commercialista,
accusata di aver sottratto, la scorsa estate, diversi dati sensibili
dall'archivio dello studio professionale. Ma secondo Barbara
Floridia, presidente M5s della commissione di Vigilanza Rai,
l'iniziativa di Maurizio Gasparri e soci è una mossa «dal chiaro
carattere intimidatorio, con il malcelato intento di delegittimare
non solo Report, ma l'intero impianto del servizio pubblico».
Sulla vicenda è intervenuto anche Ignazio La Russa, ritenendosi
vittima indiretta della presunta attività di dossieraggio: «Sarebbe
interessante sapere a quale titolo Bellavia deteneva, ben schedato
tra i tanti, anche un file relativo a mio figlio Geronimo, che non
ha procedimenti giudiziari a suo carico e ha come unica fonte di
interesse quella di essere figlio del presidente del Senato». nic.
car. —
08.01.26
A novembre si vota per rinnovare Camera e Senato, il tycoon teme la
vendetta democratica
I blitz all'estero per blindare il MidTerm "Se perdo finisco sotto
impeachment"
dal corrispondente da washington
«Dovete vincere le elezioni di Midterm, altrimenti troveranno una
scusa per mettermi sotto impeachment». Donald Trump apre la stagione
elettorale incontrando i deputati repubblicani in un ritrovo al
ribattezzato Trump-Kennedy Center di Washington e li sprona a
«mettere da parte le differenze» e invece a concentrarsi sui temi da
vendere agli americani preoccupati per il costo della vita e le
oscillazioni dell'economia: le politiche di genere, la sanità e
affordability.
Trump ha però esordito parlando del Venezuela e del blitz che ha
portato alla cattura di Maduro, «brillante tatticamente»; elogiato i
militari, «nessuno può batterci», e ricordato che l'America
controllerà e sceglierà il cammino del Paese sudamericano. «Maduro
ha ucciso milioni di persone, ha torturato, era una persona
violenta», ha detto.
L'opinione pubblica americana non è però sulla stessa lunghezza onda
dell'Amministrazione sul ruolo Usa in Venezuela. Un sondaggio di
Ap-Norc ha infatti evidenziato l'approvazione del 40% degli adulti
al blitz di sabato (identica cifra i contrari); ma appena un
repubblicano su 10 vuole che l'Amministrazione resti impegnata a
Caracas.
Nell'anno elettorale fra l'altro la politica estera scivola nella
lista delle priorità degli elettori. Appena un quarto cita Russia e
Medio Oriente fra i cinque temi chiave. Lo scorso anno la
percentuale era superiore al 30%. Oggi, intanto, il Senato riceverà
il briefing sul blitz in Venezuela da parte dei funzionari Usa e
domani potrebbe votare una risoluzione che vincola un eventuale
nuovo ricorso alla forza.
Nelle ultime settimane lo stesso Trump è finito nel mirino, gli
americani chiedono maggiore attenzione ai temi interni (inflazione e
costo della vita soprattutto), eppure ieri davanti ai membri del
Congresso del suo partito il presidente ha concesso poco sul tema
limitandosi a sottolineare che serve abbassare i costi delle
assicurazioni sanitarie dando ai cittadini il potere di acquistarle
e accusando i democratici dei prezzi alti nei supermercati.
Nel quinto anniversario dell'assalto a Capitol Hill, mentre i
democratici al Congresso lo ricordavano riunendo i deputati che
fecero parte della Commissione d'inchiesta e gli assalitori graziati
si ritrovavano, Trump ha praticamente sorvolato sul tema limitandosi
a parlare di «marcia di persone pacifiche».
I repubblicani hanno una maggioranza risicata alla Camera (218-213)
che si è assottigliata ulteriormente ieri con la scomparsa,
improvvisa, di Doug LaMalfa, da 14 anni al Congresso. Trump lo ha
ricordato nel suo intervento.
In un discorso fiume, 84 minuti, e per molte parti uscendo dalle
griglie del teleprompter, Trump ha anche ironicamente riflettuto sul
consiglio della moglie Melania. «Non le piace quando ballo in
pubblico, dice che è poco presidenziale», ha detto citando le mosse
che al termine dei comizi sulle note di Ymca. «Eppure sono
presidente».
In novembre verrà rinnovata completamente la Camera e un terzo dei
seggi del Senato. Il partito del presidente in carica ha perso seggi
in ogni Midterm dal 2006. Tradizione e sondaggi non giocano a favore
di Trump, il quale comunque ha ostentato ottimismo e ha previsto che
il Gop «sconfiggerà le probabilità e otterrà una epica vittoria». a.
sim. —
I coniugi Moretti: "Siamo devastati, non ci sottrarremo alle
responsabilità. Fiducia negli inquirenti"
Gli inviati Rai aggrediti per strada "Insultati da persone vicine ai
gestori" andrea siravo
inviato a crans-montana
C'è un clan che protegge i coniugi Moretti. Con gli ospiti
indesiderati, come i giornalisti, i loro guardiani usano insulti,
minacce, spintoni e getti di acqua gelida. Il brusco metodo lo hanno
sperimentato due inviati e altrettanti operatori dei programmi di
Rai Uno Mattina News e Storie Italiane, a Lens, fuori dal ristorante
"Le Vieux Chalet", uno dei tre locali di proprietà di Jacques
Moretti e Jessica Moretti-Maric. «Da un'auto, da cui proveniva
musica rap ad altissimo volume, sono scese tre persone che hanno
iniziato a intimidirci e a insultarci - ha raccontato il giornalista
di Uno Mattina News Domenico Marocchi, che si trovava insieme al
collega Alessandro Politi -. Stavamo per andare via quando sono
arrivate altre sette persone. Hanno circondato la nostra auto e
hanno iniziato a urlare, colpendo la carrozzeria».
Quella subita dai giornalisti italiani non è la prima intimidazione.
Già nei giorni scorsi un cronista del quotidiano svizzero Blick era
stato allontanato in malo modo quando aveva provato a fare delle
riprese vicino al ristorante dei coniugi, indagati con le accuse di
omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo per il rogo del
bar "Le Constellation" di Crans-Montana. Anche la giornalista
Francesca Crimi del programma Ore 14 è stata allontanata da un uomo
che le ha spruzzato contro acqua gelida con una pompa che teneva in
mano. Le aggressioni sono state condannate direttamente dal ministro
degli Esteri Antonio Tajani: «Il contesto di questa sciagura deve
portarci a rispettare il dolore di tutti, ma in nessun modo deve
permettere atti di violenza o intimidazione contro la stampa». Dalla
polizia del Canton Vallese, l'ambasciatore italiano a Berna Gian
Lorenzo Corrado ha ricevuto l'assicurazione di un rapido intervento
qualora si verificassero nuovi episodi dello stesso tenore, definiti
«gravi e inaccettabili». Solidarietà ai tre giornalisti italiani è
stata espressa dalla presidente della Commissione di Vigilanza
Barbara Floridia, oltre che dai vertici Rai e dai sindacati Usigrai
e Unirai.
Intanto, ieri, dopo giorni di scarne dichiarazioni rilasciate ai
media svizzeri, i proprietari del "Le Constellation" hanno rotto il
silenzio. «Siamo devastati e sopraffatti dal dolore, con il pensiero
costantemente rivolto alle vittime, ai loro familiari colpiti da un
lutto così brutale e prematuro, così come a tutti coloro che stanno
combattendo per la vita. Nessuna parola è sufficiente per descrivere
la tragedia avvenuta la notte di Capodanno», scrive la coppia,
francese ma da vent'anni residente nel Cantone Vallese.
Sull'indagine - per la quale sono indagati in stato di libertà e
rischiano una condanna fino a quattro anni di reclusione -
dichiarano di avere «piena fiducia negli inquirenti per fare
completa luce sui fatti e dissipare ogni interrogativo» e assicurano
che «non cercheremo in alcun modo di sottrarci alle nostre
responsabilità». —
07.01.26
Droga in Venezuela? Sbagliato bersaglio
Secondo i dati del United Nations Office on Drugs and Crime e dell’European
Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, le foglie di coca
vengono prodotte quasi esclusivamente in Sudamerica, ma soprattutto
in Colombia (massimo produttore mondiale) in Perù ed in Bolivia. La
coca viene poi raffinata in cocaina cloridrato in America Centrale,
nei Caraibi, in Messico, in Africa Occidentale per poi essere
distribuita negli USA ed in Europa.
Per quanto riguarda l’oppio, da cui vengono estratti diversi
alcaloidi fra i quali la morfina che viene poi acetilata per
ricavare l’eroina, l’Afghanistan detiene il sostanziale monopolio
insieme a Myanmar, Laos e Thailandia. I mercati americani ed europei
vengono raggiunti passando da Iran, Turchia, Balcani oppure Cina e
sud-est asiatico.
Metanfetamine e droghe sintetiche vengono prodotte soprattutto in
laboratori clandestini in Myanmar, Laos, Messico, ma anche Belgio e
Paesi Bassi, basandosi su precursori chimici – spesso dual use –
prodotti in Cina. L’ecstasy, invece, arriva direttamente da
laboratori nei Paesi Bassi e in Belgio per poi essere esportata in
tutto il mondo.
La cannabis, la porta d’ingresso delle tossicodipendenze, è molto
più diffusa: viene coltivata in Nord Africa (soprattutto Marocco),
in più o meno tutto il continente americano e anche in Europa.
In Venezuela esistono solo produzioni marginali, ma attraverso il
Paese passano alcune minori rotte di transito della cocaina
colombiana e di altre droghe provenienti dal resto del Sudamerica.
Insomma: attaccare il Venezuela per stroncare il traffico di droghe
che entrano negli Stati Uniti è un po’ come combattere l’obesità
prendendo il caffè senza zucchero dopo pasti giganteschi.
06.01.26
Lo scorso 19 dicembre i gestori avevano presentato un progetto per
aumentare ancora i posti
La porta d'uscita montata al contrario Le autorizzazioni fantasma
per i lavori Niccolò Zancan
inviato a Crans-Montana
Ancora più posti a sedere, sempre meno spazio per l'uscita. Era
questo il piano di Jacques Moretti. Il 19 dicembre il titolare della
discoteca "Le Constellation" ha presentato domanda per eseguire dei
nuovi lavori di ristrutturazione. Intendeva dare più spazio ai
tavoli per ottenere maggiori guadagni, riducendo ulteriormente
l'unica via di fuga.
I giornalisti di Rts, la radio televisione svizzera, hanno avuto
accesso alle planimetrie. Due scoperte: per aumentare il numero di
clienti, avrebbe voluto restringere lo spazio che dalla veranda
porta all'uscita. Ma la porta è larga un metro e mezzo, con un
grosso guaio di progettazione: si apre dalla parte sbagliata. Come
già avevano testimoniato alcuni ragazzi scampati all'incendio, in
cima a quella scala del "Constellation" si è creato un gigantesco
parapiglia. Perché la porta non andava spinta, per ottenere
salvezza. Ma andava tirata: non facile quando un centinaio di
persone sta cercando di scappare e preme alle tue spalle. Attimi
preziosi si sono consumati in quel momento. E l'apertura improvvisa,
poi, ha scatenato una ventata d'aria giù dalle scale che ha aizzato
le fiamme contro i ragazzi in fuga.
«Uno scandalo» è la parola scelta da Blick, uno dei quotidiani più
importanti della Svizzera, per definire quello che sta emergendo.
Ogni giorno si scopre qualcosa che contraddice il luogo comune su
questo Paese, da tutti inteso come preciso al limite della noia,
rispettoso delle regole, sicuro e ordinato.
Al "Constellation" mancavano persino gli estintori, a quanto pare.
Di sicuro nessuno li ha usati. Gli arredi hanno preso fuoco, a
partire dai pannelli fonoassorbenti piazzati sul soffitto dal
titolare. E l'unica altra porta d'uscita era bloccata, oltre a
essere posizionata dentro una saletta per fumatori e rivolta contro
un muro condominiale. Stanno parlando gli ex dipendenti del "Constellation".
Tutti confermano quanto si era capito nell'immediatezza del
disastro. «L'uscita d'emergenza era chiusa perché dava direttamente
su un altro edificio», dice una barista. «A noi era stato vietato di
aprirla». Anche un altro ex cameriere, intervistato da Bfm Tv,
conferma: «Quello che è successo non è stato casuale. Il personale
non era formato, c'era un solo addetto alla sicurezza e l'uscita di
emergenza a volte era bloccata o chiusa». Bloccata anche quella
sera, la sera dell'ultimo dell'anno. La sera in cui hanno perso la
vita quaranta ragazzi e altri 116 sono rimasti feriti. C'è persino
un video della festa di capodanno del 2020 in cui il barman del "Constellation",
proprio all'ora del brindisi, urla: «Fate attenzione alla schiuma!
Fate attenzione alla schiuma!». Ancora bottiglie di champagne, con
sopra gli artifici pirotecnici accesi verso il soffitto. La
dimostrazione che il rischio di incendio fosse ben noto, perché quei
pannelli fonoassorbenti non erano ignifughi.
«I titolari del Constellation andavano arrestati», dice il console
italiano Gian Lorenzo Cornado. In Svizzera si è aperto un dibattito
su questo argomento. Due avvocati molto importanti si sono detti
sorpresi di sapere Jacques Moretti e la moglie Jessica Maric ancora
a piede libero. Al punto che, in maniera irrituale, la procuratrice
generale Béatrice Pilloud ha scritto una nota con questa
precisazione: «Non sono state ordinate misure coercitive nei
confronti degli imputati, dato che, allo stato, non sono soddisfatti
i criteri richiesti per la custodia cautelare. Attualmente non vi è
alcun sospetto che gli imputati intendano sottrarsi al procedimento
penale o alla prevedibile sanzione fuggendo. Gli altri criteri,
ossia il rischio di recidiva o di collusione, non sono presi in
considerazione». E poi ha aggiunto: «Si ricorda che vale la
presunzione di innocenza fino a quando non viene pronunciata una
condanna definitiva». Il fatto è che in Svizzera non esiste il reato
di strage, quello per cui in Italia sarebbe stato consentito
l'arresto in flagranza. Cioè la Svizzera non era neppure preparata
giuridicamente a una eventualità del genere.
I titolari del "Constellation", Jacques Moretti e Jessica Maric,
sono indagati per «omicidio per negligenza», lesioni e incendio. Non
si fanno trovare. L'ultimo avvistamento risale a domenica mattina,
davanti a un ristorante di loro proprietà a venti minuti di auto da
Crans-Montana. Erano con un gruppo di parenti di origini corse, o
almeno di sicuro lo era l'uomo che ha attraversato la strada per
minacciare un cameraman. Perché è stato identificato. Ieri la
notizia che il Comune di Crans-Montana ha revocato l'autorizzazione
per "La Petite Maison", un altro locale gestito dai coniugi Moretti,
decisione che ne comporta la chiusura immediata.
Anche il giorno precedente non era stato facile provare a parlare
con loro: la polizia stazionava sotto casa e mandava via tutti. Solo
nelle ore successive alla tragedia, Jacques Moretti e Jessica Maric,
quest'ultima lievemente ferita nell'incendio, avevano rilasciato
alcune dichiarazioni al quotidiano svizzero in lingua tedesca 20
Minuten: «Non possiamo né dormire né mangiare, siamo in pessime
condizioni. Il locale era in regola. Avevamo ricevuto tre ispezioni
negli ultimi dieci anni. Tutto era conforme alle norme». Ma nel giro
di pochi giorni queste parole sono state smentite dai fatti.
Anche i lavori di ristrutturazione del 2015 sono finiti sotto
inchiesta. Già allora avevano ristretto la scala d'accesso per
aumentare la capienza del locale. Ma non risulta la pratica. Non si
trova. L'unico atto nella gazzetta ufficiale, a firma del
proprietario dell'intero palazzo, è stato presentato due mesi dopo
l'inizio dei lavori: «Installazione di una struttura scorrevole in
vetro e una tenda retrattile sulla terrazza». Qualcosa di molto
diverso da quanto è stato fatto. Ora la domanda che tutti si fanno,
qui nella precisa Svizzera, un Paese sconvolto, è come sia stato
possibile tutto questo. —
Su 98 opere, 47 sportive: tutte pronte per febbraio. Ma le opere di
viabilità restano un'incognita
Le strade olimpiche? Finite nel 2033 FRancesca DelVecchio
Milano
I nizia oggi il conto alla rovescia per Milano-Cortina 2026, il cui
avvio ufficiale sarà il 6 febbraio con la cerimonia di apertura allo
Stadio San Siro di Milano. Le opere sportive restano il perno
attorno a cui ruota la preparazione dei Giochi. Ma il vero nodo sono
le infrastrutture stradali e ferroviarie la cui conclusione è
programmata oltre la fine delle gare. Secondo gli aggiornamenti
disponibili, il termine previsto è per il 2033. Il piano, cresciuto
fino a circa 3,4 miliardi di euro tra Lombardia, Veneto e
Trentino-Alto Adige, comprende 98 opere: 47 sportive e 51
infrastrutturali. A oggi, 16 risultano completate, mentre le altre
sono tra cantieri in corso, progettazione e gare da avviare. La
regia è affidata a Simico, con il coinvolgimento di Province
autonome, Rfi e Ferrovie Nord Milano. Gli interventi più onerosi
entreranno in funzione soprattutto nel periodo post-olimpico.
In Veneto, molte opere superano l'orizzonte del 2026. La variante di
Longarone è ancora in fase autorizzativa, con cantieri previsti fino
al 2029. La variante di Cortina, articolata in più lotti, sarà solo
parzialmente pronta entro i Giochi, con completamenti fino al 2032 e
un investimento superiore ai 500 milioni. Entrambe le opere dovevano
rappresentare un espediente per alleggerire il traffico.
Anche in Lombardia i tempi si allungano: la variante di
Trescore-Entratico, in provincia di Bergamo, è prevista per il 2029,
la tangenziale di Sondrio per il 2027. Più complessa la variante di
Vercurago, tra Lecco e Bergamo, la cui conclusione è stimata nel
2033. Slittano oltre il 2026 anche il collegamento ferroviario
Malpensa T2–Sempione e la riqualificazione della stazione di Trento.
Ma ci sono buone notizie: a Milano, sede e di alcune competizioni
indoor, le strutture temporanee e gli impianti sono quasi pronti.
Mancano solo pochi aggiustamenti all'arena Santa Giulia, sede delle
gare di hockey maschile, mentre l'arena del ghiaccio di Rho Fiera è
già stata testata a dicembre in occasione dei mondiali di under 20 e
a febbraio ospiterà l'hockey femminile e il pattinaggio di velocità.
Anche il Villaggio olimpico è pronto e aspetta solo l'arrivo degli
atleti. Tra le sedi alpine, la pista da bob di Cortina resta l'opera
simbolo: i lavori avanzano in linea con le previsioni e l'impianto
sarà completato in tempo per le gare. —
05.01.26
Davide Tabarelli
"Costa 3 euro al barile e si rivende a 60 Dietro al petrolio c'è un
mare di soldi" PAOLO BARONI
ROMA
«In Venezuela basta fare un buco per terra ed il petrolio esce.
Estrarlo costa pochissimo, appena 3 dollari al barile quando sul
mercato oggi ne vale 60. Certo poi ci sono le tasse e altre spese ma
è chiaro che in quel Paese si possono fare grandi profitti» spiega
il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, che ora non
prevede grossi scossoni sul mercato in seguito al blitz
dell'esercito americano. A suo parere «Trump non poteva scegliere
momento miglior per il suo blitz contro Maduro, perché in questa
fare di eccesso di offerta le quotazioni del greggio non subiranno
grossi sbalzi».
Il greggio venezuelano è così strategico per gli Usa?
«C'è un legame storico, come per il Messico, per una questione di
vicinanza geografica, perché in questo campo la distanza fisica è
sempre importante. E poi ci sono i tanti investimenti fatti negli
anni passati, perché tradizionalmente le relazioni tra Venezuela e
Stati Uniti sono sempre state relativamente buone tanto che pure il
Venezuela a sua volta ha investito negli Stati Uniti. La Chevron
poi, anche dopo le grandi nazionalizzazioni degli anni 70 e quelle
più recenti degli anni 2000, non ha mai smesso di investire, e lo
stesso hanno fatto tutte le altre grandi compagnie mondiali. Questo
è infatti il paese ideale dove investire per estrarre greggio: per
diversificare le proprie fonti di approvvigionamento e perché questo
è il posto dove costa meno produrre petrolio. Una volta trovato
l'accordo con lo Stato basta fare un buco per terra che il petrolio
esce e si guadagna un sacco».
Trump ha detto che vuole farsi restituire tutto il petrolio che è
stato rubato agli Usa…
«In realtà, per effetto delle nazionalizzazioni prima e poi delle
sanzioni imposte dal primo governo Trump che ha fatto saltare tanti
contratti, tutte le grandi compagnie che hanno investito in questo
Paese hanno in piedi dei contenziosi col Venezuela e vantano
crediti: la nostra Eni vanta crediti per 2 miliardi di dollari, 13
la ExxonMobil, 7 la Chevron e poi c'è la Total».
Questa vicenda insegna qualcosa?
«Al di là dell'aggressività di Trump questa vicenda conferma la
cosiddetta "maledizione del petrolio", praticamente un caso di
scuola: da un lato c'è infatti l'incapacità di sfruttare queste
enormi risorse minerali in chiave positiva per sostenere l'economia
del Paese e dall'altro, in negativo, si vede che attraverso la
corruzione e l'acquisto di armi il petrolio finisce per consolidare
il regime al potere, come è successo in Venezuela negli ultimi 25-30
anni. Quello che è accaduto l'altra notte, con un paese straniero
che arriva a prelevare militarmente il presidente in carica è una
vera follia e rappresenta di fatto l'apice del fallimento di un
petro-Stato, il fallimento di un Paese che poteva prosperare e che
invece ha visto la produzione crollare al pari del reddito
pro-capite, un quarto della popolazione fuggire all'estero a fronte
del dilagare di fame e povertà».
Ed il futuro come lo vede?
«E' sempre legato al petrolio, purtroppo. Anche perché è pur sempre
la prima fonte di copertura della domanda globale di energia e
produrlo lì costa pochissimo: appena 3 euro al barile quando sul
mercato vale 60. In Venezuela poi ci sono anche tantissime riserve
di gas, tra l'altro non esplorate, e ci sono enormi quantità di
petrolio non convenzionale che non si sa bene come sfruttare. Anche
noi italiani abbiamo provato a dare una mano in passato quando
importavamo l'"oil emulsion", un mix di petrolio bituminoso, acqua
ed emulsionante, per le nostre centrali elettriche. Ma era molto
inquinante e dopo in paio d'anni abbiamo smesso di usarlo».
Il Venezuela ha le più grandi riserve di greggio del mondo, ma la
loro produzione è molto modesta.
«Storicamente il Venezuela produceva sempre più di 3 milioni di
barili al giorno e addirittura alla fine degli anni 90 sfiorava
anche i 3,7. I giacimenti di petrolio sono però delle miniere che
vanno coltivate, un po' come un orto, e se non si fanno investimenti
la produzione scende sino ai 900 mila barili al giorno di oggi, un
dato questo abbastanza scandaloso perché questo vuol dire che le
loro riserve accertate sino ad oggi - siamo nell'ordine di più di
300 miliardi di barili - durerebbero più di 100 anni. Una cosa
assurda visto che neanche l'Arabia Saudita arriva a tanto».
Il blitz dell'altro giorno adesso può produrre contraccolpi sulle
quotazioni del greggio?
«No, penso che Trump non potesse trovare momento migliore per
intervenire, quasi l'ha cercato. Mai come in questi mesi c'è un
eccesso di produzione rispetto alla crescita della domanda: la
domanda, infatti, cresce al ritmo di meno di un milione di barili
giorno, siamo attorno a 0,8, mentre la produzione aumenta di 3
milioni».
A cosa si deve questo surplus?
«La produzione aumenta tre volte più della domanda soprattutto
grazie Centro e Sud America e questo lo si deve soprattutto alla
Guyana, un piccolo stato anche questo pieno di petrolio in cui tra
l'altro è da poco partito un investimento gigantesco della Exxon, e
alle nuove produzioni del Brasile. Pertanto non c'è mai stata tanta
offerta di petrolio, prezzi bassi e quindi poche conseguenze sui
prezzi dell'azione militare americana». —
Caracas Federico Varese
Quali sono le caratteristiche del narcotraffico venezuelano e come
cambieranno dopo la caduta di Nicolás Maduro? Il Venezuela non è un
produttore di cocaina, eppure è diventato uno dei punti di transito
più rilevanti nel traffico globale. Il suo ruolo nella filiera
deriva da fattori geografici, del degrado istituzionale e
dell'emergere di organizzazioni criminali capaci di controllare
infrastrutture e comunità. Tra queste, il Tren de Aragua (TdA),
esercita forme di governo criminale del territorio; di conseguenza,
il suo coinvolgimento nel narcotraffico è indiretto, regolatorio e
opportunistico. Il regime guidato da Maduro fino a due giorni fa non
è un "narco-stato" centralizzato, ma si caratterizza per una
complicità istituzionale frammentata che facilita traffici su larga
scala anche in assenza di un controllo unitario da parte di un
cartello singolo. La caduta del dittatore non intaccherà né la
produzione né il trasporto della cocaina.
La cocaina entra nel Paese principalmente dalla Colombia —
attraverso Zulia, Táchira, Apure e Amazonas — dove la produzione e
la prima trasformazione restano sotto il controllo di gruppi armati
colombiani come l'ELN e i dissidenti delle FARC. Il territorio
venezuelano fornisce stoccaggio e vie di uscita. Secondo InSight
Crime, circa 250 tonnellate metriche di cocaina transitano
annualmente dal Venezuela, pari a circa il 10 per cento della
produzione globale. Il traffico si basa su tre modalità principali:
voli clandestini da piste improvvisate; rotte marittime lungo la
costa caraibica verso l'America Centrale e la Repubblica Dominicana;
e spedizioni in container attraverso porti come Puerto Cabello.
Indagini recenti documentano anche una limitata coltivazione di coca
e la trasformazione della droga nelle regioni di confine con la
Colombia. Il controllo dei territori nodali è cruciale. L'accesso ad
aeroporti, autostrade, porti e valichi di frontiera dipende da
accordi negoziati che coinvolgono attori statali, gruppi armati
colombiani e organizzazioni criminali venezuelane. Tra queste, il
Tren de Aragua svolge un ruolo decisivo. Dalle sue origini nel
carcere di Tocorón, il TdA si è espanso verso l'esterno,
consolidando l'influenza su quartieri, comunità e corridoi di
trasporto.
Il suo coinvolgimento nel traffico di cocaina consiste nel regolare
l'accesso alle rotte, proteggere la logistica e arbitrare i
conflitti, anziché controllare la produzione o l'export
all'ingrosso. Questo modello consente al gruppo di integrarsi nelle
catene di trasporto esistenti senza assumersi i rischi sostenuti da
produttori e broker internazionali. Il traffico di droga costituisce
tuttavia solo una fonte di reddito tra le altre, accanto a
estorsione, estrazione mineraria illegale, traffico di migranti,
violenza su commissione e controllo territoriale.
Il confronto con il Primeiro Comando da Capital (PCC) brasiliano,
oggi la più importante organizzazione criminale dedita al
narcotraffico nella regione, è istruttivo. Entrambi i gruppi nascono
nelle carceri e hanno sviluppato sistemi sofisticati di governo
interno. Tuttavia, la loro posizione nell'economia della cocaina
diverge nettamente. Il PCC opera come un'organizzazione sistemica di
traffico: coordina acquisti all'ingrosso, gestisce rotte, negozia
direttamente con fornitori e acquirenti stranieri e reinveste i
profitti nell'espansione logistica. La sua presenza in Bolivia,
Paraguay ed Europa riflette una strategia di integrazione e di
scala. Il Tren de Aragua, al contrario, non mira a dominare le
catene di approvvigionamento. Funziona come autorità regolatoria
all'interno di mercati illeciti frammentati e nazionali. Dove il PCC
si comporta come una multinazionale transnazionale, il TdA agisce
come broker di potere locale, monetizzando il controllo del
territorio e delle infrastrutture.
Sebbene non vi siano prove di un'alleanza organizzativa diretta tra
il Tren de Aragua e le mafie italiane, esse sono entrambe inserite
in una filiera globale che parte dalla Colombia, passa per l'America
Centrale e arriva in Europa, inclusa l'Italia. Un'altra rotta, più
rilevante per il mercato italiano, è quella che va dalla Colombia al
Brasile e da lì all'Italia, senza passare per il Venezuela.
Come in altri Paesi dell'America Latina, forze di sicurezza e
settori del sistema penitenziario scendono a patti con il TdA,
producendo una complicità decentralizzata, negoziata e
territorialmente diseguale. Diverse indagini giornalistiche
sostengono che, sotto la presidenza Maduro, lo Stato abbia cercato
di regolare l'accesso all'economia della cocaina, distribuendo
rendite e protezione come strumento di gestione degli equilibri
interni alle forze armate. Ciò non implica che lo Stato operi come
un'organizzazione unitaria di traffico; riflette piuttosto un
tentativo di governare il sistema della corruzione statale.
La caduta di Maduro avrà l'effetto di rafforzare il controllo
territoriale del TdA e dei gruppi armati che operano lungo il
confine, come l'ELN. Le giustificazioni ideologiche antiamericane di
questi attori si rafforzeranno. Militari e funzionari potrebbero
entrare in alleanze più organiche con i gruppi criminali, che
opereranno da posizioni di forza. La produzione in Colombia
continuerà a crescere: nel 2024 ha raggiunto circa 3.000 tonnellate,
400 in più rispetto al 2023. La lotta al narcotraffico non può
essere condotta attraverso operazioni militari, ma richiederebbe una
strategia continentale capace di affrontarne le cause strutturali
della produzione e del consumo, come le ineguaglianze e la povertà.
Sappiamo però che la reale preoccupazione dell'amministrazione di
Donald Trump non è risolvere un problema sociale e umano che
affligge l'America e l'Europa. —
È la prima volta dopo 30 anni. I fondi sarebbero dovuti essere circa
8 milioni
Manovra, tolti i finanziamenti a Radio radicale Per la prima volta dopo trent'anni, la manovra di Bilancio di
fine anno non prevede i fondi destinati al finanziamento di Radio
Radicale.
Si tratta di circa 10 milioni di euro annui, finora riconosciuti
alla radio per la trasmissione integrale delle sedute parlamentari e
di altri eventi istituzionali. Lo scrive Professione Reporter. Nei
giorni precedenti al Natale 2025, il Comitato di redazione ha
incontrato il segretario del Partito Radicale e editore
dell'emittente, Maurizio Turco, che ha assicurato la continuità
della convenzione, escludendo criticità imminenti. Anche il
sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega
all'Editoria Andrea Barachini si è impegnato informalmente a
individuare una soluzione, ipotizzando l'inserimento delle risorse
nella legge di Bilancio o, in alternativa, nel successivo decreto
Milleproroghe.
Secondo quanto emerso, il finanziamento complessivo avrebbe dovuto
articolarsi in 8 milioni di euro per la convenzione relativa alla
trasmissione delle sedute parlamentari e degli eventi istituzionali,
2 milioni destinati alla digitalizzazione dell'archivio storico
della radio – che raccoglie decenni di sedute, processi e congressi
politici – oltre ai 3,7 milioni già stanziati attraverso la legge
sull'editoria. —
04.01.26
APPROFITTATRICI PREMIATE:
Secondo un’analisi del Financial Times, lo stipendio completo della
presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde è
superiore di oltre il 50% rispetto a quello dichiarato
dall’istituto.
[...] nel 2024 ha guadagnato in totale circa 726.000 euro, circa il
56 per cento in più rispetto allo stipendio ’base’ di 466.000 euro
comunicato dalla Bce nel suo rapporto annuale.
Ciò significa che Lagarde guadagna quasi quattro volte di più del
presidente della Federal Reserve statunitense, Jay Powell, il cui
stipendio è stabilito dalla legge federale statunitense e
attualmente è limitato a 203.000 dollari (172.720 euro).
Già il solo stipendio base di Lagarde la rende la funzionaria più
pagata dell’Ue: il salario base annuo della presidente della
Commissione europea Ursula von der Leyen è inferiore del 21%,
ricorda il quotidiano della City.
Oltre allo stipendio base in Bce, afferma l’Ft, Lagarde riceve circa
135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese e circa 125.000
euro per la sua posizione come uno dei 18 membri del consiglio di
amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali. [...]
Giuliano Amato
80
Gli
anni della Repubblica
"La chimera delle riforme a essere malata è la politica I giovani la
leva per cambiare"
alessandro de angelis
roma
Presidente Giuliano Amato, ma davvero "nessuno ostacolo è più forte
della nostra democrazia", come ha detto Sergio Mattarella?
«Questa affermazione può aver stupito solo chi è abituato a racconti
della storia della Repubblica punteggiati più da guai che da vicende
positive, da colpi di Stato tentati o mancati, da strategie
sovversive e corruzioni corruttive. In verità, la democrazia ha
sempre retto davanti a tutto questo».
Inevitabilmente ci troviamo a parlare della Repubblica dei partiti,
la stagione più feconda.
«È importante ricordarlo oggi, perché per la nostra democrazia non è
stato facile diventare forte. Non va data un'immagine dolciastra di
un'Assemblea costituente dove tutti sono d'accordo. Ma va
sottolineata la volontà di costruire, allora, una casa comune e la
ricerca di soluzioni, anche se non sempre sono state unitarie.
Ricordo che, per dirne una, l'indissolubilità del matrimonio non
passò per un solo voto…».
Insomma, la lezione dei partiti che integrano le masse nello Stato,
in presenza di una società civile debole, la pedagogia repubblicana…
«Proprio il contesto dà la misura dell'impresa. La Dc aveva il
problema di convertire alla democrazia un elettorato in buona parte
nostalgico del fascismo. Il Pci di addestrare alla democrazia
l'organizzazione interna da partito rivoluzionario. Togliatti sapeva
bene che l'Italia, dopo Yalta, doveva collocarsi nella sfera di
influenza americana. E cominciò a ricostruire il "partito nuovo"
sulla base delle regole comuni della Costituente».
È la storia di una felice anomalia politica che si sviluppa poi
nella contesa tra una Costituzione formale antifascista e una
costituzione materiale anticomunista.
«Col punto di equilibrio rappresentato dalla centralità del
Parlamento e del lavoro parlamentare. Riforma agraria, Cassa del
mezzogiorno, piano casa: le opposizioni erano effettivamente
partecipi, per cui alla fine non risultavano "leggi degli altri" ma
"del Parlamento", come ebbe a sottolineare Giorgio Napolitano».
Non a caso, la crisi del parlamentarismo coincide con la crisi della
Repubblica.
«E chi è innocente scagli la prima pietra...Già nell'89 Francesco
Cossiga scriveva ad Andreotti che avrebbe firmato un decreto solo
perché era responsabilità del governo, ma avanti così sarebbe
diventata una prassi ordinaria. Così è stato: i governi, non potendo
contare più sulla coesione dei partiti, creano la coesione con gli
strumenti: decreti, maxi-emendamenti, fiducia».
Nasce da qui anche il tema delle riforme, che è una storia
quarantennale di fallimenti.
«Ci possono essere riforme utili, ma il malato, nel frattempo è
diventato la politica. Non la casa in cui sta. Aggiustare la casa
senza aggiustare chi la abita ti illude di risolvere il problema. E
infatti abbiamo inseguito due chimere francesi – il doppio turno e
il semipresidenzialismo – tranne poi constatare ora che la politica
disfunzionale ha travolto tutto pure in Francia».
La malattia è la crisi di rappresentanza, immagino, da cui si è
usciti col populismo.
«Se i cittadini partecipano non attraverso i dialoghi collettivi, ma
attraverso i social, in cui ognuno è solo e spara la sua, e la spara
"contro", eccitato da una politica a sua volta "contro", come si
pensa che riparando la casa ci si comporterà in modo diverso?»
La Costituzione, finora, è stata più forte dei tentativi di
cambiarla. Come mai?
«Al fondo c'è un legame sentimentale degli italiani con la Carta. Ci
sono pilastri della Repubblica più radicati di quanto si pensi».
Anche l'Europa è un pilastro o è solo un vincolo?
«L'Europa nasce su una grande spinta valoriale, "mai più guerra tra
noi", sui milioni di morti, sulla Shoah, poi certo, oltre ai valori,
c'è la convenienza. Ci ha colto Jean Monnet a partire da questo
secondo aspetto col mercato comune».
Non pensa che, per come è stato declinato il vincolo esterno post
1989, sia stato il primato della compatibilità economica sul bisogno
sociale? Di lì la rivolta.
«Questo è accaduto negli anni Duemila, quando la globalizzazione ha
portato tante imprese fuori e tanta migrazione dentro. Di lì il
"difendiamoci" da soli. Poi con la pandemia abbiamo constatato che
insieme ci difendevamo meglio, e anche sull'immigrazione non è
pensabile la logica dei confini nazionali. E, in fondo, anche
Giorgia Meloni ha rinunciato ad emulare Orban come racconta la
vicenda ucraina».
Torniamo a quando il mondo era ancora intero. Altro pilastro:
l'inclusione.
«Tema già presente in Fanfani e Moro, che percepiscono la necessità
di allargare le basi sociali del centrismo. Investe prima il partito
socialista che, pur dopo la rottura del patto di unità d'azione coi
comunisti, desta non poche preoccupazioni di scivolamento a sinistra
nel mondo economico. Poi anche il Pci, sempre più partecipe nella
vita parlamentare fino ad essere accusato con Berlinguer, da
sinistra, di "tradimento della rivoluzione"».
Ecco, arriviamo agli anni Settanta, cioè alla vittoria sul
terrorismo.
«Gli anni Settanta sono: la strategia della tensione, che parte da
prima col piano Solo, piazza Fontana, il tentato golpe Borghese, e
poi gli anni di piombo. Ma sono anche tra i più produttivi come
riforme sociali e civili: Statuto dei lavoratori, divorzio, nuovo
diritto di famiglia, ordinamento penitenziario, aborto, servizio
sanitario nazionale, abolizione dei manicomi. Tutti frutti del
lavoro parlamentare».
Come ha scritto lo storico Miguel Gotor, le bombe in questo paese
sono sempre "bombe intelligenti": esplodono per impedire i
cambiamenti.
«La democrazia però è stata più forte. Non solo perché, come disse
Sandro Pertini, ha sconfitto il terrorismo senza leggi speciali, ma
anche perché quello post Sessantotto fu, come abbiamo appena
constatato, un decennio di grande modernizzazione».
A proposito di modernizzazione, facciamo un elogio del conflitto
sociale, che nulla ha a che fare con la cultura dell'odio?
«Non c'è dubbio, ed è stato possibile, perché c'era un presupposto:
partiti politici capaci di essere canali veri di partecipazione
politica e capaci di far convergere punti di vista in visioni più
generali, che sono fattore di coesione costruita, non presupposta».
Fissiamo, anche qui, il punto di rottura: è in quella "sconcia
stiva" in cui fu ritrovato Moro? Da lì la Repubblica è incapaci di
riformarsi.
«L'assassinio di Moro cambia la storia. Viene meno quel processo al
quale Moro pensava: la terza fase, fondata sulla collaborazione col
Pci, che avrebbe preparato la democrazia dell'alternanza, non
consociativa. Ci si arriva, all'alternanza, non per motivi endogeni
ma esogeni dopo il crollo del muro e la crisi del'92».
Questa democrazia, che ha retto per decenni contro ostacoli esterni,
può reggere davanti alla sua malattia?
«È il tema. E ha ragione Mattarella quando parla dei giovani come
leva per cambiare. La politica radicalizzata è presentista: arretra
di fronte al futuro in nome di una protesta presente. Per i giovani
il futuro di un mondo cui noi non poniamo rimedi è parte del loro
presente. Se si impegnano, attraverso la partecipazione dialogata e
non digitale e privata, questo può aiutare la politica a guarire». —
PRENDI I SOLDI E SCAPPA: Esentati minorenni e over 75, ma con
la carta d'identità elettronica si può evitare il pagamento
Poste, addio allo Spid gratuito Dal secondo anno servizio a sei euro
Sandra Riccio
Milano
Addio allo Spid gratuito di Poste Italiane. L'identità digitale, che
per milioni di cittadini rappresenta la chiave di accesso ai servizi
online della Pubblica amministrazione, adesso sarà a pagamento anche
con Poste. Negli ultimi anni molti provider privati avevano deciso
di chiedere un pagamento, seppur ridotto. Per lungo tempo Poste,
primo gestore dell'identità digitale in Italia, aveva resistito a
questo passaggio. Ora si è allineata alla maggioranza, annunciando
di aver introdotto un canone annuo di 6 euro a partire dal 1°
gennaio di quest'anno. La svolta non è da poco perché riguarda circa
30 milioni di identità digitali, pari a oltre il 70% della
popolazione maggiorenne. Il rischio è che l'accesso ai servizi
pubblici digitali diventi meno immediato per una parte della
popolazione.
Che cosa c'è di nuovo? Il pagamento non scatta in modo immediato per
tutti. Il canone viene, infatti, richiesto alla prima scadenza utile
dello Spid. Significa che il rinnovo del servizio e il pagamento del
canone avverrà al termine dell'annualità in corso, senza
interruzioni del servizio. Chi, invece, ha attivato l'identità
digitale da meno di un anno non deve sostenere alcun costo
nell'immediato. Poste ha comunicato la novità via email agli utenti
e attraverso i propri canali ufficiali, indicando che la verifica
della scadenza può essere effettuata direttamente dall'app PosteID.
Il rinnovo è possibile a partire da trenta giorni prima della data
limite, online dall'area personale, tramite una pagina dedicata con
codice fiscale ed email, oppure agli sportelli degli uffici postali.
Lo Spid (Sistema pubblico di identità digitale) è lo strumento che
consente a cittadini e imprese di accedere in modo sicuro con
un'unica coppia di credenziali a centinaia di servizi digitali: dal
sito dell'Inps all'Agenzia delle Entrate, dal Fascicolo sanitario
elettronico ai portali regionali e comunali, fino alle iscrizioni
scolastiche e ai tanti bonus statali. Introdotto nel 2016, lo Spid
entra oggi in una fase diversa: a quasi dieci anni dal lancio, la
maggior parte degli identity provider ha abbandonato la gratuità,
segnando il passaggio a un modello sempre più a pagamento. Va però
ricordato che ci sono vie che permettono di evitare il canone.
Innanzitutto va detto che dalla novità annunciata da Poste Italiane
restano esenti alcune categorie. Non dovranno pagare minorenni,
cittadini con più di 75 anni, residenti all'estero e utenti che
utilizzano lo Spid per finalità professionali. Per tutti gli altri,
in caso di mancato rinnovo, l'identità digitale non viene cancellata
ma sospesa. Rimane inattiva per due anni e può essere riattivata in
qualsiasi momento pagando il canone dovuto.
Ci sono anche altre strade, percorribili da tutti. Per evitare il
canone per lo Spid è possibile scegliere di utilizzare la CIE, vale
a dire la Carta d'Identità elettronica. Si tratta dell'alternativa
pubblica allo Spid e non prevede costi aggiuntivi. Consente
l'accesso agli stessi servizi della Pa. È inoltre possibile evitare
il canone passando gratuitamente a un altro provider che offre
ancora lo Spid senza costi. Il cambio non comporta la perdita
dell'identità digitale. Serve però rifare il riconoscimento (online
o di persona). Le credenziali Spid restano valide per gli stessi
servizi. Non è detto però che questi provider restino gratuiti a
lungo.
Alla base delle scelte di chiedere un canone ci sono infatti ragioni
economiche. Negli ultimi anni sono aumentati i costi di gestione
dell'infrastruttura tecnologica, mentre i contributi pubblici ai
gestori sono rimasti congelati dal 2023 fino alla primavera del
2025, quando il governo ha annunciato un decreto da 40 milioni di
euro a favore dei provider. —
03.01.26
Carcere
Palestina
Francesca Mannocchi
Al Mazra'a Al Sharqiya
Ad Al Mazra'a Al Sharqiya, a Nord-Est di Ramallah, la notte
dell'arresto non comincia con il rumore della porta che cede.
Comincia prima, quando la casa dorme e intorno, dice Jihad Eihaz, ci
sono già uomini in uniforme: hanno chiuso le vie d'uscita, hanno
preso posizione, sono saliti sul tetto e sono rimasti lì a lungo,
invisibili sopra le stanze dove la famiglia credeva di essere al
sicuro. Quando decidono di entrare, sbagliano casa: sfondano la
porta dello zio, lo picchiano, lo trascinano fuori dal letto e lo
costringono a guidarli fino all'abitazione che cercano. Solo dopo
arrivano alla sua: la porta viene forzata, l'irruzione si compie, e
la notte – da quel momento – diventa un'altra cosa. Da quel momento
la storia di Jihad si dispone lungo una sequenza che in Cisgiordania
è nota, ripetuta, quasi codificata: l'arresto notturno, le manette
strette dietro la schiena, la benda sugli occhi, il trasferimento
verso una base o un centro di interrogatorio, la perdita di
orientamento e di tempo. Jihad racconta che le manette gli hanno
segnato le mani fino a farle sanguinare e che ancora oggi porta le
cicatrici.
È quella che i detenuti palestinesi chiamano "bosta": il veicolo
carcerario, il veicolo dei trasferimenti. Un autobus
dell'amministrazione penitenziaria usato per spostare prigionieri da
una prigione all'altra, verso le udienze dei tribunali militari o
verso l'ospedale. Non un semplice trasporto ma un segmento della
pena: il mezzo è compartimentato, con sezioni separate da grate e,
in fondo, piccole celle; si viaggia con mani e piedi ammanettati per
ore, talvolta per un'intera giornata o più, tra soste e attese.
Dentro ci sono sedili di ferro, poca ventilazione, caldo e freddo
usati come ulteriore pressione; lo spazio è saturo di fumo, odori,
rumore. Chi è ferito o malato paga di più: l'immobilità amplifica il
dolore, l'accesso a bagno, acqua e farmaci è limitato, e l'intero
tragitto diventa una prova di resistenza. Per questo, dicono i
prigionieri, la "bosta" non è un autobus: è una "tomba mobile". La
sua andava verso il carcere di Megiddo. Jihad racconta che nella
base militare è stato buttato a terra, immobilizzato, schiacciato
sul petto con i piedi. Dice di essere stato picchiato fino a
ritrovarsi con un occhio gonfio, di aver temuto il soffocamento, di
essersi rotto due costole. Racconta soprattutto l'assenza di cure:
mesi di dolore e insonnia senza un farmaco, senza una visita, senza
diagnosi. L'accusa che gli viene contestata è quella ricorrente per
i minorenni palestinesi: lancio di pietre. Jihad riferisce che
durante l'interrogatorio gli fu prospettata una via d'uscita
semplice e brutale: ammettere per essere lasciato andare. Dice di
aver ceduto. È un passaggio decisivo, perché mostra una torsione
tipica di questo sistema: la confessione non come esito di un
accertamento ma come strumento di gestione, scorciatoia, fine del
tormento. In molte storie di ragazzi arrestati, ciò che resta non è
la verità giudiziaria ma la dinamica di pressione: paura,
isolamento, promessa di liberazione, firma. Se la storia finisse
qui, sarebbe la storia di un ragazzo. In Cisgiordania, invece, il
punto è che molte storie iniziano nello stesso modo. E che, da anni,
i report delle organizzazioni che monitorano la detenzione dei
minori palestinesi descrivono uno schema ripetitivo: arresti
notturni come prassi, uso diffuso di manette e bende, violenza
fisica e verbale, interrogatori senza la presenza di un genitore,
accesso legale tardivo, confessioni rese sotto pressione e spesso
firmate in ebraico, detenzione preventiva e patteggiamenti come via
d'uscita più che come scelta.
I numeri non sono neutri, ma aiutano a capire la scala. Defence for
Children Palestine stima che ogni anno fra 500 e 700 minori
palestinesi vengano arrestati, detenuti e processati nel sistema dei
tribunali militari israeliani, e indica nel lancio di pietre
l'imputazione più comune. A inizio aprile 2025, un report congiunto
di Palestinian Prisoners' Society, Commission of Detainees' Affairs
e Addameer parla di circa 350 bambini detenuti in carceri e campi
militari israeliani, con oltre cento trattenuti senza accusa né
processo attraverso lo strumento della detenzione amministrativa; lo
stesso report registra almeno 1.200 casi di arresto di minori in
Cisgiordania e Gerusalemme Est dall'ottobre 2023. Un aggiornamento
B'Tselem, alla fine di settembre 2025, riporta ancora 350 minori
palestinesi in custodia dell'Israel Prison Service. In carcere,
Jihad dice che il racconto cambia natura: non è più l'episodio
dell'arresto, è la vita dentro, giorno dopo giorno, e la somma delle
cose che consumano. Parla di sovraffollamento senza enfasi, come di
un dato: dieci ragazzi in una stanza, decine e decine nella stessa
sezione. Parla di malattie che passano da un letto all'altro e di
cure che non arrivano. La scabbia ritorna come un segno concreto –
prurito, ferite, infezioni – e come la misura di un abbandono: la
malattia non viene trattata, si lascia correre. E poi c'è la routine
che tiene tutto in piedi: sveglie alle quattro, urla, appelli,
punizioni. Non serve altro, dice: così si governa un corpo, prima
ancora di discutere una colpa. Nella sua sezione, racconta, è morto
un ragazzo, detenuto con lui, Waleed Al Basha, 17 anni. Secondo un
rapporto medico il suo corpo mostrava segni di grave malnutrizione e
anche scabbia; e attorno a quella morte si è aperta una disputa
feroce fra versioni ufficiali e denunce di avvocati e organizzazioni
per i diritti umani. Megiddo ritorna, come un punto fisso: nei
racconti, nei documenti, nella geografia dell'occupazione.
Ma per Jihad la scena non finisce con la morte: continua nel modo in
cui quel corpo viene trattato e nel modo in cui quella morte viene
usata. Dice che hanno trascinato via il suo corpo. Non era solo
incuria, era un messaggio. È il potere che si mostra per intero: non
limitarsi a punire, ma umiliare.
Negli ultimi mesi, diverse denunce sulle condizioni detentive –
malnutrizione, scabbia, accesso ridotto alle cure, restrizioni sulle
visite – hanno circolato con maggiore intensità, dentro e fuori
Israele. Alcuni casi di morte in custodia hanno acceso un breve
riflettore. Il carcere di Megiddo è comparso più volte nelle
cronache e nelle segnalazioni legali. Ma l'attenzione, quasi sempre,
è intermittente: arriva a ondate, si ritira, lascia il sistema
intatto. La storia di Mohammed Ibrahim – palestinese con
cittadinanza statunitense, arrestato a 15 anni nello stesso contesto
– è emblematica per un motivo politico prima ancora che umano. Non
perché il suo dolore sia diverso, ma perché la sua visibilità lo è.
Un passaporto occidentale cambia il destino mediatico di un minore
palestinese: apre canali diplomatici, attiva pressioni, produce
interrogazioni, consente ai familiari di parlare con giornali e
avvocati che vengono ascoltati. Il fatto che serva un passaporto
americano per trasformare una storia in caso pubblico è uno dei
dettagli più crudeli di questa materia: non perché il ragazzo conti
più degli altri, ma perché dimostra quanto gli altri siano
invisibili. Jihad racconta che, nei mesi di carcere, ciò che gli
pesava più di tutto era l'assenza di notizie: la madre, il padre, i
fratelli. Dice che per settimane pianse quasi ogni giorno, come se
l'esperienza fosse troppo grande per essere compresa. Dice che per
resistere i ragazzi parlavano di ciò che facevano fuori, dei lavori,
degli hobby, delle gite, di una normalità da tenere in vita con le
parole. A un certo punto, racconta, Gaza entrò anche lì dentro:
immagini di distruzione appese alle pareti dai soldati israeliani,
messaggi di intimidazione, numeri dei morti annunciati come forma di
derisione. È un'estensione della guerra nello spazio della
detenzione, un modo per dire che non c'è luogo neutro, che il
conflitto non finisce con le sbarre, che la minaccia è parte della
disciplina. Da quando è stato rilasciato dopo nove mesi, lo scorso
novembre, Jihad descrive un cambiamento netto, racconta con una
lucidità che non ha bisogno di ornamenti, la fragilità del futuro:
lo immagina come una probabilità, non come una linea retta. Per
questo dice di volere andare via, cercare un domani fuori dalla
Palestina, perché vivere sotto occupazione significa non avere
sicurezza e non poter prevedere nulla. Il racconto di Jihad non
pretende di dimostrare da solo un sistema. Ma lo illumina
dall'interno: la catena tra arresto e umiliazione, tra malattia e
indifferenza, tra giurisdizione militare e infanzia. E mostra, con
precisione, che la violenza non ha sempre bisogno dell'eccesso:
spesso le basta la continuità. —
02.01.26
DRAGHI L'UOMO DEI FORTI
L'economia globale ha perso il nord. Il 2025 si chiude come l'anno
della policrisi perfetta, un incrocio di tensioni dove i vecchi
manuali di macroeconomia sono finiti al macero sotto la spinta di
dazi doganali, intelligenze artificiali sovrane e il ritorno dei
tassi d'interesse nel Sol Levante.
In questo scenario di bussole impazzite, la finanza e la politica
hanno smesso di viaggiare su binari paralleli per fondersi in una
miscela esplosiva di pragmatismo e ideologia. Sei volti hanno
dominato i dodici mesi appena trascorsi, figure capaci di muovere
trilioni di dollari con una dichiarazione o di ridisegnare i flussi
commerciali con un tratto di penna, ergendosi a protagonisti
assoluti di un mondo che non riconosce più i suoi vecchi confini.
È il demiurgo dei cinquemila miliardi. Jensen Huang non è più
soltanto il ceo di Nvidia. Nel corso del 2025 è diventato
l'architetto della nuova infrastruttura industriale globale. Sotto
la sua guida, la società di Santa Clara ha infranto ogni record di
Wall Street, toccando in ottobre una capitalizzazione di mercato di
5.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al Pil di quasi ogni
nazione del pianeta, eccezion fatta per Stati Uniti e Cina.
[…] Tuttavia, il 2025 ha mostrato anche le prime crepe nel muro
della fiducia: il lancio del software cinese DeepSeek in gennaio ha
innescato una volatilità brutale, sollevando lo spettro di una bolla
dell'intelligenza artificiale pronta a scoppiare. Fantasma che è
diventato ancora più evidente con la circolarità delle spese in
conto capitale fra le Big Tech. Nonostante i ricavi trimestrali
abbiano sfiorato i 60 miliardi di dollari, il dibattito sulla
sostenibilità di questi investimenti ha diviso gli analisti.
Per Huang, la crescita è un ciclo virtuoso destinato a durare
decenni; per il resto del mercato, Nvidia rimane l'ago della
bilancia tra un progresso senza precedenti e un crollo finanziario
sistemico senza precedenti.
È l'ideologo del Grande Strappo. Il ritorno di Donald Trump alla
Casa Bianca ha riportato Peter Navarro al centro della stanza dei
bottoni, conferendogli il ruolo di Senior Counselor per il Commercio
e la Manifattura. […]
Navarro ha orchestrato la rivoluzione dei dazi: dopo l'imposizione
di una tariffa globale del 10% in aprile, con il "Liberation Day",
il governo ha inasprito la pressione portando al 50% i prelievi sui
prodotti cinesi e al 15% quelli sui beni provenienti dall'Unione
Europea a partire da agosto. La sua tesi sostiene che i dazi siano
lo strumento unico per ricostruire la base industriale americana e
azzerare il deficit commerciale.
L'effetto è stato un terremoto: il costo della vita negli Stati
Uniti ha risentito della pressione sui prezzi, mentre le catene di
approvvigionamento globali sono state smantellate e ricostruite
seguendo logiche di vicinanza politica piuttosto che di efficienza
dei costi. […]
[…] Elon Musk ha vissuto un 2025 di scontri frontali e vittorie
legali che hanno ridefinito il concetto di governance aziendale. Il
braccio di ferro con gli azionisti di Tesla si è concluso in
novembre con l'approvazione di un nuovo, colossale piano di
remunerazione: un pacchetto di incentivi decennale potenzialmente
del valore di mille miliardi di dollari.
[…] La sua decisione di spostare la sede legale di Tesla in Texas e
il suo ruolo crescente nel coordinamento dell'efficienza governativa
hanno segnato l'addio a un sistema di regole percepito come ostile.
[…]
Il saggio inascoltato dell'autonomia europea. Mentre le potenze
globali erigono muri, Mario Draghi è rimasto l'ultimo difensore di
un'integrazione europea profonda e competitiva. Pur senza ricoprire
cariche formali, l'ex presidente della Bce è stato la bussola
tecnica per Ursula von der Leyen e Christine Lagarde nel corso del
2025.
Il suo rapporto sulla competitività è diventato il testo sacro dei
policymaker a Bruxelles, invocando investimenti annuali da 800
miliardi di euro per colmare il divario con Stati Uniti e Cina.
Draghi ha avvertito che, senza una reale unione dei mercati dei
capitali e una difesa comune, l'Europa rischia una lenta agonia
economica. Tuttavia, i suoi messaggi si sono scontrati con le
resistenze dei singoli governi nazionali, gelosi della propria
sovranità fiscale proprio mentre il mondo chiedeva risposte
unitarie. […]
La fine dell'illusione giapponese. A Tokyo, il governatore della
Bank of Japan Kazuo Ueda ha compiuto l'impresa più difficile:
chiudere un'era trentennale di denaro a costo zero senza provocare
un collasso immediato del sistema finanziario. In dicembre, Ueda ha
portato i tassi di interesse allo 0,75%, il livello più alto dal
1995, segnalando che il Giappone è uscito dal tunnel della
deflazione.
La sua politica monetaria ha rappresentato il cambiamento più
profondo dell'anno per i mercati valutari. Il rialzo dei tassi ha
messo sotto pressione il carry trade sullo yen, la pratica degli
investitori globali di prendere in prestito valuta giapponese a
basso costo per investire in attività ad alto rendimento altrove.
Ueda ha dovuto navigare in acque agitatissime, con lo yen che ha
oscillato attorno a quota 156 contro il dollaro, cercando di
bilanciare la normalizzazione con il rischio di prosciugare la
liquidità internazionale. […]
La voce della resistenza bancaria. Ana Botín, presidente esecutiva
di Santander, si è affermata nel 2025 come la figura più influente
del settore bancario europeo, ergendosi a baluardo del vecchio
continente contro le turbolenze transatlantiche.
Al World Economic Forum di Davos, in gennaio, Botín ha lanciato un
monito netto, definendo il ritorno di Trump e le sue politiche
protezionistiche come un «pericolo diretto» per la stabilità
economica dell'Europa. […]
Sotto la sua guida, Santander ha accelerato l'espansione digitale
con il lancio globale di Openbank, cercando di bilanciare la
redditività record — sostenuta da tassi d'interesse ancora elevati —
con la necessità di finanziare la transizione energetica europea.
Botín ha saputo navigare tra le minacce di nuove tasse sugli
extraprofitti in Spagna e la volatilità dei mercati emergenti,
confermandosi come l'unica leader capace di parlare con la stessa
autorevolezza ai regolatori di Bruxelles e agli investitori di Wall
Street. […]
Il 2025 lascia in eredità un sistema economico dove la stabilità non
è più un valore acquisito, ma un obiettivo da inseguire tra le
macerie del vecchio ordine. Questi cinque volti non hanno soltanto
gestito capitali o istituzioni; hanno incarnato la metamorfosi di un
capitalismo che ha rinunciato alla sua pretesa di neutralità per
farsi strumento di potenza.
Il confine tra libero scambio e sicurezza nazionale è svanito, così
come quello tra innovazione tecnologica e controllo sociale. In
questo vuoto di certezze, le figure emerse quest'anno rappresentano
gli unici punti di riferimento in un panorama che attende ancora di
scoprire le sue nuove regole fondamentali.
01.01.26
IL CAPPIO AL COLLO:
Estratto dell’articolo di Federico Fubini per il “Corriere della
Sera”
LA RESA DI URSULA VON DER LEYEN A DONALD TRUMP SUI DAZI - MEME BY 50
SFUMATURE DI CATTIVERIA
Il 2025 è stato l’anno dei dazi americani, ma il 2026 inizia sotto
il segno di quelli europei. Saranno diversi, più limitati, pensati
per proteggere un bene collettivo del pianeta quale il clima e non
per punire esplicitamente altri Paesi.
Ma arriveranno, da dopodomani: il Cbam, sigla inglese per il
«Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere», da gennaio
colpisce l’import di prodotti extra-europei generati attraverso
l’emissione di gas a effetto serra.
Per ora riguarda solo materiali in cemento, ferro, acciaio,
alluminio e i fertilizzanti, più elettricità e idrogeno da Paesi
terzi (i più interessati saranno Cina, Turchia e India). Il
prelievo, variabile secondo il contenuto inquinante, pesa su circa
100 miliardi di euro di beni comprati fuori dall’Unione europea.
[…] almeno per un aspetto il nuovo dazio deciso a Bruxelles
assomiglia a quelli di Donald Trump, perché aumenta i costi per
centinaia di migliaia di imprese.
Rincareranno le viti, i bulloni e i pezzi in acciaio importati
dall’estero di macchinari fatti in Veneto o in Baviera. Alcune di
queste imprese potrebbero decidere di spostare parte delle
produzioni in Cina, Turchia o India per risparmiare sulle componenti
e da lì affrontare i mercati mondiali.
[…] In questo davvero i dazi rischiano di generare un’eterogenesi
dei fini, come il presidente degli Stati Uniti ha iniziato a
sperimentare negli ultimi mesi. L’aumento dei prelievi doganali
avviato con il «Liberation Day» del 2 aprile scorso (da allora il
dazio medio effettivo è salito da circa il 2% al circa il 12% medio)
riguarda per meno di metà beni di consumo come il vino italiano; ma
per il resto i prelievi di Trump colpiscono e rendono più cari
materiali che entrano nelle filiere industriali americane.
Il questo il fallimento del disegno di rilancio della manifattura
negli Stati Uniti inizia già a profilarsi. E il 2026 si annuncia
come l’anno in cui esso diventerà evidente. Osserva Penny Naas, ex
funzionario del dipartimento del Commercio di Washigton oggi al
German Marshall Fund: “Per ogni 10 mila posti che creiamo nelle
acciaierie grazie alle tariffe salite al 50%, ne perdiamo fra 175 e
200 mila nelle attività della manifattura basate sull’acciaio
stesso”.
Gli effetti stanno già venendo alla luce. Non solo l’occupazione
industriale negli Stati Uniti ha perso circa 67 mila addetti (su
oltre dodici milioni) da quando Trump è tornato alla Casa Bianca;
soprattutto, gli investimenti manifatturieri hanno invertito la
tendenza all’aumento continuo registrata nel quadriennio di Joe
Biden e dopo i primi nove mesi del 2025 sono in calo di quasi il 12%
rispetto a un anno fa. Gli imprenditori, per ora, non sembrano
invogliati dai dazi a riportare le produzioni in America.
Intanto, forse già a gennaio la Corte suprema potrebbe dichiarare
incostituzionale l’uso dei poteri di emergenza con cui il presidente
ha imposto i dazi aggirando il Congresso.
In sostanza, quasi niente sta andando come aveva previsto il
presidente né come alcuni dei suoi critici avevano temuto. In
dollari, lo S&P500 di New York è il grande indice di borsa ad aver
guadagnato di meno fra i tredici principali del mondo. L’inflazione
americana non è esplosa a causa dei dazi — come si temeva — ma dal «Liberation
Day» in poi ha ripreso a salire abbastanza da indurre Trump a
ritirare alcune tariffe agricole (in particolare sull’America
Latina).
Il tycoon teme che i rincari doganali dei beni alimentari aggravino
le tensioni per il costo della vita e spingano verso i democratici
alcuni dei suoi elettori a reddito più basso. Nel 2026, con
l’avvicinarsi delle elezioni di mid-term, arriveranno probabilmente
altre retromarce sui dazi legati ai beni decisivi per l’economia
domestica di milioni di americani.
[…] Anche la reazione del resto del mondo si sta rivelando molto
diversa da quella che i critici di Trump, in particolare, temevano.
La risposta non è stata una replica della crisi internazionale di 90
anni fa. La stretta protezionista dello Smoot-Hawley Act del 1930
portò a ritorsioni doganali di decine di Paesi contro gli Stati
Uniti e a un collasso del commercio mondiale.
Stavolta invece alla stretta di Trump gli altri Paesi reagiscono in
modo diverso: niente ritorsioni, ma accordi commerciali vicini o già
in vigore fra Unione europea e Mercosur, fra Ue e Messico, fra Gran
Bretagna e India e avvicinamento del Canada a Cina e Indonesia. Gli
altri Paesi isolano l’America e permettono al commercio mondiale di
continuare a crescere mentre Trump si sfila.
Non tutto però va nel migliore dei modi. Con i dazi la Cina vede il
suo export verso gli Stati Uniti crollare del 19% e scarica i suoi
eccessi di produzione sull’Europa. Bruxelles sta già reagendo contro
Pechino con tariffe protettive su batterie, auto elettriche,
componenti in acciaio, pneumatici e vari altri prodotti. Proprio
negli ultimi giorni è arrivata la ritorsione cinese, contro i nostri
formaggi. Il 2026 potrebbe essere l’anno della tensione commerciale,
crescente, fra Pechino e Bruxelles.
Il calvario palestinese
di
Rayan
Francesca Mannocchi
Qabatiya (Cisgiordania)
Ha la faccia stanca di chi non dorme da giorni. Le palpebre gonfie,
la bocca contratta, come a tenere insieme i pezzi, ogni tanto
abbassa lo sguardo e lo rialza, a scatti. Si chiama Ibtihal, è la
madre di Rayan AbdelQader Abu Mualla. Il 20 dicembre suo figlio è
uscito di casa a Qabatiya per comprare qualcosa da mangiare mentre
studiava. Non è tornato più.
Fuori, Qabatiya è un nome che negli ultimi mesi si pronuncia spesso
insieme ad altri nomi della Cisgiordania: Jenin, Tulkarem, Nablus.
Dentro, invece, Qabatiya è questa stanza: una parete ruvida, una
porta chiusa, uno zaino di scuola che non serve più a nessuno.
La storia di Rayan comincia come cominciano le storie che dovrebbero
finire bene: con un ragazzo che studia. Sedici anni, un libro
aperto, una bevanda accanto al quaderno sulla scrivania. Il 20
dicembre esce per comprare qualcosa da mangiare, degli snack, dice
sua madre. Non prende nemmeno il telefono. Lo lascia a casa, come
fanno i ragazzi quando pensano di scendere un momento e tornare
subito. È un dettaglio minuscolo, eppure in questa casa diventa una
prova: è uscito senza telefono perché non stava andando incontro a
niente, perché non immaginava che la strada potesse trasformarsi in
una trappola.
Nella sua testimonianza, la madre lo ripete mille volte: non voleva
fare nulla. Camminava. Con le mani in tasca. Camminava e basta. È
questo che in Cisgiordania oggi suona come un atto di fede:
camminare senza pensare che qualcuno, da un angolo, possa decidere
che sei una minaccia.
«Non sapeva che ci fossero i soldati israeliani a Qabatiya», dice.
«Non lo sapevamo neanche noi».
Secondo la documentazione raccolta da Defense for Children
International – Palestine, la sera del 20 dicembre i mezzi militari
israeliani avevano attraversato la strada principale della città, e
in un vicolo laterale un gruppo di ragazzi è rimasto bloccato. Non
c'erano stati scontri, nessun lancio di pietre, c'era solo la paura
di uscire allo scoperto e la strada di casa tagliata da quei mezzi.
Quando li hanno visti, i soldati hanno spento il motore del blindato
per non farsi sentire, si sono posizionati accanto a un muro, e
hanno aspettato. Il video delle telecamere di sorveglianza,
verificato da Reuters, mostra un angolo di strada buio, due soldati
che aspettano, un terzo che si muove a copertura. Poi un ragazzo
appare dal lato della via e, appena arriva all'angolo, viene colpito
e cade all'indietro. L'esercito israeliano sostiene che una figura
«sospetta» si stesse avvicinando, forse con un sasso in mano,
annuncia una revisione dell'incidente.
Il video è molto lungo, mostra il corpo di Rayan a terra per più di
venti minuti, sanguina. Intorno ci sono i soldati ma le ambulanze,
in Cisgiordania, sono bloccate come le auto civili.
Dopo più di venti minuti il corpo viene caricato su un veicolo
militare, che scivola via dall'inquadratura e da Qabatya.
Un'ora dopo Rayan viene dichiarato morto.
Ibtihal guarda il pavimento mentre parla: «Potevano sparargli a una
gamba… mio figlio non ha lanciato niente, non ha fatto niente,
voleva solo tornare a casa». E poi la frase che nelle case di
Cisgiordania è diventata una domanda politica prima ancora che un
lamento: «Ora voglio seppellire mio figlio con dignità». Perché non
basta morire: bisogna anche poter essere sepolti. Il corpo di Rayan,
portato via dai soldati non è ancora stato restituito alla sua
famiglia.
Questa storia – un sedicenne, un video, una versione ufficiale che
parla di minaccia e un'altra che parla di un ragazzo che cammina –
non è un'eccezione: è un frammento, uno dei tanti, di un'escalation
che in Cisgiordania ha cambiato intensità, strumenti e lessico.
Il 2023 è stato l'anno più tragico, ma la curva non si è fermata.
Un'infografica Ocha aggiornata ad aprile 2025 indica 616 palestinesi
uccisi in Cisgiordania tra il 1° gennaio 2024 e il 30 aprile 2025,
«inclusi 115 bambini». L'Unicef, nell'estate 2024, ha provato a
tradurre l'astrazione della crescita in una frase comprensibile: «in
media, un bambino palestinese è stato ucciso… ogni due giorni» in
Cisgiordania dall'ottobre 2023. E aggiunge che 143 bambini
palestinesi sono stati uccisi nello stesso arco temporale, con
un'impennata definita «quasi del 250%» rispetto ai nove mesi
precedenti.
Israele dice che l'intensificazione delle incursioni serve a questo:
colpire i militanti, prevenire gli attacchi. A Qabatiya la versione
dell'esercito è netta: Rayan sarebbe stato «un terrorista», avrebbe
lanciato un blocco, i soldati avrebbero risposto sparando. Reuters,
nello stesso racconto, ricorda anche l'altra metà del quadro: gli
attacchi contro israeliani ci sono, e scandiscono davvero questi
mesi.
Ma nelle case come quella di Ibtihal la parola "sicurezza" non
chiude la storia, la apre. Perché se tutto si regge su quella
giustificazione, allora la domanda diventa inevitabile: chi
stabilisce, in quell'istante, che un sedicenne è una minaccia? E chi
se lo ripete, dopo, quando un video mostra — o sembra mostrare — un
ragazzo che non stava facendo nulla, se non tornare a casa?
C'è un punto, in questa storia, in cui la tragedia individuale si
incastra con la struttura politica: la responsabilità. Perché
l'annuncio di una revisione interna non è un processo. E,
soprattutto, non è garanzia.
C'è un numero che spiega più di molte dichiarazioni. Lo mette nero
su bianco Yesh Din, un'organizzazione israeliana che da anni segue
cosa succede quando un palestinese denuncia un soldato. Tra il 2018
e il 2022, su 862 denunce, solo in circa un terzo dei casi è stata
aperta un'indagine penale. E quelle che sono arrivate davvero
davanti a un giudice sono pochissime: tredici. E non è solo una
storia di uniformi. C'è la violenza dei coloni, che cresce e spesso
si muove dentro una cornice di protezione armata e presenza
militare. Sempre Yesh Din scrive che il 93,7% delle indagini per
violenze di civili israeliani contro palestinesi si chiude senza
incriminazione; dal 2005, le incriminazioni rappresentano il 6,6%
dei casi monitorati. È così che l'eccezione diventa regola: non
serve dichiarare l'annessione quando puoi farla accadere ogni
giorno, ulivo dopo ulivo, strada dopo strada, casa dopo casa.
Tra il 7 ottobre 2023 e il 27 novembre 2025 1.030 palestinesi sono
stati uccisi da forze militari e coloni israeliani in Cisgiordania,
Gerusalemme Est inclusa: 223 erano minori. Come Rayan.
Ieri Ibtihal ha aperto il frigorifero per preparare da mangiare ai
tre figli più piccoli e ha pensato al corpo di Rayan in un freezer
da qualche parte, nell'obitorio di un ospedale. Un corpo trattenuto,
sottratto a una madre che vorrebbe solo avere una tomba dove
piangere un sedicenne che non può diventare uomo.
In Cisgiordania la sepoltura è spesso l'ultima battaglia: quella di
una madre che deve lottare per un funerale che non è solo un rito,
ma è identità, è comunità, è la possibilità di dire davanti a tutti:
questo non era un bersaglio, era un figlio.
Per questo la storia di Rayan non resta confinata alla cronaca, ma è
un paradigma: un sedicenne che esce a comprare qualcosa da mangiare,
un'imboscata, un video che incrina la versione ufficiale, un corpo
portato via, una famiglia a cui viene tolto perfino il diritto di
piangere davanti a una tomba. E allora la domanda non è più soltanto
«che cosa è successo?». È: che cosa succede dopo. Se un ragazzo può
essere ucciso e la risposta resta una «revisione», se le
incriminazioni sono rare e le condanne ancora più rare, che valore
ha, qui, la vita di un ragazzo palestinese?
Nella casa di Qabatiya la risposta non ha bisogno di slogan. È quasi
una frase detta come si chiedono le cose semplici: voglio seppellire
mio figlio con dignità. Dentro quel desiderio minimo c'è la misura
della frattura: tra una madre e uno Stato, tra il dolore e la
politica, tra la morte e una responsabilità che non arriva mai. —
Iran, gli studenti si uniscono alle proteste
Si infiamma la protesta in Iran. Gli studenti di diverse università,
da Teheran a Isfahan, sono scesi in piazza per protestare contro il
deterioramento della situazione economica nel Paese, unendo la loro
voce a quella dei commerciati che da tre giorni contestano la
precarità della vita in una società strangolata da carovita,
inflazione galoppante e perdita verticale del potere d'acquisto
della moneta locale oramai al minimo storico sul dollaro. Le
mobilitazioni hanno coinvolto gli atenei più prestigiosi dell'Iran e
sono state confermate anche dalla agenzia Ilna, legata al movimento
operaio iraniano. Era dal 2022 che in Iran non si vedevano proteste
di tali dimensioni. —
Hannoun si avvale della facoltà di non rispondere: "Ho i video che
dimostrano che erano aiuti umanitari"
Il tesoriere, l'avvocato e i poliziotti corrotti Così la rete
italiana mandava soldi a Gaza
elisa sola
Soldi inviati alle associazioni benefiche. Raccolti durante i
sermoni. Spediti dagli sceicchi. Soldi fruttati dagli immobili.
Capannoni, alloggi, terreni. Sarebbero una cinquantina, secondo
l'Antiterrorismo, quelli posseduti in Italia dall'Associazione
benefica di solidarietà con il popolo palestinese. Un "patrimonio"
sotto osservazione della Digos e della Guardia di finanza, sparso
soprattutto nel Nord Est. Secondo la Digos, questi immobili non
sarebbero stati gestiti in maniera disorganica. Ma comprati,
affittati, rivenduti, con l'aiuto di una figura apparentemente
marginale dell'inchiesta, eppure nodale per l'amministrazione delle
risorse. Dal "tesoriere" Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh. Arrestato
con gli altri sei indagati principali della maxi operazione sui
presunti finanziamenti ad Hamas, Abu Rawwa non è considerato un
partecipe dell'associazione terroristica. Gli viene contestato il
concorso esterno.
Uomo colto e ricco di contatti, in grado di parlare più lingue, Abu
Rawwa è un dipendente dell'associazione fondata da Mohammad Hannoun,
sulla carta. Nella pratica, sarebbe un contabile dotato di intuito
capace di movimentare risorse economiche ingenti. Secondo la gip
Silvia Carpanini, Abu Rawwa ha «contribuito in modo rilevantissimo
sia alla raccolta di denaro che alla consegna in contanti ad Abspp».
In una conversazione intercettata il 20 giugno 2024, Hannoun lo
elogia: «Tu da solo in otto mesi hai raccolto quello che non si è
raccolto mai in tre o quattro anni».
Abu Rawwa ammette: «Sì, è vero, senza contare quelli del Pos e altre
cose sono arrivato quasi a un milione, a 900mila euro».
Il "tesoriere" dell'associazione, secondo la gip, è in grado di
trovare «mezzi per fare pervenire il denaro a Gaza e nei territori».
E sarebbe consapevole del fatto che l'uomo che riceve i
finanziamenti a Gaza è un ex ministro di Hamas. «Noi abbiamo il
dottor Osama Alisawi – dice Abu Rawwa al telefono – È, non so se lo
conosci, uno che si era laureato a Padova. È lui il ministro lì, è
con lui che ci coordiniamo». Quando c'è il sospetto che i referenti
dell'associazione siano indagati, Abu Rawwa detta la linea formale.
A un interlocutore che gli chiede, il 18 ottobre 2024, «voi avete lì
la raccolta dei fratelli per gli aiuti alla Muqawama (resistenza)?»,
risponde: «Non parlare di queste cose. Noi siamo per gli aiuti
umanitari». Aggiunge: «Loro ci stanno dietro. I nostri telefoni a un
milione per cento sono intercettati. Quindi noi diciamo sempre, io
dico sempre, lasciatemi stare con questo lavoro della beneficenza».
Quando i conti sono bloccati, il denaro viene raccolto e trasportato
a mano. Tra i "corrieri" che portano i soldi, oltre ad Hannoun, c'è
il figlio Mahmoud, che ieri, con altre sei persone, è stato iscritto
sul registro degli indagati dal procuratore di Genova, Nicola
Piacente, per terrorismo. Mahmoud Hannoun, due sere fa, fuori dal
carcere di Marassi, ha detto: «Manifesteremo finché mio padre e la
Palestina non saranno liberati. Non fatene una questione di destra o
sinistra, ma di umanità». Ieri, durante gli interrogatori di
garanzia, suo padre Mohammad ha ribadito: «Quei soldi servivano per
la popolazione, non ho mai avuto contatti con Hamas». L'accusa ha
una tesi diversa. Il denaro sarebbe stato consegnato ad Hamas. E una
buon percentuale sarebbe finito alla lotta armata.
Quando i soldi arrivavano in Egitto, la missione non era finita.
Bisognava pagare mazzette costose. Il 27 marzo Abu Rawwa dice: «Ci
sono dei soci diretti verso Gaza. Stanno facendo entrare 28 camion
di farina. L'esercito egiziano chiede 2.500 euro per ogni camion e
400 euro per ogni soldato di scorta. E poi, l'associazione ha dovuto
pagare una mazzetta di 86mila euro».
Con il passare del tempo diventa tutto più difficile. C'è il blocco
di Israele. C'è la procura che sospetta. Ammette un indagato:
«Abbiamo le mani legate. Il denaro lo spostiamo solo a mano». Abu
Rawwa manda un vocale allo sceicco Moaden: «Ti chiedo l'amana
(protezione) da consegnare a Milano». Non solo. Bisogna fare altre
operazioni. Tra queste, viene spiegato a una riunione, «una nuova
associazione con persone che non devono più essere registrate con la
vecchia».Tra gli indagati a piede libero, da ieri, c'è anche
l'avvocato milanese Mohamed Ryah. «Apriamo una nuova società e
individuiamo un altro rappresentante legale da sacrificare – diceva
a un altro incontro –. Eviteremo il blocco dei conti». —
E' STATO IL MIO ANGELO CUSTODE NELLA QUERELA
CHE MI HA FATTO MARCHIONNE NEL 2008 PER AVER DETTO NELL'ASSEMBLEA FIAT
CHE:
EDOARDO AGNELLI NON ERA STATO PROTETTO
DALLA SCORTA
MARCHIONNE ERA UN ILLUSIONISTA TEMERARIO
E SPAVALDO
ALCUNI SUOI COLLEGHI PROFESSORI ED AVVOCATI
CERCARONO DI DISTOGLIERLO DALLA MIA DIFESA MA LUI E' UNO DEI POCHI CHE
NON MI HA MAI TRADITO.
Mb
07.12.25
ESCLUSIONE COSTITUZIONE DI PARTE
CIVILE , COME AZIONISTA ATLANTIA, NEL PROCESSO A CARICO DI CASTELLUCCI
PER IL CROLLO DEL PONTE MORANDI
Diritti degli azionisti
La Direttiva
2007/36/EC stabilisce diritti minimi per gli azionisti delle societa'
quotate in Unione Europea. Tale Direttiva stabilisce all'Articolo 9 il
diritto degli azionisti a porre domande connesse ai punti all'ordine del
giorno dell'assemblea e a ricevere risposte dalle societa' ai quesiti
posti.
Considerando le
difficolta' che spesso si incontrano nel proporre domande e nel ricevere
risposte in tempo utile, in particolare per quanto riguarda gli
azionisti individuali impossibilitati a partecipare alla assemblea, e
considerando che talvolta vi e' poca chiarezza sulle modalita' da
seguire per porre domande alle societa',
Ritiene la
Commissione:
che il diritto
degli azionisti a formulare domande e ricevere risposte sia
adeguatamente garantito all'interno dell'Unione Europea?
che la
possibilita' di porre domande e ottenere risposte solo nel caso
l'azionista sia fisicamente presente nell'assemblea sia compatibile con
la Direttiva 2007/36/EC?
In che modo la Commissione ritiene che le societa' quotate debbano
definire e comunicare le modalita' per porre domande da parte degli
azionisti, in modo da assicurare che tale diritto sia rispettato
appieno? Sergio Cofferati
IL MIO LIBRO "L'USO
DELLA TABELLA MB nei CASI DI PIANI INDUSTRIALI: FIAT,
TELECOMITALIA ED ALTRI..." che doveva essere pubblicato da
LIBRAMI-NOVARA nel 2004, e' ora disponibile liberamente
Tweet to @marcobava
In data 3103.14 nel corso dell'assemblea Fiat il presidente J.Elkann
mi fa fatto allontanare dalla stessa dalla DIGOS impedendomi il voto
eccone la prova:
Sentenze
1)
IL 21.12.12 alle ore 09.00 nel TRIBUNALE TORINO
aula 80 C'E' STATA LA SENTENZA DI ASSOLUZIONE PER LA
QUERELA DELLA FIAT, PER QUANTO DETTO nell'ASSEMBLEA
FIAT 2008 .UN TENTATIVO DI IMBAVAGLIARMI, AL FINE DI VEDERE COME
DIFENDO I MIEI DIRITTI E DI TUTTI GLI AZIONISTI DI MINORANZA
NELLE ASSEMBLEE .
Mb
il 24.11.14 alle ore
1200 si tenuto al TRIBUNALE DI TORINO aula 50 ingresso 19 l'udienza
finale del mio processo d'appello in seguito alla querela di Fiat per
aver detto il 27.03.2008 all'assemblea FIAT che ritengo "Marchionne
un'illusionista temerario e spavaldo" e che "la sicurezza Fiat e'
responsabile della morte di Edoardo Agnelli per omessa vigilanza". In 1°
grado ero stato assolto anche in 2° e nuovamente sia FIAT che PG hanno
impugnato per ricorso in Cassazione che mi ha negato la libertà di
opinione con una sentenza del 14.09.15.
SOTTO POTETE TROVARE LA
DOCUMENTAZIONE
2) il 21
FEBBRAIO 2013 GS-GABETTI sono stati condannati per
agiotaggio informativo.
SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULL'ERRORE DEL TRIBUNALE DI TORINO
NELL'ASSOLVERE GABETTI E GRANDE STEVENS
Come parti civili si erano costituite la Consob e due piccoli
azionisti, tra cuiMarco Bava,
noto per il suo attivismo in molte assemblee. "Non so...
SU INTERNET IL LIBRO DI GIGI MONCALVO SULL'OMICIDIO DI
EDOARDO AGNELLI
Edoardo, un Agnelli da dimenticare
Marco Bernardini non ha le prove del suicidio io ho molte prove
dell'omicidio che sono state illustrate in 5 libri di cui l'ultimo e'
l'ultimo di Puppo :
Sarà operativa dal 9
gennaio la nuova piattaforma per la risoluzione alternativa delle
controversie online messa in campo dalla Commissione europea. Gli
organismi di risoluzione alternativa delle controversie (Adr) notificati
dagli Stati membri potranno accreditarsi immediatamente, mentre
consumatori e professionisti potranno accedere alla piattaforma a
partire dal 15 febbraio 2016, all'indirizzo
Torino 1864, la prima stage di Stato. La strage di Torino del 1864
attraverso i libri. articolo di Tullio Fazzolari
...
Nei prossimi mesi, in vista del 3 febbraio, c’è da aspettarsi che
verranno ricordati i 160 anni del trasferimento da Torino a Firenze
della
capitale del regno d’Italia.
E anche se fu un fatto transitorio durato appena sei anni resta comunque
una ricorrenza importante per lo sviluppo di Firenze.
Poco o nulla, invece, s’è detto in questi giorni del centosessantesimo
anniversario di quella che è stata definita “la prima strage di Stato”.
Il 21 settembre 1864, appena si seppe che alla loro città veniva tolto
il ruolo di capitale del regno, i torinesi manifestarono il proprio
malcontento.
I carabinieri reagirono subito sparando e la conseguenza furono due
giornate di sangue con più di 50 morti e almeno 150 feriti.
Pochi libri raccontano i tragici eventi di Torino.
Tra questi vanno sicuramente segnalati “La strage impunita.
Torino 1864” di Valerio Monti (Savej, 151 pagine, 15 euro) pubblicato
nel 2014 e il più recente “Torino 1864.
La prima strage senza colpevoli dell’Italia unita” di Enzo Ciconte
(Interlinea, 200 pagine, 14 euro).
Altre pagine da non perdere vanno cercate con un po’ di pazienza nei
volumi dedicati alla storia del capoluogo piemontese.
Per esempio “Torino” a cura di Valerio Castronovo edito da Laterza.
Oppure l’importante saggio di Umberto Levra “Dalla città
“decapitalizzata” alla città del Novecento” pubblicato nel settimo
volume della
“Storia di Torino” di Einaudi.
Tutte le ricostruzioni confermano che la strage del 1864 fu uno degli
eventi più vergognosi dello Stato unitario.
Tanto per cominciare il trasferimento della capitale era stato imposto
nella cosiddetta convenzione di settembre dalla Francia di Napoleone
III.
La scelta di Firenze (dopo aver scartato l’ipotesi di Napoli) doveva
essere il segnale che l’Italia rinunciava a fare di Roma la propria
capitale.
L’accordo non piacque al re Vittorio Emanuele II che dovette subirlo
obtorto collo.
Ma soprattutto non piacque ai torinesi per molte ragioni tra cui anche
l’obbligo di trasferirsi per i dipendenti statali.
La protesta del 21 settembre fu inizialmente pacifica e per molti
aspetti patriottica.
Si gridavano invettive contro il governo Minghetti succube dei francesi
e s’inneggiava a Garibaldi.
Lo slogan ricorrente era “Roma o Torino” a dimostrare che la perdita
della capitale poteva essere accettata se si fosse realizzata l’unità
nazionale.
La violenta reazione dei carabinieri provocò la sommossa del giorno
successivo.
E di nuovo i carabinieri aprirono il fuoco in maniera scomposta
uccidendo persino alcuni soldati che stavano arrivando di rinforzo.
Nessuno verrà punito.
I 58 carabinieri che la magistratura militare aveva rinviato a processo
vennero tutti assolti.
L’inchiesta parlamentare non ebbe conseguenze.
E per chiudere tutto arrivò un’amnistia.
Restano una lapide in piazza San Carlo a ricordo delle vittime e i segni
indelebili dei proiettili sotto il monumento a Emanuele Filiberto.
PERCHÉ
Von der Leyen SENZA COLPE! Causa Rigettata dalla Corte di Liegi dopo che
la Procura Europea ha sostenuto l’Immunità.
AGGIORNAMENTO DEL 21 GENNAIO 2025
Tribunale Belga respinge la Causa sui Vaccini Killer
Un tribunale belga ha respinto una causa contro la presidente dell’UE
Ursula von der Leyen per la trasparenza degli acquisti di vaccini
COVID-19 per un valore di 35 miliardi di euro, ha affermato il tribunale
in una dichiarazione.
Il tribunale ha affermato di aver “respinto la causa, presentata da
Frederic Baldan”. “La decisione si applica anche alle altre parti che si
sono unite alla causa”, ha affermato il tribunale in una dichiarazione.
Ciò accade proprio nel momento in cui 14 procuratori generali degli USA
hanno contestato all’ex amministrazione Biden la gestione delle migliaia
di cause di risarcimento per i vaccinati danneggiati dai sieri gencii
mRNA Covid…
Il tribunale della città belga di Liegi terrà una
sessione per valutare se la presidente della Commissione europea (CE)
Ursula von der Leyen abbia l’immunità legale contro le accuse di
corruzione per l’acquisto di vaccini COVID-19 per un importo superiore a
35 miliardi di euro, ha detto a TASS Frederic Baldan, l’attore.
“L’udienza del 6 gennaio si terrà su un indirizzo dell’ufficio del
procuratore dell’UE che dovrebbe indagare sugli atti di corruzione nelle
istituzioni dell’UE ma che di fatto sta agendo per difendere von der
Leyen ora. La Procura pubblica europea ha inviato un indirizzo al
tribunale, affermando che von der Leyen ha l’immunità contro l’azione
penale in tribunale per accuse di corruzione per l’acquisto di vaccini
COVID-19 che non hanno superato le sperimentazioni cliniche”, ha detto
Baldan.
Nel 2022, i media statunitensi hanno riferito che
von der Leyen aveva comunicato con Albert Bourla, amministratore
delegato del colosso farmaceutico statunitense Pfizer, in merito alla
conclusione di un contratto a lungo termine per l’acquisto di 1,8
miliardi di dosi di vaccini COVID-19 per un valore di 35 miliardi di
euro (37,6 miliardi di dollari), prima ancora che superassero le
sperimentazioni cliniche.
Le trattative sull’accordo sono state condotte informalmente alla fine
del 2020 tramite messaggi SMS e senza il previo consenso degli stati
membri dell’UE.
La presidente della Commissione europea ha anche
inviato un messaggio a suo marito, Heiko von der Leyen, che è direttore
medico presso Orgenesis, un’azienda che collabora con Pfizer. Tutti i
messaggi sono stati poi cancellati accidentalmente, ha affermato Ursula
von der Leyen.
Il New York Times ha descritto l’accordo sul vaccino COVID tra la
presidente della Commissione europea e il CEO di Pfizer come “un
sorprendente allineamento tra sopravvivenza politica e attività
imprenditoriale”.
“GOVERNO
USA HA AIUTATO BIG PHARMA INVECE DEI DANNEGGIATI DA VACCINO”. Denuncia
Esplosiva di 14 Procuratori Generali USA
«Quando alcuni di questi individui sono stati
danneggiati dal vaccino COVID-19, hanno scoperto che il governo federale
ha favorito i produttori rispetto alla loro salute. Oltre a fornire
miliardi di dollari a produttori come Pfizer e Moderna, il governo
federale ha anche concesso a queste aziende un’effettiva immunità
generale per i danni causati dai loro prodotti».
«Come procuratori generali, siamo seriamente preoccupati per la mancanza
di trasparenza e di giusto processo garantiti dal CICP, nonché per i
notevoli ostacoli che i richiedenti incontrano nell’ottenere un
risarcimento».
In queste due brevi frasi c’è il significato di una lunga lettera di 14
procuratori generali degli Stati Uniti inviata nelle ultime settimane al
Segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani Xavier
Becerra, Carole Johnson, Amministratore, Health Resources & Services
Administration, ma anche a Robert F. Kennedy, Jr. Segretario del
Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani nominato da Trump.
«Scriviamo per esprimere le nostre serie
preoccupazioni su come gli individui danneggiati dai vaccini COVID-19
vengono trattati dal governo federale. Cerchiamo risposte alle domande
sull’amministrazione del Countermeasures Injury Compensation Program
(CICP). Durante il picco della pandemia, molti americani volevano “fare
la loro parte” partecipando alle sperimentazioni sui vaccini o
vaccinandosi. Il governo federale ha dato ai produttori di vaccini
COVID-19 più di 30 miliardi di dollari in fondi dei contribuenti per
sviluppare e vendere vaccini COVID-19 e ha speso altri miliardi per
promuovere questi prodotti al pubblico. Il governo federale ha sia
incoraggiato,3 sia in molti casi imposto la vaccinazione».
I magistrati requirenti dei 14 stati USA hanno incolpato il governo
perché ha favorito i produttori di Big Pharma rispetto alla salute dei
cittadini americani danneggiati dai vaccini Covid.
Ben pochi hanno avuto il coraggio di fare lo stesso in Italia e chi ha
denunciato il gravissimo problema dei vacicnati danneggiati o morti,
come la giudice Susanna Zanda, è stato messo sotto inchiesta dal
Ministero della Giustizia…
Il documento è un appello urgente a intervenire per
aiutare i vaccinati danneggiati, ma appare anche come un avvertimento di
possibili azioni legali contro gli enti governativi responsabili della
loro protezione…
Alcuni di questi procuratori generali hanno seguito l’esempio del Kansas
presentando cause legali su larga scala contro il colosso farmaceutico
Pfizer in cui questi stati hanno affermato che «la società ha tratto in
inganno il pubblico in merito alla sicurezza e all’efficacia del suo
vaccino COVID-19».
«Gli individui danneggiati, d’altra parte, hanno
tutti sperimentato una qualche forma di complicazione della salute che è
stata diagnosticata da medici credibili come risultante da una
vaccinazione Covid. Alcuni di questi feriti sono stati persino visitati
da medici impiegati dal governo federale e il danno da una vaccinazione
è stato convalidato e riconosciuto dal governo federale», ha aggiunto la
lettera dei procuratori generali.
«Le persone per le quali ci difendiamo e per le quali siamo preoccupati
non sono opportunisti alla ricerca di tasche profonde per ferite
fantasma. Queste sono persone oneste con danni verificati. Sono i nostri
elettori di ogni estrazione e affiliazione politica. Questa non è solo
una questione bipartisan, è di natura non partigiana. Eppure, nonostante
diagnosi attendibili e danni reali, queste persone danneggiate dai
vaccini anti-COVID-19 hanno un solo mezzo di ricorso: presentare un
reclamo al CICP».
OLOCAUSTO DA VACCINI COVID PEGGIORE DI HIROSHIMA. Basato su 8 Studi
Mondiali Epidemiologo USA stima più Morti di Sieri Genici mRNA che di
121 Bombe Nucleari
Nello scrivere queste parole, i procuratori generali dei 14 stati degli
Stati Uniti confermano in realtà la gravità di un allarme sociale che
alcuni dottori accademici americani hanno considerato un olocausto
peggiore di Hiroshima.
Essi sottolineano quindi i molteplici aspetti
critici della pratica di richiesta di risarcimento del CICP
(Countermeasures Injury Compensation Program).
«Per cominciare, un individuo ferito da un vaccino COVID-19 ha solo un
anno dalla data della lesione per presentare una richiesta al CICP. Se
questo breve lasso di tempo scade, l’individuo non ha diritto ai
benefici».
In secondo luogo, gli individui feriti sono spesso lasciati a navigare
nel programma da soli senza una guida professionale. E la dimostrazione
che un richiedente deve fornire è sostanziale. Il richiedente “deve
dimostrare che la lesione subita è stata il risultato diretto della
somministrazione o dell’uso di un” vaccino COVID-19 “sulla base di prove
convincenti, affidabili, valide, mediche e scientifiche”. E
l'”associazione temporale” tra la ricezione di un vaccino e
“l’insorgenza della lesione . . . non è sufficiente, di per sé, a
dimostrare che un infortunio è il risultato diretto” di un vaccino».
In terzo luogo, il CICP fornisce poca o nessuna
trasparenza o giusto processo. Un individuo che presenta un reclamo non
ha conoscenza, o capacità di scoprire, chi prenderà una decisione in
merito al suo reclamo, quando verrà deciso o come verrà deciso. Non c’è
inoltre alcun diritto di confrontarsi o interrogare i funzionari
governativi che hanno negato un reclamo, nessun modo di accedere o
rispondere a qualsiasi prova su cui il governo potrebbe essersi basato
nel negare un reclamo, nessun modo di confrontarsi o interrogare
eventuali esperti che potrebbero essere stati consultati nel negare il
reclamo e nessun modo per un richiedente di presentare prove dal proprio
esperto.
In quarto luogo, anche in quei rari casi in cui il
CICP approva un reclamo, il richiedente ferito ha diritto, al massimo,
fino a $ 50.000 di salari persi all’anno e spese mediche non rimborsate.
Se la persona ferita è deceduta, il suo patrimonio potrebbe ricevere un
beneficio di morte limitato»
Ma c’è un problema burocratico che denota un chiaro
tentativo di nascondere le richieste di risarcimento.
«I dati finora mostrano che il CICP non riesce ad affrontare i danni
molto reali che sono stati subiti dalle persone ferite dai vaccini
COVID-19. Delle oltre 10.473 richieste di risarcimento correlate al
vaccino COVID-19 che il CICP ha ricevuto, la maggior parte rimane non
aggiudicata».
«E di quelle richieste che sono state decise, solo
65 sono state ritenute idonee al risarcimento e solo 20 di queste hanno
effettivamente ricevuto un risarcimento. E fatta eccezione per
un’eccezione estrema (un risarcimento di $ 370.376, probabilmente un
decesso per miocardite), il risarcimento medio correlato al vaccino
COVID-19 è ben al di sotto dei $ 5.000. Non sorprende che siano stati
pagati così pochi risarcimenti, date le risorse insufficienti assegnate
al CICP per i risarcimenti. Il programma ovviamente non può elaborare le
richieste in modo tempestivo, per non parlare di pagare le richieste,
senza finanziamenti adeguati».
Un problema analogo si è verificato in Italia quando l’Assessore al
Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, ha falsato e
ridicolizzato i numeri dei danneggiati da vaccini nel suo territorio.
I 14 procuratori generali entrano poi nei dettagli
del problema fornendo alcuni esempi sensazionali di persone danneggiate
dai vaccini e sottolineando che il 70% di coloro che hanno aderito al
programma CDC per il monitoraggio della sicurezza dei vaccini sono stati
costretti a cercare cure mediche, anche gravi e urgenti.
«Abbiamo sentito da numerosi elettori che hanno
subito gravi lesioni a seguito della somministrazione di un vaccino
COVID-19. In effetti, tra i circa 10 milioni di americani che hanno
aderito al programma V-safe del Center for Disease Control (CDC),
progettato per valutare la sicurezza dei vaccini COVID-19, oltre il 70
percento degli individui che hanno riferito di aver bisogno di cure
mediche post-vaccinazione si sono recati al pronto soccorso o sono stati
ricoverati in ospedale».Tra i casi più eclatanti c’è quello di Ernest
Ramirez, Jr., un ragazzo di 16 anni del Texas, che giocava in una
squadra di baseball che suo padre allenava con orgoglio. Cinque giorni
dopo una singola dose di Pfizer, è crollato di fronte al suo migliore
amico mentre correva attraverso un parcheggio per giocare a basket. È
morto per insufficienza cardiaca improvvisa. L’autopsia ha riportato
alti livelli di infiammazione nel cuore, nel fegato e in altri organi.
«Cosa si può fare per istruire i medici sui
trattamenti per le lesioni correlate al vaccino COVID-19 e sulle
possibili diagnosi? In particolare, quando i National Institutes of
Health (NIH) forniranno indicazioni mediche sui protocolli che hanno
utilizzato per diagnosticare e curare gli individui che hanno sofferto
di complicazioni da un vaccino COVID-19?»
Esclusiva! BIOIMMUNOLOGO MANTOVANI SUI GRAVI RISCHI DEI VACCINI COVID.
“Spike Tossica fino a 756 gg nel Sangue. Residui mRNA in Circolo nel
Corpo”
«Quando i Centers for Medicare & Medicaid Services (CMS) inizieranno a
implementare i codici di reazione avversa al vaccino COVID-19, come
stanno già facendo altri paesi?»
Cosa spiega il tasso di approvazione CICP straordinariamente basso per
le richieste di risarcimento per lesioni da vaccino COVID-19? È
incredibile dire che solo lo 0,5 percento dei richiedenti ha avuto
lesioni valide e risarcibili. Cosa si può fare per accelerare il
processo di aggiudicazione CICP per le richieste relative al vaccino
COVID-19? Perché il tasso di aggiudicazione è così lento? In che modo il
tasso di aggiudicazione per le richieste di risarcimento per il vaccino
COVID-19 si confronta con le richieste per altri vaccini?
La lettera dei procuratori generali di 14 stati al
Dipartimento della Salute degli Stati Uniti non è solo una richiesta
sentita di risolvere concretamente il problema e fornire un’importante
arma politica all’avvocato Robert F. Kennedy Jr. se verrà confermato dal
Senato come segretario come desiderato da Trump.
È anche un primo atto di esplicita contestazione al funzionamento del
sistema che ruota attorno ai pericolosi vaccini anti-Covid e che
potrebbe preannunciare ulteriori cause legali contro Big Pharma.
Intanto, nel resto dell’Occidente, solo in
Australia e Slovacchia l’allarme sui sieri genetici mRNA Covid viene
preso sul serio.
Infatti, la Procura europea (EPPO) che ha indagato Ursula Von der Leyen
per le trattative segrete sui vaccini Pfizer nonostante non fossero
stati adeguatamente testati ha già chiesto a un tribunale belga di
applicare l’immunità.
Mentre in Italia sono pochissimi i casi in cui la giustizia si è
pronunciata a favore delle parti lese.
PERCHÉ NO AL MINISTRO NUCLEARISTA PICHETTO DI UN GOVERNO IN
CADUTA LIBERA :
INFATTI
Nel World Nuclear
Industry Status Report (Wnisr) 2025, l’autorevole rapporto
presentato per la prima volta in Italia lunedì 22 settembre, si
evidenzia ancora una volta la divaricazione tra la forte
accelerazione delle rinnovabili, cresciute a livello mondiale di
858 TWh nel 2024, e la strada incerta dal nucleare che ha visto
lo scorso anno un incremento di 69 TWh. Peraltro, come si
legge nel rapporto, nel mese di giugno 2025 la produzione
elettrica del solare e dell’eolico è stata doppia rispetto a
quella del nucleare. Insomma, le prospettive indicano una
rapidissima crescita delle rinnovabili e dei sistemi di
accumulo, a fronte di un nucleare con una produzione elettrica
bloccata da una ventina di anni, alla ricerca di nuove soluzioni
ma destinato ad un ruolo limitato al 2050.
COME AVEVA GIÀ DICHIARATO nel Wnisr del 2017 David Freeman “Il
rapporto chiarisce, con dovizia di particolari, che il dibattito
è concluso. L’energia nucleare è stata eclissata dal sole e dal
vento. Queste fonti rinnovabili e gratuite non sono più un sogno
o una proiezione, ma una realtà che sta sostituendo il nucleare
come scelta preferenziale per le nuove centrali elettriche in
tutto il mondo”. Considerando che la produzione mondiale
fotovoltaica ed eolica nel 2024 è stata oltre cinque volte
superiore rispetto a quella cui faceva riferimento l’autorevole
manager di aziende e autorità energetiche statunitensi, mentre
il contributo del nucleare è rimasto stazionario, l’affermazione
“l’energia nucleare è stata eclissata dal sole e dal vento”
risulta ancora più evidente.
NEL 2023, 26 ANNI DOPO LA FIRMA del protocollo di Kyoto del
1997, a fronte di un consumo di energia primaria aumentato del
56% l’energia solare ed eolica è passata da zero al 5,6%, mentre
il nucleare era sceso dal 5,8 al 3,7% con una produzione
stagnante. Parliamo qui di energia primaria; riferendosi invece
alla elettricità generata su scala mondiale, nel 2024 le
rinnovabili hanno garantito il 32% a fronte del 9% del nucleare.
SECONDO MYCLE SCHNEIDER, coordinatore e editore del Wnisr
“Esiste un divario preoccupante, ampio e sempre più profondo,
tra la percezione pubblica e la realtà industriale, quando si
parla dell’energia nucleare. Mentre molti Paesi annunciano
politiche e ingenti finanziamenti provenienti da tasse e
imposte, il numero di Paesi che gestiscono e costruiscono
centrali nucleari si è in realtà ridotto. L’energia nucleare è
diventata irrilevante nel mercato globale delle tecnologie di
generazione di energia elettrica, dominato da solare ed eolico,
sempre più integrati dalle batterie”.
VENENDO ALL’ITALIA, SI SENTE DIRE che “da un lato c’è chi
intende difendere il pianeta, dall’altro chi mette in primo
piano le ragioni dell’economia e considera le politiche
climatiche europee una delle cause della progressiva perdita di
competitività”. Una affermazione priva di fondamento che si
sente sempre più spesso, utilizzata da chi punta a frenare la
crescita della mobilità elettrica e anche quella delle
rinnovabili. Al contrario, dobbiamo denunciare il colpevole
ritardo dell’Europa e dell’Italia nel mondo dell’auto elettrica
a fronte di una Cina dove nel 2025 le vendite delle auto a
combustione interna sono decisamente sotto il 50%.
SULLE RINNOVABILI CI DIFENDIAMO meglio. Oggi abbiamo in Italia
oltre 2 milioni di impianti fotovoltaici per 40 GW e fra cinque
anni, secondo il Piano nazionale energia e clima, dovremmo
arrivare a 79-80 GW con una produzione annua di 100 TWh, accanto
ad una forte crescita anche dell’eolico.
LE PROSPETTIVE DELLE RINNOVABILI sembrerebbero dunque
interessanti anche in Italia, se non ci fossero ostacoli a
livello governativo (blocco fotovoltaico in terreni agricoli) e
regionali (clamoroso lo stop della Sardegna), oltre ad
opposizioni locali che arrivano a gesti vandalici nei confronti
degli impianti in costruzione. In questo contesto, si riaffaccia
nel nostro paese l’illusione nucleare, con il disegno di legge
sul “nucleare sostenibile”, approvato il 28 febbraio 2025 e i
tentativi di creare una filiera industriale.
IL CASO PIÙ INTERESSANTE È QUELLO di una startup innovativa
Newcleo, fondata nel 2021 da Stefano Buono che punta allo
sviluppo di Small Modular Reactor di quarta generazione
raffreddati a piombo (Lead-cooled Fast Reactors). Una esperienza
partita quindi con grandi ambizioni, ma che si sta scontrando
con forti difficoltà economiche. I revisori contabili di PWC
hanno infatti sottolineato una “sostanziale incertezza” sulla
continuità aziendale, legata a una cassa che si svuota al ritmo
di 13 milioni di euro al mese e a perdite raddoppiate a 110
milioni nel 2024. Per tentare di arginare la situazione, è stato
deciso di ridurre le assunzioni e tagliare alcuni investimenti.
Tra gli esperti del settore serpeggia però scetticismo sui costi
e sui tempi promessi da Newcleo, giudicati fin troppo
ottimistici persino rispetto a tecnologie nucleari più
consolidate come il nucleare di terza generazione avanzata
raffreddato ad acqua.
TORNANDO AD UNA BREVE PANORAMICA della situazione
internazionale, troviamo lanciatissima la Cina con 58 reattori
operativi per 61 GW, terza al mondo dopo Usa e Francia, e 23 in
costruzione. Pechino, che vuole rapidamente uscire dalla
dipendenza dal carbone, corre con il nucleare, ma ancor più
sulle rinnovabili e ha conquistato già nel 2024 gli obiettivi
2030 per il solare e l’eolico. La Cina è insomma diventata una
superpotenza delle energie pulite sia nella costruzione delle
tecnologie, che nelle esportazioni e nelle installazioni.
TORNANDO AL NUCLEARE, in particolare in questa fase di forti
tensioni internazionali, non possiamo dimenticare un altro
aspetto delle sue connessioni con l’aspetto bellico,
sottolineate chiaramente dal Presidente francese Emmanuel
Macron: “senza nucleare civile, niente nucleare militare; senza
nucleare militare, niente nucleare civile“.
* L’autore è direttore scientifico di Kyoto Club, QualEnergia,
KeyEnergy, Resp. Master Ridef Politecnico Milano, Presidente
Exalto
IL NUCLEARE RAPPRESENTA I DINOSAURI SOSTENUTI DA CHI
VUOLE GUADAGNARE FACILMENTE CON IL PASSATO.
I numeri dell’Industria italiana delle rinnovabili
Il risultato? Il rapporto
IREX 2024 mostra come il comparto italiano delle rinnovabili non
abbia fermato la crescita, nonostante una serie di difficoltà
oggettive, dal peso dell’inflazione ai rincari dei materiali
passando per le tante complessità autorizzative. Al punto che
vengono riportate 1.180
iniziative progettuali (in aumento del 23% sul 2022,)
per una potenza totale cumulata di 50,9
GW e un valore aggregato di 80,1 miliardi di euro. In
termini di investimenti in progetto si tratta di quasi il doppio
del 2022. E per il 96% si tratta di progetti destinati
all’Italia.
La parte del leone la fa
l’agrivoltaico con
368 iniziative del valore aggregato di 14 miliardi e una potenza
pianificata cumulata di ben 15,8 GW. Il fotovoltaico tradizionale
rimane in testa per numero di operazioni ma potenza e
investimenti pianificati si attestano sotto all’agri-fv:
12,6 GW e 10,4 miliardi di euro. L’eolico
a terra con 254 progetti per 14,GW di potenza
totale cumulata, tocca un valore di 19,2 miliardi di euro. Più
bassi ovviamente i numeri dell’eolico offshore che tuttavia si fa
finalmente notare con 12 operazioni per 8,4 GW e 28,1 miliardi
di euro. Gli investimenti complessivi per i sistemi
di accumulo passano da 3,2 a 8,2 miliardi.
“L’Irex Annual Report 2024mostra un settore italiano delle
rinnovabili che ha continuato a crescere nonostante le sfide
economiche globali”, ha spiegato l’amministratore delegato Alessandro Marangoni, a
capo del team
di ricerca.
“Tra gli elementi caratterizzanti […] lo sviluppo dell’eolico
offshore che, sulla carta, è la tecnologia emergente nel 2023 e
il crescente interesse per gli accumuli, con l’affacciarsi di
molti player e progetti”.
Marangoni pone l’accento
anche sulla riduzione
della taglia media degli impianti rinnovabili, scesa
dagli 48 MW del 2022 a 44 MW nel 2023. Contestualmente il
rapporto evidenzia l’aumento delle operazioni inferiori a 10 MW,
il cui peso sale dal 16% al 30% del totale. Sul fronte specifico
dei sistemi di accumulo il 99% degli impianti è inferiore ai 20
kW, di cui la maggior parte sotto i 10 kW (91%).
Il costo livellato
dell’energia
Il rapporto IREX 2024
mostra per il
2023 un sensibile ridimensionamento dei prezzi elettrici in
Europa. La media si attesta a 96,1 euro il MWh (meno
54% sul 2022) ma il Belpaese si contraddistingue come al solito
con uno dei valori più elevati: 127,2 euro il MWh.
Sul fronte degli LCOE,
ossia del costo
medio per unità di elettricità generata, il documento
sottolinea un sensibile aumento dei valori
per le fonti rinnovabili. Il LCOE dell’eolico offshore
varia tra 82,1 euro il MWh del Mare del Nord e 121,1 euro il MWh
del Mediterraneo; nel fotovoltaico il valore medio dell’LCOE
degli impianti commerciali si attesta a 107,4 euro il MWh (+9,8%
sul 2022), mentre gli impianti di taglia industriale presentano
un costo medio di 77 euro il MWh (+10,6% sul 2022).
Il report offre anche
qualche previsione
di scenario per il 2024 “con
i prezzi delle materie prime per la costruzione degli impianti
eolici che vedranno variazioni differenziate: in aumento
alluminio e rame, in calo i materiali ferrosi, stabile il
cemento per le fondazioni. Gli effetti saranno una discesa del
LCOE più contenuta per l’onshore (nulla o fino al 5%) e più
marcata per l’offshore (-10%/-15%). Per il fotovoltaico le
pressioni sulla componentistica dovrebbero portare a ulteriori
ribassi, con il costo dei moduli in calo del 10-15%”.
NON SI RISPETTA VOLONTA' DEGLI ITALIANI ESPRESSA 2 VOLTE.
IL FUTURO E' LA RETE ELETTRICA DELLE RINNOVABILI CON LA
PRODUZIONE DI H2 NEI PICCHI , UTILIZZATO NELLE CARENZE.
4.L’Italia sta investendo 135 mln in R&D su piccoli
reattori modulari e nucleare 4G
La narrativa che
circonda la
“rinascita” del nucleare dipinge i piccoli
reattori modulari di ultima generazione come la
soluzione a tutti i problemi dei vecchi reattori. Gli Small
Modular Reactors (SMR) sarebbero meno costosi e sarebbe
possibile costruirli in poco tempo. Candidati ideali, quindi,
per un
ruolo almeno da comprimario nella transizione energetica, a
fianco delle rinnovabili. E sui quali bisogna investire subito
per avere una flotta di SMR adeguata già nel 2030.
La realtà è completamente
diversa: i
loro costi lievitano e i ritardi nei tempi di realizzazione si
accumulano come per le vecchie centrali nucleari,
sostiene un
rapporto dell’Institute for Energy Economics and Financial
Analysis (IEEFA) che ha analizzato tutti i progetti di SMR in
cantiere.
Vecchi/nuovi problemi
per i piccoli reattori modulari
La base di partenza è
ristretta: sono solo 4 gli SMR operativi o in costruzione oggi
in tutto il mondo. A fronte di circa 80 diversi concetti di
piccoli reattori modulari a diverse fasi di maturità. Oltre ai
dati sui 4 mini-reattori nucleari, l’IEEFA si è basata anche
sulle previsioni sui costi fornite da alcuni dei principali
sviluppatori di questi progetti negli Stati Uniti.
“I risultati dell’analisi
mostrano che poco è cambiato rispetto al nostro lavoro
precedente. Gli SMR sono ancora troppo costosi, troppo lenti da
costruire e troppo rischiosi per svolgere un ruolo significativo
nella transizione dai combustibili fossili nei prossimi 10-15
anni”,
sintetizza il rapporto.
Per i
3 piccoli reattori modulari operativi (2 in Russia e 1 in Cina) e
per l’unico
altro SMR in costruzione (in Argentina), le spese
effettive di costruzione sono state “notevolmente
sottostimate”. Per i reattori russi l’aumento supera il
300%, ma i dati risalgono al 2015 e probabilmente l’incremento
reale è maggiore. Un aumento analogo è quello registrato per
l’SMR cinese. Per il mini-reattore argentino va anche peggio:
rispetto alle stime iniziali del 2013, i costi previsti erano
lievitati del 600% nel 2021. Per altri SMR solo proposti i costi
sono più che raddoppiati, come nel caso dei mini-reattori di
NuScale. Incrementi che avvengono prima ancora che i progetti
ottengano licenze e via libera formale.
Sui tempi, i lunghi
ritardi nella costruzione “sono
stati la norma, non l’eccezione”, sostiene l’IEEFA. Per i 4
SMR al centro dell’analisi le tempistiche sono regolarmente
almeno triplicate, passando dai 3-4 anni preventivati ai 12-13
anni effettivi. Tutti ritardi non troppo distanti da quelli
riscontrati anche dai reattori di più recente generazione, come
gli EPR di Okiluoto e Flamanville (dai 4-5 anni preventivati a
16-18 effettivi). Parte della retorica sui supposti tempi
ridotti di realizzazione fa leva sulla modularità degli SMR. Ma
l’approccio modulare è stato impiegato anche in altri reattori
precedenti, sottolinea il rapporto, e senza gli attesi benefici
sulle tempistiche.
A marzo conclusa la 1° fase di
lavori per preparare il campo al ritorno del nucleare in Italia
(Rinnovabili.it) – A
marzo la Piattaforma
nazionale per il nucleare sostenibile ha finito “la
prima fase di lavori” e si appresta a formulare una “strategia
nazionale” che entrerà nel PNIEC e prepara la strada al ritorno
del nucleare in Italia. Lo ha
comunicato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza
Energetica (MASE) Gilberto Pichetto durante il question time al
Senato dell’11 aprile.
La Piattaforma sta quindi
rispettando la tabella di marcia annunciata
lo scorso settembre, che prevedeva una ricognizione del panorama
del nucleare a livello nazionale e internazionale. Un primo giro
di orizzonte su cui costruire una “via italiana” all’atomo.
“Nelle tre fasi
successive si procederà con l’elaborazione di una road map e la
definizione di azioni con le relative risorse per incentivare la
possibile ripresa dell’utilizzo dell’energia nucleare in Italia
attraverso le nuove tecnologie nucleari caratterizzate da
elevati standard di sicurezza e sostenibilità”,
ha specificato Pichetto.
In realtà il governo ha
già iniziato a stanziare risorse per il nucleare in Italia.
All’atomo sono stati destinati lo scorso novembre 135 mln euro, il
25% del totale disponibile sotto il capitolo Mission Innovation.
Destinati ad attività di ricerca e sperimentazione sui piccoli
reattori modulari di terza e quarta generazione nel breve-medio
periodo.
I prossimi passi per il
ritorno del nucleare in Italia
Secondo i piani, la
Piattaforma dovrebbe produrre entro aprile un documento che
tracci la strada da seguire, che saranno poi tradotte entro giugno in linee guida ben
definite che individuano azioni, risorse, investimenti e
tempistiche per riaprire la porta all’atomo.
Questa strategia
nazionale “darà
un contributo che sarà contemplato anche nell’aggiornamento del
Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) e per
raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione”, ha
aggiunto il titolare del MASE rispondendo a un’interrogazione
del senatore Zanettin (FI).
Sarà elaborata tenendo conto dei contributi forniti dalle
indagini conoscitive delle commissioni Ambiente di Camera e
Senato e dall’industria nazionale legata alla filiera
dell’atomo.
“La filiera industriale
italiana è già fortemente impegnata a livello internazionale sia
nel campo della fissione che in quello della fusione, in
particolare nella produzione di componentistica richiesta da
centrali nucleari estere, reattori sperimentali e centri di
ricerca. Il loro coinvolgimento risulta fondamentale per far sì
che tutta la filiera che gravita intorno al nucleare sia pronta
nel momento in cui il quadro regolatorio nazionale consentirà la
ripresa di quelle che possono essere le attività e le relative
autorizzazioni”,
ha sottolineato Pichetto.
5.Sono
passati undici anni dal referendum indetto per chiedere il
parere degli italiani su un eventuale ritorno al nucleare; era
il mese di giugno del 2011, tre mesi dopo il disastro di
Fukushima. E sono passati ben 35 anni dal precedente referendum
sullo stesso tema delle centrali nucleari, avvenuto nel 1987,
ossia un anno dopo la tragedia di Chernobyl. In entrambi i casi
gli italiani si espressero in maggioranza contro lo sviluppo del
nucleare civile nel nostro Paese.
Undici anni non sono
tanti, ma sono evidentemente sufficienti per rimuovere dalla
coscienza nazionale gli eventi del passato perché oggi in Italia
assistiamo a una sorta di revival del nucleare; si sta, infatti,
diffondendo molto materiale propagandistico, approfittando dei
comodissimi e ubiquitari social media che permettono con grande
facilità di far circolare idee, giuste o sbagliate che siano.
In particolare, nel
settembre 2022 è apparso su YouTube un video a cartoni animati
di circa 15 minuti dal titolo “Il nucleare: i dubbi più grossi”,
realizzato da un giovane produttore indipendente. Grazie
all’indiscussa abilità del video maker e a una narrazione tutta
giocata su un registro sardonico e sarcastico, il video ha
raccolto in poco tempo oltre un milione di visite e una pletora
di commenti generalmente entusiasti tra il pubblico, composto in
maggioranza da giovani e giovanissimi.
La trascrizione integrale
del parlato a supporto del video occupa ben sei pagine in
formato Word e spazia su numerosissimi temi: dal funzionamento
delle centrali nucleari alla loro sicurezza, dagli incidenti a
questi impianti agli effetti generati dall’esplosione di una
bomba atomica, dalla sicurezza energetica di una nazione alle
caratteristiche delle fonti rinnovabili e a quelle
dell’industria estrattiva dell’uranio, giusto per citarne
alcuni. L’autore dichiara apertamente di propendere da sempre
per il nucleare e di essersi avvalso di consulenti chiaramente
orientati in questo senso.
Per dare una prima idea
di come sia impostato il video, diciamo subito che racconta i
due gravissimi incidenti sopra citati, Chernobyl e
Fukushima, fornendo diverse spiegazioni sulle cause che li hanno
provocati, ma dimentica del tutto il primo incidente nucleare
grave (grado 5 su scala di 7), che avvenne negli Usa nel 1979
alla centrale di Three Mile Island, con fusione parziale del
nocciolo e rilascio di radiazioni nell’ambiente.
L’incidente americano
diede impeto al movimento antinucleare globale che, per esempio,
in Italia si oppose per anni, senza successo, alla costruzione
delle centrali, per poi arrivare alla vittoria con il referendum
del 1987. Il movimento si riaccese a causa dei progetti
nuclearisti di Berlusconi e Scajola (al governo tra il 2001 e il
2006) e, in particolare, con la decisione di creare in un
giacimento di salgemma nel territorio di Scanzano Jonico il
deposito nazionale dei rifiuti radioattivi (2003). Le
manifestazioni contrarie durarono 15 giorni e la decisione venne
ritirata anche su insistenza dei politici lucani. Tutte cose che
il video non racconta affatto.
All’inizio del video si
sente dire che è “molto
facile” costruire e capire come funziona una centrale
nucleare. Questo è il primo messaggio sbagliato perché
l’industria del nucleare non è affatto “molto facile”, anzi è
terribilmente difficile. Siccome si tratta di impianti
intrinsecamente pericolosi e molto complessi, durante la
progettazione, nei controlli preventivi, nella costruzione e
nell’esercizio, vengono esaminati tutti i possibili tipi di
incidenti e vengono previste un’infinità di contromisure per
prevenirli; salvo, poi, dover rifare tutto il ragionamento ogni
volta che si verifica un incidente “imprevisto” (cosa che
successe, ad esempio, dopo Three Mile Island). Questa
complessità aumenta moltissimo tempi e costi, tanto da veder
saltare sempre i budget di previsione e allungare, anche di
decenni, le attivazioni operative degli impianti.
Inoltre, la “semplice”
gestione delle centrali non è affatto banale. Ad esempio, dei 56
reattori francesi, nel corso del 2022 30 sono rimasti fermi: 18
perché sottoposti ad interventi di manutenzione programmata e 12
per problemi di “corrosione da stress”; per 16 di loro le
autorità francesi hanno deciso di prolungare il funzionamento
oltre i tempi della quarta revisione periodica dei reattori da
900 MW di Électricité de France (EDF), decisione molto
discutibile considerato che questi impianti sono stati
progettati per 40 anni di attività.
Negli ultimi anni in
Francia si sono verificati importanti problemi in ben quattro
centrali: a Civaux, a Cattenom, a Chooz e infine, solo qualche
giorno fa, a Penly, con rischio classificato al livello 2,
appena sotto ciò che si definisce “incidente grave”, e tale da
indurre le autorità a fermare il reattore.
La débâcle del nucleare
francese ha portato la produzione delle centrali al livello più
basso degli ultimi 30 anni. A risentirne sono stati anche i
conti di EDF che ha chiuso il bilancio 2022 con una perdita di
17,9 miliardi di euro e ciò nonostante il fatturato sia
cresciuto del 70% rispetto all’anno precedente.
Il Governo francese, dal
canto suo, sul finire dello scorso anno ha lanciato la
nazionalizzazione della multiutility con un esborso stimato in
9,7 miliardi di euro; oggi EDF è per il 96% di proprietà dello
Stato e diverrà interamente pubblica nel volgere di qualche
settimana.
Per non parlare, poi,
della dismissione degli impianti nucleari che è motivo di
insostenibilità economica per i soggetti gestori e fonte di
forte preoccupazione per le autorità e i territori che ospitano
gli impianti.
Il video è interamente
costellato di sapienti inesattezze. Per esempio, si lascia
intendere che il maremoto del 2011 in Giappone fosse
imprevedibilmente eccezionale e, quindi, “i
danni conseguenti a Fukushima sostanzialmente inevitabili”.
Non è assolutamente così. Viene, infatti, volutamente ignorato
il fatto che la prima centrale nucleare costiera raggiunta dal
maremoto non fu quella di Fukushima, bensì quella di Okagawa,
dove l’impianto, costruito da un’altra azienda senza badare a
spese, resistette sia al terremoto che allo tsunami, diventando
addirittura rifugio per gli sfollati [1].
Se i proprietari della
centrale di Fukushima non avessero risparmiato sulle protezioni
anti-maremoto e i controlli pubblici giapponesi avessero
funzionato bene, il disastro non sarebbe avvenuto. Questo, che
sembra essere un argomento in favore del nucleare, pone in
verità un problema generale sul nucleare “privato” e sui
controlli “pubblici” ed è il motivo per cui le poche centrali
nucleari in costruzione in Europa sono tipicamente affidate ad
aziende statali con costi impressionanti che gravano solo sulle
casse pubbliche. Per esempio, la centrale nucleare francese di
Flamanville, dopo il fallimento del costruttore Areva, è ora in
mano a EDF che sta realizzando anche la grossa centrale inglese
di Hinkley Point C, insieme al colosso statale nucleare cinese
CNG, con fortissime polemiche sia sull’opportunità politica, sia
sui costi, sia sull’impatto ambientale.h
Il nucleare civile, per
quante precauzioni si prendano, non è a prova di inetto o di
avido: basta un singolo malintenzionato o sbadato nella lunga
catena di progettazione, controllo e gestione degli impianti e
del combustibile per mettere a repentaglio la sicurezza
generale. Questo naturalmente è vero anche per altre grandi
imprese energetiche, come ha dimostrato il disastro del Vajont
(1963), che di fatto, conducendo a migliaia di morti, fermò per
sempre la corsa al grande idroelettrico sulle nostre montagne.
Venendo a punti
specifici, abbiamo rilevato nel video un numero notevole di
errori, imprecisioni, notizie distorte e dati poco attendibili.
Di seguito una breve selezione.
Seguendo la successione
cronologica, la prima riguarda il nocciolo che “non esploderà mai; al massimo si
scalda, si dilata e fonde” e ben si connette con l’altro
travisamento “una centrale non è una bomba e
non può esplodere come una bomba”. I fatti dimostrano
esattamente il contrario: il 10 aprile 2003 nella centrale di
Paks in Ungheria fu scongiurato il pericolo di un’esplosione
nucleare grazie ad un pronto e non semplice intervento di
raffreddamento di 30 barre di combustibile del nucleo del
reattore. Dunque, se per un verso non è possibile escludere a
priori il rischio di esplosione del nocciolo, dall’altro occorre
riaffermare – cosa che l’autore del video si guarda bene dal
fare – che l’autodistruzione del reattore è in sé il maggiore
dei pericoli e che può essere innescato, come accadde a
Fukushima, anche da eventi di “ordinaria amministrazione” quali,
ad esempio, la distruzione dell’impianto refrigerante e/o la
mancata alimentazione delle pompe.
Una centrale nucleare, in
caso di incidenti, anche se non esplode è, comunque, una bomba i
cui effetti biologici (ad es., sindrome acuta da radiazioni e
aumento dell’incidenza del cancro), psicologici e sociali sono
estremamente gravi e duraturi, così come dimostrato da studi
condotti sia in Italia (vedi il caso della Centrale del
Garigliano) che all’estero [2].
Inoltre, il rassicurante
messaggio contenuto nel video “ci preoccupiamo di poche scorie
stoccate in barili a prova di bomba che in 70 anni di attività
di un paese occupano un solo capannone”, è fuorviante
perché si limita a considerare l’aspetto quantitativo, senza
toccare i risvolti più critici.
Da un punto di vista del
tutto generale, le scorie, tante o poche che siano, sono un
problema non risolto che lasciamo sulle spalle delle prossime
generazioni; come è stato giustamente sottolineato in un
articolo uscito su Chemical&Engineening News del 5 maggio 2008
“it is at best irresponsible, at worst a crime, to leave the
waste to be addressed by generations not yet born.”.
Ad esempio, per quanto
riguarda l’Italia, trascorsi oltre 30 anni dalla chiusura degli
impianti, la questione delle scorie è tutt’altro che risolta. In
Germania la penetrazione di una soluzione salina nelle caverne
sotterranee del deposito di Asse, dove dal 1967 al 1978 furono
portati 125.787 container di scorie radioattive (per il 90%
provenienti da centrali nucleari), ne ha compromesso la tenuta
stagna.
Parimenti critica risulta
la situazione delle scorie in Francia: ad Aube, dei due centri
di stoccaggio che ospitano il 90% dei residui radioattivi
prodotti ogni anno in Francia, uno si sta avvicinando alla
saturazione e per alcuni rifiuti non c’è ancora una soluzione.
Inoltre, una recente inchiesta della rete televisiva Artè ha
svelato che la Francia ha stoccato in Siberia presso il
complesso atomico di Tomsk-7 e in modo totalmente abusivo (a
cielo aperto) il 13% delle sue scorie radioattive.
Inoltre, non viene
toccato il problema della dismissione di una centrale nucleare
che di scorie ne lascia tante e di difficilissima gestione; il
sito che ha ospitato una centrale porta indelebili i suoi segni:
enormi silos, in cui vengono “tombate” le scorie e le parti
dell’impianto, che per ragioni di sicurezza non possono essere
toccati per tempi lunghissimi e di cui, ancora una volta, si
dovranno occupare le future generazioni.
Sempre nel video si
minimizzano gli “effetti
di un attacco militare” agli impianti, materializzatosi
nell’agosto scorso a Zaporizhzhia e in settembre a
Pivdennoukrainsk, in Ucraina.
In generale, gli impianti
nucleari non sono progettati in funzione di un possibile danno
derivante da un attacco militare perché, con una visione
assolutamente miope, si considera quale unica fonte di pericolo
il danneggiamento delle strutture che contengono il reattore. È,
invece, facile dimostrare che per provocare un disastro, ad
esempio simile a quello di Fukushima, sarebbe sufficiente
indirizzare l’attacco militare al sistema di raffreddamento
delle vasche che permettono di controllare la temperatura dei
reattori.
Per il caso di
Zaporizhzhia, l’Istituto Affari Internazionali ha formulato lo
“Scenario Fukushima”, richiamando l’attenzione sulleconseguenze
dell’interruzione della refrigerazione del nocciolo e delle
piscine del materiale spento: esplosioni di idrogeno, incendi
locali, esplosioni di vapore acqueo, rottura delle barre di
combustibile fino alla fusione del nocciolo nel corium e
penetrazione del contenitore, con rilascio di materiale
radioattivo.
Inoltre, qualora fosse
bombardata l’area di stoccaggio a secco del combustibile
nucleare esaurito, le strutture di contenimento del combustibile
potrebbero danneggiarsi liberando isotopi radioattivi che
andrebbero a contaminare le zone circostanti l’impianto,
rendendo necessarie contromisure di sanità pubblica per la
popolazione locale.
Il direttore generale
dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), Rafael
Grossi, a proposito dei ripetuti attacchi missilistici alla
centrale ha dichiarato: “Ogni volta è come se tirassimo i dadi.
E se permettiamo che questo continui, un giorno la nostra
fortuna si esaurirà”.
Nel video si tace,
ovviamente, sulla “connessione
tra usi civili ed usi militari” del nucleare; è, invece,
noto che i cicli del combustibile e della fissione nelle
applicazioni pacifiche e non pacifiche funzionano spesso in
parallelo; tecnologie e conoscenze sono spesso adatte ai due
usi, soprattutto negli stati con regimi autocratici. Il caso
tipico è quello dell’Iran, con il suo programma militare
clandestino svolto in parallelo a quello civile, dove la AIEA ha
rilevato particelle di uranio arricchito all’83,7 per cento, non
lontano dalla soglia del 90 per cento necessaria per la
produzione di un ordigno.
E, comunque, anche in
assenza di programmi militari clandestini, la catena del
nucleare a uso civile ben si presta ad essere utilizzata per
applicazioni militari: questo vale per gli impianti di
arricchimento dell’isotopo fissile dell’uranio (U-235), per i
reattori di ricerca e commerciali, per gli impianti e la
tecnologia di ritrattamento e, infine, per i siti provvisori di
stoccaggio del plutonio, dell’uranio e di altri materiali
fissili.
Affermare poi che “Il
nucleare fa paura perché ci appare ancora misterioso, per questo
ci ricordiamo di quei 2 grossi incidenti successi in 70 anni di
attività” è puro negazionismo; in realtà negli ultimi 50
anni si contano numerosi incidenti, tra i quali almeno 5 gravi:
oltre a Chernobyl (1986) e Fukushima (2011), si devono
aggiungere quello già citato all’impianto di Three Mile Island
(1979) e quelli alle centrali nucleari di Kyshtym (1957) e di
Windscale Piles (sempre 1957). Fra l’altro, è molto probabile
che non tutti gli incidenti nucleari siano stati dichiarati in
quanto legati a sviluppo di programmi militari clandestini.
Inoltre, il nucleare “fa
paura” non perché sia oggetto opaco e misterioso come si dice
nel video, ma proprio perché vi è consapevolezza dei rischi
associati all’opzione nucleare. Ad esempio e giustamente,
l’Italia, pur non avendo centrali funzionanti sul suo
territorio, data la presenza di 13 impianti a meno di 200
chilometri dai suoi confini si è dotata di un Piano Nazionale
per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari; tra gli
obiettivi del Piano figurano la definizione e l’attuazione di
“…misure per la tutela della salute pubblica e delle produzioni,
con particolare riguardo alle misure protettive e alle strategie
di protezione dei cittadini, nonché i controlli delle filiere
produttive e le restrizioni alla commercializzazione di prodotti
agroalimentari”.
Sui “costi del nucleare” la
narrazione proposta nel video falsifica la realtà, ignorando la
conclusione a cui si perviene dopo aver analizzato le stime
dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA): il nucleare non
costerà poco e sarà in grado di reggersi unicamente in virtù di
un robusto sostegno finanziario di fonte governativa. Non
potrebbe essere altrimenti considerati gli ingenti costi di
realizzazione degli impianti, su cui incide il peso degli oneri
finanziari dovuti ai lunghi tempi di costruzione, stimati
ottimisticamente dalla IEA in 10 anni nel Regno Unito, 9 in
India e negli Usa, e 6 in Cina.
Non solo le vecchie ma
anche le nuove centrali non risultano competitive sia rispetto
ai costi che ai tempi di costruzione: Flamanville 3 in Francia
avrebbe dovuto avere un costo di 5 miliardi di euro lievitati a
13,2, secondo Electricité de France, e a 19 per la Corte dei
conti francese; la costruzione avviata nel 2007 si sarebbe
dovuta concludere dopo molti ritardi nel 2022, ma secondo Alain
Morvan, direttore del progetto, l’impianto verrà caricato con il
combustibile solo nel primo trimestre del 2024. La Finlandia ha
invece terminato la costruzione di Olkiluoto con un ritardo di
12 anni rispetto ai tempi pianificati e con costi triplicati.
La sequela di
mistificazioni contenute nel video si alimenta anche del
capitolo relativo “all’impronta
carbonica” delle centrali in rapporto all’energia prodotta,
che l’autore, non senza audacia e con tanto di grafico,
proverebbe essere inferiore rispetto a quella delle fonti
rinnovabili.
La quantità di CO2 emessa dal nucleare deve essere calcolata tenendo
conto di tutte le fasi del ciclo di vita degli impianti –
dall’estrazione dell’uranio fino alla dismissione delle centrali
– senza tralasciare le emissioni legate al trasporto e allo
stoccaggio delle scorie radioattive.
Ciò premesso, secondo i
dati forniti dall’Agenzia per l’ambiente tedesca, il valore
delle emissioni generate dal nucleare risulta elevato: oltre il
triplo del fotovoltaico (33 g/kWh), circa 13 volte quello delle
centrali eoliche (tra i 9 e i 7 g/kWh) e quasi 30 volte quello
degli impianti idroelettrici (4 g/kWh).
Inoltre, secondo lo
studio “Differences
in carbon emissions reduction between countries pursuing
renewable electricity versus nuclear power”, pubblicato
il 5 ottobre del 2020 sulla rivista Nature Energy, le energie
rinnovabili sono fino a 7 voltepiù efficaci nel ridurre le
emissioni di carbonio rispetto all’energia nucleare.rsten
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L’ostracismo nei
confronti delle rinnovabili trova riscontro in un altro
passaggio del video in cui si afferma che “Questa
filiera, in rapporto all’energia prodotta, genera un
inquinamento e un’emissione di CO2 che supera
pure quella del nucleare, facendoci poi dipendere da stati come
la Cina”.
Delle emissioni di CO2 si è già detto. Quanto alla debolezza della filiera
nazionale ed europea relativa alle rinnovabili e alla
conseguente dipendenza dalla Cina, il nodo è e resta tutto
politico. Nel suo report “Solar PV Global Supply Chain”
pubblicato a giugno di quest’anno, la IEA afferma che “… Le
nazioni possono migliorare la resilienza investendo per
diversificare la produzione e le importazioni”.
Per quanto concerne
l’Italia, il PNRR destina risorse alla
realizzazione/modernizzazione di impianti per la produzione di
moduli fotovoltaici nei siti di Modugno (pannelli flessibili) e
Catania, dove ENEL punta a raggiungere l’obiettivo di produrre
3000 MW di pannelli al 2024.
In merito alla dipendenza
dalla Cina, le attuali tecniche consentono di riciclare fino al
88-90% del modulo fotovoltaico, generando circa 17-18 kg di
materie prime seconde per ogni pannello. Ragion per cui è
importante investire su nuove tecnologie che consentano di
accrescere la percentuale di riciclo dei moduli, il conseguente
recupero di silicio da utilizzare per nuove produzioni, nel
rispetto dei dettami dell’economia circolare, e, quindi, di
diminuire la dipendenza dai paesi esteri.
Non altrettanto può dirsi
del combustibile che alimenta i reattori, presente in soli
cinque paesi al mondo, tra cui anche la Russia, con le sue
486.000 tonnellate, pari all’8% delle riserve mondiali, e il
Kazakistan, con 906.800 tonnellate, pari al 15% delle riserve
mondiali, e primo produttore al mondo, ma teatro di dure
repressioni del dissenso interno.
Altro punto dolens del
video è quello della presunta “assenza di infiltrazioni mafiose e
malavitose” in un settore a così alta specializzazione.
L’accertato “zampino” della yakuza, la temibile mafia
giapponese, nella gestione della decontaminazione di Fukushima,
e alcuni cablogrammi di Wikileaks che chiariscono il ruolo delle
cosche nella gestione dei traffici illeciti di rifiuti nucleari
in transito dal Porto di Gioia Tauro, smentiscono la fantasiosa
narrazione dell’autore.
Al capitolo “mafia
atomica” appartengono anche alcune delle pagine più oscure e
dolorose del nostro paese: l’esecuzione, avvenuta a Mogadiscio
il 20 marzo del 1994, della giornalista Ilaria Alpi, rea di aver
indagato su un traffico internazionale di armi e rifiuti tossici
radioattivi, e la morte, avvenuta in circostanze misteriose,
dell’ufficiale della Marina Militare, Natale De Grazia, in
servizio presso la Capitaneria di porto di Reggio Calabria e
impegnato in una delicata indagine sull’affondamento delle navi
dei veleni nei mari della Calabria.
La denigrazione delle
rinnovabili prosegue associando
allosviluppo
delle rinnovabili l’incremento del consumo di suolo e
richiamando l’avversione
delle comunità locali nei confronti di “pannelli
fotovoltaici e pale eoliche”.
Anche in questo caso la
smentita viene dai “freddi numeri”: secondo un recente studio
condotto in Italia [3] nel 2020, l’energia solare potrebbe
alimentare l’Italia senza utilizzare ulteriore suolo.
Per raggiungere gli
obiettivi del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima
(PNIEC), rivisti alla luce del Green Deal U.E., si prevede che
entro il 2030 il fotovoltaico debba fornire almeno 100 TWh di
energia elettrica, 4 volte in più rispetto al 2020. Ipotizzando
che questa energia venga generata da impianti solari a terra, si
occuperebbe un’area di poco superiore ai 1.000 km2,
grosso modo pari alla superficie della provincia di Pistoia e
corrispondenti a circa il 5% del consumo di suolo in Italia,
contro una quota del 40% ricoperta da strade e circa del 30%
occupata dagli edifici.
Esistono tuttavia diverse
alternative per ridurre ulteriormente il consumo di suolo: ad
esempio, attraverso il revamping e il repowering degli impianti
esistenti, utilizzando moduli più efficienti (passando
dall’attuale 21-22% al 30% entro il 2030, si potrebbero produrre
300 TWh, doppiando abbondantemente il target del Green Deal) e,
anche, con soluzioni riguardanti l’integrazione del fotovoltaico
sui tetti degli edifici o l’uso del fotovoltaico galleggiante
sull’acqua.
Quanto all’atteggiamento
delle amministrazioni e delle comunità locali nei confronti
dell’eolico, è dimostrato che giocano un ruolo a favore della
realizzazione dei progetti fattori quali una buona
pianificazione, il concreto coinvolgimento dei territori,
un’informazione preventiva, tempestiva e trasparente, il
rispetto delle norme che regolano i permessi, il grado di
integrazione dei progetti con il tessuto economico-sociale
locale, ecc. (si veda, ad esempio, il caso dell’impianto eolico
in località Tocco da Casauria, 3,2 MW, anno 2006).
Di contro, sappiamo per
certo che in Italia il culmine dell’opposizione pubblica a piani
energetici è stato raggiunto solamente in occasione delle due
consultazioni referendarie sullo sviluppo del nucleare civile.
La prima consultazione, nel 1987, si articolò su tre quesiti: il
numero dei votanti fu pari al 65,1% degli aventi diritto e per
tutti e tre i quesiti la maggioranza dei votanti di espresse
contro l’opzione nucleare. Stessa sorte toccò al nucleare nel
2011: il numero dei votanti fu il 54,79% degli aventi diritto e
il 94,5% dei votanti si espresse per la seconda volta contro lo
sviluppo del nucleare in Italia, a dispetto di quanti, politici
e non, avevano fino ad allora sostenuto e continuavano ad avere
un atteggiamento neutrale nei confronti di quel settore.
Per giustificare la
necessità di installare impianti nucleari il video continua la
sua crociata contro le rinnovabili accusando
queste fonti di una variabilità intrinseca con la
conseguente impossibilità di stabilizzare il sistema elettrico.
In realtà sono sempre più diffusi e facilmente reperibili studi
tecnico-scientifici che mostrano come sia possibile sviluppare
un sistema elettrico basato sul 100% di rinnovabili, senza
utilizzare fonti fossili e senza costruire nuove centrali
nucleari [4]. Un tale obiettivo è realizzabile anche in Italia;
ad esempio, l’amministratore delegato di Terna, Stefano
Donnarumma, intervistato da diverse testate giornalistiche (vedi
Il Messaggero del 5/10/22), non ha mostrato perplessità per
l’imponente crescita delle rinnovabili sul sistema elettrico da
lui amministrato e Francesco Starace, ingegnere nucleare a capo
di Enel Spa, ha dichiarato la sua totale contrarietà a un nuovo
programma nucleare italiano basato sulle tecnologie oggi
disponibili (vedi intervista a Open del 13/1/22).
Nonostante la recente
propaganda distorta e dannosa, i numeri parlano chiaro: in tutto
il mondo le rinnovabili sono in crescita esplosiva, mentre il
nucleare è sostanzialmente residuale o in fase calante. Allora,
i nostri giovani dovrebbero guardare responsabilmente al loro
futuro affidandosi non a un divertente cartone animato, ma a
seri dati scientifici.
di Enrico Gagliano, Vittorio
Marletto, Margherita Venturi – Energia
per l’Italia
Riferimenti
[1] Andrew
Leatherbarrow, Melting
Sun: The History of Nuclear Power in Japan and the Disaster at
Fukushima Daiichi, Nielsen, 2022.
[2]
“Special Report: Counting the dead”, Nature, 440,
982, 2006 (doi.org/10.1038/440982a); J.-C. Nénot, “Radiation
accidents over the last 60 years”, Journal
of Radiological Protection, 29, 301, 2009
(doi.10.1088/0952-4746/29/3/R01).
L’aggiornamento del PNIEC
dovrà essere consegnato a Bruxelles a giugno 2024
Il nuovo Piano
Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) potrebbe
contenere il primo accenno concreto all’impiego dell’energia
nucleare. Non per il medio termine, ovviamente, quanto
piuttosto per lo sforzo di decarbonizzazione al 2050. A
rivelarlo è il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza
energetica Gilberto Pichetto Fratin un giorno
prima del Vertice
G7 di Torino.
Il numero uno del MASE ha
da sempre sostenuto la validità dell’energia dell’atomo come
strumento di decarbonizzazione energetica, nonostante le chiare
difficoltà di riuscire ad inserire una simile fonte nel contesto
nazionale. Ecco perché nel 2023 il dicastero ha istituito
la Piattaforma Nazionale per un
Nucleare Sostenibile (PNNS). Il network, coordinato dal
MASE con il supporto di Enea e RSE, ha l’obiettivo di definire
in tempi certi un percorso finalizzato alla possibile ripresa
dell’utilizzo dell’energia nucleare in Italia e alla crescita
della filiera industriale nazionale (già attiva nel comparto).
Lo scenario nucleare nel PNIEC italiano
Il passaggio nel PNIEC
italiano appare come una mossa, per alcuni versi, abbastanza
prevedibile. Il Piano deve essere consegnato entro giugno 2024
alla Commissione europea nella sua versione ufficiale,
integrando in teoria tutte le richieste avanzate da Bruxelles
rispetto alla bozza 2023.
A partire da nuovi dettagli su come il Belpaese intenda
raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici 2030. Con
particolare attenzione alle azioni di riduzione delle emissioni.Secondo
quanto riporta l’esecutivo UE, infatti, “il piano fornisce proiezioni di
emissioni che dimostrano che con le politiche e le misure
aggiuntive proposte nel progetto di PNEC aggiornato, l’Italia
non è sulla buona strada per raggiungere il suo obiettivo
nazionale di gas serra di -43,7% nel 2030 rispetto ai livelli
del 2005. Secondo le proiezioni dell’Italia, il target sarebbe
inferiore di 6,7-8,7 punti percentuali”.
Il possibile scenario
“nucleare” su cui sta lavorando la PNNS riguarda però il lungo
termine, ossia le politiche dal 230 alla metà del secolo. Spiega
il ministro Pichetto “L’aggiornamento
del PNIEC, da trasmettere alla Commissione europea entro giugno
2024, riporterà anche analisi di scenario contenente una
possibile quota di energia prodotta da fonte nucleare nel
periodo 2030-2050. Tale quota sarà ricavata dai dati, basandosi
su valutazioni comparative rispetto al mix energetico attuale.
Tali analisi sono tutt’ora in corso di studio da parte di uno
specifico Gruppo di lavoro della Piattaforma”.
Si studiano nuove proposte normative e di governance
Ma per portare il nucleare
in Italia e inserire l’atomo nel mix elettrico nazionale
servirà anche mettere
mano a norme, regolamenti e incentivi per non parlare
delle politiche di governance. E al momento l’Italia fatica
anche a realizzare il deposito nazionale dei rifiuti
radioattivi.
Come muoversi su questo
fronte? Il Ministro ha rivelato di aver dato mandato al
giurista Giovanni
Guzzetta, di costituire un gruppo di alto livello per
ridisegnare l’ambito legislativo del sistema regolatore italiano
“per accogliere un eventuale
programma di ripresa della produzione nucleare in Italia“,
con la definizione, inoltre, di “un quadro normativo specifico per
l’energia da fusione”.
Atto Camera
Mozione 1-00295
presentato da
SQUERI Luca
testo presentato
Mercoledì 12 giugno 2024
modificato
Mercoledì 26 giugno 2024, seduta n. 314
La Camera,
premesso che:
1) nel gennaio 2020 l'Italia ha inviato alla Commissione europea
la versione definitiva del Piano nazionale integrato per
l'energia e il clima 2021-2030 (Pniec), adottato in attuazione
del Regolamento 2018/1999/UE, al termine di un percorso di
consultazione pubblica ed elaborazione avviato nel dicembre
2018. Tra i principali obiettivi: una percentuale di energia da
fonti energetiche rinnovabili (FER) nei consumi finali lordi di
energia pari al 30 per cento, la riduzione dei «gas serra»,
rispetto al 2005, per tutti i settori non ETS del 33 per cento,
il phase out del carbone dalla generazione elettrica al 2025;
2) nel dicembre 2019, la Commissione europea ha presentato la
comunicazione strategica sul Green Deal europeo volta a
conseguire la neutralità climatica entro il 2050. Tale
traguardo, approvato il 12 dicembre 2019 dal Consiglio europeo,
è stato successivamente sancito dalla legge europea sul clima
(regolamento 2021/1119/UE), che ha introdotto l'obiettivo, da
conseguire entro il 2030, di ridurre le emissioni di almeno il
55 per cento rispetto ai livelli del 1990;
3) il 14 luglio 2021, la Commissione europea ha presentato un
pacchetto di proposte legislative, denominato Fit for 55 (Pronti
per il 55 per cento), volte a rivedere la normativa dell'Ue in
materia di riduzione delle emissioni climalteranti, per
consentire il raggiungimento di questo nuovo più ambizioso
obiettivo al 2030;
4) il 18 maggio 2022 la Commissione europea ha presentato il
Piano REPowerEU (COM(2022) 230 final) con l'obiettivo di ridurre
la dipendenza dell'UE dai combustibili fossili russi accelerando
la transizione e costruendo un sistema energetico più
resiliente. Con il regolamento (UE) 2023/435 del 27 febbraio
2023, è stato consentito agli Stati membri di inserire appositi
capitoli REPowerEU nei Piani per la ripresa e la resilienza
(PNRR). Il 7 agosto 2023 il Governo italiano ha presentato alla
Commissione europea le conseguenti modifiche al Piano nazionale
ripresa resilienza, accolte dalla Commissione europea,
(COM(2023) 765 Def) il 24 novembre 2023 e dal Consiglio europeo
l'8 dicembre 2023;
5) il 4 agosto 2022 è entrato in vigore, con decorrenza 1°
gennaio 2023, il regolamento delegato 2022/1214 della
Commissione Ue, che include gas e nucleare dalla lista degli
investimenti considerati sostenibili dal punto di vista
ambientale (cosiddetta tassonomia verde). Dal 1° gennaio 2023 è
possibile investire in nuove centrali nucleari realizzate con le
«migliori tecnologie disponibili» e fra gli investimenti
sostenibili le attività di ricerca e sviluppo per le nuove
tecnologie è stato inserito il nucleare di quarta generazione.
Quanto al gas, le centrali con permesso di costruzione
rilasciato entro il 2030, dovranno sostituire vecchi impianti a
combustibili fossili con altri più efficienti del 55 per cento
dal punto di vista delle emissioni ed essere programmate per
passare, dal 2035, a gas rinnovabile;
6) il 16 maggio 2023 è entrato in vigore il Regolamento (UE)
2023/857 (cosiddetto Regolamento Effort Sharing-ESR) che ha
fissato un obiettivo per l'Italia ancor più ambizioso,
prevedendo che le emissioni di gas a effetto serra degli Stati
membri al 2030 rispetto ai livelli nazionali del 2005
determinate in conformità dell'articolo 4, paragrafo 3 del
regolamento stesso (trasporti, residenziale, terziario,
industria non ricadente nel settore ETS, i rifiuti,
l'agricoltura) si riducano entro il 2030 del 43,7 per cento
rispetto ai livelli del 2005;
7) questo complesso di impegni detta l'inquadramento del
percorso di decarbonizzazione del Paese. Ai sensi dell'articolo
14 del regolamento (UE) 2018/1999, la proposta di aggiornamento
del Piano nazionale integrato energia e clima, allineata ai
nuovi obiettivi, deve essere trasmessa alla Commissione europea
entro il 30 giugno 2023, mentre la versione finale del documento
deve essere trasmessa entro giugno 2024, sviluppandosi nelle
cinque dimensioni dell'Unione dell'energia: decarbonizzazione
(riduzione delle emissioni e energie rinnovabili); efficienza
energetica; sicurezza energetica; mercato interno dell'energia;
ricerca, innovazione e competitività;
8) in coerenza con gli obiettivi sopraindicati il Ministero
dell'ambiente ha predisposto nell'estate 2023 un documento di
aggiornamento del Piano nazionale integrato energia e clima
2019, in linea con i nuovi obiettivi, prevedendo per il 2030 la
conseguente riduzione dell'emissione di gas serra, una quota del
40 per cento di energia proveniente da fonti rinnovabili nei
consumi finali lordi di energia (e del 65 per cento nel settore
elettrico);
9) un aumento dell'efficienza energetica che porta i consumi
finali 2030 a 100 Mtep e quelli primari dai 145 Mtep del 2021 ai
122 del 2030; l'abbattimento, rispetto al 2005 del 62 per cento
delle emissioni ETS e del 35-37 per cento delle emissioni ESR,
la promozione della produzione industriale a basse emissioni di
carbonio, nonché una maggiore elettrificazione nel mix
energetico;
10) la proposta di aggiornamento Piano nazionale integrato
energia e clima 2023 prevede che per rispettare la traiettoria
emissiva del periodo 2021-2030, rispetto ai livelli del 2005,
sarà necessario avviare da subito una significativa riduzione
delle emissioni pari a oltre il 30 per cento rispetto ai livelli
del 2021, da conseguirsi prevalentemente nei settori trasporti e
civile (residenziale e terziario);
11) nel percorso di decarbonizzazione, in tutti i settori,
l'efficienza energetica rappresenta il driver principale, in
coerenza del principio Energy Efficiency First (efficienza
energetica al primo posto);
12) per quanto riguarda la produzione elettrica da fonte
rinnovabile (FER-E) in termini di potenza installata si prevede
di aumentare, rispetto all'installato di fine 2021, da 11.290 a
28.140 MW quelle eolica, da 22.594 a 79.921 MW quella solare,
mentre restano sostanzialmente stabili le potenze installate nei
settori dell'idroelettrico e della geotermia. In calo la
produzione da bioenergie. In termini di produzione annua si
prevede di incrementare l'eolico da 20 a 64 TWh, il solare da 25
a 99 TWh, mentre si prevede una sostanziale stabilità per
l'idroelettrico (da 48,5 a 47 TWh) e un calo per le bioenergie
da 19 a 10 TWh) (pagine 77 e 78 del Piano nazionale integrato
energia e clima 2023);
13) per quanto riguarda il settore delle rinnovabili termiche
(FER-C), le misure dovranno essere coordinate con l'efficienza
energetica, in particolare per gli edifici. È previsto l'obbligo
di integrazione delle rinnovabili termiche negli edifici, la
riforma del meccanismo delle detrazioni fiscali, l'obbligo di
fornitura di calore rinnovabile per vendite di calore sopra i
500 tep, unitamente all'incentivazione della produzione di
energia rinnovabile termica di grande taglia con sistemi
competitivi. Nel settore termico, oltre a una forte spinta
all'elettrificazione dei consumi data dall'ampia diffusione
delle pompe di calore nel settore civile, penetreranno sempre
più i gas rinnovabili (biometano, bioGPL e DME rinnovabile) e
idrogeno (in particolare in ambito industriale);
14) l'ammontare degli investimenti diretti stimati necessari per
raggiungere gli obiettivi del Piano nazionale integrato energia
e clima al 2030 è stimato dal Ministero dell'ambiente e della
sicurezza energetica in 830,3 miliardi di euro, tra il 2023 e il
2030 dei quali 524,9 miliardi a carico del settore dei trasporti
(solo veicoli) 134,2 miliardi nel settore dell'edilizia
residenziale, 43 miliardi nel terziario, 37,2 per le reti del
sistema elettrico, 69,4 nelle FER-E (di cui 36 miliardi nel
fotovoltaico e 24 nell'eolico) e 6,3 miliardi per i sistemi di
accumulo (batterie e pompaggi). In calo invece gli investimenti
in idroelettrico e bioenergie (pagine 411-412 del Piano
nazionale integrato energia e clima 2023);
15) a fronte di questa dimensione epocale di investimenti le
risorse disponibili, tra le misure di finanza sostenibile
individuate dal Piano nazionale integrato energia e clima 2023 e
le risorse rese disponibili nei vari fondi europei, appaiono del
tutto esigue e sottostimate, ove si consideri che la Commissione
UE prevede, nelle linee guida per l'aggiornamento del Piano
nazionale integrato energia e clima, la necessità di valutare
gli impatti sociali ed economici delle misure di transizione, da
accompagnare con politiche che impediscano l'acuirsi delle
differenze sociali, favoriscano la ricollocazione dei lavoratori
e contrastino i fenomeni di povertà energetica. A tale scopo le
risorse del Fondo sociale per il clima (86,7 miliardi di euro di
cui il 75 per cento finanziato con i proventi ETS e il 25 per
cento con risorse proprie degli Stati), sembrano essere esigue
rispetto agli impatti delle diverse politiche pubbliche messe in
campo. Il solo costo della direttiva Case green è stato stimato
a livello europeo in 275 miliardi di euro l'anno dal 2024 al
2030;
16) è necessario sottolineare che il raggiungimento degli
obiettivi, ambiziosi, previsti dal Piano nazionale integrato
energia e clima non può prescindere dal sostegno di tutte le
fonti rinnovabili e, quindi, da una libertà in merito alle
scelte tecnologiche. Come chiarito dalla direttiva (UE)
2018/2001, le biomasse, la geotermia, l'energia idraulica e i
biogas, appartengono al novero delle fonti rinnovabili, questo
anche nell'ottica di preservare ed accompagnare verso una
graduale transizione anche il sistema produttivo principale del
nostro paese caratterizzato da imprese di medio-piccole
dimensioni;
17) va da sé, inoltre, anche la necessità di avanzare in sede
europea una proposta volta al riconoscimento degli incentivi a
impianti la cui componentistica e tecnologia sia in gran parte
costruita nell'Unione europea anche per incentivare gli
investimenti in Europa e concorrere alle logiche di filiera
industriale che gioverebbe al sistema Italia;
18) inoltre, è opportuno valorizzare quanto introdotto nel 2023
dall'Unione europea attraverso il Critical Raw material act
quale strumento utile a implementare strumenti di ricerca,
estrazione di terre rare e altre materie prime critiche e
strategiche, riciclo delle stesse e avvio di processi
industriali e tecnologici per la surroga di tali elementi. Ad
oggi il settore mondiale delle batterie sta conoscendo
un'evoluzione esponenziale con un fortissimo calo dei prezzi e
l'introduzione di nuove tecnologie di sostituzione o
complementari. Proprio su questo fronte vi sono prospettive
interessanti per la tecnologia agli «ioni-sodio» e le batterie
termiche dove l'industria italiana può rivestire un ruolo da
assoluta protagonista per la presenza di importanti progetti in
tale settore;
19) per quanto riguarda le biomasse, la superficie boscata
italiana si è triplicata dal 1951, raggiungendo 12 milioni di
ettari, sui 30,1 milioni totali del Paese, ma si utilizza come
fonte rinnovabile solo il 18 per cento dell'accrescimento, che
corrisponde a 7,90 Mtep, e l'Italia è il primo importatore
europeo di materia prima legnosa. Germania, Francia e Spagna
prevedono al 2030 di produrre il 68 per cento dell'energia
termica da biomassa. Se si utilizzasse il 67 per cento
dell'accrescimento (media europea) se ne otterrebbero 30 Mtep,
che coprirebbero il 70 per cento dei consumi termici da fonte
fossile. La gestione sostenibile delle foreste, unitamente alla
previsione di politiche per la mitigazione degli incendi,
migliora la capacità di assorbimento del carbonio. In Austria la
capacità di assorbimento della CO2 è triplicata rispetto
all'Italia che dispone di una insolazione molto superiore e ha
grande disponibilità di acqua;
20) per la geotermia, risorsa rinnovabile (calore della terra) e
programmabile, è attribuito (dati RSE-GSE) un elevato potenziale
geotermico presente nel 60 per cento del territorio italiano.
L'Italia con oltre 30 impianti geotermoelettrici, attivi nel
settore elettrico, per una potenza di 817 MW ed una produzione
nel 2022 di 5.837 GWh, pari al 6 per cento circa della
produzione elettrica da FER e al 2 per cento circa della
produzione elettrica complessiva nazionale, si pone da molti
anni al primo posto dei Paesi dell'Unione Europea in termini di
capacità installata. La risorsa geotermica ai fini energetici è
significativamente utilizzata nel Paese anche nel settore
termico sia attraverso impianti di teleriscaldamento, sia
mediante impianti di sfruttamento diretto del calore geotermico,
che in impianti di sfruttamento del calore geotermico tramite
pompa di calore. La geotermia, oltre ad essere una delle
principali fonti rinnovabili per riscaldamento, raffreddamento e
per la produzione programmabile di energia elettrica, risulta il
mezzo più sostenibile per estrarre litio e altre materie prime
critiche dai fluidi geotermici;
21) per quanto riguarda l'energia idraulica secondo i dati
contenuti nel Registro italiano dighe, le grandi dighe (volume
d'invaso maggiore di 1.000.000 metri cubi, altezza maggiore di
15 metri) sono in totale 532. Di queste 497 sono ancora in
attività e sono date in concessione soprattutto per la
produzione di energia idroelettrica (306) dighe cui seguono gli
usi irriguo potabile e industriale. La capacità d'invaso è di
circa 14 chilometri cubi. Con interventi di manutenzione degli
invasi e di ammodernamento delle turbine secondo alcuni studi si
potrebbe avere un incremento di produzione di 25 TWh annui al
2030 (circa il 40 per cento in più). In Italia piovono
annualmente circa 300 miliardi di metri cubi d'acqua, dei quali
viene trattenuto solo l'11 per cento, mentre l'obiettivo
raggiungibile è del 40 per cento. L'acqua è centrale per puntare
all'autosufficienza alimentare e aumentare la resa produttiva
per ettaro;
22) nel settore del biogas l'Italia è leader in Europa con 1.600
impianti attivi, 1,7 miliardi di metri cubi di biometano (biogas
depurato da CO2) prodotti e 12 mila occupati. La produzione di
biogas si avvale oggi di tecnologie all'avanguardia, quali la
digestione anaerobica dalla quale deriva un digestato
considerato efficace fertilizzante. La produzione di biogas ha
effetti a cascata sulla filiera agroalimentare, perché oltre
all'energia e alla fertilizzazione, favorisce l'uso efficiente
dell'acqua, accompagna tecniche di produzione basate sul
precision farming e l'innovazione nella meccanica agraria, ma
soprattutto accresce la competitività degli allevamenti
preservando il futuro di una filiera fondamentale per il made in
Italy. Oggi si trasforma in biogas il 15 per cento dei reflui
zootecnici che possono arrivare entro il 2030 a una percentuale
del 65 per cento con una produzione di 6,5 miliardi di metri
cubi e la creazione di altri 25 mila posti di lavoro. Nel Piano
nazionale ripresa resilienza la Missione 2 nella Componente C1
«Economia circolare e agricoltura sostenibile» è previsto lo
sviluppo del biometano di origine agricola o da Forsu (frazione
organica dei rifiuti urbani) (1,92 miliardi di euro) da
destinare al greening della rete gas, pari a circa 2,3-2,5
miliardi metri cubi, per rispondere alla domanda crescente di
decarbonizzazione sia del settore dell'industria, soprattutto
quella Hard To Abate che non può essere elettrificata, e sia del
settore trasporti, in forma liquida (bioGNL) o gassosa in
aggiunta al biometano, l'Italia è fortemente impegnata nello
sviluppo delle produzioni di bioGPL e di altri gas rinnovabili
(es. DME);
23) è necessario, infine, tener conto delle evidenze
geopolitiche internazionali: la Cina è attualmente superpotenza
nel settore delle energie rinnovabili, acquisendo in sostanza
una leadership tecnologica, industriale, commerciale nell'eolico
e nel fotovoltaico, nella supply chain della mobilità elettrica
(delle terre rare, dalle materie prime alle batterie). Grazie ai
massicci investimenti effettuati nelle rinnovabili, l'industria
cinese è quasi monopolista nella produzione mondiale di pannelli
solari e delle turbine eoliche, con una quota superiore ai due
terzi. Se non adeguatamente sorretto da una industria europea,
il mantra della transizione energetica al dopo-fossili
affermatosi nei Paesi occidentali, rischia di trasformarsi in
una dipendenza eccessiva dalle forniture cinesi e di mettere a
repentaglio importanti catene di valore della meccanica europea;
24) viceversa, nelle tecnologie relative ai settori delle
turbine (idrauliche e non), dello sfruttamento delle biomasse,
della geotermia, della produzione di biogas l'Italia è
all'avanguardia o comunque svolge un ruolo da protagonista.
Quanto all'efficienza energetica il sistema produttivo del
nostro Paese presenta valori d'intensità energetica primaria
(definita dal rapporto tra il consumo interno lordo di energia e
il prodotto interno lordo) inferiori alla media dei Paesi
dell'Unione europea;
25) con riferimento infine all'energia nucleare, la Camera il 9
maggio 2023 ha approvato la mozione 1-00083, nella quale si
impegna il Governo a valutare l'opportunità di inserire nel mix
energetico nazionale anche il nucleare quale fonte alternativa e
pulita per la produzione di energia e ad adottare iniziative
volte ad includere la produzione di energia atomica all'interno
della politica energetica europea, riaffermando in quella sede
una posizione volta a mantenere nella tassonomia degli
investimenti verdi la messa in esercizio di centrali nucleari
realizzate con le migliori tecnologie disponibili;
26) in ambito nucleare, si ricorda che l'Italia possiede il
secondo settore industriale europeo, sia in termini di
competenze che di capacità, avendo sempre mantenuto attività nel
settore, a livello EU e internazionale. Inoltre, l'Italia forma
circa il 10 per cento degli ingegneri nucleari europei. I
ricercatori italiani e alcune infrastrutture sperimentali sono
ben conosciuti e apprezzati nel mondo. Grazie a queste
caratteristiche, l'Italia è oggetto di particolare attenzione,
in particolare dalla Francia ed ultimamente dagli Stati Uniti,
per la costituzione di una supply chain nucleare europea,
finalizzata a realizzare: lo sviluppo delle nuove tecnologie; la
formazione delle risorse umane; la realizzazione di nuove
politiche energetiche che integrino in maniera sinergica fonti
rinnovabili e nucleare;
27) nel nuovo quadro regolatorio europeo, l'Italia può quindi
giocare un ruolo da protagonista, partecipando sia allo sviluppo
sia alla realizzazione delle nuove tecnologie nucleari in
programmazione nei Paesi EU, seguendo le storiche orme dei «due
Enrico»: Fermi, inventore dell'energia nucleare nel 1942, e
Mattei, il primo a realizzare una centrale nucleare in Italia, a
Latina, nel 1960;
28) nella definizione della strategia energetica nucleare del
nostro Paese, occorre considerare la definizione di partnership
con gli altri Stati europei impegnati sul tema, anche al fine di
incrementare il know how e le capacità industriali. In tale
percorso sarebbe opportuno valutare la definizione di
un'autorità indipendente di sicurezza nucleare nazionale con
un'adeguata dotazione organica;
29) in linea con le raccomandazioni dell'Agenzia internazionale
per l'energia atomica, appare necessario individuare altresì una
Nuclear energy programme implementing organization (Nepio) con
il compito di valutare lo stato delle infrastrutture di base
necessarie per avviare un programma nucleare nazionale e fornire
al Governo le indicazioni necessarie per il loro completo
sviluppo e operatività. Tale Nepio dovrebbe anche avere il
compito di coinvolgere e coordinare tutti i soggetti pubblici e
privati interessati, al fine di uno sviluppo organico e coerente
di tutte le infrastrutture di base,
impegna il Governo:
1) in relazione all'adozione della versione definitiva del Piano
nazionale integrato energia e clima ad adottare iniziative
volte:
a) a prevedere, per quanto di competenza, opportune forme di
rendicontazione al Parlamento circa lo stato di avanzamento del
Piano nazionale integrato energia e clima;
b) a rafforzare nell'ambito del Piano nazionale integrato
energia e clima, sulla base del principio della neutralità
tecnologica, l'apporto di tutte le fonti rinnovabili o
sostenibili con bassa emissione di CO2, sia termiche che non,
tenendo conto della necessità di valorizzare la filiera
produttiva nazionale, al contempo ottimizzando il rapporto
costi/benefici per il sistema Paese, valutando il differente
grado di programmabilità e garantendo il positivo apporto in
termini di miglioramento della qualità dell'aria;
c) nel settore civile, a prevedere riforme delle misure in
vigore a supporto della riqualificazione edilizia, che
garantiscono una maggiore efficacia e un impiego più efficiente
delle risorse pubbliche;
d) nel settore trasporti, a rafforzare le misure volte a
favorire lo shift modale delle persone e delle merci verso
modalità più efficienti e decarbonizzate, quali il trasporto
pubblico e ferroviario, e, contemporaneamente, a supportare lo
sviluppo delle produzioni dei biocarburanti e delle altre fonti
rinnovabili;
e) nel settore industriale, a prevedere lo sviluppo di diverse
opzioni tecnologiche per la decarbonizzazione dei settori hard
to abate quali l'efficienza energetica, l'idrogeno, il biometano
e la Carbon capture and storage (Ccs), con un approccio
integrato che non escluda nessuna di queste opzioni, ma che allo
stesso tempo promuova e faciliti l'accesso a quelle più efficaci
per ciascun ambito;
f) a prevedere nel Piano un approfondimento riguardo la
valutazione sugli effetti dell'eventuale adozione,
nell'orizzonte temporale successivo al 2030 e traguardando gli
obiettivi 2050, di tecnologie di generazione energetica basate
sulla fonte nucleare, quali a titolo esemplificativo i reattori
nucleari di piccole dimensioni (Smr), i piccoli reattori
nucleari avanzati (Amr), i microreattori e le macchine a
fusione;
2) al fine di conseguire in modo efficace i target del Piano
nazionale integrato energia e clima al 2030, ad adottare
iniziative di competenza volte a:
a) anche in ambito europeo, a individuare le risorse e gli
strumenti di programmazione economica necessari ad attuare il
Piano nazionale integrato energia e clima 2023-2030, valutando
non solo ex ante, ma anche in itinere l'impatto economico,
finanziario, sociale nonché sul sistema produttivo delle misure
poste in essere per il raggiungimento dei target;
b) a proseguire i tavoli di approfondimento già avviati sul
settore civile, dei trasporti e sulle tematiche
socio-economiche, per un efficace attuazione delle politiche
previste dal Piano nazionale integrato energia e clima e per il
monitoraggio della sostenibilità sociale, con particolare
riferimento alla sostenibilità degli oneri per la
riqualificazione energetica degli edifici residenziali e alle
risorse necessarie per la formazione dei lavoratori nei settori
che saranno maggiormente coinvolti dalla transizione energetica;
c) ad adottare meccanismi di incentivazione, con ottimale
rapporto costi/benefici, a sostegno dello sviluppo delle
rinnovabili (elettriche, termiche e nei trasporti) e degli
interventi di efficientamento energetico, con particolare
attenzione a progetti integrati ed ai progetti di
decarbonizzazione di impianti industriali;
d) a sfruttare tutto il ventaglio delle tecnologie termiche,
tenendo conto delle specificità nazionali, proseguendo altresì
nel processo di efficientamento nella produzione di energia
termica e di riduzione costante dei livelli emissivi;
e) a semplificare i processi autorizzativi in ambito geotermico
e delineare una strategia nazionale di massimizzazione dello
sfruttamento di tale risorsa;
f) ad avviare un processo di efficace manutenzione degli invasi
e di ammodernamento delle turbine degli impianti idroelettrici,
al fine di massimizzarne la producibilità;
g) in ambito europeo per il superamento degli ostacoli che
impediscono il rapido avvio degli investimenti per
l'ammodernamento e il potenziamento delle infrastrutture
idroelettriche, in considerazione degli evidenti benefici, anche
in termini di stabilità della rete, derivanti dalla
programmabilità della produzione di energia idroelettrica e
della necessità, a fronte della estremizzazione degli eventi
climatici, di incrementare lo stoccaggio della risorsa «acqua»;
h) a proporre soluzioni anche in sede di Unione europea,
finalizzate ad eliminare le distorsioni di prezzo tra i diversi
Stati dell'Unione che vanno a discapito della nostra
competitività industriale;
i) a realizzare la transizione verso una mobilità sostenibile
che tenga in dovuta considerazione la necessità di intervenire
anche su settori quali l'aviazione e il marittimo, ove la
decarbonizzazione può essere meno supportata
dall'elettrificazione dei consumi;
l) a continuare l'incentivazione della produzione di biometano
utilizzando tutto il potenziale disponibile di feedstocks,
valorizzando il settore agricolo ed agro-industriale nazionale
oltre che quello della Forsu, attraverso nuovi sistemi di
incentivi per il periodo post 2026 che, tenendo conto dei tempi
di autorizzazione e realizzazione degli impianti, arrivino oltre
il 2030, per rispondere alla domanda crescente di
decarbonizzazione del settore dell'industria che non può essere
elettrificata, e sia del settore trasporti, in forma liquida
(bioGNL) o gassosa, nonché ad implementare misure di sostegno
allo sviluppo delle produzioni di gas rinnovabili liquefatti
(bioGPL e DME) a sostegno della decarbonizzazione del settore
industriale e di quello dei trasporti;
m) a completare il quadro normativo relativo alla Carbon capture
and storage (Ccs), per poter avviare le iniziative progettuali,
a partire da quelle nell'area dell'Alto Adriatico, individuando
la governance della filiera, la regolazione tecnico economica
delle attività di trasporto e stoccaggio, dei sistemi di
supporto e degli strumenti di garanzia;
n) a limitare la dipendenza tecnologica da Paesi posti al di
fuori dell'Unione europea;
o) a risolvere il problema della saturazione virtuale della rete
elettrica di trasmissione e garantire un efficace meccanismo di
gestione delle richieste di connessione, attraverso la
commisurazione del costo della connessione non solo alla
capacità impegnata ma anche alla durata dell'impegno e,
contemporaneamente, mediante la determinazione della decadenza
delle richieste di connessioni non supportate da ragionevoli
aspettative di conferma e attivazione;
p) anche nella prospettiva dell'aggiornamento del Pniec, a
valutare la possibilità di istituire, nel rispetto delle
normative internazionali ed europee e compatibilmente con le
esigenze di finanza pubblica, un'apposita autorità
amministrativa indipendente di regolamentazione competente in
materia di autorizzazione tecnica, certificazione,
realizzazione, gestione e dismissione degli impianti nucleari,
di sicurezza nucleare e di radioprotezione con le funzioni e i
compiti di Autorità nazionale per la regolamentazione tecnica e
le istruttorie connesse ai processi autorizzativi, le
valutazioni tecniche, il controllo, anche ispettivo, e la
vigilanza degli impianti, nonché a valutare l'opportunità di
incrementare programmi di finanziamento per la ricerca e il
potenziamento dell'industria nazionale nel settore nucleare,
nell'ottica di renderla più competitiva rispetto agli attori
internazionali, creando le migliori condizioni per lo sviluppo
di una filiera italiana;
q) a valutare l'opportunità della creazione, in linea con le
raccomandazioni dell'Agenzia internazionale per l'energia
atomica, di una Agenzia con il compito di valutare lo stato
delle infrastrutture di base necessarie per avviare un programma
nucleare nazionale e fornire al Governo le indicazioni
necessarie per il loro completo sviluppo e operatività.
(1-00295) (Testo modificato nel corso della seduta) «Squeri,
Mattia, Zinzi, Cavo, Cortelazzo, Zucconi, Barabotti, Alessandro
Colucci, Battistoni, Benvenuti Gostoli, Bof, Semenzato, Casasco,
Foti, Montemagni, Mazzetti, Iaia, Pizzimenti, Polidori, Lampis,
Milani, Fabrizio Rossi, Rotelli, Rachele Silvestri».
Nel cuore del Verbano-Cusio-Ossola, in
Piemonte, c’è un piccolo paese di poco più di 200 abitanti, in
cui il sole non brilla da novembre a febbraio.
Stiamo parlando di Viganella, il piccolo paese
immerso nella Valle Antrona che, però, non è rimasto in
penombra e, grazie all’impegno del suo ex sindaco, ha ritrovato la luce
con una soluzione ingegnosa.
Viganella e lo “Specchio del Sole”
Gli abitanti del piccolo borgo di Viganella hanno saputo adattarsi
agli 83 giorni di buio, che ogni anno caratterizzano
l’inverno del paese, da novembre a febbraio.
Viganella, infatti, si trova in una posizione particolare, proprio
in mezzo ad alcune montagne che impediscono al sole di
raggiungerlo durante i mesi invernali.
La penombra è però finita nel 2006, quando
l’allora sindaco del paese, Franco Midali, con la
collaborazione dell’amico architetto Giacomo
Bonzani, ha inaugurato il cosiddetto “Specchio del Sole”.
Si tratta di uno specchiogigante
– 8 metri di larghezza per 5 di altezza – situato in una posizione
strategica su una montagna vicina, che riflette i raggi del sole
sul paese.
Tramite un sistema di motori elettrici comandati da computer, lo
specchio viene ruotato in modo da catturare i raggi solari e
rifletterli sul paese, creando così un’illuminazione
artificiale durante i mesi invernali.
Nella notte viene riposizionato in modo che il mattino seguente
possa ripartire dalla posizione prestabilita e fare il proprio lavoro
durante l’arco della giornata.
Sei ore di sole assicurate ogni giorno fino al 2
di febbraio, data in cui il sole torna a illuminare il piccolo borgo,
evento festeggiato in grande dagli abitanti di Viganella.
Cosa vedere a
Viganella: curiosità
Lo specchio gigante di Viganella non è la sola
attrazione di questa curiosa località: posto a 1000 metri sopra il mare
e a ridosso del confine svizzero, Viganella è la meta perfetta
per gli amanti delle escursioni alpine.
Proprio dal centro di Viganella, nei pressi della
chiesa seicentesca dedicata alla natività di Maria Vergine, parte un
sentiero che porta alle tracce ancora esistenti delle miniere di
ferro di Ogaggia.
Un altro consiglio? Percorrete il sentiero che da
Viganella conduce all’Alpe Cavallo, passando attraverso diversi
alpeggi, tra foreste e ruscelli di montagna.
Le telecomunicazioni sono un asset strategico per la crescita e lo
sviluppo sostenibile del Paese. La disponibilità di una infrastruttura
di telecomunicazioni performante è determinante ai fini della
competitività. È dunque essenziale essere informati su quello che sta
accadendo nel settore anche per capire in che direzione sta andando il
Paese.
Ecco una lista delle fonti più affidabili.
Mimit: il ministero per le Imprese e Made in Italy è diviso in sezioni.
La sezione “Comunicazioni” è organizzata in due sotto-sezioni: una
dedicata alla banda ultralarga dove è possibile accedere al catasto
delle infrastrutture e al portale bandaultralarga.italia.it dove è
possibile monitorare lo stato dei lavori. L’altra sezione è dedicata a
Internet con tutte le info relative all’Internet governance, la
sicurezza informatica, le autorizzazioni ai provider e la normativa
sull’accessibilità. Nella sezione Media disponibili gli ultimi annunci e
azioni del ministero per accelerare sulla diffusione della connettività
in Italia.
Infratel: la società di Invitalia è impegnata in interventi di
infrastrutturazione del Paese, per il superamento del digital divide e
l’abilitazione alla diffusione di servizi di connettività avanzati. Si
può accedere alla Data Room, lo spazio online progettato per condividere
i dati che sono alla base degli interventi di infrastrutturazione
digitale su tutto il territorio nazionale. Inoltre è presente il link al
portale del piano nazionale banda ultralarga per monitorare lo stato dei
lavori e aanche quello del progetto “Wifi Italia”.
Corecom: i Comitati regionali per le comunicazioni sono gli organi
funzionali di Agcom sul territorio. Sui portali regionali attività,
stato dell’arte sulla diffusione delle reti e ricerche.
FONTI ISTITUZIONALI EUROPEE E INTERNAZIONALI
Dg Connect: è la direzione della Commissione europea per le Reti di
comunicazione dove è possibile trovare tutto il programma di lavoro
della Commissione, i piani strategici e di gestione e infine le
relazioni annuali delle attività con i risultati e risorse utilizzate
dalla direzione anno per anno.
Etsi: lo European Telecommunications Standards Institute è un organismo
internazionale, indipendente e senza fini di lucro, responsabile della
definizione e dell’emissione di standard nel campo delle Tlc in Europa.
Tutti gli standard sono disponibili online.
Itu: l’International Communication Union è l’agenzia Onu per le
telecomunicazioni. Il portale istituzionale elenca e approfondisce le
azioni strategiche che l’ente sta mettendo in campo per ridurre il
digital divide in tutto il mondo e una serie di interviste ad esperti e
membri dell’Agenzia stessa sulle strategie da adottare per un mondo più
connesso.
LE ASSOCIAZIONI ITALIANE
Asstel: l’associazione che raccoglie le grandi telco italiane a
disposizione notizie sulle attività, le legislazioni di riferimento del
settore e lo stato dell’arte sul mondo del lavoro e sulle relazioni
industriali.
Aiip: l’associazione italiana internet provider raccoglie le telco medie
e piccole. Sul portale è possibile accedere ai contenuti sulle attività
dell’organizzazione e degli associati e sul ruolo delle Pmi del settore
per uno sviluppo sostenibile del settore.
Assoprovider: l’associazione rappresenta gli internet service provider.
Online sul portale una serie di contenuti su attività, legislazione e
strategie.
Quadrato della Radio: raccoglie manager, esperti e ricercatori che
“studiano” l’evoluzione delle Tlc in Italia e nel mondo. Sul sito
disponibili tutte le attività e le ricerche.
LE ASSOCIAZIONI INTERNAZIONALI
Etno: l’European Telecommunications Network Operators’ Association
raccoglie le telco europee. Il sito fornisce aggiornamenti sulle ultime
notizie e comunicati stampa relativi alle attività di Etno e
all’industria delle telecomunicazioni in generale nonché una serie di
documenti, rapporti e pubblicazioni su argomenti chiave per l’industria
delle telecomunicazioni.
Ecta: la European Competitive Telecommunications Association raccoglie
gli operatori alternativi, compresi gli Mnvo. Su sito le informazioni
sull’associazione, comprese le posizioni e le advocacy rispetto ai temi
che riguardano gli operatori concorrenti in Europa. Disponibili anche
report, analisi e informazioni sulle tendenze del settore.
Ftth Council Europe: è un’organizzazione senza scopo di lucro che
rappresenta gli operatori di rete a banda larga in fibra ottica in
Europa. Sul portale sono disponibili informazioni sui vantaggi della
tecnologia Ftth, report e analisi sugli impatti economici e sociali
della fibra su economia e società e risorse tecniche e informative per
aiutare le telco nella pianificazione e nella realizzazione di reti
Ftth.
Gsma: la Global System for Mobile Communications Association, è
un’organizzazione internazionale che rappresenta gli operatori di Tlc
mobili di tutto il mondo. Disponibili notizie e aggiornamenti sulle
ultime tendenze, innovazioni e sviluppi nel settore delle
telecomunicazioni mobili e anche analisi e studi di mercato. Online
anche risorse e best practice per gli operatori di telefonia mobile,
come linee guida operative, documenti tecnici, standard e regolamenti.
TESTATE E PORTALI ONLINE
CorCom: testata del Gruppo Digital360, è il più importante quotidiano
online italiano che si occupa di tematiche inerenti le Tlc. Sono
disponibili news, approfondimenti e interviste ai protagonisti del
settore che raccontano come sta evolvendo il mondo delle Tlc e l’impatto
su economia e società. Ogni giorno è inviata una newsletter con le
notizie più rilevanti.
Techflix360: è il nuovo centro di risorse del Gruppo Digital360. Un vero
e proprio “knowledge hub” sull’innovazione digitale e le
telecomunicazioni che consente di approfondire gli argomenti di
interesse attraverso white paper, webcast, eBook, infografiche, webinar.
Telecompaper: fornisce notizie, analisi, rapporti di settore e servizi
di consulenza per le industrie delle telecomunicazioni, dei media e
della tecnologia. Telecompaper monitora costantemente l’evoluzione del
settore, raccogliendo informazioni da diverse fonti e fornendo
aggiornamenti sulle tendenze, gli sviluppi e le innovazioni nel campo
delle telecomunicazioni.
Total Telecom: il sito offre notizie, approfondimenti e interviste a
protagonisti del settore delle Tlc europeo e internazionale. Disponibili
anche podcast e webinar.
Mobile World Live: è una piattaforma online che fornisce notizie,
analisi e informazioni sul settore delle telecomunicazioni e della
tecnologia mobile. È gestita dalla Gsma e offre una copertura
dettagliata degli eventi e delle novità dell’industria, tra cui le
ultime tendenze, gli sviluppi tecnologici, le partnership commerciali e
le iniziative di innovazione nel campo delle comunicazioni mobili.
Fierce Telecom: il sito online fornisce aggiornamenti sulle ultime
tendenze, sviluppi e innovazioni nell’industria delle telecomunicazioni.
Fierce Telecom copre una vasta gamma di argomenti, tra cui reti di
comunicazione, servizi di connettività, infrastrutture, tecnologie
emergenti, regolamentazione e molto altro.
l’H2 e’ una riserva di energia non e’ un vettore energetico visto che il
suo rapporto energetico e’ di 2 a 1? Per cui la produzione corretta di
H2 da stoccaggio e’ a km0 .
Vettore energetico significa trasportare l’energia come il gas la
trasporta dai giacimenti nei gas dotti.
H2 e’ una riserva di energia che viene prodotta e conservata in un luogo
definito in funzione dell’uso che se ne puo’ fare in una centrale
elettrica in termini di tempo oppure per l’auto in termini di spazio per
viaggiare . L’H2 e’ un trasporto mediato dell’elettricita’.
Alla base dell’H2 ci sono l’elettricità’ da fonte rinnovabile e l’acqua.
Si produce l’H2 perché dove c’e’ bisogno di energia non si può portare
con un filo elettrico. Per cui l’H2 e’ una riserva di energia che viene
prodotta e posizionata dove e quando serve. Per cui a H2 e non ha senso
produrre H2 con elettricità rinnovabile per poi tornare a produrre
elettricità. A questo punto ha molto più senso produrre elettricità,
prendere un filo elettrico e portare l’elettricità’ dove e quando serve.
Ci sono dei casi in cui l’elettricità’ non può essere portata con un
filo, come per l’autotrazione e quindi si usa l’H2 come riserva di
elettricità da usare in movimento senza un filo o una batteria. Quindi
con l’elettricità’ e l’acqua si produce l’H2 , che poi si libera
rilasciando elettricità con uno spostamento d’acqua dal luogo di
produzione dell’H2 a quello di utilizzo. In una centrale elettrica dove
l’H2 viene prodotto per costituire una riserva, quando l’H2 si
riutilizza anche l’acqua viene recuperata . Sia per l’autotrazione sia
per le centrali elettriche la produzione ottimale e’ a KM0 . Cioe’ il
distributore e la produzione di energia elettrica. Ecco perche’ non ha
senso H2MED.
PROGETTO ITH2 per;
1) un progetto nazionale integrato energia-clima PNIEC
2) PRODUZIONE DELLA TOYOTA PRIUS H2 A TORINO
Premessa: La produzione dell’H2 e’ quella di una infrastruttura che
produca energia rinnovabile con fotovoltaico che non consumi territorio
e con boe marine per produrre H2 a KM0 con idrogenatori.
OBIETTIVO : H2 KM0 e’ l’obiettivo finale in quanto il rapporto energico
fra la produzione ed il risultato e’ di 2 a 1. Significa che per
produrre 1 di H2 con idrogenatore occorre utilizzare 2 energia
elettrica. Per cui non hanno senso gli idrogenodotti per trasportare H2,
in quanto ha una convenienza produrre H2 dove viene utilizzato. Ecco
perche’ ha piu’ senso trasportare l’elettricità con elettrodotti, da
fonte rinnovabile per produrre H2 dove quando serve.
A COSA PUO’ SERVIRE L’H2 ?: 2 possono essere gli utilizzi dell’H2
1) Autotrazione
2) Produzione di energia elettrica quando le energie rinnovabili non
sono disponibili.
PROGETTI DI SVILUPPO: Sviluppando rapidamente una rete dell’H2 per
autotrazione attraverso la GDO ed AUTOGRILL si possono realizzare
pensiline fotovoltaiche per produrre energia elettrica per l’H2.
Con una base distributiva dell’H2 si creano le premesse ed un modello
europeo per la domanda di H2 e delle auto ad H2 per cui si può arrivare
a produrre negli stabilimenti Pininfarina la futura top dell’H2 : TOYOTA
PRIUS H2.
Disponibile il primo indice del prezzo dell’idrogeno verde prodotto
nella penisola iberica (che parte a 5,85 euro a kg)
Dicembre 17, 2024 redazione MIBGAS
MIBGAS – l’operatore del sistema del gas di Spagna e Portogallo – ha
lanciato oggi MIBGAS IBHYX, il primo indice del prezzo dell’idrogeno
rinnovabile prodotto nella penisola iberica, che ‘apre’ con 5,85 euro a
kg (o 148,36 euro a MWh) e che verrà aggiornato ogni settimana sul sito
www.greenenergy.mibgas.es.
L’indice MIBGAS IBHYX riflette – spiega lo stesso MIBGAS in una nota –
il costo di produzione dell’idrogeno rinnovabile, ovvero il prezzo
minimo al quale un produttore è disposto a vendere per raggiungere la
redditività prevista. In altre parole, il livello di prezzo richiesto
dall’offerta per idrogeno rinnovabile prodotto nella penisola iberica
con una configurazione di elettrolisi ‘tipo’ e classificabile come RFNBO
(Renewable Fuel of Non Biological Origin) in base ai criteri stabiliti
dall’Unione Europea.
Lanciato questo indice che riproduce in sostanza la richiesta economica
dei produttori di H2 green, MIBGAS inizierà ora a lavorare per
determinare il ‘prezzo di domanda’, ovvero il prezzo che gli off-taker
sono disposti a pagare per acquistare idrogeno rinnovabile. La
differenza tra i due valori indicherà il livello di liquidità di questo
nascente mercato.
Proprio per favorire lo sviluppo di un mercato dell’idrogeno, e degli
altri gas rinnovabili, nella penisola iberica, all’inizio dell’anno
MIBGAS aveva creato un gruppo di lavoro finalizzato a definire i
parametri su cui basare il calcolo di un indice del prezzo di questo
vettore energetico prodotto in Spagna e Portogallo, coinvolgendo tutti
gli attori della value chain come produttori, distributori, off-taker,
trasportatori, ma anche studiosi e rappresentanti degli enti pubblici e
delle autorità coinvolte.
Par arrivare alla definizione del MIBGAS IBHYX è stato studiato un
modello base di impianto di produzione di idrogeno rinnovabile da
elettrolisi, ma sono state anche considerate numerose variabili
riguardanti gli aspetti finanziari e il costo dell’energia rinnovabile
(sia quella prodotta da impianti dedicati sia quella prelevata dalla
rete).
BENITO MUSSOLINI
: PERDENTE
L’8 settembre 1943 a Modena
La sera dell’8 settembre 1943 il generale Matteo Negro presidia il
Palazzo ducale di Modena. I militari presenti sono troppo pochi per
tentare una difesa. Diversi sono impegnati nel campo estivo alle Piane
di Mocogno, agli ordini del colonnello Giovanni Duca.
Negro, tutt’altro che ostile ai
nazisti, decide di consegnarsi alle forze occupanti. In città
cerca di resistere soltanto un reparto del 6° reggimento di artiglieria,
che punta alcuni pezzi contro i nazisti. Poco dopo, tuttavia, il comando
ordina di desistere e la Wehrmacht trova via libera.
Il mattino del 9 settembre i modenesi si risvegliano sotto l’occupazione
nazista. La situazione è molto confusa, ma il cronista Adamo Pedrazzi
non teme che si scatenino particolari violenze. La città sembra ordinata
e piuttosto pronta ad abituarsi alla nuova situazione. Le cose sono però
molto diverse là dove la fame si fa sentire.
In vari luoghi della provincia i civili prendono d’assalto ammassi e
salumifici per evitare che le scorte finiscano nelle mani dei militari.
I più disperati cercano di accaparrarsi quel cibo che è sempre più raro.
Da qualche parte la foga è tale da generare veri e propri pericoli. A
Castelnuovo Rangone i nazisti intervengono con le armi mentre tante
persone cercano di portare via qualcosa dal salumificio Villani.
Passano alcuni giorni e la situazione diventa più chiara. I nazisti non
sembrano voler infierire con la violenza, ma
i fascisti della Repubblica sociale
italiana si mostrano subito determinati ad affermare la propria
autorità. Pretendono che le famiglie restituiscono il cibo prelevato
dagli ammassi e gli oggetti abbandonati dai militari in fuga. Non
vogliono che nessuno sgarri. Pur di evitare il tradimento del patto con
la Germania nazista, sono disposti a scatenare una guerra civile.
TUTTO QUELLO CHE
GAIA TORTORA NON VUOLE VEDERE E SAPERE :
Dott.Alberto Donzelli Conferenza 21/03/2024 Hotel "Il Chiostro" Verbania
Intra
STRAGI DI
STATO PER SPECULAZIONE INTERNAZIONALE DA VACCINI
«Qual è
l’incidenza assoluta di ictus ischemico e attacco ischemico transitorio
dopo una vaccinazione bivalente COVID-19?».
A questa domanda hanno cercato di rispondere in uno studio pubblicato su
MedRxiv i ricercatori del Kaiser Permanente Katie Sharff, Thomas K
Tandy, Paul F Lewis ed Eric S Johnson che hanno rilevato ben 100mila
casi di ictus ischemico tra pazienti americani over 65 del Nord-Ovest
vaccinati con i sieri genici mRNA Pfizer o Moderna.
L’ischemia cerebrale è una condizione in cui il cervello non riceve
abbastanza sangue da soddisfare i suoi bisogni metabolici. La
conseguente carenza di ossigeno può portare alla morte del tessuto
cerebrale, e di conseguenza all’ictus ischemico. E’ pertanto una
patologia che mette in correlazione due note reazioni avverse dei sieri
genici Covid mRNA o mDNA: le patologie cardiovascolari e quelle
neurocerebrali, vergognosamente occultate dalla Pfizer nei suoi trial
clinici.
«Abbiamo condotto uno studio di coorte retrospettivo su
pazienti Kaiser Permanente Northwest (KPNW) di età pari o superiore a 18
anni che sono stati vaccinati con la formulazione Pfizer o Moderna del
vaccino bivalente COVID19 tra il 1 settembre 2022 e il 1 marzo 2023. I
pazienti sono stati inclusi nello studio studiare se fossero iscritti al
KP al momento della vaccinazione e durante il periodo di follow-up di 21
giorni. Abbiamo replicato la metodologia di analisi del ciclo rapido
Vaccine Safety Datalink (VSD) e cercato
possibili casi di ictus ischemico o TIA nei 21 giorni successivi alla
vaccinazione utilizzando i codici diagnostici ICD10CM sia nella
posizione primaria che in qualsiasi posizione».
E’ quanto si legge nell’Abstract della ricerca intitolata “Rischio
di ictus ischemico dopo la vaccinazione di richiamo bivalente COVID-19
in un sistema sanitario integrato (Risk of Ischemic
Stroke after COVID-19 Bivalent Booster Vaccination in an Integrated
Health System)”.
Lo studio dei ricercatori americani di Kaiser Permanente – link a fondo
pagina
«Abbiamo aspettato 90
giorni dalla fine del follow-up (21 marzo 2023) per l’accumulo completo
dei dati non KP prima di analizzare i dati per tenere conto del ritardo
nell’elaborazione delle richieste di risarcimento assicurativo al di
fuori dell’ospedale – proseguono i ricercatori di Kaiser Permanente –
Due medici hanno giudicato possibili casi rivedendo le note cliniche
nella cartella clinica elettronica. Le analisi sono state stratificate
per età pari o superiore a 65 anni per consentire confronti con i VSD
che hanno riferito alla riunione dell’Advisory Committee on Immunization
Practices (ACIP) l’incidenza di ictus ischemico o TIA (incidenza
riportata da VSD; 24,6 casi di ictus ischemico o TIA per 100.000
pazienti vaccinato)».
I risultati
dello studio sono stati sconcertanti ed hanno confermato anche la
ricerca tedesca che per prima aveva segnalato la pericolosità dei
booster bivalenti che erano stati testati solo sui topi ma, nonostante
ciò, furono raccomandati dal Dipartimento della Salute USA e dal
Ministero della Salute italiano anche per i bambini.
«L’incidenza di ictus ischemico o TIA è stata di 34,3 per 100.000 (IC al
95%, da 17,7 a 59,9) nei pazienti di età pari o superiore a 65 anni che
hanno ricevuto il vaccino bivalente Pfizer, sulla base di un codice
diagnostico nella posizione primaria del pronto soccorso o dell’ospedale
scarico. L’incidenza è aumentata a 45,7 per 100.000 (IC 95% da 26,1 a
74,2) quando abbiamo ampliato la ricerca a una diagnosi in qualsiasi
posizione e non ci siamo pronunciati per la conferma. Tuttavia, la
maggior parte di queste diagnosi aggiuntive di ictus apparente o TIA
erano diagnosi di falsi positivi basate sul giudizio dei medici. La
stima dell’incidenza basata sulla posizione primaria concordava
strettamente con la stima dell’incidenza basata su qualsiasi posizione e
giudizio medico: 37,1 su 100.000 (IC 95% da 19,8 a 63,5). Il 79% dei
casi di ictus ischemico sono stati ricoverati in ospedali non di
proprietà del sistema di consegna integrato».
«Abbiamo identificato un aumento del 50% nell’incidenza di ictus
ischemico per 100.000 pazienti di età pari o superiore a 65 anni
vaccinati con il vaccino bivalente Pfizer, rispetto ai dati presentati
dal VSD. Il 79% dei casi di ictus ischemico sono stati ricoverati in
ospedali che non sono di proprietà del sistema di consegna integrato e
un ritardo nell’elaborazione delle richieste di risarcimento
assicurative esterne all’ospedale è stato probabilmente responsabile
della discrepanza nell’accertamento dei casi di ictus ischemico. Il
giudizio medico di tutti i casi in questo studio ha consentito stime
accurate dell’incidenza assoluta dell’ictus per 100.000 destinatari del
vaccino ed è utile nel calcolo del beneficio netto per le
raccomandazioni politiche e il processo decisionale condiviso».
«Poiché i
vaccini COVID-19 caricano il corpo con il codice genetico per la
proteina trombogenica e letale Wuhan Spike, coloro che prendono un
vaccino sono vulnerabili a una catastrofe se vengono infettati da
SARS-CoV-2 dopo aver recentemente preso uno dei vaccini» il famoso
cardiologo americano Peter McCullough ha commentato così lo studio del
professor Fadi Nahab dei Dipartimenti di Neurologia e Pediatria della
Emory University a cui avevamo dedicato ampio risalto.
«Nahab e
colleghi di Emory hanno analizzato un database statale di destinatari
del vaccino COVID-19. Circa 5 milioni di georgiani adulti hanno ricevuto
almeno un vaccino COVID-19 tra dicembre 2020 e marzo 2022: il 54% ha
ricevuto BNT162b2, il 41% ha ricevuto mRNA-1273 e il 5% ha ricevuto
Ad26.COV2.S. Quelli con concomitante infezione da COVID-19 entro 21
giorni dalla vaccinazione avevano un aumentato rischio di ictus
ischemico (OR = 8,00, 95% CI: 4,18, 15,31) ed emorragico (OR = 5,23, 95%
CI: 1,11, 24,64)» scrive McCullough nel suo Substack citando l’abstract
dello studio.
«Questa
analisi mostra uno dei tanti grandi pericoli presenti nello sviluppo e
nel lancio rapidi di un vaccino senza una sicurezza e un monitoraggio
dei dati sufficienti. L’ictus è un risultato devastante e sembra che un
gran numero di casi debilitanti avrebbe potuto essere evitato se i
vaccini COVID-19 fossero stati ritirati dal mercato nel gennaio 2021 per
eccesso di mortalità. I pazienti in questo studio sarebbero stati
risparmiati da ictus e disabilità» aggiunge il cardiologo americano
rilevando l’importanza dello studio.
Verissimo! Ma quanti ictus avrebbero potuto essere evitati se lo studio
fosse stato revisionato e pubblicato mesi fa sia sulla prestigiosa
rivista che poi su PUBMED, la libreria scientifica dell’Istituto
Nazionale della Salute americano (NIH) che l’ha ripreso?
Il 13 novembre, mi sono
unito alla deputata statunitense Marjorie Taylor Greene e a sette suoi
colleghi repubblicani della Camera, in un'audizione intitolata Injuries
Caused by COVID-19 Vaccines, che ha esplorato i potenziali
collegamenti tra la vaccinazione COVID-19 e gli eventi avversi tra cui
miocardite, pericardite e coaguli di sangue. , danni neurologici,
arresto cardiaco, aborti spontanei, problemi di fertilità e altro
ancora. Il gruppo ha ascoltato le testimonianze sugli eventi avversi dei
vaccini da parte degli esperti medici Dr. Robert Malone e Dr. Kimberly
Biss e ha anche ascoltato l'avvocato Thomas Renz che rappresentava gli
informatori del Dipartimento della Difesa (DOD) che hanno rivelato
aumenti di diagnosi mediche tra i membri del servizio registrati in un
DOD Banca dati. Scopri di più in questo comunicato
stampa .
Il British Medical Journal ha
accusato la Food and Drug Administration, l’ente americano regolatore
dei farmaci, di aver occultato il risultato di un grande studio di
farmacovigilanza attiva, quindi non basato solo su segnalazioni
individuali e gratuite a database (EudraVigilance gestita da EMA
nell’Unione Europea e VAERS da CDC negli Stati Uniti), si è invece
concentrato anche sul follow-up di alcuni vaccinati.
La ricerca statistica denominata “Sorveglianza della sicurezza del
vaccino COVID-19 tra le persone anziane di età pari o superiore a 65
anni” è stata finalmente rilasciata dalla FDA e pubblicata il 1°
dicembre 2022 dalla rivista specializzata Journal of Vaccine and
Elsevier di Science Direct.
Il primo firmatario è Hui-Lee
Wong, Direttrice associata per l’innovazione e lo sviluppo dell’Ufficio
di biostatistica ed epidemiologia, Centro per la valutazione biologica
della Food and Drug Administration statunitense, Silver Spring, MD, USA.
Lo studio si concentra sui dati relativi a 30.712.101 persone anziane.
DOPO I
VACCINI 15 INCIDENTI DI BUS PER MALORI DEI CONDUCENTI
Piazzola sul Brenta (PD), Marzo 2022, “Malore dopo l’incidente a
Piazzola sul Brenta, grave un autista di bus. Il conducente 44enne ha
tamponato un autocarro. Dopo la telefonata a BusItalia si è accasciato
sul volante perdendo i sensi”;
Cesena, Dicembre 2022, “Cesena, malore mentre guida l’autobus: 9 auto
danneggiate”;
Trento, Aprile 2023, “Paura a Trento, l’autista ha un malore e il bus
esce di strada: il mezzo resta in bilico sul muretto del giardino di una
casa”;
La Spezia, Maggio 2022, “Malore improvviso per l’autista dello
scuolabus, mezzo fa un volo di venti metri”, Catania, Ottobre 2022,
“Catania: autista si sente male, bus si schianta”;
Limone Piemonte, Marzo 2023, “maestra interviene per malore autista”;
Sandrà di Castelnuovo del Garda (VR), “Verona, l’autista ha un malore:
il bus degli studenti esce di strada e finisce in un vigneto”
(conducente di soli 26 anni);
Alessandria, Aprile 2022, “Autista di pullman muore alla guida per un
malore”;
Settingiano (CZ), Luglio 2023, “Accosta ai primi sintomi: autista salva
passeggeri bus prima di morire di infarto”;
Venezia, Ottobre 2022, “Malore improvviso prima di prelevare una
scolaresca: Oscar Bonazza muore a 63 anni;
Roma, Dicembre 2022, “Roma, bus con 41 bimbi a bordo finisce fuori
strada per malore autista”;
Cittadella (PD), Gennaio 2023, “Autista di scuolabus muore alla guida
per un malore e centra un pullman a Cittadella. Il conducente aveva
appena lasciato gli alunni a scuola”;
Genova, Luglio 2023, “Autobus sbanda e colpisce le auto in sosta per un
malore dell’autista. L’autista è stato accompagnato al Pronto soccorso
un condizioni di media gravità”;
Cagliari, Maggio 2023, “Malore improvviso, l’autista perde il controllo
del bus, esce di strada e abbatte due semafori: strage sfiorata”;
Piacenza, Aprile 2023, “Autobus di linea contro un albero dopo il malore
dell’autista”… Il più curioso, guardacaso, è poi questo;
L’Aquila, Luglio 2023, “Troppo caldo a bordo del bus, autista
dell’Azienda mobilità aquilana (Ama) viene colpito da un malore”.
27.11.23
Su 326 autopsie di vaccinati
morti «un totale di 240 decessi (73,9%) sono stati giudicati in modo
indipendente come direttamente dovuti o a cui ha contribuito in modo
significativo la vaccinazione COVID-19».
A scriverlo nero su bianco è una ricerca pubblicata in pre-print (ovvero
ancora in attesa di revisione paritaria che potrebbe arrivare tra un
mese o tra due anni) dal sito Zenodo che non può essere ritenuta una
piattaforma poco affidabile in quanto è gestito dal CERN per OpenAIRE.
Zenodo è un archivio open access
per le pubblicazioni e i dati da parte dei ricercatori. Il suo nome
deriva da Zenodotos di Ephesos, il primo Direttore della grande
biblioteca di Alessandria che ha messo le basi per la costruzione della
biblioteconomia.
L’Organizzazione europea per la ricerca nucleare, comunemente conosciuta
con la sigla CERN, è il più grande laboratorio al mondo di fisica delle
particelle, posto al confine tra la Francia e la Svizzera, alla
periferia ovest della città di Ginevra, nel comune di Meyrin. La
convenzione che lo istituiva fu firmata il 29 settembre 1954 da 12 stati
membri mentre oggi ne fanno parte 23 più alcuni osservatori, compresi
stati extraeuropei.
OpenAIRE è un partenariato senza scopo di lucro di 50 organizzazioni,
fondato nel 2018 come entità giuridica greca, OpenAIRE A.M.K.E, per
garantire un’infrastruttura di comunicazione accademica aperta e
permanente a sostegno della ricerca europea.
Lo studio è stato presentato dal
laureato in science (BS) Nicolas Hulscher presso il Dipartimento di
Epidemiologia dell’Università del Michigan lo scorso venerdì 17 novembre
2023 durante una “poster session”. In ambito accademico l’esposizione di
un “poster”, in un congresso o una conferenza con un focus accademico o
professionale, è la presentazione di informazioni di ricerca sotto forma
di poster cartaceo che i partecipanti alla conferenza possono
visualizzare.
Il giovane Hulsher è stato accreditato con un progetto approvato
denominato “Systematic Review of Autopsy Findings in Deaths after
COVID-19 Vaccination – Revisione sistematica dei risultati dell’autopsia
nei decessi dopo la vaccinazione COVID-19” in cui ha potuto fregiarsi di
mentor senior di fama mondiale soprattutto nell’ambito delle inchieste
sui danni da sieri genici mRNA o mDNA.
McCullough, che ha dato risalto
all’evento sul suo substack, è il noto cardiologo americano che per
primo ha denunciato i pericoli di miocarditi letali, confermati dagli
studi FDA, CDC e infine anche dall’EMA, mentre Makis è l’oncologo
canadese che ha scoperto il fenomeno del turbo-cancro.
Nei mesi scorsi lo studio era stato pubblicato anche dalla nota rivista
britannica The Lancet che però lo aveva ritirato dopo 24 ore perché
aveva scatenato – giustamente – una bufera sui media, sui social e di
conseguenza nella comunità scientifica internazionale.
presentazione ufficiale presso
l’Università de Michigan e dalla pubblicazione sul sito Zenodo gestito
dal CERN.
D’altronde soltanto una volontà paranoica di censura potrebbe oscurarlo
essendo basato su una semplice analisi di documenti pubblicati sul più
importante archivio medico del mondo: la libreria PUBMED gestita
dall’NIH, ovvero l’Istituto Nazionale per la Salute del Governo USA.
«Il rapido sviluppo e l’ampia diffusione dei vaccini contro il COVID-19,
combinati con un elevato numero di segnalazioni di eventi avversi, hanno
portato a preoccupazioni sui possibili meccanismi di danno, tra cui la
distribuzione sistemica delle nanoparticelle lipidiche (LNP) e
dell’mRNA, il danno tissutale associato alle proteine spike, la trombogenicità, disfunzione del sistema immunitario e cancerogenicità. Lo scopo di
questa revisione sistematica è indagare i possibili collegamenti causali
tra la somministrazione del vaccino COVID-19 e la morte utilizzando
autopsie e analisi post mortem».
Si legge nell’Abstract della
ricerca che fa riferimento a problematiche già certificate separatamente
da altre decine di studi come quello del biochimico italiano
Gabriele Segalla sulle nanoforme e sugli eccipienti tossici del siero
genico Comirnaty di Pfizer-Biontech autorizzato dall’European Medicines
Agency nonostante non potesse “non sapere della tossicità delle
inoculazioni”.
«Abbiamo cercato tutti i rapporti autoptici e necroscopici pubblicati
relativi alla vaccinazione COVID-19 fino al 18 maggio 2023 – riferiscono
Hulsher et al. – Inizialmente abbiamo identificato 678 studi e, dopo lo
screening dei nostri criteri di inclusione, abbiamo incluso 44 documenti
che contenevano 325 casi di autopsia e un caso di necroscopia. Tre
medici hanno esaminato in modo indipendente tutti i decessi e hanno
determinato se la vaccinazione contro il COVID-19 fosse la causa diretta
o avesse contribuito in modo significativo alla morte».
«Il sistema di organi più
implicato nella morte associata al vaccino COVID-19 è stato il sistema
cardiovascolare (53%), seguito dal sistema ematologico (17%), dal
sistema respiratorio (8%) e da sistemi multipli di organi (7%). In 21
casi sono stati colpiti tre o più apparati. Il tempo medio dalla
vaccinazione alla morte è stato di 14,3 giorni. La maggior parte dei
decessi si è verificata entro una settimana dall’ultima somministrazione
del vaccino. Un totale di 240 decessi (73,9%) sono stati giudicati in
modo indipendente come direttamente dovuti o a cui ha contribuito in
modo significativo la vaccinazione COVID-19» si legge nello studio
consultabile su Zenodo (link a fondo pagina).
Ecco quindi le considerazioni finali dei ricercatori scientifici e
medici:
«La coerenza osservata tra i casi in questa revisione con eventi avversi
noti del vaccino COVID-19, i loro meccanismi e il relativo eccesso di
morte, insieme alla conferma dell’autopsia e alla decisione della morte
guidata dal medico, suggerisce che esiste un’alta probabilità di un
nesso causale tra COVID-19 vaccini e morte nella maggior parte dei casi.
Sono necessarie ulteriori indagini urgenti allo scopo di chiarire i
nostri risultati».
«Il sistema di organi più
implicato nella morte associata al vaccino COVID-19 è stato il sistema
cardiovascolare (53%), seguito dal sistema ematologico (17%), dal
sistema respiratorio (8%) e da sistemi multipli di organi (7%). In 21
casi sono stati colpiti tre o più apparati. Il tempo medio dalla
vaccinazione alla morte è stato di 14,3 giorni. La maggior parte dei
decessi si è verificata entro una settimana dall’ultima somministrazione
del vaccino. Un totale di 240 decessi (73,9%) sono stati giudicati in
modo indipendente come direttamente dovuti o a cui ha contribuito in
modo significativo la vaccinazione COVID-19» si legge nello studio
consultabile su Zenodo (link a fondo pagina).
Ecco quindi le considerazioni finali dei ricercatori scientifici e
medici:
«La coerenza osservata tra i casi in questa revisione con eventi avversi
noti del vaccino COVID-19, i loro meccanismi e il relativo eccesso di
morte, insieme alla conferma dell’autopsia e alla decisione della morte
guidata dal medico, suggerisce che esiste un’alta probabilità di un
nesso causale tra COVID-19 vaccini e morte nella maggior parte dei casi.
Sono necessarie ulteriori indagini urgenti allo scopo di chiarire i
nostri risultati».
La ricerca pubblicata sul sito Zenodo gestito dal CERN – link al fondo
dell’articolo tra le fonti
Brevetto Moderna ammette i
problemi di tumori nel DNA da laboratorio
Bre
Leggiamo infatti nel brevetto dell’agosto 2019 sui vaccini
mRNA contro il virus parainfluenzale umano 3 (HPIV-3) quanto segue:
“L’iniezione diretta di DNA geneticamente modificato (ad esempio
DNA plasmidico nudo) in un ospite vivente fa sì che un piccolo numero
delle sue cellule producano direttamente un antigene, determinando una
risposta immunologica protettiva. Da questa tecnica, tuttavia, derivano
potenziali problemi, inclusa la possibilità di mutagenesi inserzionale,
che potrebbe portare all’attivazione di oncogeni o all’inibizione di
geni oncosoppressori”.
La soppressione del gene che contrasta lo sviluppo dei tumori
è proprio quel meccanismo che molti oncologi ritengono sia responsabile
delle forme anomale di turbo-cancro rilevate tra le persone vaccinate
coi sieri genici mRNA Covid
21.10.23
Giovedì Health Canada ha
confermato la presenza di contaminazione del DNA nei vaccini Pfizer
COVID-19 e ha anche confermato che Pfizer non ha rivelato la
contaminazione all’autorità sanitaria pubblica. La contaminazione del
DNA include il promotore e potenziatore Simian Virus 40 (SV40) che
Pfizer non aveva precedentemente rivelato e che secondo alcuni esperti
rappresenta un rischio di cancro a causa della potenziale integrazione
con il genoma umano.
Health Canada, l’autorità sanitaria pubblica del paese, ha dichiarato a
The Epoch Times che mentre Pfizer ha fornito le sequenze complete di DNA
del plasmide nel suo vaccino al momento della presentazione iniziale, il
produttore del vaccino “non ha identificato specificamente la sequenza
SV40”.
“Health Canada si aspetta che gli sponsor identifichino qualsiasi
sequenza di DNA biologicamente funzionale all’interno di un plasmide
(come un potenziatore SV40) al momento della presentazione”, ha
affermato.
L’ammissione di Health Canada è arrivata dopo che due scienziati, Kevin
McKernan e Phillip J. Buckhaults, Ph.D., hanno scoperto la presenza di
DNA plasmidico batterico nei vaccini mRNA COVID-19 a livelli
potenzialmente 18-70 volte superiori ai limiti stabiliti dagli Stati
Uniti. Food and Drug Administration (FDA) e Agenzia europea per i
medicinali. L’immunologo virale Dr. Byram Bridle dell’Università di
Guelph in Canada, commentando l’ammissione di Health Canada ha scritto
sul suo Substack: “Questa è un’ammissione di proporzioni epiche”.
Bridle ha anche scritto:
“Bisogna chiedersi perché la Pfizer non abbia voluto rivelare la
presenza di una sequenza di DNA biologicamente funzionale a un ente
regolatore sanitario. Alla Pfizer è stato richiesto di rivelare alle
agenzie di regolamentazione sanitaria tutte le sequenze bioattive nel
DNA plasmidico batterico utilizzato per produrre le loro
iniezioni.Bridle ha osservato che sono trascorsi “818 giorni in totale”
da quando l’Università di Guelph gli ha vietato di accedere al suo
ufficio e al suo laboratorio per aver tentato di condurre ricerche
simili, mentre altri ricercatori “sono stati al centro di attacchi da
parte di molti cosiddetti ‘esperti di disinformazione’, ” anche se
nessuno “è stato in grado di confutare le proprie scoperte”.
L’immunologa, biologa e biochimica Jessica Rose, Ph.D., ha dichiarato a
The Defender: “DNA residuo è stato trovato nei prodotti Pfizer e Moderna
– e soprattutto Pfizer -, in fiale più vecchie e più nuove, incluso il
monovalente per adulti XBB.1.5 [ vaccino].”
Rose ha affermato che ciò indica che tale contaminazione “è un problema
continuo”.
In osservazioni separate fatte mercoledì al programma “Good Morning CHD”
di CHD.TV, Rose ha detto che McKernan “ha anche esaminato il vaccino
Janssen [Johnson & Johnson] e ha scoperto DNA residuo a livelli molto
alti”. “Il DNA plasmidico viene utilizzato nella produzione di
vaccini mRNA e dovrebbe essere rimosso a un livello inferiore a una
soglia stabilita dalle agenzie di regolamentazione sanitaria prima che
il prodotto finale venga rilasciato per la distribuzione”, ha riferito
The Epoch Times.
La scoperta di McKernan ha reso “possibile per Health Canada confermare
la presenza del potenziatore sulla base della sequenza di DNA plasmidico
presentata da Pfizer rispetto alla sequenza del potenziatore SV40
pubblicata”, ha affermato Health Canada.
L’SV40 è spesso utilizzato nella
terapia genica per la sua capacità unica di trasportare geni alle
cellule bersaglio.
Nel processo di produzione del vaccino, l’SV40 “viene utilizzato come
potenziatore per guidare la trascrizione genetica”, ha scritto The Epoch
Times. McKernan il mese scorso “ha avvertito che la presenza di plasmidi
di DNA nei vaccini significa che potrebbero potenzialmente integrarsi
nel genoma umano”.
Descrivendo la ricerca di McKernan come “ineccepibile”, Kirsch ha
scritto sul suo Substack: “Il DNA dura per sempre e, se si integra nel
tuo genoma, produrrai il suo prodotto per sempre”.
“Ciò può far sì che la cellula
appena programmata si riproduca e produca mRNA con le risultanti
proteine spike per un tempo sconosciuto, potenzialmente per sempre e persino per la
generazione successiva”.
23.09.23
L'Asl To5
l'aveva sospesa nel periodo Covid perché non vaccinata bloccando la
retribuzione, ora dovrà restituire stipendi e interessi Il tribunale dà ragione alla
dipendente No Vax
massimiliano rambaldi
L'Asl To 5 l'aveva sospesa dal suo lavoro d'ufficio nel periodo Covid,
perché si era rifiutata di vaccinarsi interrompendole anche il pagamento
dello stipendio. Una volta rientrata, alla fine delle restrizioni
previste, la donna aveva fatto causa all'azienda sanitaria nonostante in
quel periodo ci fossero delle direttive ben chiare sull'obbligo
vaccinale. Dieci giorni fa la decisione, per certi versi inaspettata,
del tribunale del lavoro di Torino: con la sentenza 1552 i giudici hanno
infatti accolto il ricorso della dipendente, accertando e dichiarando
«l'illegittimità della sospensione dal servizio – si legge nel documento
pubblicato dall'azienda sanitaria di Chieri – condannando quindi l'Asl
To 5 a corrispondere alla dipendente il trattamento retributivo
richiesto, oltre agli interessi, rivalutazione e compensazione delle
spese di lite». In sostanza, secondo quel giudice, l'Asl non poteva
sospendere la donna dal posto di lavoro e men che meno negarle lo
stipendio. E ora, nell'immediato, dovrà pagarle tutto, interessi
compresi nonché le spese legali. Questo perché, nonostante l'azienda
sanitaria abbia già deciso di ricorrere in appello contro tale sentenza:
«in ragione della provvisoria esecutività della stessa – spiegano dalla
direzione nella medesima documentazione - pur non essendo passata in
giudicato, l'Asl è tenuta all'ottemperanza». Gli importi dovuti e i
giorni di sospensione della dipendente non sono stati resi noti.
La dipendente in questione lavora in ambito amministrativo e non è a
contatto con pazienti di un ospedale specifico. Ricordiamo tutti, però,
che il governo si era dimostrato estremamente rigoroso contro chi non
voleva ricevere il vaccino. In assenza di motivazioni valide (l'unica
accettata era una certificata grave patologia pregressa) la persona no
vax non poteva più esercitare la propria professione e, qualora fosse
stato possibile, doveva essere destinata a mansioni alternative. In caso
di impossibilità a spostamenti, sarebbe scattata l'immediata sospensione
non retribuita che poteva terminare solo una volta effettuata la
vaccinazione. Altrimenti il divieto di andare al lavoro sarebbe
continuato fino al completamento della campagna vaccinale. In sostanza
quello che è capitato nel caso in questione. La dipendente aveva però
deciso di intraprendere le vie legali perché pretendeva di essere
regolarmente pagata e di lavorare ugualmente, anche senza aver seguito
il percorso anti Covid. Presentando a sua difesa documentazioni che il
giudice del lavoro, a quanto pare, ha ritenuto valide. «La decisione e
la linea interpretativa del tribunale del lavoro non può essere
condivisa – spiegano dall'azienda sanitaria -, in quanto non è coerente
con il dispositivo contenuto nel decreto legge 172 del 2021, anche alla
luce del diverso orientamento espresso sul punto dalla Corte d'Appello
di Torino, sezione lavoro». Immediata quindi la decisione di ricorrere
in appello, affidando la questione ai legali di fiducia.
—
22.09.23
Testimonianza coraggiosa
del dottor Phillip Buckhaults dell'Università della Carolina del Sud.
I “vaccini” Covid non sono
stati adeguatamente testati e i loro danni non sono stati adeguatamente
indagati. La FDA e il CDC devono ammettere i propri fallimenti normativi
ed essere onesti con il pubblico.
La Ricerca delle Università
Australiane basata su 253 Studi Internazionali
L’hanno pubblicata gli scienziati autraliani Peter I Parry dell’Unità
clinica di ricerca sulla salute dei bambini, Facoltà di Medicina,
Università del Queensland, South Brisbane, Australia, Astrid
Lefringhausen, Robyn Cosford e Julian Gillespie, Children’s Health
Defense (Capitolo Australia), Huskisson, Conny Turni, Ricerca
microbiologica, QAAFI (Queensland Alliance for Agriculture and Food
Innovation), Università del Queensland, St. Lucia, Christopher J. Neil,
Dipartimento di Medicina, Università di Melbourne, Melbourne, e Nicholas
J. Hudson, Scuola di Agricoltura e Scienze Alimentari, Università del
Queensland, Brisbane.
E’ un colossale lavoro di
letteratura scientifica basato su ben 253 studi nei quali vengono citati
i più significativi sulla tossicità della proteina Spike e dei vaccini
che la innesca nell’organismo attraverso i vettori mRNA. Vengono infatti
menzionati lavori sulle malattie autoimmuni della biofisica Stephanie
Seneff, scienziata del prestigioso MIT (Massachusetts Institute of
Technology) di Cambridge, del cardiologo americano Peter McCullough
(fonte 29 nello studio linkato a fondo pagina), quelli sui rischi di
tumori dell’oncologo britannico Angus Dalgleish (fonti 230-231), quelli
dell’esperto di genomica Kevin McKernan sulla replicazione cellulare dei
plasmidi di Dna Spike nel corpo umano (fonte 91), quelli della chimica
americana Alana F. Ogatache fu tra le prime a denunciare la pericolosità
dei sieri genici mRNA Moderna (fonte 52), ed ovviamente non poteva
mancare lo strepitoso e rivoluzionario del biochimico italiano Gabriele
Segalla sulle nanoparticelle tossiche del vaccino Comirnaty di
Pfizer-Biontech (fonte 61).
“Spikeopatia”: la proteina Spike
del COVID-19 è patogena, sia dall’mRNA del virus che da quello del
vaccino.
di Parry et al. – pubblicata in origine su Biomedicine (link allo studio
completo a fondo pagina)
La pandemia di COVID-19 ha causato molte malattie, molti decessi e
profondi disagi alla società. La produzione di vaccini “sicuri ed
efficaci” era un obiettivo chiave per la salute pubblica. Purtroppo,
tassi elevati senza precedenti di eventi avversi hanno messo in ombra i
benefici. Questa revisione narrativa in due parti presenta prove dei
danni diffusi dei nuovi vaccini anti-COVID-19 mRNA e adenovettoriali ed
è innovativa nel tentativo di fornire una panoramica approfondita dei
danni derivanti dalla nuova tecnologia nei vaccini che si basavano sulla
produzione di cellule umane di un antigene estraneo che presenta
evidenza di patogenicità.
Questo primo articolo esplora i
dati sottoposti a revisione paritaria in contrasto con la narrativa
“sicura ed efficace” collegata a queste nuove tecnologie. La
patogenicità delle proteine spike,
denominata “spikeopatia”, derivante dal virus SARS-CoV-2 o prodotta dai codici genetici del vaccino, simile a un
“virus sintetico”, è sempre più compresa in termini di biologia
molecolare e fisiopatologia.
La trasfezione farmacocinetica attraverso tessuti corporei distanti dal
sito di iniezione mediante nanoparticelle lipidiche o trasportatori di
vettori virali significa che la “spikeopatia” può colpire molti organi.
Le proprietà infiammatorie delle nanoparticelle utilizzate per
trasportare l’mRNA; N1-metilpseudouridina impiegata per prolungare la
funzione dell’mRNA sintetico; l’ampia biodistribuzione dei codici mRNA e
DNA e le proteine spike
tradotte, e l’autoimmunità attraverso la
produzione umana di proteine estranee, contribuiscono agli effetti
dannosi.
Questo articolo esamina gli
effetti autoimmuni, cardiovascolari, neurologici, potenziali oncologici
e le prove autoptiche per la spikeeopatia. Con le numerose tecnologie
terapeutiche basate sui geni pianificate, una rivalutazione è necessaria
e tempestiva.
Discussione
Abbiamo iniziato questo articolo citando la risposta dell’ente
regolatore sanitario australiano, il TGA, alla domanda di un senatore
australiano sui rischi dei vaccini genetici che inducono le cellule
umane a produrre la proteina spike SARS-CoV-2. La risposta è stata che
la proteina Spike non era un agente patogeno. Abbiamo presentato prove
significative che la proteina spike è patogena. Ciò vale quando fa parte
del virus, quando è libero ma di origine virale e quando è prodotto nei
ribosomi dall’mRNA dei vaccini COVID-19 mRNA e adenovettoreDNA. I
meccanismi fisiopatologici d’azione della proteina spike continuano ad
essere chiariti.
Abbiamo stabilito che la
proteina spike provoca danni legandosi al recettore ACE-2 e quindi
sottoregolando il recettore, danneggiando le cellule endoteliali
vascolari. La proteina spike ha un dominio legante simile alla tossina,
che si lega a α7 nAChR nel sistema nervoso centrale e nel sistema
immunitario, interferendo così con le funzioni di nAChR, come la
funzione di ridurre l’infiammazione e le citochine proinfiammatorie,
come IL-6. Il collegamento con le malattie neurodegenerative avviene
anche attraverso la capacità della proteina “spike” di interagire con le
proteine che formano l’amiloide leganti l’eparina, avviando
l’aggregazione delle proteine cerebrali.
La persistenza della proteina spike causa un’infiammazione persistente
(infiammazione cronica), che potenzialmente alla fine sposta il sistema
immunitario verso la tolleranza immunitaria (IgG4). Un effetto
particolare per le donne e la gravidanza è il legame della proteina
Spike al recettore alfa degli estrogeni, che interferisce con il
messaggio degli estrogeni.
La proteina Spike è citotossica
all’interno delle cellule attraverso l’interazione con i geni
soppressori del cancro e causando danni mitocondriali. Le proteine
spike
espresse sulla superficie delle
cellule portano alla risposta autoimmune citopatica.
La proteina spike libera si lega all’ACE-2 su altre cellule di organi e
sangue. Nel sangue la proteina Spike induce le piastrine a rilasciare
fattori di coagulazione, a secernere fattori infiammatori e a formare
aggregati leucociti-piastrine. La proteina spike lega il fibrinogeno,
inducendo la formazione di coaguli di sangue.
Esiste anche un’omologia
problematica tra la proteina spike e le proteine chiave nel sistema
immunitario adattativo che portano all’autoimmunità se vaccinati con
l’mRNA che produce la proteina spike.
I fattori farmacocinetici contribuiscono alla fisiopatologia. Come
accennato, lo studio sulla biodistribuzione di Pfizer (dove il 75% delle
molecole trasportatrici di nanoparticelle lipidiche ha lasciato il
deltoide per tutti gli organi entro 48 ore) per il PMDA giapponese era
noto alla TGA australiana prima dell’autorizzazione provvisoria dei
vaccini mRNA COVID-19 per l’Australia popolazione [5]. Poiché causano la
replicazione della proteina Spike in molti organi, i vaccini basati sui
geni agiscono come virus sintetici.
Il trasportatore di nanoparticelle lipidiche dell’mRNA e il PEG
associato che rende il complesso mRNA-LNP più stabile e resistente alla
degradazione, hanno i propri effetti tossici; le nanoparticelle
lipidiche principalmente attraverso effetti proinfiammatori e il PEG
mediante anafilassi in individui sensibili.
Röltgen et al. [53] hanno
scoperto che l’mRNA stabilizzato con N1-metilpseudouridina nei vaccini
COVID-19 produce proteine spike
per almeno 60 giorni. Altre ricerche citate sulla retroposizione del codice genetico [249] suggeriscono la possibilità
che tale produzione di una proteina patogena estranea possa
potenzialmente durare tutta la vita o addirittura transgenerazionale.
Un ampio corpo di ricerche emergenti mostra che la stessa proteina
spike, in particolare la subunità S1, è patogena e causa infiammazione e
altre patologie osservate nel COVID-19 acuto grave, probabilmente nel
COVID-19 lungo, e nelle lesioni da vaccino mRNA e adenovettoriDNA
COVID-19 . La parola “spikeopatia” è stata coniata dal ricercatore
francese Henrion-Caude [98] in una conferenza e dati gli effetti
patologici vari e sostanziali della proteina spike SARS-CoV-2,
suggeriamo che l’uso del termine avrà un valore euristico.
La piccopatia esercita i suoi
effetti, come riassunto da Cosentino e Marino [86] attraverso
l’aggregazione piastrinica, la trombosi e l’infiammazione correlate al
legame dell’ACE-2; interruzione delle glicoproteine transmembrana
CD147 che interferiscono con la
funzione cardiaca dei periciti e degli eritrociti; legandosi a TLR2 e
TLR4 innescando cascate infiammatorie; legandosi all’ER alfa
probabilmente responsabile delle irregolarità mestruali e dell’aumento
del rischio di cancro attraverso le interazioni con p53BP1 e BRCA1.
Altre ricerche mostrano ulteriori effetti spikeo-patologici attraverso
la produzione di citochine infiammatorie indotte da ACE-2, la
fosforilazione di MEK e la downregulation di eNOS, compromettendo la
funzione delle cellule endoteliali.
Effetti particolarmente nuovi della proteina spike comportano lo
squilibrio del sistema colinergico nicotinico attraverso l’inibizione di
α7 nAChR, portando a vie biochimiche antinfiammatorie alterate in molte
cellule e sistemi di organi, nonché a un alterato tono vagale
parasimpatico.
Le lesioni provocate dal vaccino mRNA e adenovettoriale del COVID-19 si
sovrappongono alla grave malattia acuta da COVID-19 e al COVID lungo, ma
sono più varie, data la più ampia biodistribuzione e la produzione
prolungata della proteina spike.
La miopericardite è riconosciuta
ma spesso è stata minimizzata come lieve e rara, tuttavia l’evidenza di
una miopericardite subclinica correlata al vaccino COVID-19
relativamente comune [113,115] e l’evidenza autoptica [246,247,248]
suggeriscono un ruolo nelle morti improvvise in persone relativamente
giovani e in forma [116,117 ]. Le proteine spike
hanno anche meccanismi per aumentare la
trombosi attraverso l’infiammazione correlata all’ACE-2, il disturbo del
sistema dell’angiotensina [119], il legame diretto con i recettori ACE-2
sulle piastrine [1], l’interruzione dell’antitrombina [122], ritardando
la fibrinolisi [123] (prestampa) e riducendo la repulsione
elettrostatica degli eritrociti che porta all’emoagglutinazione [124].
Le malattie autoimmuni di nuova insorgenza dopo la vaccinazione COVID-19
potrebbero riguardare l’omologia della proteina spike e, nella malattia
virale che include altre proteine SARS-CoV-2, con le proteine umane
[5,138].
Il complesso mRNA-LNP attraversa
la BBB e i disturbi neurologici sono altamente segnalati nei database di
farmacovigilanza a seguito dei vaccini COVID-19. Numerosi meccanismi di
spikepatia vengono chiariti come disturbi sottostanti che coinvolgono:
permeabilità del BBB [128]; danno mitocondriale [168]; disregolazione
dei periciti vascolari cerebrali [169]; Neuroinfiammazione mediata da
TLR4 [170]; morte delle cellule dell’ippocampo [171]; disregolazione
delle cascate del complemento e della coagulazione e dei neutrofili che
causano coagulopatie [173] (prestampa); neuroinfiammazione e
demielinizzazione tramite disregolazione microgliale [174,177,180];
aumento dell’espressione di α-Syn coinvolta nella malattia
neurodegenerativa [175]; livelli elevati di chemochina 11 del motivo CC
associati all’invecchiamento e alla successiva perdita di cellule
neurali e mielina; legandosi al recettore nicotinico dell’acetilcolina
α7 (nAChR), aumentando i livelli di IL-1b e TNFα nel cervello causando
elevati livelli di infiammazione [172,177]; la subunità S1 è
amiloidogenica [185]; disautonomia [96], mediante danno neuronale
diretto o meccanismi immunomediati indiretti, ad esempio inibizione di
α7 nAChR; anosmia causata sia dal vaccino che dalla malattia [44],
anch’essa prodromica alla malattia di Parkinson.
Inoltre, gli autoanticorpi nel
dominio C-terminale globulare possono causare la malattia di Creutzfeldt
Jakob (CJD) [218], miR-146a è alterato in associazione con COVID-19
[222] e associato sia a infezioni virali che a malattie da prioni nel
cervello, e È stato dimostrato che S1 induce senescenza nelle cellule
trasfettate.
La quantità di possibili meccanismi di danno mediato dai picchi nel
cervello è pari nella vita reale alla prevalenza di effetti avversi
neurologici e neurodegenerativi e richiede urgentemente ulteriori
ricerche.
Il cancro, anche se non è stato dimostrato con certezza che sia causato
dai vaccini, sembra seguire da vicino la vaccinazione e abbiamo
esaminato le possibili cause sotto forma di interazioni delle proteine
spike
con fattori di trascrizione e geni soppressori del cancro.
Il vaccino doveva proteggere le
persone di età superiore ai 60 anni con il maggior rischio di mortalità
da COVID-19 [10], tuttavia un’analisi del rischio condotta da Dopp e
Seneff (2022) [250] ha mostrato che la probabilità di morire a causa
dell’iniezione è solo 0,13 % inferiore al rischio di morte per infezione
nelle persone di età superiore a 80 anni.
Inoltre, l’invecchiamento naturale è accompagnato da cambiamenti nel
sistema immunitario che compromettono la capacità di rispondere
efficacemente ai nuovi antigeni. Similmente alle risposte ai virus
stratificate per età, ciò significa che i vaccini diventano meno
efficaci nell’indurre l’immunità negli anziani, con conseguente ridotta
capacità di combattere nuove infezioni [251].
La vaccinazione con mRNA
COVID-19 a due dosi ha conferito una risposta immunitaria adattativa
limitata tra i topi anziani, rendendoli suscettibili all’infezione da
SARS-CoV-2 [252]. Secondo uno studio di Vo et al., (2022) [253], il
rischio di malattie gravi tra i veterani statunitensi dopo la
vaccinazione è rimasto associato all’età. Questo rischio di infezioni
intercorrenti era anche maggiore se erano presenti condizioni di
immunocompromissione.
Infine, abbiamo esaminato le migliori serie di casi di autopsia
attualmente disponibili, eseguite in Germania, che stabiliscono le
connessioni tra spikeopatia e fallimenti multipli di organi, neuropatie
e morte.
Conclusioni
In questa revisione narrativa, abbiamo stabilito il ruolo della proteina
spike SARS-CoV-2, in particolare della subunità S1, come patogena. Ora è
anche evidente che le proteine spike
ampiamente biodistribuite,
prodotte dai codici genetici dell’mRNA e del DNA adenovettoriale,
inducono un’ampia varietà di malattie. I meccanismi fisiopatologici e
biochimici sottostanti sono in fase di chiarimento.
I trasportatori di
nanoparticelle lipidiche per i vaccini mRNA e Novavax hanno anche
proprietà proinfiammatorie patologiche. L’intera premessa dei vaccini
basati sui geni che producono antigeni estranei nei tessuti umani è irta
di rischi per disturbi autoimmuni e infiammatori, soprattutto quando la
distribuzione non è altamente localizzata.
Le implicazioni cliniche che seguono sono che i medici in tutti i campi
della medicina devono essere consapevoli delle varie possibili
presentazioni della malattia correlata al vaccino COVID-19, sia acuta
che cronica, e del peggioramento delle condizioni preesistenti.
Sosteniamo
inoltre la sospensione dei vaccini COVID-19 basati sui geni e delle
matrici portatrici di nanoparticelle lipidiche e di altri vaccini basati
sulla tecnologia mRNA o DNA vettoriale virale. Una strada più sicura è
quella di utilizzare vaccini con proteine ricombinanti ben testate,
tecnologie virali attenuate o inattivate, di cui ora ce ne sono molti
per la vaccinazione contro la SARS-CoV-2.
di
Parry et al. – pubblicata in origine su Biomedicine
BIOMEDICINE – ‘Spikeopathy’: COVID-19 Spike Protein Is Pathogenic, from
Both Virus and Vaccine mRNA
14.09.23
Fondata nel 1945, Kaiser
Permanente è riconosciuta come uno dei principali fornitori di
assistenza sanitaria e piani sanitari senza scopo di lucro d’America.
Attualmente opera in 8 stati (California del Nord, California del Sud,
Colorado, Georgia, Hawaii, Virginia, Oregon, Washington) e nel Distretto
di Columbia.
«La cura dei membri e dei pazienti si concentra sulla loro salute
totale. I medici, gli specialisti e i team di operatori sanitari di
Permanente Medical Group guidano tutte le cure. I nostri team medici
possono avvalersi di tecnologie e strumenti leader del settore per la
promozione della salute, la prevenzione delle malattie, l’erogazione
delle cure e la gestione delle malattie croniche» spiega
l’organizzazione medica.
«Abbiamo condotto uno studio di
coorte retrospettivo su pazienti Kaiser Permanente Northwest (KPNW) di
età pari o superiore a 18 anni che sono stati vaccinati con la
formulazione Pfizer o Moderna del vaccino bivalente COVID19 tra il 1
settembre 2022 e il 1 marzo 2023. I pazienti sono stati inclusi nello
studio studiare se fossero iscritti al KP al momento della vaccinazione
e durante il periodo di follow-up di 21 giorni. Abbiamo replicato la
metodologia di analisi del ciclo rapido Vaccine Safety Datalink (VSD) e
cercato possibili casi di ictus ischemico o TIA nei 21 giorni successivi
alla vaccinazione utilizzando i codici diagnostici ICD10CM sia nella
posizione primaria che in qualsiasi posizione».
E’ quanto si legge nell’Abstract della ricerca intitolata “Rischio di
ictus ischemico dopo la vaccinazione di richiamo bivalente COVID-19 in
un sistema sanitario integrato (Risk of Ischemic Stroke after COVID-19
Bivalent Booster Vaccination in an Integrated Health System)”.«Abbiamo
identificato un aumento del 50% nell’incidenza di ictus ischemico per
100.000 pazienti di età pari o superiore a 65 anni vaccinati con il
vaccino bivalente Pfizer, rispetto ai dati presentati dal VSD. Il 79%
dei casi di ictus ischemico sono stati ricoverati in ospedali che non
sono di proprietà del sistema di consegna integrato e un ritardo
nell’elaborazione delle richieste di risarcimento assicurative esterne
all’ospedale è stato probabilmente responsabile della discrepanza
nell’accertamento dei casi di ictus ischemico. ».
18.08.23
Il procuratore generale del
Texas Ken Paxton ha cercato di fare luce sulla sicurezza dei vaccini
Covid e sugli esperimenti americani Gain of Function (GOF) per il
potenziamento dei virus SARS in laboratorio, condotti dal virologo
Anthony Fauci tra gli USA (University of North Carolina) e il Wuhan
Institute of Virology, ma è stato subito colpito da un impeachment (per
altre ragioni politiche) che ha bloccato la sua inchiesta.
Ora quattro famiglie americane delle vittime Covid hanno presentato una
formale denuncia per quelle pericolosissime ricerche prendendo di mira
il famigerato zoologo di origini britanniche Peter Daszak, presidente
della società EcoHealthAlliance di New York che fu finanziata dalla Bill
& Melinda Gates Foundation e soprattutto dall’Istituto Nazionale
Allergie e Malattie Infettive diretto da Fauci (fino al dicembre 2022)
per i progetti di costruzione di coronavirus chimerici del ceppo SARS
chimerici nel centro virologico cinese.
l dottor Zhou Yusen
misteriosamente morto tre mesi dopo aver brevettato un vaccino contro il
Covid-19 nel febbraio 2020 che, secondo gli investigatori americani,
sarebbe morto misteriosamente proprio cadendo dal tetto del WIV di
Wuhan.
Nel giugno 1998 durante il
vertice sino-americano in Cina il presidente Bill Clinton siglò una
“Convenzione sulla armi biologiche” con il presidente cinese Jiang
Zemin,
Nell’aprile 2004 la Commissione
Europea presieduta dall’italiano Romano Prodi e composta anche dal
commissario Mario Monti diede il primo finanziamento di quasi 2milioni
di euro al Wuhan Institute of Virology grazie al quale la direttrice del
Centro di Malattie Infettive Shi Zengli, soprannominata bat-woman per i
suoi esperimenti sui coronavirus dei pipistrelli cinesi a ferro di
cavallo, creò il primo virus chimerico ricombinante potenziando un ceppo
di SARS con plasmidi infettati dal virus HIV.
16.08.23
l’instabilità del sistema
colloidale di nanomateriali lipidici (e il conseguente maggior rischio
tossicologico) della prima versione di Comirnaty sia sostanzialmente
dovuta alla presenza, in quella formulazione, di fattori
destabilizzanti, quali, appunto, i composti inorganici elettrolitici in
eccesso, costituiti principalmente dai componenti del tampone pH PBS
utilizzato da Pfizer-BioNTech».
Evidenzia il dottor Segalla illustrando le differenti caratteristiche
della stabilizzazione del farmaco concorrente Spikevax di Moderna.
«A questo proposito, però, quanto riportato nel brevetto della stessa
BioNTech (co- titolare, insieme a Pfizer, del vaccino Comirnaty) US
10,485,884 B2 RNA Formulation for Immunoterapy [Formulazioni a RNA per
immunoterapia] del 26 novembre 2019, risulta ancor più esplicito al
riguardo della “elevata tossicità” attribuita a “liposomi e lipoplexes”
caricati positivamente».
«Ciò si riferisce a formulazioni a base di RNA incapsulato in
nanoparticelle lipidiche cationiche – del tipo cioè di quelle usate nel
Comirnaty – e denominate, in questo contesto, “lipoplexes”. Nella
descrizione del brevetto, si spiega, fra l’altro, come le nanoparticelle
cationiche contenenti RNA si formino soprattutto grazie a determinati
rapporti di massa/carica tra i lipidi cationici (+) e le componenti
anioniche (-) dell’ RNA, e come tali rapporti giochino un ruolo
fondamentale anche per quanto riguarda il passaggio delle nanoparticelle
contenenti RNA attraverso la membrana cellulare e il conseguente
trasferimento dell’RNA all’interno della cellula (trasfezione) per
modificarne le caratteristiche funzionali:
Con una minore carica positiva in eccesso, l’efficacia della trasfezione
scende drasticamente, andando praticamente a zero. Sfortunatamente,
però, per liposomi e lipoplexes [nanoparticelle lipidiche] caricati
positivamente è stata segnalata un’elevata tossicità, che può essere un
problema per l’applicazione di tali preparati come prodotti
farmaceutici. [corsivi aggiunti] (Figura 26)».
«Le ragioni per cui i tamponi pH del tipo PBS non vanno assolutamente
bene in preparati a base di nanoparticelle cationiche inglobanti RNA
sono spiegate molto chiaramente nella sezione del brevetto intitolata
“Effects of Buffers/ Ions on Particle Sizes and PI of RNA Lipoplexes”
[Effetti dei tamponi / composti ionici sulle dimensioni e Indice di
polidispersione delle nanoparticelle lipidiche contenenti RNA] del
suddetto brevetto di BioNTech US 10,485,884 B2, 44 (47-50), 45 (4-6), 45
(31- 33)».
In condizioni fisiologiche (cioè a pH 7,4; 2,2 mM Ca++), è imperativo
assicurarsi che ci sia un rapporto di carica prevalentemente negativa, a
causa dell’ instabilità delle nanoparticelle lipidiche neutre o caricate
positivamente. [corsivi aggiunti] (Figura 27)
«In altre parole, sulla base di quanto scientificamente documentato e
riportato in un brevetto della stessa BioNTech, in aggiunta a quanto già
descritto riguardo alla pericolosità intrinseca delle nanoparticelle
lipidiche caricate positivamente, apprendiamo che un sistema colloidale
di nanoparticelle lipidiche cationiche inglobanti mRNA.
NON dovrebbe contenere nella propria formulazione un tampone ionico come
il PBS, al fine di prevenire fenomeni di aggregazione, agglomerazione,
flocculazione delle nanoparticelle lipidiche, con tutte le conseguenze
di ordine tossicologico sopra descritte.
NON dovrebbe contenere nella propria formulazione composti ionici (come
ad es. cloruro di sodio), al fine di prevenire fenomeni di aggregazione,
agglomerazione, flocculazione delle nanoparticelle lipidiche, con tutte
le conseguenze di ordine tossicologico sopra descritte.
NON dovrebbe essere iniettato per via intramuscolare, a causa della sua
instabilità quando viene a trovarsi nelle condizioni fisiologiche del
distretto extracellulare (pH 7,4; 2,2 mM Ca++).
«Tutte e tre queste rigorose raccomandazioni, riportate nel succitato
brevetto di BioNTech del 2019, sono spudoratamente disattese, o
ignorate, nel 2020, sia da Pfizer-BioNTech sia dagli enti certificatori,
sia nel merito della formulazione (ionico/ elettrolitico) sia in quello
della destinazione d’uso (inoculazione intramuscolare) del preparato
Comirnaty» rimarca il biochimico italiano segnalando che tali
«criticità» sono «in palese contrasto con le specifiche e pertinenti
raccomandazioni asserite dalla stessa BioNTech nel suo sopramenzionato
brevetto US 10,485,884 B2»
14.08.23
«Per i suesposti motivi, questo
giudicante ritiene non legittima e non conforme ai Principi Generali
dell’Ordinamento e della Costituzione la normativa in materia di obbligo
vaccinale, che pertanto va disapplicata. Con riguardo alle spese di
giudizio sussistono giustificati motivi per compensarle, attesa la
“particolarità” della materia trattata».
L’anonimo italiano over 50 che ha fatto ricorso al Giudice di Pace di
Santa Maria Capua a Vetere contro l’imposizione della vaccinazione Covid
e la conseguente multa da 100 euro emanata dall’Agenzia delle Entrate
per conto del Ministero della Salute dovrà pagare solo una ventina di
euro. Ovvero la metà dell’ammontare delle spese giudiziarie per ricorsi
inferiori a 1.100 euro.
Non è il primo e non sarà
l’ultimo pronunciamento giudiziario che contesta l’obbligatorietà dei
sieri genici sperimentali. Il caso più famoso è ovviamente quello della
giudice Susanna Zanda del Tribunale Civile di Firenze che, avendo osato
anche segnalare i decessi per presunte reazioni avverse ai vaccini alla
Procura della Repubblica di Roma, è finita nel fuoco incrociato della
Procura Generale della Corte di Cassazione che ha aperto un procedimento
disciplinare nei suoi confronti subito dopo le esternazioni politiche
del Ministro della Giustizia Carlo Nordio.
«Ebbene, al di là delle pronunce
del Consiglio d’Europa che ha avuto occasione di occuparsi della
tematica della vaccinazione Covid (con la Risoluzione 2361 del 2021) e
di decisioni, invece, contrarie, a parere di questo giudice, appaiono
decisive le circostanze, ormai conclamate, che il non vaccinato — a
prescindere dalle decisioni relative all’età — non ha determinato alcun
rischio maggiore per la salute pubblica rispetto ai soggetti vaccinati
provvisti di green pass, perché l’idoneità dei vaccini (quale strumento
di prevenzione del contagio), non solo non è pari o vicina al 100 % ma
si è di fatto rivelata prossima allo zero (Trib. Napoli marzo 2023)
«Il Tribunale del Lavoro di
Catania, con la decisione del 14.03.2022, ribadisce che “sebbene non si
ignori che l’impianto del D.D. 44/2021 sia ispirato alla finalità “di
tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza
nell’erogazione delle prestazioni di cura e assistenza” (art. 4, co. 1,
D.L. 44/2021), nell’ambito di una situazione emergenziale e del tutto
straordinaria, le conseguenze che esso implica nella sfera del
dipendente non vaccinato — e che si sono irrigidite a seguito delle
modifiche apportate all’originaria formulazione del decreto – appaiono
tuttavia eccessivamente sproporzionate e sbilanciate, nell’ottica della
necessaria considerazione degli altri valori costituzionali coinvolti,
tra cui, tra i primi, la dignità della persona, bene protetto da co. 2,
36,41 Cost. plurime previsioni della Carta: artt. 2, 3»
«Sebbene la legge possa
prevedere l’obbligatorietà di determinati trattamenti sanitari, sono
rarissimi, ed ancorati a precisi presupposti, ì casi in cui
l’ordinamento consente la possibilità di eseguirli contro la volontà
della persona (ad es., è il caso del TSO), valendo da sempre il
principio che gli accertamenti ed i trattamenti obbligatori debbano
essere ‘accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e
la partecipazione da parte di chi vi è obbligato”…»
«E ciò a conferma della
consapevolezza del legislatore che l’obbligo al trattamento sanitario
costituisce pur sempre un’eccezione rispetto al principio, di cui è
espressione l’art. 32 Cost., della libera determinazione dell’individuo
in materia sanitaria».
In virtù di questi motivi ha accolto «il ricorso annullando il
provvedimento opposto» dall’avvocato Alessandra De Rosa contro l’avviso
di addebito di 100 euro al suo assistito.
08.08.23
Un manager della Pfizer in
Oceania ha ammesso che agli impiegati australiani dell’azienda
farmaceutica di New York sono somministrati dati lotti di vaccini
differenti da quelli distribuiti al pubblico.
Lo ha dichiarato durante un’Audizione davanti al Senato Australiano che,
a differenza dei politici dell’Unione Europea foraggiati dalle ONG di
Bill Gates, ha già avviato un’inchiesta formale per indagare sulla
natura dei sieri genici acquistati, sull’occultamento dei dati dei
trials clinici e sui danni causati ai vaccinati.
L’ammissione è arrivata durante
una rigorosa sessione di interrogatorio mercoledì, in cui il direttore
medico nazionale di Pfizer Australia, il dott. Krishan Thiru, e il capo
delle scienze normative, il dott. Brian Hewitt, hanno parlato davanti al
“Comitato per la legislazione sull’istruzione e l’occupazione” del
Senato australiano sui vaccini sperimentali contro il COVID-19, aggiunge
Gateway Pundit
23.07.23
I vaccini Covid contengono
proporzioni considerevoli di residui di DNA in grado di integrarsi
permanentemente nel genoma umano, causando malattie croniche e tumori.
Questo potrebbe anche spiegare l’eccesso di mortalità osservato
dall’inizio delle campagne di vaccinazione.
L’ex banchiere svizzero Pascal
Najadi e' l’autore di una denuncia penale per abuso di potere contro il
presidente della Confederazione Alain Berset è vaccinato tre volte e
altrettante volte si è costituito contro le autorità sanitarie da quando
un’analisi del suo sangue gli ha rivelato che il suo organismo continua
a produrre la proteina spike del vaccino più di 18 mesi dopo la sua
ultima iniezione Pfizer/BioNTech.
Contattato, l’interessato ci ha fornito i risultati del laboratorio
oltre ad una lettera del Prof. Sucharid Bhakdi confermando che “i
risultati del test indicano chiaramente che il signor Najadi soffre di
effetti irreparabili a lungo termine causati dal prodotto di mRNA
iniettato fabbricato da PfizerBiontech.
L’ex banchiere aveva consultato
l’Ufficio federale della sanità pubblica in Svizzera su questo
argomento. Quest’ultimo non è stato in grado di dargli risposte,
sostenendo che non poteva commentare un singolo caso. Pascal Najadi ne
aveva dedotto che l’ufficio in realtà non controllava nulla riguardo a
queste nuove tecnologie vaccinali.
La persistenza della presenza della proteina spike rilevata a Najadi e
altri iniettati rimane ufficialmente inspiegabile ed è ben oltre i 14
giorni comunicati quando sono state lanciate le campagne di vaccinazione
contro il Covid.
Tutti conoscono il DNA,
rappresentato da una doppia elica e contenente il nostro codice
genetico. L’RNA è costituito solo da un singolo filamento. La cellula lo
produce secondo necessità leggendo parte del DNA che servirà poi come
specifiche per la produzione di una proteina.
Una dose di “vaccino” Covid a RNA messaggero contiene miliardi di
filamenti di RNA messaggero, che innescheranno la produzione di
altrettante proteine spike
del virus SARS-CoV-2 nelle cellule che
raggiungono. Queste proteine spike
attiveranno una risposta del
sistema immunitario.
a proteina avanzata è stata
anche presentata come sostanza innocua durante le campagne di
vaccinazione quando è nota per essere tossica per l’organismo umano e
causare la maggior parte delle complicanze del Covid, comprese le
reazioni infiammatorie e allergiche.
Per comunicare, i batteri si
scambiano importanti “messaggi” genetici con l’aiuto dei cosiddetti
plasmidi. Ad esempio, se un batterio trova un nuovo meccanismo che
aumenta la sua resistenza agli antibiotici, incapsula questa
informazione in plasmidi, che verranno prodotti e ‘diffusi’ ad altri
batteri.
Il processo di produzione dei filamenti di RNA dei vaccini Covid
richiede appunto di passare attraverso la manipolazione genetica dei
batteri mediante plasmidi, nei quali sarà stata precedentemente
introdotta la sequenza di DNA corrispondente alla proteina spike di
SARS-CoV-2.
Il plasmide viene propagato nei
batteri e utilizzato come stampo per la produzione di massa di RNA
messaggero che sarà in grado di innescare la produzione di proteine
spike
nelle cellule vaccinate. Il DNA
deve poi essere rimosso e l’RNA messaggero viene poi miscelato con i
lipidi per produrre nanoparticelle in grado di portare l’mRNA nelle
nostre cellule
Nell’ambito dell’autorizzazione
all’immissione in commercio del vaccino Pfizer, l’Agenzia europea per i
medicinali (Ema) si è quindi dovuta accontentare di consultare i dati
forniti dal produttore. EMA ha espresso sorpresa al produttore per il
fatto che il prodotto finale non fosse stato sequenziato geneticamente
per garantire che contenesse solo RNA messaggero e nessun DNA o altri
residui, apprende lo scienziato tedesco Florian Schilling in una
presentazione
Pfizer ha risposto di aver
rinunciato volontariamente al sequenziamento, ammettendo che non era
certo ottimale, ma che era giustificato per ridurre i costi. Anche altri
produttori hanno rinunciato a questo sequenziamento genetico come parte
della loro garanzia di qualità.
Tra le tecniche alternative di valutazione del prodotto utilizzate da
Pfizer c’è l’elettroforesi, che conta gli elementi presenti in una
soluzione in base alla loro dimensione.
Nei documenti forniti da Pfizer
alla WEA, l’RNA messaggero della proteina spike del vaccino è
rappresentato da un alto picco centrale. L’anomalia sono le “pendenze”
su entrambi i lati del picco, che rappresentano misteriosi “oggetti”
genetici che non corrispondono alle dimensioni dell’RNA messaggero e non
dovrebbero essere presenti in una soluzione purificata.
Anche l’EMA aveva voluto saperne di più e aveva richiesto i dati grezzi
a Pfizer. Il produttore aveva accettato di fornirli ma ad oggi non sono
ancora stati consegnati.
Un gruppo di ricercatori,
preoccupato in particolare per le conseguenze delle iniezioni di Covid
sui giovani, ha deciso all’inizio del 2023 di prendere in mano la
situazione e mettere in sequenza lotti di “vaccini” di Pfizer e Moderna.
Il loro intero approccio è spiegato in dettaglio in un primo articolo e
nel suo supplemento scritto da Kevin McKernan, biologo molecolare,
specialista in manipolazione genetica e sequenziamento, che ha
partecipato all’analisi.
Le loro scoperte sono di natura
inquietante:
Quantità di DNA anormalmente elevata – La presenza di plasmidi
contenenti DNA proteico spike è stata confermata in proporzioni notevoli
per i “vaccini” di Pfizer e Moderna: tra il 20 e il 35%, ben oltre i
limiti di contaminazione fissati dall’EMA (0,033%) . Una singola dose
contiene quindi diversi miliardi di questi plasmidi che servivano per
produrre l’RNA messaggero e che poi avrebbero dovuto essere eliminati.
Queste informazioni sono già prova della non conformità di questi
prodotti alle normative vigenti.
Accelerazione della resistenza agli antibiotici – Fatto preoccupante, il
DNA di questi plasmidi contiene geni che li rendono resistenti a due
antibiotici: neomicina e kanamicina. L’introduzione di miliardi di geni
di resistenza agli antibiotici in plasmidi altamente replicabili,
consentendo la selezione di batteri resistenti a questi trattamenti nel
microbioma, dovrebbe sollevare preoccupazioni sull’accelerazione della
resistenza agli antibiotici su scala globale. Alcuni esperti stimavano
già prima della crisi del Covid che entro il 2050 non avremmo più avuto
antibiotici efficaci.
Elevato fattore di errore di copia – Gli scienziati affermano che la
presenza di un nucleotide chiamato pseudouridina è molto preoccupante
poiché è noto che ha un tasso di errore di copia di uno su 4000
nucleotidi, ovvero tra 5 e 8,5 milioni di possibili errori di copia per
dose di vaccino. E nessuno può dire a cosa corrispondano questi errori
poiché sono imprevedibili.
Integrazione permanente e transgenerazionale: i plasmidi vaccinali
possono raggiungere un batterio o una cellula umana. Quest’ultimo caso è
considerato problematico perché è possibile che il filamento di DNA
contenuto nel plasmide sia permanentemente integrato nel codice genetico
della cellula umana, permettendole in qualsiasi momento di produrre
autonomamente la proteina spike del vaccino, per tutta la vita. Con ogni
probabilità, questo è ciò che sta accadendo ai clienti di Pascal Najadi
e Me Ulbrich in Germania. L’insegnante. Bhakdi ha ricordato a questo
proposito che ogni divisione cellulare è un’opportunità per questo DNA
importato di modificare il genoma dell’ospite. Se questa integrazione
avviene in una cellula staminale, ovulo o spermatozoo, la modificazione
genetica verrà trasmessa alle generazioni successive.
Questo è grave perché oggi la
scienza non offre uno strumento per rimuovere un gene. Più
incomprensibilmente, il DNA del plasmide utilizzato da Pfizer contiene
una sequenza (SV 40) che gli permette di essere trasferito nel nucleo
anche quando la cellula non si sta dividendo e quindi di influenzare le
cellule. La sua presenza è comunque inutile per la produzione di RNA
messaggero nei batteri. Questa sequenza è assente dai plasmidi
utilizzati da Moderna.
l vaccino Covid di Johnson &
Johnson presenta un rischio di integrazione ancora maggiore perché si
basa su un virus a DNA e utilizza un promotore molto più potente dell’SV
40, chiamato CMV. Ciò comporta un rischio molto più elevato di
oncogenesi e continua produzione di proteine spike
rispetto agli RNA messaggeri, afferma
Marc Wathelet, biologo molecolare e specialista di coronavirus che
abbiamo consultato (vedi intervista alla fine dell’articolo).
Poiché il DNA della proteina spike del plasmide prende di mira le
cellule dei mammiferi, ci sono pochissime possibilità che si integri
permanentemente nel genoma di un batterio intestinale. Non riuscendo a
diventare fabbriche proteiche avanzate, questi batteri – che non sono
cellule umane – potrebbero invece moltiplicare i plasmidi del vaccino e
contribuire così ad aumentare il rischio di contaminazione con cellule
umane, chiamato “bactofezione” o “trasfezione”.
Marc Wathelet conferma che se
“il rischio di contaminazione dei batteri nel microbioma rimane basso,
sono i rischi di infiammazione e soprattutto di tumori legati alla
contaminazione delle cellule del corpo delle persone vaccinate da parte
del DNA che sono più preoccupanti”.
L’esperto sottolinea che è “impossibile quantificare questo rischio”.
Trova “un aumento di alcuni tumori, ma non è chiaro se sia dovuto a DNA,
mRNA, un indebolimento del sistema immunitario, lipidi nelle
nanoparticelle o una combinazione di questi fattori
21.07.23
Come risulta, la proteina spike
e l’mRNA non sono gli unici rischi di queste iniezioni. Il team di
McKernan ha anche scoperto i promotori del virus della simmia 40 (SV40)
che, da decenni, sono sospettati di provocare il cancro negli esseri
umani, compresi mesoteliomi, linfomi e tumori del cervello e delle
ossa.3 I risultati4,5,6,7 sono stati pubblicati su OSF Preprints
all’inizio di aprile 2023. Come spiegato nell’abstract:8
“Sono stati utilizzati diversi metodi per valutare la composizione degli
acidi nucleici di quattro fiale scadute dei vaccini mRNA bivalenti
Moderna e Pfizer. Sono stati valutati due flaconi di ciascun fornitore…
Molteplici test supportano una contaminazione da DNA che supera i
requisiti dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) di 330ng/mg e della
FDA [Food and Drug Administration] di 10ng/dose…
Come riportato in una recensione
del libro di Lancet “The Virus and the Vaccine: The True Story of a
Cancer-Causing Monkey Virus, Contaminated Polio Vaccine and the Millions
of Americans Exposed”:13
“Nel 1960, gli scienziati e i produttori di vaccini sapevano che i reni
delle scimmie erano fogne di virus scimmieschi. Tale contaminazione
spesso rovinava le colture, comprese quelle di una ricercatrice del NIH
di nome Bernice Eddy, che lavorava sulla sicurezza dei vaccini… La sua
scoperta… minacciava uno dei più importanti programmi di salute pubblica
degli Stati Uniti…”.
Eddy cercò di informare i
colleghi, ma fu imbavagliata e privata dei suoi compiti di
regolamentazione dei vaccini e del suo laboratorio… [Due] ricercatori
della Merck, Ben Sweet e Maurice Hilleman, identificarono presto il
virus del rhesus, poi chiamato SV40, l’agente cancerogeno che era
sfuggito a Eddy.
“Nel 1963, le autorità statunitensi decisero di passare alle scimmie
verdi africane, che non sono ospiti naturali dell’SV40, per produrre il
vaccino antipolio. A metà degli anni ’70, dopo studi epidemiologici
limitati, le autorità conclusero che, sebbene l’SV40 causasse il cancro
nei criceti, non sembrava farlo nelle persone.
“Arriviamo agli anni ’90: Michele Carbone, allora all’NIH [National
Institutes of Health], stava lavorando sul modo in cui l’SV40 induce i
tumori negli animali. Uno di questi era il mesotelioma, un raro tumore
della pleura che nelle persone si pensa sia causato principalmente
dall’amianto. L’ortodossia riteneva che l’SV40 non causasse tumori
nell’uomo.
“Incoraggiato da un articolo del
1992 del NEJM [New England Journal of Medicine] che aveva trovato
‘impronte’ di DNA di SV40 nei tumori cerebrali infantili, Carbone ha
analizzato biopsie di tumori umani di mesotelioma presso il National
Cancer Institute: Il 60% conteneva DNA di SV40. Nella maggior parte di
esse, il virus della scimmia era attivo e produceva proteine.
“Carbone pubblicò i suoi risultati su Oncogene nel maggio 1994, ma l’NIH
rifiutò di renderli pubblici… Carbone… si trasferì alla Loyola
University. Lì ha scoperto come l’SV40 disabilita i geni soppressori del
tumore nel mesotelioma umano e ha pubblicato i suoi risultati su Nature
Medicine nel luglio 1997. Anche studi in Italia, Germania e Stati Uniti
hanno mostrato associazioni tra SV40 e tumori umani”.
“Incoraggiato da un articolo del
1992 del NEJM [New England Journal of Medicine] che aveva trovato
‘impronte’ di DNA di SV40 nei tumori cerebrali infantili, Carbone ha
analizzato biopsie di tumori umani di mesotelioma presso il National
Cancer Institute: Il 60% conteneva DNA di SV40. Nella maggior parte di
esse, il virus della scimmia era attivo e produceva proteine.
“Carbone pubblicò i suoi risultati su Oncogene nel maggio 1994, ma l’NIH
rifiutò di renderli pubblici… Carbone… si trasferì alla Loyola
University. Lì ha scoperto come l’SV40 disabilita i geni soppressori del
tumore nel mesotelioma umano e ha pubblicato i suoi risultati su Nature
Medicine nel luglio 1997. Anche studi in Italia, Germania e Stati Uniti
hanno mostrato associazioni tra SV40 e tumori umani”.
Torniamo alle scoperte di
McKernan, che oltre al video in evidenza sono discusse anche nel podcast
di Daniel Horowitz qui sopra. In breve, il suo team ha scoperto livelli
elevati di plasmidi di DNA a doppio filamento, compresi i promotori SV40
(sequenza di DNA essenziale per l’espressione genica) che sono noti per
innescare lo sviluppo del cancro quando incontrano un oncogene (un gene
che ha il potenziale di causare il cancro).
Il livello di contaminazione varia a seconda della piattaforma
utilizzata per la misurazione, ma indipendentemente dal metodo
utilizzato, il livello di contaminazione del DNA è significativamente
superiore ai limiti normativi sia in Europa che negli Stati Uniti,
afferma McKernan. Il livello più alto di contaminazione del DNA
riscontrato è stato del 30%, un dato piuttosto sorprendente.
Come spiegato da McKernan, quando si utilizza un tipico test PCR, si
viene considerati positivi se il test rileva il virus SARS-CoV-2
utilizzando una soglia di ciclo (CT) di circa 40. In confronto, la
contaminazione del DNA viene rilevata con TC inferiori a 20. Ciò
significa che la contaminazione è di un milione di milioni di unità.
Ciò significa che la
contaminazione è un milione di volte superiore alla quantità di virus
che si dovrebbe avere per risultare positivi al test COVID-19. “Quindi,
c’è un’enorme differenza per quanto riguarda la quantità di materiale
presente”, afferma McKernan.
Nel suo articolo su Substack14 , McKernan sottolinea anche che chi
sostiene che il DNA a doppio filamento e l’RNA virale siano una falsa
equivalenza, perché l’RNA virale è in grado di replicarsi, si sbaglia.
“La maggior parte dell’sgRNA che state rilevando in un tampone nasale
nel vostro naso NON È ADEGUATO ALLA REPLICAZIONE, come dimostrato da
Jaafar et al.15 È solo un frammento di RNA che dovrebbe avere una
longevità inferiore nelle vostre cellule rispetto ai frammenti
contaminanti di dsDNA”, scrive.
Se si sequenzia il DNA, si
scopre che corrisponde a quello che sembra essere un vettore di
espressione usato per produrre l’RNA… Ogni volta che vediamo una
contaminazione del DNA, come quella dei plasmidi, finire in un prodotto
iniettabile, la prima cosa a cui si pensa è se sia presente
l’endotossina dell’E. coli (Escherichia coli, ndr), perché crea
anafilassi per chi viene iniettato.
Mentre i deceduti non vaccinati
sono stati soltanto 304 e quelli vaccinati con ciclo incompleto (senza
seconda dose) 25. Il periodo preso in considerazione dalla tabella ISS è
quello che va dal 29 aprile al 29 maggio 2022.
La
tabella del Bollettino Covid-19 pubblicato il 24 giugno scorso
dall’Istituto Superiore della Sanità di Roma – link a fondo pagina
«Numerosi studi riportano
l’insorgenza di reazioni autoimmuni a seguito della vaccinazione contro
il COVID-19 (Gadi et al., 2021; Watad et al., 2021; Bril et al., 2021;
Portoghese et al., 2021; Ghielmetti et al., 2021; Vuille – Lessard et
al., 2021; Chamling et al., 2021; Clayton-Chubb et al., 2021; Minocha et
al., 2021; Elrashdy et al., 2021; Garrido et al., 2021; Chen et al.,
2022; Fatima et al., 2022; Mahroum et al., 2022; Finsterer, 2022; Garg &
Paliwal, 2022; Kaulen et al., 2022; Kwon & Kim, 2022; Ruggeri,
Giovanellla & Campennì, 2022). I dati istopatologici forniscono una
prova indiscutibile che dimostra che i vaccini genetici presentano una
distribuzione fuori bersaglio, provocando la sintesi della proteina
spike e innescando così reazioni infiammatorie autoimmuni, anche in
tessuti terminali differenziati».
Furono proprio gli esami
patologici del medico tedesco Morz a rilevare l’anomala persistenza nel
corpo umano della proteina Spike di cui un altro studio americano
asseverato dalla virologa Jessica Rose spiegò la proliferazione
attraverso i plasmidi di RNA.
«In generale, i potenziali rischi dei vaccini genetici che inducono le
cellule umane a diventare bersagli per l’attacco autoimmune non possono
essere valutati completamente, senza conoscere l’esatta distribuzione e
cinetica di LNP e mRNA, nonché la produzione e la farmacocinetica della
proteina spike».
Lo studio sottoscritto anche da
Donzelli e Bellavite poi conclude:
«Poiché il corpo umano non è un sistema strettamente compartimentato,
questo è motivo di seria preoccupazione per ogni vaccino genetico
attuale o futuro che induca le cellule umane a sintetizzare antigeni non
self. Infatti, per i tessuti terminalmente differenziati, la perdita di
cellule determina un danno irreversibile con prognosi potenzialmente
fatale. In conclusione, alla luce delle innegabili prove di
distribuzione fuori bersaglio, la somministrazione di vaccini genetici
contro COVID-19 dovrebbe essere interrotta fino a quando non saranno
eseguiti accurati studi di farmacocinetica, farmacodinamica e
genotossicità, oppure dovrebbero essere somministrati solo in
circostanze quando i benefici superano di gran lunga i rischi».
L’invito a indagare sui danni da sieri genici e a fermarne
l’inoculazione è giunto anche da una ricercatrice dell’Istituto
Superiore della Sanità e dalla sentenza del Tribunale di Firenze che ha
inviato gli atti alla Procura della Repubblica di Roma per un’accurata
inchiesta.
di Peter McCullough – pubblicato
in origine sul suo Substack
Mi viene spesso chiesto: perché tante persone che hanno assunto il
vaccino COVID-19 stanno apparentemente bene, mentre altre subiscono
danni al cuore, ictus, coaguli di sangue e finiscono per essere invalide
o morte? Da molti mesi si sospetta che ci possano essere variazioni nei
lotti o nelle partite di vaccino che potrebbero spiegare in parte queste
osservazioni. In altre parole, non tutti ricevono la stessa dose di
mRNA.
In base all’autorizzazione all’uso in emergenza, le aziende produttrici
di vaccini e i loro subappaltatori non effettuano alcuna ispezione delle
fiale finali riempite e finite. Si tratta di una situazione senza
precedenti per un prodotto di largo uso di qualsiasi tipo.
È possibile che le
nanoparticelle lipidiche si aggreghino in sospensione e quindi alcuni
lotti potrebbero contenere più mRNA di altri. Allo stesso modo, poiché
le dimensioni dei lotti sono variate nel tempo, è possibile che i
contaminanti del processo di produzione si concentrino in alcuni lotti
più piccoli rispetto a quelli più grandi.
Infine, il trasporto, la conservazione e l’uso del prodotto possono
essere fattori che denaturano l’mRNA, tra cui il riscaldamento, l’aria
iniettata nelle fiale e gli aghi multipli immersi nella sospensione.
Il problema della contaminazione è emerso quando il Giappone ha
restituito milioni di dosi e sono stati riscontrati detriti visibili sul
fondo delle fiale. Inoltre, poiché i contactor di biodifesa utilizzano
sfere metalliche, è possibile che i lotti iniziali più piccoli avessero
detriti magnetici che spiegavano il “magnetismo” nel braccio in cui
veniva somministrata l’iniezione, come riportato all’inizio della
campagna vaccinale.
Un rapporto di Schmeling e
collaboratori sul vaccino Pfizer BNT162b2 mRNA COVID-19 ha rilevato che
il 71% degli eventi avversi gravi proveniva dal 4,2% delle dosi (lotti
ad alto rischio), mentre <1% di questi eventi proveniva dal 32,1% delle
dosi (lotti a basso rischio). La variazione spiegata per i lotti ad alto
e moderato rischio è stata rispettivamente del 78 e dell’89%. Pertanto,
più dosi sono state somministrate da quelle fiale, maggiore è stato il
numero di effetti collaterali segnalati. Ciò significa che la maggior
parte del rischio risiede nell’iniezione e non nella persona che l’ha
ricevuta.
Si tratta di risultati di
importanza cruciale. Essi implicano che la debacle del vaccino COVID-19
è effettivamente un problema di prodotto e non è dovuta alla
suscettibilità del paziente nella maggior parte delle circostanze.
Inoltre, la mancanza di ispezioni ha portato a un disastro di sicurezza.
Alcuni sfortunati pazienti ricevono una quantità eccessiva di mRNA, di
contaminanti o di entrambi e sono quindi esposti a iniezioni dannose e,
in alcuni casi, letali.
IN ITALIA
Il trait d’union tra questa
nuova ricerca sponsorizzata dalla Commissione Europea e Rappuoli è
proprio la Fondazione Toscana Life Sciences (TLS) che ha creato un park
science accentratore di aziende operanti in campo sanitario medico,
diagnostico e farmaceutico.
TOSCANA LIFE SCIENCES NEL BIOTECNOPOLO DI SIENA
TLS è anche deputata a diventare uno dei pilastri del progetto del
Biotecnopolo di Siena, in fase di realizzazione nell’ex caserma in Viale
Cavour, che riceverà una cospicua dotazione finanziaria dal Piano
Nazionale Ripresa e Resilienza (PNNR) così suddivisa: 9 milioni di euro
per il 2022, 12 milioni per il 2023 e 16 milioni per il 2024. Ma la
fetta più grossa spetta proprio all’hub antipandemico (Centro Nazionale
Antipandemico – CNAP), che riceverà 340 milioni di euro da qui al 2026.
Una somma ingente in considerazione che le finalità sono praticamente
analoghe a quelle del Fondazione Centro Nazionale di Ricerca “Sviluppo
di terapia genica e farmaci con tecnologia a RNA” che vede come capofila
l’Università di Padova e come partner altri atenei italiani ma,
soprattutto, le Big Pharma dei vaccini Pfizer, Biontech e AstraZeneca.
Dal canto suo la Fondazione
Toscana Life Sciences (TLS) fin dall’agosto 2022 aveva subito accolto
«con estremo favore la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (GU) della
Repubblica Italiana dello Statuto della Fondazione Biotecnopolo, che
avrà sede legale e operativa a Siena. Un passo molto atteso che include
la partecipazione della Fondazione Toscana Life Sciences in qualità di
“nuovo fondatore” attraverso la stipula di un atto convenzionale entro
sessanta giorni dall’adozione dello Statuto stesso. Sono soci fondatori
il Ministero dell’Università e della Ricerca, il Ministero della Salute,
il Ministero dell’Economia e delle Finanze e il Ministero dello Sviluppo
Economico, cui si aggiungerà la Fondazione TLS come “nuovo fondatore”
Esaote (che ha sede a Genova ma
una filiale a Firenze) e TLS, nella primavera 2021, si trovarono insieme
a un vertice convocato dalla Regione Toscana per costruire un
eco-sistema per un vaccino anti Covid-19 made in Tuscany. All’incontro
presero parte, oltre agli assessori Simone Bezzini (Sanità) e Leonardo
Marras (Attività produttive), i rappresentanti del Gruppo farmaceutico
Menarini, di Kedrion, Eli Lilly, Molteni Farmaceutici, Diesse
Diagnostica, Aboca, Abiogen, e di Gsk Vaccines.
Ora il Biotecnopolo di Siena e Toscana Life Sciences si assumeranno
l’onere di portare avanti questo obiettivo puntando sulla figura di
Rappuoli.
La Fondazione Toscana Life
Sciences è il soggetto operativo che coordina e gestisce le attività del
Distretto Toscano Scienze della Vita, il cluster regionale che aggrega
tutti i soggetti pubblici e privati che operano nei settori delle
biotecnologie, del farmaceutico, dei dispositivi medici, della
nutraceutica, della cosmeceutica e dell’Ict applicato alle life
sciences.
E’ nata nel 2011 per iniziativa della Regione Toscana allora governata
dal presidente Alberto Monaci, bancario e ex deputato della Democrazia
Cristiana e poi del Partito Democratico, ed oggi rappresenta un
ecosistema dell’innovazione che raggruppa oltre 32 Centri Ricerca e 14
Enti di Ricerca, incluse le Università toscane (Firenze, Pisa, Siena);
le Scuole Superiori (Scuole di Alta Formazione Sant’Anna e Normale di
Pisa e Istituto di Alti Studi Imt di Lucca); gli Istituti del CNR. Sono
affiliate al Distretto oltre 200 aziende del settore pharma, medical
devices, biotech, ICT for health, nutraceutica, servizi correlati, per
oltre 6 miliardi di fatturato.
Tra queste spicca il nome della
bio-farmaceutica Kedrion della famiglia Marcucci dell’ex senatore del PD
Andrea Marcucci (non riconfermato alle elezioni del 2022) che attirò
l’attenzione dei media per l’interessamento a gestire a livello
industriale (con una società Israeliana del Gruppo della Big Pharma
americana Moderna finanziata da Gates) le cure del Covid-19 col plasma
del medico Giuseppe De Donno, primario di Pneumologia dell’ospedale Poma
di Mantova, morto suicida in circostanze misteriose dopo che la
sperimentazione fu sottratta dal governo al suo centro di ricerca e
assegnata a quello di Pisa.
19.10.24
Un gruppo di scienziati
argentini ha identificato 55 elementi chimici – non elencati nei
foglietti illustrativi – nei vaccini COVID-19 di Pfizer, Moderna,
AstraZeneca, CanSino, Sinopharm e Sputnik V, secondo uno studio
pubblicato la scorsa settimana sull’International Journal of Vaccine
Theory, Practice, and Research.
Gli elementi chimici includono 11 metalli pesanti – come cromo,
arsenico, nichel, alluminio, cobalto e rame – che gli scienziati
considerano tossici sistemici noti per essere cancerogeni e indurre
danni agli organi, anche a bassi livelli di esposizione.
I campioni contenevano anche 11
dei 15 lantanidi, o elementi delle terre rare, che sono metalli più
pesanti e argentei spesso utilizzati nella produzione. Questi elementi
chimici, che comprendono lantanio, cerio e gadolinio, sono meno noti al
grande pubblico rispetto ai metalli pesanti, ma hanno dimostrato di
essere altamente tossici.
“Il rilevamento di più elementi tossici non dichiarati, tra cui metalli
pesanti e lantanidi, nei vaccini COVID-19 solleva una duplice e
molteplice preoccupazione per la salute umana”, ha dichiarato a The
Defender James Lyons-Weiler, Ph.D., membro del comitato editoriale della
rivista e non coinvolto nella ricerca. “Singolarmente, queste sostanze
chimiche sono note per causare danni neurologici, cardiovascolari e
immunologici”.
Per lo studio argentino, i
ricercatori miravano a corroborare le precedenti scoperte di elementi
non dichiarati e a rilevare e misurare eventuali elementi non
identificati in quegli studi.
Hanno analizzato 13 fiale di diversi lotti di sei marche di vaccini
COVID-19 presso un laboratorio dell’Università Nazionale di Córdoba.
Hanno utilizzato una tecnica analitica altamente sensibile – la
spettrometria di massa al plasma accoppiato induttivamente – che
consente di misurare gli elementi a livelli di traccia nei fluidi
biologici.
I ricercatori hanno analizzato almeno due fiale di ogni vaccino, ad
eccezione di CanSino, un vaccino vettoriale virale prodotto in Cina, per
il quale hanno analizzato solo una fiala.
Il loro documento include un lungo elenco di componenti del vaccino
COVID-19 dichiarati dai produttori. I componenti variano a seconda del
produttore del vaccino. I ricercatori hanno ottenuto gli elenchi
attraverso richieste di informazioni pubbliche.
Ad eccezione di Sputnik V e
Sinopharm, i produttori non dichiarano le quantità degli eccipienti
nominati nei loro vaccini, cosa che i ricercatori hanno segnalato come
una “omissione molto grave a livello normativo”.
I vaccini spesso includono eccipienti – additivi utilizzati come
conservanti, coadiuvanti, stabilizzatori o per altri scopi. Secondo i
Centers for Disease Control and Prevention (CDC), le sostanze utilizzate
nella produzione di un vaccino, ma non elencate nel contenuto del
prodotto finale, devono essere riportate nel foglietto illustrativo.
L’elenco degli eccipienti è importante, sostengono i ricercatori, perché
gli eccipienti possono includere allergeni e altri “pericoli nascosti”
per i destinatari dei vaccini.
OpenVAERS riferisce che il CDC ha reso le informazioni sugli eccipienti
dei vaccini disponibili al pubblico “quasi impossibili da trovare”.
OpenVAERS offre un elenco completo degli eccipienti dei vaccini per tipo
e per vaccino.
Tuttavia, il sito OpenVAERS rileva anche che test indipendenti sulle
fiale di vaccino hanno trovato “contaminanti che vanno ben oltre quelli
resi pubblici dai produttori”, come identificato in questo studio.
Le tre fiale Pfizer contenevano
rispettivamente 19, 16 e 21-23 elementi non dichiarati. Le fiale Moderna
contenevano 21 e tra 16-29 elementi non dichiarati.
Tutti i metalli pesanti rilevati
sono collegati a effetti tossici sulla salute umana, scrivono i
ricercatori. Sebbene i metalli si presentassero con frequenze diverse,
molti erano presenti in più campioni. “Ci sono elementi chimici non
dichiarati in comune, come boro, calcio, titanio, alluminio, arsenico,
nichel, cromo, rame, gallio, stronzio, niobio, molibdeno, bario e afnio
in tutte le marche” di vaccini COVID-19, hanno scritto i ricercatori.
Altri elementi, come il cromo e
l’arsenico, che aumentano il rischio di gravi tumori e malattie della
pelle, erano presenti come elementi non dichiarati rispettivamente nel
100% e nell’82% dei campioni. I ricercatori hanno anche trovato il
lantanide cerio, che può danneggiare il fegato e causare embolie
polmonari, nel 76% dei campioni.
Questi elementi chimici sono solo alcuni esempi dei 62 elementi chimici
non dichiarati identificati da questo studio e da studi precedenti messi
insieme, scrivono i ricercatori. Essi hanno concluso che, data la
“diversità e la notevole presenza in tutte le marche, insieme alle
caratteristiche peculiari degli elementi trovati”, è improbabile che i
risultati siano dovuti a contaminazione o adulterazione accidentale.
INOLTRE il lavoro, pubblicato il
18 luglio 2024 sul’International Journal of Vaccine Theory, Practice,
and Research (IJVTPR con sede a Dallas, USA), conferma per l’ennesima
volta la presenza di grafene nei sieri genici mRNA e ne certifica la
presenza non solo in Pfizer ma pure nel prodotto farmacologico di
Moderna, come peraltro già testimoniato dagli specifici brevetti della
Big Pharma di Cambrdige (Massachusetts) .
Lo studio è stato condotto dalla
dottoressa Young Mi Lee, medica specializzanda in Ostetricia e
Ginecologia dell’Hanna Women’s Clinic di Jeju (Repubblica di Corea) che
si occupa anche di ricerche sulla fertilità e ha prestato particolare
attenzione anche sulla pericolosità di tali terapie geniche sul liquido
seminale maschile.
E dal ricercatore Daniel Broudy, docente di Linguistica dell’Okinawa
Christian University (Giappone) ma esperto anche nell’ambito
elettromagnetico che gospa News aveva già citato in realzione agli studi
sulle segnali Bluetooth riscontrati da un esperimento nei vaccinati.
A lui è toccato il compito di curare la redazione del testo finale ed
analizzare le immagini e i dati raccolti dalla scienziata medica in una
lunga e meticolosa analisi biochimica condotta con uno stereomicroscopio
(specializzato per l’esame di campioni tridimensionali e dinamici )
potenziato da una camera di conteggio Makler (specializzata anche nel
conteggio degli spermatozoi in spazi limitati per la valutazione della
fertilità maschile).
«Questo rapporto sui nostri
risultati è stato aiutato dalla ricerca indipendente di un gruppo noto
come Korea Veritas Doctors (KoVeDoc) con il quale abbiamo condiviso gli
iniettabili prodotti da Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Novavax».
Come si spiega nel paragrafo Materiali e metodi: «Nello studio sono
stati utilizzati cinquantaquattro campioni: 50 fiale iniettabili residue
(43 Pfizer, 7 Moderna) acquisite immediatamente dopo il loro utilizzo
nella campagna di vaccinazione contro il COVID-19 e 4 fiale iniettabili
nuove non aperte (2 Pfizer, 1 AstraZeneca, 1 Novavax)».
riportiamo integralmente
l’Abstract della ricerca intitolata: “Autoassemblaggio in tempo reale di
costruzioni artificiali visibili allo stereomicroscopio in campioni
incubati di prodotti mRNA principalmente da Pfizer e Moderna: uno studio
longitudinale completo– Real-Time Self-Assembly of Stereomicroscopically
Visible Artificial Constructionsin Incubated Specimens of mRNA Products
Mainly from Pfizer and Moderna: A Comprehensive Longitudinal Study”.
«Le lesioni osservabili in tempo reale a livello cellulare nei
destinatari degli iniettabili COVID-19 “sicuri ed efficaci” sono
documentate qui per la prima volta con la presentazione di una
descrizione completa e un’analisi dei fenomeni osservati. La
somministrazione globale di questi prodotti, spesso obbligatori, dalla
fine del 2020 ha innescato una serie di studi di ricerca indipendenti
sulle terapie geniche iniettabili con RNA modificato, in particolare
quelle prodotte da Pfizer e Moderna. Le analisi qui riportate consistono
in una precisa “scienza da banco” di laboratorio che mira a comprendere
perché si sono verificati sempre più gravi infortuni debilitanti e
prolungati (e molti decessi) senza alcun effetto protettivo misurabile
da parte dei prodotti commercializzati in modo aggressivo. Il contenuto
degli iniettabili COVID-19 è stato esaminato allo stereomicroscopio con
un ingrandimento fino a 400X. I campioni accuratamente conservati sono
stati coltivati in una gamma di terreni distinti per osservare le
relazioni di causa-effetto immediate e a lungo termine tra le sostanze
iniettabili e le cellule viventi in condizioni attentamente
controllate».
«Da tale ricerca si possono
trarre ragionevoli deduzioni sugli infortuni osservati in tutto il mondo
che si sono verificati da quando le sostanze iniettabili sono state
inoculate su miliardi di individui. Oltre alla tossicità cellulare, i
nostri risultati rivelano numerose entità artificiali autoassemblanti
visibili, nell’ordine di 3~4 x 106 per millilitro di iniettabile, che
vanno da circa 1 a 100μm, o più, di molte forme diverse. C’erano
entità animate simili a vermi, dischi, catene, spirali, tubi, strutture
ad angolo retto contenenti altre entità artificiali al loro interno e
così via. Tutti questi sono estremamente al di là di qualsiasi livello
previsto e accettabile di contaminazione degli iniettabili COVID-19 e
gli studi di incubazione hanno rivelato il progressivo autoassemblaggio
di molte strutture artefatte. Con il passare del tempo durante
l’incubazione, semplici strutture uni e bidimensionali nell’arco di due
o tre settimane sono diventate più complesse nella forma e nelle
dimensioni sviluppandosi in entità stereoscopicamente visibili in tre
dimensioni. Assomigliavano a filamenti, nastri e nastri di nanotubi di
carbonio, alcuni apparivano come membrane trasparenti, sottili e piatte,
e altri come spirali tridimensionali e catene di perline. Alcuni di
questi sembravano apparire e poi scomparire nel tempo. Le nostre
osservazioni suggeriscono la presenza di qualche tipo di nanotecnologia
negli iniettabili COVID-19».
«Sulla scia del programma di
vaccinazione di massa, già nel marzo 2021 e nei mesi successivi, si
sono verificati aumenti significativi di decessi in eccesso per cause
“sconosciute” e gravi sequele: coaguli di sangue, emorragie
inspiegabili, danni (e guasti) a più organi), picchi improvvisi
(cardiotossine) nelle malattie cardiache, tumori del sangue tra cui
leucemia e linfoma, una serie di altri tumori “turbo”, aborti spontanei,
disturbi neurologici e autoimmuni, per citarne alcuni, sono comparsi nei
pazienti (Nyström e Hammarström, 2022; Santiago & Oller, 2023 Perez et
al., 2023»
«Degno di nota è stato il
comportamento di ciascun tipo di cellule del sangue, che si mobilitano
come in una battaglia in prima linea contro ciascuno degli iniettabili:
globuli rossi contro Pfizer e AstraZeneca, globuli bianchi contro
Moderna e piastrine contro Novavax. Nonostante il comportamento
osservato, questi fenomeni specifici delle sostanze iniettabili
potrebbero essere correlati alla loro caratteristica fisiopatologia
diretta del sangue: stasi del flusso sanguigno e conseguente ipossiemia
(affaticamento) dovuta al modello Rouleaux, soppressione immunitaria
dovuta a danno dei globuli bianchi e formazione di coaguli di sangue
(trombosi) o tendenza al sanguinamento da danno o aggregazione
piastrinica».«Nell’analisi dei coaguli di sangue di persone vaccinate,
sono state trovate alcune strutture filamentose attaccate a coaguli
bianchi torbidi omogenei brunastri estratti dallo strato intermedio del
sedimento di sangue intero. Quando si trovano in prossimità di un campo
elettromagnetico, i filamenti potrebbero innescare la formazione di un
coagulo e, quindi, disturbare il libero flusso sanguigno o linfatico.
Date le loro dimensioni microscopiche e l’ampia distribuzione in tutto
il corpo, se questi materiali estranei interagiscono con fonti di
energia interne o esterne, come afferma la letteratura, potrebbero
allungarsi, allargarsi e fungere da misteriose modalità di morbilità
ed eventuale mortalità».
Scrivono Young MI Lee e Daniel Broudy tanto da sentirsi poi legittimati
a fare delle ipotesi assai inquietanti che partono da quanto affermato
(mai poi rimosso dopo l’inizio della produzione dei vaccini Covid) dal
sito di Moderna sull’uso della «tecnologia mRNA è spesso
commercializzata in termini di software come una sorta di sistema
operativo o piattaforma tecnologica».
«La ricerca nell’ingegneria dei
nanomateriali mostra che i robot magnetici bioibridi (Magnobot basati su
microalghe) potrebbero essere prodotti e azionati in tutto il corpo da
una varietà di fattori scatenanti: energia elettromagnetica, variazione
dell’intervallo di pH, manipolazione dei livelli di glucosio e
variazione degli spettri luminosi con l’obiettivo di colpire determinati
tessuti (Li et al., 2023). Le osservazioni durante i nostri studi di
incubazione suggeriscono la presenza di magnobot, soprattutto nel
campione Pfizer».
NO AL NUCLEARE ,
SULL'H2-FOTOVOLTAICO NON SI SPECULA
IL
RAZIONAMENTO ENERGETICO NON RISOLTO CON LE RINNOVABILI PUO' ESSERE
USATO PER GIUSTIFICARE IL NUCLEARE CHE UCCIDE VEDI
RUSSIA E GIAPPONE.
CON LA
SCUSA DEL NUCLEARE SI PUO' FAR PAGARE 10 QUELLO CHE VALE 1
MENTRE LA
FRANCIA INVESTE PER SANARE LO SFASCIO DEL NUCLEARE L'ITALIA CI VUOLE
ENTRARE ?
GLI
INCIDENTI NUCLEARI IN RUSSIA E GIAPPONE NON CI HANNO INSEGNATTO
NULLA ? NE VOGLIAMO UNO ANCHE IN ITALIA ?
LA CHIMERA MANGIA-SOLDI DELLA FUSIONE NUCLEARE
QUANTE RINNOVABILI SI POSSONO FARE ? IL CNR SPENDE PIU' PER IL FINTO
NUCLEARE CHE PER LA BANCA DEL SEME AGRICOLO.
IL FUTURO H2 CHE NON SI VUOLE VEDERE
E' ASSURDO CONTINUARE A PENSARE DI GESTIRE A COSTI BASSI
ECONOMICAMENTE VANTAGGIOSI LA FUSIONE NUCLEARE QUANDO ESISTONO ENERGIE
RINNOVABILI MOLTO più CONTROLLABILI ED EFFICIENTI A COSTI più BASSI,
COME DIMOSTRA IL :
https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_22_3131
IL DOPPIO SACRILEGIO DELLA
BESTEMMIA
RICETTA LIEVITO
MADRE
RICAMBIO POLITICO BLOCCATO
L'Ucraina in
fiamme - Documentario di Igor Lopatonok Oliver Stone 2016 (sottotitoli
italiano)
"Abbiamo
creato un archivio online per documentare i crimini di guerra della
Russia". Lo scrive su Twitter il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro
Kuleba. "Le prove raccolte delle atrocità commesse dall'esercito russo
in Ucraina garantiranno che questi criminali di guerra non sfuggano alla
giustizia", aggiunge, con il link al sito in inglese
Cosa c’entra il climate change con
l’incidente al ghiacciaio della Marmolada?
Temperature di 10°C a 3.300
metri di altezza da giorni, anomalie termiche pronunciate da maggio.
Sono questi i fattori alla base del crollo del seracco che ha travolto
due cordate di alpinisti domenica 3 luglio sotto Punta Penia
Il ghiacciaio della Marmolada si
sta ritirando di 6 metri l’anno
(Rinnovabili.it) – Almeno 10
morti, 9 feriti e un disperso. È il bilancio provvisorio dell’incidente
che
ha coinvolto il 3 luglio due cordate di alpinisti nella zona di
Punta Rocca, proprio sotto il ghiacciaio della Marmolada.
Una parte del ghiacciaio è collassata per le temperature elevate,
scivolando rapidamente a valle in una enorme valanga di ghiaccio, pietre
e acqua fusa.
La dinamica dell’incidente
Verso le 14 del 3 luglio ha
ceduto un seracco del ghiacciaio della Marmolada, la
vetta più alta delle Dolomiti, tra Punta Rocca e Punta Penia a oltre
3000 metri di quota. La scarica che si è creata è stata imponente,
alta 60 metri con un fronte largo circa 200, e ha
investito un tratto della via normale per la cima di Punta Penia
precipitando a 300 km/h.
Il punto di distacco del seracco è ben visibile in alto a
destra. Crediti:
Local Team.
Ogni ghiacciaio ha dei seracchi,
blocchi di ghiaccio che assomigliano a dei pinnacoli e si formano con il
movimento del corpo glaciale. Scorrendo verso il basso, il ghiacciaio
incontra delle variazioni nella pendenza della montagna. Queste
deformano il ghiacciaio e provocano la formazione di crepacci, che a
loro volta danno luogo a delle “torri” di ghiaccio, i seracchi.
Queste formazioni, seppur normali, sono per loro natura instabili.
Tendono a cadere a valle, ricompattandosi con il resto del corpo
glaciale, ed è difficile prevedere quando esattamente un evento del
genere si può verificare.
Il climate change sul ghiacciaio
della Marmolada
Il distacco del seracco dal
ghiacciaio della Marmolada, con ogni probabilità, è stato facilitato e
reso più rovinoso dal cambiamento climatico. Negli ultimi giorni, anche sulle cime di quel settore delle Dolomiti
il termometro è salito regolarmente a 10°C. Ma è da
maggio che si registrano
anomalie termiche molto pronunciate.
Anomalie che investono
tutto l’arco alpino.
Sulla cima del monte Sonnblick, in Austria, 100 km più a nord-est, uno
degli osservatori con le serie storiche più lunghe e affidabili della
regione alpina ieri segnalava il quasi completo scioglimento del manto
nevoso. Un dato che illustra molto bene quanto l’estate del 2022 sia
eccezionale: lì la neve non si era mai sciolta prima del 13 agosto
(capitò nel 1963 e nel caldissimo 2003).
Che legame c’è tra il crollo del
seracco e le
temperature elevate? Secondo la società meteorologica
alpino-adriatica, “il ghiacciaio si è destabilizzato alla base a
causa della grande disponibilità di acqua di fusione
dopo settimane di temperature estremamente elevate e superiori alla
media”. Il caldo ha accelerato lo scioglimento del ghiacciaio:
“la lubrificazione dell’acqua alla base (o negli interstrati) e
l’aumento della pressione nei crepacci pieni d’acqua sono probabilmente
le cause principali di questo evento catastrofico”.
Normalmente, il ghiaccio sciolto – acqua di fusione – penetra fra gli
strati di ghiaccio o direttamente sul fondo del ghiacciaio, incuneandosi
tra massa glaciale e rocce sottostanti, per sgorgare poi al fondo della
lingua glaciale. Questo processo “lubrifica” il ghiacciaio,
accelerandone lo scivolamento, ma può anche creare delle “sacche” piene
d’acqua che non trova uno sfogo e preme sul resto del ghiacciaio.
Come tutti gli altri ghiacciai
alpini, anche il ghiacciaio della Marmolada è in veloce ritirata a causa
del riscaldamento globale. L’ultima campagna di rilevazioni, condotta
dal Comitato Glaciologico Italiano e da Arpa Veneto lo scorso agosto, ha
segnalato un ritiro di 6 metri in appena 1 anno, mentre la
perdita complessiva di volume raggiunge il 90% in 100 anni.
Il cambiamento climatico corre
più veloce sulle Alpi che nel resto del pianeta, facendo delle
terre alte uno dei settori più vulnerabili. Un aumento della
temperatura globale di 1,5 gradi si traduce in un innalzamento, sulle
montagne italiane, di 1,8 gradi (con un margine d’errore di ±0,72°C).
Superare i 2 gradi a livello globale significa invece Alpi 2,51°C più calde (±0,73°C). Ma durante i mesi
estivi, l’aumento di temperatura è ancora più pronunciato e può
arrivare, rispettivamente, a 2,09°C ±1,24°C e a 2,81°C ±1,23°C.
«Il 22 maggio 1988 il
sommergibile Nautile esplora il Mar Tirreno alla ricerca del Dc9 Itavia.
Alle 11,58 le telecamere inquadrano una forma particolare. Uno dei due
operatori dell’Ifremer scandisce in francese la parola “misil”. Alle
13,53 s’intravede un’altra classica forma di missile. Le ricerche della
società di Tolone vengono sospese tre giorni dopo. L’ingegner Jean Roux,
dirigente della sezione recuperi dell’Ifremer, subisce uno stop
inspiegabile dall’ingegner Massimo Blasi, capo della commissione dei
periti del Tribunale di Roma» si legge ancora nell’articolo.
«I due missili non vengono raccolti neppure durante la seconda
operazione di recupero affidata a una società inglese. Forse, perché la
Stella di Davide è intoccabile? – si domanda Lannes – Trascorrono tre
anni prima che i periti di parte abbiano la possibilità di visionare i
nastri dell’operazione Ifremer. Secondo un primo tentativo di
identificazione di tratta di un “Matra R 530 di fabbricazione francese”
e di uno “Shafrir israeliano”. I dati tecnici parlano chiaro. Quel Matra
è “lungo 3,28 metri, ha un diametro di 26 centimetri con ingombro alare
di 110, pesa 110 chilogrammi: è munito di una testata a frammentazione e
può colpire il bersaglio a 3 km di distanza con la guida a raggi
infrarossi e a 15 km con la guida radar semiattiva”. L’altro missile è
“lungo 2,5 metri, 16 centimetri di diametro e 52 di apertura alare, pesa
93 kg e ha una gittata di 5 km”. Entrambi i missili erano in dotazione
ai caccia di Israele, in particolare: Mirage III, Kfir, F4, A4, F15,
F16. Uno di quei missili è stato lanciato contro il Dc9».
Lannes ha aggiunto particolari
agghiaccianti. «Qualche anno fa – accompagnato alla Procura della
Repubblica di Roma da due poliziotti della scorta della Polizia di Stato
– ho riferito, o meglio verbalizzato ai magistrati Amelio e Monteleone
quanto avevo scoperto indagando per dieci anni sulla strage di Ustica.
Ed ho indicato loro alcuni testimoni (ex militari) mai interrogati
dall’autorità giudiziaria. Uno di essi (un ex ufficiale della Marina
Militare) ha dichiarato che il 27 giugno 1980 era in corso un’imponente
esercitazione aeronavale della NATO nel Mar Tirreno. E che l’unità su
cui era imbarcato, la Vittorio Veneto non ha prestato alcun soccorso,
pur essendo vicina al luogo di impatto del velivolo civile, ma ricevette
l’ordine di far rientro a La Spezia. Due di questi ex militari, già
appartenenti all’Aeronautica Militare sono stati minacciati, ed uno di
essi ha subito addirittura un trattamento sanitario obbligatorio messo
in atto dall’Arma Azzurra».
IL VERO
OBBIETTIVO DELLA MAFIA ESSERE LEGITTIMATA A TRATTARE ALLA PARI CON LO
STATO.
QUESTO LA
HA FATTO LO GIURISPRUDENZA DELLA TRATTATIVA STATO MAFIA CHE HA
LEGITTIMATO DI FATTO LA MAFIA A TRATTARE ALLA PARI CON LO STATO.
LA RESPONSABILITA' DEI SERVIZI
SEGRETI NELLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO , E PALESE.
I SERVIZI SEGRETI DIPENDONO
DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO
Dichiarazione di Giuliano AMATO
«Stragi del '92 con matrice oscura. Giusto l'intervento di Pisanu» -
INTERVISTA
(02 luglio 2010) - fonte: Corriere della Sera - Giovanni Bianconi -
inserita il 02 luglio 2010 da 31
«Certo che il nostro è uno strano Paese», esordisce
Giuliano Amato, presidente del
Consiglio nel 1992 insanguinato dalle stragi di mafia, e dunque
testimone diretto di quella drammatica stagione rievocata nella
relazione del presidente della commissione parlamentare antimafia
Giuseppe Pisanu.
Perché, presidente?
«Perché quando un personaggio di primissimo rango come Giulio Andreotti
esce indenne da un lungo processo si dice che questo capita se si
confonde la responsabilità penale con quella politica, mentre quando un
presidente dell`Antimafia come Pisanu si sforza di cercare
responsabilità politiche laddove non ne sono state individuate di penali
gli si risponde che bisogna lasciar lavorare i giudici. Ma allora che
bisogna fare?».
Secondo lei?
«Secondo me il lavoro di Pisanu è legittimo e prezioso, perché può
aiutare la politica a cercare delle chiavi di lettura che non possono
sempre venire dalla magistratura. E a trovare finalmente il giusto modo
di affrontare la questione mafiosa. Provando a capire che cosa è
accaduto in passato si può affrontare meglio anche il presente».
Il passato, in questo caso, sono le stragi del 1992 e 1993. Lei divenne
capo del governo dopo la morte di Giovanni Falcone e prima di quella di
Borsellino. Ha avuto la sensazione di «qualcosa di simile a una
trattativa», come dice Pisanu?
«Sinceramente no. L`ho detto anche ai procuratori di Caltanissetta
quando mi hanno interrogato.
Io in quelle settimane ero molto impegnato ad affrontare l`emergenza
economico-finanziaria, dovevamo fare una manovra da 30.000 miliardi di
lire per il`92 e impostare quella del `93. La strage di via D`Amelio ci
colse nel pieno dei vertici economici internazionali.
Ricordo però che dopo quel drammatico avvenimento ebbi quasi un ordine
da Martelli, quello di far approvare subito il decreto-legge sul carcere
duro per i mafiosi varato dopo l`eccidio di Capaci. Andai di sera dal
presidente del Senato Spadolini, ed ottenni una calendarizzazione ad
horas del provvedimento».
Dei contatti tra alcuni ufficiali del Ros dei carabinieri e l`ex sindaco
mafioso di Palermo Ciancimino lei sapeva qualcosa, all`epoca?
«No, però voglio dire una cosa. Che ci sia stato un certo lavorio di
qualche apparato a livello inferiore è possibile, ma pensare che dei
contatti poco chiari potessero avere una sponda in Nicola Mancino che
era stato appena nominato ministro dell`Interno è un ipotesi che
considero offensiva, in primo luogo per lo stesso Mancino. Sulle ragioni
della sua nomina è Arnaldo Forlani che può fare chiarezza».
Perché?
«Perché la Dc di cui allora era segretario decise, o fu spinta a
decidere, che bisognava tagliare Gava dal governo. Ma a Gava bisognava
comunque trovare una via d`uscita onorevole, individuata nella
presidenza del gruppo al Senato che era di Mancino».
L`ex presidente del Consiglio Ciampi ha ripetuto che dopo le stragi del
'93 lui, da Palazzo Chigi, ebbe timore di un colpo di Stato. Lei pensò
qualcosa di simile, nello stesso posto, dopo le bombe del '92?
«No, ma del resto non ebbi timori di quel genere nemmeno dopo le stragi
degli anni Settanta. All`indomani di via D`Amelio non ebbi allarmi
particolari dal ministro dell`Interno, né dal capo della polizia Parisi
o da quelli dei servizi segreti. Parisi lo trovai ai funerali di
Borsellino, dove io e il presidente Scalfaro subimmo quasi
un`aggressione e avemmo difficoltà ad entrare in chiesa.
Ma attribuimmo l`episodio alla rabbia contro lo Stato che non era
riuscito ad evitare quella morte. Il problema che ancora oggi resta
insoluto è la vera matrice di quelle stragi».
Che intende dire?
«Che per la mafia furono un pessimo affare. Non solo quella di via
D`Amelio, dopo la quale Martelli applicò immediatamente il regime di
carcere duro a centinaia di boss, ma anche quella di Capaci. Certo,
Falcone era un nemico, ma in quel momento un`impresa economico-criminale
come Cosa Nostra avrebbe avuto tutto l`interesse a stare lontana dai
riflettori, anziché accenderli con quella manifestazione di violenza.
Quali interessi vitali dell`organizzazione mafiosa stava mettendo in
pericolo, Falcone?
La spiegazione che volevano eliminare un magistrato integerrimo, come
lui o come Borsellino, è troppo semplice. In ogni caso potevano
ucciderlo con modalità meno eclatanti, come hanno fatto in altre
occasioni. Invece vollero colpire lui e insieme lo Stato, imponendo una
devastante dimostrazione di potere».
Chi può esserci allora, oltre a Cosa nostra, dietro gli attentati che
per la mafia furono controproducenti?
«Purtroppo non lo sappiamo, ma è questa la domanda-chiave a cui dovremmo
trovare la risposta. Perché vede, per le stragi degli anni Settanta si
sono trovate molte spiegazioni; compresa quella che sosteneva il
prefetto Parisi, il quale immaginava un ruolo dei servizi segreti
israeliani per punire la politica estera italiana sul versante
palestinese. E per le stragi del 1993 io trovo abbastanza convincente la
tesi di una ritorsione per il carcere duro affibbiato a tanti boss e
soprattutto al loro capo, Riina, arrestato all`inizio dell`anno. Per
quelle del`92, invece, non riesco a immaginare motivazioni mafiose
sufficienti a superare le ripercussioni negative. E questo conferma
l`ipotesi di qualche condizionamento esterno rispetto ai vertici di Cosa
nostra.
Perciò ha ragione Pisanu a interrogarsi e chiedere di fare luce».
Anche laddove i magistrati non riescono ad arrivare?
«Ma certo. Noi siamo arrivati al limite del giuridicamente accettabile
con il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che io
condivido ma che faccio fatica a spiegare all`estero.
Al di là di quel reato, però, non ci sono solo i boy scout; possono
esistere rapporti pericolosi, magari meno diretti o meno importanti, ma
pur sempre rapporti. E di questi dovrebbe occuparsi la politica, prima
dei magistrati».
Infatti Andreotti e Cossiga, agli
ordini di Henry Kissinger, se ne interessarono con Delle
Chiaie che rappresentava un estremismo di destra che teneva rapporti con
la mafia di Rejna , secondo Lo Cicero.
PERCHE' IL PRESIDENTE
BIDEN NON GRAZIA ASSANGE dimostrando di essere migliore dei suoi
predecessori ?
FATTI NO BLA
BLA BLA DELLA STAMPA PER CONDIZIONARE LA VITA DELLE PERSONE CHE
NON PENSANO PRIMA DI AGIRE
LE NON RISPOSTE DI
DRAGHI E CINGOLANI DOCUMENTATE DA REPORT
QUALE E' LA VERITA' SUI MANDANTI DELLA
MORTE DI FALCONE E BORSELLINO ?
Era il 23 maggio del 1992 quando
Giovanni Falcone guidava la Fiat Croma della sua scorta che lo
accompagnava dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo.
Assieme a lui c’erano la moglie Francesca Morvillo, e l’autista Giuseppe
Costanza che quel giorno sedeva dietro.
Nel corteo delle auto che accompagnano il magistrato palermitano c’erano
anche altre due auto, la Fiat Croma marrone sulla quale viaggiavano gli
agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, e la Fiat Croma
azzurra sulla quale erano presenti gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare
Cervello e Angelo Corbo.
Alle 17:57 circa, secondo la ricostruzione della versione ufficiale,
viene azionato da Giovanni Brusca il telecomando della bomba posta sotto
il viadotto autostradale nel quale passava il giudice Falcone.
La prima auto, quella degli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo viene
sbalzata in un campo di ulivi che si trovava vicino alla carreggiata.
Muoiono tutti sul colpo.
L’auto di Falcone e di sua moglie Francesca viene investita da una
pioggia di detriti e l’impatto tremendo scaglia entrambi contro il
parabrezza della macchina.
In quel momento sono ancora vivi, ma le ferite riportate sono molto
gravi ed entrambi moriranno nelle ore successive all’ospedale.
L’autista Giuseppe Costanza sopravvive miracolosamente alla strage ed è
ancora oggi vivo.
Mai in Italia la mafia era riuscita ad eseguire una operazione così
clamorosa e così ben congegnata tale da far pensare ad un coinvolgimento
di apparati terroristici e militari che andavano ben oltre le capacità
di Cosa Nostra.
Capaci è una strage unica probabilmente anche a livello internazionale.
Fu fatta saltare un’autostrada con 200 kg di esplosivo da cava. Appare
impossibile pensare che furono soltanto uomini come Giovanni Brusca o
piuttosto Totò Riina soprannominato Totò U Curtu potessero realizzare
qualcosa del genere.
Impossibile anche che nessuno si sia accorto di come nei giorni
precedenti sia stata portata una quantità considerevole di esplosivo
sotto l’autostrada senza che nessuno notasse nulla.
È alquanto probabile che gli attentatori abbiano utilizzato dei mezzi
pesanti per trasportare il tritolo e il T4 utilizzati per preparare
l’ordigno.
Il via vai di mezzi deve essere stato frequente ed è difficile pensare
che questo passaggio non sia stato notato da nessuno nelle aree
circostanti.
Così come è impossibile che gli attentatori sapessero l’ora esatta in
cui Falcone sarebbe sbarcato a Palermo senza avere una qualche fonte
dall’interno che li informasse dei movimenti e degli spostamenti del
magistrato.
Capaci per tutte le sue caratteristiche quindi è un evento che appare
del tutto inattuabile senza il coinvolgimento di elementi infedeli
presenti nelle istituzioni che diedero agli attentatori le informazioni
necessarie per eseguire la strage.
Senza i primi, è impossibile sapere chi sono i veri mandanti occulti
dell’eccidio che è costato la vita a 5 persone e che sconvolse l’Italia.
E per poter comprendere quali siano questi mandanti occulti è necessario
guardare a cosa stava lavorando Falcone nelle sue ultime settimane di
vita.
Senza posare lo sguardo su questo intervallo temporale, non possiamo
comprendere nulla di quello che accadde in quei tragici giorni.
La stampa nostrana sono trent’anni che ci offre una ricostruzione
edulcorata e distorta della strage di Capaci.
Ci vengono mostrate a ripetizione le immagini di Giovanni Brusca. Ci è
stato detto tutto sulla teoria strampalata che vedrebbe Silvio
Berlusconi tra i mandanti occulti dell’attentato, teoria che pare aver
trovato una certa fortuna tra gli allievi liberali montanelliani, quali
Peter Gomez e Marco Travaglio.
Non ci viene detto nulla però su ciò che stava facendo davvero Giovanni
Falcone prima di morire.
L’indagine di Falcone sui fondi neri del PCI
All’epoca dei fatti, Falcone era direttore generale degli affari penali,
incarico che aveva ricevuto dall’allora ministro della Giustizia,
Claudio Martelli.
Nei mesi prima di Capaci, Falcone riceve una vera e propria richiesta di
aiuto da parte di Francesco Cossiga, presidente della Repubblica.
Cossiga chiede a Falcone di fare luce sulla marea di fondi neri che
erano piovuti da Mosca dal dopoguerra in poi nelle casse dell’ex partito
comunista italiano.
Si parla di somme da capogiro pari a 989 miliardi di lire che sono
transitati dalle casse del PCUS, il partito comunista dell’Unione
Sovietica, a quelle del PCI.
La politica del PCUS era quella di finanziare e coordinare le attività
dei partiti comunisti fratelli per diffondere ed espandere ovunque
l’influenza del pensiero marxista e leninista e dell’URSS che si
dichiarava custode di quella ideologia.
Questa storia è raccontata dettagliatamente in un avvincente libro
intitolato "Il viaggio di Falcone a Mosca" firmato da Francesco Bigazzi
e da Valentin Stepankov, il procuratore russo che stava collaborando con
Falcone prima di essere ucciso.
Il sistema di finanziamento del PCUS era piuttosto complesso e spesso si
rischia di perdersi in un fitto dedalo di passaggi e sottopassaggi nei
quali è spesso difficile comprendere dove siano finiti effettivamente i
fondi.
I finanziamenti erano erogati dal partito comunista sovietico agli altri
suoi satelliti nel mondo e di questo c’è traccia nelle carte esaminate
da Stepankov.
Ricevevano fondi il partito comunista francese e persino il partito
comunista americano rappresentato da Gus Hall che a Mosca assicurava
tutto il suo impegno contro l’imperialismo americano portato avanti da
Ronald Reagan.
Il partito comunista italiano era però quello che riceveva la quantità
di fondi più ingenti perché questo era il partito comunista più forte
d’Occidente ed era necessario nell’ottica di Mosca assicurargli un
costante sostegno per tenera aperta la possibilità di spostare l’Italia
dall’orbita del patto Atlantico a quella del patto di Varsavia.
Una eventualità che se fosse mai avvenuta avrebbe provocato non solo la
probabile fine della stessa NATO ma anche un probabile conflitto tra
Washington e Mosca che si contendevano un Paese fondamentale, allora
come oggi, per gli equilibri dell’Europa e del mondo.
Ed è in questa ottica che va vista la strategia della tensione ispirata
e attuata da ambienti atlantici per impedire che Roma si avvicinasse
troppo a Mosca.
Nell’ottica di questa strategia era necessario colpire la popolazione
civile attraverso gruppi terroristici, ad esempio le Brigate Rosse,
infiltrati da ambienti dell’intelligence americana per eseguire azioni
clamorose, su tutte il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.
Il sangue versato dall’Italia nel dopoguerra per volontà del cosiddetto
stato profondo di Washington è stato versato per impedire all’Italia di
intraprendere un cammino politico che avrebbe potuto allontanarla troppo
dalla sfera di dominio Euro-Atlantica non tanto per approdare in quella
sovietica, ma piuttosto, secondo la visione di Moro, nel campo dei Paesi
non allineati né con un blocco né con l’altro.
Nel 1992 questo mondo era già crollato e non esisteva più la cosiddetta
minaccia sovietica. A Mosca regnava il caos. Una epoca era finita e
l’URSS era crollata non per via della sua struttura elefantiaca, come
pretende di far credere una certa vulgata atlantista, ma semplicemente
perché si era deciso di demolirla dall’interno.
La perestrojka, termine russo che sta per ristrutturazione, di cui l’ex
segretario del PCUS, Gorbachev, fu un convinto sostenitore fu ciò che
preparò il terreno alla caduta del blocco sovietico.
Gorbachev era ed è un personaggio molto vicino agli ambienti del
globalismo che contano e fu uno dei primi sovietici ad essere elogiato e
sostenuto dal gruppo Bilderberg che nel 1987 guarda con vivo interesse e
ammirazione alla sua apertura al mondo Occidentale.
Al Bilderberg c’è il gotha della società mondiale in ogni sua
derivazione politica, economica, finanziaria e ovviamente mediatica
senza la quale sarebbe stato impossibile perseguire i piani di questa
struttura paragovernativa internazionale.
Uno dei membri di spicco di questo club, David Rockefeller, ringraziò
calorosamente alcuni anni dopo gli esponenti della stampa mondiale,
soprattutto quella anglosassone, per aver taciuto le attività di questa
società segreta che senza il silenzio dei media non sarebbe mai riuscita
a portare avanti indisturbata i suoi piani.
Nella visione di questi ambienti, l’URSS, di cui, sia chiaro, non si ha
nostalgia, era comunque diventata ingombrante e doveva essere rimossa.
Il segretario del partito comunista, Gorbachev, attraverso le sue
“riforme” ebbe un ruolo del tutto fondamentale nell’ambito del
raggiungimento di questo obbiettivo.
I signori del Bilderberg avevano deciso che gli anni 90 avrebbero dovuto
essere gli anni della globalizzazione e della concentrazione di un
potere mai visto nelle mani della NATO che per poter avvenire doveva
passare dall’eliminazione del blocco opposto, quello dell’Unione
Sovietica.
Il crollo dell’URSS ebbe un impatto devastante sulla società
post-sovietica russa. Moltissimi dirigenti, 1746, si tolsero la vita. Un
numero di morti per suicidio che non trova probabilmente emuli nella
storia politica recente di nessun Paese.
Alcuni suicidi furono piuttosto anomali e si pensò che alcuni influenti
notabili di Mosca in realtà siano stati suicidati per non far trapelare
le verità scomode che sapevano riguardano ai finanziamenti del partito.
A Mosca era iniziato il grande saccheggio e le svendite di tutto quello
che era il patrimonio pubblico dello Stato.
L’URSS era uscita dall’era della proprietà collettivizzata per entrare
in quella del neoliberismo più feroce e selvaggio così come avvenne per
gli altri Paesi dell’Europa Orientale che furono messi all’asta e
comprati da corporation angloamericane.
Il procuratore russo Stepankov voleva far luce sulla enorme quantità di
soldi che era uscita dalle casse del partito. Voleva capire dove fosse
finito tutto questo denaro e come esso fosse stato speso.
Per fare questo, chiese assistenza all’Italia e il presidente Cossiga
girò questa richiesta di aiuto all’allora direttore generale degli
affari penali, Giovanni Falcone.
Falcone accettò con entusiasmo e ricevette a Roma nel suo ufficio il
procuratore Stepankov per avviare quella collaborazione, inedita dal
secondo dopoguerra in poi, tra l’Italia e la neonata federazione russa.
Al loro primo incontro, Falcone e Stepankov si piacciono subito.
Entrambi si riconoscono una integrità e una determinazione
indispensabili per degli inquirenti determinati a comprendere cosa fosse
accaduto con quella enorme quantità di denaro che aveva lasciato Mosca
per finire in Italia.
I fondi venivano stanziati in dollari e poi convertiti in lire ma per
poter completare questo passaggio era necessaria l’assistenza di
un’altra parte, che Falcone riteneva essere la mafia che in questo caso
avrebbe agito in stretto contatto con l’ex PCI.
I legami tra PCI e mafia non sono stati nemmeno sfiorati dai media
mainstream italiani. La sinistra progressista si è attribuita una sorta
di primato morale nella lotta alla mafia quando questa storia e questa
indagine rivelano invece una sua profonda contiguità con il fenomeno
mafioso.
L’indagine di Falcone rischiava di mandare a monte il piano di Mani
Pulite
Giovanni Falcone era determinato a fare luce su questi legami, ma non
fece in tempo. Una volta iniziata la sua collaborazione con Stepankov la
sua vita fu stroncata brutalmente nella strage di Capaci.
Era in programma un viaggio del magistrato nei primi giorni di giugno a
Mosca per continuare la collaborazione con Stepankov.
Il giudice si stava avvicinando ad una verità scabrosa che avrebbe
potuto travolgere l’allora PDS che aveva abbandonato la falce e martello
del partito comunista due anni prima nella svolta della Bolognina
inaugurata da Achille Occhetto.
Il PCI si stava tramutando in una versione del partito democratico
liberal progressista molto simile a quella del partito democratico
americano.
Il processo di conversione era già iniziato anni prima quando a
Washington iniziò a recarsi sempre più spesso Giorgio Napolitano che
divenne un interlocutore privilegiato degli ambienti che contano negli
Stati Uniti, soprattutto quelli sionisti e atlantisti.
A Washington avevano già deciso probabilmente in quegli anni che doveva
essere il nuovo partito post-comunista a trascinare l’Italia nel girone
infernale della globalizzazione.
Il 1992 fu molto di più che l’anno della caccia alle streghe
giudiziaria. Il 1992 fu una operazione internazionale decisa nei circoli
del potere anglo-sionista che aveva deciso di liberarsi di una classe
politica che, seppur con tutti i suoi limiti, aveva saputo in diverse
occasioni contenere l’atlantismo esasperato e aveva saputo esercitare la
sua sovranità come accaduto a Sigonella nel 1984 e come accaduto anche
con l’omicidio di Aldo Moro, che pagò con la vita la decisione di voler
rendere indipendente l’Italia dall’influenza di questi centri di potere
transnazionali.
Il copione era quindi già scritto. Il pool di Mani Pulite agì come un
cecchino. Tutti i partiti vennero travolti dalle inchieste giudiziarie e
tutti finirono sotto la gogna mediatica della pioggia di avvisi di
garanzia che in quel clima da linciaggio popolare equivalevano ad una
condanna anticipata.
Il PSI di Craxi fu distrutto così come la DC di Andreotti. Tutti vennero
colpiti ma le inchieste lasciarono, “casualmente”, intatto il PDS.
Eppure era abbastanza nota la corruzione delle cosiddette cooperative
rosse, così come era nota la corruttela che c’era nel partito comunista
italiano che riceveva fondi da una potenza straniera, allora nemica, e
poi li riciclava attraverso la probabile assistenza di organizzazioni
mafiose.
Questa era l’ipotesi investigativa alla quale stava lavorando Giovanni
Falcone e questa era la stessa ipotesi che subito dopo raccolse Paolo
Borsellino, suo fraterno amico e magistrato ucciso soltanto 55 giorni
dopo a via d’Amelio.
Mai la mafia era giunta a tanto, e non era giunta a tanto perché non era
nelle sue possibilità. C’è un unico filo rosso che lega queste due
stragi e questo filo rosso porta fuori dai confini nazionali.
Porta direttamente in quei centri di potere che avevano deciso che tutta
la ricchezza dell’industria pubblica italiana fosse smantellata per
essere portata in dote alla finanza anglosionista.
Questi stessi centri di potere globali avevano deciso anche che dovesse
essere il nuovo PDS a proseguire lo smantellamento dell’economia
italiana attraverso la sua adesione alla moneta unica.
E fu effettivamente così, salvo la parentesi berlusconiana del 94. Il
PDS portò l’Italia sul patibolo dell’euro e di Maastricht e privò della
sovranità monetaria il Paese agganciandola alla palla al piede della
moneta unica, arma della finanza internazionale.
E fu il turbare di questi equilibri che portò alla prematura morte dei
magistrati Falcone e Borsellino. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
avevano messo le mani sui fili dell’alta tensione. Quelli di un potere
così forte che fa impallidire la mafia.
I due brillanti giudici sapevano che il fenomeno mafioso non poteva
essere compreso se non si guardava al piano superiore, che era quello
costituito dalla massoneria e dal potere finanziario.
Cosa Nostra e le altre organizzazioni sono solamente della manovalanza
di un potere senza volto molto più potente.
È questa la verità che non viene raccontata agli italiani che ogni anno
quando si celebrano queste stragi vengono sommersi da un fiume di
retorica o da una scadente cinematografia di regime che mai sfiora la
verità su quanto accaduto in quegli anni e mai sfiora il vero potere che
eseguì il colpo di Stato del 1992 e che insanguinò l’Italia nello stesso
anno.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due figure che vanno ricordate
non solo per il loro eroismo, ma per la loro ferma volontà e
determinazione nel fare il loro mestiere, anche se questo voleva dire
pagare con la propria vita.
Lo fecero fino in fondo sapendo di sfidare un potere enormemente più
forte di loro. Sapevano che in gioco c’erano equilibri internazionali e
destini decisi da uomini seduti nei consigli di amministrazione di
banche e corporation che erano i veri registi della mafia.
Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vanno ricordati perché sono due eroi
italiani che si sono opposti a ciò che il Nuovo Ordine Mondiale aveva
deciso per l’Italia e pur di farlo non hanno esitato a sacrificare la
loro vita.
Oggi, trent’anni dopo, sembra che stiano per chiudersi i conti con
quanto accaduto nel 1992 e l’Italia sembra più vicina all’avvio di una
nuova fase della sua storia, una nella quale potrebbe esserci la seria
possibilità di avere una sovranità e una indipendenza come non la si è
avuta dal 1945 in poi.
Autovelox mobili:
la multa non è valida se non sono segnalati
multe autovelox
La Cassazione ha confermato che anche gli autovelox posti sulle
pattuglie delle varie forze dell’ordine devono essere adeguatamente
segnalati.
Autovelox mobili: la multa non è valida se non sono segnalati
AUTOVELOX MOBILI - Subire una multa per eccesso di velocità non è
certamente piacevole, soprattutto perché questo comporta la necessità di
dover mettere mano al portafoglio per una spesa imprevista. Ci sono però
delle situazioni in cui la sanzione può essere ritenuta non valida e
quindi annullata, come indicata da una recente sentenza emessa dalla
Corte di Cassazione. Che ha così chiarito i dubbi su cosa può accadere
nel caso in cui l’autovelox presente in un tratto di strada non sia
opportunamente segnalato: l’obbligo è valido anche per gli autovelox
mobili montati sulle auto della polizia.
UNA LUNGA TRAFILA LEGALE - La vicenda trae origine da un’automobilista
di Feltre (Belluno) aveva subito sei anni fa una multa per eccesso di
velocità dopo essere stato sorpreso a 85 km/h in un tratto di strada in
cui il limite era invece di 70 m/h. Una pattuglia della polizia presente
sul posto dotata di autovelox Scout Speed aveva provveduto a
sanzionarlo. L’uomo era però convinto di avere subito un’ingiustizia e
aveva così deciso di fare ricorso. Alla fine, nonostante la trafila sia
stata particolarmente lunga, è stato proprio il conducente a vincere
fino ad arrivare alla sentenza della Cassazione emessa pochi giorni fa.
LA SENTENZA - Nella quale si legge: "In attuazione del generale obbligo
di preventiva e ben visibile segnalazione, contempla la possibilità di
installare sulle autovetture dotate del dispositivo Scout Speed messaggi
luminosi contenenti l'iscrizione “controllo velocità” o “rilevamento
della velocità”, visibili sia frontalmente che da tergo. Molteplici
possibilità di impiego e segnalazione sono correlate alle
caratteristiche della postazione, fissa o mobile, sicché non può dedursi
alcuna interferenza negativa che possa giustificare, avuto riguardo alle
caratteristiche tecniche della strumentazione impiegata nella postazione
di controllo mobile, l'esonero dall'obbligo della preventiva
segnalazione".
per non fare diventare l'ITALIA
un'hotspot europeo dell'immigrazione in quanto bisogna resistere come
italiani nel nostro paese dando agli immigrati un messaggio forte e
chiaro : ogni paese puo' svilupparsi basta impegnarsi per farlo con le
risorse disponibili e l'intelligenza , che significa adattamento nel
superare le difficolta'.
Inventarsi un lavoro invece che fare
l'elemosina.
Quanti miracoli ha fatto Maometto
rispetto a Gesu' ?
1) esame
d'italiano e storia italiana per gli immigrati
2) lavori
socialmente utili
3) pulizia
e cucina autonoma
3 gennaio 1917, Suor Lucia nel Terzo segreto di Fatima: Il sangue dei
martiri cristiani non smetterà mai di sgorgare per irrigare la terra e
far germogliare il seme del Vangelo. Scrive suor Lucia: “Dopo le
due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra
Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano
sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero
incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore
che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo
indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza,
Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “Qualcosa
di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano
davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento
che fosse il Santo Padre”. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e
religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una
grande croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la
corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande
città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di
dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel
suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi
della grande croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli
spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo
morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi e
religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e
posizioni. Sotto i due bracci della croce c’erano due Angeli ognuno con
un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il
sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a
Dio”.interpretazione del
Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in
una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice: «La
terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se
no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori
per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni
saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie
nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917). La terza parte del segreto è
una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del
Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il
Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia
si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il
mondo, etc.”. Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello
del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso
il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione
completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati
a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato,
di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona
umana, di immoralità e di violenza, etc. E non diciamo che è Dio che
così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si
preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon
cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono
responsabili».
Le storie degli immigrati occupanti che cercano di farsi mantenere
insieme alle loro famiglie , non lavoro come gli immigrati italiani
all'estero:
1) Mi trovavo all'opedale per prenotare una visita delicata ,
mentre stato parlando con l'infermiera, una donna mi disse di sbrigarmi
: era di colore.
2) Mi trovavo in C,vittorio ang V.CARLO ALBERTO a Torino, stavo dando
dei soldi ad un bianco che suonava una fisarmonica accanto ai suoi
pacchi, arriva un nero in bici e me li chiede
3) Ero su un bus turistico e' salito un nero ha spostato la roba che
occupava i primi posti e si e' messo lui
4) Ero in un team di startup che doveva fare proposte a TIM usando
strumenti della stessa la minoranza mussulmana ha imposto di prima
vedere gli strumenti e poi fare le proposte: molto innovativo !
5) FINO A QUANDO I MUSSULMANI NON ACCETTANO LA PARITA' UOMO DONNA ,
ANCHE SE LO SCRIVE IL CORANO E' SBAGLIATO. E' INACCETTABILE QUESTO
PRINCIPIO CHE CI PORTA INDIETRO.
6) perche' lITALIA deve accogliere tutti ? anche gli alberghi possono
rifiutare clienti .
7) Immigrazione ed economia sono interconnesse in quanto spostano pil
fuori dal paese.
8) Gli extracomunitari ti entrano in casa senza chiedere permesso. Non
solo desiderano la roba d altri ma la prendono.
Forse il primo insegnamento sarebbe il rispetto della liberta' altrui.
09.01.19
Tutti i nulllafacenti immigrati
Boeri dice che ne abbiamo bisogno : per cosa ? per mantenerli ?
04.02.17l
L'ISIS secondo me sta facendo delle
prove di attentato con l'obiettivo del Vaticano con un attacco
simultaneo da terra con la tecnica dei camion e dal cielo con aerei come
a NY l'11.09.11.
Riforma sostenuta da una
maggioranza trasversale: «Non razzismo, ma realismo» Case Atc agli
immigrati La Regione Piemonte cambia le regole Gli attuali criteri per
le assegnazioni penalizzano gli italiani .
Screening pagato dalla Regione e
affidato alle Molinette Nel Centro di Settimo esami contro la Tbc
“Controlli da marzo” Tra i profughi in arrivo aumentano i casi di
scabbia In sei mesi sono state curate un migliaio di persone.
Il Piemonte è la quarta regione
italiana per numero di richiedenti asilo. E gli arrivi sono destinati ad
aumentare. L’assessora Cerutti: “Un sistema che da emergenza si sta
trasformando in strutturale”. Coinvolgere maggiormente i Comuni.In
Piemonte ci sono 14.080 migranti e il flusso non accenna ad arrestarsi:
nel primo mese del 2017 sono già sbarcati in Italia 9.425 richiedenti
asilo, in confronto ai 6030 dello scorso anno e ai 3.813 del 2015.
Insomma, serve un piano. A illustrarlo è l’assessora all’Immigrazione
della Regione Monica Cerutti, che spiega come la rete di accoglienza in
questi anni sia radicalmente cambiata, trasformando il sistema «da
emergenziale a strutturale».
La Regione punta su formazione e
compensazioni mentre aumentano i riconoscimenti In Piemonte 14 mila
migranti Solo 1200 nella rete dei Comuni A Una minoranza inserita in
progetti di accoglienza gestiti dagli enti locali umentano i
riconoscimenti delle commissioni prefettizie, meno rigide rispetto al
passato prossimo: la tendenza si è invertita, le domande accolte sono il
60% rispetto al 40% dei rigetti. Non aumenta, invece, la disponibilità a
progetti di accoglienza e di integrazione da parte dei Comuni. Stando ai
dati aggiornati forniti dalla Regione, si rileva che rispetto ai 14 mila
migranti oggi presenti in Piemonte quelli inseriti nel sistema Sprar -
gestito direttamente dai Comuni - non superano i 1.200. Il resto lo
troviamo nelle strutture temporanee sotto controllo dalle Prefetture.
Per rendere l’idea, nella nostra regione i Comuni sono 1.2016. La
trincea dei Comuni Un bilancio che impensierisce la Regione, alle prese
con resistenze più o meno velate da parte degli enti locali: il
termometro di un malumore, o semplicemente di indifferenza, che impone
un lavoro capillare di convincimento. «Di accompagnamento, di
compensazione e prima ancora di informazione contro la disinformazione e
certe strumentalizzazioni politiche», - ha precisato l’assessora Monica
Cerutti riepilogando le azioni previste nel piano per regionale per
l’immigrazione. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della
Lega Nord nella persona del consigliere regionale Alessandro Benvenuto:
«Non esistono paure da disinnescare ma necessità da soddisfare sia in
termini di sicurezza e controllo del territorio, sia dal punto di vista
degli investimenti. Il Piemonte ha di per sé ben poche risorse, che
andrebbero utilizzate per creare lavoro e risolvere i problemi che
attanagliano i piemontesi, prima di essere adoperate per far fare un
salto di qualità all’accoglienza». Progetti di accoglienza Tre i
progetti in campo: «Vesta» (ha come obiettivo il miglioramento dei
servizi pubblici che si relazionano con i cittadini di Paesi terzi),
“Petrarca” (si occupa di realizzare un piano regionale per la formazione
civico linguistica), “Piemonte contro le discriminazioni” (percorsi di
formazione e di inclusione volti a prevenire le discriminazioni).
Inoltre la Regione ha attivato con il Viminale un progetto per favorire
lo sviluppo delle economie locali sostenendo politiche pubbliche rivolte
ai giovani ivoriani e senegalesi. Più riconoscimenti Come si premetteva,
aumentano i riconoscimenti: 297 le domande accolte dalla Commissione di
Torino nel periodo ottobre-dicembre 2016 (status di rifugiato,
protezione sussidiaria e umanitaria); 210 i rigetti. In tutto i
convocati erano mille: gli altri o attendono o non si sono presentati. I
tempi della valutazione, invece, restano lunghi: un paio di anni,
considerando anche i ricorsi. Sul fronte dell’assistenza sanitaria e
della prevenzione, si pensa di replicare nel Centro di Castel D’Annone,
in provincia di Asti, lo screening contro la tubercolosi che dal marzo
sarà attivato al Centro Fenoglio di Settimo con il concorso di Regione,
Croce Rossa e Centro di Radiologia Mobile delle Molinette.
INTANTO :«Non sono ipotizzabili
anticipazioni di risorse» per l’asilo che Spina 3 attende dal 2009. La
lunga attesa aveva fatto protestare molti residenti e c’era chi già
stava perdendo le speranze. Ma in Circoscrizione 4, in risposta a
un’interpellanza del consigliere della Lega Carlo Morando, il Comune ha
messo nero su bianco che i fondi dei privati per permettere la
costruzione dell’asilo non ci sono. Quella di via Verolengo resta una
promessa non rispettata. Con la crisi immobiliare, la società Cinque
Cerchi ha rinunciato a costruire una parte dei palazzi e gli oneri di
urbanizzazione versati, spiegò mesi fa l’ex assessore Lorusso, erano
andati per la costruzione del tunnel di corso Mortara. Ad ottobre c’è
stata una nuova riunione. L’esito è stata la fumata nera da parte dei
privati. «Sarà necessario che la progettazione e la realizzazione
dell’opera vengano curate direttamente dalla Città di Torino», scrive il
Comune nella sua risposta. Senza specificare come e dove verranno
reperiti i fondi necessari, né quando si partirà.
20 gen
2011 -L'immigrazione"circolare"
è quella in cui i migranti, dopo un certo periodo di lavoro all'estero,
tornano nei loro Paesi d'origine. Un sistema più ...
Tutto è iniziato quando è stato
chiuso il bar. I 60 stranieri che erano a bordo del traghetto Tirrenia
diretto a Napoli volevano continuare a bere. L’obiettivo era sbronzarsi
e far scoppiare il caos sulla nave. Lo hanno fatto ugualmente,
trasformando il viaggio in un incubo anche per gli altri 200 passeggeri.
In mezzo al mare, nel cuore della notte, è successo di tutto: litigi,
urla, botte, un tentativo di assalto al bancone chiuso, molestie ai
danni di alcuni viaggiatori e persino un’incursione tra le cuccette. La
situazione è tornata alla calma soltanto all’alba, poco prima
dell’ormeggio, quando i protagonisti di questa interminabile notte brava
hanno visto che sulle banchine del porto di Napoli erano già schierate
le pattuglie della polizia. Nella nave Janas partita da Cagliari lunedì
sera dalla Sardegna era stato imbarcato un gruppo di nordafricani che
nei giorni scorsi aveva ricevuto il decreto di espulsione. Una trentina
di persone, alle quali si sono aggiunti anche altri immigrati
nordafricani. E così a bordo è scoppiato il caos. Il personale di bordo
ha provato a riportare la calma ma la situazione è subito degenerata.
Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati. All’arrivo a
Napoli, il traghetto è stato bloccato dagli agenti della Questura di
Napoli che per tutta la giornata sono rimasti a bordo per identificare
gli stranieri che hanno scatenato il caos in mezzo al mare e per
ricostruire bene l’episodio. «Il viaggio del gruppo è stato effettuato
secondo le procedure previste dalla legge, implementate dalle autorità
di sicurezza di Cagliari – si limita a spiegare la Tirrenia - La
compagnia, come sempre in questi casi, ha destinato ai passeggeri
stranieri un’area della nave, a garanzia della sicurezza dei passeggeri,
non essendo il gruppo accompagnato dalle forze di polizia.
Contrariamente a quanto avvenuto in passato, il gruppo ha creato
problemi a bordo per tensioni al suo interno che poi si sono ripercosse
sui passeggeri». A bordo del traghetto gli agenti della questura di
Napoli hanno lavorato per quasi 12 ore e hanno acquisito anche le
telecamere della videosorveglianza della nave. Nel frattempo sono
scoppiate le polemiche. «I protagonisti di questo caos non sono da
scambiare con i profughi richiedenti asilo - commenta il segretario del
Sap di Cagliari, Luca Agati - La verità è che con gli sbarchi dal Nord
Africa, a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, arrivano poco di
buono, giovani convinti di poter fare cio’ che vogliono una volta
ottenuto il foglio di espulsione, che di fatto è un lasciapassare che
garantisce loro la libertà di delinquere in Italia. Cosa deve accadere
per far comprendere che va trovata una soluzione definitiva alla
questione delle espulsioni?» In ostaggio per ore Per ore la nave è
stata in balia dei sessanta scatenati, che hanno trasformato il viaggio
in un incubo per gli altri 200 passeggeri 21.02.17
Istituto comprensivo Regio Parco La
crisi spegne la musica in classe Le famiglie non pagano la retta da 10
euro al mese: a rischio il progetto lanciato da Abbado, mentre la
Regione Piemonte finanzia un progetto per insegnare ai bambini italiani
la lingua degli immigrati non viceversa.
Qui Foggia Gli sfollati di una
palazzina crollata nel 1999 vivono in container di appena 24 mq Qui
Messina Nei rioni Fondo Fucile e Camaro San Paolo le baracche aumentano
di anno in anno Donne e bambini Nei rioni nati dopo il sisma le case
sono coperte da tetti precari, spesso di Eternit Qui Lamezia Terme Oltre
400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica a cielo
aperto Qui Brescia Nelle casette di San Polino le decine di
famiglie abitano prefabbricati fatiscenti Da Brescia a Foggia, da
Lamezia a Messina. Oltre 50 mila italiani vivono in abitazioni di
fortuna. Tra amianto, topi e rassegnazione Caterina ha 64 anni e tenacia
da vendere. Con gli occhi liquidi guarda il tetto di amianto sopra la
sua testa: «Sono stata operata due volte di tumore, è colpa di questo
maledetto Eternit». Indossa una vestaglia a righe bianche e blu. «Vivo
qui da vent’anni. D’estate si soffoca, d’inverno si gela, piove in casa
e l’umidità bagna i vestiti nei cassetti. Il dottore mi ha detto di
andare via. Ma dove?». In fondo alla strada abita Concetta, che tra topi
e lamiere trova la forza di sorridere: «A ogni campagna elettorale i
politici ci promettono case popolari, ma una volta eletti si dimenticano
di noi. Sono certa che morirò senza aver realizzato il mio sogno: un
balcone dove stendere la biancheria». Antonio invece no, lui non ride.
Digrigna i denti rimasti: «Gli altri li ho persi per colpa della rabbia.
In due anni qui sono diventato brutto, mi vergogno». Slum, favela,
bidonville: Paese che vai, emarginazione che trovi. Un essere umano su
sei, nel mondo, vive in una baraccopoli. In Italia sono almeno 53 mila
le persone che, secondo l’Istat, abitano nei cosiddetti «alloggi di
altro tipo», diversi dalle case. Cantine, roulotte, automobili e
soprattutto baracche. Le storie di questi cittadini invisibili (e
italianissimi) sono raccontate nel documentario «Baraccopolis» di Sergio
Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, in onda domenica
sera alle 21,15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale».
Le baraccopoli sono non luoghi popolati da un’umanità sconfitta e spesso
rassegnata. Donne, uomini, bambini, anziani. Vittime della crisi
economica o di circostanze avverse. Vivono in stamberghe all’interno di
moderni ghetti al confine con quella parte di città degna di questo
nome. Di là dal muro la civiltà. Da questo lato fango, calcinacci,
muffa, immondizia, fogne a cielo aperto. A Messina le abitazioni di
fortuna risalgono ad oltre un secolo fa, quando il terremoto del 1908
rase al suolo la città. Qui l’emergenza è diventata quotidianità. Fondo
Fucile, Giostra, Camaro San Paolo. Eccoli i rioni del girone infernale
dei diseredati. Legambiente ha censito più di 3 mila baracche e
altrettante famiglie. I topi, invece, sono ben di più. A Lamezia Terme
oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica. Tra
loro c’è Cosimo, che vorrebbe andare via: «Non per me, ma per mio
figlio, ha subìto un trapianto di fegato». A Foggia gli sfollati di una
palazzina crollata nel 1999 vivono nei container di 24 mq. Andrea abita
invece nelle casette di San Polino a Brescia, dove un prefabbricato
fatiscente è diventato la sua dimora forzata: «Facevo
l’autotrasportatore. Dopo due ictus ho perso patente e lavoro. I miei
figli non sanno che abito qui. Non mi è rimasto nulla, nemmeno la
dignità». Sognando un balcone «Il mio sogno? È un balcone dove stendere
la biancheria», dice la signora Caterina nIl documentario «Baraccopolis»
di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, andrà
in onda domani sera alle 21.15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il
racconto del reale». Su Sky Atlantic Il documentario 3 domande a Sergio
Ramazzotti registra e fotografo “Così ho immortalato la vita dentro
quelle catapecchie” Chi sono gli abitanti delle baraccopoli? «Sono
cittadini italiani, spesso finiti lì per caso. Magari dopo aver perso il
lavoro o aver divorziato». Quali sono i tratti comuni? «Chi finisce in
una baracca attraversa fasi simili a quelle dei malati di cancro. Prima
lo stupore, poi la rabbia, il tentativo di scendere a patti con la
realtà, la depressione, infine la rassegnazione». Cosa ci insegnano
queste persone? «È destabilizzante raccontare donne e uomini caduti in
disgrazia con tanta rapidità. Sono individui come noi. La verità è che
può succedere a chiunque». Baraccopolid’Italia
01.03.17
GLI ITALIANI AIUTANO più FACILMENTE
GLI EXTRACOMUNITARI RISPETTO AGLI ITALIANI.
La Commissione
europea, tre anni dopo aver condannato quattro tra le più grandi banche
europee per aver truccato il tasso di interesse che incide sui mutui di
milioni di cittadini europei, ha finalmente tolto il segreto al testo
della sentenza. E quel documento di trenta pagine potrebbe valere, solo
per gli italiani che hanno un mutuo sulle spalle, ben 16 miliardi di
euro di rimborsi da chiedere alle banche.
La storia parte
con la scoperta di un'intesa restrittiva della concorrenza, ovvero un
cartello, tra le principali banche europee. Lo scopo, secondo
l'Antitrust europeo, era di manipolare a proprio vantaggio il corso
dell'Euribor, il tasso di interesse che funge da riferimento per un
mercato di prodotti finanziari che vale 400mila miliardi di euro. Tra
questi ci sono i mutui di 2,5 milioni di italiani, per un controvalore
complessivo stimabile in oltre 200 miliardi. L'Euribor viene calcolato
giorno per giorno con un sondaggio telefonico tra 44 grandi banche
europee, che comunicano che tasso di interesse applicano in quel momento
per i prestiti tra banche. Il risultato del sondaggio viene comunicato
all'agenzia Thomson Reuters che poi comunica il valore dell'Euribor agli
operatori e al pubblico. L'Antitrust ha scoperto che alcune grandi
banche, tra il 2005 e il 2008, si erano messe d'accordo per falsare i
valori comunicati e manipolare il valore del tasso secondo la propria
convenienza. «Alcune volte, -recita la sentenza che il Giornale ha
potuto visionare- certi trader (omissis...) comunicavano e/o ricevevano
preferenze per un settaggio a valore costante, basso o alto di certi
valori Euribor. Queste preferenze andavano a dipendere dalle proprie
posizioni commerciali ed esposizioni»
Il risultato
ovviamente si è riflettuto sui mutui degli ignari cittadini di tutta
Europa, che però finora avevano le unghie spuntate. Un avvocato di
Sassari, Andrea Sorgentone, legato all'associazione Sos Utenti, ha
subissato la Commissione di ricorsi per farsi consegnare il testo della
sentenza dell'Antitrust che condanna Deutsche Bank, Société Genéralé,
Rbs e Barclay's a pagare in totale una multa di oltre un miliardo di
euro.
La Ue ha sempre
rifiutato adducendo problemi di riservatezza delle banche, ma alla fine
l'avvocato ha ottenuto una copia della sentenza, seppur in parte
«censurata». E ora il conto potrebbe salire. E non solo per quelle
direttamente coinvolte, perché il tasso alterato veniva applicato ai
mutui variabili da tutte le banche, anche le italiane, che ora
potrebbero dover pagare il conto dei trucchi di tedesche, francesi e
inglesi. Sorgentone si dice convinto di poter ottenere i risarcimenti:
«Secondo le stime più attendibili -dice- i mutuatari italiani hanno
pagato interessi per 30 miliardi, di cui 16 indebitamente. La sentenza
europea è vincolante per i giudici italiani. Ora devono solo
quantificare gli interessi che vanno restituiti in ogni rapporto mutuo,
leasing, apertura di credito a tasso variabile che ha avuto corso dal 1
settembre 2005 al 31 marzo 2009».
27.01.17
Come creare un meeting su
Zoom? In un
periodo in cui è richiesto dalla società il distanziamento sociale,
la nota app per le videoconferenze diventa uno strumento importante
per molte aziende e privati. Se partecipare a un meeting è un
processo estremamente semplice, che non richiede neppure la
registrazione al servizio, discorso diverso vale per gli utenti che
desiderano creare un meeting su Zoom.
Ecco dunque una semplice guida per semplificare
la vita a coloro che hanno intenzione di approcciare alla
piattaforma senza confondersi le idee.
Come si crea un meeting su Zoom
Dopo aver
scaricato e installato Zoom, e aver effettuato la registrazione,
si dovrà dunque effettuare l’accesso premendo Sign In
(è possibile loggare direttamente con il proprio account Google o
Facebook, comunque). A questo punto, bisogna procedere in questo
modo:
Fare tap su New Meeting
(pulsante arancione)
Scegliere se avviare il meeting con la
fotocamera accesa o spenta, tramite il toggle Video On
Premere Start a Meeting
A questo punto è stata creata la
videoconferenza, ma affinché venga avviata è necessario invitare i
partecipanti. Per proseguire sarà necessario quindi:
Fare tap su Participants
(nella parte in basso dello schermo)
Premere su Invite
Scegliere il mezzo attraverso cui
inviare il link di partecipazione ai mittenti (tramite e-mail o
messaggio, per esempio)
Una volta invitati gli utenti, chi ha creato
il meeting avrà la possibilità di fare tap su ognuno di essi per
utilizzare diverse funzioni: per esempio si potranno silenziare,
piuttosto che chiedergli di attivare la fotocamera, eccetera.
Facendo tap sul pulsante Chats
(in basso a sinistra dello schermo), inoltre, si potranno inviare
messaggi di testo a tutti i partecipanti o solo a uno di essi. Una
volta terminata la videoconferenza, la si potrà chiudere facendo tap
sulla scritta rossa End in alto a destra: si potrà
in ultimo scegliere se lasciare il meeting (Leave Meeting),
permettendo agli altri di continuare a interagire, o se scollegare
tutti (End Meeting).
Windows File Recovery
recupera i file cancellati per sbaglio
È la prima app di questo tipo
realizzata direttamente da Microsoft.
A tutti - beh, a quanti non hanno un
backup efficiente - sarà capitato di cancellare per errore un file,
non solo mettendolo nel Cestino, ma facendolo sparire apparentemente per
sempre.
Recuperare i
file cancellati ha tante più possibilità di riuscire quanto meno la
zona occupata da quei file è stata sovrascritta, ed è un lavoro per
software specializzati.
Fino a oggi, l'unica possibilità per i sistemi
Windows era scegliere programmi di terze parti. Ora Microsoft ha
rilasciato una piccola
utility che si occupa proprio del recupero dei file.
Si tratta di un programma privo di
interfaccia grafica: per adoperarlo bisogna quindi superare la
diffidenza per la linea di comando che alberga in molti utenti di
Windows.
L'utility ha tre modalità base di funzionamento.
Default, suggerita per i drive
Ntfs, si rivolge alla Master File Table (MFT) per individuare i
segmenti dei file. Segment fa a meno della MFT e si basa invece
sul rilevamento dei segmenti (che contengono informazioni come il nome,
la data, il tipo di file e via di seguito). Signature, infine, si
basa sul tipo di file: non avendo a disposizione altre informazioni,
cerca tutti i file di quel tipo (Microsoft consiglia questo sistema per
le unità esterne come chiavette Usb e schede SD).
Windows File Recovery è in grado di tentare il
recupero da diversi filesystem - quali Ntfs,
exFat e ReFS - e per apprendere il suo utilizzo Microsoft ha messo a
disposizione una
pagina d'aiuto (in inglese) sul sito ufficiale.
Qui sotto, alcune schermate di Windows File
Recovery.
Non si può dire che Windows 10 sia un
sistema operativo essenziale: ogni nuova installazione porta con sé,
insieme al sistema vero e proprio, tutta una serie di applicazioni che
per la maggior parte degli utenti si rivelano inutili, se non
fastidiose, senza contare le aggiunte dei singoli produttori di Pc.
Rimuoverle a mano una a una è un compito
tedioso, ma esiste una piccola applicazione che facilita l'intera
operazione:
Bloatbox.
Nata come estensione per
Spydish, app utile per gestire le informazioni condivise con
Microsoft da
Windows 10 e più in generale le impostazioni del sistema che
coinvolgono la privacy, è poi diventata un software a sé.
Il motivo è un po' la medesima
ragione di vita di Bloatbox: non rendere
Spydish troppo "grasso" (bloated), ossia ricco di funzioni
che, per quanto utili, vadano a incidere sulla possibilità di avere
un'applicazione compatta, efficiente e facile da usare.
Bloatbox si scarica da GitHub sotto forma di
archivio.zip da estrarre sul Pc. Una volta compiuta questa
operazione non resta altro da fare che cliccare due volte sul file
Bloatbox.exe per avviare l'app.
La
finestra principale mostra sulla sinistra una colonna in cui è
presente la lista di tutte le app installate in Windows, tra cui anche
quelle che normalmente non si possono disinstallare - come il Meteo,
Microsoft News e via di seguito - e quelle installate dal produttore del
computer.
Ciò che occorre fare è selezionare quelle app
che si intende rimuovere e, quando si è soddisfatti, premere il
pulsante, che le aggiungerà alla colonna di destra, dove si
trovano tutte le app condannate alla cancellazione.
A questo punto si può premere il pulsante
Uninstall, posto nella parte inferiore della
colonna centrale, e il processo di disinstallazione inizierà.
L'ultima versione al momento in cui scriviamo
mostra anche, nella colonna di destra di un pratico link per effettuare
una "pulizia
generale" di una nuova installazione di Windows 10, identificato
dalla dicitura Start fresh if your Windows 10 is loaded with bloat....
Cliccandolo, verranno aggiunte all'elenco di
eliminazione tutte le app preinstallate e considerate
bloatware. Chiaramente l'elenco
può essere personalizzato a piacere rimuovendo da esso le app che si
intende tenere tramite il pulsante Remove selected.
Il sito che installa tutte le
app essenziali per Windows 10
Bastano pochi clic per ottenere
un Pc perfettamente attrezzato, senza dover scaricare ogni singolo
software.
Reinstallare il sistema operativo è solo il primo passo, dopo un
incidente al Pc che abbia causato la necessità di ripartire da capo, tra
quelli necessari per arrivare a riavere un computer perfettamente
configurato e utilizzabile.
A quel punto inizia infatti il processo di configurazione e di
installazione di tutte quelle grandi e piccole applicazioni che svolgono
i vari compiti ai quali il computer è dedicato. Si tratta di
un'operazione che può essere lunga e tediosa e che sarebbe bello poter
automatizzare.
Una delle alternative migliori da tempo esistente è Ninite, sito che
permette di selezionare le app preferite e si occupa di scaricarle e
installarle in autonomia.
Da quando però Microsoft ha lanciato un proprio gestore di pacchetti
(Winget) sono spuntate delle alternative che a esso si appoggiano e,
dato che funziona da linea di comando, dette alternative si occupano di
fornire un'interfaccia grafica.
Una delle più interessanti è Winstall, che semplifica l'installazione
delle app dai repository messi a disposizione da Microsoft.
Winstall è una Progressive Web Application (Pwa), ossia un sito da
visitare con il proprio browser e che permette di scegliere le app da
installare sul computer; in questo senso, dal punto di vista dell'uso è
molto simile al già citato Ninite.
Diverso è però il funzionamento: se Ninite scarica i singoli installer
dei vari programmi, Winstall si appoggia a Winget, che quindi deve
essere preventivamente installato sul Pc.
Inoltre offre una propria funzionalità specifica, che il suo
sviluppatore ha battezzato Featured Pack.
Si tratta di gruppi di applicazioni unite da un tema o una funzionalità
comune (browser, strumenti di sviluppo, software per i giochi) che si
possono selezionare tutte insieme; Winstall si occupa quindi di generare
il codice da copiare nel Prompt dei Comandi per avviare l'installazione.
In alternativa si può scaricare un file .bat da eseguire, che si occupa
di invocare Winget per portare a termine il compito.
I Featured Pack sono infine personalizzabili: gli utenti sono invitati a
creare il proprio e a condividerlo.
Leggi l'articolo originale su ZEUS News -
https://www.zeusnews.it/n.php?c=28369
Cos’è e a cosa serve la pasta madre
La pasta madre è un lievito naturale che permette di preparare un ottimo
pane, ma anche pizze e focacce. Conosciuta anche come pasta acida, la
pasta madre è un impasto che può essere realizzato in diversi modi. Ad
esempio, la pasta madre si può ottenere prelevando un impasto del pane
da conservare grazie ai “rinfreschi”, oppure preparando un semplice
impasto di acqua e farina da lasciare a contatto con l’aria, così che si
arricchisca dei lieviti responsabili dei processi fermentativi che
consentono la lievitazione di pane e altri prodotti da forno.
Gli impasti preparati con la pasta madre hanno generalmente bisogno di
lievitare per diverse ore, ma il risultato ripaga dell’attesa: pane,
pizze e focacce risulteranno infatti più gonfi, più digeribili,
conservabili più a lungo e con un sapore decisamente migliore.
La pasta madre, inoltre, accresce il valore nutrizionale del pane e di
altri prodotti da forno. Negli impasti preparati con la pasta madre
diverse importanti sostanze rimangono intatte e, grazie alla
composizione chimica della pasta madre, il nostro organismo riesce ad
assimilare meglio i sali minerali presenti nelle farine.
I lieviti della pasta madre, poi, favoriscono la crescita di batteri
buoni nell’intestino, favorendo un buon equilibrio del microbiota e
migliorando così la digestione. È importante anche notare che il pane
preparato con lievito naturale possiede un indice glicemico inferiore
rispetto al pane realizzato con altri lieviti. Questo significa che
quando i carboidrati presenti nel pane vengono assimilati sotto forma di
glucosio, questo si riversa più lentamente nel flusso sanguigno,
evitando picchi glicemici.
Oltre a conferire al pane proprietà organolettiche e nutrizionali
migliori, la pasta madre presenta altri vantaggi. Grazie ai rinfreschi,
si può infatti avere a disposizione questo straordinario lievito
naturale a lungo; in più, la pasta madre può essere preparata con vari
tipi di farine, anche senza glutine.
La dieta senza glutine è l’unica terapia per le persone celiache e per
chi presenta sensibilità verso le proteine del frumento e in altri
cereali come orzo e farro. Inoltre, ridurre il consumo di glutine può
migliorare alcuni disturbi intestinali ed è consigliato anche a chi
vuole seguire un regime alimentare antinfiammatorio.
ATTENZIONE MOLTO
IMPORTANTE PER LA TUA SALUTE :
La tecnologia di riferimento
per le Cellule Tumorali Circolanti