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Marco Bava è un economista, consulente finanziario e spesso attivo nel panorama italiano come esperto di economia e finanza. È noto per le sue opinioni critiche su temi come la gestione della finanza pubblica italiana, le banche e la situazione economica generale del Paese. Inoltre, in passato è stato coinvolto in varie iniziative politiche e civiche, dove ha cercato di sensibilizzare l'opinione pubblica su questioni legate alla trasparenza economica e alla gestione del debito pubblico.

 

Dal Vangelo secondo Luca Lc 21,5-19
“In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». 
Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». 
Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo.
Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere.
Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. 
Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».”

 

La gangster
che si fece
suora

pierangelo sapegno
Le due vite di Angela Corradi sono finite adesso. Quella della donna gangster con la svastica tatuata sulla schiena e della suora laica che ha dedicato la sua vita ai disperati e agli sconfitti. La notizia l'ha data su Facebook Tino Stefanini, uno degli ultimi superstiti della famigerata mala della Comasina: «Resterai per sempre nei nostri cuori». Ma di Angela Corradi, morta a 73 anni, resta qualcosa di più anche per tutti noi, il mistero della vita e dei suoi peccati, la sottile linea di demarcazione che può dividere il bene dal male sulle strade del dolore. Tutto quello che non possiamo vedere e facciamo fatica a capire. Una volta le chiesero come aveva fatto a scoprire Dio. «Perché ho sentito la sua voce», aveva risposto. «Mi disse "Io ci sono". Mi disse solo questo». Era una sera che Angela Corradi aveva un mitra in mano e una pistola infilata nei calzoni e stava uscendo dalla sua casa di via Osculati ad Affori per andare a uccidere qualcuno. Ma qualche anno dopo, aveva il velo e degli occhiali a goccia che nascondevano uno sguardo che levigava il tempo e anche le sue ferite, perché non si vive la sua vita senza perdere pezzi e portarne le cicatrici. Allora le chiesero come faceva a essere così sicura che fosse la voce di Dio. «Lo so e basta», disse con tono di nuovo duro. Il fatto è che pure quando sposò Dio e si fece terziaria francescana non perse mai la forza del suo carattere. Era scritta nei suoi occhi, quella forza. Era la pupa del gangster, la «pupa della banda Vallanzasca», come titolavano i giornali, la compagna inseparabile di Vito Pesce, il braccio destro del bel René, che la chiamava «la sorellina» e di lei diceva che non era solo bella e coraggiosa: «Angelina è stata la donna che in quanto a palle dava dei punti e tanti maschietti cazzuti. Una forza della natura. Fondamentalmente, era una femmina da sballo. Bella, intelligente, simpatica, capace di essere dolcissima. Ma quando c'era da dimostrare il suo carattere, persino il suo uomo faceva bene a non contraddirla».
Era un giorno di luglio del 1978 quando venne folgorata da Cristo, mentre doveva andare a vendicare «uno sgarro fatto ai miei compagni in carcere». Lo raccontò cinque anni dopo esatti, al meeting di Cl a Rimini: «Io posso solo tentare di farvi vedere una scena. Sono in casa, sono armata fino ai denti e quando varcherò quella porta so che l'unica cosa che devo fare è uccidere qualcuno. E sono molto determinata a farlo. È in quel momento che mi si è presentato il Signore. Non Lui, io mento se dico Lui. Ma la sua voce. E l'ho sentita benissimo. Ha solo detto "ci sono". Non ha detto altro. E io mi sono terrorizzata. Non avevo mai avuto paura di niente. Ma quella volta sì». Prima di cambiare la sua vita, Angela era stata tutto quello che poteva essere una nata come lei nella nebbia dell'anonimato ai margini della metropoli. Era stata commessa, e poi modella prima di approdare nella banda di Vallanzasca per un «atto di ribellione». Si era tatuata sulla schiena una svastica e su un dito la «N» di nazista con una croce sovrapposta. Diventò una protagonista di quegli anni di violenza e finì anche in carcere, cinque anni a San Vittore. Era una donna bellissima, hanno sempre ripetuto quelli che l'avevano conosciuta. I suoi lavoravano nel circo. Il padre faceva il giro della morte in motocicletta. Poi un gravissimo incidente l'aveva paralizzato e da allora anche la madre, Bruna, acrobata, lasciò il tendone. I suoi cercarono di avviarla agli studi, ma non ci fu verso. Angela voleva scappare, andare via da quella prigione di case grigie e uguali, dalle pene della sua famiglia. A sedici anni fuggì di casa e dopo poco tempo si legò ai ragazzi della mala che in quegli anni stavano scalando le gerarchie di Milano a mitra spianati, lasciando una scia di morte dietro di loro. Diventò la compagna di Vito pesce, uno degli uomini più spietati della banda Vallanzasca. I giornali, raccontando i corpi senza vita sparsi sulle strade, tutte quelle esplosioni di violenza e le sparatorie, li chiamavano «i killer drogati. La più feroce gang del Dopoguerra». In quegli anni morì suo padre, mentre lei veniva arrestata. Di San Vittore ricordò la vita vuota e arida dietro a quelle sbarre.
La conversione avvenne all'improvviso, quando era già una suora laica, la sua auto, una A112, venne crivellata di colpi in piena notte e lei rimase quasi in fin vita con ferite sul volto. «Gesù, Gesù aiutami...», ripeteva ai medici del Niguarda. Sua madre Bruna raccontò che «era uscita per andare a portare aiuto ai bisognosi». In realtà, quell'episodio rimase un mistero senza risposta.
Un po' come il suo viso, conservato negli archivi della cronaca nera e nelle foto che la immortalarono col velo. Non aveva più i capelli tinti di biondo e lo sguardo sprezzante. Ma gli occhi sono lo specchio dell'anima. E non sono cambiati. Erano troppo duri, quand'era ragazzina, ma anche adesso erano gli occhi di una che aveva sempre dovuto combattere nella sua vita, farsi largo tra le infinite e irrisolte violenze delle periferie, fra quegli edifici nudi che nascondevano tutti le stesse miserie e le stesse rabbie, in quelle ripetizioni di facciate sempre uguali e in quel piatto e uniforme plurale di una sconfitta comune, dove ogni finestra apparteneva solo alle nebbie della disperazione, un disegno senza altri colori che non fossero quelli dei sogni di chi vuole scappare. Alla fine però Angela Corradi è tornata qui e ci è rimasta fino alla sua morte, a 73 anni, per dedicarsi alle anime perse dei drogati, dei detenuti, dei più deboli, di tutti quelli rimasti senza speranze nella battaglia della vita. È ritornata da dov'era partita, nella terra di mezzo, nei luoghi di tutti quelli che continuano a perdere.

 

 

 

Borsa: Bruxelles, l'Italia continua a minare liberta' azionisti in scelta rappresentanti per assemblee
(Il Sole 24 Ore Radiocor) - Bruxelles, 11 dic 25 - La Commissione europea ha deciso di inviare un parere motivato all'Italia per il non corretto recepimento della direttiva sui diritti degli azionisti (direttiva 2007/36/CE),
che tutela e responsabilizza gli azionisti promuovendo la trasparenza, la responsabilita' e il buon governo societario nelle societa' quotate; stabilisce una serie di norme e diritti per garantire che gli azionisti abbiano voce in capitolo nelle societa' in cui investono e che i loro interessi siano rappresentati e rispettati. A maggio Bruxelles ha inviato all'Italia una lettera di costituzione in mora (pima fase della procedura di infrazione) individuando una serie di carenze. Tuttavia l'Italia 'continua a porre restrizioni alla liberta' degli azionisti di scegliere senza limitazioni il proprio rappresentante per le assemblee generali, imponendo invece un rappresentante designato a livello di societa''. Inoltre il diritto italiano, dice la Commissione, 'non garantisce che gli azionisti possano rispondere a nuovi punti dell'ordine del giorno presentando proposte di delibera'. L'Italia dispone ora di 2 mesi per rispondere e adottare le misure necessarie, trascorsi i quali la Commissione potra' decidere di deferire il caso alla Corte di giustizia. La decisione di oggi si accompagna ad altre decisioni riguardanti l'Italia in materia di violazione delle regole del mercato unico.

Aps.

Gli ultimi video Radiocor

(RADIOCOR) 11-12-25 12:46:13 (0333)EURO 5 NNNN

 

 

 

 

 

NEL 2024 HO CERCATO DI CONVINCERE IL MINISTRO URSO, IL GOVENATORE DEL PIEMONTE CIRIO A PROPORRE ALLA BMW DI COSTRUIRE IL SUO NUOVO STABILIMENTO PER LE AUTO H2 IN ITALIA . RISULTATO : MI HANNO IGNORATO PER CUI: Nel 2028 il Gruppo Bmw diventerà il primo produttore al mondo a mettere in vendita un veicolo premium a celle a combustibile, offrendo ai propri clienti un'altra opzione di mobilità a zero emissioni. A tal fine si sta rafforzando la cooperazione con Toyota Motor Corporation. Entrambi i partner - è stato sottolineato a margine della conferenza - svilupperanno congiuntamente il sistema fuel cell per le autovetture, che verrà poi utilizzato in modo specifico per i marchi dei due produttori.
    Programmi ambiziosi che hanno evidentemente fatto crescere negli ultimi anni gli investimenti (come il nuovo stabilimento in Ungheria per la Neue Klasse) e la spesa per ricerca e sviluppo.

 

 

A COSA SERVONO LE ASSEMBLEE DEGLI AZIONISTI ?

Il fondo sovrano norvegese, il più grande al mondo, ha dichiarato martedì che voterà contro la ratifica del pacchetto di retribuzione proposto dal CEO di Tesla, Elon Musk, contenente azioni per un valore fino a 1.000 miliardi di dollari, in occasione dell’assemblea generale annuale di questa settimana.



Gli investitori del produttore di veicoli elettrici decideranno il 6 novembre se approvare il pacchetto, probabilmente il più grande accordo di retribuzione di sempre per un CEO, che i critici hanno definito eccessivo.

Il fondo sovrano norvegese è il più grande investitore al di fuori di Tesla ad aver dichiarato come intende votare. Il secondo più grande, Baron Capital, ha dichiarato lunedì che sosterrà il pacchetto retributivo di Musk.



I maggiori investitori istituzionali dell’azienda, tra cui BlackRock, Vanguard e State Street, non hanno ancora reso noti i loro piani di voto.



Il consiglio di amministrazione di Tesla sta spingendo affinché gli azionisti approvino il piano, con la presidente Robyn Denholm che la scorsa settimana ha avvertito che Musk potrebbe lasciare l’azienda se l’accordo venisse respinto.
Sebbene il pacchetto possa assegnare azioni per un valore fino a 1.000 miliardi di dollari in 10 anni, il costo di tali azioni al momento dell’assegnazione verrà detratto, rendendo il valore per Musk leggermente inferiore, fino a 878 miliardi di dollari, secondo un’analisi di Reuters.



“Pur apprezzando il significativo valore creato sotto il ruolo visionario del signor Musk, siamo preoccupati per l’entità totale dell’assegnazione, la diluizione e la mancanza di mitigazione del rischio per la persona chiave, in linea con le nostre opinioni sulla remunerazione dei dirigenti”, ha dichiarato Norges Bank Investment Management sul suo sito web.

Il fondo, settimo azionista di Tesla con una partecipazione dell’1,12% per un valore di 17 miliardi di dollari, ha votato “no” anche al precedente piano di remunerazione di Musk, suscitando una dura reazione da parte dell’amministratore delegato, che ha rifiutato un invito a una conferenza a Oslo.



Diversi gruppi hanno tentato, senza successo, di bloccare i pagamenti record a Musk, tra cui un piano di compensazione da 56 miliardi di dollari per il 2018 che gli investitori hanno riapprovato l’anno scorso, nonostante permangano controversie legali.



Martedì, NBIM ha anche dichiarato che voterà contro due dei tre amministratori di Tesla candidati alla rielezione, rifiutandosi di sostenere i veterani del consiglio di amministrazione Kathleen Wilson-Thompson e Ira Ehrenpreis, pur sostenendo Joe Gebbia, entrato a far parte del consiglio nel 2022.

Il fondo norvegese da 2,1 trilioni di dollari ha anche dichiarato che voterà contro il piano di compensazione azionaria generale proposto da Tesla, destinato a tutti i dipendenti e che può essere utilizzato anche dal consiglio di amministrazione a beneficio di Musk.



Tesla afferma che il suo CEO non guadagnerà “nulla” a meno che il valore di mercato dell’azienda non cresca sostanzialmente e che il premio massimo verrà pagato solo se il gruppo raggiungerà diversi traguardi, in particolare un valore di mercato di 8,5 trilioni di dollari, un aumento di quasi sei volte.



Eppure, secondo gli esperti di retribuzioni dei dirigenti, valutazioni aziendali, robotica e tendenze del settore automobilistico, Musk potrebbe comunque guadagnare decine di miliardi di dollari senza raggiungere molti di questi obiettivi. [...]

LE RAGIONI PER NON INVESTIRE IN MUSK

Tesla, via libera a Musk C'è l'ok al maxi stipendio da mille miliardi
Fabrizio Goria
Elon Musk ha vinto ancora. Gli azionisti di Tesla hanno approvato il piano di compensazione da quasi mille miliardi di dollari in azioni, uno dei più grandi e controversi nella storia americana. Il voto, arrivato durante l'assemblea annuale di Austin, consolida il potere del fondatore e segna una nuova sfida ai principi di governance tradizionali.
Una scommessa a tutti gli effetti sul tycoon di origine sudafricana. Il consiglio di amministrazione ha puntato su di lui e sulla sua visione: pagare Musk fino a 878 miliardi di dollari in titoli nel prossimo decennio, o rischiare che l'uomo che ha costruito Tesla lasci l'azienda. «Senza Elon, Tesla potrebbe perdere gran parte del suo valore, perché non sarebbe più valutata per ciò che aspira a diventare», ha scritto agli azionisti Robyn Denholm, presidente del board. La logica è chiara. Solo Musk può trasformare Tesla in un colosso dell'intelligenza artificiale, capace di produrre robotaxi e robot umanoidi su larga scala.
Gli obiettivi sono colossali. Una capitalizzazione di mercato fino a 8,5 trilioni di dollari nel 2035, 20 milioni di veicoli consegnati, un milione di robot attivi, margini operativi record. Oggi Tesla vale circa 1,5 trilioni e ha prodotto otto milioni di auto. Il nuovo piano lega l'intero premio a risultati di lungo periodo: Musk riceverà le azioni solo se il valore di Tesla crescerà in dodici tappe fino al traguardo finale. In caso di successo, la sua quota salirebbe al 25%, assicurandogli un controllo mai visto nella storia recente di Wall Street.
Le critiche non sono mancate. I principali proxy advisor, Glass Lewis e ISS, hanno raccomandato di votare contro. Anche i grandi investitori istituzionali hanno espresso preoccupazione. Norges Bank Investment Management, che gestisce il fondo sovrano norvegese, ha parlato di «dimensione eccessiva dell'incentivo, rischio di diluizione e mancanza di misure contro il key person risk». Sulla stessa linea il fondo pensione californiano CalPERS, secondo cui il piano concentra troppo potere nelle mani di un solo uomo. «È un consiglio messo con le spalle al muro da un amministratore onnipotente», ha detto Charles Elson, esperto di governance alla University of Delaware.
Musk, che possiede il 15,3% del capitale, aveva fatto intendere che avrebbe potuto dedicarsi di più a SpaceX, Neuralink e xAI se non avesse ottenuto garanzie adeguate. Una minaccia che, per molti, ha influenzato il voto più dei numeri. «È un fondatore che tiene in ostaggio la sua azienda», ha commentato Gautam Mukunda della Yale School of Management. Ma per la maggior parte dei piccoli azionisti, attratti dal mito di Musk, la scelta era scontata: «Se il titolo deve salire di sei volte perché lui riceva il bonus, allora vinceremo tutti», ha detto Nancy Tengler, di Laffer Tengler Investments.
Dietro la vittoria del ceo resta però una questione irrisolta. Ovvero cosa accadrebbe a Tesla senza di lui? Molti analisti ritengono che il valore di mercato della società dipenda più dalle promesse del fondatore che dai fondamentali finanziari. «Se pensi che l'uscita di Musk possa far crollare il titolo, non vuoi che accada mentre sei tu al comando», ha spiegato David Larcker della Stanford University sui media statunitensi.
Il voto segna anche un passaggio politico per Tesla. Dopo la bocciatura in Delaware del pacchetto del 2018, da 56 miliardi di dollari, il gruppo si è reincorporato in Texas, dove la legge rende più difficile contestare in tribunale decisioni del management. Una mossa che rafforza la posizione di Musk e riduce gli spazi di opposizione per i soci critici.
Per ora il fondatore può festeggiare. L'approvazione del piano gli garantisce un orizzonte decennale per consolidare il suo impero industriale, dal cielo allo spazio. Ma segna anche un precedente inquietante: il trionfo dell'uomo sul sistema, del carisma sulla governance. Se Tesla dovesse davvero toccare gli 8,5 trilioni di capitalizzazione, Musk non diventerebbe solo il primo trilionario della storia, ma l'emblema di un capitalismo fondato più sulle promesse che sui bilanci. —

 

 

 

 

Caro Marco,

 

Volevo informarvi che la Commissione Europea ha appena avviato una procedura d'infrazione contro l'Italia in materia di diritti degli azionisti. Come sapete, questo è un punto che abbiamo portato all'attenzione della Commissione Europea nella nostra lettera e durante gli incontri.

 

Pacchetto infrazioni di maggio: decisioni chiave

 

La Commissione invita l'ITALIA a recepire correttamente la direttiva sui diritti degli azionisti nelle società quotate
La Commissione Europea ha deciso di avviare una procedura di infrazione inviando una lettera di costituzione in mora all'Italia (INFR(2025)4004) per il mancato recepimento corretto della Direttiva sui Diritti degli Azionisti ( Direttiva 2007/36/CE ). Il coinvolgimento a lungo termine degli azionisti nelle società in cui investono è essenziale per garantire che le società siano ben governate e sostenibili. La Direttiva tutela e rafforza gli azionisti promuovendo la trasparenza, la responsabilità e il buon governo societario nelle società quotate. Stabilisce una serie di regole e diritti che garantiscono agli azionisti di avere voce in capitolo nelle società in cui investono e che i loro interessi siano rappresentati e rispettati. La legge italiana mina la libertà degli azionisti di scegliere il proprio rappresentante per le assemblee generali senza limitazioni, imponendo invece un rappresentante designato dalla società. Così facendo, viola il diritto degli azionisti, previsto dalla Direttiva, di presentare delibere su qualsiasi punto all'ordine del giorno, compresi quelli aggiunti di recente, negando così ai rappresentanti designati dalla società gli stessi diritti a cui avrebbero diritto gli azionisti che rappresentano. La Commissione invia pertanto una lettera di costituzione in mora all'Italia, che ha ora due mesi di tempo per rispondere e porre rimedio alle carenze sollevate dalla Commissione. In assenza di una risposta soddisfacente, la Commissione potrà decidere di emettere un parere motivato.

 

Auguri

Severina

08,05.25

 

 

 

TO.03.02.23

 

Ill.mo Signor Presidente della Corte Costituzionale Augusto Barbera

Ill.mo Capo dello Stato Sergio Mattarella

Ill.mo Presidente del Senato

Ill.mo Presidente della Camera

Ill.ma Presidente del Consiglio

 

In questi giorni e’ in approvazione l’atto della Camera: n.1515 , Senato n.674. - "Interventi a sostegno della competitività dei capitali e delega al Governo per la riforma organica delle disposizioni in materia di mercati dei capitali recate dal testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e delle disposizioni in materia di società di capitali contenute nel codice civile applicabili anche agli emittenti" (approvato dal Senato) (1515) .

L’articolo 11 (Svolgimento delle assemblee delle società per azioni quotate) modificato al Senato, consente, ove sia contemplato nello statuto, che le assemblee delle società quotate si svolgano esclusivamente tramite il rappresentante designato dalla società. In tale ipotesi, non è consentita la presentazione di proposte di deliberazione in assemblea e il diritto di porre domande è esercitato unicamente prima dell’assemblea. Per effetto delle modifiche apportate al Senato, la predetta facoltà statutaria si applica anche alle società ammesse alla negoziazione su un sistema multilaterale di negoziazione; inoltre, sempre per effetto delle predette modifiche, sono prorogate al 31 dicembre 2024 le misure previste per lo svolgimento delle assemblee societarie disposte con riferimento all’emergenza Covid-19 dal decreto-legge n. 18 del 2020, in particolare per quanto attiene l’uso di mezzi telematici. L’articolo 11 introduce un nuovo articolo 135-undecies.1 nel TUF – Testo Unico Finanziario (D. Lgs. n. 58 del 1998) il quale consente, ove sia contemplato nello statuto, che le assemblee delle società quotate si svolgano esclusivamente tramite il rappresentante pagato e designato dalla società. Le disposizioni in commento rendono permanente, nelle sue linee essenziali, e a condizione che lo statuto preveda tale possibilità, quanto previsto dall’articolo 106, commi 4 e 5 del decreto-legge 17 marzo 2020, n. 18, che ha introdotto specifiche disposizioni sullo svolgimento delle assemblee societarie ordinarie e straordinarie, allo scopo di contemperare il diritto degli azionisti alla partecipazione e al voto in assemblea con le misure di sicurezza imposte in relazione all’epidemia da COVID-19. Il Governo, nella Relazione illustrativa, fa presente che la possibilità di continuare a svolgere l’assemblea esclusivamente tramite il rappresentante designato tiene conto dell’evoluzione, da tempo in corso, del modello decisionale dei soci, che si articola, sostanzialmente, in tre momenti: la presentazione da parte del consiglio di amministrazione delle proposte di delibera dell’assemblea; la messa a disposizione del pubblico delle relazioni e della documentazione pertinente; l’espressione del voto del socio sulle proposte del consiglio di amministrazione. In questo contesto, viene fatta una affermazione falsa e priva di ogni fondamento giuridico: che  l’assemblea ha perso la sua funzione informativa, di dibattito e di confronto essenziale al fine della definizione della decisione di voto da esprimere. Per cui non e’ vero che la partecipazione all’assemblea si riduca, in particolar modo, per gli investitori istituzionali e i gestori di attività, nell’esercizio del diritto di voto in una direzione definita ben prima dell’evento assembleare, all’esito delle procedure adottate in attuazione della funzione di stewardship e tenendo conto delle occasioni di incontro diretto, chiuse ai risparmiatori,  con il management della società in applicazione delle politiche di engagement.

Per cui in questo contesto, si verrebbe ad applicare una norma di esclusione dal diritto di partecipazione alle assemblee degli azionisti da parte di chi viene tutelato, anche attraverso il diritto  alla partecipazione alle assemblee dall’art.47 della Costituzione oltre che dall’art.3 della stessa per una oggettiva differenza di diritti fra cittadini azionisti privati investitori che non possso piu’ partecipare alle assemblee e ed azionisti istituzionali che invece godono di incontri diretti privati e riservati con il management della società in applicazione delle politiche di engagement.

Il che crea una palese ed illegittima asimmetria informativa legalizzata in Italia rispetto al contesto internazionale in cui questo divieto di partecipazione non sussiste. Anzi gli orientamenti europei vanno da anni nella direzione opposta che la 6 commissione presieduta dal sen.Gravaglia volutamente dimostra di voler ignorare.

Viene da chiedersi perche’ la maggioranza ed il Pd abbiano approvato questo restringimento dei diritti costituzionali ?

Tutto cio’ mentre Elon Musk ha subito una delle più grandi perdite legali nella storia degli Stati Uniti questa settimana, quando l'amministratore delegato di Tesla è stato privato del suo pacchetto retributivo di 56 miliardi di dollari in una causa intentata da Richard Tornetta che ha fatto causa a Musk nel 2018, quando il residente della Pennsylvania possedeva solo nove azioni di Tesla. Il caso è arrivato al processo alla fine del 2022 e martedì un giudice si è schierato con Tornetta, annullando l'enorme accordo retributivo perché ingiusto nei suoi confronti e nei confronti di tutti i suoi colleghi azionisti di Tesla.

La giurisprudenza societaria del Delaware è piena di casi che portano i nomi di singoli investitori con partecipazioni minuscole che hanno finito per plasmare il diritto societario americano.

Molti studi legali che rappresentano gli azionisti hanno una scuderia di investitori con cui possono lavorare per intentare cause, afferma Eric Talley, che insegna diritto societario alla Columbia Law School. Potrebbe trattarsi di fondi pensione con un'ampia gamma di partecipazioni azionarie, ma spesso si tratta anche di individui come Tornetta.

Il querelante firma i documenti per intentare la causa e poi generalmente si toglie di mezzo, dice Talley. Gli investitori non pagano lo studio legale, che accetta il caso su base contingente, come hanno fatto gli avvocati nel caso Musk.

Tornetta beneficia della vittoria della causa nello stesso modo in cui ne beneficiano gli altri azionisti di Tesla: risparmiando all'azienda i miliardi di dollari che un consiglio di amministrazione asservito pagava a Musk.

Gli esperti hanno detto che persone come Tornetta sono fondamentali per controllare i consigli di amministrazione. I legislatori e i giudici desiderano da tempo che siano le grandi società di investimento a condurre queste controversie aziendali, poiché sono meglio attrezzate per tenere d'occhio le tattiche dei loro avvocati. Ma gli esperti hanno detto che i gestori di fondi non vogliono mettere a repentaglio i rapporti con Wall Street.

Quindi è toccato a Tornetta affrontare Musk.

"Il suo nome è ora impresso negli annali del diritto societario", ha detto Talley. "I miei studenti leggeranno Tornetta contro Musk per i prossimi 10 anni". Questa e’ democrazia e trasparenza vera non quella votata da maggioranza e Pd.

Infatti da 1 anno avevo chiesto di essere udito dal Senato che mi ignorato nella totale indifferenza della 6 commissione . Mentre lo sono stati sia il recordman professionale dei rappresentanti pagati degli azionisti , l’avv.Trevisan , sia altri ispiratori e sostenitori della modifica normativa proposta. Per cui mi e’ stata preclusa ogni osservazione non in linea con la proposta della 6 commissione del Senato che ha esaminato ed emendato il provvedimento e questo viola i principi di indipendenza e trasparenza delle camera e senato: dov’e’ interesse pubblico a vietare le assemblee agli azionisti per ragioni pandemiche nel 2024 ?

La prova più consistente che tale articolo non ha alcuna ragione palese per essere presentato e’ che sono state di fatto rese permanenti le misure introdotte in via temporanea per l’emergenza Covid-19 In sintesi, il menzionato articolo 106, commi 4 e 5 - la cui efficacia è stata prorogata nel tempo e, da ultimo, fino al 31 luglio 2023 dall’articolo 3, comma 1, del decreto-legge 30 dicembre 2021, n. 228 - prevede che le società quotate possano designare per le assemblee ordinarie o straordinarie il rappresentante designato, previsto dall'articolo 135-undecies TUF, anche ove lo statuto preveda diversamente; inoltre, la medesima disposizione consente alle società di prevedere nell’avviso di convocazione che l’intervento in assemblea si svolga esclusivamente tramite il rappresentante designato, al quale potevano essere conferite deleghe o sub-deleghe ai sensi dell’articolo 135-novies del TUF. L'articolo 135-undecies del TUF dispone che, salvo diversa previsione statutaria, le società con azioni quotate in mercati regolamentati designano per ciascuna assemblea un soggetto al quale i soci possono conferire, entro la fine del secondo giorno di mercato aperto precedente la data fissata per l'assemblea, anche in convocazione successiva alla prima, una delega con istruzioni di voto su tutte o alcune delle proposte all'ordine del giorno. La delega ha effetto per le sole proposte in relazione alle quali siano conferite istruzioni di voto, è sempre revocabile (così come le istruzioni di voto) ed è conferita, senza spese per il socio, mediante la sottoscrizione di un modulo il cui contenuto è disciplinato dalla Consob con regolamento. Il conferimento della delega non comporta spese per il socio. Le azioni per le quali è stata conferita la delega, anche parziale, sono computate ai fini della regolare costituzione dell'assemblea mentre con specifico riferimento alle proposte per le quali non siano state conferite istruzioni di voto, le azioni non sono computate ai fini del calcolo della maggioranza e della quota di capitale richiesta per l'approvazione delle delibere. Il soggetto designato e pagato come rappresentante è tenuto a comunicare eventuali interessi che, per conto proprio o di terzi, abbia rispetto alle proposte di delibera all’ordine del giorno. Mantiene altresì la riservatezza sul contenuto delle istruzioni di voto ricevute fino all'inizio dello scrutinio, salva la possibilità di comunicare tali informazioni ai propri dipendenti e ausiliari, i quali sono soggetti al medesimo dovere di riservatezza. In forza della delega contenuta nei commi 2 e 5 dell'articolo 135-undecies del TUF la Consob ha disciplinato con regolamento alcuni elementi attuativi della disciplina appena descritta. In particolare, l'articolo 134 del regolamento Consob n. 11971/1999 ("regolamento emittenti") stabilisce le informazioni minime da indicare nel modulo e consente al rappresentante che non si trovi in alcuna delle condizioni di conflitto di interessi previste nell'articolo 135-decies del TUF, ove espressamente autorizzato dal delegante, di esprimere un voto difforme da quello indicato nelle istruzioni nel caso si verifichino circostanze di rilievo, ignote all'atto del rilascio della delega e che non possono essere comunicate al delegante, tali da ARTICOLO 11 42 far ragionevolmente ritenere che questi, se le avesse conosciute, avrebbe dato la sua approvazione, ovvero in caso di modifiche o integrazioni delle proposte di deliberazione sottoposte all'assemblea. Più in dettaglio, per effetto del comma 4 dell'articolo 106, le società con azioni quotate in mercati regolamentati possono designare per le assemblee ordinarie o straordinarie il rappresentante al quale i soci possono conferire deleghe con istruzioni di voto su tutte o alcune delle proposte all'ordine del giorno, anche ove lo statuto disponga diversamente. Le medesime società possono altresì prevedere, nell’avviso di convocazione, che l’intervento in assemblea si svolga esclusivamente tramite il rappresentante designato, al quale possono essere conferite anche deleghe o sub-deleghe ai sensi dell’articolo 135-novies del TUF, che detta le regole generali (e meno stringenti) applicabili alla rappresentanza in assemblea, in deroga all’articolo 135-undecies, comma 4, del TUF che, invece, in ragione della specifica condizione del rappresentante designato dalla società, esclude la possibilità di potergli conferire deleghe se non nel rispetto della più rigorosa disciplina prevista dall'articolo 135-undecies stesso. Per effetto del comma 5, le disposizioni di cui al comma 4 sono applicabili anche alle società ammesse alla negoziazione su un sistema multilaterale di negoziazione e alle società con azioni diffuse fra il pubblico in misura rilevante. Le disposizioni in materia di assemblea introdotte dalle norme in esame non sono state approvate dal M5S il cui presidente , avv.Conte, aveva introdotto tali norme esclusivamente per il periodo Covid. Per cui l’articolo 11 in esame, come anticipato, introduce un nuovo articolo 135- undecies.1 nel Testo Unico Finanziario, ai sensi del quale (comma 1) lo statuto di una società quotata può prevedere che l’intervento in assemblea e l’esercizio del diritto di voto avvengano esclusivamente tramite il rappresentante designato dalla società, ai sensi del già illustrato supra articolo 135-undecies. A tale rappresentante possono essere conferite anche deleghe o sub-deleghe ai sensi dell'articolo 135-novies, in deroga all'articolo 135-undecies, comma 4. La relativa vigilanza è esercitata, secondo le competenze, dalla Consob (articolo 62, comma 3 TUF e regolamenti attuativi) o dall’Autorità europea dei mercati finanziari – ESMA.

L’ESMA non e’ stata mai sentita dal sen.Gravaglia su questo articolo mentre la Consob ha espresso parere contrario che sempre lo stesso ha ignorato. Ma i soprusi non finiscono qui : il comma 3 del nuovo articolo 135-undecies.1 chiarisce che, nel caso previsto dalle norme in esame. il diritto di porre domande (di cui all’articolo 127-ter del TUF) è esercitato unicamente prima dell’assemblea. La società fornisce almeno tre giorni prima dell’assemblea le risposte alle domande pervenute. In sintesi, ai sensi dell’articolo 127-ter, coloro ai quali spetta il diritto di voto possono porre domande sulle materie all'ordine del giorno anche prima dell'assemblea. Alle domande pervenute prima dell'assemblea è data risposta al più tardi durante la stessa. La società può fornire una risposta unitaria alle domande aventi lo stesso contenuto. L’avviso di convocazione indica il termine entro il quale le domande poste prima dell'assemblea devono pervenire alla società. Non è dovuta una risposta, neppure in assemblea, alle domande poste prima della stessa, quando le informazioni richieste s

 

iano già disponibili in formato "domanda e risposta" nella sezione del sito Internet della società ovvero quando la risposta sia stata pubblicatma 7, del TUF relativo allo svolgimento delle assemblee di società ed enti. Per effetto delle norme introdotte, al di là delle disposizioni contenute nell’articolo in esame che vengono rese permanenti (v. supra), sono prorogate al 31 dicembre 2024 tutte le altre misure in materia di svolgimento delle assemblee societarie – dunque non solo quelle relative alle società quotate – previste nel corso dell’emergenza Covid-19. Questo che e’ un capolavoro di capziosità di un emendamento della sen.Cristina Tajani PD , ricercatrice e docente universitaria, di indifferenziazione parlamentare negli obiettivi : dal momento che le misure previste dall’art.11 in oggetto prevedono per essere applicabili il loro recepimento statutario, lo stesso viene ottenuto nel 2024 per ragioni di Covid,  con il rappresentante pagato , che ovviamente non porrà alcuna opposizione neppure verbale.

Illustri Presidenti se questa non e’ una negazione degli art.47 e 3 della Costituzione,  contro la democrazia e trasparenza societaria , cos’e ?

Al termine di questa mia riflessione vorrei capire se in questo nostro paese esiste ancora uno spazio di rispettosa discussione democratica o di tutela giuridica nei confronti di una decisione arbitraria di una classe dirigente qui’ palesemente opaca.

Confido in una vs risposta costruttiva di rispetto della libertà progressista di un paese evoluto ma stabile e garante nei diritti delle minoranze . Anche perché quello che ho anticipato con Edoardo Agnelli sul futuro della Fiat dal 1998 in poi si e’ tristemente avverato, e solo oggi, forse,  e’ diventato di coscienza comune ,  anche se a me e’ costato pesanti ritorsioni personali da parte degli organi di polizia e giustizia torinese e della Facolta’ di Economia Commercio di Torino . Ed ad Edoardo Agnelli la morte. Non e’ impedendomi di partecipare alle assemblee che Fiat & C ritorneranno in Italia, perché nel frattempo non esistono più a causa anche di chi a Torino e Roma gli ha concesso di fare tutto quello che di insensato hanno fatto dal 1998 in poi anche contro se stessi oltre che i suoi lavoratori ed azionisti, calpestando brutalmente chi osava denunciarlo pubblicamente nel tentativo, silenziato, di fermare la distruzione di un orgoglio e una risorsa nazionale. Giugiaro racconta che quando la Volkswagen gli chiese di fare la Golf gli presento’ la Fiat 128 come esempio inarrivabile. Oggi Tavares si presenta in Italia come il nuovo Napoleone , legittimato da Yaky e scortato dalla DIGOS per difenderlo da Marco BAVA che vorrebbe solo documentargli che l’industria automobilistica italiana ha una storia che gli errori di 3 persone non debbono poter cancellare. Anche se la storia finora ha premiato chi ha consentito il restringimento dei diritti in questo paese la frana del futuro travolgerà tutti.

Basta chiederlo a Montezemolo che tutto questo lo sa e lo ha vissuto direttamente.

 

UNA ATTUALIZZAZIONE DEL:

DISCORSO DEL 30.05.1924
Giacomo Matteotti
Matteotti: «Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919».
Voci: «Non è vero! Non è vero! » .
Finzi, sottosegretario di Stato per l'interno: «Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi! » .
Matteotti: «Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente questo, che l'onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero, sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni)».
Finzi: «Non è così! » .
Matteotti: «Porterò i giornali vostri che lo attestano».
Finzi: «Lo domandi all'onorevole Merlin che è più vicino a lei! L'onorevole Merlin cristianamente deporrà».
Matteotti: «L'on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) e, signori che mi interrompete, anche qui nell'assemblea? (Rumori a destra)».
Teruzzi: «È ora di finirla con queste falsità».
Matteotti: «L'inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell'onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all'oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)».
Una voce "Non è vero, non fu impedito niente (Rumori)".
Matteotti: «Allora rettifico! Se l'onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L'onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli doveva parlare... (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all'estrema sinistra)».
Presidente: «Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda».
Matteotti: «L'Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito...».
Voci: «Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti! » .
Gonzales: «I fatti non sono improvvisati! » .
Matteotti: «Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell'Assemblea... (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell'onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell'onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell'opposizione costituzionale, l'onorevole Amendola, e che fu impedita... (Oh, oh! – Rumori)».
Voci da destra: «Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d'accordo tutti! » .
Matteotti: «Vuol dire dunque che il termine "sovversivo" ha molta elasticità! » .
Greco: «Chiedo di parlare sulle affermazioni dell'onorevole Matteotti».
Matteotti: «L'onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città.. .».
Presutti: «Dica bande armate, non corpi armati! » .
Matteotti: «Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!» .
Voci di destra: «Per paura! Per paura! (Rumori – Commenti)».
Farinacci: «Vi abbiamo invitati telegraficamente! » .
Matteotti: «Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell'avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che "qualcuno di noi ha provocato" e come "in seguito a provocazioni" i fascisti "dovettero" legittimamente ritorcere l'offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)».
Voci da destra: «L'avete studiato bene! » .
Pedrazzi: «Come siete pratici di queste cose, voi! » .
Presidente: «Onorevole Pedrazzi! » .
Matteotti: «Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni! » .
Voci a destra: «Avevano paura! » .
Turati Filippo: «Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c'erano i briganti, avevano paura (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra)».
Una voce: «Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato».
Turati Filippo: «Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra)».
Presidente: «Concluda, onorevole Matteotti. Non provochi incidenti! » .
Matteotti: «Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! » (Approvazioni a sinistra – Rumori prolungati)
Presidente: «Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l'onorevole Rossi...».
Matteotti: «Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)».
Casertano, presidente della Giunta delle elezioni: «Chiedo di parlare».
Presidente: «Ha facoltà di parlare l'onorevole presidente della Giunta delle elezioni. C'è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta».
Matteotti: «Onorevole Presidente! . ..».
Presidente: «Onorevole Matteotti, se ella vuoi parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente».
Matteotti: «Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente! » .
Presidente: «Parli, parli».
Matteotti: «I candidati non avevano libera circolazione... (Rumori. Interruzioni)».
Presidente: «Facciano silenzio! Lascino parlare! » .
Matteotti: «Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l'indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all'estero (Commenti)».
Una voce "Erano disoccupati! ".
Matteotti: «No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate».
Voci da destra: «E quando li boicottate voi? » .
Farinacci: «Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco! » .
Matteotti: «Uno dei candidati, l'onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto... (Rumori)».
Voci: «E Berta? Berta!».
Matteotti: «Conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe – stato per essere il destino suo all'indomani. (Rumori) Ma i candidati – voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi – i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all'estrema sinistra) Un'altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi – anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante – risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l'unica garanzia possibile, l'ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l'unico controllo, l'unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo – e l'onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere – fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall'opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c'è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza – con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni».
Una voce a destra: «Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti! » .
Matteotti: «Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l'Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all'ordine del giorno dal presidente del Consiglio per l'atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la "regola del tre". Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente».
Finzi: «Evidentemente lei non c'era! Questo metodo non fu usato! » .
Matteotti: «Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato».
Finzi: «Lo provi».
Matteotti: «In queste regioni tutti gli elettori».
Ciarlantini: «Lei ha un trattato, perché non lo pubblica? » .
Matteotti: «Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio (Vivi rumori interruzioni)».
Suardo: «L'onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall'Aula. (Rumori – Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l'onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest'Aula. (Applausi, commenti)».
Teruzzi: «L'onorevole Suardo è medaglia d'oro! Si vergogni, on. Matteotti». (Rumori all'estrema sinistra).
Presidente: «Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda! » .
Matteotti: «lo posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell'Italia prefascista, ma che dall'Italia fascista ha avuto l'onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo».
Torre Edoardo: «Basta, la finisca! (Rumori, commenti). Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori – Alcuni deputati scendono nell'emiciclo). Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti – Rumori)».
Voci: «Vada in Russia! »
Presidente: «Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda! » .
Matteotti: «Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l'oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all'estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera). Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno (Rumori)... per queste ragioni noi domandiamo l'annullamento in blocco della elezione di maggioranza. Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l'autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l'intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l'opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni».
Terminato così il suo intervento, Matteotti dice ai suoi compagni di partito: «Io, il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me». —

 

 

 

LO SFASCIO DI JAKY-MARCHIONNE:

 

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Cara Giovanna Boursier

Ho visto il suo ottimo servizio ben documentato e non di parte .

La storia della targa della Ferrari Testarossa  grigia cabrio di GA che stava nel garage di Frescot entrando sulla destra e' che io come azionista Ifi l'avevo trovata nelle immobilizzazioni, chiesi a GA che ci stava a fare e lui la fece reimatricolare a suo nome con quella targa. Non la usava perche' mi disse che la trovava scomoda e preferiva le Fiat. L'uso' Giovanni Alberto Agnelli che ebbe un'incidente sulla Torino-Milano. Così mi disse Edoardo a cui il padre non la fece mai guidare. Edoardo aveva le Ferrari  in uso direttamente da Enzo Ferrari.

Chi sta chiudendo la Marelli e'  KKR che vorrebbe comprare la rete Tim pagandola 6 volte il suo valore come Enimont quando fu venduta da Gardini ad Eni.

A Carlo De Benedetti avevo proposto di acquisire la Fiat prima che arrivasse Marchionne, mi ha riso al TELEFONO.

Bianca Carretto forse dimentica che prima della Peugeot la Fiat fu offerta da Jaky a Renault a cui l'ho fatta saltare grazie a Nissan. Infatti poi i rapporti fra Nissan e Renault sono cambiati.

Poi Peugeot ha pagato la Fiat 2,9 miliardi rispetto ai 5 richiesti perché non c'era nessuno che volesse comprare FIAT.

Non e' vero che Marchionne ha saputo gestire la Fiat. Non capiva nulla di auto. Infatti non ha investito su LANCIA , come invece sta facendo Tavares. Maserati in 5 anni non poteva fare concorrenza a Porsche  che investe da 50 anni ! 

Marchionne non ha mai saputo scegliere un 'auto nelle presentazioni, chiedeva di farlo a chi lo avrebbe dovuto assistere !

La chimera del progetto fabbrica italiana ve la siete dimenticata tutti ?

Come le condanne per atteggiamento antisindacale a cui è stato condannato piu' volte Marchionne ?

Come De Benedetti non ne capisce nulla di computer visto che aveva il padre del Surface con Quaderno e ne' lui ne' Passera lo hanno capito.

Infatti il progetto della 500 elettrica e' sbagliato e voluto da Marchionne e realizzato da Jaky  investendo tanti soldi .

Proposte d'investimento agli Agnelli e De Benedetti vengono fatte da sempre da chi guadagna le commissioni, per cui quello che fa Jaky lo facevano anche Gabetti ed altri a NY con IFINT.

Inoltre i rapporti diretti internazionali sono tantissimo. Io in un we a Garavicchio a casa di Carlo Caracciolo mi sono trovato in piscina ed a tavola con il marito di Margherita, Giovanni Alberto, Edoardo e Carlo Caracciolo che mi ha chiesto come poteva difendersi da Carlo De Bebedetti. Io gli suggerii di entrare in Cofide e lui lo fece. 3 mesi dopo GA, dandomi il 5,  mi soprannominò in pubblico Mark Spitz,  per comunicarmi che sapeva tutto .

Il patrimonio di Gianni Agnelli io lo stimo in 100 miliardi , con dei parametri approvati da Grande Stevens, per cui a MARGHERITA hanno dato l'1%.

Il patrimonio di G.A lo gestivano Gabetti e Bormida.

Margherita e' come sua madre , prende tempo per allargarsi . Edoardo no infatti e' stato ucciso perche' non voleva rinunciare ai suoi diritto ereditari sulla Dicembre, a cui il Pm di Mondovi, Bausone non credeva , quando glielo dissi 2 giorni dopo l'omicidio di Edoardo.

L'ex Bertone finirà come Termoli.

IL RESTO glielo allego come anticipazione di un libro che forse uscira'.

La proposta del Marocco e' stata fatta ai fornitori gia' a Torino all'Hotel Ambasciatori nelle stesse ore in cui a 200 metri all'Hotel Concorde c'era il ministro Pichetto, a cui l'ho detto senza ricevere alcuna risposta, come per la mia proposta del progetto dell'H2 per autotrazione che rilancerebbe l'intera economia nazionale, produzione auto compresa che allego.

Tenete conto che dietro ogni persona c'e' un uomo nero, quello di Jaky per me e' a voi noto :Griva.

Resto a Sua disposizione per ogni chiarimento e documentazione,

Buon lavoro.

Marco BAVA

 

"L'Avvocato voleva adottare John Il controllo della Dicembre non cambia"
Jennifer Clark
"

Il libro
Così su La Stampa
Un rapporto difficile, quello dei tre fratelli Elkann con la madre Margherita, un problema «nato ben prima che lo scontro arrivasse nelle aule dei tribunali». Jennifer Clark, giornalista, già caporedattrice per l'Italia di Dow Jones dopo le esperienze a Bloomberg e Reuters, ha seguito per anni le vicende degli Agnelli. Recentemente ha pubblicato per Solferino "L'ultima dinastia" sulla loro saga famigliare.
Clark, in una intervista ad Avvenire John Elkann parla per la prima volta di "un clima di violenza fisica e psicologica" subìto da lui e dagli altri due fratelli Elkann da parte della madre. Da dove nasce, secondo lei, quella tensione?
«Per scrivere il libro ho parlato a lungo con gli esponenti della famiglia, a partire da John. Il problema dei figli Elkann con la madre viene da lontano perché, in un certo senso, è la conseguenza dei problemi di Margherita ed Edoardo con i genitori, in particolare con il padre, l'Avvocato».
Lei scrive che Gianni Agnelli era un padre poco affettuoso. Che rapporto c'è tra questo e lo scontro di Margherita con i tre figli Elkann?
«Lo squilibrio diviene palese quando Margherita divorzia da Alain Elkann e si risposa con Serge de Phalen. Due mondi quasi opposti: dallo scrittore parigino bohemien al nobile russo che sogna il ritorno della grande Russia dei Romanov. Margherita si converte alla religione ortodossa. Inizia a dipingere icone. E vorrebbe che diventassero ortodossi anche John, Lapo e Ginevra. Li costringe a dire le preghiere e a partecipare ai campi estivi dei nostalgici zaristi in Francia che ogni mattina li fanno assistere all'alza bandiera con lo stendardo imperiale dell'aquila a due teste. I figli del secondo matrimonio sono russi a tutti gli effetti e vivono a loro agio in quel mondo. I figli Elkann no. A questo punto intervengono i nonni».
In che modo?
«Chiamando sempre più spesso i tre nipoti a trascorrere lunghi periodi con loro. Per sottrarli a quel mondo estraneo. Per questo John dice oggi che è stata decisiva per lui e i fratelli la protezione dei nonni. Ma questo ha finito per rendere i rapporti tra Margherita e i suoi genitori ancora più difficili».
Il nonno aveva dato ai nipoti l'affetto che era mancato alla figlia come se l'affettività avesse saltato una generazione?
«Esattamente. Il rapporto tra i nipoti e il nonno è diventato sempre più stretto al punto che un giorno l'Avvocato accarezzò l'idea di adottare John. Come si sa poi non se ne fece nulla».
Se i rapporti erano tanto tesi perché allora, alla morte dell'Avvocato, Margherita accettò di rinunciare alle quote della Dicembre in cambio di denaro?
«Lei ha sempre sostenuto di averlo fatto nel tentativo di riportare la pace in famiglia. È anche vero che conosceva l'atto notarile con cui l'Avvocato, fin dal 1999, consegnava a John la gestione della Dicembre e quindi deve avere pensato che, persa la partita per il potere, tanto valeva giocarsi quella del denaro. Del resto, quell'atto del '99 era stato firmato da tutti i familiari, anche da lei».

NON E' VERO : EDOARDO NON LO HA MAI FIRMATO. PER QUESTO LO HANNO UCCISO. Mb
Lei ha poi tentato, e lo sta facendo ancora oggi, di rimettere in discussione quella scelta…
«Certo e questo è uno dei nodi delle cause legali. Ma la scelta di non partecipare alla Dicembre ha finito per isolare ancora di più Margherita. Si diceva che avesse confidato a Lupo Rattazzi le sue perplessità su futuro della Fiat: "Rischia di fare la fine della Parmalat". Erano gli anni in cui il fallimento della Parmalat aveva fatto molto rumore. Come se lei avesse scelto di scendere dalla nave nel momento di massima difficoltà dell'azienda. Già nel 2004, al matrimonio di John e Lavinia, la presenza di Margherita era stata incerta fino all'ultimo».
Da allora in poi la frattura si è andata allargando. Le battaglie in tribunale contro la madre Marella e ora contro i figli Elkann hanno aggravato la situazione. Quali conseguenze potranno avere secondo lei?
«Dal punto di vista della governance della Dicembre, la società che controlla la Giovanni Agnelli e, per il tramite di questa, Exor non credo che ci potranno essere conseguenze. L'atto notarile del 1999 non lascia scampo. Diverso è il discorso se passiamo dalla governance alle quote. È in teoria possibile che, se venisse accolta la tesi dei legali di Margherita, si riconosca il diritto della figlia di Gianni Agnelli ad avere la sua quota di legittima e dunque un pacchetto di azioni della Dicembre. Ma non credo proprio che questo impedirebbe a John di governare come fa oggi».

Si perché perderebbe il controllo in quanto il 75% passerebbe a Margherita ed il 25% Jaky 20% . Mb

 

 

 

 

 

TAVARES E  JAKY NEL 23

 

Un compenso da 36,5 milioni è adeguato per il ceo di una società capace di generare 18,6 miliardi di profitti e di versare ai soci quasi 8 miliardi? Per i proxy advisor […] no. In vista dell’assemblea del 16 aprile, […] Glass Lewis e Iss hanno raccomandato agli azionisti di Stellantis di votare contro gli stipendi percepiti […] dai manager del gruppo.



A loro giudizio, la paga del ceo Carlos Tavares è «eccessiva»: vale 518 volte il salario medio dei dipendenti di Stellantis che, intanto, sta attuando massicci piani di esuberi […].



[…] Iss ha criticato anche il benefit da 430 mila euro accordato al presidente John Elkann che ha potuto utilizzare l’aereo aziendale per scopi personali. I suggerimenti dei proxy sono di norma accolti dai fondi internazionali. Se al loro si aggiungesse il «no» del governo francese, socio di Stellantis al 9,9%, la relazione sui compensi potrebbe incorrere in una sfiducia. Dal valore consultivo, è vero; ma fortemente simbolico.

 

 

IL 10.12.23 PROGRAMMA TELEVISIVO SU L'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI SU  PIAZZA LIBERTA', il programma di informazione condotto da Armando Manocchia,  su BYOBLU CANALE 262 DT CANALE

https://www.byoblu.com/2023/12/10/piazza-liberta-di-armando-manocchia-puntata-87/

https://youtu.be/_DJONMxixO8?si=rKoapPc2-8JtHha8

https://youtu.be/B05tTBK-w0E?si=O5XxvZFIr61tYU7w

https://www.youtube.com/watch?v=t0OrCSg1IZc

https://www.youtube.com/watch?v=Mhi-IY_dfr4

 

https://www.youtube.com/watch?v=ej0LPowV9YI

 

OSSERVAZIONI

  1. IL GRANDE AMICO DI EDOARDO CON CUI FECE VIAGGI ERA LUCA GAETANI
  2. EA NON FECE MAI NESSUNA CESSIONE DEI SUOI DIRITTI EREDITARI
  3. NE' EBBE ALCUN DISSIDIO CON GIOVANNI ALBERTO AGNELLI, DA CUI SOGGIORNAVA ANDANDO E TORNANDO DA GARAVICCHIO.
  4. INFATTI QUANDO CI FU L'EPISODIO DEL KENIA FU GIOVANNI ALBERTO AGNELLI AD ANDARLO A TROVARE.
  5. I LEGAMI CON LA SORELLA MARGHERITA NON EERANO STRETTI COME QUELLI CON I CUGINI LUPO RATTAZZI ED EDUARDO TEODORANI FABBRI. INFATTI NON ESISTONO LETTERE FRA EDOARDO E MARGHERITA .
  6. DEL CAMBIO DELLA SUCCESSIONE DA GIOVANNI ALBERTO A JAKY EA LO HA SAPUTO DALLA MADRE CHE NE HA CONVITO GIANNI PER NON PERDERE I PRIVILEGI DELLA PRESIDENZA FIAT,
  7. L'INTERVISTA AL MANIFESTO FU PROPOSTA DA UN GIORNALISTA DI REPUBBLICA PERCHE' LUI L'AVREBBE VOLUTA FARE MA NON GLIELO PERMETTEVANO.
  8. NON CI SONO PROVE CHE EA FOSSE DEPRESSO,
  9. LA PATENTE DI EA LA TENEVA LA SCORTA E NON ERA SUL CRUSCOTTO MA NEL CASSETTO DELLA CROMA EX DELL'AVVOCATO CON MOTORE VOLVO E CAMBIO AUTOMATICO, NON BLINDATA.
  10. LE INDAGINI SULL'OMICIDIO DI EA SONO TUTT'ORA APERTE PRESSO LA PROCURA DI CUNEO.

 

 

GRIVA QUANDO ENTRA IN SCENA ?

L’IMPERO DI FAMIGLIA: ECCO PERCHÉ ADESSO RISCHIA DI CROLLARE TUTTO

Estratto dell’articolo di Ettore Boffano per “il Fatto quotidiano”

È l’attacco al cuore di un mito: quello degli Agnelli. E a pagarne le conseguenze più dure potrebbe essere lui, l’erede che non porta più quel cognome, John Elkann.
A rischio di veder messo in ballo il ruolo che suo nonno gli aveva assegnato: la guida dei tesori di famiglia. Tutto passa per la Svizzera, dove Marella Caracciolo, vedova dell’avvocato, ha sempre dichiarato di avere la residenza sin dagli anni 70.
E con la cui legge successoria ha poi regolato i conti con la figlia: per escludere Margherita dalla propria eredità e, soprattutto, permettere al nipote di diventare il nuovo capo della dinastia.
[…] quella residenza […] ora piomba nell’inchiesta per frode fiscale della Procura di Torino. E i pm hanno poteri di accertamento rapidi e quasi immediati […]. Vediamo, punto per punto, che cosa c’è e che cosa indica quel documento e come potrebbe segnare i clamorosi sviluppi delle indagini.



1) La residenza svizzera. È decisiva: per stabilire se sono validi sia l’accordo e il patto firmati da Marella con la figlia a Ginevra nel 2004, sulla successione dell’avvocato e sulla sua, sia il testamento e le due aggiunte con i quali ha indicato come eredi i nipoti John, Lapo e Ginevra.
E infine per accertare la possibile evasione fiscale sul suo patrimonio. Trevisan spiega che la vedova dell’avvocato, dal 2003 sino alla morte nel 2019, non ha mai vissuto in Svizzera i 180 giorni all’anno necessari per poter mantenere quel diritto. “Ha trascorso ogni anno, in media, oltre 189 giorni in Italia, 94 in Marocco e solo circa 68 in Svizzera”. Se tutto saltasse, Margherita tornerebbe in campo nel controllo dell’impero Agnelli.



2) Gli “espedienti” sulla residenza. Il legale indica anche le presunte mosse per mascherare la permanenza di Marella in Italia. […] “Occorreva non far risultare intestate a Marella Caracciolo le utenze degli immobili in Italia e i relativi rapporti di lavoro... Un appunto del commercialista Gianluca Ferrero suggeriva che non fossero a lei riconducibili né dipendenti né animali, facendo risultare che i domestici fossero alle dipendenze di Elkann […]”.



3) Il personale delle ville. La ricostruzione di Trevisan […] sembrerebbe confermare i “consigli” di Ferrero. I magistrati […] stanno […] ascoltando le testimonianze di chi gestiva le residenze di famiglia. Il legale di Margherita ha contato oltre 30 dipendenti […]. I contratti erano intestati formalmente a Elkann, ma loro erano sempre al servizio della nonna.

4) I testamenti, veri o falsi. Nell’esposto, Trevisan affida alla Procura […] il compito di esaminare l’autenticità del testamento di Marella Caracciolo e delle due “aggiunte”, redatti dal notaio svizzero Urs von Grunigen. […] il legale aveva già sostenuto che, secondo due diverse perizie grafiche, almeno nella seconda “aggiunta” la firma della signora “appare apocrifa, con elevata probabilità”. Giovedì pomeriggio, la Guardia di Finanza si è presentata alla Fondazione Agnelli, proprio per acquisire vecchi documenti firmati da Marella e confrontare le firme.



5) Le fiduciarie di famiglia. Le Fiamme Gialle hanno anche prelevato migliaia e migliaia di pagine e documenti legati a quattro diverse fiduciarie, tutte citate nell’esposto di Trevisan. Due di esse, la Simon Fiduciaria e la Gabriel Fiduciaria facevano riferimento, un tempo, all’avvocato Franzo Grande Stevens e oggi sono state assorbite nella Nomen Fiduciaria della famiglia Giubergia e nella banca privata Pictet di Ginevra.
Che cosa può nascondersi in quegli “scrigni” votati alla riservatezza? Due cose, entrambe importanti. La prima […] riguarda il fatto se in esse sia potuto transitare denaro proveniente da 16 società offshore delle Isole Vergini britanniche, tutte intestate o a Marella Agnelli o a “membri della famiglia”, come la “Budeena Consulting Inc.” che, da sola, aveva in cassa 900 milioni dollari.
La seconda riguarda la possibilità che gli inquirenti possano trovare le tracce degli scambi azionari, tra la nonna e i nipoti, della “Dicembre”, la società semplice creata dall’avvocato nel 1984 per custodire il tesoro di famiglia e che oggi consente a John Elkann di gestire, a cascata, i 25,5 miliardi di patrimonio della holding Exor.


2. INCHIESTA ELKANN: LA GDF A CACCIA DI SOCIETÀ OFFSHORE

Estratto dell’articolo di Marco Grasso per “il Fatto quotidiano”

IL TESTAMENTO DI MARELLA CARACCIOLO CON LE INTEGRAZIONI E LE FIRME
IL TESTAMENTO DI MARELLA CARACCIOLO CON LE INTEGRAZIONI E LE FIRME

Margherita Agnelli […] dà la caccia ai capitali offshore di famiglia, che le sarebbero stati occultati nell’accordo sull’eredità. La Procura di Torino cerca i redditi, potenzialmente enormi, che sarebbero stati occultati al Fisco, attraverso fiduciarie collegate a paradisi fiscali.

Questi due interessi potrebbero convergere se cadesse il baluardo che finora ha protetto la successione della dinastia più potente d’Italia: la presunta residenza elvetica di Marella Caracciolo, moglie di Gianni e madre di Margherita. Se saltasse questo cardine, le autorità italiane potrebbero contestare reati tributari e sanzioni fiscali agli Elkann, e questa storia, come una valanga, potrebbe travolgere anche i contenziosi civili sull ’eredità, aperti in Svizzera e in Italia.

Sono tre gli indagati nell’in chiesta condotta dal procuratore aggiunto Marco Gianoglio e dai pm Mario Bendoni e Giulia Marchetti: Gianluca Ferrero, commercialista della famiglia Agnelli e presidente della Juventus; Robert von Groueningen, amministratore dell’eredità di Marella Agnelli (morta nel 2019); John Elkann, nipote di Marella, presidente di Stellantis ed editore del gruppo Gedi.

L’ipotesi è di concorso in frode fiscale e in particolare di dichiarazione infedele al Fisco per gli anni 2018-2019. In base all’intesa sulla successione di Gianni Agnelli nel 2004 […] Margherita accetta l’estromissione dalle società di famiglia in cambio di 1,2 miliardi; ottiene l’usufrutto su vari beni immobiliari e si impegna a versare alla madre Marella un vitalizio mensile da 500 mila euro. Di questi soldi non c’è traccia nei 730, da cui mancano in altre parole 8 milioni di euro (3,8 milioni di tasse).

Il perché gli investigatori si concentrino su quel biennio è presto detto: per chi indaga Marella Caracciolo, malata di Parkinson, era curata in Italia. La Procura ritiene che passasse gran parte del tempo a Villa Frescot, a Torino, oltre 183 giorni l’anno, la soglia dopo la quale il Fisco ritiene probabile che una residenza estera sia fasulla. Per questo ieri il Nucleo di polizia economico finanziaria di Torino […] ha sentito sei testimoni vicini alla famiglia: personale che di fatto lavorava al servizio di Marella, ma che era stato assunto dopo la morte del nonno da John Elkann o da società a lui riconducibili, un artificio che avrebbe rafforzato la tesi della residenza estera della nonna.

Questo è l’anello che mette nei guai l’erede della casata. Per i pm il commercialista Ferrero avrebbe disposto le dichiarazioni dei redditi infedeli, mentre l’esecutore testamentario svizzero le avrebbe controfirmate.

Ci sono inoltre le indagini commissionate da Margherita Agnelli all’investigatore privato Andrea Galli, confluite in un esposto in mano alla Procura. Lo 007 ha ricostruito le spese nella farmacia di Lauenen, villaggio nel cantone di Berna in cui sulla carta viveva Marella Caracciolo: dalle fatture fra il 2015 e il 2018 emergerebbe che le spese mediche coprivano il solo mese di agosto. […]

GLI INQUIRENTI cercano di ricostruire il flusso di redditi, la riconducibilità dei patrimoni e documenti originali in grado di verificare la validità delle firme sui testamenti. Se dovesse essere rimessa in discussione la residenza di Marella, si aprirebbe un nuovo scenario: il Fisco potrebbe battere cassa e contestare mancati introiti milionari per Irpef, Iva, successione e Ivafe (tassa sui beni esteri). Gli Elkann sono pronti a difendersi dalle accuse, e hanno sempre contestato la ricostruzione di Margherita.

 

 

DOPO 25 ANNI MARGHERITA HA PENSATO AI FRATELLI DI YAKY, LAPO E GINEVRA , COME GLI AVEVA DETTO EDOARDO:

Margherita Agnelli vuole costringere per via giudiziaria i suoi tre figli Elkann a restituire i beni delle eredità di Gianni Agnelli (morto nel 2003) e Marella Caracciolo (2019).

Un’ordinanza della Cassazione pubblicata a gennaio mette in fila, sintetizzando i «Fatti in causa», le pretese della madre di John Elkann nella sua offensiva legale. Il punto d’arrivo è molto in alto nel sistema di potere dei figli: l’assetto della Dicembre, la cassaforte (60% John e 20% ciascuno Lapo e Ginevra Elkann) azionista di riferimento dell’impero Exor, Stellantis, Ferrari, Juventus, Cnh ecc. (35 miliardi).


[…] La Corte suprema nella sua ordinanza si occupa di una questione tecnica laterale, annullando parzialmente […] la decisione del tribunale di Torino di sospendere i lavori in attesa dei giudici svizzeri. […] la Cassazione […] sintetizza in modo neutrale le richieste di Margherita e cioè, innanzitutto, «che sia dichiarata l’invalidità o l’inefficacia del testamento della madre».



E dunque «che sia aperta la successione legittima, sia accertata in capo all’attrice (Margherita ndr) la sua qualità di unica erede legittima della madre, sia accertata la quota della quale la madre poteva disporre e […] sia accertata la lesione della quota di riserva a essa spettante». A questo punto ci deve essere «la conseguente reintegra della quota mediante riduzione delle donazioni, anche dirette e dissimulate, e condanna dei convenuti (gli Elkann, ndr) alle restituzioni».

Il tema delle donazioni è fondamentale perché potrebbero essere i «mattoni» con cui si è costruita la governance a trazione John nella Dicembre. Margherita «in ogni caso ha chiesto la dichiarazione della sua qualità di erede del padre (...) e la condanna dei convenuti a restituire i beni dell’eredità del padre».



La manovra legale è dunque tesa ad azzerare tutto, proiettando Margherita nel ruolo di unica erede legittima della madre. E nell’eventuale riconteggio dell’eredità materna entrerebbero le donazioni anche «indirette e dissimulate».



JOHN ELKANN CON LA MADRE MARGHERITA AGNELLI AL SUO MATRIMONIO CON LAVINIA BORROMEO
JOHN ELKANN CON LA MADRE MARGHERITA AGNELLI AL SUO MATRIMONIO CON LAVINIA BORROMEO

Nella costruzione dell’attuale assetto della Dicembre con John al comando sono state decisive alcune transazioni con la nonna Marella dopo la morte (2003) di Gianni Agnelli. Secondo i figli de Pahlen, […] per il calcolo della quota legittima, nel perimetro ereditario della nonna Marella dovrebbe entrare anche il «75% della Dicembre, per il caso in cui si accertasse la simulazione degli atti di compravendita, il cui valore è stimato in euro 3 miliardi». Sostengono anzi che la nonna abbia «effettuato donazioni delle partecipazioni della Dicembre al nipote John per (...) circa 3 miliardi».



John Elkann e la madre Margherita entrano nella cassaforte come soci nel 1996, con Gianni Agnelli al comando. Nel ’99 l’Avvocato modifica lo statuto e detta il futuro: «se manco o sono impedito — è il senso — tutti i poteri vanno a John» che, alla morte del nonno, sale al 58%.
L’anno dopo (2004) Margherita vende per 105 milioni il 33% alla madre ed esce dalla Dicembre sulla base del patto successorio. Subito dopo la nonna cede tutto ai nipoti, tenendo l’usufrutto: John si consolida al 60%, una leadership che nel suo entourage giudicano «inattaccabile», a Lapo e Ginevra il resto. È l’assetto attuale di cui però s’è avuta notizia ufficiale nel 2021, dopo 17 anni di carte, transazioni e patti tenuti nascosti. Un bug temporale a dir poco anomalo per una delle più influenti società in Europa, inspiegabilmente tollerato per anni dalla Camera di Commercio di Torino. Anche su questo fa leva la strategia di Margherita per «scalare» il sancta sanctorum degli Elkann.

 

«La costruzione di una residenza estera fittizia» in Svizzera di Marella Caracciolo «ha avuto una duplice e concorrente finalità: da un lato, sotto il profilo fiscale, evitare l’assoggettamento a tassazione in Italia di ingenti cespiti patrimoniali e redditi derivanti da tali disponibilità; dall’altro, sotto il profilo ereditario, sottrarre la successione» della vedova dell’Avvocato «all’ordinamento italiano»: lo scrivono i magistrati di Torino nel decreto di sequestro che ha portato al blitz di ieri (7 marzo) della guardia di finanza, nell’ambito dell’inchiesta sull’eredità Agnelli e sulle presunte «dichiarazioni fraudolente» dei redditi di Marella Caracciolo. Per questo, è scattata anche una nuova ipotesi di reato: «truffa aggravata ai danni dello Stato e di ente pubblico (Agenzia delle entrate)».

Eredità Agnelli, i 734 milioni di euro lasciati da Marella e l'appunto sulla residenza svizzera: «Una vita di spostamenti»
CRONACA
Eredità Agnelli, i pm e gli appunti della segretaria di Marella Agnelli: «Sono la prova che non viveva in Svizzera»
Tra i beni in questione - secondo il Procuratore aggiunto Marco Gianoglio e i pubblici ministeri Mario Bendoni e Giulia Marchetti - ci sarebbero 734.190.717 euro, «derivanti dall’eredità di Marella Caracciolo».

Per la truffa aggravata sono indagati i tre fratelli Elkann, John, Ginevra e Lapo, lo storico commercialista della famiglia Gianluca Ferrero e Urs Robert von Gruenigen, il notaio svizzero che curò la successione testamentaria.
Gli investigatori - emerge dal decreto - hanno messo le mani anche su un documento di quattro pagine «riepilogante in forma schematica i giorni di effettiva presenza in Italia di Marella Caracciolo»: morale, nel 2015 la moglie di Gianni Agnelli dimorò «in Svizzera meno di due mesi», contro i 298 giorni passati in Italia. Nel 2018 il conto è di 227 giorni in Italia e 138 all’estero. Significativa anche la denominazione dell’ultima pagina del documento: «Una vita di spostamenti».

 

Un secondo "round" si è combattuto ieri davanti al tribunale del riesame di Torino tra la Procura subalpina e lo staff di avvocati che difendono i fratelli Elkann, indagati per truffa ai danni dello Stato per non aver pagato la tassa di successione su una porzione di eredità della nonna, pari a 734 milioni di euro.



I penalisti hanno impugnato il decreto con cui i pm il 6 marzo hanno disposto un nuovo sequestro dei documenti […] già acquisiti dai finanzieri durante le perquisizioni del 7 febbraio. E gli inquirenti hanno risposto depositando ai giudici materiale investigativo finora inedito, tra cui delle intercettazioni e soprattutto i tredici verbali del personale al "servizio" di Marella Caracciolo.



La tesi accusatoria - secondo cui John Elkann avrebbe fatto figurare che domestici e infermiere lavoravano per lui, «al fine di non compromettere la possibilità che la defunta nonna fosse effettivamente residente in Svizzera» - «appare largamente confermato dalle dichiarazioni» degli ex dipendenti sentiti come testimoni in Procura. In sostanza, quasi tutti hanno confermato che prestavano assistenza alla signora Agnelli quando lei risiedeva nelle dimore torinesi, ossia per la maggior parte dell'anno.

Nel locale caldaie dell'abitazione del pupillo di Gianni Agnelli, […] i militari del nucleo economico finanziario di Torino hanno trovato una ventina di faldoni con i documenti di «domestici, cuochi, autisti, governante, guardarobiera, maggiordomi». Per realizzare quella che i pm ritengono esser una «strategia evasiva», ossia non pagare le tasse sull'eredità in Italia, John avrebbe assunto formalmente il personale delle residenze di Villa Frescot, Villa To e Villar Perosa che «assisteva di fatto Marella Caracciolo».


A sommarie informazioni è stata sentita anche Carla Cantamessa, che si occupava della gestione amministrativa delle abitazioni riconducibili alla famiglia Angelli-Elkann. […] «al momento della perquisizione (del 7 febbraio, ndr) contattava immediatamente Gianluca Ferrero (il commercialista di famiglia indagato, ndr), avvisandolo dell'arrivo della Finanza e mostrando timore e preoccupazione per documenti che avrebbe dovuto "nascondere"».



In quel momento, però, i finanzieri stavano bussando anche alla porta del commercialista, che quindi ha subito riagganciato il telefono. Tra il materiale che le è stato sequestrato ci sono anche documenti sui «giardinieri dismessi dal 2020», ossia successivamente alla morte di Marella. La "prova del nove" è che quasi tutti i dipendenti assunti da John sono stati licenziati dopo che sua nonna, il 23 febbraio 2019, è deceduta.


Secondo i legali degli Elkann non esistono gli estremi del reato di truffa ai danni dello Stato nel caso di mancato pagamento della tassa di successione. Avvalendosi anche di un parere del professore Andrea Perini, docente di diritto penale tributario, hanno specificato […] che al massimo si tratta di un illecito amministrativo. Per i pm, invece, gli «artifizi e i raggiri» previsti dal reato di truffa si sono concretizzati proprio nel trucco della residenza in Svizzera di Marella, con il quale i tre nipoti avrebbero «indotto in errore» l'Agenzia delle entrate […], e così facendo avrebbero tratto «l'ingiusto profitto» di risparmiare tra i 42 e i 63 milioni di euro di tasse.



Tra l'altro, la «strategia evasiva» è esplicitata nel cosiddetto «vademecum della truffa» redatto da Ferrero, in cui si consiglia a chiare lettere «di non sovraccaricare la posizione italiana di Marella Caracciolo», facendo assumere i suoi dipendenti al nipote maggiore. L'altro punto su cui insistono le difese è il «ne bis in idem», il principio in base al quale non si può essere giudicati due volte per lo stesso fatto.

Ma la truffa ai danni dello Stato era già stata ipotizzata dalla Procura torinese prima che venisse eseguito il secondo sequestro, ora impugnato dagli Elkann e da Ferrero. I giudici, dopo quasi quattro ore di udienza, si sono riservati di decidere entro sabato prossimo. […]

EREDITÀ AGNELLI, 'I QUADRI SONO CUSTODITI AL LINGOTTO'

Francesca Brunati e Igor Greganti per l’ANSA

Sarebbero tutte rintracciate e rintracciabili, e donate dalla nonna ai nipoti Elkann, le 13 opere d'arte, parte del tesoro lasciato da Gianni Agnelli, e che un tempo arredavano Villa Frescot e Villar Perosa a Torino e una residenza di famiglia a Roma, e ora reclamate dalla figlia Margherita, unica erede dei beni immobili dopo la morte della madre e moglie dell'Avvocato, Marella Caracciolo di Castagneto, la quale ne aveva l'usufrutto.



E' quanto risulta in sintesi da una relazione depositata alla Procura di Milano dal Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della Gdf nell'inchiesta che ha portato il gip Lidia Castellucci ad archiviare la posizione di un gallerista svizzero e di un suo collaboratore accusati di ricettazione e a disporre, su suggerimento di Margherita nella sua opposizione alla richiesta di archiviazione, ulteriori accertamenti.

L'informativa delle Fiamme Gialle è stata redatta in base alle testimonianze, riportate nell'atto, di Paola Montalto e Tiziana Russi, persone di fiducia di Marella Caracciolo, le quali si sono occupate degli inventari dei beni ereditati. Le due donne, sentite come una terza persona al servizio della moglie dell'Avvocato, hanno ricostruito che quelle tele di artisti del calibro di Monet, Picasso, Balla e De Chirico erano alle pareti dell'appartamento romano a Palazzo Albertini-Carandini, di cui Margherita ha la nuda proprietà, e che furono poi donate ai tre nipoti John, Lapo e Ginevra dalla nonna.

Dichiarazioni, queste, a cui è stato trovato riscontro: come è emerso successivamente alle tre deposizioni, quasi tutte le opere d'arte sono state trovate al Lingotto durante una ispezione della Guardia di Finanza, delegata dalla Procura torinese nell'indagine principale sull'eredità. Una invece sarebbe in una casa a St. Moritz e una sua copia nella pinacoteca di via Nizza.

Dalle consultazioni di una serie di banche dati "competenti", in particolare quelle del ministero della Cultura e la piattaforma S.u.e. (Sistema uffici esportazione) è stato appurato che non ci sono state movimentazioni illecite né esistono particolari vincoli sui quadri e che il Monet, che si sospettava fosse falso, è stato sottoposto a una perizia che ne ha acclarato l'autenticità.



Visto gli esiti delle nuove indagini, i pm milanesi coordineranno con i colleghi di Torino, ai quali, non si esclude potrebbero trasmettere gli atti per competenza. Sul caso fonti vicine a Margherita chiariscono che "i quadri oggetto di denuncia nel procedimento di Milano (che prosegue) non possono essere stati donati, in quanto Marella non ne aveva la proprietà.



Peraltro, non risulta ad oggi formalizzato alcun documento di donazione. Comunque, qualora le indiscrezioni fossero confermate, vi sarebbero atti invalidi e verrebbe richiesta l'immediata restituzione delle opere che sono e restano di proprietà di Margherita Agnelli". Una questione, quella della proprietà, che potrà sciogliere solo la magistratura.


FAIDA EREDITÀ AGNELLI: IL GIALLO DEI 13 QUADRI E DEGLI ORIGINALI SPARITI

Estratto dell’articolo di Ettore Boffano e Manuele Bonaccorsi per “il Fatto quotidiano”



Diventa un giallo milionario […] la verità sulle opere della Collezione Agnelli finite nell'inchiesta penale sull'eredità della vedova dell’avvocato, Marella Caracciolo.



Secondo un’annotazione della Guardia di Finanza di Milano, consegnata al procuratore aggiunto milanese Luca Fusco, 13 di quei quadri non sarebbero infatti scomparsi dalle dimore italiane della dinastia (come ha denunciato la figlia di Gianni Agnelli, Margherita), ma sarebbero state donate dalla nonna Marella ai tre nipoti John, Lapo e Ginevra Elkann e ora sarebbero “rintracciati e rintracciabili” in un caveau della Fiat Security al Lingotto e in Svizzera.

Molto diverso, invece, ciò che emergerebbe dalle indagini che stanno svolgendo la Procura e la Gdf di Torino, dopo un esposto di Margherita contro i tre figli. Un fascicolo, al quale nei prossimi giorni sarà allegato quello di Milano, che ha portato i pm torinesi a indagare i tre Elkann per i “raggiri e gli artifizi” messi in opera per costruire una “inesistente residenza svizzera” della nonna.



Nei sequestri effettuati lo scorso 8 febbraio, i finanzieri avevano visitato anche un caveau nella palazzina storica Fiat del Lingotto, dove erano conservati arredi di valore un tempo presenti nelle residenze dell’avvocato di Villar Perosa, di Villa Frescot a Torino e nell’appartamento di Palazzo Albertini davanti al Quirinale.



Il Fatto Quotidiano e Report […] hanno ricostruito però che gli inquirenti torinesi hanno rinvenuto al Lingotto solo due originali, La Chambre di Balthus e il Pho Xai di Gérome, e invece tre copie di modesto valore di altri tre capolavori: il Glacons effect blanc di Monet, La scala degli addii di Balla e il Mistero e malinconia di una strada di De Chirico.
Ma dove sono gli originali? Secondo gli Elkann, […] sarebbero sempre stati a Sankt Moritz, nella villa Chesa Alkyon dell’avvocato. Per il momento, la Procura torinese sta approfondendo soprattutto le vicende legate alla residenza svizzera di Marella e agli eventuali resti fiscali. Ma è probabile che in un secondo tempo, […] i pm ordinino una perizia per accertare l’esatta datazione delle copie.



Se emergesse, infatti, che esse sono state realizzate dopo il 24 gennaio 2003, giorno della morte di Gianni Agnelli, allora le indagini potrebbero estendersi a verificare quando e come gli originali hanno lasciato l’italia per la Svizzera e sostituiti con le copie. Se fosse mai dimostrato che i tre quadri si trovavano in Italia, allora potrebbe trattarsi di un reato. E anche piuttosto grave: esportazione illecita di opere d’arte, punito dal Codice dei beni culturali con una pena dai 2 a 8 anni di reclusione.
Tutto potrebbe essere prescritto: ciò che invece non si prescriverà mai è il diritto da parte dello Stato di rivendicare il rientro delle opere in Italia, con un sequestro. A sostegno delle tesi degli Elkann, secondo la Gdf di Milano, ci sarebbero anche le testimonianze di due segretarie di Marella, Paola Montaldo e Tiziana Russi, e di un altro domestico che avrebbero confermato come la nonna avesse donato quei quadri ai nipoti.

Qualcosa che contraddice l’elenco delle opere acquisito dal procuratore aggiunto Fusco nel 2009, in un’altra inchiesta sull’eredità Agnelli, e di cui Report e il Fatto Quotidiano sono entrati in possesso. Una lista ritenuta veritiera da due personaggi chiave: colui che l’ha redatta, Stuart Thorton, storico maggiordomo inglese di Agnelli, ed Emmanuele Gamna, ex avvocato di Margherita che trattò la suddivisione delle opere tra madre e figlia nel 2004.



Il documento riporta quotazione (assai al ribasso) e collocazione delle opere. Il De Chirico si trovava a Roma: valore 7 milioni. Il Balla anch’esso era nella Capitale: 2 milioni. C’era infine il Monet che risultava essere a Villa Frescot: 8 milioni. L’originale non si sa dove si trovi.



I quadri di Roma […] erano lì almeno fino al 2018, quando un trasportatore, il torinese Giorgio Ghilardini, li prelevò: la bolla del trasporto è stata sequestrata dai pm torinesi. Infine, il professor Lorenzo Canova, direttore scientifico della fondazione De Chirico, ricorda che il suo maestro, l’insigne storico dell’arte Mauro Calvesi, aveva visto l’originale di Mistero e melanconia di una strada nell’appartamento romano dell’avvocato.

“Me lo presterebbe per una mostra”, chiese il critico ad Agnelli. “Preferirei di no, i quadri a volte voglio scambiarli, questo non voglio sia notificato al ministero”, avrebbe risposto il “signor Fiat”.

[…] Margherita Agnelli ritiene […]che le opere le siano state sottratte dall’eredità della madre Marella e, comunque, chiederà la nullità della presunta donazione ai figli. Ma il punto non è questo. Quelle opere, a chiunque spettino, devono rimanere in Italia. Così almeno dice la legge […]
 

 

 

 

 

LA FRAGILITA' UMANA DIMOSTRA LA FORZA  E L'ESISTENZA DI DIO: le stesse variazioni climatiche e meteriologiche  imprevedibili dimostrano l'esistenza di DIO.

Che lo Spirito Santo porti buon senso e serenita' a tutti gli uomini di buona volonta' !

CRISTO RESUSCITA PER TUTTI GLI UOMINI DI VOLONTA' NON PER QUELLI DELLO SPRECO PER NUOVI STADI O SPONSORIZZAZIONI DI 35 MILIONI DI EURO PAGATI DALLE PAUSE NEGATE AGLI OPERAI ! La storia del ricco epulone non ha insegnato nulla perché chi e morto non può tornare per avvisare i parenti !  Mb 05.04.12; 29.03.13;

 

 

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Marco Bava ABELE: pennarello di DIO, abele, perseverante autodidatta con coraggio e fantasia , decisionista responsabile.

Sono quello che voi pensate io sia (20.11.13) per questo mi ostacolate.(08.11.16)

La giustizia non esiste se mi mettessero sotto sulle strisce pedonali, mi condannerebbero a pagare i danni all'auto.

(12.02.16)

TO.05.03.09

IL DISEGNO DI DIO A VOLTE SI RIVELA SOLO IN ALCUNI PUNTI. STA' ALLA FEDE CONGIUNGERLI

PADRE NOSTRO CHE SEI NEI CIELI SIA SANTIFICATO IL TUO NOME VENGA IL TUO REGNO, SIA FATTA LA TUA VOLONTÀ COME IN CIELO COSI IN TERRA , DAMMI OGGI  IL PANE E LA ACQUA QUOTIDIANI E LA POSSIBILITA' DI NON COMMETTERE ERRORI NEL CERCARE DI REALIZZARE NEL MIGLIOR MONDO POSSIBILE IL TUO VOLERE, LA PACE NEL MONDO, IL BENESSERE SOCIALE E LA COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI. TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E FIGLI.

TU SEI GRANDE ED IO NON SONO CHE L'ULTIMO DEI TUOI SERVI E DEI TUOI FIGLI .

SIGNORE IO NON CONOSCO I TUOI OBIETTIVI PER ME , FIDUCIOSO MI AFFIDO A TE.

Difendo il BENE contro il MALE che nell'uomo rappresenta la variabile "d" demonio per cui una decisione razionale puo' diventare irrazionale per questa ragione (12.02.16)

Non prendo la vita di punta faccio la volonta' di DIO ! (09.12.18)

La vita e' fatta da cose che si devono fare, non si possono non fare, anche se non si vorrebbero fare.(20.01.16)

Il mondo sta diventando una camera a gas a causa dei popoli che la riempiono per irresponsabilità politica (16.02.16)

I cervelli possono viaggiare su un unico livello o contemporaneamente su plurilivelli e' soggettivo. (19.02.17)

L'auto del futuro non sara' molto diversa da quella del presente . Ci sono auto che permarranno nel futuro con l'ennesima versione come : la PORSCHE 911, la PANDA, la GOLF perche' soddisfano esigenze del mercato che permangono . Per cui le auto cambieranno sotto la carrozzeria con motori ad idrogeno , e materiali innovativi. Sara' un auto migliore in termini di sicurezza, inquinamento , confort ma la forma non cambierà molto. INFATTI la Modulo di Pininfarina la Scarabeo o la Sibilo di Bertone possono essere confrontate con i prototipi del prossimo salone.(18.06.17)

La siccità e le alluvioni dimostrano l'esistenza di Dio nei confronti di uomini che invece che utilizzare risorse per cercare  inutilmente nuovi pianeti dove Dio non ha certo replicato l'esperienza negativa dell'uomo, dovrebbero curare l'unico pianeta che hanno a disposizione ed in cui rischiano di estinguersi . (31.10.!7)

L'Italia e' una Repubblica fondata sul calcio di cui la Juve e' il maggiore esponente con tutta la sua violenta prevaricazione (05.11.17)

La prepotenza della FIAT non ha limiti . (05.11.17)

I mussulmani ci comanderanno senza darci spiegazioni ne' liberta'.(09.11.17)

In Italia mancano i controlli sostanziali . (09.11.17)

Gli alimenti per animali sono senza controllo, probabilmente dannosi,  vengono utilizzati dai proprietari per comodita', come se l'animale fosse un oggetto a cui dedicare il tempo che si vuole, quando si vuole senza alcun rispetto ai loro veri bisogni  alimentari. (20.11.17)

Ho conosciuto l'avv.Guido Rossi e credo che la stampa degli editori suoi clienti lo abbia mitizzato ingiustificatamente . (20.11.17)

L'elicottero di Jaky e' targato I-TAIF. (20.11.17)

La Coop ha le agevolazioni di una cooperativa senza esserlo di fatto in quanto quando come socio ho partecipato alle assemblee per criticare il basso tasso d'interesse dato ai soci sono stato o picchiato o imbavagliato. (20.11.17)

Sono 40 anni che :

1 ) vedo bilanci diversi da quelli che vedo insegnati a scuola, fusioni e scissioni diverse da quelle che vengono richieste in un esame e mi vengono a dire che l'esame di stato da dottore commercilaista e' una cosa seria ?

2) faccio esposti e solo quello sul falso in bilancio della Fiat presentato da Borghezio al Parlamento e' andato avanti ?

 (21.11.17)

La Fornero ha firmato una riforma preparata da altri (MONTI-Europa sono i mandanti) (21.11.17)

Si puo' cambiare il modo di produrre non le fasi di produzione. (21.11,17)

La FIAT-FERRARI-EXOR si sono spostate in Olanda perche' i suoi amministratori abbiano i loro compensi direttamente all'estero . In particolare Marchionne ha la residenza fiscale in Sw (21.11.17)

La prova che e' il femore che si rompe prima della caduta e' che con altre cadute non si sono rotte ossa, (21.11.17)

Carlo DE BENEDETTI un grande finanziere che ha fallito come industriale in quanto nel 1993 aveva il SURFACE con il nome QUADERNO , con Passera non l'ha saputo produrre , ne' vendere ne' capire , ma siluro' i suoi creatori CARENA-FIGINI. (21.11.17)

Quando si dira' basta anche alle bufale finanziarie ? (21.11.17)

Per i consiglieri indipendenti l'indipendenza e' un premio per tutti gli altri e' un costo (11.12.17)

La maturita' del mercato finanziario e' inversamente proporzionale alla sottoscrizione dei bitcoin (18/12/17)

Chi risponde civilmente e penalmente se un'auto o un robot impazziscono ? (18/12/17)

Non e' la FIAT filogovernativa, ma sono i governi che sono filofiat consententogli di non pagare la exit-tax .(08.02.18) inoltre la FIAT secondo me ha fatto più danni all'ITALIA che benefici distruggendo la concorrenza della LANCIA , della Ferrari, che non ha mai capito , e della BUGATTI (13.02.18).

Infatti quando si comincia con il raddoppio del capitale senza capitale si finisce nella scissione

Tesi si laurea sull'assoluzione del sen.Giovanni Agnelli nel 1912 dal reato di agiotaggio : come Giovanni Agnelli da segretario della Fiat ne e' diventato il padrone :

https://1drv.ms/b/s!AlFGwCmLP76phBPq4SNNgwMGrRS4

 

Prima di educare i figli occorre educare i genitori (13.03.18)

Che senso ha credere in un profeta come Maometto che e'un profeta quando e' esistito  Gesu' che e' il figlio di DIO come provato  per ragioni storiche da almeno 4 testi che sono gli evangelisti ? Infatti i mussulmani  declassano Gesu' da figlio di DIO  a profeta perché riconoscono implicitamente l'assurdità' di credere in un profeta rispetto al figlio di DIO. E tutti gli usi mussulmani  rappresentano una palese involuzione sociale basata sulla prevaricazione per esempio sulle donne (19.03/18)

Il valore aggiunto per i consulenti finanziari e' solo per loro (23.03.18)

I medici lavorerebbero gratis ? quante operazioni non sono state fatte a chi non aveva i soldi per pagarle ? (26.03.18 )

lo sfregio delle auto di stato ibride con il motore acceso, deve finire con il loro passaggio alla polizia  con i loro autisti (19.03.18)

Se non si tassa il lavoro dei robot e' per la mancata autonomia in termini di liberta' di scelta e movimento e responsabilita' penale personale . Per cui le auto a guida autonoma diventano auto-killer. (26.04.18)

Quanto poco conti l'istruzione per l'Italia e' dimostrato dalla scelta DEI MINISTRI GELMINI FEDELI sono esempi drammatici anche se valorizzati dalla FONDAZIONE AGNELLI. (26.04.18) (27.08.18).

Credo che la lotta alla corruzione rappresenti sempre di piu' un fattore di coesione internazionale perche' anche i poteri forti si sono stufati di pagare tangenti (27/04/2018)

Non riusciamo neppure piu' a produrre la frutta ad alto valore aggiunto come i mirtilli....(27/04/2018)

Abbiamo un capitalismo sempre piu' egoista fatto da managers che pensano solo ad arraffare soldi pensando che il successo sia solo merito loro invece che di Dio e degli operai (27.04.18)

Le imprese dell'acqua e delle telecomunicazioni scaricano le loro inefficienze sull'utente (29.05.18)

Nel 2004 Umberto Agnelli, come presidente della FIAT,  chiese a Boschetti come amministratore delegato della FIAT AUTO di affidarmi lo sviluppo della nuova Stilo a cui chiesi di affiancare lo sviluppo anche del marchio ABARTH , 500 , A112, 127 . Chiesi a Montezemolo , come presidente Ferrari se mi lasciava utilizzare il prototipo di Giugiaro della Kubang che avrebbe dovuto  essere costruito con ALFA ROMEO per realizzare la nuova Stilo . Mi disse di si perche' non aveva i soldi per svilupparlo. Ma Morchio, amministratore delegato della FIAT, disse che non era accettabile che uno della Telecom si occupasse di auto in Fiat perche' non ce ne era bisogno. Peccato che la FIAT aveva fatto il 128 che si incendiava perche' gli ingegneri FIAT non avevano previsto una fascetta che stringesse il tubo della benzina all'ugello del carburatore. Infatti pochi mesi dopo MORCHIO  venne licenziato da Gabetti ed al suo posto arrivo' Marchionne a cui rifeci la proposta. Mi disse di aspettare una risposta entro 1 mese. Sono passati 14 anni ma nessuna risposta mi e' mai stata data da Marchionne, nel frattempo la Fiat-Lancia sono morte definitivamente il 01.06.18, e la Nissan Qashai venne presentata nel 2006 e rilancia la Nissan. Infatti dal 2004 ad oggi RENAULT-NISSAN sono diventati i primi produttori al mondo. FIAT-FCA NO ! Grazie a Marchionnne nonostante abbia copiato il suo piano industriale dal mio libro . Le auto Fiat dell'era CANTARELLA bruciavano le teste per raffredamento insufficente. Quella dell'era Marchionne hanno bruciato la Fiat. Il risultato del lavoro di MARCHIONNE e' la trasformazione del prodotto auto in prodotto finanziario, per cui le auto sono diventate tutte uguali e standardizzate. Ho trovato e trovo , NEI MIEI CONFRONTI, molta PREPOTENZA cattiveria ed incompetenza in FIAT. (19.12.18)

(   vedi :  https://1drv.ms/w/s!AlFGwCmLP76pg3LqWzaM8pmCWS9j ).

La differenza fra ROMITI MARCHIONNE e' che se uno la pensava diversamente da loro Romiti lo ascoltava, Marchionne lo cacciava anche se gli avesse detto che aumentando la pressione dei pneumatici si sarebbero ridotti i consumi.

FATTI NON PAROLE E FUMO BORSISTICO ! ALFA ROMEO 166 un successo nonostante i pochi mezzi utilizzati ma una richiesta mia precisa e condivisa da FIAT : GUIDA DIRETTA.  Che Marchionne non ha apprezzato come un attila che ha distrutto la storia automoblistica italiana su mandato di GIANLUIGI GABETTI (04.06.18).

Piero ANGELA : un disinformatore scientifico moderno in buona fede  su auto elettrica. auto killer ed inceneritore  (29.07.18)

Puoi anche prendere il potere ma se non lo sai gestire lo perdi come se non lo avessi mai avuto (01.08.18)

Ho provato la BMW i8 ed ho capito che la Ferrari e le sue concorrenti sono obsolete ! (20.08.18)

LA Philip Morris ha molti clienti e soci morti tra cui Marchionne che il 9 maggio scorso, aveva comprato un pacchetto di azioni per una spesa di 180mila dollari. Briciole, per uno dei manager più ricchi dell’industria automotive (ha un patrimonio stimato tra i 6-700 milioni di franchi svizzeri, cifra che lo fa rientrare tra i 300 elvetici più benestanti).E’ stato, però, anche l’ultimo “filing” depositato dal manager alla Sec, sul cui sito da sabato pomeriggio è impossible accedere al profilo del manager italo-canadese e a tutte le sue operazioni finanziarie rilevanti. Ed era anche un socio: 67mila azioni detenute per un investimento di 5,67 milioni di dollari (alla chiusura di Wall Street di venerdì 20 luglio 2018 ). E PROSSIMAMENTE  un'uomo Philip Morris uccidera' anche la FERRARI .   (20.08.18) (25.08.18)

verbali assemblee italiane azionisti EXOR :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pg3Y3JmiDAW4z2DWx

verbali assemblee italiane azionisti FIAT :

https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76phApzYBZTNpkGlRkq

 

Prodi e' il peccato originale dell'economia italiana dal 1987 (regalo' l'ALFA ROMEO alla FIAT) ad oggi (25.08.18)

L'indipendenza della Magistratura e' un concetto teorico contraddetto dalle correnti anche politiche espresse nelle lottizzazioni delle associazioni magistrati che potrebbe influenzarne i comportamenti. (27.08.18)

Ho sempre vissuto solo con oppositori irresponsabili privi di osservazioni costruttive ed oggettive. (28.08.18)

Buono e cattivo fuori dalla scuola hanno un significato diverso e molto piu' grave perche' un uomo cattivo o buono possono fare il bene o il male con consaprvolezza che i bambini non hanno (20.10.18) 

Ma la TAV serve ai cittadini che la dovrebbero usare o a chi la costruisce con i nostri soldi ? PERCHE' ?

Un ruolo presidenziale divergente da quello di governo potrebbe porre le premesse per una Repubblica Presidenziale (11.11.2018)

La storia occorre vederla nella sua interezza la marcia dei 40.000 della Fiat come e' finita ? Con 40.000 licenziamenti e la Fiat in Olanda ! (19.11.18)

I SITAV dopo la marcia a Torino faranno quella su ROMA con costi doppi rispetto a quella francese sullo stesso percorso ? (09.12.18)

La storia politica di Fassino e' fatta dall'invito al voto positivo per la raduzione dei diritti dei lavoratori di Mirafiori. Si e' visto il risultato della lungimiranza di Fassino , (18.12.18)

Perche' sono investimenti usare risorse per spostare le pietre e rimetterle a posto per giustificare i salari e non lo sono il reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni ? perche' gli 80 euro a chi lavora di Renzi vanno bene ed i 780 euro di Di Maio a chi non lavora ed e' in pensione non vanno bene ? (27.12.18)

Le auto si dividono in auto mozzarella che scadono ed auto vino che invecchiando aumentano di valore (28.12.18)

Fumare non e' un diritto ma un atto contro la propria salute ed i doveri verso la propria famiglia che dovrebbe avere come conseguenza la revoca dell'assistenza sanitaria nazionale ad personam (29.12.18)

Questo mondo e troppo cattivo per interessare altri esseri viventi (10.01.19)

Le ONG non hanno altro da fare che il taxi del mare in associazione per deliquere degli scafisti ? (11.02.19)

La giunta FASSINO era inutile, quella APPENDINO e' dannosa (12.07.19)

Quello che l'Appendino chiama freno a mano tirato e' la DEMOCRAZIA .(18.07.19)

La spesa pubblica finanzia le tangenti e quella sullo spazio le spese militari  (19.07.19)

AMAZON e FACEBOOK di fatto svolgono un controllo dei siti e forse delle persone per il Governo Americano ?

(09.08.19)

LA GRANDE MORIA DI STARTUP e causato dal mancato abbinamento con realta' solide (10.08.!9)

Il computer nella progettazione automobilistica ha tolto la personalizzazione ed innovazione. (17.08.19)

L' uomo deve gestire i computer non viceversa, per aumentare le sue potenzialita' non annullarle  (18.08.19)

LA FIAT a Torino ha fatto il babypaking a Mirafiori UNO DEI POSTI PIU' INQUINATI DI TORINO ! Non so se Jaky lo sappia , ma il suo isolamento non gli permette certo di saperlo ! (13.09.19)

Non potro' mai essere un buon politico perche' cerco di essere un passo avanti mentre il politico deve stare un passo indietro rispetto al presente. (04.10.19)

L'arretratezza produttiva dell'industria automobilistica e' dimostrata dal fatto che da anni non hanno mai risolto la reversibilità dei comandi di guida a dx.sx, che costa molto (09.10.19)

IL CSM tutela i Magistrati dalla legge o dai cittadini visti i casi di Edoardo AGNELLI  e Davide Rossi ? (10.10.19).

Le notizie false servono per fare sorgere il dubbio su quelle vere discreditandole (12.10.19)

L'illusione startup brucia liquidita' per progetti che hanno poco mercato. sottraendoli all'occupazione ed illude gli investitori di trovare delle scorciatoie al alto valore aggiunto (15.10.19)

Gli esseri umani soffrono spesso e volentieri della sindrome del camionista: ti senti piu' importante perche' sei in alto , ma prima o poi dovrai scendere e cedere il posto ad altri perche' nessun posto rimane libero (18.10.19)

Non e' logico che l'industria automobilistica invece di investire nelle propulsione ad emissione 0 lo faccia sulle auto a guida autonoma che brucia posti di lavoro. (22.10.19)

L'intelligenza artificiale non esiste perche' non e' creativa ma applicativa quindi rischia di essere uno strumento in mano ai dittatori, attraverso la massificazione pilotata delle idee, che da la sensazione di poter pensare ad una macchina al nostro posto per il bene nostro e per farci diventare deficienti come molti percorsi dei navigatori  (24.11.19)

Quando ci fanno domande per sapere la nostra opinione di consumatori ma sono interessati solo ai commenti positivi , fanno poco per migliorare (25.11.19)

La prova che la qualità della vita sta peggiorando e' che una volta la cessione del 5^ si faceva per evitare i pignoramenti , oggi lo si fa per vivere (27.11.19)

Per combattere l'evasione fiscale basta aumentare l'assistenza nella pre-compilazione e nel pagamento (29.11.19)

La famiglia e' come una barca che quando sbaglia rotta porta a sbattere tutti quanti (25.12.19)

Le tasse sull'inquinamento verranno scaricate sui consumatori , ma a chi governa e sa non importa (25.12.19)

Il calcio e l'oppio dei popoli (25.12.19)

La religione nasce come richiesta di aiuto da parte dei popoli , viene trasformata in un tentativo di strumento di controllo dei popoli (03.01.20)

L'auto a guida autonoma e' un diversivo per vendere auto vecchie ed inquinanoroti , ed il mercato l'ha capito (03.01.20)ttadini

Il vero potere della burocrazia e' quello di creare dei problemi ai cittadini anche se il cittadino paga i dipendente pubblico per risolvere dei problemi non per crearli.  Se per denunciare questi problemi vai fuori dal coro deve essere annientato. Per cui burocrazia=tangente (03.01.20)

Gli immigrati tengono fortemente alla loro etnina a cui non rinunciano , piu' saranno forti le etnie piu' queste  divideranno l'Italia sovrastando gli italiani imponendoci il modello africano . La mafia nigeriana e' solo un esempio. (05.01.20)

La sinistra e la lotta alla fame nel mondo sono chimere prima di tutto per chi ci deve credere come ragione di vita (07.01.20)

Credo di avere la risposta alla domanda cosa avrebbe fatto Eva se Adamo avesse detto di no a mangiare la mela ?  Si sarebbe arrabbiata. Anche oggi se non fai quello che vogliono le donne si mettono contro cercando di danneggiarti. (07.01.20)

Le sardine rappresenta l'evoluzione del buonismo Democristiano  e la sintesi fra Prodi e Renzi,  fuori fa ogni logica e senza una proposta concreta  (08.01.20)

Un cavallo di razza corre spontaneamente e nessuno puo' fermarlo. (09.01.20)

PD e M5S 2 stampelle non fanno neppure una gamba sana (22.01.20)

non riconoscere i propri errori significa sbagliare per sempre (12.04.20)

la vera ricchezza dei ricchi sono i figli dei poveri, una lotteria che pagano tutta la loro vita i figli ai genitori che credono di non avere nulla da perdere  ! (03.11.21)

GLI YESMEN SERVONO PER CONSENTIRE IL MANTENIMENTO E LO SVILUPPO E L'OCCULTAMENTO DEGLI INTERESSI OCCULTI DEL CAPITALISMO DISTRUTTIVO. (22.04.22)

DALL'INTOLLERANZA NASCE LA GUERRA (30.06.22)

L'ITALIA E' TERRA DI CONQUISTA PER LE BANDE INTERNE DEI PARTITI. (09.10.22)

La dimostrazione che non esista più il nazismo e' dimostrato dalla reazione europea contro Puntin che non ci fu subito contro Hitler (12.10.22)

Cara Meloni nulla giustifica una alleanza con la Mafia di Berlusconi (26.10.22)

I politici che non rappresentano nessuno a cosa servono ? (27.10.22)

Di chi sono Ambrosetti e Mckinsey ? Chi e' stato formato da loro ed ora e' al potere in ITALIA ?
Lo spunto e' la vicenda Macron . Quanti Macron ci sono in Italia ? E chi li controlla ? Mckinsey e' una P2 mondiale ?
Mb

Piero Angela ha valutato che lo sbarco sulla LUNA ancora oggi non e' gestibile in sicurezza ? (30.12.22)

Le leggi razziali = al Green Pass  (30.03.23)

Dopo 60 anni il danno del Vaiont dimostra il pericolo delle scelte scientifiche come il nucleare, giustificato solo dalle tangenti (10.10.23)

 

 

 

LA mia CONTROINFORMAZIONE ECONOMICA  e' CONTRO I GIOCHI DI POTERE,  perche' DIO ESISTE,  ANCHE SOLO per assurdo.

IL MONDO HA BISOGNO DI DIO MA NON LO SA, E' TALMENTE CATTIVO CHE IL BENE NON PUO' CHE ESISTERE FUORI DA QUESTO MONDO E DA QUESTA VITA !

PER QUESTO IL MIO MESTIERE E' CAMBIARE IL MONDO !

LA VIOLENZA DELLA DISOCCUPAZIONE CREA LA VIOLENZA DELLA RECESSIONE, con LICIO GELLI che potrebbe stare dietro a Berlusconi. 

IL GOVERNO DEGLI ANZIANI, com'e' LICIO GELLI,  IMPEDISCE IL CAMBIAMENTO perche' vetusto obsoleto e compromesso !

E' UN GIOCO AL MASSACRO dell'arroganza !

SE NON CI FOSSERO I SOLDATI NON CI SAREBBE LA GUERRA !

TU SEI UN SOLDATO ?

COMUNICAMI cio' pensi !

email

 

 

Riflessioni ....

Sopravvaluta sempre il tuo avversario , per poterlo vincere  .Mb  15.05.13

Torino 08.04.13

Il mio paese l'Italia non crede nella mia teoria economica del valore che definisce

1) ogni prodotto come composto da energia e lavoro:

Il costo dell'energia può tendere a 0 attraverso il fotovoltaico sui tetti. Per dare avvio la volano economico del fotovoltaico basta detassare per almeno 20 anni l'investimento, la produzione ed il consumo di energia fotovoltaica sui tetti.

2) liberalizzazione dei taxi collettivi al costo di 1 euro per corsa in modo tale da dare un lavoro a tutti quelli che hanno un 'auto da mantenere e non lo possono piu fare per mancanza di un lavoro; ed inoltre dare un servizio a tutti i cittadini.

3) tre sono gli obiettivi principali della politica : istruzione, sanita', cultura.

4) per la sanità occorre un centro acquisti nazionale  ed abolizione giorni pre-ricovero.

vedi PRESA DIRETTA 24.03.13

chi e' interessato mi scriva .

Suo. MARCO BAVA

 

I rapporti umani, sono tutti unici e temporanei:

  1. LA VITA E' : PREGHIERA, LAVORO E RISPARMIO.(02.02.10)
  2. Se non hai via di uscita, fermati..e dormici su. 
  3. E' PIU'  DIFFICILE  SAPER PERDERE CHE VINCERE ....
  4. Ciascun uomo vale in funzione delle proprie idee... e degli stimoli che trova dentro di se...
  5. Vorrei ricordare gli uomini piu' per quello che hanno fatto che per quello che avrebbero potuto fare !
  6. LA VERA UMILTA' NON SI DICHIARA  MA SI DIMOSTRA, AD ESEMPIO CONTINUANDO A STUDIARE....ANCHE SE PURTROPPO L'UNIVERSITÀ' E' FINE A SE STESSA.
  7. PIU' I MEZZI SONO POVERI X RAGGIUNGERE L'OBIETTIVO, PIU' E' CAPACE CHI LO RAGGIUNGE.
  8. L'UNICO LIMITE AL PEGGIO E' LA MORTE.
  9. MEGLIO NON ILLUDERE CHE DELUDERE.
  10. L'ITALIA , PER COLPA DI BERLUSCONI STA DIVENTANDO IL PAESE DEI BALOCCHI.
  11. IL PIL CRESCE SE SI RIFA' 3 VOLTE LO STESSO TAPPETINO D'ASFALTO, MA DI FATTO SIAMO TUTTI PIU' POVERI ALMENO 2 VOLTE.
  12. LA COSTITUZIONE DEI DIRITTI DELL'UOMO E QUELLA ITALIANA GARANTISCONO GIA' LA LIBERTA',  QUANDO TI DICONO L'OVVIETÀ'  CHE SEI LIBERO DI SCEGLIERE  E' PERCHE' TI VOGLIONO IMPORRE LE LORO IDEE. (RIFLESSIONE DEL 10.05.09 ALLA LETTERA DEL CARDINALE POLETTO FATTA LEGGERE NELLE CHIESE)
  13. la vita eterna non puo' che esistere in quanto quella terrena non e' che un continuo superamento di prove finalizzate alla morte per la vita eterna.
  14. SOLO ALLA FINE SI SA DOVE PORTA VERAMENTE UNA STRADA.
  15. QUANDO NON SI HANNO ARGOMENTI CONCRETI SI PASSA AI LUOGHI COMUNI.
  16. L'UOMO LA NOTTE CERCA DIO PER AVERE LA SERENITA' NOTTURNA (22.11.09)
  17. IL PRESENTE E' FIGLIO DEL PASSATO E GENERA IL FUTURO.(24.12.09)
  18. L'ESERCIZIO DEL POTERE E' PER DEFINIZIONE ANDARE CONTRO NATURA (07.01.10)
  19. L’AUTO ELETTRICA FA SOLO PERDERE TEMPO E DENARO PER ARRIVARE ALL’AUTO AD IDROGENO (12.02.10)
  20. BERLUSCONI FA LE PENTOLE MA NON I COPERCHI (17.03.10)
  21. GESU' COME FU' TRADITO DA GIUDA , OGGI LO E' DAI TUTTI I PEDOFILI (12.04.10)
  22. IL DISASTRO DELLA PIATTAFORMA PETROLIFERA USA COSA AVREBBE PROVOCATO SE FOSSE STATA UNA CENTRALE ATOMICA ? (10.05.10)
  23. Quante testate nucleari da smantellare dovranno essere saranno utilizzate per l'uranio delle future centrali nucleari italiane ?
  24. I POTERI FORTI DELLE LAUREE HONORIS CAUSA SONO FORTI  PER CHI LI RICONOSCE COME TALI. SE NON LI SI RICONOSCE COME FORTI SAREBBERO INESISTENTI.(15.05.10)

  25. L'ostensione della Sacra Sindone non puo' essere ne' temporanea in quanto la presenza di Gesu' non lo e' , ne' riservata per i ricchi in quanto "e' piu' facile che in cammello passi per la cruna di un ago ..."

  26. sapere x capire (15.10.11)

  27. la patrimoniale e' una 3^ tassazione (redditi, iva, patrimoniale) (16.10.11)

  28. SE LE FORZE DELL'ORDINE INTERVENISSERO DI PIU'PER CAUSE APPARENTEMENTE BANALI CI SAREBBE MENO CONTENZIOSO: CHIAMATO IL 117  PER UN PROBLEMA BANALE MI HA RISPOSTO : GLI FACCIA CAUSA ! (02.04.17)

  29. GRAN PARTE DEI PROFESSORI UNIVERSITARI SONO TRA LE MENTI PIU' FRAGILI ED ARROGANTI , NON ACCETTANO IL CONFRONTO E SI SENTONO SPIAZZATI DIVENTANO ISTERICI ( DOPO INCONTRO CON MARIO DEAGLIO E PIETRO TERNA) (28.02.17)

  30. Spesso chi compera auto FIAT lo fa solo per gratificarsi con un'auto nuova, e basta (04.11.16)

  31. Gli immigrati per protesta nei centri di assistenza li bruciano e noi dobbiamo ricostruirglieli  affinché  li redistruggono? (18.10.20)

  32. Abbiamo più rispetto per le cose che per le persone .29.08.21

  33. Le ragioni  per cui Caino ha ucciso Abele permangono nei conflitti umani come le guerre(24.11.2022)

  34. Quelli che vogliono l'intelligenza artificiale sanno che e' quella delle risposte autmatiche telefoniche? (24.11.22)

L'obiettivo di questo sito e una critica costruttiva  PER migliorare IL Mondo .

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI.
  4. LA DEMOCRAZIA AZIENDALE

 

L'ASSURDITÀ' DI QUESTO MONDO , E' LA PROVA CHE LA NOSTRA VITA E' TEMPORANEA , OLTRE ALLA TESTIMONIANZA DI GESU'. 15.06.09

 

DIO CON I PESI CI DA ANCHE LA FORZA PER SOPPORTALI, ANCHE SE QUALCUNO VORREBBE FARMI FARE LA FINE DI GIOVANNI IL BATTISTA (24.06.09)

 

IL BAVAGLIO della Fiat nei miei confronti:

 

IN DATA ODIERNA HO RICEVUTO: Nell'interesse di Fiat spa e delle Societa' del gruppo, vengo informato che l'avv.Anfora sta monitorando con attenzione questo sito. Secondo lo stesso sono contenuti in esso cotenuti offensivi e diffamatori verso Fiat ed i suoi amministratori. Fatte salve iniziative autonome anche davanti all'Autorita' giudiziaria, vengo diffidato dal proseguire in tale attivita' illegale"
Ho aderito alla richiesta dell'avv.Anfora, veicolata dal mio hosting, ricordando ad entrambi le mie tutele costituzionali ex art.21 della Costituzione, per tutelare le quali mi riservo iniziative esclusive dinnanzi alla Autorita' giudiziaria COMPETENTE.
Marco BAVA 10.06.09

 

TEMI SUL TAVOLO IN QUESTO MOMENTO:

 

IL TRIBUNALE DI  TORINO E LA CONSOB NON MI GARANTISCONO LA TUTELA DEL'ART.47 DELLA COSTITUZIONE

Oggi si e' tenuta l'assemblea degli azionisti Seat tante bugie dagli amministratori, i revisori ed il collegio sindacale, tanto per la Consob ed il Tribunale di Torino i miei diritti come azionista di minoranza non sono da salvaguardare e la digos mi puo' impedire il voto come e quando vuole, basta leggere la sentenza SENT.FIAT Mb

 

08.03.16

 

TEMI STORICI :

 

VIDEO DELLA TRASMISSIONE TV
Storie italiane
Puntata del 19/11/2019

SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI

https://www.raiplay.it/video/2019/11/storie-italiane-504278c4-8e8c-4b79-becc-87d5c7a67be6.html

 

10° Convegno
 
La grafopatologia in ambito giudiziario
L’applicazione della grafologia in criminologia, nelle malattie neurologiche e psichiatriche nel contesto giudiziario
 
Roma, 7 Dicembre 2019
 
Auditorium Facoltà Teologica “S. Bonaventura”
Via del Serafico 1 - Roma

 
alle ore 17,50
 
Vincenzo Tarantino
Gino Saladini
 
Elio Carlos Tarantino Mendoza Garofani
Grafologo giudiziario, esperto in fotografia forenseGiornalista, Criminologo
 
Il “suicidio” di Edoardo Agnelli: aspetti medico-legali criminologici e grafopatologici.

 

Edoardo Agnelli è stato ucciso?" - Guarda il video

I VIDEO DELLE PRESENTAZIONI GIA' FATTE LI TROVI SOTTO

LA PARTE DEDICATA AD EDOARDO AGNELLI SU QUESTO SITO

 PERCHE' TORINO HA PAURA DI CONOSCERE LA VERITA' SULLA MORTE DI EDOARDO AGNELLI ?

Il prof.Mario DE AGLIO alcuni anni fa scrisse un articolo citando il "suicidio" di EDOARDO AGNELLI.  Gli feci presente che dai documenti ufficiali in mio possesso il suicidio sarebbe stato incredibile offrendogli di esaminare tali documenti. Quando le feci lui disconobbe in un modo nervoso ed ingiustificato : era l'intero fascicolo delle indagini.

A Torino molti hanno avuto la stessa reazione senza aver visto ciò che ha visto Mario DE AGLIO ma gli altri non parlano del "suicidio" di Edoardo AGNELLI ma semplicemente della suo morte.

Mb

02.04.17

 

 

grazie a Dio , non certo a Jaky,  continua la ricerca della verità sull'omicidio di Edoardo Agnelli , iniziata con i libri di Puppo e Bernardini, il servizio de LA 7, e gli articoli di Visto,  ora il Corriere e Rai 2 , infine OGGI  , continuano un percorso che con l'aiuto di Dio portera' prima di quanti molti pensino alla verita'. Mb -01.10.10

 

LIBRI SULL’OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

www.detsortelam.dk

www.facebook.com/people/Magnus-Erik-Scherman/716268208

 

ANTONIO PARISI -I MISTERI DEGLI AGNELLI - EDIT-ALIBERTI-

 

CRONACA | giovedì 10 novembre 2011, 18:00

Continua la saga della famiglia ne "I misteri di Casa Agnelli".

Il giornalista Antonio Parisi, esce con l'ultimo pamphlet sulla famiglia più importante d'Italia, proponendo una serie di curiosità ed informazioni inedite

 Per dieci anni è stato lasciato credere che su Edoardo Agnelli, precipitato da un cavalcavia di ottanta metri, a Fossano, sull'Autostrada Torino - Savona, fosse stata svolta una regolare autopsia.

Anonime “fonti investigative” tentarono in più occasioni di screditare il giornalista Antonio Parisi che raccontava un’altra versione. Eppure non era vero, perché nessuna autopsia fu mai fatta.

Ora  Parisi, nostro collaboratore, tenta di ricostruire ciò che accadde quel giorno in un’inchiesta tagliente e inquietante, pubblicando nel libro “I Misteri di Casa Agnelli”, per la prima volta documenti ufficiali, verbali e rapporti, ma anche raccogliendo testimonianze preziose e che Panorama di questa settimana presenta.

Perché la verità è che sulla morte, ma anche sulla vita, dell’uomo destinato a ereditare il più grande capitale industriale italiano, si intrecciano ancora tanti misteri. Non gli unici però che riguardano la famiglia Agnelli.

Passando dalla fondazione della Fiat, all’acquisizione del quotidiano “La Stampa”, dalla scomparsa precoce dei rampolli al suicidio in una clinica psichiatrica di Giorgio Agnelli (fratello minore dell’Avvocato), dallo scandalo di Lapo Elkann, fino alla lite giudiziaria tra gli eredi, Antonio Parisi sviscera i retroscena di una dinastia che, nel bene o nel male, ha dominato la scena del Novecento italiano assai più di politici e governanti.

Il volume edito per "I Tipi", di Aliberti Editore, presenta sia nel testo che nelle vastissime note, una miniera di gustose e di introvabili notizie sulla dinastia industriale più importante d’Italia.

 

 

Mondo AGNELLI :

Cari amici,

Grazie mille per vostro aiuto con la stesura di mio libro. Sono contenta che questa storia di Fiat e Chrysler ha visto luce. Il libro e’ uscito la settimana scorsa, in inglese. Intanto e’ disponibile a Milano nella librerie Hoepli e EGEA; sto lavorando con la distribuzione per farlo andare in piu’ librerie possibile. E sto ancora cercando la casa editrice in Italia. Intanto vi invio dei link, spero per la gioia in particolare dei torinesi (dov’e’ stato girato il video in You Tube. )

http://www.youtube.com/watch?v=QLnbFthE5l0

Thanks again,

Jennifer

Un libro che riporta palesi falsita' sulla morte di Edoardo Agnelli come quella su una foto inesistente con Edoardo su un ponte fatta da non si sa chi recapitata da ignoto ad ignoti. Se fosse esistita sarebbe stata nel fascicolo dell'inchiesta. Intanto anche grazie a queste falsita' il prezzo del libro passa da 15 a 19 euro! www.marcobava.it

 

17.12.23

Il Sole 24 Ore:
 

La Giovanni Agnelli Bv ha deciso di rivedere anche il sistema di governance. Le nuove disposizioni, […] identificano tre interlocutori chiave tra gli azionisti: il Gruppo Giovanni Agnelli, il Gruppo Agnelli e il Gruppo Nasi. Si tratta di tre blocchi che raggruppano a loro volta gli undici rami famigliari storici. Il primo quello della Giovanni Agnelli coincide con la Dicembre e dunque pesa per il 40%. Segue il gruppo Agnelli con il 30% e il gruppo Nasi a cui fa capo il 20%. I componenti del cda della GA BV sono espressione proprio di questi tre “macro” gruppi famigliari della dinastia torinese.
Ognuno di loro esprime due rappresentanti nel board della Giovanni Agnelli Bv e uno nel board di Exor. Oggi il Gruppo Giovanni Agnelli ha indicato nel board della società olandese Andrea Agnelli e Alexander Von Fürstenberg. E questo nonostante Andrea Agnelli, che nel frattempo vive stabilmente ad Amsterdam, di fatto faccia parte di un altro blocco, quello del Gruppo Agnelli.
Per quest’ultimo i due membri del board sono Benedetto della Chiesa e Filippo Scognamiglio. Infine, per il gruppo Nasi Luca Ferrero Ventimiglia e Niccolò Camerana. I consiglieri del Cda della Bv sono nominati ogni 3 anni e decadono automaticamente al compimento di 75 anni. Ogni gruppo inoltre esprime un proprio rappresentante nel Cda di Exor che oggi sono Ginevra Elkann (Gruppo Giovanni Agnelli), Tiberto Ruy Brandolini D’Adda (Gruppo Agnelli) e Alessandro Nasi (Gruppo Nasi). Accanto al cda dell Bv resta in vita il Consiglio di famiglia, organo non deliberativo ma consultivo e formato da 32 membri.


Questa la nuova struttura societaria della
Giovanni Agnelli Bv per quote di possesso.

Dicembre (John Elkann , Lapo e Ginevra): 39,7%

Ramo Maria Sole Agnelli: 11,2%

Ramo Agnelli (Andrea Agnelli e Anna Agnelli): 8,9%

Ramo Giovanni Nasi: 8,7%

Ramo Laura Nasi-Camerana: 6%

Ramo Cristiana Agnelli: 5,05%

Ramo Susanna Agnelli: 4,7%

Ramo Clara Nasi-Ferrero di Ventimiglia: 3,4%

Ramo Emanuele Nasi: 2,5%

Ramo Clara Agnelli: 0,28%

Azioni proprie: 8,2%

 

Dovranno andare avanti le indagini della Procura di Milano con al centro il tesoro di Giovanni Agnelli, 13 opere d'arte che arredavano Villa
Frescot e Villar Perosa a Torino e una residenza di famiglia a Roma, sparite anni fa e ora reclamate dalla figlia Margherita unica erede dopo
la morte della madre e moglie dell'Avvocato, Marella Caracciolo di Castagneto, la quale aveva l'usufrutto dei beni.
Mentre riprenderà a Torino la battaglià giudiziaria sull' eredità lasciata dall'Avvocato, il gip milanese Lidia Castellucci, accogliendo in parte
i suggerimenti messi nero su bianco da Margherita nell'opposizione alla richiesta di archiviazione dell'inchiesta, ha indicato al pm Cristian
Barilli e al procuratore aggiunto Eugenio Fusco di raccogliere le testimonianze di Paola Montalto e Tiziana Russi, entrambe persone di
fiducia di Marella Caracciolo, le quali si sono occupate degli inventari dei beni ereditati, e di consultare tutte le banche dati «competenti»
comprese quelle del Ministero della Cultura e la piattaforma S.U.E.
(Sistema Uffici Esportazione).
Secondo il giudice, che invece ha archiviato la posizione di un gallerista svizzero e di un suo collaboratore indagati per ricettazione in base
alla deposizione di un investigatore privato a cui non sono stati trovati riscontri (secondo lo 007 avrebbero custodito in un caveau a Chiasso il
patrimonio artistico), gli ulteriori accertamenti potrebbero essere utili per identificare chi avrebbe fatto sparire la collezione composta da
quadri di Monet, Picasso, Balla, De Chirico, Balthus, Gérome, Sargent, Indiana e Mathieu.
Collezione di cui Margherita ha denunciato a più riprese la scomparsa, gettando ombre anche sui tre figli del primo matrimonio: John, Lapo e
Ginevra Elkann, e in particolare sul primogenito.
I quali «della sorte o delle ubicazioni di tali opere», hanno saputo «riferire alcunché».
E poiché ora lo scopo è recuperarle dopo che, per via dei vari traslochi, si sono volatilizzate, «appare utile procedere all'escussione» delle due
donne che «si sono occupate degli inventari degli immobili» e che, quindi, «potrebbero essere a conoscenza di informazioni rilevanti» in
merito agli spostamenti dei quadri e alla «eventuale presenza di inventari cartacei da esse redatti».
E poi per «verificare le movimentazioni di tali opere, appare opportuno» compiere accertamenti sulle banche dati comprese quelle del
ministero.
Infine, per effetto di un provvedimento della Cassazione, torna ad essere discusso in Tribunale a Torino il procedimento penale, promosso da
Margherita nei confronti dei figli John, Lapo e Ginevra Elkann per una questione legata all'; eredità di suo padre.
Il processo era stato sospeso in attesa dell'esito di due cause in Svizzera, ma ieri la Suprema Corte ha respinto il ricorso degli Elkann, come
hanno fatto sapere fonti legali vicine alla loro madre, e ha stabilito essere «pienamente sussistente la giurisdizione italiana», annullando l'ordinanza torinese.
«Nella verifica che tali giudici saranno chiamati ad effettuare - sottolineano gli avvocati - si dovrà tener conto anche della residenza abituale
di Marella Caracciolo», che a loro dire era in Italia, «e della opponibilità dell'accordo transattivo del 2004 nella successione Agnelli, con
possibili rilevanti ripercussioni sugli assetti proprietari della Dicembre», la società che fa capo agli eredi.

 

 

Fiat Nuova 500 Cabrio
Briosa e chic en plein air

Piacevole da guidare, la Fiat Nuova 500 Cabrio è una citycar elettrica dallo stile elegante e ricercato. Comoda solo davanti, ha una discreta autonomia e molti aiuti alla guida. Ma dietro si vede poco o nulla.

Quando lo dicevo io a Marchionne lui mi sfotteva dicendo che ci avrebbe fatto un buco. Ecco come ha distrutto l'industria automobilistica italiana grazie al potentissimo Fassino, grazie ai suoi elettori da 40 anni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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borse o sui mercati finanziari. Le nozioni e le opinioni qui
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rischio sia personalmente piu' appropriato.


MARCO BAVA

 

 

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http://smarthyworld.com/renault.html

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http://it.wikipedia.org/wiki/PSA_ES_e_Renault_L7X

http://www.avantime-club.eu/

http://www.centropestelli.it/  scuola di giornalismo torinese

www.foia.it x la trasparenza

http://www.lingottoierieoggi.com la storia del lingotto

www.ipetitions.com PETIZIONI

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http://www.comune.torino.it/ambiente/bm~doc/report-siti-procedimenti-di-bonifica_informambiente.pdf AREE EX SITI INDUSTRIALI TORINESI DA BONIFICARE

 

 

 

 

 

-ULTIMO AGGIORNAMENTO 01/02/2026 02.46.08

 

 

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 11,47-54

In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi testimoniate e approvate le opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite.
Per questo la sapienza di Dio ha detto: "Manderò loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno", perché a questa generazione sia chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall'inizio del mondo: dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso tra l'altare e il santuario. Sì, io vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione.
Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l'avete impedito».
Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo in modo ostile e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

 

PUTIN ENTRA DEFINITIVAMENTE ALL'INFERNO E  Alexei Navalny IN PARADISO 

In linea con l'omicidio di Gesu' Israele continua ad uccidere e dal patto con DIO e' passata a quello con satana.

PROPOSTA AI PARTITI DI COSTITUIRE IL FRONTE ANTIFASCISTA GIACOMO MATTEOTTI PER LA TRIOLOGIA DELLA PACE:

  1. PACE NEL MONDO
  2. BENESSERE SOCIALE
  3. COMUNIONE DI TUTTI I POPOLI

 

Ger 38,4-6.8-10
Dal libro del profeta Geremìa
In quei giorni, i capi dissero al re: "Si metta a morte Geremìa, appunto perché egli scoraggia i guerrieri che sono rimasti in questa città e scoraggia tutto il popolo dicendo loro simili parole, poiché quest'uomo non cerca il benessere del popolo, ma il male". Il re Sedecìa rispose: "Ecco, egli è nelle vostre mani; il re infatti non ha poteri contro di voi".
Essi allora presero Geremìa e lo gettarono nella cisterna di Malchìa, un figlio del re, la quale si trovava nell'atrio della prigione. Calarono Geremìa con corde. Nella cisterna non c'era acqua ma fango, e così Geremìa affondò nel fango.
Ebed-Mèlec uscì dalla reggia e disse al re: "O re, mio signore, quegli uomini hanno agito male facendo quanto hanno fatto al profeta Geremìa, gettandolo nella cisterna. Egli morirà di fame là dentro, perché non c'è più pane nella città". Allora il re diede quest'ordine a Ebed-Mèlec, l'Etiope: "Prendi con te tre uomini di qui e tira su il profeta Geremìa dalla cisterna prima che muoia".

 
S L'America si mobilita
Springsteen e il sangue sulle strade di Minneapolis
Attraverso il ghiaccio e il freddo dell'inverno
Giù per Nicollet Avenue
Una città in fiamme ha combattuto fuoco e gelo
Sotto gli stivali di un occupante
L'esercito privato di Re Trump del Dipartimento della sicurezza
Con le pistole legate ai cappotti
È arrivato a Minneapolis per far rispettare la legge
O almeno così raccontano
Tra fumo e proiettili di gomma
Alla prima luce dell'alba
I cittadini si sono schierati per la giustizia
Le loro voci risuonavano nella notte
E c'erano impronte di sangue
Là dove avrebbe dovuto esserci misericordia
E due morti lasciati a morire su strade coperte di neve
Alex Pretti e Renee Good
Oh, nostra Minneapolis, sento la tua voce
Cantare nella nebbia insanguinata
Prenderemo posizione per questa terra
E per lo straniero in mezzo a noi
Qui, nella nostra casa, hanno ucciso e vagato liberi
Nell'inverno del '26
Ricorderemo i nomi di coloro che sono morti
Per le strade di Minneapolis

 

 

 

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CHI HA RICEVUTO QUESTO TESTAMENTO DA GA ? E COSA NE HA FATTO ? ECCO IL MOVENTE DELL'OMICIDIO DI EDOARDO OLTRE LA INCOMPATIBILITA' FRA LE LESIONI E LA GRANDE PRECIPITAZIONE DAL PONTE GENERALE ROMANO .

 

 

2

 

 

Riflessioni sull’omicidio Edoardo Agnelli  :

EDOARDO NON E' MAI STATO MUSSULMANO, ANCHE SE E' STATO UCCISO PERCHE' I SUOI MANDATI VOLEVANO CHE LO SI PENSASSE:

 

 

https://torinocronaca.it/news/torino/590957/edoardo-agnelli-era-musulmano-ecco-la-lettera-con-la-sua-verita.html

 

 

 

TO.28.11.25

OGGETTO :Perché Crosetto intuisce omicidio di Edoardo Agnelli che Minoli nega ?
 
All ‘ AMMINISTRATORE DELEGATO DELLA RAI dott.Gianpaolo Rossi
Pc al Ministro della Difesa Guido Crosetto

Buonasera
Dr.Rossi
Sono stato amico di Edoardo Agnelli , ed ho fatto esposti per suo omicidio, per
incompatibilità tra lesioni riportate,5, ed una caduta da 84 metri, .
Il 09.03.25 sul Corriere Guido Crosetto afferma su EA : Non ho mai creduto al fatto
che si sia suicidato. E non sono il solo.
Nessun canale di informazione Rai l'ha ripreso . Giudichi lei se era di rilevanza
informativa questa dichiarazione  e se non crede sia giunta l'ora di realizzare un
servizio obiettivo sulla morte di EA visto :
1) che Minoli , non puo'; ignorare i fatti, come e'; avvenuto nella puntata di La storia
siamo noi, con un medico legale che deduce le lesioni da delle foto, ed il gen
Garofalo che nega a priori la testimonianza di un pastore. Soprattutto visto che
dopo questa informazione di parte, Minoli e'; diventato Presidente del Museo
d'arte contemporanea del castello di Rivoli.
2) Che il 29 ottobre Farwest registra per una interna giornata un servizio sulla
morte di Edoardo Agnelli, con una mia intervista, di cui non manda in onda il 7
novembre un solo fotogramma, preannunciando altre puntate che finora non
sono mai state messe in onda.
3) Che ulteriormente ho inviato alla Procura di Cuneo , che ha un fascicolo aperto
sull’omicidio di Edoardo Agnelli dal 2018 una mia richiesta di riesumazione del
cadavere di Edoardo Agnelli supportata da una consulenza medico legale che
allego.
Perché questa censura mia e del Ministro Crosetto ?
Resto in attesa di una sua risposta.
Buon lavoro.
Marco BAVA

2

Intervista di Crosetto:
«Se ci sarà la missione Onu, potrebbe esserci anche l’italia»
• Corriere della Sera
• 9 Mar 2025
• Di Aldo Cazzullo e Tommaso Labate
Ministro Guido Crosetto, cuneese, 61 anni, dal 2022 guida la Difesa. Da allora ha
lasciato le aziende di cui era azionista, attive nel campo del lobbying e delle armi
L’odore del letame, la morte del padre, i due matrimoni, gli incontri con Edoardo
Agnelli — «non credo al suicidio» —, Ferrero, Marchionne. L’addio a Berlusconi: «Ci
disse che Giorgia poteva andarsene ma io dovevo restare». Le liti e l’affetto con
Meloni. Guido Crosetto anticipa al Corriere la sua autobiografia. E sull’ucraina: «Prima
o poi andrà l’onu, e l’Italia ha sempre partecipato alle missioni Onu».

Le amicizie: Edoardo Agnelli.
«Lo conobbi una sera a una festa a Torino. Diventammo amici e in certe giornate
condivisi le idee, la cultura e anche le inquietudini di quel ragazzo così colto, educato,
cortese e così introverso da essere l’opposto del padre, l’avvocato. Lo dico senza
problemi: non sono in possesso di una verità alternativa ma non ho mai creduto al
fatto che Edoardo si sia suicidato. E non sono il solo».
 
 Allegati:
1) Consulenza medico legale sugli atti relativi al decesso di EA
2) Intervista di Crosetto:
«Se ci sarà la missione Onu, potrebbe esserci anche l’italia»
• Corriere della Sera
• 9 Mar 2025
• Di Aldo Cazzullo e Tommaso Labate

 

Riflessioni sull’omicidio Edoardo Agnelli  :

https://www.youtube.com/watch?v=8nGVr1Echm4

 

1)    Oggi e’ chiaro che le 5 fratture sul corpo di Edoardo Agnelli non sono compatibili con una precipitazione da 94 metri a 150km/H.

2)    Per cui la mia ricostruzione e’ che Edo e’ stato strangolato con un rosario islamico , che e’ una prima firma, probabilmente ebraica, come  il ritrovamento , sotto il viadotto intitolato al generale dei Carabinieri Franco Romano, scomparso in un incidente aereo a Volpiano (TO) nel 1998, ed amico di Edoardo Agnelli, che e’ una seconda firma. Quella di chi ha voluto la morte di un generale dei CARABINIERI cadendo con un elicottero dell’arma .

3)    Edoardo Agnelli voleva solo che fosse rispettato l’art.544 cc, che, assegna, chiaramente e semplicemente,  agli eredi legittimi un patrimonio in successione legale, con quote legittime e disponibili,  per cui ad Edoardo Agnelli aspettava una quota legittima del 25% della quota di Gianni Agnelli della Dicembre. Margherita si e’ rifiutata di seguire questa decisione di Edoardo che rendeva nullo lo strumento illegale di GABETTI e Grande Stevens, che poi Jaky ha rimosso : l’art.7 della Dicembre. Che stabiliva che le quote di Gianni Agnelli sarebbero state rimborsate fuori dalla Dicembre di cui avrebbero preso il controllo , con la morte di Gianni Agnelli,  progressivamente,  in un primo momento , sino al 1996,  Marella , dal 1996 Jaky. C’era solo il problema di Margherita , che non ha mai voluto ascoltare suo fratello, e che di fatto aveva la stessa quota di Marella e Yaky,  ma il suo avv.Gamna, professionista della Fiat,  la convinse a vendere a Marella la sua quota, mettendola fuori gioco definitivamente ed irreversibilmente. Perché se un socio esce da una società con l’assistenza di un avvocato di fiducia, non può affermare di essere stata ingannata da chi l’ha consigliata. Per cui diventa un caso fra i 2 .

4)    Quindi si sono aperte 3 fasi della successione a Gianni Agnelli:

a.     Luglio 1996, quando la quota di Gianni Agnelli avrebbe  dovuto  essere annullata in capo agli eredi per dare il controllo della Dicembre a Marella, assistita  da Gabetti e Grande Stevens .

b.    Dal luglio 1996 la reazione di Edoardo Agnelli a far uscire dalla Dicembre Gabetti e Grande Stevens, ed a cambiare l’art.7 della Dicembre,  fa spostare il controllo della Dicembre su Jaky, ventenne,  più facilmente assistibile di Edoardo Agnelli, da Gabetti e i Grande Stevens, attraverso il foglio di Montecarlo,  quando Gianni Agnelli,  destina, come sue ultime volontà prima di una operazione in cui rischiava la vita ,  le sue quote della Dicembre per  lire 5.099.967.000 a Jaky che ne ha gia’ per 5.000.0000.000 di lire.

c.     Però, nel gennaio 1998 Gianni Agnelli capisce, probabilmente, la situazione, grazie ad una intervista di Edo sul Manifesto, ed annulla la destinazione della sua quota Dicembre a Jaky , fatta nel luglio 96 prima dell’operazione rischiosa, destinandola in favore di Edoardo Agnelli.

5)    Ma Gianni Agnelli il 14.11.2000 desidera che le sue volontà vengano esaudite , prima della sua morte, per cui ordina al notaio Morone di formalizzare la donazione di lire 5.099.967.000 della Dicembre ad Edo dandogli il controllo della Dicembre.

6)    Vengono informati , probabilmente, di queste volontà Gabetti, Grande Stevens , Marella e Jaky , ma non EA perché il giorno, 15.11.2000 sarebbe stato ucciso, per annullare sia il testamento sia la donazione.

7)    Gabetti e Grande Stevens, 2 mesi prima del circa prima del suo omicidio,  volevano proporre ad Edoardo Agnelli una compensazione in immobili della quota della Dicembre di Gianni Agnelli,che Edoardo Agnelli ha sempre rifiutato,  per 2 ragioni:

a.     Senso del dovere.

b.    Perché il valore  delle quote della Dicembre dipendono dalla gestione, mentre il valore degli immobili , come  Frescot, per esempio,  era stato fatto con i quadri , che ora sono scomparsi. Infatti , anni fa, Frescot era stata messa sul mercato a 10 milioni. Ma con i quadri ve valeva il doppio. Ed oggi il valore potrebbe essere 2,5 milioni.

8)    Per cui oggi la questione ha 2 profili uno civile ed uno penale:

a.     Quello civile e’ fondato su una vendita da Marella a Jaky per vendita simulata che puo’ solo obbligare Jaky Lapo e Ginevra,  a pagare a Margherita il valore di quella vendita non certo a riottenere le quote della Dicembre cedute fittizziamente da Marella a Jaky , Lapo e Ginevra.

b.    Quello penale del reato di omicidio, non prescrivibile, di Edoardo Agnelli per estrometterlo dall’eredita della quota di Gianni Agnelli di controllo della Dicembre che era superiore a tutti gli altri soci, con dei mandanti in vita che hanno avuto vantaggi dall’annullamento della donazione di Gianni Agnelli ad Edo del controllo della Dicembre .

9)    Perché la Procura di Cuneo e Procura generale di TORINO, non vogliono procedere  per omicidio  di Edo e cercare i mandanti e gli esecutori visto che ci sono documenti che confermano un movente ?

 

https://www.leccecronaca.it/index.php/2025/11/15/251432/

 

https://torinocronaca.it/news/torino/576546/agnelli-25-anni-fa-la-morte-di-edoardo-per-lui-le-rose-degli-elkann-e-silenzio.html

 

 

I segreti degli AgnelliAgnelli: Edoardo si convertì all'Islam? Ecco la lettera con la veritàIn Iran è considerato un martire islamico. Ora spunta un documento inedito

Andrea Monticone

Gennaio 2026 - 08:30xxxx

Edoardo Agnelli si era convertito all'Islam? C'è chi dice di sì, riportando addirittura due momenti, due date, del suo percorso di musulmano, mentre in Iran è considerato un martire, dalla sua morte per certi versi ancora misteriosa. Adesso, però, abbiamo la possibilità di dare una risposta a questa domanda, una risposta che viene direttamente dal figlio di Gianni Agnelli e da una sua lettera che abbiamo potuto vedere.

La data è quella del 1° febbraio 1994, il documento è battuto a macchina in stampatello maiuscolo e reca l'intestazione di Villa Bona, dove il figlio dell'Avvocato abitava, sulla collina torinese. Il destinatario è un certo "Signor Homeni", cui Edoardo Agnelli dice senza tanti giri di parole "non è vero che io appartengo alla fede islamica". Precisando "ciò nonostante ne conosco i contenuti e so per certo più di lei che in questo caso non ne sto violando i codici".

Edoardo Agnelli, infatti, era un grande studioso e appassionato di religione. Per questo si dice che si fosse convertito all'Islam, già negli anni 70, a New York, dopo aver letto il Corano nella biblioteca del college. Alcuni siti Internet riportano anche il nome che avrebbe scelto al momento dell'adesione all'Islam sciita, ossia Mahdi. Esistono anche foto di un viaggio di Edoardo Agnelli in Iran, dove incontrò l'ayatollah Khomeyni, nel 1981, e che lo ritraggono in preghiera.

Evidentemente proprio a quel viaggio fa riferimento questa lettera - che, al pari di altre, fa parte di un carteggio consegnato all'amico Marco Bava e da questi donato a una biblioteca a Settimo, con donazione poi revocata -, in risposta al misterioso Homeni che, a quanto pare, gli chiedeva soldi per favori legati a una scorta che il figlio dell'Avvocato avrebbe avuto in Iran. Richiesta rispedita al mittente con tanto di minaccia di denunce per calunnia.

La conversione all'Islam, il volo dal viadotto: "Edoardo Agnelli fu ucciso"La battaglia dell'amico Marco Bava, i dubbi sul suicidio e il ricordo come martire in Iran
Sul tono della lettera ha alcuni dubbi anche l'amico Bava, che lascia intendere "che l'avesse battuta a macchina la segretaria di Gianluigi Gabetti, per la forma. Ma al 50% è di Edoardo". Il quale aveva di sicuro studiato il Corano, così come altre religioni. Il giorno della sua morte, il 15 novembre 2000 precipitando da un viadotto della Torino-Savona a Fossano, al collo aveva un rosario buddista. E, nel periodo precedente, agli amici aveva confidato di volersi ritirare per qualche tempo in un monastero.

La guerra per l'Eredità e la misteriosa fine di Edoardo: ecco le rivelazioni shockParla l'amico del figlio dell'Avvocato: "Lui non sapeva del testamento... Altri sì. Riesumate il suo corpo"
In Iran, come abbiamo detto, viene ricordato come un martire: il mondo musulmano (e vari siti complottisti) non crede al suo suicidio, bensì ipotizza che sia stato eliminato per non permettere che la Fiat finisse controllata da un musulmano.

Questo, dunque, cui sembra di porre fine, era uno dei tanti gialli attorno alla figura di Edoardo: a partire dalla sua morte, come si diceva e come tante volte abbiamo scritto, e dalle ultime rivelazioni scaturite nell'ambito della guerra per l'Eredità Agnelli fra sua sorella Margherita e John Elkann.

Edoardo Agnelli era il vero erede? Ecco cosa accadde quel giorno di 25 anni fa...A Far West il caso del testamento segreto e la morte misteriosa del figlio dell'Avvocato
Fra i documenti rivelati, infatti, c'è un "testamento segreto" di Gianni Agnelli, che lo includeva appieno come erede destinandogli le quote della società Dicembre che consente il controllo dell'impero di famiglia. E, atroce particolare, la bozza di accordo per questo passaggio di quote reca la data del 14 novembre 2000, il giorno prima della sua morte.


La guerra per l'EreditàAgnelli, segreti & morte

Le rivelazioni shock , la tragica fine di Edoardo: "Ora riesumate il suo corpo"

Andrea Monticone


E adesso riesumate il corpo di Edoardo Agnelli: dopo aver esumato i segreti, le carte dimenticate, anche forse i “magheggi” per l’eredità di Gianni Agnelli, passate al corpo del suo sfortunato figlio che, a quanto scopriamo, era l’erede designato. Lo chiede l’amico di sempre di Edoardo, ossia Marco Bava che, fin dal quel 15 novembre 2000, non ha mai smesso di ribadire la sua verità: «Edoardo non può essersi suicidato».

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Agnelli, la donazione dell'impero a Edoardo il giorno prima della sua morte ECCO LE CARTE SEGRETE . Clamoroso colpo di scena: dopo il testamento segreto spunta il documento della società Dicembre
Il pensiero di Bava si accompagna, adesso, alle ultime rivelazioni, compresa quella bozza per la cessione delle quote della Dicembre già pronta, da firmare, con la data del 14 novembre 2000. Il giorno dopo, Edoardo veniva trovato privo di vita al di sotto del viadotto di Fossano.


La conversione all'Islam, il volo dal viadotto: "Edoardo Agnelli fu ucciso"La battaglia dell'amico Marco Bava, i dubbi sul suicidio e il ricordo come martire in Iran
Vi avevamo raccontato, nei mesi scorsi, dei due esposti presentati in Procura da Bava, per sostenere la tesi omicidiaria. Adesso, di fronte alle ultime rivelazioni, ha presentato un nuovo esposto al ministro della Giustizia Carlo Nordio, lamentando che la Procura Generale di Torino non abbia avocato a sé l’indagine archiviata come suicidio della Procura di Mondovì. Bava dice che si basa «sull’ipotesi che l’omicidio di Edoardo presso la sua abitazione in Torino, si fonda sulla incompatibilità delle lesioni da una caduta da 90 metri, rilevate non dall’autopsia ma su rilievi sommari, e che invece sarebbero compatibili con una caduta dal muretto di casa alto circa 5 metri. Rilievo che avrebbe dovuto perlomeno far sorgere qualche dubbio al questore di Torino Nicola Cavaliere, che invece, nonostante formalmente incompetente per territorio, avvallò fin dall’inizio l’ipotesi del suicidio senza risultino indagini su quella dell’omicidio sul suo territorio».


Eredità Agnelli, "i lingotti dell'Avvocato in mezzo ai tesori dei narcos". E su Edoardo...La seconda parte dell'intervista a Gigi Moncalvo che "sfida" gli Elkann e la Juventus
Sulla morte di Edoardo non c’è autopsia: il medico legale fece una ricognizione del cadavere stabilendo la compatibilità delle ferite con la caduta dal viadotto: ferite terribili, con fuoriuscita di materia cerebrale dal cranio, fratture. La Fiat Croma di Edoardo fu registrata dalle telecamere in ingresso al casello, risulterebbe una sola persona alla guida. Ma perché il suicidio? Ed Edoardo sapeva di queste disposizioni del padre?

Secondo Bava no, ma dice anche che, l’ultima volta che si erano sentiti, gli aveva confidato «che dovevamo parlare della Dicembre». Anche in una delle lettere che Edoardo Agnelli mandava spesso al padre si fa riferimento a questo: «Dobbiamo parlare della Dicembre». Possibile che il figlio ribelle volesse accettare davvero il ruolo di erede? In una intervista, anni prima aveva dichiarato: «Ho un terzo delle quote di Fiat, non sarà facile farmi fuori».


Agnelli, due esposti in Procura sulla morte di Edoardo e il "giallo" del pentitoLa denuncia dell'amico: "Non può essersi suicidato". Quel volo dal viadotto e l'autopsia mai eseguita
Per Gianni Agnelli quel figlio interessato alla filosofia e non all’economia, all’ambiente e non all’industria, convertito all’Islam - dicono, ma il giorno della morte aveva un rosario buddista -, alle droghe, gli mostrava «la stessa follia di mio fratello Giorgio», morto suicida lanciandosi da un balcone di una clinica in Svizzera.


Agnelli, la morte misteriosa dell'uomo che sparò all'Avvocato Voleva vendere la Fiat. La lite furiosa e l'arrivo dell'ambulanza. La testimonianza della compagna
Si era ipotizzato, tempo fa, che potesse essere Margherita a chiedere la riesumazione del corpo del fratello, ma quello è un atto che non è mai arrivato. Resta piuttosto qualche dubbio investigativo: perché non esiste un testamento definitivo di Agnelli, dal momento che in quello reso noto alla sua morte si fa ancora riferimento a Edoardo, morto tre anni prima? Questi documenti possono avere un peso nella ridistribuzione del potere in seno alla società Dicembre che consente il controllo dell’impero Agnelli ora Elkann?


Oggi Edoardo Agnelli avrebbe 70 anni: ecco come sognava la sua Fiat (senza John Elkann)Le lettere segrete del figlio ribelle dell'Avvocato, dall'eroina alla morte misteriosa, passando per gli attacchi a Gabetti e Marella
Gli Elkann parlano di clamore mediatico e promettono di difendere la memoria di Gianni e Marella; i grandi depositari dei segreti dell’Avvocato, Gabetti e Grande Stevens, se ne sono andati. Restano le ombre di una dinastia alle prese con una guerra intestina più feroce di quanto si possa pensare.

 

https://torinocronaca.it/news/torino/566014/agnelli-segreti-morte.html

 

 

 

POTETE 

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LA VERITA' SULLA FIAT E LA FAMIGLIA AGNELLI,  PERCHÉ QUELLA CHE FINORA E' STATA PRESENTATA NON E' LA VERITA':

  1. GABETTI, GRANDE STEVENS, DONNA MARELLA, MARCHIONNE E JAKY HANNO SFASCIATO TUTTO.

  2. L'AVVOCATO ED UMBERTO NON HANNO CAPITO I DANNI CHE POTEVANO CAUSARE ED HANNO CAUSATO GABETTI GRANDE STEVENS E DONNA MARELLA.

  3. GABETTI CON MARCHIONNE e DONNA MARELLA CON JAKY hanno danneggiato  la FIAT.

  4. GIANNI AGNELLI FREQUENTAVA BOBBIO , YAKY ELON MUSK.

  5. CARO YAKY GESU' AVEVA AUTOREVOLEZZA NON AUTORITA' ed il fatto che citi piu' spesso Marchionne che tuo nonno dimostra quanto poco avevate in comune.

  6. Con Giovanni Alberto Presidente della Fiat , La Nostra Fiat sarebbe stata più giusta e fondata sul senso del dovere sociale di quella che fu di VALLETTA , che' e' stata di Marchionne che e' sarà di Jaky. La base sarebbe stata la fusione di IFI in FIAT creando la Super FIAT. Si sarebbe creata una super Holding automobilistica con la fusione di Fiat auto in Ferrari e l'acquisizione di Volvo, Land Rover e Jaguar. L'auto elettrica non sarebbe mai stata prodotta ma ci sarebbe oggi quella ad H2, con reti per produrlo e venderlo in Europa, Asia e Usa , con almeno Fiat-Lancia-Alfa ,  Toyota , BMW e Hyundai. La Fiat Holding avrebbe creato: la HOLDING ENERGIA -TELECOMUNICAZIONI controllando  Telecom ed Eni-ENEL,  la HOLDING  GDO acquisendo Auchan-Carrefour, quella SPORT E TEMPO LIBERO con Juve , quella alimentare con Buitoni e Centrale del latte di TORINO, quella dell'informazione con LA STAMPA e Video-informa, quella della salute con Genarco..... Avremmo rispettato e dato continuita' attualizzandolo il lavoro svolto da Gianni ed Umberto Agnelli, senza Gabetti, il prete. Mb

https://torinocronaca.it/video/cronaca/482424/stellantis-john-elkann-alla-camera-ecco-l-audizione-in-diretta.html

 

 

LE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI

BOSSI PRODI DE BENEDETI GIANNI AGNELLI SCALFARI 1 SCALFARI 2 PANELLA GIANNI AGNELLI 2

GLI ORIGINALI delle lettere di EA NON SONO PIU' CUSTODITI DALLA BIBLIOTECA DI SETTIMO TORINESE  PER REVOCA DELLA DONAZIONE  IN QUANTO NON LASCIAVA CONSULTARE AL PUBBLICO L'ORIGINALE DELLE LETTERE DI EA. Per cui chi le vuole me le chieda ed io gli inviero' la scannarizzazione.

SE VUOI AVERE UNA COPIA  DELLE LETTERE DI EDOARDO AGNELLI  :

 https://1drv.ms/f/s!AlFGwCmLP76pgSdXDIwzmDgGSLkE

 

COMODATO EA COMODATO D'USO DI VILLA SOLE DOVE VIVEVA EDOARDO AGNELLI

DOCUMENTi SULLA DICEMBRE SOCIETA' SEMPLICE CHE CONTROLLA JUVE, FERRARI, STELLANTIS

 

DICEMBRE 2021

DICEMBRE 1984

 

RINVIO GIUDIZIO TRIBUNALE ROMA DI ANDREA AGNELLI 2024

RINVIO AA 24

 

 

il mio libro sui Piani INDUSTRIALI  FIAT.  OLIVETTI, PININFARINA, BUZZI...

Libro Mb

LA MIA TESI DI LAUREA IN GIURISPRUDENZA SUL PROCESSO AL SENATORE AGNELLI  PER AGIOTAGGIO

CON SENTENZA NEL 1912

TESI SEN AGNELLI

VEDETE  COME LAVORA UIBM   CHE MI HA BLOCCATO OGNI ATTIVITA' MENTRE CON EUIPO RIESCO A LA LAVORARE NORMALMENTE  

CACAO&MIELE\7228-REG-1547819845775-rapp di ricerca.pdf

 

Presentazione del libro “JUVENTUS SEGRETA”, autore Gigi MONCALVO

Martedì 5 marzo, alle ore 18, nella Sala Musica del Circolo dei Lettori di Torino

VIDEO:

https://youtu.be/jfPFSm35_W0

ALTRI VIDEO SULL'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI :

 

https://www.byoblu.com/2023/12/10/piazza-liberta-di-armando-manocchia-puntata-87/

https://youtu.be/_DJONMxixO8?si=rKoapPc2-8JtHha8

https://youtu.be/B05tTBK-w0E?si=O5XxvZFIr61tYU7w

https://www.youtube.com/watch?v=t0OrCSg1IZc

https://www.youtube.com/watch?v=Mhi-IY_dfr4

 

 

 

TO.10.07.24

 

Intervento fatto al Collegio Carlo Alberto di Torino sulla censura assembleare dell’art.11 del Decreto Capitali

  • E’ sempre positiva una analisi storica democratica.
  • Qui in p.za Arbarello a TORINO c'era la Facolta' di Economia ed ho imparato l’ economia industriale  dal prof Goss Pietro.
  • Che dai 25 anni ho potuto applicare concretamente direttamente con Gianni Agnelli.
  • L’invidia dei docenti di Economia di TORINO per questa mia esperienza  formativa , mi e’ costata 16 anni di blocco per la laurea in Economia a Torino , ottenuta poi in 16 mesi a Novara, a cui e’ seguita una 2^ laurea in giurisprudenza a Torino per riabilitarmi con il prof.Dezzani di Economia ae Commercio a Torino. Altri 20 anni mi blocca Economia e Commercio di Torino per l'esame da dottore Commercialista  che poi supero a Roma.
  • A 30 anni proposi a Gianni Agnelli  superFIAT, LA FUSIONE IFI FIAT , che mi chiese di portare a Cuccia, e che Gabetti e Galateri , con cui collaboravo, ed a cui chiesi un aiuto, mi bloccarono.
  • Umberto Agnelli attraverso Boschetti mi propose di rifare la Stilo, ma Morchio si oppose .
  • Muoiono Edoardo Agnelli  Gianni Agnelli  e Umberto Agnelli ,  Gabetti ,attraverso donna Marella e Yaky sceglie Marchionne  che privo di conoscenze automobilistiche, ha lasciato a  Yaky la sola scelta di VENDERE la Fiat che sta progressivamente riducendo la produzione negli stabilimenti italiani.
  • A cui Cirio,Urso e Pichetto rispondono rifiutando l’esame del mio PROGETTO H2 PER AUTOTRAZIONE. Lo trovate sul mio sito www.marcobava.it. Mentre DENORA ne REALIZZA uno suo IN LOMBARDIA programmando il più importante stabilimento europeo di elettrolizzatori per produrre H2 , affiancata da  SNAM dopo che se ne parlato nell’assemblea aperta di Snam 1 mese fa, in cui viene convita del futuro della produzione dell’H2 con elettrolizzatori che fara’ appunto con De Nora in Lombardia. Ed io prevedo che seguira’ la produzione  delle auto ad H2 in Lombadia invece che in Piemonte , che forse saranno finanziate da Unicredito e S.PAOLO. Queste sono visioni strategiche.
  • Tutto cio’ mentre a Torino ed in Italia il presidente del S.PAOLO ispirando l’art.11 fascista del Decreto capitali, censura, in Italia, unica nel mondo, la democrazia nelle assemblee, pero’ non applicata da Snam che forse non e’ un importante cliente di S.PAOLO.
  • Prof Goss Pietro E’ COSCIENTE dei danni che questa sua censura democratica sta provocando e provocherà rispetto alla storia del paese che avete illustrato ?
  • Perche’ lo sta facendo viste le conseguenze di impoverimento regionale e nazionale ?
  • Qual’e’ il fine ?  il POTERE FINE A SE STESSO come mi risposte anni fa Grande Stevens ?
  • La stessa decadenza si manifesta anche attraverso le assemblee Juventus in cui, anche se non sono state mai chiuse ,  sono stato aggredito 2 volte dallo staff. Tutto cio’ non puo’ che portare alla vendita della Juve come e’ successo per Fiat portando sempre piu’ il Piemonte verso la deriva democratica ed economica.
  • Senza democrazia in economia non ci può essere sviluppo. Siete d’accordo ?                                      

Per confermare quale fosse il grado di conoscenza che avevo con GA che mi ha insegnato dare il 5 posso aggiungere che :

  1. soffriva di insonnia per cui leggeva ed alle 12 aveva sonnolenza
  2. amava la boxe
  3. quando aveva una influenza si curava con la penicellina

Sul prof.GP posso invece ricordare:

  1. che ho concordato l'appoggio alla sua prima nomina a presidente di Intesa S.PAOLO con il prof.Bazoli in cambio di una sua presidenza onoraria con partecipazione alle decisioni strategiche;
  2. che gli ho proposto una fusione di Unicredito in Intesa S.Paolo
  3. IL GIUDIZIO SPREZZANTE DEL PROF.GROSS PIETRO:

  GP2

                                                                                                    Mb

 

01.02.26
  1. striscia di gaza
    Raid israeliani fanno 32 vittime
    Almeno 32 gazawi, secondo i palestinesi, sono stati uccisi in diversi attacchi israeliani nella Striscia nella notte tra venerdì e sabato e ancora ieri. È uno dei più gravi bilanci da quando è stato raggiunto il cessate il fuoco. I primi raid, in un'area nei pressi dell'incrocio Abbas a Ovest di Gaza city. Altri a Jabalia. E ad Asdaa, a Nordovest di Khan Yunis. Tra gli attacchi, uno contro la stazione di polizia di Sheikh Radwan a Gaza City. L'inasprimento della violenza si è verificato un giorno prima che Israele riaprisse il valico di Rafah, tra la Striscia di Gaza e l'Egitto. N.d.g. —
  2. Il caso che ha indignato l'america. Il bimbo, 5 anni, deportato in texas
    Un giudice federale ordina il rilascio di Liam Il piccolo fermato dall'Ice a casa entro martedì
    Liam Conejos Ramos, il bimbo di 5 anni deportato dall'Ice assieme al padre, deve essere rilasciato entro martedì dal centro migranti in Texas dove si trova. Lo ha stabilito un giudice federale intervenendo sul caso che ha indignato e commosso l'America e il mondo intero. La foto del piccolo Liam con il cappello azzurro con le orecchie da coniglio e lo zainetto dell'Uomo Ragno fermato dagli agenti dell'Ice a Minneapolis ha fatto nei giorni scorsi il giro del mondo. È divenuta il simbolo della stretta ai migranti dell'amministrazione Trump e ha alimentato la rabbia contro gli agenti per l'immigrazione. Liam e suo padre Adrian sono stati fermati all'uscita dell'asilo e poi trasportati in Texas, dove hanno trascorso una settimana in un centro migranti dello stato. Nei giorni scorsi una delegazione di democratici ha fatto visita al piccolo Liam e lo ha descritto come «triste e depresso». Il bimbo – hanno raccontato – chiede della mamma e dei suoi compagni di scuola. Se Minneapolis è in prima linea, in tutto il resto dell'America le proteste contro l'Ice proseguono senza sosta. R. E. —
  3. Nelle nuove carte rivelata l'identità anche di donne che non avevano denunciato pubblicamente
    Scoppia la rabbia delle vittime degli abusi " Diffusi i nostri nomi, ma tutelati i colpevoli"
    new york
    «Questa ultima pubblicazione dei documenti relativi a Jeffrey Epstein viene presentata come un atto di trasparenza, ma in realtà non fa altro che esporre le vittime», ha dichiarato in un comunicato stampa un gruppo di vittime del finanziere morto suicida in carcere nel 2019. Dolore, sfiducia, senso di essere state ancora una volta tradite: sono questi i sentimenti prevalenti tra le vittime di Epstein che da anni si battono affinché tutti i documenti siano resi pubblici e tutti gli uomini coinvolti siano chiamati a pagare per i loro crimini. La sensazione è che non succederà neanche questa volta.
    Nella conferenza stampa di venerdì il vice procuratore generale Todd Blanche ha riconosciuto che la pubblicazione di questi documenti non soddisferà la necessità di ulteriori informazioni dal momento che non contengono i nomi di uomini specifici che hanno abusato delle donne e che, se il dipartimento avesse quei nomi, gli uomini verrebbero perseguiti.
    Una delle vittime – Lisa Phillips – ha detto che è «straziante» sentire il Dipartimento di Giustizia dichiarare di non essere a conoscenza di altri uomini coinvolti negli abusi subiti da lei e dalle altre ragazze. «È straziante sentirlo dire questo, quando l'intera vicenda di Epstein riguarda proprio altri uomini che hanno permesso e commesso abusi» , ha dichiarato la donna alla Bbc. Phillips afferma di credere che non siano state rese pubbliche «molte informazioni», ma sostiene che alcune segnalazioni dell'Fbi contenute nell'ultima pubblicazione dimostrano che altri uomini «sono stati coinvolti in crimini piuttosto efferati». Un altro problema sollevato da Gloria Allred, l'avvocatessa che rappresenta alcune di queste donne, è che molti nomi, anche di donne che non hanno denunciato in modo pubblico, non sono stati oscurati o sono stati oscurati male. «In alcuni casi i nomi sono stati barrati, ma è comunque possibile leggerli», ha affermato Allred. «In altri casi, sono state mostrate foto delle vittime, sopravvissute che non hanno mai rilasciato interviste pubbliche né rivelato il proprio nome pubblicamente». La situazione è un «disastro assoluto», ha aggiunto Allred, affermando che il DOJ ha «toccato il fondo» e «dovrebbe vergognarsi». «Ancora una volta, i nomi e le informazioni identificative delle sopravvissute vengono rese pubbliche, mentre gli uomini che ci hanno abusato rimangono nascosti e protetti. Questo è scandaloso», hanno dichiarato le vittime in un comunicato. «Noi, in quanto sopravvissute, non dovremmo mai essere quelle i cui nomi vengono resi noti, sottoposte a scrutinio e traumatizzate nuovamente, mentre i complici di Epstein continuano a beneficiare del segreto. Questo è un tradimento nei confronti delle stesse persone che questo processo dovrebbe tutelare», si legge nella nota. Per le vittime la pubblicazione si potrà dire conclusa solo quando «saranno resi pubblici tutti i documenti legalmente richiesti e ogni persona che ci ha abusato e ogni complice non saranno completamente smascherati». s.sir.
  4. in
    ginocchio
    Monarchia
    Simona Siri
    New York
    Le accuse non verificate a Donald Trump. Richard Branson nominato centinaia di volte. Una corrispondenza con Steve Bannon assidua e frequente. La festa selvaggia a cui voleva partecipare Elon Musk, le cene con Woody Allen, l'amicizia con Andrea Mountbatten-Windsor ex Principe d'Inghilterra, i consigli con il giornalista Michael Wolff. E poi le donne procurate al presidente e comproprietario dei New York Giants, Steve Tisch; una mail molto amichevole a Ghislaine Maxwell firmata da una certa Melania; la presunta malattia venerea che Bill Gates avrebbe contratto dopo aver fatto sesso con una ragazza russa. È parte di quello che emerge fino a ora dai nuovi documenti relativi al caso Jeffrey Epstein, il finanziere amico dei potenti accusato di traffico di minori e morto in carcere nell'agosto del 2019, in attesa di processo. Si tratta di tre milioni di pagine – la metà delle sei milioni di pagine accumulate –, di oltre duemila video e di 180 mila immagini pubblicate venerdì dal Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. In questi nuovi documenti Trump – che con Epstein è stato amico per decenni – viene menzionato migliaia di volte. In particolare, i documenti appena pubblicati contengono un elenco di accuse di violenza sessuale non verificate contro l'attuale presidente, compilato da funzionari dell'Fbi nell'agosto del 2025. Alcune di queste accuse sono segnalazioni arrivate al numero verde dell'Fbi e quindi non ritenute credibili, definite «false e sensazionalistiche» dalla Casa Bianca. Altri documenti sono un'intervista dell'Fbi con una delle vittime di Epstein, la quale dichiara che la complice di Epstein, Ghislaine Maxwell, l'avrebbe presentata a Trump a una festa a New York (ma dichiara agli investigatori che tra i due «non è successo nulla») e appunti dell'Fbi relativi a una donna che ha accusato Trump di averla violentata quando aveva 13 anni. Questa accusatrice anonima, identificata come Jane Doe, aveva già intentato una causa legale contro Trump – che ha sempre negato le accuse – salvo poi ritirarla poco prima delle elezioni del 2016. Il documento dell'Fbi descrive in dettaglio diversi episodi in cui la donna avrebbe subito abusi, tra cui uno stupro. Afferma inoltre che Epstein sarebbe stato «arrabbiato perché Trump era stato il primo ad avere rapporti sessuali con lei» e che anche lui l'avrebbe stuprata. Il nome del Presidente compare anche in diverse mail tra Epstein e Larry Summers – ex segretario del Tesoro statunitense e presidente dell'Università di Harvard – con i due uomini intenti a spettegolare sull'amico durante il suo primo mandato. In una mail di ottobre 2016, Summers chiede a Epstein: «Quanto è plausibile l'idea che Trump sia un consumatore abituale di cocaina?». «Zero» è la risposta. «Quanto è colpevole Donald?», chiede Summers in una mail del maggio 2017 in cui discute dell'ipotesi che la Russia abbia aiutato Trump a vincere le elezioni del 2016, un'ipotesi che Summers ritiene «plausibile ma non certa». Risposta di Epstein: «Il tuo mondo non capisce quanto sia davvero stupido». Tra i documenti anche nuovi scambi di mail con Andrea e una serie di foto in cui l'ex principe è inginocchiato a quattro zampe sopra una donna sdraiata a terra. In uno scambio di e-mail del settembre 2010 Andrea invita il finanziere a Buckingham Palace, mentre in un'altra mail la Maxwell lo accusa di aver torturato una ragazza poi uccisa da altri. Diversi sono anche gli scambi con Sarah Ferguson, ex moglie di Andrea, di cui Epstein era amico e che aiutava finanziariamente. Tra le pagine più clamorose dal punto di vista giudiziario c'è la bozza di un atto – composto da 32 capi d'imputazione e 56 pagine – con cui nel 2007 il distretto meridionale della Florida stava valutando di incriminare Epstein insieme a suoi due "dipendenti". Il documento descrive tutti gli imputati come facenti parte di una cospirazione volta a «persuadere, indurre e adescare individui di età inferiore ai 18 anni a prostituirsi». L'indagine come si sa fu archiviata nel 2008 quando i procuratori federali accettarono di consentire a Epstein di patteggiare con i procuratori statali per adescamento di minore a scopo di prostituzione. Invece di affrontare la prospettiva di decenni di carcere, il finanziere trascorse circa 13 mesi in una prigione locale a Palm Beach, in Florida, da cui gli era permesso uscire durante il giorno per lavorare dal suo ufficio di casa. A gestire il tutto fu Alexander Acosta, in seguito Segretario del Lavoro nella prima amministrazione Trump, poi dimessosi proprio in seguito alle polemiche suscitate dalla sua gestione del caso. —
  5. l giornalista in piazza: "Ne parleremo"
    Calabresi candidato sindaco a Milano? L'apertura di Sala, la segretaria dem frena
    «Candidarsi a sindaco di Milano? Ne parleremo, oggi non è un tema». Lo ha detto Mario Calabresi, a margine della manifestazione in piazza XXV Aprile a Milano, contro la presenza di agenti dell'Ice per i Giochi olimpici. Ad accogliere con favore l'idea è il sindaco Beppe Sala: «Penso che sia interessato da quello che capisco, ritengo sia una buona candidatura». Più fredda la reazione della segretaria Pd Elly Schlein: «Metteremo anzitutto avanti la costruzione della coalizione progressista più ampia e determinata per vincere le prossime elezioni. Poi valuteremo», ha concluso.
  6. La località è piena di tifosi per la Coppa del Mondo di sci Pochi si fermano al memoriale delle vittime del rogo
    Crans un mese dopo la strage accantonata e i Moretti nel fortino
    stefano sergi
    inviato a crans-montana
    All'ingresso del Memoriale del dolore, una tenda bianca di tre metri, hanno sistemato due estintori perché con tutti quei lumini accesi non si sa mai. Il cumulo di fiori che è sorto davanti a Le Constellation all'alba del 1° gennaio lo hanno spostato in una posizione più defilata, a 300 metri di distanza, di fronte alla cappella di Saint-Christophe. Non c'è più la folla dei primi giorni, i visitatori sono pochi, c'è chi tira dritto lanciando uno sguardo incuriosito e chi si avvicina per un momento di raccoglimento. Sofia Goggia alla fine del SuperG ha detto: «Non è stato facile gareggiare qui, pensando a ciò che è successo».
    Crans-Montana invece vuole andare oltre. Oggi, a un mese dal rogo di Capodanno costato la vita a 40 giovanissimi, la perla del Vallese guarda avanti. In questo weekend di Coppa del Mondo i dehors sono zeppi di gente che beve e scherza, gruppi di tifosi sventolano le bandiere svizzere per la vittoria della campionessa di casa Malorie Blanc, hotel e ristoranti lavorano a pieno ritmo e le signore dell'alta borghesia escono dalle boutique cariche di acquisti, mentre un'altra dama di rango un filo più basso sfreccia in auto e mostra il dito medio a una troupe italiana. C'è un clima da «adesso basta», dopo un mese di riflettori accesi da tutto il mondo su quel discobar diventato la tomba di 40 ragazzi.
    Nel resto-lounge bar Plaza, a due passi da Le Constellation, l'italianissima Katy che gestisce il locale con il marito Ivan dice: «Ok ci sono stati degli sbagli, delle negligenze, ma c'è un'inchiesta che sta andando avanti, faranno luce sulle responsabilità, c'è una magistratura che è al lavoro, non possiamo ogni giorno tempestare l'opinione pubblica con fiumi di accuse alla Svizzera, perché rischiamo di finirci in mezzo noi italiani che viviamo e lavoriamo qui. Oltretutto l'Italia non è esattamente un Paese nella condizione di dar troppe lezioni agli altri, su tragedie del genere. Adesso basta no?».
    A tre chilometri dalle frotte di turisti di Crans-Montana c'è il silenzioso villaggio di Lens, dove le case sono quasi tutte splendide ville con una vista mozzafiato sulla vallata sottostante. Qui, al numero 11 di Rue Chermignon c'è l'uomo più inseguito (dai giornalisti) della Svizzera: Jacques Moretti, il proprietario de Le Constellation che è stato scarcerato su cauzione e ha come unico obbligo la firma ogni 24 ore nella stazione di polizia. Il 10 e 11 febbraio l'imprenditore e sua moglie Jessica saranno interrogati a Sion per la terza volta, mentre questa settimana saranno sentiti gli altri due indagati, il capo della sicurezza pubblica del Comune di Crans-Montana, Christophe Balet e il suo predecessore Ken Jacquemoud. E il 19 febbraio arriveranno i pm di Roma per incontrarsi con i magistrati svizzeri e (ma non c'è ancora l'ufficialità) dare il via al pool investigativo tra i due Paesi dopo le forti pressioni del governo italiano. L'ambasciatore Gian Lorenzo Cornado, richiamato per protesta dopo la scarcerazione di Moretti, per ora resta a Roma.
    Jacques Moretti intanto trascorre questi primi giorni di libertà in una sorta di esilio blindato. La sua villa in legno e pietra all'ingresso di Lens, due piani e una mansarda con grandi terrazzi panoramici, è l'ultima di un terzetto, in fondo alla strada e lontana da occhi indiscreti. Tapparelle abbassate, un van Mercedes dai vetri oscurati parcheggiato all'ingresso del garage, un triciclo sul retro e, in giardino, un abete spezzato a metà, quasi a simboleggiare il crollo verticale di questo imprenditore di origini corse che in dieci anni è arrivato qui ed è decollato verso il successo movimentando milioni di franchi a una velocità tale da suscitare parecchi interrogativi in paese e non solo.
    Uno dei suoi locali, chiuso dal giorno dopo il disastro de Le Constellation, è a duecento metri da casa: si chiama Le vieux chalet, una splendida struttura in legno di due piani nuova di zecca, tanto che sul retro ci sono ancora i segni del cantiere.
    All'interno il tempo si è fermato: tutti i tavoli sono perfettamente apparecchiati come se i clienti fossero in arrivo tra pochi minuti. Sopra l'elegante bancone di questo «Auberge» che doveva essere il fiore all'occhiello dei Moretti è installata una scritta luminosa. Dice: «Every road will get you there». Ogni strada ti porterà là. —
  7. Scene da una guerriglia
    francesco munafò
    gianni giacomino
    Locali devastati, un blindato della polizia dato alle fiamme, le carcasse dei cassonetti usati mezz'ora prima come arieti contro le forze dell'ordine. E il centro cittadino svuotato, fatta eccezione per pochi gruppi di turisti spaesati.
    Dopo due ore di guerriglia urbana, Torino fa i conti con un paesaggio devastato. Alle nove di sera i furgoni della polizia ancora chiudono corso Regina Margherita, teatro degli scontri più feroci di fronte al civico 47. Spuntano anche i mezzi dell'Amiat, che lentamente provano a ripulire i resti della battaglia.
    L'asfalto di lungo Dora Siena è un cimitero di vetri rotti, guanti in lattice, cilindri usati per i lacrimogeni. C'è anche una tuta nera gettata per terra. La forma sembra mimare la figura umana che l'ha indossata prima di abbandonarla in mezzo alla strada. Qua e là ecco anche le mascherine servite ai militanti delle prime linee per resistere agli idranti e ai lacrimogeni.
    È il finale violento di un corteo cominciato alle 14 a Porta Susa e alle 14, 30 a Porta Nuova e Palazzo Nuovo, tra striscioni pro-Pal e slogan per Askatasuna. La manifestazione, lanciata per il centro sociale sgomberato ma anche contro il governo, raggiunge rapidamente le ventimila persone. Principalmente sono sindacati, partiti dell'estrema sinistra, centri sociali e antagonisti da tutta Italia e dalla Francia. Spuntano anche Willie Peyote e Zerocalcare: «Sono qui contro la chiusura di Askatasuna e di tutti i centri sociali» dice il fumettista romano.
    Dal megafono si difende il 7 ottobre: «Due anni fa la resistenza palestinese ha creato una breccia nel muro dell'imperialismo». Applausi. La tensione sale in piazza Rondò Rivella: alcuni manifestanti recidono il nastro bianco-rosso che chiude corso Regina Margherita e in migliaia corrono verso Askatasuna invece di dirigersi, come pattuito con la questura, verso la Dora. Seguono quasi due ore di petardi, lacrimogeni, cassonetti incendiati. Dieci black block vengono fermati.
    Le forze dell'ordine, a fine serata, contano i feriti. Cinque nella guardia di finanza, altrettanti tra i carabinieri, almeno dieci tra i poliziotti. Un video che ha fatto il giro dei social ritrae un agente del reparto mobile accerchiato e picchiato da un gruppo di manifestanti in tuta nera. L'uomo ne esce con costole e bacino rotti.
    Poi, ci sono i danni a un paesaggio urbano che d'improvviso ha cambiato volto. Paline piegate, cubetti di porfido sparsi sull'asfalto, biciclette rovesciate. In corso Regio Parco, il porfido è stato fatto saltare dal giardino al centro della strada.
    Alle 21, il dehors di un bar divelto e il vetro fracassato di un distributore automatico di medicine descrivono la furia dei manifestanti contro tutto ciò che hanno trovato. Corso Regina Margherita è irriconoscibile. Le auto rimaste parcheggiate sul controviale sono bollate e con i vetri rotti. E c'è chi tra i residenti del quartiere denuncia: «Nessun cartello ci ha avvisato di non parcheggiare qui nel giorno dei disordini». Un cumulo di cartoni e cassette della frutta sono diventi materiale per un grande falò. Dai muri dei palazzi che affacciano sul corso sono state smurate le placche di marmo.
    Il titolare di Sticky Fingers, il barbiere Fabio Laforge, era dentro al suo negozio mentre fuori scoppiava l'inferno. È ancora spaventato mentre lo racconta: «Abbiamo visto la serranda andare a fuoco, siamo dovuti fuggire con i clienti. Il negozio stava bruciando. Eravamo spaventati». Dal terzo piano del suo palazzo in corso Regina Fabio Argese ha visto entrare il fumo degli incendi in casa. «Ho due bambine ed ero terrorizzato. Una di loro soffre d'asma, l'ho dovuta soccorrere».
    Anche in centro i torinesi giunti per trascorrere il sabato sera nei locali trovano una piazza Vittorio e una via Po spettrali. Serrande abbassate, pochi spaesati in giro si chiedono cos'è successo. «Di là – risponde una donna con il cellulare in mano – c'è un casino». L'unico rumore che spezza il silenzio è quello degli elicotteri. Pattugliano dal cielo l'inferno urbano di Vanchiglia.
  8. Il lusso
    di
    curarsi
    alessandro mondo
    Si parla delle spese sanitarie sostenute dalle famiglie piemontesi, 1.625 euro quella media nel 2025, e il pensiero subito ad esami di alta complessità o alla chirurgia d'urgenza. Macchè. I cittadini devono mettere mano al portafoglio per prestazioni assai più prosaiche, diciamo così, ma importanti, soprattutto sulla lunga distanza. Le cure, dentistiche, sopra tutto. Ma anche viste ed esami specialistici, riabilitazione fisica, cure ortopediche.
    Chi può permettersi un'assicurazione, ovviamente pagandola, compensa. Già nel 2021 in un report del Comitato per il diritto alla tutela della salute e delle cure si spiegava come l'impossibilità di accedere alle prestazioni fornite dal servizio sanitario a causa delle liste d'attesa troppo lunghe determina il maggior ricorso all'out of pocket e alle assicurazioni sanitarie.
    Chi non ce l'ha paga a prezzo pieno. Viene da chiedersi come se la cavano quanti non possono fare nè una cosa nè l'altra, sapendo già che una quota sempre più significativa di persone semplicemente, anzi: drammaticamente, rinuncia alle cure. E quello che sarà sarà.
    A proposito di Sanità pubblica inaccessibile, interessanti i risultati dell'indagine di Altroconsumo quale tra giugno e settembre 2025 su 1.415 italiani. Tra visite rinviate, cure sacrificate e bilanci familiari sempre più fragili, racconta un'Italia in cui la salute pesa sempre di più sul reddito: un fenomeno che colpisce soprattutto le famiglie con malati cronici e quelle del Sud.
    Non significa che nelle regioni del Nord queste dinamiche non si ripropongano. Anche in Piemonte (vedi il grafico nella pagina) c'è chi rimanda una visita specialistica o un esame diagnostico, chi fa i conti prima di entrare in farmacia, chi spera che "vada tutto bene" ancora per un po'. Se poi in casa c'è almeno una persona che soffre di una patologia cronica, il bisogno di cure e di controlli è continuo, le spese ricorrenti e la pressione economica evidentemente aumenta.
    «Questi malati spesso si rivolgono al pronto soccorso per ottenere le prestazioni che altrimenti non potrebbero permettersi, con accessi che saranno anche inappropriati clinicamente ma sono più che appropriati umanamente e socialmente - precisa Chiara Rivetti, sindacato medico Anaao Assomed Piemonte -. L' alternativa è che la patologia peggiori, e diventi così più difficile da curare: un sistema che trascura i più fragili dovrà comunque prima o poi prenderli in carico con costi sociali ed anche economici ben maggiori rispetto ad una sanità equa che si prende cura di tutti».
    Come si premetteva, il discorso non riguarda interventi straordinari ma cure spesso fondamentali per il benessere personale. Sapendo che rinviare una spesa sanitaria non è quasi mai una decisione indolore, si spiega nell'indagine di Altroconsumo: nel migliore dei casi le conseguenze restano lievi, sovente invece il rinvio o la rinuncia hanno provocato problemi significativi: «Dietro una cura rimandata o un controllo saltato per motivi economici può nascondersi un peggioramento, che in oltre la metà dei casi può diventare rilevante o addirittura serio». E come tale, impone la presa in carico urgente da parte del sistema sanitario, con maggiore impegno e maggiori costi. —

 

 

 

 

 

31.01.26
  1. Il Dipartimento di Giustizia Usa: "Non abbiamo protetto il presidente"
    Epstein, 3 milioni di nuovi file Trump coinvolto 3200 volte "Gates? S'è preso una malattia"
    simona siri
    new York
    Bill Gates sarebbe rimasto contagiato da una malattia venerea dopo esser andato a letto con ragazze russe: questo, in sintesi, il contenuto di una mail che Jeffrey Epstein avrebbe scritto a se stesso e che fa parte dei milioni di documenti resi pubblici oggi dal Dipartimento della Giustizia. La mail risale al 18 luglio 2013. Elementi tutti ancora da confermare, ma che sarebbero emersi dalla diffusione dei documenti riguardanti il finanziere coinvolto in un giro di pedofilia e trovato morto il 10 agosto 2019, impiccato nella cella del Metropolitan Correctional Center di Manhattan, dove era recluso in attesa di processo. Epstein annota anche di aver aiutato Gates ad acquistare medicine «per affrontare le conseguenze dei rapporti sessuali con le russe» e di avergli facilitato incontri con donne sposate.
    Ma c'è altro nei documenti appena rilasciati. Innanzitutto i riferimenti a Donald Trump: secondo il New York Times ve ne sarebbero almeno 3.200, numero che potrebbe aumentare leggendo le carte. E poi spunta il nome del patron di Space X. Elon Musk avrebbe inviato un'e-mail a Jeffrey Epstein alla fine del 2013 per organizzare un viaggio sull'isola caraibica di proprietà di Epstein. Musk ha sempre detto di aver rifiutato i tentativi di Epstein di convincerlo a visitare una delle due isole di sua proprietà: Great St. James e Little St. James. Il 13 dicembre 2013, Musk avrebbe inviato una mail a Epstein: "Sarò nella zona delle Isole Vergini Britanniche/Saint Barth durante le vacanze. C'è un momento opportuno per incontrarci?". Epstein risponde due giorni dopo, dicendo che l'inizio del nuovo anno sarebbe stato un buon momento: "C'è sempre posto per te" . Il giorno di Natale, Epstein scrive in un'altra mail: "Il 2 o il 3 sarebbero perfetti. Verrò a prenderti". Musk risponde che avrebbe dovuto tornare a Los Angeles la sera del 2 gennaio, per poi dire che avrebbe potuto posticipare la partenza di un giorno. "Quando dovremmo andare sulla tua isola, il 2?", chiede Musk a Epstein.
    Alcune mail scambiate tra Jeffrey Epstein e un account denominato "The Duke" tra l'11 e il 12 agosto 2010 sembrano suggerire che Epstein volesse presentare "A" a una russa di 26 anni, con la quale, a suo dire, "potrebbe essere piacevole cenare". "The Duke" risponde che sarebbe lieto di incontrarla": "Per favore, forniscile i miei recapiti". La mail è firmata "A" , con una firma elettronica che recita "Sua Altezza Reale il Duca di York KG". Kathy Ruemmler, avvocata di punta di Goldman Sachs e consulente legale della Casa Bianca sotto la presidenza Obama, definisce Epstein "il meraviglioso Jeffrey" e scrive "lo adoro" in uno scambio di email del dicembre 2015, da cui sembra che Epstein le avesse pagato un viaggio in prima classe in Europa. In una mail del novembre 2015 Howard Lutnick, attuale segretario al commercio Usa, invita Epstein a una raccolta fondi per il Partito Democratico a favore di Hillary Clinton, da lui organizzata. Non è chiaro se Epstein vi abbia partecipato.
    Tra i documenti c'è un diagramma creato dalle autorità federali della cerchia ristretta di Jeffrey Epstein, persone che le autorità consideravano potenziali complici. Ci sono i nomi di Ghislaine Maxwell, già condannata; il suo avvocato Darren Indyke; il suo commercialista Richard Kahn; il suo consulente finanziario Harry Beller; la sua assistente Lesley Groff; e Jean-Luc Brunel, morto suicida in una prigione francese, accusato di stupro. I nomi e i volti di diverse altre persone, descritte come dipendenti o fidanzate di Epstein, sono stati oscurati nel documento. Di tutte le persone menzionate nel diagramma, solo Maxwell è stata accusata di aver aiutato Epstein nel traffico sessuale di minori. Tuttavia, il montaggio fotografico dimostra che, almeno all'epoca dell'arresto e della morte di Epstein nel 2019, le autorità federali stavano indagando su una cerchia più ampia di potenziali complici.
    Il deputato dem Ro Khanna chiede perché siano state rese pubbliche solo 3,5 milioni delle oltre 6 milioni di pagine contenute nei documenti sul caso. Khanna è l'autore della legge federale approvata a novembre che imponeva al DOJ di rendere pubblici tutti i documenti relativi a Epstein. «Non divulgare questi documenti non fa altro che proteggere le persone potenti coinvolte e danneggia la fiducia del pubblico nelle istituzioni», ha dichiarato.
    Intanto il viceministro della Giustizia Todd Blanche afferma di non aver «protetto Donald Trump» nell'esaminare i documenti di Jeffrey Epstein. «Posso assicurarvi che abbiamo seguito lo statuto. Non abbiamo protetto Trump. Non abbiamo protetto nessuno». Lo scorso agosto, funzionari dell'FBI hanno compilato un elenco di accuse di violenza sessuale relative a Donald Trump, molte delle quali sembrano provenire da segnalazioni non verificate. Questo elenco, incluso tra i milioni di documenti rilasciati venerdì mattina, è stato rimosso nel pomeriggio. —
  2. Domande e risposte Oggi c'è l'obbligo per le aziende, il governo valuta un'estensione
    Solo 7 case su 100 hanno polizze anti-catastrofe ma spesso sono escluse alluvioni e valanghe
    ANNA MARIA ANGELONE
    l1Vige l'obbligo assicurativo contro le calamità naturali per i privati?
    No, eccetto per chi ha usufruito del Superbonus 110 per interventi dopo il 2023 nei territori colpiti da eventi sismici. Ma il governo ragiona sull'estensione dell'obbligo di copertura assicurativa (per ora introdotto solo per le imprese dalla Legge di bilancio 2024) anche alle abitazioni private.
    l2Quanti hanno stipulato polizze "cat-nat"?
    Stando alle stime di Ania, a marzo 2025 le polizze di abitazioni civili con estensione alle catastrofi naturali erano 2,1 milioni, il 6,8% dei 35,3 milioni di immobili privati in Italia. E, secondo Ivass, di 46 polizze con rischi catastrofali in commercio nel 2024 una dozzina sono per individui e famiglie. «Le compagnie hanno iniziato a offrire una copertura per eventi catastrofali inclusa nelle polizze casa multirischio o con polizze ad hoc. Ma attenzione alle esclusioni dei danni» avverte Alessandro Sessa, direttore editoriale di Altroconsumo. Diverse anche le clausole che limitano l'indennizzo.
    l3 Che cosa escludono?
    Il costo di un'assicurazione sulla casa dipende da valore dell'immobile, dimensioni, posizione (se si trova su una zona a rischio sismico o idrogeologico). Secondo Assoutenti, il più delle volte, sono esclusi dai risarcimenti balconi, antenne satellitari, tetti, canne fumarie, pannelli fotovoltaici. Molte compagnie non riconoscono indennizzi per eruzioni vulcaniche, maremoti, inondazioni, alluvioni e valanghe (bisogna stipulare polizze accessorie).
    l4Per chi vige l'obbligo assicurativo contro i disastri naturali?
    Dopo un tormentato iter e varie proroghe, l'onere è scattato dal 30 giugno 2025 per le grandi aziende e dal 1° ottobre 2025 per le medie. Piccole e micro imprese, chiamate ad adeguarsi al 31 dicembre 2025, usufruiranno di un ulteriore rinvio al 31 marzo 2026 nei settori commercio, turismo e pesca o acquacoltura. Rientrano anche alberghi, b&b, ostelli, affittacamere, case vacanza.
    l5Che tipo di imprese devono stipularla?
    Tutte quelle con sede legale in Italia iscritte al Registro delle imprese (indipendentemente dalla sezione) e quelle estere ma con stabile organizzazione di servizi sul territorio italiano. Sono incluse imprese individuali, società di persone, società a responsabilità limitata. Escluso il settore agricolo.
    l6Si applica a studi professionali o all'imprenditore che svolge l'attività nell'abitazione?
    Vale per chiunque sia iscritto al Registro delle imprese. Ma la polizza può limitarsi alla porzione di edificio impiegata per l'attività.
    l7Che beni assicura?
    Terreni e fabbricati, impianti e macchinari, attrezzature industriali e commerciali.
    l8 Spetta al proprietario o all'inquilino?
    Il proprietario è responsabile di tutelare la sua proprietà ma l'inquilino ha l'obbligo assicurativo, anche se non ha il diritto di proprietà degli strumenti, eccetto se già coperti.
    l9Quali eventi copre?
    L'obbligo sussiste per sismi, alluvioni, frane, inondazioni, esondazioni. Ma se il disastro non rientra in tale casistica, non c'è indennizzo. Come è emerso per i danni da mareggiate provocati dal ciclone Harry. «Restano fuori eventi definiti estremi ma che sono diventati ordinari», denuncia il presidente di Assoutenti Gabriele Melluso. Fuori dai rischi assicurabili obbligatori ci sono fenomeni come bombe d'acqua, mareggiate, infiltrazioni, umidità e variazioni della falda oltre a numerosi danni indiretti come l'interruzione di energia o servizi essenziali, le spese di demolizione e sgombero.
    l10Quali condizioni hanno le polizze?
    Facile.it ha analizzato le polizze a Milano, Roma e Palermo. Per un ristorante, con un immobile da 300 mila euro e attrezzature per 100 mila, il premio annuale varia da 343,50 euro a Milano, 401 euro a Roma, fino a 469 euro a Palermo. —
  3. La famiglia Aparo fu sfollata già nel '97: "Ora chi ci dice che saremo al sicuro?"
    Giuseppe sfrattato due volte "Costretti ad andarcene anche dalla casa pagata dallo Stato"
    LAURA ANELLO
    Niscemi (Caltanissetta)
    Era domenica, era ora di pranzo anche quel 12 ottobre 1997, quando la terra cominciò a tremare sotto i piedi delle famiglie di Niscemi che si erano messe a tavola con il vestito buono della festa e il vassoio dei dolci per i bambini. «Aiuto, aiuto, il terremoto», gridarono tutti uscendo per strada, pensando forse a quando, tre secoli prima - era il 1693 - le scosse avevano distrutto mezza Sicilia orientale, il sisma più disastroso della storia d'Italia, la catastrofe.
    E invece no, non era un terremoto ma la frana del pianoro di argilla e sabbia su cui Niscemi è costruita. Quel giorno Giuseppe Aparo e la sorella Francesca erano lì, lui 31 anni, lei 25, con madre e padre: «il giorno dell'incubo, si sentì come un boato», racconta lei. Era la frana che da lì a poco avrebbe condannato all'abbattimento 48 palazzine da cui dovettero uscire in 400, uomini, donne, bambini. Tra cui proprio loro, i quattro componenti della famiglia Aparo, che quella casa di proprietà a pochi metri dal belvedere se l'erano tirata su con il sudore della fronte del padre, muratore emigrato in Germania come tanti in questa terra che campa di agricoltura, a mezz'ora dal sogno industriale e dai fumi delle ciminiere del petrolchimico di Gela.
    Mai e poi mai avrebbero pensato di subire quel destino due volte nella stessa vita. Perché lo scorso 25 gennaio, sempre di domenica, sempre a ora di pranzo, una domenica piovosa e sonnacchiosa che invitava a stare a casa, hanno sentito di nuovo la terra tremare, e poi hanno visto sui telefonini il tam tam degli allarmi, le fotografie delle prime crepe, le immagini delle case sventrate e sospese nel vuoto.
    E ancora una volta sono finiti nella lista degli sfollati. «Qui non potete stare, prendete le cose essenziali e andate via», si sono sentiti dire dai vigili del fuoco martedì 27, due giorni dopo la frana, quando è stata dichiarata la zona rossa, ed è un miracolo che in quelle quarantotto ore non sia successo nulla a loro e a tutti quelli che erano rimasti sotto il loro tetto a dispetto delle crepe e della paura. Ancora una volta la loro casa di proprietà - all'angolo tra via Scuole e largo Malerba, a quaranta metri dal dirupo - è tra quelle condannate.
    «Lo diceva mio padre - racconta Giuseppe, che adesso ha 55 anni e per lavoro ha girato l'Italia - che bisognava ricomprarsela altrove la casa, lontano dal belvedere, nella zona interna. Lui era muratore, lo sapeva. E ci provammo ad andare verso la stazione. Ma la legge diceva che per avere i soldi dell'indennizzo la nuova casa doveva essere perfettamente in regola, senza nessun abuso, e qui a Niscemi non è facile. E poi doveva essere grande non più di duecento metri quadrati. Cercammo a lungo, dopo sei anni in affitto, finché trovammo questa casa». Fu una battaglia con la burocrazia. «Per avere i soldi dello Stato, 230 milioni di lire - ricorda - mio padre dovette dimostrare che non eravamo abusivi, dovette ingaggiare un avvocato, trovare le vecchie bollette del contatore che dimostravano che avevamo sempre pagato regolarmente».
    Andò peggio alla famiglia dell'amico Gioacchino Incarbone: «Anche noi fummo sfollati, ma mio padre non riuscì ad attestare che la nostra casa era regolare, e non ebbe diritto all'indennità. Era una palazzina di tre piani, sessanta metri quadrati per ogni livello, avevamo appena speso venti milioni di lire per ristrutturarla. Ci diedero una casa popolare di cento metri quadrati, adesso ci vivo io da solo dopo che i miei genitori sono morti, i miei fratelli sono tutti emigrati a Torino».
    Nella cabala dei sommersi e dei salvati, nello slalom tra condoni edilizi e abusi, gli Aparo invece la spuntarono. «Ma quante umiliazioni, quanto dolore. Per tutti intorno eravamo gli sfrattati, come appestati - racconta ancora Giuseppe - mentre avanzavano gli sciacalli a chiederci: quanti soldi vi danno? Come se quel risarcimento fosse un premio». Alla fine il sogno si materializzò nella palazzina gialla che adesso si erge silenziosa dietro le transenne che delimitano la zona rossa, piano terra, primo piano e il terrazzo, un bel panorama sulla piana di Gela, di fronte ad alcuni tra i palazzi più antichi della città, «per noi fu il nostro balsamo di Galaad», dice Francesca che di mestiere fa la naturopata e conosce le proprietà straordinarie di quell'unguento cicatrizzante, associato nella Bibbia alla guarigione delle ferite fisiche e spirituali. «Fu lo Stato ad acquistarla direttamente dall'architetto che la vendeva, i soldi non passarono da noi», continua Giuseppe. L'altro giorno, nei dieci minuti di tempo a loro consentiti, hanno messo in fretta un po' di biancheria e di vestiti in un paio di borse e sono andati ospiti da amici, insieme con la madre quasi ottantenne. Il padre non c'è più.
    Attendono di sapere che destino avranno, mentre il mercato degli affitti si impenna ogni giorno che passa. «Se gli sfollati si informano sul costo di una casa, c'è chi risponde chiedendo quanto avranno di assegno dal Comune», racconta Maria Attardi, la cui figlia abitava pure in via Scuole, a 138 metri dal dirupo (qui la sorte si misura in metri, ormai). «Parlano di ricollocazione - dice Francesca - ma noi a questo punto abbiamo paura di spostarci in un'altra zona, chi ci assicura che il terreno non cederà anche lì?». Già, chi lo assicura? —
  4. "Ci sono morti, le persone non hanno la pelle"
    Urla disperate, invocazioni di aiuto, lo choc in diretta. Sono state 171, la prima all'una e 30, le telefonate con richiesta di soccorso dal locale Le Constellation di Crans-Montana dove si festeggiava Capodanno. «Venite, c'è un incendio», «Qui è tutto bruciato, i miei amici sono morti», «ci sono persone senza pelle». È un crescendo di chiamate al 144, il servizio d'emergenza svizzero, dopo l'inizio del rogo in cui sono morte 40 persone e 116 sono rimaste ferite. Alcune di queste registrazioni sono state trasmesse dalla televisione francese BfmTv, che ha avuto accesso ai documenti dell'inchiesta.uca ricci
    Immaginiamo Crans-Montana tornare a essere ciò che era prima della tragedia di Capodanno. Le sue piste, esposte a sud, sono un inno alla montagna, un canto di neve e di roccia. Sono strade di cristallo che si snodano tra le vette maestose delle Alpi svizzere, un viaggio di pura emozione. Tutto è pronto per la discesa libera del mondiale, l'area spettatori è gremita e vociante, gli ufficiali di gara stanno effettuando le ultime verifiche di routine e le porte di controllo luccicano e svettano al sole. Eppure il cielo d'improvviso impallidisce come sopraffatto da un brutto ricordo, comincia a cadere troppa neve.
    Ed è qui che entra in gioco la realtà. La gara mondiale di sci femminile a Crans Montana, dopo gli infortuni di ben tre atlete, è stata annullata a causa delle condizioni meteo sfavorevoli. E viene subito da pensare che la natura abbia voluto rispettare un lutto ignorato dalla macchina sportiva. Inutile mettere la testa sotto la sabbia (o, più appropriato, la neve): dopo il rogo di Capodanno, Crans-Montana non è più una semplice - una innocente - stazione sciistica svizzera. È diventato un luogo speciale, su cui si è concentrato il dolore di tutto il mondo. C'è già stato troppo rumore - forse inevitabile - a interferire con la memoria delle quaranta vittime. La stupefatta presa di coscienza che il 2026 iniziava con la fine di tante giovani vite (rovesciando nel peggior modo possibile tutte le retoriche ottimiste sull'anno nuovo), la polemica sulla mancanza di senso di pericolo dei giovani causata dai telefonini (prima filmare, poi scappare), l'inevitabile girandola delle dichiarazioni dei sopravvissuti (un po' testimonianza dovuta un po' voyeurismo becero), l'inizio dell'indagine giudiziaria (coi relativi processi sommari consumati sui social) e l'importante confronto sul tema della sicurezza negli esercizi pubblici (regole, controlli, sanzioni). È stato un rumore di fondo tenuto sotto controllo dalla enormità della tragedia, dalla morte e dal modo atroce in cui è arrivata. Da qualunque prospettiva lo si guardi, Crans Montana è diventato un luogo luttuoso, e un lutto per essere elaborato ha bisogno di tempo, più tempo almeno di quanto sia disposto a concederne un evento sportivo. I poeti spesso dicono le cose meglio di chiunque altro. W. H. Auden in una famosa composizione del 1938 sulla perdita indica chiaramente come sia il silenzio la componente primaria di un lutto: «Fermate tutti gli orologi /isolate il telefono /
    fate tacere il cane con un osso succulento /
    chiudete i pianoforte / e tra un rullio smorzato
    portate fuori il feretro / si accostino i dolenti». Sta a noi, sempre, dare un significato alle cose, una lettura ulteriore che ne scalfisca la superficie (per di più, in questa circostanza, ghiacciata). La caduta delle sciatrici può apparire anche come un rifiuto del clamore che in quel luogo che ha oppresso le nostre menti e i nostri cuori oggi appare stonato, sopra le righe. Un tentativo di riappropriarsi del silenzio, di un contegno più consono. Di certo l'austriaca Nina Ortlieb (finita nelle reti), la norvegese Marte Monsen (scivolata alla penultima porta) e l'americana Lindsey Vonn (impatto diretto sulle protezioni), non sono cadute di proposito e auguriamo a tutte loro un immediato riscatto e grandi trionfi.
    Tuttavia trovare un senso riposto, più ampio della telecronaca spiccia, è quel che ci rende umani. Troppo dolore a Crans Montana: se il rispetto non arriva dall'uomo, può arrivare dalla natura. C'è un bellissimo racconto del 1908 di Jack London intitolato Accendere un fuoco. La storia segue un uomo senza nome che viaggia attraverso il freddo estremo dello Yukon canadese. L'uomo, nonostante le avvertenze di un vecchio saggio, decide di viaggiare senza attrezzatura adeguata per il freddo estremo. Mentre cammina, cade in un fiume gelato e si bagna le gambe, rendendo difficile la sua sopravvivenza. I tentativi di accendere un fuoco per scaldarsi falliscono ripetutamente a causa della sua inesperienza e della sua sottovalutazione del freddo. Alla fine, l'uomo morirà di ipotermia. Il racconto è una critica alla superbia umana e una celebrazione della forza della natura. La stessa forza che sembra aver voluto riconsegnare a Crans Montana il suo lutto, mandando sulle piste un'abbondante nevicata. O quantomeno possiamo leggerlo così, per restare umani e non cedere ad altre letture più volgari e svilenti, quali "La maledizione di Crans Montana". La gara è stata interrotta dopo sei discese, il tracciato reso impraticabile in poco tempo. La Coppa del Mondo riprenderà, non c'è dubbio, ma in questa pausa riecheggia qualcosa di più profondo di un semplice disguido: l'eco della tragedia. Una riflessione sul dolore degli altri che poteva - e può, in ogni momento - diventare il nostro. L'empatia, mettersi nei panni degli altri, ad esempio di un genitore di uno di quei ragazzi intrappolati nel locale Le Constellation, può davvero essere salvifico. Non necessariamente una nota tetra. Joan Didion nel 2005 ha chiamato L'anno del pensiero magico il memoir dedicato all'improvvisa morte del marito e all'elaborazione del suo lutto. Didion descrive il suo stato di shock e come, con il tempo, le sensazioni negative vengano sostituite dalla speranza, da un ritorno alla vita. La gradualità è una parola dolce che serve alla magia. Ne occorrerà anche per venire fuori dai fatti di Crans Montana. —

 

 

30.01.26
  1. SE TRUMP E' UN'UOMO :    Due deputati democratici sono andati a trovare la famiglia. La mamma: ha la febbre e mal di stomaco
    Il piccolo Liam si è ammalato in carcere "È depresso, non mangia, tiratelo fuori"
    simona siri
    new york
    La sua foto ha fatto il giro del mondo e ora gli appelli per la sua liberazione si fanno insistenti. Liam Ramos, il bambino di cinque anni arrestato dall'Ice il 20 gennaio a Minneapolis insieme al padre e spedito nel centro di detenzione di Dilley, in Texas, ha ricevuto ieri la visita del deputato democratico Joaquin Castro e di Jasmine Crockett, un'altra rappresentante democratica del Texas. I due hanno dichiarato di aver incontrato padre e figlio per circa 30 minuti e di aver promesso loro che avrebbero fatto «tutto il possibile» per garantire il rilascio di Liam. Durante la visita, il padre Adrian ha riferito ai parlamentari che il bambino «non è più lo stesso, è molto depresso» da quando è stato arrestato e che non mangia. Durante il loro incontro, il bambino è sembrato letargico, abbandonato tra le braccia del padre e Castro ha aggiunto che Liam «in realtà non era sveglio durante la nostra visita, stava dormendo». «Sono preoccupato per il suo stato mentale», ha aggiunto. Zena Stenvik, la sovrintendente del distretto scolastico di Columbia Heights frequentato da Liam, ha dichiarato all'Huffington Post Usa di aver parlato con la madre del bambino e che è evidente che la donna fosse «incredibilmente sconvolta» dalla situazione. «Purtroppo, le condizioni di salute di Liam non sono buone», ha dichiarato Stenvik. «È malato. Mi è stato detto che ha la febbre. Sono molto, molto preoccupata per il suo benessere in quella struttura». «La situazione di mio marito Adrian e di mio figlio Liam all'interno del centro di detenzione è profondamente preoccupante», ha dichiarato Erika a Mpr News. «Liam si sta ammalando perché il cibo che riceve non è di buona qualità. Ha mal di stomaco, vomita, ha la febbre e non vuole più mangiare», ha aggiunto Erika.
    Dilley, famoso per essere un centro di detenzione appositamente per famiglie, è al centro di numerose proteste da parte dei detenuti che lamentano situazioni igieniche al limite, di cibo con vermi o insetti o servito semicongelato, di guardie che urlano contro i genitori se i loro figli fanno troppo rumore o chiedono una mela in più. Sabato scorso, decine di famiglie di immigrati detenute ne hanno organizzato una all'interno, chiedendo il rilascio dei bambini, con cartelli con la scritta "Libertad para los niños", Libertà per i bambini, mentre al di fuori alcuni manifestanti si sono scontrati gli agenti del Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Texas. Martedì un giudice federale ha stabilito che Liam e suo padre non possono essere allontanati o trasferiti fuori dal distretto giudiziario in cui sono detenuti, in attesa che si concluda il procedimento legale che contesta la loro detenzione. Secondo il loro avvocato, infatti, la famiglia Ramos sarebbe entrata legalmente negli Usa nel 2024.
  2. DELUSIONE PREVEDIBILE :   A New York la première del documentario. Prevendite flop, offerti 50 dollari a chi va a vederlo
    Melania alla Casa Bianca, il film è già un caso Regista nella bufera, fuga dai titoli di coda
    SIMONA SIRI
    NEW YORK
    Su Letterboxd, un popolare sito dedicato al cinema, conta già 100 recensioni, molte delle quali fatte senza neanche averlo visto. «Se venisse proiettato su un aereo, la gente se ne andrebbe comunque», dice la più divertente. "Melania", il documentario che racconta i 20 giorni della First Lady prima del secondo insediamento di Donald Trump, arriva oggi nelle sale di tutto il mondo – quasi duemila in Nord America e Canada, 100 in Italia grazie a Eagle Pictures – ma ha già scatenato reazioni forti che ovviamente nulla hanno a che fare con l'arte o la cinematografia, quanto piuttosto con quella che viene percepita come un'operazione di guadagno personale. Perché se è vero che tutti gli ex presidenti e le ex Fisrt Lady hanno tratto vantaggi economici dal ruolo (si pensi a Michelle Obama con il suo libro o a Hillary Clinton con i suoi discorsi a pagamento), è anche vero che tutti hanno almeno aspettato di lasciare la Casa Bianca per monetizzare. Non Melania il cui progetto ha ricevuto 40 milioni versati da Amazon per la produzione più altri 35 per la promozione, una cifra dieci volte superiore a quella di documentari simili e che ha fatto sospettare che la generosità di Amazon non sia stata per motivi artistici. «Come si può non considerarlo un tentativo di ingraziarsi qualcuno o addirittura una vera e propria tangente? », ha detto al New York Times Ted Hope, in Amazon dal 2015 al 2020, mentre Thom Powers, programmatore di documentari per il Toronto International Film Festival, ha definito l'accordo «sconcertante» sia perché le cifre non hanno «alcuna correlazione con il mercato» sia perché a dirigerlo c'è Brett Ratner, regista senza alcuna esperienza come documentarista e ostracizzato da Hollywood dal 2017 perché accusato da sei donne (tra cui l'attrice Olivia Munn) di molestie sessuali. ll quotidiano di New York riferisce anche che ai dipendenti di Amazon è stato detto che non potevano rifiutarsi di lavorare al progetto «per motivi politici», mentre diverse fonti anonime che hanno lavorato al film, hanno detto di essersi pentiti e di non volere il loro nome nei titoli di coda. Altri hanno parlato di un clima caotico e disorganizzato, con i membri della troupe spesso costretti a lavorare per lunghe ore senza pause per i pasti, ma hanno attribuito la colpa al regista più che alla protagonista, descritta come «noiosa, ma gentile». Variety prevede che il film incasserà tra i 3 e i 5 milioni di dollari questo fine settimana, una cifra notevole per un documentario, ma «terribile per un film costato 40 milioni di dollari per l'acquisizione». Su Craiglist di Boston, giovedì è comparso un annuncio, non si sa quanto vero, in cui si cercavano persone per andare alla proiezione del film dietro un compenso di 50 dollari. In molte sale di New York la prevendita di biglietti parlava di sale completamente vuote per le proiezioni del mattino, mentre erano piene per la proiezione delle 18,30 nel quartiere di Georgetown, a Washington DC, in concomitanza con la grande premiere al Trump Kennedy Center. A FoxNews Melania – che del documentario è anche produttrice esecutiva – ha rilasciato ben tre interviste promozionali, nello stesso giorno in cui ha suonato la campanella alla Borsa di New York. «Gli spettatori potranno vedere le comunicazioni e le conversazioni private tra me e mio marito», ha detto ma ha anche ribadito di essere una persona molto riservata e selettiva e di avere accettato di farsi filmare, ma solo alle sue condizioni. Come a dire: vedrete solo quello che voglio io. Che è un po' l'opposto dello scopo che dovrebbe avere un documentario». —
  3. Cook "addolorato", Altman contro gli "eccessi". E intanto prospera il capitalismo della sorveglianza
    La Silicon Valley si schiera contro l'Ice Ma Palantir & C. ci ricavano 22 miliardi

    arcangelo rociola
    Il primo tra i grandi manager dei colossi tecnologici a chiedere di fermare le violenze a Minneapolis è stato Tim Cook, capo di Apple. Cook si è detto «addolorato» per le morti causate dalla polizia anti immigrazione e ha chiesto una «de-escalation» al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Poche ore dopo l'omicidio di Alex Pretti da parte degli agenti dell'Ice, Cook è stato visto entrare alla Casa Bianca. Era il 24 gennaio. Non per chiedere al presidente di fermare le violenze. Ma per partecipare alla proiezione del documentario sulla First lady, Melania. I due episodi fotografano bene il rapporto ambiguo, per alcuni ipocrita, che i colossi della Silicon Valley e i loro manager stanno avendo nei confronti della politica americana, e del suo nuovo corso. Realpolitik tecnologica, la chiamano. Una risacca dell'onda ideologica libertaria, democratica, che queste aziende hanno propagandato per decenni.
    L'escalation di scontri tra civili e agenti in Minnesota ha spinto più di qualche manager di Big tech a prendere posizione. Ma tempi e modi di queste comunicazioni destano qualche sospetto. Sam Altman, capo di OpenAI, in un messaggio interno ai suoi dipendenti ha detto che quello che sta facendo l'Ice «sta andando troppo oltre», e che bisogna respingere gli eccessi del governo e i suoi abusi come «un dovere di ogni americano». Ma anche qui, a una dose di bastone ne segue una di carota. Altman nel suo messaggio ha cercato di bilanciare la critica all'Ice con segnali di supporto istituzionale a Trump. Condivide l'espulsione di «criminali violenti» e condanna gli eccessi dei manifestanti. Definisce Trump un «leader forte», dice che OpenAi è tutt'altro che di sinistra. Una strategia "sfumata", per molti un modo per evitare di isolare l'azienda dai finanziamenti e dai contratti federali. Altman, così come Cook, sanno che è meglio non mettersi contro Trump: Apple dipende dai dazi alla Cina, OpenAI dai contratti federali su Ia e data center. Ma entrambi si trovano in qualche modo stretti tra due fuochi: guidare aziende che per anni hanno legato la narrazione di se stesse al progresso dell'umanità grazie a inclusione e diritti e il dover accettare compromessi con una leadership politica che naviga in senso contrario. Qualcuno ha accettato il nuovo corso senza colpo ferire. Meta, il gruppo che detiene Facebook, Instagram e Whatsapp, è stata accusata di oscurare volutamente i contenuti relativi all'Ice e ai fatti di Minneapolis, compresa una lista di nomi pubblica di agenti federali che sono stati impiegati nelle operazioni di polizia. Denunce arrivate sia dagli utenti che da alcuni dipendenti dell'azienda.
    Ma tra i colossi tecnologici c'è tensione. C'è tensione tra le aziende che sfornano tecnologie che sempre più spesso finiscono nelle mani degli apparati di polizia. E c'è tra gli stessi dipendenti. In questi giorni un migliaio hanno firmato una lettera aperta pubblicata su un sito creato ad hoc, IceOut.tech. Dipendenti di Microsoft, di Amazon, di Google, di Palantir, di Uber, di Spotify, di Anthropic chiedono di fermare ogni violenza a Minneapolis e di cacciare l'Ice dalle strade (Ice-out). Tutti sono manager. Tutti hanno posizioni estremamente critiche nei confronti dell'amministrazione Trump. Dario Amodei, fondatore italiano del colosso dell'Ia Anthropic, è forse quello più critico tra tutti. Ha definito i fatti di Minneapolis «un orrore» e ha sottolineato che la sua azienda ha ancora senso solo se le sue tecnologie sono messe a disposizione per migliorare l'umanità. Un messaggio che suona oramai di altri tempi. Perché le tecnologie sviluppate in Silicon Valley sono già usate da governo e polizia federale. Un'app sviluppata da Palantir, società fondata da Peter Thiel, imprenditore simbolo dei repubblicani americani, usa l'Ia per integrare dati governativi e medici e geolocalizzare immigrati irregolari e aiutare gli agenti a scovarli e arrestarli. L'app si chiama Elite. E rappresenta uso inedito e spregiudicato dei dati pubblici, al fine di individuare sospetti e aiutare la polizia. Big Tech non ha cambiato visione politica, ha solo capito dove si muoveranno soldi e finanziamenti. Secondo i dati riportati dal Financial Times, colossi come Palantir e Doloitte hanno già incassato 22 miliardi di dollari in contratti federali. Le commesse sono aumentate a ritmo vertiginoso con la nuova amministrazione americana e il Big Beautiful Deal, il pacchetto legislativo voluto da Trump per finanziare i rimpatri di massa. Fondi finiti per sviluppare nuove tecnologie di controllo e repressione. Una rappresentazione plastica di quello che gli esperti chiamano capitalismo della sorveglianza. —
  4. anche i favorevoli al distacco dalla danimarca temono le "follie" di trump
    Il caos Minnesota arriva in Groenlandia "Perché mai dovremmo unirci agli Usa?"
    I fatti di Minneapolis convincono ancora di più i groenlandesi a non cedere alle pressioni di Donald Trump. Non molto tempo fa, Aviaja Sinkbaek, una responsabile d'ufficio in Groenlandia, pensava che fosse giunto il momento di allontanarsi ulteriormente da 300 anni di dominio danese e magari pensare all'indipendenza. Era persino aperta ad un avvicinamento agli Stati Uniti. Ora, racconta il New York Times, mentre guarda le immagini della violenza provenienti da Minneapolis dalla sua casa a schiera verde chiaro su una collina sopra Nuuk, la capitale della Groenlandia, con le orecchie ancora piene delle minacce del presidente Trump di ottenere in qualche modo la sua patria, ha cambiato idea. «È pazzesco», ha detto la signora Sinkbaek a proposito di ciò che sta accadendo in Minnesota. «È pazzo», ha aggiunto, a proposito di Trump.
    Nonostante Trump abbia poi dichiarato che non conquisterà la Groenlandia con la forza, la crisi che ha creato da solo ha allarmato gli alleati americani in Europa, minacciato la Nato e spinto le relazioni degli Stati Uniti con la Danimarca a un punto di rottura. Ha anche rivelato il cambiamento di visione dell'America dall'estero. Gli Stati Uniti hanno difeso la Groenlandia durante la Seconda Guerra Mondiale e la Guerra Fredda, e i groenlandesi erano soliti vedere gli americani come protettori.
    Ma ora l'idea di unirsi agli Stati Uniti - una nazione profondamente divisa, senza assistenza sanitaria universale, con disuguaglianze crescenti e un caos nelle strade di Minneapolis - non è più così allettante. «Cosa dovremmo pensare degli Stati Uniti ora?». R.E
  5. Lo smottamento continua: "Peggio del Vajont"
    Niscemi peggio del Vajont, sostiene il capo della Protezione civile Fabio Ciciliano:
    «Una frana di 350 milioni di metri cubi contro 263 del disastro del 1963, è caduta quasi una volta e mezza la quantità di montagna di allora». Nella zona rossa continuano a sentirsi boati e la terra scivola ancora verso il basso, «l'area rossa è destinata a allargarsi» l'analisi del ministro Musumeci. «Il centro di Niscemi, anche se costruito sulla piana, è in zona sicura - ha aggiunto Ciciliano - Quello che si sta facendo ora è il ripristino della distribuzione del gas che per motivi di sicurezza era stata interrotta». —
  6. Il ministro dell'Interno de Il Cairo: "Elogiati i nostri 007". Indignata l'avvocata della famiglia Regeni
    Piantedosi e il caso dei servizi egiziani

    roma
    L'incontro del ministro dell'Interno Matteo Piantedosi con il collega egiziano Mahmoud Tawfik – pochi giorni dopo la commemorazione del decennale della scomparsa di Giulio Regeni – diventa un caso. Mercoledì sera Piantedosi riceve Tawfik. I due ministri si dichiarano soddisfatti e spiegano di aver «sviluppato una collaborazione molto proficua». Il giorno dopo un post del titolare del dicastero egiziano spiega che Piantedosi «ha elogiato i notevoli sforzi dei servizi di sicurezza egiziani e i loro ripetuti successi nella lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata in tutte le sue forme, in particolare nella lotta all'immigrazione clandestina». E annuncia «l'impegno a un coordinamento continuo per affrontare le sfide alla sicurezza che minacciano la pace e la sicurezza globali».
    Toni che riaprono indirettamente la ferita mai chiusa dell'omicidio Regeni. Indignata Alessandra Ballerini, legale della famiglia del ricercatore friulano rapito e ucciso al Cairo nel gennaio del 2016 per mano di quattro 007 egiziani. «Il ministro dell'Interno italiano – dice l'avvocata – si incontra con quello egiziano e si fanno grandi complimenti per la collaborazione per fermare l'immigrazione che viene dall'Egitto, da cui scappano persone che stanno subendo le conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio». Sul fronte politico, ad attaccare è il deputato Pd Gianni Cuperlo: «Ho visto il docufilm su Giulio. La descrizione delle torture che ha subito, i depistaggi e le volgarità delle autorità egiziane proseguite negli anni. E il ministro degli Interni italiano parla di "collaborazione molto proficua". Mi vergogno per lui e per la sua immoralità». —
  7. Crans-Montana, fuorilegge due locali su tre Il responsabile del Comune finisce indagato
    Niccolò Zancan
    inviato a Sion
    Quello del Constellation non era un caso isolato. A Crans Montana ci sono 110 locali pubblici. Nel 2025 solo 38 di questi erano in regola, cioè controllati dagli ispettori municipali per tutto quello che riguarda le norme di sicurezza e le misure antincendio. Il calcolo, visto al contrario, è impietoso: 72 locali erano fuorilegge. Il dato è stato scoperto dalla procura di Sion, semplicemente leggendo le carte.
    Dopo l'incendio di Capodanno in cui hanno perso la vita 40 persone e altre 116 sono rimaste ferite, la procuratrice generale Beatrice Pilloud ha ordinato al comune di consegnare i registri con tutta la documentazione. Il sindaco Nicolas Féraud aveva messo le mani avanti durante la conferenza stampa del 6 gennaio: «Nessun controllo al Constellation dal 2019». Dalla lettura dei registri è emerso il dato che allarga e di molto quella consuetudine.
    L'inchiesta sulla tragedia di Capodanno ieri ha fatto un salto di livello. Ci sono altri due indagati, proprio fra i dipendenti di quel comune che mancava di rispettare il regolamento che impone un controllo all'anno in ogni locale pubblico. Dopo i proprietari del Constellation Jacques e Jessica Moretti, i due nuovi indagati sono Christophe Balet e Ken Jacquemoud, entrambi responsabili dei servizi di sicurezza del Comune di Crans-Montana. Saranno interrogati il 9 febbraio. Dalla lettera di convocazione firmata dalla procura, emergono alcune considerazioni degli investigatori su quanto emerso fino a qui. «Esistono ragioni per ritenere che il Comune abbia mancato alla propria missione di far applicare le diverse norme che gli incombevano per salvaguardare la vita e l'integrità fisica dei clienti del bar Constellation, tali mancanze potrebbero essere imputabili tanto a collaboratori quanto a membri del Consiglio municipale, passati e attuali». E ancora: critiche alla difesa del Comune che cerca di chiamarsi fuori su quella schiuma fonoassorbente da cui è partito l'incendio, una difesa ritenuta «poco dettagliata». Il Comune non espone per quali motivi l'eventuale inagibilità della uscita di sicurezza del seminterrato costituirebbe un problema strutturale: «Il Comune non aveva intrapreso alcuna azione repressiva nei confronti delle presunte violazioni delle norme edilizie che oggi fa valere, sebbene la situazione gli fosse verosimilmente già nota ben prima dell'incendio del 1° gennaio 2026». Un Comune per cui: «Esistono ragioni per ritenere che abbia mancato alla propria missione di far applicare le norme di protezione antincendio che gli incombevano al fine di salvaguardare la vita e l'integrità fisica dei clienti del bar Le Constellation». Ecco dove sta andando l'inchiesta. La Procura vieta al Comune di Crans-Montana la possibilità di costituirsi parte civile. Non è una vittima del disastro.
    La televisione francese Bfm ha intervistato un barista del Constellation da pochi giorni uscito dal coma, il suo nome è Gaëtan: «La gestione del locale era approssimativa, non teneva conto dei rischi. Trovo aberrante che i proprietari abbiano provato a scaricare le colpe sui dipendenti». —
  8. Nei filmati in via Nizza la caduta e l'arrivo dell'automobilista dopo trenta secondi
    Nei video la morte di Davide "Lo sciacallo prima di derubarlo lo tocca più volte con la scarpa"

    elisa sola
    È una scena che dura due minuti. Ci sono tre fatti che accadono in serie quasi senza soluzione di continuità. La caduta di Davide Borgione dalla bici. Il passaggio dell'auto che molto probabilmente lo urta e se ne va. L'arrivo della Fiat Punto con a bordo i due uomini che derubano il ragazzo quando è a terra inerme senza chiamare i soccorsi.
    L'indagine è a buon punto. Adesso i filmati ripresi dalle telecamere di via Nizza e corso Marconi sono abbastanza per capire cosa è successo. Gli agenti della municipale fissano le immagini per ore. Le bloccano per confrontarsi sui dettagli. Continuano a scrutare gli altri video, con nuove angolature, per trovare dettagli e risposte. Con il passare delle ore, la scena che si delinea è chiara e agghiacciante.
    Quello che accade prima è noto. Lo raccontano gli amici di Davide Borgione, che oggi lo piangeranno al funerale previsto alle 15 e 40 al tempio crematorio: «È uscito dalla discoteca poco prima delle quattro, noi siamo rimasti lì. Voleva andare a casa per studiare il giorno dopo. Lunedì avrebbe dovuto dare un esame». Era iscritto al primo anno di economia "Borgio", così lo chiamano gli amici di una vita. Ci teneva a prepararsi bene. Così è uscito dal Milk, ha percorso a piedi il cavalcavia di corso Sommeiller e in via Nizza ha noleggiato una bici. Era abituato a tornare a casa con il monopattino o un mezzo elettrico.
    Nella telecamera che inquadra via Nizza Davide spunta all'altezza dell'incrocio con corso Marconi. Alle quattro e un minuto e 46 secondi, va giù. Cade a terra. In questa stessa scena si vede anche la Jeep guidata dal funzionario di banca indagato per omissione di soccorso. L'urto avviene, probabilmente quando Davide è già a terra, trenta secondi dopo. Nel frame successivo si vede la Jeep che passa nello stesso punto in cui Davide è caduto, anche se in questa seconda scena il ragazzo non si vede, è troppo in basso. Sono le quattro e due minuti passati. Da questo momento alla scena choc passa solo un altro minuto. Eccola, la Fiat punto scura che entra nel raggio di ripresa. A bordo ci sono due uomini. Entrambi giovani. Vivono nella prima cintura. Pare che lavorino. Di loro non si sa quasi nulla. La Punto rallenta nel punto in cui Davide è steso a terra con la testa spaccata e sanguinante. Poi si ferma. Per venti secondi esatti. Nessuno scende. Forse è il tempo in cui, quelli che adesso tutti chiamano sciacalli, anche se loro - dicono i loro legali - non vogliono essere definiti così, pensano al da farsi. O si guardano intorno per capire se sono osservati. Uno dei due scende dalla Punto. Cammina verso Davide. Resta in piedi mentre con la punta della scarpa lo tocca sul corpo esanime, per capire se reagisce. Lo tocca più volte. Davide non si muove. Sta morendo. Forse è già senza vita. Nessuno lo può sapere. Ma forse si sarebbe potuto salvare.
    Il giovane che tutti chiamano sciacallo lo tocca ancora, sui pantaloni, con le mani. Gli porta via il portafoglio. Sale in auto e se ne va.
    La scena dell'orrore è finita. Piove. Davide resterà ancora a terra, non si sa per quanto. Fino a quando non si fermeranno altri due, tre ragazzi, su due auto diverse. Gli unici che hanno un senso del dovere. Sono loro a chiamare l'ambulanza, ma quando arriva è tardi. Davide viene dichiarato morto all'ospedale Cto.
    Sono ore in cui nessuno parla. Gli inquirenti ascoltano i testimoni. Preparano le domande da fare ai tre indagati quando si presenteranno in procura. L'omissione di soccorso è contestata a tutti e tre. Il furto è il reato contestato in aggiunta ai due ladri.
    Non parlano nemmeno gli avvocati difensori. Sono momenti difficili. Non hanno visto gli atti, hanno appena conosciuto i loro assistiti. E c'è tutta la città che si chiede come i loro assistiti possano essere stati così crudeli. Il diritto non c'entra con la morale. Ma questa è un'azione che strazia una comunità. «Andremo a raccontare la nostra versione ai pm quando sarà il momento», dicono gli avvocati Nicola Gallicchio e Andrea Cagliero. Ma per il resto, è tutto «no comment». —

 

 

 

 

29.01.26
  1. Nuovo tentativo del governo di inserire la norma salva-imprenditori sui lavoratori sottopagati. Inserita a dicembre nella legge di bilancio e poi espunta dal maxi-emendamento della commissione Bilancio per l'Aula del Senato, la norma è ora contenuta in una bozza dell'ultimo decreto Pnrr, all'articolo 18.



    Si stabilisce che i datori di lavoro che, sulla base di quanto accertato dai giudici, non pagano i propri lavoratori conformemente all'articolo 36 della Costituzione sulla retribuzione proporzionata, non possano essere condannati al pagamento di differenze retributive o contributive se hanno applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo.

    La norma stabilisce che, in presenza di un "provvedimento con cui il giudice accerta, in ogni stato e grado del giudizio, la non conformità all'articolo 36 della Costituzione" (che garantisce al lavoratore il diritto a una retribuzione proporzionata) "dello standard retributivo stabilito dal contratto collettivo di lavoro per il settore e la zona di svolgimento della prestazione", il datore di lavoro non possa "essere condannato al pagamento di differenze retributive o contributive per il periodo precedente la data del deposito del ricorso introduttivo del giudizio se ha applicato lo standard retributivo previsto dal contratto collettivo" o dai "contratti che garantiscono tutele equivalenti" per il settore e la zona di svolgimento della prestazione.
    La disposizione "non si applica se il giudice accerta che il datore di lavoro non applica un contratto collettivo a norma o altro contratto equivalente, oppure se il contratto collettivo applicato non si riferisce al settore economico nel quale il lavoratore ha prestato attività per conto dell'impresa
  2. DEUTSCHE SBANK! – LA PROCURA TEDESCA HA DISPOSTO UNA PERQUISIZIONE NEGLI UFFICI DELLA PIÙ GRANDE BANCA TEDESCA, DEUTSCHE BANK, A FRANCOFORTE – IL BLITZ È STATO ORDINATO NELL’AMBITO DI UN’INDAGINE PER SOSPETTO RICICLAGGIO DI DENARO DA PARTE DELL’ISTITUTO, CON AZIENDE LEGATE ALL’OLIGARCA RUSSO ROMAN ABRAMOVICH, SANZIONATO DALL’UNIONE EUROPEA DOPO L’INVASIONE DELL’UCRAINA, NEL 2022



    https://www.dagospia.com/politica/deutsche-sbank-procura-tedesca-disposto-perquisizione-negli-uffici-piu-462100
    (ANSA) - BERLINO, 28 GEN - Le perquisizioni nelle sedi di Deutsche Bank puntano ad aziende collegate all'oligarca russo Roman Abramovich, dal 2022 nella lista delle sanzioni dell'Unione europea.



    In particolare, secondo il quotidiano Sueddeutsche Zeitung, la Deutsche Bank avrebbe segnalato con ritardo alle autorità uno o più casi di sospetto riciclaggio di denaro riguardanti società dell'oligarca. Negli ultimi anni la Deutsche Bank ha dovuto pagare più volte delle multe per aver segnalato in ritardo dei casi sospetti di riciclaggio di denaro.

    Sempre Abramovich era finito nel mirino degli inquirenti tedeschi già lo scorso anno per reati ai sensi della legge sul commercio estero. È probabile, quindi, che dall'inchiesta su Abramovich le autorità tedesche abbiano considerato meritevole di attenzione anche i comportamenti della banca tedesca. Il settimanale tedesco Der Spiegel riporta, però, come l'avvocato di Abramovich neghi qualsiasi reato del suo assistito:
    "non siamo a conoscenza di alcuna indagine da parte delle autorità tedesche in merito a questa vicenda". Abramovich avrebbe "sempre agito in conformità con le leggi e le normative nazionali e internazionali vigenti". La vicenda arriva proprio alla vigilia della presentazione dei dati di Deutsche Bank per il 2025, un'occasione nella quale Christian Sewing, amministratore delegato, intende presentare il profitto più alto degli ultimi anni.
  3. FINALMENTE SE NE ACCORGONO :  L'allarme dello slovacco Fico "Donald è fuori di testa" Lui minaccia sulle elezioni
    simona siri
    new york
    La scorsa settimana, durante un'intervista al New York Magazine condotta nello Studio Ovale, a Donald Trump è stato chiesto del padre Fred, morto nel 1999 all'età di 93 anni e affetto da demenza. «Aveva un problema. A una certa età, intorno agli 86, 87 anni, ha iniziato ad avere... come si chiama?», ha chiesto rivolgendosi alla portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, affinché lo aiutasse a ricordare la parola. «Alzheimer», ha subito risposto lei, prima che il presidente si affrettasse a rassicurare: «Beh, io non ce l'ho». Potrebbe essere una barzelletta – sai di avere l'Alzheimer quando non ricordi neanche che la malattia si chiama Alzheimer - ma non lo è, è solo l'ultimo episodio che ha fatto scatenare preoccupazione sulla salute mentale del presidente in carica che si avvia a essere il più anziano di sempre: avrà 82 anni compiuti quando finirà il suo mandato, nel gennaio 2029. Se è vero che di declino cognitivo e di tratti narcisistici si parla da tempo, anche all'epoca del suo primo mandato, ultimamente le voci si sono fatte più insistenti.
    Il sito Politico, ieri, ha riportato la notizia secondo la quale il primo ministro slovacco Robert Fico, dopo aver incontrato Trump a Mar-a-Lago lo scorso 18 gennaio, sarebbe rimasto «traumatizzato» dalle condizioni mentali del Presidente, secondo quanto riportato da cinque fonti anonime. Fico - tra i politici europei più favorevoli a Trump – ha smentito l'accaduto, ma cinque fonti anonime hanno spiegato in un incontro con i leader europei tenutosi a Bruxelles il 22 gennaio che avrebbe usato il termine «fuori di testa» per descrivere lo stato mentale di Trump e si sarebbe detto molto preoccupato dopo il suo faccia a faccia con il Presidente americano.
    Illazioni sulla possibile pazzia di Trump ci sono da sempre, di solito dopo una sua qualche uscita dai toni particolarmente folli ed eccessivi. Il problema è che ultimamente questi episodi sono sempre più frequenti, così come gli insulti ai giornalisti, soprattutto donne appartenenti alle minoranze etniche. Martedì, durante un incontro con gli elettori a Minneapolis, la deputata statunitense Ilhan Omar è stata attaccata da un individuo che le ha spruzzato addosso, con una siringa, un liquido non identificato prima di essere bloccato dalle guardie di sicurezza. Quando la Abc gli ha chiesto un commento sull'aggressione, in un momento in cui ha detto di voler riportare un po' di calma nella cittadina del Minnesota dopo le proteste per l'uccisione di Alex Pretti, Trump invece di prendere la palla al balzo ed esprimere solidarietà alla deputata, ha detto che Omar è «un'impostora» e che avrebbe organizzato lei stessa l'aggressione.
    Democratica di origine somala, Omar è da tempo nel mirino di Trump che a lei ha dedicato tra gli insulti più pesanti mai riservati a un avversario politico. Giusto la sera prima, durante il suo comizio in Iowa, di lei aveva detto che «viene da un Paese che è un disastro, non è nemmeno un Paese, francamente».
    Lì ha anche aggiunto, minacciando, che accadrebbero «cose molto brutte» se i repubblicani perdessero le elezioni di Midterm, a novembre. E ha ggiunto che il suo partito deve vincere sia il Senato che la Camera, nonostante i bassi indici di gradimento. «Perderete così tante delle cose di cui stiamo parlando, risorse, tagli fiscali», ha precisato.
    Comportamenti confusi e dichiarazioni al limite dell'indicibile hanno caratterizzato la fine dell'anno scorso, mettendo la Casa Bianca sulla difensiva - spesso con toni iperbolici - rispetto allo stato psicofisico di Trump. Le volte in cui si è addormentato durante riunioni importanti hanno portato la portavoce a dire che no, non dormiva, è solo la sua «modalità di ascolto», spiegazioni creative che però servono a poco quando Trump, durante discorsi ufficiali, incomincia a parlare di balene, di uccelli, di come Barack Obama scende le scale o di come suo zio, il defunto professore John Trump, avesse insegnato a Ted Kaczynski, meglio conosciuto come Unabomber, presso il Massachusetts Institute of Technology (MIT), dove però Kaczynski non ha mai studiato. Più di recente, è stato il suo discorso a Davos – lunghissimo, a volte incoerente, in cui ha parlato di pale eoliche e di uccelli uccisi e in cui ha menzionato l'Islanda per ben quattro volte, intendendo in realtà la Groenlandia – a destare preoccupazione. Un'analisi del New York Times sulle sue apparizioni pubbliche ha scoperto che Trump, rispetto al suo primo mandato, ha tenuto meno discorsi programmati e interventi preparati, ma ha rilasciato più interviste e ha partecipato a «incontri informali con la stampa» sei volte di più. «In media ha pronunciato molte più parole in ogni evento rispetto al 2017, confermando la tendenza a interventi pubblici più lunghi e meno focalizzati», ha scritto il giornale.
    Pressato dalle vicende interne relative all'Ice e con il mondo col fiato sospeso rispetto a quello che deciderà di fare in Iran, le parole di Trump hanno oggi un peso che può portare a conseguenze disastrose o, come scrive il New Yorker «la differenza, oggi è che la sua amministrazione è molto più disposta e in grado di trasformare le sue parole fantasiose in realtà concrete». Come a dire che se prima certe follie verbali rimanevano tali, oggi sono azioni, che si tratti del Board of Peace, dell'annessione della Groenlandia o di un possibile attacco all'Iran. —
  4.  Le prime risorse solo nel 2014 e lo stato d'emergenza prorogato senza pianificare interventi
    Venti milioni stanziati e solo uno speso Trent'anni di progetti mai realizzati

    andrea rossi
    Il 26 settembre del 2014 lo Stato ha deciso che era il momento di occuparsi della frana che da quasi diciassette anni rischiava di portarsi via un pezzo di Niscemi e dei suoi 24 mila abitanti. Quel giorno la Regione Sicilia ha stanziato 9 milioni per consolidare alcuni versanti instabili. Il progetto è stato realizzato e appaltato, i lavori mai cominciati, paralizzati da una serie di contenziosi fino alla revoca del finanziamento. Per vedere il primo vero intervento si dovuto attendere il 2019: la stabilizzazione del versante Ovest della frana con messa in sicurezza di parte della strada provinciale. Totale: un milione e 200 mila euro, le uniche risorse che Niscemi e la sua gente hanno visto in trent'anni.
    Scorrere a ritroso l'elenco di tutto ciò che andava fatto ed è rimasto - nel migliore dei casi - sulla carta rende chiarissimo come si sia finiti oggi a dover evacuare quasi 2 mila persone e perdere qualche decina di abitazioni. Ed è piuttosto emblematico del quadro generale, almeno in Sicilia: secondo i dati ufficiali, solo restando ai fondi di coesione, la struttura del commissario contro il dissesto idrogeologico della Regione ha finora potuto contare su circa 750 milioni; ne ha spesi 117. E considerando il totale delle risorse a disposizione del commissario - un miliardo e mezzo dal 2010 a oggi - il bilancio è questo: le risorse impegnate si fermano poco sotto gli 800 milioni, quelle effettivamente liquidate a 570. Poco meno di un terzo di questi fondi - 404 milioni - servivano proprio a contrastare il dissesto idrogeologico ma sono rimasti fermi per oltre cinque anni, dal 2019 al 2024, in attesa che i fondi saltassero fuori. Alla fine ne è spuntata una minima parte: 77 milioni.
    Un breve spaccato di come (non) funziona il sistema della prevenzione. Niscemi ne è un esempio eclatante dal 12 ottobre 1997: la prima grande frana, 400 persone evacuate, una cinquantina di abitazioni demolite. Da quel momento l'eccezionalità è diventata routine: lo stato di emergenza è stato prorogato per dieci anni senza che nel frattempo venissero pianificati interventi strutturali, nonostante diverse relazioni ufficiali firmate da geologi ed esperti avessero dichiarato l'area a rischio elevato. La prima presa di consapevolezza, come detto, risale al 2014, e non è arrivata da sé ma sulla scia di un'altra frana: allarmi, proteste, poi qualcosa si muove. Sulla carta. Cinque anni dopo arriva l'unica - finora - opera strutturale ma è poca cosa e non risolve nessuna delle minacce che incombono sul paese. Tra il 2020 e il 2024 la Regione vara un altro piano da 8 milioni per interventi di drenaggio dei corsi d'acqua e stabilizzazione dei versanti. Ma anche questa volta i progetti non vengono finanziati, tantomeno appaltati.
    In definitiva: diciassette anni di silenzi e poi, dal 2014 a oggi, pianificati interventi per oltre 18 milioni ma realizzate opere per poco più di uno. L'ultima beffa è arrivata con il Pnnr: nessuno dei 46 progetti finanziati in Sicilia per contrastare il dissesto idrogeologico riguarda la frana. I fondi - 99 milioni di cui 43 già pagati - sono destinati a rispondere «al crescente bisogno di risanare il territorio danneggiato da eventi idrogeologici, mettendo in sicurezza le aree vulnerabili e riducendo i rischi per la popolazione». Ma una delle aree più a rischio, e da trent'anni, è stata tagliata fuori.
    A livello nazionale la Sicilia non è un'eccezione: secondo l'Ispra (l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) negli ultimi 25 anni sono stati stanziati 19 miliardi contro il dissesto; solo un terzo è stato effettivamente speso. Di sicuro la Sicilia non è stata dimenticata: è tra le cinque regioni maggiormente finanziate. Il guaio è che, sempre secondo Ispra, in molti casi non è dato sapere neanche per quale scopo i fondi sono stati stanziati. «Una criticità che emerge chiaramente - è scritto nell'ultima relazione - è l'elevato numero di interventi per i quali non è stata definita la tipologia di dissesto in relazione al quale sono stati finanziati che, da soli, rappresentano circa il 35% del totale». —
  5. Torino, i soccorritori del ragazzo morto in strada e derubato: "Era ancora vivo"
    Gli angeli che hanno provato a salvare la vita a Davide "Un dovere morale fermarsi"

    elisa sola
    torino
    «Borgio vive». In questo slogan spruzzato con lo spray su uno striscione granata pronto a comparire domenica nello stadio del Toro. Nei fiori non ancora appassiti, anche se sono passati cinque giorni, appesi al palo tra via Nizza e largo Marconi. «Borgio vive» nelle chat e nei messaggi rimbalzati su migliaia di telefoni. Nelle raccolte di soldi dei suoi amici per le vittime della strada. E nelle parole d'amore, mai sciacquate dalla pioggia, rimaste su queste lettere. Sono ancora qui. Su un marciapiede di San Salvario. Su un pezzo di asfalto tra un sushi e un convento di suore. Da venerdì notte questo sarà per tutti e per sempre il posto di "Borgio". Non solo quello in cui è morto. Ma quello in cui vive.
    L'incrocio in cui Davide Borgione è stato trovato a terra a 19 anni con la testa spaccata, a fianco della bici elettrica che aveva noleggiato per tornare a casa dalla discoteca, non è solo il simbolo della banalità del male. Il punto della strada dove due sciacalli hanno inchiodato per derubare un giovane inerme.
    Il luogo in cui Davide muore è anche quello in cui Borgio vive. Da qui non sono passati solo predoni, ma anche angeli. Ragazzi che hanno visto Davide e si sono precipitati dalle auto. Che hanno provato a salvarlo chiamando l'ambulanza.
    Il primo è stato Luca. Ha visto una sagoma vicino alla pista ciclabile. Accasciata di lato verso sinistra, quasi in mezzo alla strada. Via Nizza in quel punto di notte è illuminata a giorno. Impossibile non vedere. Prima di Luca sono passate molte auto. Eppure lui è il primo che si ferma. L'unico nell'ora più che abbondante, forse due, che passano dal momento in cui Davide resta a terra con la testa spaccata a quello in cui arriva l'ambulanza, che lui chiamerà. Luca scende dalla macchina quando i ladri sono andati via da poco. Non vuole parlare. Quello che aveva da dire lo ha raccontato alla procura, che indaga. Non si sente un eroe. È un ragazzo normale. Perché lo ha fatto? Per «un dovere morale». Come Kelvin, il ragazzo che arriva subito dopo di lui. È su un furgone. Scende, si avvicina a Luca. Ora sono in due a cercare di aiutare Davide. «Lavoro di notte - dice Kelvin - ero con due colleghi. Quel ragazzo era disteso sull'asfalto, in mezzo alla carreggiata. È stata una scena molto forte. Difficile da affrontare». «Abbiamo subito chiamato l'ambulanza e in quel momento dava ancora segni di vita», è il ricordo di Kelvin. Davide è stato dichiarato morto poco dopo all'ospedale Cto.
    Il trauma cranico dovrebbe essere la causa del decesso. Sulla ricostruzione della dinamica la procura continua a indagare. Adesso i video raccolti dalle telecamere sono più di uno. In un frame si vede Davide cadere vicino alla pista ciclabile. Subito dopo un'auto passa e lo urta. Non si ferma e prosegue. «Mi sembrava di avere preso un dosso», dirà il conducente, indagato per omissione di soccorso. Dopo arrivano i due sciacalli. E solo alla fine gli angeli. «Abbiamo aspettato i soccorsi - ricorda Kelvin - e segnalato il pericolo per le auto in arrivo per evitare altri incidenti. Solo dopo, leggendo le notizie sui giornali, abbiamo capito che poco prima qualcuno avrebbe rubato il portafoglio del ragazzo. Questo gesto mi indigna profondamente. Per il contesto, che è drammatico. L'ambulanza è arrivata dopo venti minuti. Il ragazzo non mostrava più segni di vita». «Voglio dire queste cose - conclude Kelvin - per rispetto di lui. E perché l'attenzione, la sicurezza e il senso di umanità sono fondamentali, soprattutto di notte».
    Torino è umana. Lorenzo, Jack, Marco, Pietro e Riccardo sono cinque amici d'infanzia di Davide. Hanno studiato con lui al liceo D'Azeglio. Due giorni fa hanno pubblicato un link su Instagram. L'obiettivo era raccogliere i soldi per comprare una corona di fiori e uno striscione da mostrare nella curva Maratona questa domenica. Era una raccolta tra amici. In poche ore il link è diventato virale. E quei cinque amici hanno ricevuto offerte da migliaia di sconosciuti. Cinque euro da un liceale, cento da un genitore, qualche decina da una comunità che ospita minorenni. Si sono ritrovati con cinquemila euro. Hanno deciso di metterli in un fondo per i familiari delle vittime della strada che non possono permettersi un legale. È la normalità del bene. Sono angeli come gli altri. «Borgio vive» anche grazie a loro. —
  6. Ipotesi riciclaggio su Deutsche Bank per i fondi di Abramovi c
    giovanni turi
    L'ombra di un altro scandalo finanziario si abbatte su Deutsche Bank. Il sospetto di legami tra l'istituto e società straniere affiliate all'oligarca russo Roman Abramovi? usate per il riciclaggio di denaro, risveglia i fantasmi del recente passato. Ieri mattina, poco dopo le 10, circa trenta investigatori della polizia federale tedesca hanno perquisito gli uffici della banca nel quartier generale a Francoforte e in una filiale di Berlino. Un mandato della procura di Francoforte sul Meno che sta conducendo un'indagine nei confronti di «persone e dipendenti, per ora ignoti, della banca». Secondo la Süddeutsche Zeitung, la miccia è stata innescata dalla verifica se Deutsche Bank abbia rispettato o meno gli obblighi di segnalazione nelle transazioni di Abramovi?. E nello specifico se ci siano state comunicazioni in ritardo alle autorità competenti. Sotto la lente degli investigatori ci sarebbero transazioni tra il 2013 e il 2018. Deutsche Bank, da parte sua, assicura piena collaborazione con la procura. «No comment» dal governo di Friedrich Merz.
    Ma il nervosismo degli investitori si è fatto sentire, eccome. Ieri il titolo di Deutsche Bank ha chiuso con un meno 1,98%, a 32,86 euro. Il caso è ancora fosco. Ma il potenziale risulta esplosivo. Alcuni elementi: un istituto che rischia di tornare in un mare in tempesta dopo la cura da elefante avviata nel 2019, i conti da presentare domani - gli analisti prevedono un utile netto record, cifre che non si vedono dal 2007 -. E poi il nome ingombrante dell'imprenditore russo legata all'indagine, ex cliente di primo piano dell'istituto.
    Una figura, quella di Abramovi?, già finita nel mirino degli inquirenti tedeschi l'anno scorso per reati ai sensi della legge sul commercio estero. E soprattutto nota per la stretta vicinanza al presidente della Federazione russa, Vladimir Putin. Un rapporto che a marzo 2022 gli è costato caro, visto che il magnate è finito nella lista nera delle persone sanzionate dall'Unione europea sulla scia dell'aggressione del Cremlino all'Ucraina. A Der Spiegel, i legali dell'ex patron del Chelsea negano qualsiasi tipo di reato: «Il nostro cliente non è a conoscenza di alcuna indagine da parte delle autorità tedesche in merito a questa vicenda». E poi continuano: Abramovi? avrebbe «sempre agito in conformità con le leggi e i regolamenti nazionali e internazionali vigenti».
    Inoltre, questo presunto riciclaggio di denaro può fare un'altra vittima: l'amministratore delegato Christian Sewing, alla guida dall'aprile 2018. Dal suo arrivo, Deutsche Bank è sotto torchio con una terapia d'urto per il risanamento dei bilanci (persino con folti licenziamenti). E anche della credibilità dell'immagine. Questo perché gli scandali costano caro. Nel 2015 l'istituto superava i 40 miliardi di dollari in capitalizzazione di mercato. Nel settembre 2016, quando il dipartimento di Giustizia Usa gli chiese il pagamento di una multa da 14 miliardi - poi dimezzata - per irregolarità nella compravendita di obbligazioni garantite da mutui (alla storia come una manipolazione fraudolenta del Libor, il tasso di riferimento sui mutui immobiliari), si parlava invece di 15,7 miliardi.
    Sempre da oltreoceano, un'altra sanzione era lì lì per dare un'altra botta: da due anni, infatti, era emerso che la banca aveva camuffato un riciclo in rubli da 10 miliardi di dollari provenienti dalla Russia da transazione azionaria. Nel gennaio 2017 altri 630 milioni di dollari versati alle authorities americana e britannica. E ancora: nel 2018 perquisizioni degli uffici di Francoforte. Le accuse erano di riciclaggio di denaro legate ai Panama Papers. Il ruolo della Deutsche Bank era di aver aiutato alcuni clienti a dar vita a società off-shore nei paradisi fiscali. Per non dimenticare poi le scoperte col tempo della sponda finanziaria con Teheran, violando l'embargo commerciale di Washington, e dei rapporti intrattenuti con il miliardario Jeffrey Epstein. E nel 2022 una ciliegina sulla torta: altre perqusizioni per un'indagine attorno a transazioni con il nipote dell'allora leader siriano Bashar al-Assad, Rifaat al-Assad. Risultato: multa da 7 milioni di euro. Con l'assicurazione che il dittatore di Damasco non fosse mai stato un loro cliente. —

 

 

 

28.01.26
  1. INQUINAMENTO DELLE PROVE : Crans-Montana, il pasticcio delle telecamere "La polizia ha cancellato i video fuori dal bar"
    niccolò zancan
    inviato a sion
    Venti giorni dopo la conferenza stampa che ha lasciato tutti senza parole, il sindaco di Crans Montana è tornato a parlare: «Non mi spiego le carenze dei nostri controlli all'interno del Constellation. So di essere colpevole agli occhi di molta gente. Se dovessi essere iscritto nel registro degli indagati, mi assumerò le mie responsabilità. Piango ogni giorno per tutte quelle persone che non ci sono più, ho iniziato una terapia dallo psicologo ma so che questo trauma rimarrà per sempre nella mia vita».
    Nicolas Féraud, parlando con il Corriere del Ticino, ha detto anche qualcosa che spiega bene il clima che si è creato intorno alla strage di capodanno: «Ho ricevuto diverse minacce di morte. Cerco di capire quelle persone, perché non hanno le risposte che vorrebbero». Per esempio, ecco un'altra risposta mancante: come mai la procura di Sion ha richiesto le registrazioni dei video di sorveglianza pubblica solo il 15 gennaio? Non c'è risposta. Ma si sa che quei video non ci sono più perché il sistema prevede che vegano cancellati dopo sette giorni. Quindi 250 telecamere piazzate in paese, alcune proprio davanti al locale, ma nessuna immagine utilizzabile per le indagini.
    La procura le ha chieste tardi, il sistema del comune le ha cancellate non contemplando che potessero servire «a fini investigativi». Così come sono inaccessibili i video all'interno del locale gestito dal Jacques e Jessica Moretti. E anche su quanto successo nei giorni successivi, ci sono dei dubbi e dei tormenti. I titolari del Constellation, i coniugi Jacques e Jessica Moretti, avrebbero organizzato una riunione con i loro dipendenti. L'incontro si sarebbe tenuto il 7 gennaio. L'avvocata Nina Fournier, legale di alcune famiglie delle vittime, in una lettera indirizzata alla Procura generale di Sion, lo denuncia con toni di forte preoccupazione: «È l'ennesima prova dei passi intrapresi, a quanto pare, per influenzare le deposizioni delle persone che potrebbero essere ascoltate nel procedimento».
    Le autopsie mancate. I ritardi nell'acquisizione delle prove. Le telecamere inservibili e anche il sospetto che i titolari del Constellation abbiamo cercato di condizionare i testimoni. Oltre al fatto che le immagini della notte dell'incendio sono state cancellate dai social, con rapida sistematicità. Tutto questo aggiunge dolore al dolore. Anche le tensioni diplomatiche fra Italia e Svizzera sottolineano il momento di incertezza.
    La giornata di ieri, però, segna un cambio di rotta. Finalmente la Procura di Roma potrà partecipare attivamente alle indagini sulla strage in cui sono morte 40 persone e altre 116 sono rimaste ferite, erano quasi tutti ragazzini. Il Ministero pubblico del Cantone del Vallese ha comunicato all'Ufficio federale di giustizia, nella sua funzione di autorità centrale per l'assistenza giudiziaria internazionale in materia penale, che entro la fine della settimana «darà seguito alla richiesta italiana». Così si legge nel comunicato: «Le due autorità hanno anche la possibilità di unirsi per le indagini in cosiddette squadre investigative comuni». Più occhi sulla stessa tragedia.
    A leggere il lunghissimo secondo interrogatorio di Jacques Moretti, ora agli atti dell'indagine - 194 domande, 14 ore - fa male vedere le responsabilità scaricate sui dipendenti. Ragazzi giovani, assunti con contratti a termine e senza nessuna formazione per gestire una situazione d'emergenza. Per l'incendio. Persino per la porta di sicurezza. «Era sempre aperta. Dopo il dramma abbiamo saputo che un dipendente del Vieux Chalet, Adrien, avrebbe chiuso il chiavistello. L'ho saputo alcuni giorni dopo». Così come sui petardi trovati all'interno del locale: «Penso che siano stati portati da clienti». Anche la domanda 163 è dolorosa da leggere: Come spiegate che così tanti minorenni, alcuni di meno di 16 anni, frequentavano il Constellation la sera in questione? «Purtroppo alcuni sono riusciti a passare e non capiamo perché. Questo controllo era fatto dal buttafuori alla porta». —
  2. MAFIA SVIZZERA : Giuseppe Tamburi Il papà di Giovanni: "Scandaloso che i titolari del locale siano liberi"
    "In quel posto comanda una cricca La Svizzera deve cambiare il giudice"
    Filippo Fiorini
    bologna
    La scoperta più dolorosa nella vita di Giuseppe Tamburi è arrivata tre giorni dopo la strage del Le Constellation, quando il corpo di suo figlio Giovanni è stato identificato tra le vittime. A un mese di distanza, quel ragazzo che il padre racconta usando soprattutto la parola «luce», non ha smesso di dargli le «magnifiche sorprese» che gli ha dato durante i 16 anni di vita che hanno trascorso insieme.
    «Ho scoperto che Giovanni aiutava segretamente un senzatetto, regalandogli cibo e abiti - dice l'imprenditore bolognese - e ora vorrei aprire un ricovero per i bisognosi in suo nome». Giuseppe Tamburi vuole anche «ristabilire gli equilibri» e avere «giustizia» contro quella che chiama «la cricca di Crans-Montana». Appreso che Jacques Moretti è stato rilasciato su cauzione, è pronto a una battaglia legale che si aspetta lunga, ma che giura di combattere contro i proprietari del bar e contro chiunque non abbia fatto i dovuti controlli.
    Come ha ricevuto la notizia che entrambi i gestori del Le Constellation sono attualmente liberi?
    «È scandaloso e come famigliari non siamo affatto d'accordo. Di certo, ci opporremo attraverso i nostri avvocati. E poi, non si tratta solo dei gestori. Anche chi non ha fatto i controlli deve essere giudicato. La negligenza è anche loro. Per il loro fallimento, sono morti tanti ragazzi».
    Cosa pensa del modo in cui gli svizzeri stanno portando avanti l'inchiesta?
    «La Svizzera ha leggi che fatico a comprendere e che evidentemente non funzionano poi così bene, se dopo quello che è successo i responsabili sono a casa loro. Spero davvero che si possa fare qualcosa per ristabilire l'equilibrio».
    Avete già chiara una strategia legale?
    «Intanto, vorremmo che si cambiasse il giudice, facendone arrivare uno da un'altra giurisdizione. Vogliamo che almeno il giudice non appartenga alla cricca di Crans-Montana, dove tutti si conoscono e frequentano gli stessi ambienti. Vorremmo lo stesso anche per il procuratore, ma a quanto pare questo non può essere sostituito».
    L'Italia sta protestando con forza. Approva quello che sta facendo il governo?
    «La presidente Meloni ha chiesto di mandare una task force con professionisti italiani d'esperienza, per aiutare nell'inchiesta e dal punto di vista giuridico. Sì, mi fa sperare di ottenere dei risultati».
    Vi costituirete parte civile al processo?
    «Sì, perché pretendiamo di avere giustizia, ma ci aspettiamo una causa molto lunga. Almeno, questo è quanto ci hanno prospettato i nostri avvocati».
    Sta pensando anche a qualche iniziativa per tenere viva la memoria di suo figlio Giovanni?
    «Giovanni non smette di darmi delle sorprese magnifiche, come faceva quando era qui con me. Ho scoperto di recente che aiutava di nascosto un senzatetto, dandogli del cibo e dei vestiti. Per questo, vorrei fare un dormitorio e una mensa per i bisognosi in suo nome. So che non è una cosa che posso fare dall'oggi al domani, ma sto già parlando con il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e la sua giunta, perché diventi al più presto una realtà».
    Perché gliel'ha tenuto segreto?
    «Il suo carattere era questo. Non lo faceva per prendersi il merito, lo faceva per altruismo, con modestia e dignità».
  3. Giuseppe Tamburi Il papà di Giovanni: "Scandaloso che i titolari del locale siano liberi"
    "In quel posto comanda una cricca La Svizzera deve cambiare il giudice"
    Filippo Fiorini
    bologna
    La scoperta più dolorosa nella vita di Giuseppe Tamburi è arrivata tre giorni dopo la strage del Le Constellation, quando il corpo di suo figlio Giovanni è stato identificato tra le vittime. A un mese di distanza, quel ragazzo che il padre racconta usando soprattutto la parola «luce», non ha smesso di dargli le «magnifiche sorprese» che gli ha dato durante i 16 anni di vita che hanno trascorso insieme.
    «Ho scoperto che Giovanni aiutava segretamente un senzatetto, regalandogli cibo e abiti - dice l'imprenditore bolognese - e ora vorrei aprire un ricovero per i bisognosi in suo nome». Giuseppe Tamburi vuole anche «ristabilire gli equilibri» e avere «giustizia» contro quella che chiama «la cricca di Crans-Montana». Appreso che Jacques Moretti è stato rilasciato su cauzione, è pronto a una battaglia legale che si aspetta lunga, ma che giura di combattere contro i proprietari del bar e contro chiunque non abbia fatto i dovuti controlli.
    Come ha ricevuto la notizia che entrambi i gestori del Le Constellation sono attualmente liberi?
    «È scandaloso e come famigliari non siamo affatto d'accordo. Di certo, ci opporremo attraverso i nostri avvocati. E poi, non si tratta solo dei gestori. Anche chi non ha fatto i controlli deve essere giudicato. La negligenza è anche loro. Per il loro fallimento, sono morti tanti ragazzi».
    Cosa pensa del modo in cui gli svizzeri stanno portando avanti l'inchiesta?
    «La Svizzera ha leggi che fatico a comprendere e che evidentemente non funzionano poi così bene, se dopo quello che è successo i responsabili sono a casa loro. Spero davvero che si possa fare qualcosa per ristabilire l'equilibrio».
    Avete già chiara una strategia legale?
    «Intanto, vorremmo che si cambiasse il giudice, facendone arrivare uno da un'altra giurisdizione. Vogliamo che almeno il giudice non appartenga alla cricca di Crans-Montana, dove tutti si conoscono e frequentano gli stessi ambienti. Vorremmo lo stesso anche per il procuratore, ma a quanto pare questo non può essere sostituito».
    L'Italia sta protestando con forza. Approva quello che sta facendo il governo?
    «La presidente Meloni ha chiesto di mandare una task force con professionisti italiani d'esperienza, per aiutare nell'inchiesta e dal punto di vista giuridico. Sì, mi fa sperare di ottenere dei risultati».
    Vi costituirete parte civile al processo?
    «Sì, perché pretendiamo di avere giustizia, ma ci aspettiamo una causa molto lunga. Almeno, questo è quanto ci hanno prospettato i nostri avvocati».
    Sta pensando anche a qualche iniziativa per tenere viva la memoria di suo figlio Giovanni?
    «Giovanni non smette di darmi delle sorprese magnifiche, come faceva quando era qui con me. Ho scoperto di recente che aiutava di nascosto un senzatetto, dandogli del cibo e dei vestiti. Per questo, vorrei fare un dormitorio e una mensa per i bisognosi in suo nome. So che non è una cosa che posso fare dall'oggi al domani, ma sto già parlando con il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, e la sua giunta, perché diventi al più presto una realtà».
    Perché gliel'ha tenuto segreto?
    «Il suo carattere era questo. Non lo faceva per prendersi il merito, lo faceva per altruismo, con modestia e dignità». —
  4. Le opposizioni bloccano la discussione: "Troppa opacità"
    Bilancio in Regione, i revisori danno l'ok "Ma servono più trasparenza e controlli"
    Il Collegio dei revisori dei conti approva il bilancio della Regione, dopo la bocciatura dei loro "predecessori". Le opposizioni bloccano il Consiglio: «Vogliamo spiegazioni».
    Dopo le «perplessità sulla congruità della spesa» e le «incoerenze tra le previsioni negli stanziamenti di entrata e spesa» denunciate dal vecchio parere di ottobre, il nuovo Collegio definisce il bilancio previsionale 2026-28, modificato dalla giunta, «congruo, coerente e attendibile, rispettoso degli equilibri economico-finanziari previsti dalla normativa e costruito sulla base di criteri di legalità e trasparenza». Nelle undici pagine, ci sono però molte raccomandazioni e richieste alla giunta di centrodestra: una relazione illustrativa «ampliata nei contenuti» in futuro, un piano di alienazione «redatto nei tempi», il monitoraggio «costante del debito per evitare il superamento delle soglie di sostenibilità finanziaria», ma anche del «permanere degli equilibri», con «tempestive misure correttive per garantire la copertura di disavanzo», oltre che la sorveglianza sull'attuazione del Pnrr e «il rispetto dei tempi di pagamento». Ma il governatore Alberto Cirio festeggia: «L'autorevole parere tecnico certifica pertanto che il bilancio è corretto, trasparente e completo e persegue il virtuoso obiettivo di garantire servizi, investimenti e sviluppo al nostro territorio».
    Le opposizioni, però, non ci stanno. E ieri hanno chiuso il Consiglio alle 17.30, chiedendo una commissione chiarificatrice per questa mattina: «C'è solo confusione. L'unica certezza che abbiamo, oltre all'aumento dell'Irpef per tappare i tagli del governo, è che sulla sanità questo bilancio non dà alcuna risposta. Difficile prendere sul serio una discussione che parte con questi presupposti, senza nessuna chiarezza sulle risorse e le politiche», attaccano Alice Ravinale, Valentina Cera e Giulia Marro di Avs. «La questione principale – dichiara il gruppo del M5S – è l'assoluta mancanza di visione in un bilancio scarno e incolore. Siamo preoccupati». Per la capogruppo del Pd Gianna Pentenero «le nostre preoccupazioni e richieste erano pienamente fondate, tanto è vero che si è reso necessario modificare sostanzialmente il contenuto del bilancio. Ma la discussione fatta fin qui è stata al buio». g. ric. —
  5. QUALE FUTURO CON UNA SOCIETA' NEGATIVA DALLA RADIO ALLA TV ALLA SCUOLA ? MANCA IL CORAGGIO POLITICO DI FERMARE QUESTA TENDENZA. il dossier
    Sos
    adolescenti
    alessandro mondo
    Posti letto dedicati: 18, per un ospedale che è centro di riferimento regionale. E prima ancora, una serie di deficit che prescindono dall'ospedale: risolti i quali, i letti potrebbero pure bastare.
    Parliamo del malessere degli adolescenti, termine che riassume i molti disturbi di cui soffrono: casi in crescita, anche in Piemonte. E del Regina Margherita - un'eccellenza, anche su questo fronte - che però sconta un vecchio problema, diciamo pure cronico: l'assenza di una rete strutturata sul territorio. Riecco l'imbuto, quello della fase post-dimissione, uno dei freni a mano che rallentano e in parecchi casi bloccano la Sanità piemontese e torinese.
    Ne parliamo a seguito di un focus dell'Ordine dei Medici di Torino. «Il malessere degli adolescenti è riscontrato ogni giorno dai medici al pronto soccorso, dove arrivano accompagnati da genitori sempre più disorientati e confermato dai dati in costante crescita forniti dai neuropsichiatri, preoccupati per la carenza di posti letto dedicati a pazienti sempre più giovani che necessitano di un approccio multidisciplinare», avverte Guido Giustetto, il presidente.
    Che tipo di malessere? Di tutto. In primo luogo, spiega Antonella Anichini, neuropsichiatria infantile e responsabile del Day hospital psichiatrico terapeutico del Regina, si registra un significativo abbassamento dell'età di esordio: «Se il picco si collocava intorno ai 14 anni, oggi vediamo sempre più spesso ragazzi di 10- 11 anni, e anche più piccoli». Secondo uno studio multicentrico universitario, le consulenze di neuropsichiatria infantile del Dipartimento di emergenza e accettazione dell'Infantile sono aumentate da 319 nel 2018 a 1.694 nel 2022, stabilizzandosi poi su questa tendenza molto elevata. Un aumento del 294% dei disturbi alimentari, del 297% dell'ideazione suicidaria e del 249% dei tentativi di suicidio. Gli adolescenti arrivano in ospedale con un mix di sintomi che si traducono in un blocco evolutivo: sul piano clinico, oltre il 30% delle richieste riguarda agitazione psicomotoria, il 20% disturbi alimentari, il 17% un tentativo di suicidio o un'importante ideazione suicidaria e autolesionismo, il 16% ansia acuta».
    E qui torniamo ai posti letto. «Nel 40-50% dei casi i ragazzi avrebbero bisogno di un percorso intraospedaliero - aggiunge Anichini -, ma il reparto dell'Infantile dispone di 18 letti, unico riferimento regionale per la psicopatologia acuta e complessa adolescenziale, con un tasso di occupazione sopra al 100% , salita fino al 200% durante il Covid».
    Bastano, oppure no? Dipende. Basterebbero in presenza di una rete territoriale omogenea, non bastano se fuori dalle mura del Regina mancano le risposte, peraltro a fronte di ricoveri già di per sè lunghi.«Non a caso, siamo al lavoro, anche con i pediatri di famiglia, su tre diversi fronti - spiega la professoressa Franca Fagioli, Dipartimento Patologia e Cura del Bambino dell'Infantile –: precocità nell'intercettare i casi, quindi nel diagnosticarli, e una mappatura delle comunità e dei centri diurni sul territorio per la fase successiva alle dimissioni». Facile da comprendere, più difficile da realizzare. —
  6. L'ordine al magistrato che indaga sui dossier di un detective
    Sul corvo dei pm "accuse generiche" Il tribunale: "Riscrivere le contestazioni"
    Accuse «generiche» e «indeterminate» che portano a una «evidente lesione del diritto di difesa». Con questa motivazione il Tribunale di Milano ha ordinato al pmGiovanni Polizzi di riscrivere il capo d'imputazione nei confronti di Giovanni Carella, ritenuto dai magistrati il 'corvo" della Procura di Torino e accusato di calunnia, diffamazione e rivelazione di segreto con l'ipotesi di aver realizzato dossier contro il pm Gianfranco Colace, l'ex procuratore generale Francesco Saluzzo e il tenente colonnello dei carabinieri, Luigi Isacchini, e di averli fatti circolare, fra il novembre 2022 e l'ottobre 2023, assieme ad altri soggetti non identificati.
    Come? Attraverso mail anonime che Carella, di professione investigatore privato, hanno inviato a varie «autorità giudiziarie» e forze dell'ordine accusando di «numerosi reati» mentre era indagato o imputato per i presunti dossieraggi del 'caso KeraKoll', colosso internazionale della malta Martedì pomeriggio il presidente della decima sezione penale, Antonella Bertoja, con i giudici del collegio Giovanna Taricco e Cristina. Dani, ha ordinato alla Procura di riformulare le accuse di calunnia e diffamazione nei confronti del 35enne perché non si capisce, delle 4 mail inviate da Carella dal contenuto «complesso e articolato», quali passaggi si «debbano ritenere calunniosi, quali diffamatori e quali neutri», ha detto il giudice.
    Si tratta di una «evidente lesione del diritto di difesa» obbligata a prendere «posizione a 360 gradi su ogni frase» delle comunicazioni partite dagli account a cui sono risaliti gli investigatori con gli indirizzi 'raffaguari58@gmail.com', 'rguarini53@gmail.com' (che ricordano il nome dello storico pm torinese Raffaele Guariniello) perlagiustizia@yahoo.come, pergiu62@yahoo.com.
    È stata dunque accolta Accolta l'eccezione preliminare sollevata dai legali di Carella, Mauro Anetrini e Mariangela Melliti del foro di Torino. per adempiere alle integrazioni è stata stabilita una data: il 10 marzo prossimo. Un termine perentorio oltre il quale scatterebbe la "nullità" del decreto che ha disposto il giudizio di Carella per "inerzia del pm". Il Tribunale avrebbe anche potuto restituire gli atti alla Procura dichiarando nullo il procedimento ma non lo ha fatto. g.leg —

 

 

 

 

 

27.01.26
  1. Tracee Mergen nel mirino della Casa Bianca. Ai procuratori locali impedito di seguire il caso
    Indagava sull'uccisione di Renee Good Funzionaria dell'Fbi costretta a dimettersi
    domenico agasso
    Un'agente dell'Fbi si dimette dopo avere denunciato pressioni interne per far abbandonare l'indagine sul collega dell'Ice coinvolto nella morte di Renee Good. Si aprono così nuove ulteriori tensioni attorno alle pratiche di polizia federale e alla responsabilità degli agenti anti immigrazione inviati a Minneapolis dall'Amministrazione Trump.
    Tracee Mergen aveva cercato di investigare sul funzionario dell'Ice (Immigration and Customs Enforcement), Jonathan Ross, che il 7 gennaio ha ucciso a colpi d'arma da fuoco la donna di 37 anni. Nelle scorse ore Mergen ha lasciato il suo incarico di supervisore presso l'ufficio dell'Fbi di Minneapolis dopo che i vertici dell'agenzia a Washington l'avrebbero spinta a interrompere l'inchiesta sulla violazione dei diritti civili da parte del poliziotto anti immigrazione protagonista della sparatoria in cui ha perso la vita Good. L'hanno riferito al New York Times alcune fonti a conoscenza dei fatti.
    Tali accertamenti rappresentano una procedura standard in casi di sparatorie simili. E la rinuncia di Mergen è solo l'ultima conseguenza delle polemiche scaturite dalla gestione da parte del Dipartimento di Giustizia dell'operazione in cui è stata colpita a morte una madre disarmata mentre si trovava alla guida della sua Honda Pilot.
    Dopo la tragedia, diversi funzionari del governo degli Stati Uniti hanno descritto Good come una «terrorista interna», accusandola di avere tentato di investire Ross con la sua auto. Tuttavia, un'analisi video condotta dal New York Times non ha mostrato alcuna indicazione che l'agente sia stato investito.
    Due settimane fa – riportava sempre il New York Times – si erano già ritirati sei procuratori federali del Minnesota dopo le pressioni del Dipartimento di Giustizia per indagare sulla vedova di Renee Good. Tra questi, il numero due, Joseph Thompson, titolare dell'inchiesta sulle frodi nei servizi sociali indicata dal Tycoon come la principale motivazione dell'azione anti-migranti nello Stato, dal momento che la maggior parte degli incriminati sono di origine somala. Il procuratore 47enne non ha voluto cedere ai tentativi di forzargli la mano messi in atto dal Dipartimento per avviare un'inchiesta penale su Becca Good, che insieme alla moglie stava partecipando a un'azione di monitoraggio dei raid anti-migranti. Insieme a Thompson hanno lasciato altri procuratori con una lunga esperienza, tra i quali Harry Jacobs, che era il vice nell'inchiesta sulle frodi, e Thomas Calhoun-Lopez, a capo dell'unità che indaga i crimini violenti. I procuratori hanno lasciato anche in protesta con il rifiuto del Dipartimento di coinvolgere le autorità dello Stato nelle indagini.
    Dopo la sparatoria in cui è rimasta coinvolta la donna 37enne, il Dipartimento di Giustizia ha deciso di non avviare un'indagine per stabilire se l'uso della violenza da parte dell'agente Ross fosse giustificato. Invece ha iniziato a esaminare i legami tra Good e sua moglie, Becca, con diversi gruppi che nelle settimane precedenti avevano manifestato contro l'Immigration and Customs Enforcement. —
  2. Cresce l'escalation dell'anti-immigrazione contro cittadini sospetti e stranieri senza permesso
    Dodici persone uccise o ferite in 4 mesi La lunga scia di sangue degli agenti
    simona siri
    new york
    Non solo Alex Pretti e Renee Good. Sono molte di più le persone contro le quali gli agenti dell'Ice hanno usato le armi, in una escalation preoccupante da quando le loro operazioni si sono fatte più violente. Secondo un'analisi di Nbc News da settembre 2025 a oggi gli agenti federali dell'immigrazione hanno sparato a 12 persone, e in una percentuale insolitamente elevata di volte queste sparatorie hanno coinvolto veicoli in movimento. Tra le vittime ci sono presunti criminali, immigrati privi di permesso di soggiorno e cittadini statunitensi. A oggi quattro persone sono morte: oltre a Good e Pretti, gli altri due deceduti sono Silverio Villegas González e Keith Porter.
    Il primo, un immigrato messicano residente illegalmente negli Stati Uniti, è morto a settembre 2025 mentre stava tentando di fuggire a un controllo stradale. Secondo il Dipartimento per la Sicurezza Interna, fermato dagli agenti Villegas González avrebbe investito e trascinato uno di loro, il quale ha aperto il fuoco contro il veicolo facendolo schiantare contro un camion parcheggiato nelle vicinanze. Colpito al collo e trasportato in ospedale, l'uomo è poi deceduto. Porter, un cittadino statunitense, è invece morto il 31 dicembre 2025, ucciso fuori dal palazzo in cui abitava da un agente dell'Ice fuori servizio a Northridge, vicino a Los Angeles. Secondo la ricostruzione del dipartimento l'agente avrebbe agito in difesa, dal momento che Poter era armato, ma non è chiaro se abbia usato l'arma contro di lui o se stesse sparando in aria per festeggiare. Dettagli non chiari perché non ripresi da nessun telefonino e perché non oggetto di un'indagine completa da parte delle autorità federali.
    In almeno cinque casi, le persone colpite dagli agenti sono state incriminate. In due di questi casi, le accuse sono state però successivamente ritirate. È il caso di Carlitos Ricardo Parias, cittadino messicano che secondo le autorità federali viveva illegalmente negli Stati Uniti, e di Marimar Martinez, una cittadina statunitense. Martinez stava guidando nella zona sud-ovest di Chicago quando avrebbe intenzionalmente speronato un veicolo appartenente a tre agenti, uno dei quali ha sparato circa cinque colpi. Portata in ospedale, la donna è stata arrestata con l'accusa di intralcio all'attività delle forze dell'ordine, ma due mesi dopo la sparatoria un giudice ha archiviato le accuse contro di lei. Tiago Alexandre Sousa-Martins, un cittadino portoghese con visto scaduto, si trovava a bordo del suo furgone quando gli agenti dell'Ice lo hanno avvicinato in un sobborgo di Baltimora, dove stavano conducendo un'operazione. I funzionari hanno dichiarato che Sousa-Martins non ha ottemperato alla richiesta di spegnere il motore e, invece, ha speronato diversi veicoli dell'Ice nel tentativo di fuggire. Gli agenti hanno aperto il fuoco, colpendolo. Nino Moncada, cittadino venezuelano, era alla guida di un veicolo preso di mira durante un'operazione di polizia legata a un giro di prostituzione gestito dalla banda Tren de Aragua. Contro di lui gli agenti hanno aperto il fuoco dopo che si è rifiutato di scendere dall'auto, ferendo lui al braccio e la passeggera che era con lui al petto. Julio Cesar Sosa-Celis, un cittadino venezuelano entrato illegalmente negli Stati Uniti nel 2022, è stato colpito da un proiettile alla parte superiore della coscia dopo che aveva colpito con il manico di una scopa un agente che stava effettuando un arresto davanti a casa sua.
    In sette casi in cui sono state coinvolte automobili, gli agenti hanno dichiarato di aver sparato perché l'auto era in movimento e credevano che rappresentasse una minaccia. Chris Burbank, ex capo della polizia di Salt Lake City che ha collaborato con il Dipartimento di Giustizia nelle indagini su agenzie sospettate di violazioni dei diritti civili, a NBC News ha detto che è inquietante constatare «ripetuti casi in cui gli agenti dell'immigrazione sparano contro gli automobilisti». Ha spiegato che, almeno dagli anni' 90, i dipartimenti di polizia hanno cercato di limitare questi episodi adottando nuovi standard che regolano il comportamento degli agenti nei confronti degli automobilisti. Questo cambiamento, ha aggiunto, è stato in gran parte motivato da casi in cui persone sono rimaste ferite o uccise inutilmente perché gli agenti temevano di essere investiti. Le nuove linee guida hanno quindi l'obiettivo di impedire agli agenti di posizionarsi davanti o dietro i veicoli e di limitare le circostanze in cui un agente è autorizzato ad aprire il fuoco. L'attuale politica del Dipartimento per la Sicurezza Interna vieta agli agenti di sparare contro veicoli in movimento, a meno che non abbiano "ragionevoli motivi" per credere che i conducenti rappresentino una minaccia imminente di morte o lesioni gravi. Il problema è che non si sa se questi agenti dell'Ice, assunti in fretta e senza training, abbiano una formazione adeguata su come comportarsi. Basandosi sulla sua esperienza e sulle sue osservazioni negli ultimi mesi, inclusi diversi episodi di sparatorie, Burbank ha affermato di avere la sensazione che «non ci sia molta formazione, né molta responsabilità, e che prevalga l'idea di portare a termine il lavoro a tutti i costi». —
  3. Crans, spunta supertestimone "Consigliai la schiuma ignifuga Moretti rispose: non c'è budget"
    ANDREA SIRAVO
    C'è chi consiglia a Jacques Moretti, nel 2015, a lavori di ristrutturazione ancora in corso, di acquistare una protezione in schiuma ignifuga da installare sugli arredi del lounge bar Le Constellation. L'invito non viene accolto dal proprietario del locale di Crans-Montana. La motivazione: «Ragioni di budget». Eppure al fornitore il quarantanovenne originario della Corsica aveva dato il via libera all'acquisto di poltrone e sgabelli in vera pelle, tavoli e supporti per il bar in legno massello di rovere e a un sistema d'illuminazione a led. Moretti non avrebbe quindi badato a spese per l'estetica del locale, ma sarebbe diventato prudente solo quando la spesa riguardava la sicurezza. Pochi giorni dopo il devastante incendio de Le Constellation, il testimone si sarebbe fatto avanti con la polizia cantonale vallese. Non avendo ricevuto risposta, ha cercato una sponda per denunciare quanto di sua conoscenza a uno degli oltre cento avvocati che assistono le famiglie dei 40 morti e dei 116 feriti.
    La sua segnalazione in questi giorni sarà messa a disposizione della procura generale del Canton Vallese, che indaga su Jacques Moretti e la moglie Jessica Maric con l'ipotesi colposa di omicidio, lesioni e incendio per negligenza.
    L'attendibilità della testimonianza, così come i sinistri precedenti in tema di incendi nei locali dei coniugi francesi, potrebbe aggravare la loro posizione. Finora i Moretti hanno respinto tutte le accuse mosse nei loro confronti, scaricando a pioggia le responsabilità della strage della notte di San Silvestro: dai dipendenti a chi ha effettuato i controlli, fino all'addetto alle vendite del negozio della catena di bricolage dove avevano acquistato i pannelli per insonorizzare il piano seminterrato dove avevano allestito il disco-bar.
    Stando a quanto ha potuto osservare il fornitore nei sopralluoghi nel locale di rue Central 35, la scelta dei materiali non era l'unica cosa che stonava. A distanza di dieci anni il fornitore ricorda anche le sue perplessità sull'unica uscita di emergenza. Quando la vide, lo colpì il fatto che era molto piccola e conduceva a uno spazio vuoto: due caratteristiche che, a suo avviso, non la rendevano a norma. Di quest'ultima segnalazione, così come di altre sulla presunta mala gestione del locale da parte dei Moretti, è verosimile attendersi che verrà chiesto loro conto nei prossimi interrogatori.
    Intanto, non sembra abbassarsi il livello di tensione diplomatica sull'asse Roma-Berna, schizzato dopo la liberazione di Jacques Moretti in seguito al versamento di una cauzione di 200 mila franchi. Il rientro dell'ambasciatore italiano, Gian Lorenzo Cornado, richiamato dalla sua sede nella capitale svizzera, avverrà solo «all'avvio di un'effettiva collaborazione tra le autorità giudiziarie dei due Stati e all'immediata costituzione di una squadra investigativa comune affinché vengano accertate, senza ulteriori ritardi, le responsabilità della strage». La decisione è stata presa da Palazzo Chigi dopo una riunione tra la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, il sottosegretario di Stato Alfredo Mantovano, l'avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli e l'ambasciatore. La cooperazione di polizia era stata già offerta dalla procura di Roma, che ha aperto un fascicolo parallelo a quello della procura generale del Canton Vallese. La proposta dei pm della Capitale, contenuta in una rogatoria trasmessa già qualche giorno fa in Svizzera e a cui finora non è stato dato seguito, è quella di inviare un team di investigatori - composto da agenti della Squadra Mobile - che possa aiutare gli omologhi svizzeri nell'attività di indagine, nella raccolta delle testimonianze e nell'analisi della documentazione. Come poi anticipato ieri da La Stampa, il prossimo febbraio gli stessi magistrati potrebbero incontrarsi a Sion con i pm elvetici. —
  4. Hanno vent'anni i due sciacalli che hanno rubato il portafoglio a Davide Borgione. Glielo hanno sfilato dalla tasca posteriore dei pantaloni mentre stava morendo. O forse era già morto. Di certo non poteva difendersi, steso sull'asfalto di via Nizza, bagnato dalla pioggia nella gelida alba di sabato scorso. Un'azione di una miseria umana assoluta. Che ha sconcertato anche gli agenti della polizia municipale quando hanno visto il filmato girato da una telecamera di sorveglianza che monitora quell'angolo di San Salvario. A quell'ora, le sei di mattina, era quasi deserto. Nei fotogrammi si vedono i fari di una macchina che arriva, rallenta e si ferma. Poi due sagome che scendono dall'abitacolo, danno un'occhiata intorno, poi vanno verso Davide e cominciano a frugare nelle tasche del giubbotto e dei pantaloni. Fino a quando uno sfila il portafoglio del 19enne. I due ladri risalgono in auto e se ne vanno. Tutto nel giro di meno di un minuto.
    Gli investigatori, coordinati dalla pm Delia Boschetto, attraverso la targa e anche dall'analisi dei tabulati telefonici, sono risaliti al proprietario della macchina e al passeggero. Dovranno rispondere di furto e omissione di soccorso. Entrambi sono torinesi. E poi c'è l'altro mistero che ruota intorno a questa tragedia. Pochi minuti prima si vede un'altra auto che percorrendo via Nizza in direzione di Porta Nuova urta il corpo di Borgione già accasciato in via Nizza. Ma quale sia la violenza dell'impatto e con quale parte del corpo non sarebbe ancora chiaro. Di certo c'è che anche l'automobilista, pure lui sulla ventina, è stato denunciato per omissione di soccorso. Agli agenti ha ammesso di non essersi accorto di aver urtato quel corpo immobile.
    Un terzo veicolo invece si ferma. Un uomo si avvicina a Borgione e poi chiama i soccorsi.
    Oggi la pm deciderà anche il giorno dell'autopsia che potrebbe già essere effettuata domani. Il risultato dell'esame necroscopico potrebbe rivelare se "Borgi", come lo chiamavano gli amici, sia caduto dopo essere stato colpito da un malore. Un'ipotesi abbastanza remota per uno sportivo che non aveva mai avuto problemi di salute. L'unico dato sicuro è che nella caduta il ragazzo si è procurato una profonda ferita alla testa.
    «L'importante – dicono i familiari della vittima che per farsi tutelare si sono rivolti allo studio legale Sanzone e Piccotti – è che venga a galla la verità». g.gia. —
  5. Le opposizioni in Consiglio: "Documento surreale". La giunta: "Si basano su dati vecchi"
    "Tasse, tagli e liste d'attesa" "Soliti slogan per uso politico" In Regione la mina del bilancio
    alessandro mondo
    Errori, sviste, promesse non mantenute. Non ultimo, la bocciatura dei revisori dei conti protestano i partiti di opposizione in Consiglio regionale. Il giudizio meno pesante, ed è tutto dire, è che «non sta in piedi». Nel mirino il bilancio 20026-2028, che la giunta si è impegnata con la Corte dei Conti ad approvare entro fine mese, impallinato a discussione iniziata. Attacco congiunto, quello delle opposizioni, e comunicati disgiunti, per censurare i punti più salienti.
    Guerra di numeri, di contenuti e scelte politiche. Con una premessa, relativa ai revisori dei conti: i quali avevano sì espresso parere negativo al documento ma sulla base dei dati di settembre; si attende a breve il parere del nuovo Collegio, insediatosi a inizio anno. «Da allora la manovra è stata aggiornata in modo sostanziale - precisa l'assessore al Bilancio Andrea Tronzano -: sono state integrate risorse vincolate statali e comunitarie, adeguate le stime di entrata, ridefinite alcune poste di spesa e recepite le indicazioni emerse nel confronto con il Consiglio». Sia come sia, un'incognita anche per la giunta.
    Per il resto, dalle minoranze, tiro ad alzo zero. Sui trasporti: «Nessun fondo per il trasporto gratuito under 26 per gli studenti delle superiori », ad esempio. Sulla Sanità: «Nessuna analisi del disavanzo delle Asl, nessuna risposta sulle liste di attesa». Sulle Rsa: «In quasi 10 mila casi la quota sanitaria non viene pagata». Sul diritto allo studio: «Borse di studio, mancano 10 milioni di fondi regionali per il 2027-2028». E naturalmente sulle tasse: «Aumento Irpef dal 2026 per redditi fino a 50 mila euro per coprire i tagli del Governo». Così il Pd nella persona di Gianna Pentenero, la capogruppo. Va da sè che alcune critiche sono trasversali. Altre, invece, sono prerogativa di un partito piuttostoche di un altro. Nel mirino di Disabato, Unia e Coluccio, M5s, l'adeguamento Istat per i vitalizi degli ex consiglieri ed assessori regionali, «una partita da 200 mila euro sulla quale abbiamo presentato un emendamento abrogativo» e la sicurezza: «Serve un impegno per far sì che lo Stato centrale stanzi le risorse necessarie a ripristinare le unità di polizia municipale necessarie per garantire sicurezza nei quartieri e nei territori». Per Avs (Ravinale, Cera, Marro) «la sola certezza che abbiamo, oltre all'aumento dell'addizionale Irpef al ceto medio fatta per tappare i buchi lasciati dal Governo Meloni, è che sulla sanità questo bilancio non dà alcuna risposta: è del tutto privo delle risorse sanitarie, che pure fanno il 70% della competenza regionale».
    Una bordata dopo l'altgra, nel giorno in cui il Consiglio ha approvato a maggioranza un altro documento, il Defr (economia e finanza regionale). Nel suo intervento, Tronzano, ha spiegato che «il quadro di programmazione della Regione esiste ed è definito, così come le previsioni economiche che indicano una crescita del Pil, basate sulle analisi tecniche elaborate da Ires Piemonte». Più precisamente, secondo i dati Ires, citati dall'assessore, prevedono la risalita dallo 0.6 nel 2025 a 0.7 quest'anno.
    Quanto al fuoco delle fila delle minoranza a Palazzo Lascaris, l'assessore tira dritto: «Nel corso della discussione affronteremo puntualmente tutte le questioni. Smentisco l'esistenza di debiti fuori bilancio e giudico le polemiche tecniche dell'opposizione assolutamente fuori dalla realtà dei dati. Serve senso di responsabilità e della misura. Come sempre successo dal 2019 costruiamo un bilancio solido e in linea con le esigenze dei territori e dei cittadini».
    Poi il riferimento, non casuale, alla Corte dei Conti, che segue con attenzione i numeri della Regione, anno dopo anno: «La Corte dei Conti ha sempre espresso un giudizio positivo di parificazione sul rendiconto generale, attestando regolarità contabile, copertura delle spese e rispetto degli equilibri di bilancio secondo i parametri tecnici previsti». —
  6. In centinaia hanno battuto le strade per fornire i dati ad Istat
    In strada per censire i senzatetto A Torino risposta record dei volontari
    francesco morelli
    Ieri sera centinaia di volontari torinesi hanno battuto le strade della città, contando quante persone, al momento, vivono senza dimora, tra strada e strutture di prima accoglienza.
    "Tutti Contano" è il nome del progetto, attivo contemporaneamente anche in altre 13 grandi città italiane ed elaborato dalla Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (fio.PSD) con Istat.
    Il coordinatore nazionale della rilevazione, Michele Ferraris, spiega che nel complesso i volontari, che da metà novembre fino al 20 gennaio si sono registrati sul portale dedicato al conteggio di ieri sera, sono stati 6500, di cui 700 a Torino: insieme a Milano, è stata la prima città a raggiungere la quota di persone necessarie per sostenere il lavoro, per poi raddoppiarne il numero.
    La scelta metodologica di Istat, infatti, prevedeva tre persone per ogni area in cui l'istituto di statistica aveva diviso Torino, in tutto 102. Sarebbero quindi bastati 306 volontari ad inoltrare i dati, tramite un link online.
    Il progetto, che prevederà anche una serie di interviste di approfondimento a campione alle persone censite nelle serate del 28 e 29 gennaio, punta, aggiunge Ferraris, «a comprendere meglio il fenomeno, così da poter dare una migliore visione d'insieme ai tavoli con regioni e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali» con cui la fio.PSD collabora, perché fino a d'ora non ci sono stati dataset «precisi e certificati», se non a livello locale. Non solo: «Anche fare rete e sensibilizzare è importante», spiega Ferraris.
    Una rete fitta, quella di Torino. I dati della Federazione dimostrano che dei 700 volontari di Torino, quasi tutti sono alla prima esperienza di conta, ma il 72% dichiara di svolgere volontariato in aiuto delle persone senza dimora.
    Un quadro conosciuto, quello della necessità di accoglienza, a Torino. Il Comune fa sapere che sono circa 1100 i posti nelle soluzioni di ospitalità abitativa che rientrano nel "Piano Inverno" e le strutture a bassa soglia di accoglienza, ovvero il Buon Pastore e quella di via Traves, sono al momento quasi al completo della capienza. —

 

 

 

 

26.01.26
  1. PROVE DEL GOLPE TRUMPIANO SUGLI USA : Violenza giustificata, poteri discrezionali: quei paralleli tra Ice e Gestapo
    Minnesota laboratorio dell'autoritarismo americano Lo Stato di diritto non c'è più
    Alan Friedman
    L'uccisione a Minneapolis di un altro cittadino americano per mano di agenti federali dell'Ice non è un incidente. Non è un errore operativo. È una politica. È il risultato prevedibile di una presidenza che ha deliberatamente scelto la coercizione al posto del consenso e la forza al posto della legge.
    Con la morte di Alex Pretti, 37 anni, infermiere, conosciuto come buon samaritano e privo di qualunque profilo di pericolosità, la guerra di Donald Trump contro la democrazia americana ha superato un'altra linea rossa. Forse quella definitiva. Non si tratta più di immigrazione. Si tratta dello Stato di diritto.
    La Casa Bianca ha reagito come sempre: sostenendo che la vittima fosse pericolosa, forse un terrorista, qualcuno che avrebbe "minacciato" la vita degli agenti federali. È lo stesso copione già visto dopo l'uccisione di Renée Good, 37 anni, madre di tre figli, anche lei colpita a morte dall'Ice a Minneapolis. In entrambi i casi, i fatti e la limpidezza dei video smontano la versione ufficiale. In entrambi i casi, le menzogne sono arrivate subito, automatiche, senza esitazioni né vergogna.
    Per questa Casa Bianca la menzogna non è più una tattica politica. È diventata metodo di governo. A casa, come nella politica internazionale
    L'Ice è stata trasformata da agenzia federale in una forza paramilitare interna: agenti mascherati, equipaggiamento militare, nessun tesserino visibile, nessuna responsabilità, nessun timore di conseguenze. Che l'autorizzazione sia formalizzata o solo implicita conta poco. Nell'America di Trump il messaggio è chiaro: agire prima, giustificare dopo.
    Il Dipartimento di Giustizia ha rinunciato al proprio ruolo. Non ci sarà alcuna indagine seria e indipendente sulle morti di Pretti e Good. Il vicepresidente J.D. Vance ha già fornito lo scudo politico, dichiarando che gli agenti dell'Ice godono di «immunità assoluta». Non è un'argomentazione giuridica. È una confessione ideologica.
    L'immunità assoluta per chi uccide e reprime è il linguaggio dei sistemi autoritari. Non appartiene a una repubblica costituzionale.
    Ancora più grave, l'Fbi (guidato dall'estremista Maga Kash Patel) ha rifiutato di indagare sulle uccisioni, aprendo invece un'inchiesta contro Renée Good - la vittima - per una presunta cospirazione dell'estrema sinistra. Il Dipartimento della Giustizia, intanto, mette sotto indagine criminale il governatore del Minnesota (ed ex candidato alla vicepresidenza nel 2024) Tim Walz, accusato di aver criticato duramente l'Ice e di aver così, secondo l'amministrazione, incoraggiato l'ostilità e ostacolato l'azione degli agenti federali. Donald Trump twitta il suo appoggio agli agenti dell'Ice. Chi muore è dell'estrema sinistra, per forza. Questa grottesca inversione della giustizia dice tutto sullo stato delle istituzioni sotto Trump: lo Stato protegge i suoi agenti, non i suoi cittadini.
    Intanto, in Minnesota esplode la protesta. E questo conta. Il Minnesota non è New York né Los Angeles. Non è la caricatura della protesta permanente evocata nei talk show conservatori. È sinonimo di fiducia civica, rispetto delle istituzioni, di un patto sociale racchiuso nell'espressione "Minnesota Nice". I suoi abitanti sono famosamente educati, tolleranti, rispettosi della legge - forse i più gentili d'America. Per portarli in piazza serve una provocazione estrema. Le truppe federali di Trump ci sono riuscite.
    La storia offre precedenti inquietanti. Nell'Italia di Mussolini, lo squadrismo - nato nel 1919 e deflagrato tra il 1921 e il 1922 - percorse città e campagne picchiando, rapendo e uccidendo oppositori politici con una violenza sistematica e con quasi totale impunità, ben prima del consolidamento formale della dittatura. Il messaggio era inequivocabile: la violenza politica sarebbe stata prima tollerata, poi apertamente legittimata, in nome dell'ordine.
    Un decennio più tardi, nella Germania nazista, la Gestapo - creata nel 1933 ma plasmato da Heinrich Himmler in un apparato di repressione totale, deliberatamente sottratto alla legge e fondato sulla paura - divenne il cuore del terrore interno del regime. Non era grande nei numeri; lo era per immunità, intimidazione e copertura politica ai massimi livelli.
    I paralleli con l'Ice di oggi sono disturbanti: agenti non identificabili, poteri discrezionali senza controllo giudiziario, violenza normalizzata come "sicurezza", immunità istituzionale e uso deliberato della paura per soffocare il dissenso.
    Queste forze non nascono per ristabilire l'ordine. Nascono per imporre obbedienza. È la stessa logica che oggi guida la risposta federale in Minnesota. Così appare il declino democratico in tempo reale: non un colpo di Stato, ma una corrosione lenta e sistematica. L'habeas corpus è svuotato, consentendo arresti senza mandato, perquisizioni senza giudice, detenzioni senza accusa. Lo Stato di diritto sopravvive ormai più sulla carta che nella realtà.
    Trump sa di essere politicamente vulnerabile. Sa che i sondaggi sono deboli e che alle elezioni di medio termine potrebbe perdere il controllo del Congresso. E fa ciò che fanno sempre gli uomini forti quando la legittimità vacilla: crea nemici interni, militarizza l'ordine pubblico, sfida il sistema a fermarlo.
    Governa per sé stesso, non per il Paese. Mobilita i militanti Maga, i suprematisti bianchi, il segmento più arrabbiato e meno informato dell'elettorato. Non cerca consenso, ma paura e divisione. Intanto lavora per rendere le prossime elezioni meno libere e meno eque.
    Le democrazie non crollano in un solo istante. Si consumano. Ogni abuso viene normalizzato. Ogni scandalo giustificato. Ogni istituzione piegata, finché si spezza.
    Minneapolis non è una tragedia locale. È una prova nazionale. È il crogiolo della democrazia americana.
    Se agenti federali possono uccidere cittadini, mentire, evitare indagini e ricevere immunità politica ai massimi livelli, allora gli Stati Uniti non sono più una democrazia pienamente funzionante.
    La vera domanda non è se la democrazia americana sia sotto assedio. Lo è. La domanda è se abbastanza americani - repubblicani al Congresso, giudici indipendenti, leader economici, media, università, società civile — avranno ancora il coraggio di riconoscere il pericolo e fermarlo.
    Una resistenza sta cominciando a prendere forma. Ma Trump, come un leone ferito, colpirà ancora. E lo farà, con ogni probabilità, più volte nei prossimi mesi. Cosi l'America rischia di diventare nel futuro prossimo un Paese sempre più violento. —
  2.   Ecco chi è la star dei neofascisti inglesi Un mare di guai tra politica, frodi e droga
    Lo scorso novembre i giudici del Regno Unito lo hanno assolto dall'accusa di terrorismo. Era stato fermato dalla polizia nel luglio 2024 all'ingresso tunnel della Manica, nel sud-est dell'Inghilterra, mentre si recava a Benidorm, in Spagna. Fermato dai poliziotti, si era rifiutato di fornire il pin del suo cellulare alla polizia perché conteneva «materiale giornalistico».
    Ma chi è Tommy Robinson? Il vero nome della star dei neofascisti inglesi è Stephen Yaxley-Lennon. C'è lui dietro la marcia xenofoba che lo scorso settembre aveva portato a sfilare migliaia di manifestanti nel centro di Londra. Quarantatreenne, è stato il fondatore e leader dell'English Defence League e poi consigliere dell'Ukip - il partito per l'indipendenza del Regno Unito - durante la leadership di Gerard Batten. Finito a processo per il possesso di 4 grammi di cocaina, nel 2012 ha patteggiato una pena per frode sui mutui e nel 2021 è stato denunciato per stalking nei confronti della giornalista Lizzie Dearde, finita nel mirino per aver denunciato l'uso scorretto dei fondi arrivati a Robinson nel corso della sua detenzione. Nel 2024 è stato accusato di aver diffuso informazioni errate sull'autore dell'accoltellamento di Southport, un 17enne, cittadino britannico nato in Galles figlio di rifugiati ruandesi, che uccise tre bambine. Robinson sosteneva che si trattasse di un richiedente asilo musulmano: le sue parole alimentarono una delle rivolte più violente che il Regno Unito ricordi. —
  3. Gli investigatori italiani in attesa di accedere a gli atti. L'ipotesi di un primo incontro a febbraio
    Crans-Montana, la rogatoria nel limbo: prescrizione garantita. Il governo fa pressione sulla Svizzera
    irene famà
    roma
    Jacques Moretti è uscito su cauzione, alla moglie Jessica sono stati revocati gli arresti domiciliari. E per i titolari de Le Constellation, il locale svizzero della tragedia di Capodanno, il tribunale del Canton-Vallese ha disposto il divieto di espatrio e l'obbligo di firma. Sullo sfondo resta la tensione tra Roma e Berna, con l'Italia che chiede a gran voce «verità e giustizia» e in molti sottolineano lentezze, sottovalutazioni e mancanze dell'inchiesta in corso. Accuse che le autorità svizzere rispediscono al mittente.
    Sull'incendio divampato in quel bar di Crans-Montana, dove sono morte 40 persone, tra cui sei adolescenti italiani, e 116 ragazzi sono rimasti feriti, indaga anche la procura di Roma, competente per i reati commessi nei confronti di connazionali all'estero. A piazzale Clodio è stato aperto un fascicolo, al momento senza indagati, per disastro, incendio e lesioni aggravate dalla violazione della normativa antinfortunistica. E l'apertura dell'inchiesta ha consentito di disporre le autopsie, necessarie per chiarire nel dettaglio quanto successo a Le Costellation.
    L'indagine italiana viaggia in parallelo con quella svizzera. E i magistrati romani, tramite rogatoria, hanno chiesto ai colleghi elvetici di consentire alle forze di polizia italiane di partecipare all'acquisizione delle prove, come i documenti comunali finiti sotto il faro degli inquirenti. L'obiettivo è di collaborare, di costruire una squadra investigativa comune. Dalla Svizzera, però, non è ancora arrivata risposta.
    Tra le richieste anche l'organizzazione di alcuni incontri, per condividere gli esiti dei primi accertamenti. Indiscrezioni dicono che un primo appuntamento potrebbe essere a febbraio. —
  4. l'uscita del segretario al tesoro americano
    Bessent minaccia di nuovo il Canada "Nessuna ulteriore intesa con la Cina"
    Ieri in un'intervista televisiva rilasciata alla rete Abc Scott Bessent, segretario al Tesoro Usa, ha rilanciato la minaccia del presidente Donald Trump al Canada di dazi al 100% nel caso in cui facesse «un accordo di libero scambio con la Cina». Ma, a differenza del tycoon, Bessent l'ha circostanziata. La settimana scorsa, Ottawa ha firmato a Pechino un «accordo commerciale preliminare ma storico, volto a eliminare le barriere commerciali e a ridurre le tariffe doganali», secondo la descrizione fatta dal primo ministro canadese Mark Carney. Ecco, nel corso dell'intervista Bessent ha chiarito che gli Usa controlleranno che il Canada non vada oltre e lasci che Pechino svenda i propri prodotti sul continente americano. Poi ha aggiunto: «Non possiamo permettere che il Canada diventi una porta di accesso attraverso la quale i cinesi inondano gli Stati Uniti con i loro prodotti a basso costo». Inoltre, il rappresentante dell'amministrazione Usa ha dato un chiaro segnale dei rapporti tesi tra Washington e Ottawa con una battuta su Carney che, durante la settimana a Davos, ha tenuto un discorso di altro profilo. «Non sono del tutto sicuro di cosa stia facendo il primo ministro Carney - ha detto Bessent -, a parte cercare di compiacere i suoi amici globalisti a Davos». r.e. —

 

 

 

 

25.01.26


  1. UNA BANCA DI BARI – MARCO E GIANLUCA JACOBINI DOVRANNO PAGARE 122 MILIONI DI EURO PER IL CRAC DELLA BANCA POPOLARE DI BARI – È ARRIVATA LA SENTENZA PER GLI EX VERTICI DELL’ISTITTUTO: COINVOLTI ALTRI 11 EX AMMINISTRATORI, TRA CUI L’EX AD GIORGIO PAPA – AL CENTRO DEL RISARCIMENTO L'OPERAZIONE LEGATA AL GRUPPO MAIORA, CHE ERA ESPOSTA CON LA BANCA PER 160 MILIONI, - SECONDO I GIUDICI, LA ROVINOSA SITUAZIONE PATRIMONIALE EMERSA CON L'AMMINISTRAZIONE STRAORDINARIA DEL 2019 SAREBBE DOVUTA A UNA PRASSI “IMPRUDENTE” NELLA CONCESSIONE DI FIDI E TECNICHE CONTABILI VOLTE A MASCHERARE IL RISCHIO REALE DELLE ESPOSIZIONI...


    gianluca jacobini

    (ANSA) - Il tribunale civile di Bari ha condannato i vertici dell'allora Banca popolare di Bari (oggi BdM) - Marco Jacobini, ex presidente; il figlio Gianluca, ex vicedirettore generale - insieme ad altri 11 ex amministratori, tre ex sindaci e la società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC), al pagamento di circa 122 milioni di euro perché ritenuti responsabili della gestione che ha portato al crac dell'istituto di credito.

    Secondo quanto riportato dai quotidiani Gazzetta del Mezzogiorno, Corriere del Mezzogiorno e Repubblica, i due Jacobini potranno rispondere per una somma fino a 109 milioni. Condannato a pagare anche l'ex amministratore delegato Giorgio Papa.



    Il fulcro del risarcimento riguarda l'operazione legata al Gruppo Maiora che era esposta con la banca per 160 milioni, per responsabilità esclusiva - secondo il tribunale - degli Jacobini e dell'ad Papa, che non vennero mai contrastati dalla "debole iniziativa del nuovo consiglio" di amministrazione nominato dopo l'ispezione del 2018.


    Un rapporto "duraturo", quello con Maiora, nel quale i tre vertici della banca sono responsabili - secondo quanto riportato dalla stampa - di "distorsioni informative e dell'occulta mento dei dati" ai consiglieri non esecutivi, "a causa delle prassi patologiche con cui in concreto agivano, in violazione della stessa regolamentazione della Banca, i componenti del Comitato crediti, coordinato da Gianluca Jacobini, con la presenza di Marco Jacobini e con il consenso pienamente consapevole dell'amministrato re delegato Giorgio Papa".



    Secondo i giudici, la rovinosa situazione patrimoniale emersa con l'amministrazione straordinaria del 2019 sarebbe figlia di prassi imprudenti nella concessione di fidi e tecniche contabili volte a mascherare la reale rischiosità delle esposizioni.
  2. CI SONO DEI LIMITI INSUPERABILI :    Leonardo Maria Del Vecchio è indagato per sostituzione di persona in concorso e omissione di soccorso. E ha dieci punti della patente in meno, anche se non è scattato il sequestro. [...] a parlare di questa storia è Repubblica [...].



    [...] L’erede di Del Vecchio è indagato insieme a un uomo della sua security. Secondo la ricostruzione dell’accusa il 16 novembre scorso alle 12.49 Leonardo Maria avrebbe provocato un incidente stradale.



    Poi avrebbe chiamato un uomo della sua sicurezza che si è preso la colpa del sinistro, raccontando agli agenti della stradale di essere lui alla guida. Le telecamere però hanno smentito la storia.

    Nella sequenza la Ferrari Purosangue 222 di Lmdv si trova sulla Tangenziale est di Milano e va in direzione sud. Il guidatore procede a zig-zag nel traffico. Finché il muso dell’auto urta il posteriore di una Bmw 530 innescando una carambola. Le due auto sbattono più volte sul guardrail prima di accostare in corsia di emergenza.



    [...] Quando arriva l’ambulanza i sanitari bussano al finestrino della Ferrari. All’interno ci sono due uomini che dicono di stare bene. Il guidatore è un giovane dai lunghi capelli neri con barba folta. L’altra autista al volante della Bmw è la 58enne Rosangela P., che è ferita. Finisce al San Raffaele, anche se in codice verde.

    Quando però arriva la volante della Polstrada, mezz’ora dopo il botto, lo scenario è cambiato. Nell’abitacolo della Ferrari gli agenti trovano un signore coi capelli a spazzola e il viso rasato: si chiama Daniele O., ha 53 anni, lavora come “asset protection” a Luxottica.



    Daniele O. prova ad accendere l’auto ma per errore aziona i tergicristalli. Non riesce nemmeno a trovare il libretto nel cruscotto. Naturalmente la targa e il racconto dell’infermiere, che poi riconoscerà in foto il conducente, puntano invece su Leonardo Maria Del Vecchio.

    [...] Le telecamere permettono di ricostruire tutto. Daniele O. arriva pochi minuti dopo l’incidente, posteggia l’auto 100 metri più avanti, e i due uomini gli lasciano il posto e prendono la sua auto. Senza chiamare il 112. Il passeggero, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe Marco Talarico (non indagato), amministratore delegato di Lmdv Capital e storico braccio destro di Del Vecchio. Ai poliziotti, l’addetto alla sicurezza di Luxottica aveva provato a spiegare: «Il mio amico? Se n’è andato perché ha problemi con la moglie».
  3. TRUMP MUSSOLINI 2: Ferocia
    Minneapolis
    Simona Siri
    New York
    A Minneapolis gli agenti dell'Ice hanno ucciso un'altra persona, un cittadino americano bianco di 37 anni. Il suo nome è Alex Jeffrey Pretti. Una morte che arriva a poco più di due settimane da quella di Renee Good, la donna uccisa dall'agente Jonathan Ross. Anche in questo caso l'incidente è stato documentato da video di persone che erano sul luogo, l'incrocio tra la 26th Street e Nicollet Avenue, a Sud della città. Nelle prime immagini circolate sui social si vede un gruppo di cinque agenti circondare e poi buttare a terra un uomo. Ci sono scene di lotta, poi si sentono dei colpi: prima tre, poi altri in rapida successione (10 in totale secondo la ricostruzione del New York Times). A spararli, quando l'uomo è già a terra, è un agente a poca distanza dal corpo. In un video pubblicato successivamente, girato da una donna molto vicina alla scena, si vede Pretti in mezzo alla strada a riprendere gli agenti, si vede una ragazza con uno zaino in spalla che viene spinta e buttata a terra da un agente, si vede un agente usare lo spray urticante contro Pretti che sembra voler difendere la donna prima che venga buttato a terra e circondato da cinque di loro. Dal video non è chiaro se l'uomo, una volta a terra, abbia tirato fuori una pistola. Secondo la ricostruzione del Dipartimento per la Sicurezza Interna, l'incidente sarebbe iniziato con «un'operazione mirata per rintracciare una persona presente illegalmente nel Paese e ricercata per aggressione». Durante l'operazione, dice il Dipartimento, «un uomo si è avvicinato agli agenti dell'Ice con una pistola semiautomatica calibro 9 mm». Gli agenti hanno tentato di disarmarlo, dando origine a «una colluttazione armata». Temendo per la propria vita, gli agenti avrebbero aperto il fuoco e la persona è stata dichiarata morta sul posto. Sempre secondo il governo, la persona uccisa aveva con sé due caricatori e nessun documento d'identificazione, «una situazione in cui un individuo voleva infliggere il massimo danno possibile e massacrare le forze dell'ordine», si legge nella nota ufficiale che però non trova riscontro nelle immagini: in nessun momento, in nessuno dei video si vede Pretti avvicinarsi agli agenti con una pistola in mano. Tutte le riprese della scena mostrano che l'uomo teneva in mano il telefono quando gli agenti federali lo hanno immobilizzato a terra. Quella di sabato è la terza sparatoria che coinvolge agenti Ice a Minneapolis dal loro arrivo e le scene di lotta e protesta che sono seguite con cassonetti della spazzatura dati alle fiamme, lancio di gas lacrimogeno e cariche della polizia sono tra le più violente degli ultimi giorni a testimonianza di come la situazione stia degenerando.
    Tra le ultime brutalità dell'Ice , l'arresto di una bambina di due anni e di suo padre, entrambi trasportati - nonostante la diffida di un giudice - in un centro di detenzione Texas, lo stesso dove era finito pochi giorni fa un bimbo ecuadoregno di cinque anni. Gli agenti dell'immigrazione li hanno poi rimpatriati entrambi in Minnesota, dove la bambina é stata affidata custodia della madre mentre il padre resta in cella.
    Il giorno prima e nonostante le temperature polari oltre 15 mila persone avevano manifestato pacificamente nell'ambito della manifestazione "Ice Out", una specie di sciopero generale con scuole e negozi chiusi e con la partecipazione di centinaia di esponenti della chiesa, come ha ricordato il sindaco Jacob Frey nella conferenza stampa di sabato mattina. «Sono stanco di sentirmi dire che i membri della nostra comunità sono responsabili dell'odio che si respira nelle nostre strade. Proprio ieri abbiamo visto 15 mila persone protestare pacificamente per le strade: quei manifestanti incarnano i principi stessi su cui sono state fondate sia Minneapolis che l'America. Al contrario, la massiccia presenza di forze militari e agenti non identificati che occupano le nostre strade è ciò che indebolisce il nostro Paese», ha detto. Il governatore del Minnesota Tim Walz ha dichiarato di aver parlato due volte con la Casa Bianca e ha definito l'incidente «ripugnante». Ha affermato che il presidente Trump «deve porre fine a questa operazione» perché il Minnesota «ne ha abbastanza» e ha accusato «le persone più potenti del governo federale» di «inventare storie e diffondere immagini false». «Quanti altri residenti, quanti altri americani devono morire o rimanere gravemente feriti prima che questa operazione finisca?», ha chiesto Frey. «Quante altre vite devono essere sacrificate prima che questa amministrazione si renda conto che una narrazione politica e di parte non è importante quanto i valori americani?». In una serie di post sui social media, Trump ha incolpato i politici e i funzionari di polizia locali per la sparatoria, ha definito gli agenti dell'Ice «patrioti» e ha accusato il governatore dello Stato e il sindaco di Minneapolis di «incitare all'insurrezione».—
  4. Era cittadino americano , i vicini raccontano: "Lo incontravamo col cane, non era un violento"
    L'infermiere Alex Pretti "uomo gentile" Arma legale, nessun precedente penale
    Iacopo Luzi

    Washington
    Si chiama Alex Jeffrey Pretti – stando a quanto rivelato dal Minneapolis Tribune Star – l'uomo ucciso durante una colluttazione con gli agenti federali dell'Ice a Glam Doll Donuts fra la 26th Street e Nicollet Avenue a South Minneapolis, dove abitava.
    L'uomo, un cittadino americano di 37 anni, non aveva precedenti penali. La sua fedina riporta solo alcune multe per divieto di sosta. Pretti ha frequentato l'Università del Minnesota, dove - secondo la sua pagina Linkedin - era dal 2021 uno «scienziato junior». Nel 2021 aveva ottenuto l'abilitazione alla pratica di infermiere e, come raccontano i famigliari, lavorava al dipartimento governativo per i veterani, ed era un appassionato di attività all'aria aperta. La sua vicina di casa ha detto al New York Times che era un uomo affabile – «non era una persona violenta» – e che quando portava a spasso il suo cane nel quartiere, scambiava due chiacchiere con chi incontrava. Non è chiaro se si trovasse sul posto dell'incidente per protestare contro i raid e le operazioni dell'Ice. Aveva un regolare porto d'armi e l'autorizzazione ad averla con sé. Quando è stato ucciso, aveva due caricatori pieni e nessun documento di identificazione. In una foto diffusa sia dal presidente Trump sia dal dipartimento di Sicurezza Nazionale (Dhs), l'arma rinvenuta nel luogo dell'incidente sarebbe una pistola 9mm.
    In Minnesota è legale avere un porto d'armi e portare con sé pistole. Ed è cosa molto comune specialmente fuori delle grandi aree urbane. Inoltre, lo Stato ha una profonda tradizione legata alla caccia e al tiro sportivo. Per ottenere un'arma, basta non avere precedenti penali che ne proibiscano il possesso. È necessario dimostrare di aver ricevuto una formazione sull'uso sicuro di una pistola da un istruttore certificato. Si stima che circa il 42,8% delle famiglie in Minnesota possieda almeno un'arma, una percentuale superiore alla media nazionale statunitense. Secondo il Dhs, «gli agenti hanno tentato di disarmare il sospetto (Pretti, ndr), ma quest'ultimo, armato, ha opposto una violenta resistenza. Temendo per la propria vita e per la vita e l'incolumità dei colleghi, un agente ha sparato dei colpi a scopo difensivo». Diversi filmati mostrano, invece, un momento di confronto teso e aggressivo fra il 37enne e gli agenti federali, finché questi lo buttano a terra e, infine, gli sparano 10 colpi. Quando i soccorritori sono arrivati, Pretti presentava diverse ferite da arma da fuoco. È stato trasportato in un centro medico, dove è stato dichiarato morto. Secondo le autorità federali, l'episodio è iniziato quando l'uomo si è avvicinato agli agenti della polizia di frontiera con una pistola e questi ultimi hanno tentato di disarmarlo. Tuttavia, vari video della scena mostrano che l'uomo teneva in mano un telefono, non una pistola, quando gli agenti federali lo hanno immobilizzato a terra.—
  5. Antonio Romanucci Legale delle famiglie: il governo usa narrazioni false per giustificare gli agenti
    "Good e Floyd erano persone inermi ammazzate dalla violenza federale"

    Simona siri
    New York
    Origini marchigiane, socio fondatore dello studio legale Romanucci & Blandin di Chicago, dopo aver rappresentato la famiglia di George Floyd nella causa civile contro la città di Minneapolis e i quattro agenti coinvolti nella sua morte, Antonio Romanucci è oggi l'avvocato della famiglia di Renee Good, la donna uccisa lo scorso sette gennaio a Minneapolis dall'agente Ice Jonathan Ross. «Dicono che la loro missione è quella di catturare i peggiori tra i peggiori, immigrati clandestini che hanno commesso reati gravi. Non è così. Persone innocenti sono rimaste ferite e sono morte a causa di questa invasione del governo federale nelle città americane», dice al telefono. Continua a parlare di Good al presente «perché il suo spirito è vivo. È una madre. È la figlia di due persone meravigliose. È la sorella di altri fratelli. È una compagna devota». A Minneapolis, continua, cercava una vita migliore e tutto le è stato portato via «in modo estremamente violento e sproporzionato da qualcuno che ha usato una forza che non avrebbe dovuto usare».
    Subito dopo la sparatoria, la segretaria Kristi Noem l'ha descritta come una terrorista. «Una descrizione diffamatoria», secondo Romanucci, perché «non c'è assolutamente nessuna prova che suggerisca che Renee stesse facendo altro se non allontanarsi in macchina da Jonathan Ross». Il governo federale dice che l'agente ha agito per auto difesa. «È lo stesso tipo di narrazione falsa – spiega l'avvocato – che il governo ripete ogni volta che ci sono scontri tra civili e agenti federali. Un rigurgito verbale che ha lo scopo di influenzare l'opinione pubblica fin da subito, senza alcun fondamento nei fatti». «Il video – continua – è molto chiaro ed è per questo che iniziamo un'indagine civile e la stiamo conducendo con la massima trasparenza possibile, perché vogliamo essere la voce della ragione e della verità. Non vogliamo ingannare il pubblico con narrazioni false o fatti inesistenti».
    Nel 2020 Antonio Romanucci ha rappresentato la famiglia di George Floyd. Se cerchiamo similarità tra i due casi, dice, «una delle somiglianze, per pura coincidenza, è che le due uccisioni sono avvenute a circa un chilometro di distanza l'una dall'altra. Un'altra somiglianza è che notiamo una notevole coerenza nel sostegno dei governi locali e statali al cambiamento per garantire che questo tipo di eventi non si ripeta». Quando Floyd è stato assassinato, il sindaco Jacob Frey, il governatore Walz e la senatrice Klobuchar si sono tutti impegnati e hanno fatto sentire la loro voce affinché «un'altra morte così orribile non si verificasse più». Queste stesse persone, fa notare il legale italo americano, sono ancora lì «a sostenere i cittadini di Minneapolis e del Minnesota nella loro richiesta di cambiamento affinché l'Ice non arrechi danni o uccida nessuno inutilmente. Il terzo punto è che, se non fosse stato per i video girati con i cellulari e per le testimonianze di chi era lì, chissà quale sarebbe stata la verità».
    Trump ha detto che il padre di Good è un suo sostenitore. Romanucci conferma che l'uomo ha votato per l'attuale presidente, ma «è irrilevante», commenta. E assicura che «oggi la famiglia è tutta unita nel volere giustizia per la sua morte». —
  6. MAI FIDARSI DI TRUMP : Silenzi, esitazioni: le democrazie hanno responsabilità storica davanti a un regime che fa la guerra al proprio popolo
    Se Stati Uniti ed Europa restano inermi davanti al massacro degli innocenti in Iran

    BERNARD-HENRI
    LéVY
    Nonostante la notte elettronica calata sull'Iran, affiora la verità. Il regime parla di migliaia di morti. Il Sunday Times fa riferimento a un rapporto redatto da una rete di medici iraniani e sostiene che i morti sono 16500. L'Ong Iran Human Rights, con sede in Norvegia, reputa plausibile un bilancio di ventimila morti. Altre fonti temono un numero ancora maggiore.
    Quando si conosceranno le cifre esatte, si saprà che in pochi giorni i mullah hanno ucciso più di qualsiasi altro regime in questo secolo nella regione. Fin d'ora, si tratta del record del mondo orario di carneficina dai tempi del genocidio in Rwanda.
    Si assiste al massacro sistematico e a freddo di un popolo a opera di uno Stato che gli ha dichiarato guerra. A questo, bisogna aggiungere le immagini delle mitragliatrici installate sui pickup, che aprono il fuoco sulla folla. E le immagini dei cecchini appostati sui tetti, che mirano alla testa. Va aggiunta anche l'informazione secondo cui, per essere sicuro che la mano degli assassini non esiti sul grilletto, il regime ha fatto ricorso a milizie arrivate dall'Iraq. Infine, in ultimo va aggiunta anche una raffinatezza nella crudeltà e nell'orrore: "il prezzo della pallottola", migliaia di euro di riscatto estorti a madri, padri o coniugi che vanno a recuperare i corpi dei loro cari.
    Nessun diversivo, nessuna commedia geopolitica, nessuno psicodramma artico o polare riuscirà a nascondere questa evidenza: il massacro degli innocenti in Iran oggi è, con il bombardamento degli ucraini per mano di Vladimir Putin, la grande tragedia di questo mondo.
    A fronte di questa situazione, gli Stati Uniti di Donald Trump hanno una responsabilità storica. Non possono sostenere che quella della Groenlandia sia per loro una questione di sicurezza nazionale e non vedere che il regime che li sfida da quasi cinquant'anni, che uccide o prende in ostaggio i suoi stessi cittadini, che organizza, finanzia e arma un arco di terrore che va da Hamas a Hezbollah, passando per le milizie che ammazzano i curdi, costituisce per il mondo libero e per loro stessi un pericolo non soltanto strategico, ma vitale.
    È inconcepibile sfidare un alleato come la Danimarca, umiliare il primo ministro groenlandese, prendere in considerazione una prova di forza con l'Europa e una disgregazione della Nato e dire, al tempo stesso, di «apprezzare molto» la sospensione da parte di Khamenei di 800 impiccagioni, numero magico che non serve a nient'altro che riabilitare il resto dei crimini commessi dal regime.
    E soprattutto – più di ogni altra cosa – come è possibile incitare un popolo a continuare a sollevarsi, a impadronirsi dei palazzi del potere, a memorizzare nomi e volti dei boia perché l'aiuto è «in arrivo», per poi defilarsi, alla fine, come nella tragedia greca, consegnando i supplici alla vendetta di un regime alle corde? Per l'Amministrazione americana questo sarebbe un tradimento senza precedenti. Sarebbe un errore ancora più grave di quello commesso da Barack Obama quando ha dichiarato alla dittatura in Siria che la linea rossa sarebbe stata l'uso delle armi chimiche e, quando quella linea è stata varcata, ha distolto lo sguardo e si è astenuto dall'intervenire.
    Io oso credere, sperare, pregare che ci stiamo sbagliando tutti, che gli Stati Uniti siano consapevoli che la Storia li guarda. E che finiranno per correre in aiuto di questo popolo che lotta per valori che sono anche loro.
    Neanche l'Europa, però, può non vedere quello che sta accadendo in Iran. L'Europa può – deve – decidersi a inserire il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica nell'elenco delle organizzazioni terroristiche.
    L'Europa può – deve – confiscare gli asset finanziari dell'Iran o dei suoi indegni dignitari come fa per i loro alleati russi.
    L'Europa può – deve – espellere i diplomatici e chiudere le ambasciate di un regime che ha perso ogni legittimità e ogni diritto a rappresentare il suo popolo.
    E, pena tradire sé stessa, l'Europa deve – e ne hai mezzi – prevedere sanzioni contro gli Stati, tutti gli Stati, che come la Cina supportano i massacratori, finanziandoli in modo indiretto.
    Gli iraniani erano "Charlie", quando nel pieno centro di Parigi veniva sterminata un'intera redazione di giornalisti. Le donne che sfidano i mullah combattono, a costo della loro vita, la grande rivoluzione femminista che noi diciamo di auspicare. E allora, perché tanta pusillanimità? Perché per le strade di Parigi, Londra, Roma, Madrid o Berlino sono così poche le persone che scandiscono "Donna, vita, libertà"? Nel nome di quali reconditi e sordidi secondi fini, il popolo francese, per esempio, non è pronto a sostenere maggiormente questa insurrezione per la liberte?, l'égalité?, la fraternite?? A essere indegni sono questi voltafaccia. A essere ripugnanti sono queste lezioni che si finge di impartire agli iraniani a lutto: «Attenzione all'ingerenza e al complotto imperialista… Non bisogna confondere rivolta contro il carovita e vera rivoluzione… I popoli devono liberarsi da soli e da soli andare fino in fondo alla loro prova… E poi, questo Pahlavi, sinceramente… Non avete niente di meglio di disponibile?».
    Questa falsa saggezza, questo preteso realismo, questa autentica tracotanza sono un altro modo – il più vile – di lasciar morire la gente. —
  7. MELONI DISCEPOLA DI TRUMP: Viminale, ok al rinnovo del contratto. Ma i centri restano semivuoti
    Cpr Albania, altri 18 milioni per il resort dei poliziotti
    L'opposizione: soldi buttati
    irene famà
    roma
    Diciotto milioni, tasse escluse, distribuiti su ventiquattro mesi per il vitto e l'alloggio delle forze dell'ordine impiegate nel Centro di permanenza per il rimpatrio in Albania. Nonostante gli stop e i numeri esigui, il governo italiano procede senza badare a spese e continua a difendere il protocollo sottoscritto tra Roma e Tirana il 6 novembre 2023. Gli esiti non sono quelli sperati? È colpa – così ha ripetuto la premier Giorgia Meloni – «delle sentenze ideologiche dei giudici». E così, alla fine di una consultazione preliminare di mercato partita a metà giugno e conclusa a fine dicembre, per le forze dell'ordine in servizio in Albania è stata stipulata una convenzione con la struttura 5 stelle "Rafaelo resort", fronte spiaggia, la stessa che si era aggiudicata l'appalto due anni fa: 80 euro a notte, camera singola, colazione, pranzo e cena.
    Il progetto iniziale del Cpr di Gjader era di hub per la procedura accelerata di frontiera: accogliere i migranti intercettati in mare e trattenerli per 28 giorni in attesa del rilascio del permesso di soggiorno o del rimpatrio. Poi ci sono stati diversi intoppi e, in attesa del regolamento europeo asilo e immigrazione in vigore dal prossimo giugno, la struttura è diventata come qualsiasi altro Cpr del territorio nazionale. Ma con numeri decisamente minori. Una ventina i migranti che in media vengono portati al Centro (su una capienza dicono di oltre cento posti), tra i trenta e i cinquanta gli agenti del reparto mobile distaccati nel piccolo paese a nord dell'Albania (decisamente ridotti rispetto al settembre 2024 quando i poliziotti erano centosettantasei compresi quelli delle squadre mobili, Digos, polizia scientifica e così via). Ci sono poi i quindici agenti della polizia penitenziaria destinati a presidiare il carcere a Gjader. Penitenziario maschile con ventiquattro brandine, è stato costruito per chi crea problemi al Centro di permanenza per il rimpatrio. «Sino ad oggi – raccontano – mai utilizzato».
    I documenti del Dipartimento di pubblica sicurezza, visionati dall'agenzia di stampa LaPresse, illustrano l'affidamento del bando di gara per il pernottamento in Albania delle forze dell'ordine al "Rafaelo Resort" (c'era pure una struttura gestita da "Xenia S.p.a" che però è stata esclusa). E il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi difende il progetto. «Le forze dell'ordine in Albania stanno presidiando il nostro Cpr dove sono trattenuti migranti irregolari con precedenti penali, alcuni gravi, che via via vengono rimpatriati», dice. Poi risponde alle critiche: «Forse qualcuno preferirebbe che questi soggetti, che non hanno alcun diritto a rimanere da noi, tornassero liberi sul territorio italiano, magari a spese nostre, per poi lamentarsi dei problemi di sicurezza che questi signori tornerebbero a creare». Assicura: «Il centro è operativo. Il contingente è parametrato con il livello di presenze. Gli agenti non sono in vacanza».
    Le opposizioni insorgono. Matteo Orfini del Pd definisce il rinnovo della convenzione come «l'ennesimo schiaffo al buonsenso. La stessa maggioranza che continua a produrre fallimentari decreti sicurezza, spreca milioni di risorse degli italiani solo per non riconoscere l'inutilità dei centri albanesi. E il leader di Italia Viva Matteo Renzi tuona: «Per tenere aperti (e vuoti) i centri migranti che non funzionano, continuiamo a pagare milioni di euro del contribuente in resort di lusso». E chiede: «Ma vi rendete conto di che spreco allucinante? ». Giuseppe Conte, guida del M5S, attacca «il governo che continua a buttare soldi in Albania mentre qui si taglia per la sanità, per l'istruzione e le politiche del lavoro», mentre Angelo Bonelli di Avs parla di «sperpero del denaro pubblico da parte del governo Meloni». Riccardo Magi, segretario di +Europa, sostiene: «La crudele propaganda di Meloni non ha fine e soprattutto non bada a spese». Critico anche Carlo Calenda di Azione: «Il governo continua a buttare centinaia di milioni di euro per centri in Albania che non funzionano, mentre occorrerebbe farne in Italia, per detenere gli immigrati irregolari che delinquono in attesa di rimpatrio».
  8. ECCO PERCHE' NO AL MERCOSUR : Alessandro Boeri
    "Sono nato in un frantoio Ho fatto un patto in famiglia ora salviamo gli ulivi liguri"

    giuseppe bottero
    Mulini e mercati esteri, uliveti e comunicazione digitale. Alessandro Boeri, a trent'anni, tiene insieme pezzi diversi dello stesso mestiere. Lo fa da questi boschi della Liguria, dove l'azienda di famiglia produce da 130 anni l'extravergine di oliva Taggiasca. «Io sono letteralmente nato in frantoio», dice. Da bambino passava le giornate tra le macchine e le persone che arrivavano qui per la raccolta. «I genitori mi portavano in ditta fin da quando ero piccolo. Avevamo un piccolo stabilimento nel centro del paese e poi abbiamo costruito un nuovo impianto a un chilometro di distanza. Era una festa: amici, clienti. Chi portava la sardenara, chi le bottiglie di vino, chi la torta».
    Cresciuto a Taggia, dopo il liceo scientifico sceglie Scienze Gastronomiche a Parma. «Ho deciso di capire le dinamiche dietro il mondo del cibo, i prodotti tipici di nicchia nelle realtà dimenticate da Dio. Adesso le olive taggiasche sono un marchio globale. Prima erano così». La formazione diventa un modo per dare un nome e un metodo a ciò che ha respirato dall'infanzia. Subito dopo la laurea, una parentesi fuori traiettoria. «Un anno a Ibiza, mi sono divertito. Dal 2018 sono qua». Il ritorno coincide con l'ingresso stabile in azienda e con un ruolo preciso: seguire le vendite, cercare nuovi clienti, costruire una comunicazione coerente, senza perdere il contatto con la terra.
    «Io e mia sorella Federica siamo la quinta generazione, stiamo portando avanti l'azienda insieme a papà e mamma, che si dannano l'anima per insegnarci un mestiere. Per quanto riguarda la modernità ci danno carta bianca, io mi occupo soprattutto del marketing, ma mi piace andare in campagna, assaggiare gli oli». La divisione dei ruoli, come spesso accade nelle aziende familiari, non è rigida. La presenza sul campo è una scelta e, assieme, una necessità.
    Il progetto industriale ha di fronte uno scenario difficile. «Questo settore attraversa il momento più duro di sempre, non ho una memoria storica, ma siamo al 70% in meno del raccolto». Qui il climate change non è teoria, è qualcosa in grado di sconvolgere il lavoro di un anno: «L'ultima estate è stata incredibilmente calda, ci sono problemi con la mosca delle olive, un parassita che le buca. Se l'attacco avviene a ridosso della produzione, tendono a salvarsi ma il prodotto è un disastro. Se succede in estate, vanno distrutte». È una fragilità strutturale che rende imprevedibile ogni stagione. «È la vita dei contadini, costretti a lavorare senza sapere che cosa sarà di tutto quell'impegno».
    Il territorio resta il punto di partenza e insieme il vincolo più forte. «Questo è uno dei luoghi più belli che abbia mai visto. Le nostre campagne sono costruite su 47 mila ettari di muretti a secco, i nostri antenati hanno fatto una fatica pazzesca per consegnarcelo. La Liguria è una cartolina difficilmente replicabile, ti capita di passeggiare tra gli uliveti e restare senza fiato». Accanto all'orgoglio, però, c'è una lettura critica. «Se devo dire la verità, temo l'arretratezza. Ci sono aziende all'avanguardia, ma tanta olicoltura è frammentata e hobbystica, fatta di appassionati ma che magari non sono in grado di farcela davvero». Il tentativo è fare sistema, allargare le collaborazioni. «Sulla carta c'è unione, si prova a lavorare in armonia, anche se ovviamente a livello commerciale ognuno gioca la propria partita».
    Boeri, come si immagina tra dieci anni? «Vorrei lasciare ai miei figli una situazione più semplice, da interpretare e da vivere. La Liguria produce l'1 per cento dell'olio nazionale, pochissimo, nonostante questo circa il 50% degli uliveti qui sono abbandonati. La logistica è terrificante, a volte non ci sono neanche le strade».
    Da questa consapevolezza nasce una nuova iniziativa condivisa, ancora una volta, con la famiglia. «Io e mia sorella abbiamo creato un'azienda che si occupa principalmente di questo: abbiamo già recuperato tremila piante». È qualcosa che arriva da lontano. «A parte una breve parentesi in cui sognavo di fare il Papa, sono sempre stato convinto che avrei fatto questo lavoro. Le olive sono il nostro patrimonio. E va preservato». —

 

 

 

24.01.26
  1. Diritto
    irruzione
    Simona Siri
    New York
    «Tremila agenti dell'Ice per le nostre strade che si muovono senza un piano ben definito. Stanno prendendo di mira persone che non hanno fatto nulla di male, solo in base al fatto che sembrano somale o latinoamericane. Hanno fermato agenti delle forze dell'ordine fuori servizio. Hanno fermato padri che stavano semplicemente accompagnando i figli. A Minneapolis abbiamo persone straordinarie che provengono da diverse parti del mondo e che hanno reso la nostra città un posto migliore. Fanno parte della nostra famiglia. Vogliamo loro bene. Siamo orgogliosi di averli qui». Nel giorno dello sciopero generale, con le scuole e più di 700 attività commerciali chiuse in segno di protesta, il sindaco Jacob Frey non ha tempo per convenevoli: deve proteggere la sua comunità, vittima di quella che lui stesso definisce un'invasione. Al volo, tra una conferenza stampa e dopo la visita in città del vicepresidente JD Vance (i due non si sono incontrati, Vance ha incontrato solo i politici locali repubblicani, ndr) a La Stampa ribadisce quello che dice dal giorno della morte di Renee Good, la donna uccisa da un agente lo scorso 7 gennaio: i cittadini devono «manifestare pacificamente, non cadere nella trappola. Non rispondere al caos di Donald Trump con un tipo diverso di caos». Non peggiorare una situazione già tesa è quindi l'imperativo e l'idea di un giorno di "blackout economico" viene anche da lì, dalla voglia di dimostrare che la comunità è scossa, ma unita. Soprattutto alla luce degli ultimi eventi, tra cui l'arresto di Nekima Levy Armstrong, avvocata per i diritti civili, per aver fatto irruzione con altri attivisti domenica scorsa nella Cities Church di Saint Paul con la motivazione che uno dei pastori, David Easterwood, è direttore ad interim dell'ufficio locale dell'Ice. «È stata un'azione non violenta, legale e moralmente necessaria», ha detto la donna al Washington Post, mentre la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem ha specificato che è accusata «di cospirazione per far violato i diritti costituzionali dei fedeli», un reato grave punibile con una pena detentiva fino a 10 anni. La foto del momento in cui Levy Armstrong viene presa in custodia dagli agenti è stata postata addirittura sul sito ufficiale della Casa Bianca, ma in una versione ritoccata con l'intelligenza artificiale per far sembrare che la donna stesse piangendo, cosa non vera. Tutte mosse che con la sicurezza non hanno nulla a che fare, ma che parlano di una guerra di nervi, di un governo federale che sembra provocare e di una città che non si piega, consapevole che quello che sta succedendo lì ha un significato che va al di là dei suoi confini. «Ciò che stiamo vedendo nelle nostre strade è discriminazione basata esclusivamente sulla razza, non ha niente a che fare con la lotta alla criminalità», dice Frey. «A Minneapolis vogliamo arrestare gli assassini, ma qui non si tratta di questo. Abbiamo collaborato con diverse amministrazioni federali per ridurre con successo la criminalità. Quello che stiamo vedendo oggi è rappresaglia politica».
    Secondo una nota interna dell'Ice ottenuta di recente dall'Associated Press, i funzionari federali dell'immigrazione avrebbero potere di usare la forza per entrare nelle abitazioni senza un mandato del giudice, ma solo con un mandato amministrativo, una netta inversione di rotta rispetto alle linee guida di lunga data volte a rispettare i limiti imposti dalla Costituzione. Per anni, le associazioni a tutela degli immigrati hanno esortato le persone a non aprire la porta agli agenti dell'immigrazione a meno che non venga mostrato un mandato firmato da un giudice, principio che la direttiva invece mina, proprio mentre le operazioni si stanno facendo più aggressive, senza che ci sia una fine in vista. Fonti del luogo dicono che gli agenti dell'Ice avrebbero camere prenotate negli alberghi di Minneapolis fino a maggio.
    «Esiste una via d'uscita, se siamo tutti disposti a vederla», dice Frey alla domanda se sia incline a trovare una qualche forma di collaborazione con il governo federale. «Se l'obiettivo è proteggere Minneapolis dai criminali che commettono atti illeciti, siamo d'accordo, ma deve essere indipendentemente dalla provenienza dei criminali stessi. Vogliamo la pace, ma la pace non si ottiene spruzzando sostanze irritanti e agenti chimici contro manifestanti pacifici. Non si ottiene arrestando un bambino di cinque anni. Non si ottiene trascinando una donna incinta per le strade. La pace si raggiunge lavorando direttamente con la comunità. Si riduce la criminalità intervenendo in modo strategico contro le persone che hanno commesso reati. Il vicepresidente JD Vance ha detto che gli piacerebbe molto poter rimandare a casa alcuni di questi agenti. Non potrei essere più d'accordo. Il rimedio ai problemi che abbiamo affrontato nelle ultime settimane è semplice: che l'Ice se ne vada». «Ice out», come hanno gridato migliaia di cittadini nel giorno in cui Minneapolis è scesa in sciopero. —
  2. Il bimbo di 5 anni portato nella "baby prigione" vicina a Sant'Antonio. Raccolti 200 mila dollari per la famiglia
    Liam nel terribile centro detentivo in Texas "Vermi nel cibo, poca acqua e cure scarse"
    new york
    Si chiama Dilley Immigration Processing Center il luogo nel quale si trova adesso Liam Ramos, il bambino di cinque anni arrestato mercoledì scorso a Minneapolis dagli agenti dell'Ice e trasportato insieme al padre in Texas. Costruita nel 2015 per ospitare famiglie, famosa anche con il nome di "baby jail", questa struttura vicina a Sant'Antonio era stata chiusa nel 2024 dall'amministrazione Biden e poi riaperta a marzo 2025 dall'attuale amministrazione. Al momento la sua capacità è di 2.400 persone, il che la rende il più grande centro di detenzione per famiglie del paese. Sebbene disponga di una palestra, una biblioteca, una sala giochi e un'ampia mensa, il Dilley Center è stato di recente al centro di una causa intentata contro il governo federale da una serie di famiglie di migranti per denunciare le condizioni in cui sono tenuti i figli. Cibo contaminato da vermi e muffa, accesso limitato all'acqua potabile, assistenza medica inadeguata sono alcune delle accuse citate in una causa del giugno scorso, in cui si fa riferimento anche a «angusti container di metallo con sei letti a castello» e di piccoli che soffrivano di vertigini e mancamenti per il troppo caldo. Il senatore democratico del Connecticut Chris Murphy qualche giorno fa si è recato in Texas per visitare il centro, ma gli è stato negato l'accesso: una nuova direttiva emessa dal Dipartimento per la Sicurezza Interna impone ai membri del Congresso di dare un preavviso di sette giorni prima di visitare un centro di detenzione dell'Ice, mentre fino a giugno scorso le visite potevano avvenire anche senza preavviso. «Questo dimostra che queste persone hanno qualcosa da nascondere se non permettono ai membri del Congresso di entrare con meno di sette giorni di preavviso», ha dichiarato Murphy. «Dimostra quanto lavoro sanno di dover fare per insabbiare e nascondere le cose che non vogliono che vediamo». Una recente indagine del Senato sulle condizioni di detenzione presso l'Ice dall'insediamento di Trump a gennaio 2025 a oggi ha rilevato centinaia di segnalazioni di maltrattamenti, tra cui 41 segnalazioni credibili di abusi fisici e sessuali e 18 di maltrattamenti di minori. L'amministrazione ha recentemente tentato ancora di abrogare un accordo legale in vigore da decenni che stabilisce gli standard per l'accoglienza dei minori in custodia dell'Ice, comprese le norme relative alla loro permanenza nelle strutture meno restrittive possibili e al loro rilascio nel più breve tempo possibile. Un giudice federale ha respinto il secondo tentativo dell'amministrazione.
    Intanto, per Liam Ramos si è messa in moto la macchina della solidarietà. Attraverso una raccolta fondi su GoFundMe sono stati raccolti oltre 200.000 dollari per sostenere la famiglia e contribuire a coprire le spese legali. Un aggiornamento di giovedì da parte dell'organizzatrice Sarai Orquiz che gestisce la raccolta afferma che il denaro sta anche permettendo a Liam e a suo padre Adrian di chiamare casa più spesso e di acquistare cibo extra. La mamma di Liam, Erica, per più di 24 ore non ha saputo dove si trovassero il figlio più piccolo e il marito, finché Adrian non l'ha chiamata dal Dilley Center. s. sir. —
  3. Mario Guevara
    "Io giornalista immigrato preso dall'Ice Cento giorni in cella per farmi tacere"
    Giulio D'Antona
    Mario Guevara, reporter salvadoregno del quotidiano in lingua spagnola Mundo Hispánico e fondatore del sito MG News, stava facendo il suo lavoro, il giornalista, vicino alla sua città, Atlanta, quando è stato arrestato. Guevara era un punto di riferimento per la comunità ispanica della Georgia, stato nel quale, nell'estate del 2025, risiedeva da più di vent'anni, dove aveva una moglie e un figlio, entrambi americani. Aveva un visto lavorativo regolare, non aveva mai infranto la legge. Eppure, mentre documentava le proteste anti-trumpiste che infiammavano la contea di DeKalb, è stato avvicinato dalla polizia, che lo ha accusato di ostruzione alla giustizia e partecipazione a un assembramento illegale. Tutte cose per le quali oggi si rischia di venire uccisi. I tempi sono cambiati.
    È stato in detenzione locale per qualche giorno, prima che l'Ice emettesse un ordine di arresto e lo trasferisse in custodia federale, sostenendo che la sua posizione migratoria fosse irregolare. Dal 14 giugno è stato nelle mani dell'Ice per cento giorni, nonostante un giudice avesse autorizzato il suo rilascio dietro cauzione. Prima di lui nessun giornalista straniero aveva mai passato tanto tempo tra le mura di una prigione federale sul suolo statunitense. Lo spostavano di continuo, per evitare che i giudici locali potessero rendere effettivi gli ordini di scarcerazione. Fanno così, è una delle tecniche della polizia speciale.
    Varie organizzazioni per la libertà di stampa e per i diritti civili, tra cui PEN America, la American Civil Liberty Union e Reporters Without Borders, hanno denunciato il caso come un attacco alla libertà di espressione e un uso strumentale delle leggi sull'immigrazione per punire il suo lavoro giornalistico. Non è servito a molto. Intanto il resto del Paese si infiammava, qualcuno moriva, e Guevara, il 2 ottobre, veniva deportato forzatamente in Salvador, lasciando negli Stati Uniti la sua famiglia e segnando un precedente gravissimo per quanto riguarda la libertà di informazione indipendente. Non è ancora tornato ad Atlanta.
    Lei è un sovversivo?
    «No, direi di no. Anzi, nei miei vent'anni negli Stati Uniti ho quasi sempre simpatizzato per il partito Repubblicano. Mi sembrava rappresentasse bene il rigore e i valori morali nei quali credevo e credo ancora. Una società giusta è anche una società ordinata e questo per me era rappresentato dai repubblicani negli Stati Uniti».
    Le piaceva Donald Trump?
    «Non posso dire che sia mai stato un suo fan, ma all'inizio e durante il suo primo mandato non lo odiavo».
    E adesso?
    «Adesso la situazione è diversa. Lo vedo da più lontano, diciamo, da fuori dai confini».
    Crede ancora nella politica in America?
    «No. Non per come è adesso. Prima credevo che le diverse parti politiche potessero ancora trovare un accordo su un'umanità di base. La mia detenzione mi ha mostrato che la crudeltà è ormai un fatto accettato nelle politiche migratorie. Donald Trump non ha creato questo sistema, ma lo hanno incoraggiato, con il benestare e il silenzio delle parti. Oggi la politica sull'immigrazione è solo forza bruta. È liberarsi del problema cacciandolo oltre il confine. Abbiamo bisogno di politiche basate sul giusto processo, su canali legali e sulla dignità umana, non sulla punizione».
    Ha avuto modo di riflettere su ciò che le è accaduto?
    «Sì, ho avuto modo e fin troppo tempo per stare da solo coi miei pensieri e ho capito che mi ero sbagliato. Quando mi hanno arrestato ho pensato subito a un errore, a un malinteso che si sarebbe risolto. E anche dopo che mi hanno deportato ho pensato che tutto sarebbe andato a posto».
    E invece?
    «Ora ho capito che ciò che non è stato un errore né un malinteso. È stato un messaggio. In quel momento tutto è avvenuto molto rapidamente e senza spiegazioni. Ora comprendo che la mia detenzione faceva parte di un sistema che non ama la trasparenza, soprattutto quando un giornalista immigrato documenta come il potere viene usato contro le comunità più vulnerabili».
    Sta accadendo anche in questi giorni?
    «Di continuo. Decine, se non centinaia di voci di commentatori, soprattutto che si rivolgono alle comunità che hanno legami con i migranti, vengono zittite allo stesso modo. Andrebbero documentate tutte, una per una».
    È una ritorsione per il lavoro che fate?
    «Credo di sì. La libertà di stampa non riguarda solo la libertà di parola, ma anche la protezione nei confronti di chi deve garantire questa libertà. Il mio caso mostra inequivocabilmente come le leggi sull'immigrazione possano essere usate per mettere a tacere i giornalisti. Se lo status migratorio di un reporter può essere usato contro di lui, allora la libertà di stampa non è uguale per tutti, ma solo per chi si attiene a certi standard. Questo dovrebbe preoccupare chiunque creda nella democrazia e nella responsabilità del potere».
    Il giornalismo può ancora qualcosa contro questa deriva?
    «Sì, ma è sottoposto a enormi pressioni. Molti giornalisti affrontano precarietà economica, attacchi politici e intimidazioni. Alcuni scelgono il silenzio per proteggersi. Eppure, il giornalismo indipendente esiste ancora, e conta. La vera domanda è se la società è disposta a difendere i giornalisti quando sfidano il potere».
    Secondo lei?
    «Non ne sono molto sicuro. L'opinione pubblica è in trincea, a protestare per le strade, e viene uccisa e incarcerata. Oppure è allineata e silenziosa».
    Cosa dive questo degli Stati Uniti?
    «Che stanno diventando un Paese sempre più controllato e sempre meno sicuro. La sicurezza significa comunità forti, fiducia e giustizia. Quando le persone temono il governo più del crimine, non è sicurezza. La linea verso l'autoritarismo viene superata quando la sicurezza viene usata per mettere a tacere le voci, colpire le comunità e punire la trasparenza».
    È una società allo sbando.
    «Indubbiamente. E questa deriva passa anche molto dall'informazione e da come viene gestita. Retate, detenzioni e deportazioni vengono presentate come normali azioni di governo, fatti di tutti i giorni, quasi necessari. Le libertà civili esistono, ma non sono uguali per tutti. Per i migranti, soprattutto per quelli che parlano e si espongono, i diritti possono scomparire molto rapidamente. La paura è il metodo di controllo più efficace».
    Lei ha avuto paura?
    «Moltissima. Ne ho ancora. La detenzione ti cambia. L'isolamento, la mancanza di luce solare, l'incertezza: è tutto progettato per spezzarti emotivamente. Dopo averlo vissuto sulla mia pelle, vedo chiaramente che l'Ice usa la pressione psicologica come strumento. Giornalisti e migranti sono trattati diversamente sulla carta, ma in detenzione tutti vengono ridotti a un numero. La tua storia non conta. La dignità non è una priorità in questo sistema».
    C'è speranza per il futuro?
    «Ci sono delle alternative, e sono la verità, la perseveranza e la solidarietà. Continuerò a fare informazione, anche da fuori degli Stati Uniti. Il giornalismo non si ferma ai confini. Il cambiamento non nasce dalla violenza, né da quella dello Stato né da quella degli attivisti, ma dal portare alla luce le ingiustizie e dall'organizzare le persone attorno ai fatti e alle storie umane». —

 

 

 

23.01.26
  1. Gli agenti hanno respinto un medico che voleva soccorrerla
    "Otto minuti di agonia senza aiuti" La morte orribile di Renee Good
    new york
    «Renee Good ha avuto il battito cardiaco per ancora otto minuti dopo essere stata colpita da un agente dell'Ice. Eppure, la richiesta di prestare soccorso da parte di un medico presente sul posto è stata rifiutata. Non riesco a esprimere a parole quanto questo ci indigni, noi che siamo qui a cercare di onorare il nostro giuramento di Ippocrate e il nostro dovere di prenderci cura dei cittadini del Minnesota».
    Sono le parole che il senatore dello stato del Minnesota - il dottor Matt Klein - ha pronunciato in una conferenza stampa in riferimento alle conclusioni a cui è giunta MPR News sulla base di un'analisi approfondita di filmati, chiamate al numero di emergenza 911, registri dei vigili del fuoco e registri delle comunicazioni radio. «Gli agenti dell'Ice sono addestrati alle tecniche di base di rianimazione cardiopolmonare, ma non le hanno praticate su Good dopo che era stata colpita dall'agente Jonathan Ross», scrive MPR News, aggiungendo che dopo una breve valutazione medica, gli agenti l'hanno lasciata sola, sanguinante in macchina per quasi tre minuti e hanno allontanato un medico e si era offerto di aiutarla. «C'è qualcuno con una formazione medica che può dichiarare morta questa donna?», ha chiesto l'uomo, mentre gli agenti lo insultavano e lo tenevano a distanza.
    Se Renee Good potesse essere salvata è la domanda alle quali cercherà di rispondere l'indagine civile commissionata dalla famiglia e portata avanti dallo studio legale Romanucci & Blandin, già avvocati per la famiglia di George Floyd. Intanto, i legali hanno reso noti i risultati dell'autopsia indipendente sul corpo della donna, eseguita da «un patologo forense di grande esperienza e reputazione». Le conclusioni parlano di tre evidenti traiettorie di proiettili sul corpo di Renee. Un proiettile ha colpito l'avambraccio sinistro, causando un'emorragia dei tessuti molli; un altro ha attraversato il seno destro senza penetrare organi vitali e un altro è entrato dal lato sinistro della testa, vicino alla tempia, ed è uscito dal lato destro. Il referto dice che le ferite al seno e all'avambraccio sinistro non sono state immediatamente mortali. Si parla anche di una quarta ferita, una abrasione superficiale compatibile con una ferita da arma da fuoco, ma senza penetrazione. s.sir.

 

 

 

 

22.01.26
  1. la mossa di deputati e senatori americani
    I dem invocano il 25° emendamento "Il tycoon incapace di svolgere il ruolo"
    Appello al 25esimo Emendamento contro Donald Trump. Lo hanno invocato alcuni deputati e senatori del Partito democratico in seguito alla lettera inviata dal presidente Usa al premier norvegese riguardo l'associazione fra Groenlandia e mancato riconoscimento del Nobel.
    Ad ingrossare le fila di quanti ritengono che il presidente debba essere rimosso è arrivato Jonathan Reiner, che fu il cardiologo dell'ex vicepresidente Usa Dick Cheney. Secondo lui, il Congresso dovrebbe avviare un'inchiesta sui comportamenti anomali di Trump.
    Il 25esimo Emendamento della Costituzione americana regola le norme per la successione presidenziale. Prevede che i membri del Gabinetto possano a maggioranza rimuovere un presidente «se impedito a svolgere le sue funzioni». alb.sim. —
  2. Un'inchiesta del programma Rai svela la presenza di un software su 40 mila pc
    Report: "Il ministero può spiare i computer dei magistrati" Nordio nega: "Nessun controllo". Il Pd: "Lui e Meloni spieghino"
    Un software spia installato sui circa 40 mila computer in dotazione all'amministrazione della giustizia. Secondo un'inchiesta di Report, in onda domenica sera su Rai3, c'è un programma caricato anni fa sui pc di magistrati e impiegati del settore, in grado di accedere ai file presenti senza lasciare traccia. Immediata la reazione delle opposizioni, che chiedono alla premier Meloni di riferire in Parlamento sulla vicenda. «È un fatto gravissimo: sarebbe la conferma che il governo Meloni vuole controllare la magistratura – attacca Debora Serracchiani, responsabile Giustizia del Pd –. Tanto più grave se il caso, sollevato da una importante procura, fosse stato messo a tacere nel 2024 dai dirigenti del ministero su richiesta della presidenza del Consiglio». Parole pronunciate nell'Aula della Camera, davanti a Carlo Nordio, impegnato nella sua relazione annuale. «Trovo improprio essere accusato di aver messo sotto controllo i computer dei magistrati», è stata la sua replica, questo «è di una gravità inaudita». Il ministro della Giustizia minaccia iniziative legali nei confronti di chi «mi attribuisce un reato». E assicura che il software in questione «non consente sorveglianza dell'attività dei magistrati» e «le funzioni di controllo remoto necessiterebbero di una conferma esplicita dell'utente: non potrebbero avvenire a sua insaputa». —

 

 

 

22.01.26
  1. Vimeo, ondata di licenziamenti dopo l'acquisizione da parte di Bending Spoons

    [ZEUS News - www.zeusnews.it - 22-01-2026]Commenti

    bending spoons licenzia vimeo
    Foto di Vitaly Gariev.
    Senza sorprendere davvero nessuno, a pochi mesi dall'acquisizione da parte di Bending Spoons, Vimeo ha licenziato un buon numero dei propri dipendenti (le cifre precise sono segrete). I tagli rappresentano il secondo intervento significativo in meno di sei mesi: già a settembre, subito prima del cambio di proprietà, la piattaforma aveva ridotto del 10% il personale per aumentare efficienza e sostenibilità operativa. Finalizzata per circa 1,38 miliardi di dollari, l'acquisizione ha introdotto una nuova fase di ristrutturazione, con ulteriori riduzioni non quantificate nel dettaglio ma confermate dal nuovo proprietario.

    La strategia di riorganizzazione segue un modello già osservato in precedenti acquisizioni condotte da Bending Spons, caratterizzato da interventi profondi sulle strutture interne. In passato operazioni simili avevano portato a riduzioni fino al 75% del personale in altre realtà acquisite, suggerendo un approccio orientato alla razionalizzazione aggressiva delle risorse. Nel caso di Vimeo, le prime conseguenze tangibili riguardano la chiusura o il ridimensionamento di interi centri operativi, tra cui quello di sviluppo situato in Israele. Le attività residue risultano oggi concentrate su un numero molto più ristretto di dipendenti, come confermato da fonti interne che descrivono un organico significativamente ridotto rispetto ai mesi precedenti.

    La nuova proprietà starebbe orientando Vimeo verso un riposizionamento strategico, con l'obiettivo dichiarato di concentrare gli investimenti sugli strumenti per creatori di contenuti e professionisti. Questa scelta comporta una revisione delle funzioni interne e una ridefinizione delle priorità di sviluppo, con impatti diretti sulle unità considerate non essenziali. Il processo di integrazione post-acquisizione appare ancora in corso, con ulteriori interventi possibili nei prossimi mesi. Le comunicazioni ufficiali non forniscono una stima precisa del numero di dipendenti coinvolti, ma confermano che le misure adottate rientrano in un piano più ampio di «riallineamento operativo».


    Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=31733

 

 

 

 

 

 

21.01.26
  1. MAFIA ED APPALTI ?    Estratto dell’articolo di Claudia Luise per “la Stampa”



    Costi più che raddoppiati e quasi un ventennio di ritardo per la realizzazione. Sono le contestazioni della Corte dei conti dell'Unione europea al progetto della Tav Torino-Lione che emergono dalla relazione sui mega progetti comunitari nel settore dei trasporti.



    [...] Negli ultimi sei anni i costi sono cresciuti del 23% e, rispetto all'inaugurazione nel 2015 prevista dal progetto iniziale, ora è slittata al 2033.



    La relazione, pubblicata ieri, aggiorna un analogo report del 2020 e peggiora ancora le stime per tutte le infrastrutture ritenute strategiche dall'Ue: gli auditor dell'Ue, che cinque anni fa descrivevano il raggiungimento dell'obiettivo di completare la rete transeuropea dei trasporti (Ten-T) entro il 2030 come «improbabile», hanno modificato la propria valutazione a un netto «impossibile».



    costo della tav torino lione e delle principali infrastrutture di trasporto ue

    Quindi oggi le prospettive sono più pessimistiche rispetto al 2020 e ben lontane da quanto inizialmente pianificato. [...] «Ma a distanza di trent'anni dalla loro prima progettazione, siamo ancora molto lontani dall'inaugurazione di questi progetti e dal raggiungimento dei miglioramenti prefissati in termini di flussi di merci e di passeggeri in tutta Europa».



    Molti mega progetti sono stati gravati da aumenti dei costi: nel 2020 gli otto mega progetti esaminati avevano subìto complessivamente un aumento reale dei costi (ovvero, al netto dell'inflazione) del 47% rispetto alle stime iniziali, innalzamento che oggi è quasi raddoppiato e ammonta a un +82%.



    Questo aumento si deve a scostamenti di bilancio in due progetti: Rail Baltica (i cui costi sono cresciuti sensibilmente, segnando un +160% negli ultimi sei anni, ovvero quasi quattro volte superiori rispetto alle stime iniziali) e la Torino-Lione, appunto (+23% negli ultimi sei anni, +127% rispetto alla proiezione iniziale).



    LAVORI PER LA LINEA TAV TORINO LIONE

    L'opera, portata avanti tramite Telt (la società di proprietà al 50% dello Stato francese e al 50% delle Ferrovie dello Stato Italiane), prevede due gallerie ferroviarie parallele di 57,5 km ciascuna e un investimento complessivo di 11,1 miliardi.



    La fase di studi è stata molto lunga: si è partiti a fine anni '90 con un prima ipotesi di progetto, che prevedeva un'unica galleria, che è poi stato scartato per motivi di sicurezza e capacità. Quindi il progetto è evoluto in quello attualmente in realizzazione per il trasporto merci e passeggeri, recepito nell'accordo internazionale del 2015.


    «La Corte tuttavia, nella sua analisi, confronta tempi e costi ufficiali attuali con quelli dell'ipotesi originaria che non è stata concretizzata. Nel caso della sezione transfrontaliera della Torino-Lione la prima idea di progetto è poi evoluta in un tunnel a doppia canna, in coerenza con le nuove norme europee, dando origine ad una progettazione definitiva totalmente diversa. Pertanto, la comparazione di tempi e costi degli anni ‘90 con quelli del progetto validato nel 2015 non riflette la realtà», spiega Telt.



    Il progetto definitivo della Torino-Lione del 2015 stimava un budget di 8,6 miliardi di euro (valuta 2012). Nel 2024, dopo l'aggiudicazione di tutti i lavori civili e la fine dell'emergenza Covid, Telt ha aggiornato il costo a vita intera in 11,1 miliardi. La sezione transfrontaliera della Torino-Lione è attualmente in fase di realizzazione, con 3.300 persone impegnate su 11 cantieri operativi in superficie e in sotterraneo.


    Ad oggi sono stati scavati complessivamente oltre 46 km (28%), di cui circa 20 km della galleria di base, su un totale di 164 km di gallerie previste.

       

    La Corte dei conti Ue sottolinea che, in ogni caso, i mega progetti hanno ricevuto nel complesso ulteriori sovvenzioni Ue pari a 7,9 miliardi di euro dall'analisi condotta nel 2020, il che porta l'importo totale dei finanziamenti Ue erogati per queste infrastrutture a 15,3 miliardi di euro.

    E il ritardo riguarda anche l'apertura della galleria di base del Brennero: la data più ottimistica è ora il 2032, anziché il 2016 o il 2028 come previsto in precedenza con un aumento dei costi del 40% rispetto alla stima iniziale.
  2. LA SALUTE IN PERICOLO :      trattori di mezza Europa stanno scaldando i motori: domani, 20 gennaio, saranno tutti a Strasburgo davanti al Parlamento europeo. Gli agricoltori proprio non digeriscono l’accordo Mercosur appena firmato in Paraguay da Ursula von der Leyen.



    Eppure, è la prima reazione forte dell’Unione ai dazi di Trump. L’intesa raggiunta con Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay crea la più grande area di libero scambio al mondo: 718 milioni di persone e un Pil complessivo di 22,4 trilioni di euro.


    Il trattato prevede l’eliminazione graduale delle tariffe su oltre il 90% delle merci scambiate e farà risparmiare 4 miliardi di euro all’anno in dazi doganali alle 60 mila imprese Ue coinvolte.



    L’accordo proteggerà 350 prodotti europei a indicazione geografica tra cui 58 italiani vietando il commercio di imitazioni. Oggi la fattoria del Vermont può tranquillamente produrre mozzarella italian sounding e venderla ai ristoranti di New York, e noi non abbiamo nessuno strumento per intervenire. In questo caso invece l’esportatore italiano potrà bloccare l’azienda argentina o brasiliana che copia le nostre eccellenze [...]



    E poi c’è un obiettivo strategico: facilitare l’accesso a materie prime e minerali critici, come rame, litio, grafite, nichel e terre rare, riducendo così la dipendenza Ue dalla Cina. Ma come funziona l’interscambio tra Ue e Mercosur?



    Uno scambio da 111 miliardi

    milena gabanelli - accordo di libero scambio ue paesi del mercosur - dataroom

    Oggi esportiamo verso il Mercosur macchinari industriali, prodotti chimici e farmaceutici, auto soggetti a dazi compresi tra il 15 e il 35% per un valore complessivo di 55,2 miliardi. Importiamo minerali, idrocarburi e soprattutto prodotti agroalimentari per un totale di 56 miliardi. Il travagliato accordo è stato approvato il 9 gennaio a maggioranza qualificata, con il Belgio astenuto mentre Francia, Ungheria, Irlanda, Polonia e Austria hanno votato contro. [...]



    accordo di libero scambio ue paesi del mercosur - dataroom

    Anche l’Italia, dove l’agricoltura rappresenta un pilastro dell’economia, in un primo tempo aveva bloccato l’intesa, ma dopo aver ottenuto una serie di garanzie a tutela del settore, ha cambiato posizione, diventando decisiva. Il governo italiano ha imposto un limite all’import e la sospensione temporanea della carbon tax sui fertilizzanti a base di ammoniaca, urea e altre sostanze.



    E ora, mentre si attende il via libera definitivo del Parlamento europeo, gli agricoltori tornano sul piede di guerra. Temono l’arrivo massiccio di carne bovina, pollame, zucchero, cereali, riso e ortofrutta a basso costo, e la concorrenza sleale. Vediamo.



    Carne, cereali, ortofrutta

    ACCORDO COMMERCIALE UE MERCOSUR

    Nel caso della carne bovina i dazi scenderanno dal 20 al 7,5%, ma su una quantità che non supera l’1,6% del consumo totale nella Ue (fonte Uniceb). Tutte le importazioni eccedenti questa soglia saranno invece soggette a tariffe tra il 40 e il 45%. Per il pollame sono previsti zero dazi, ma anche qui su un import limitato all’1,4% del consumo europeo. Per ogni tonnellata di petto di pollo in più bisognerà aggiungere un dazio di 1.024 euro (fonte Assoavi).



    L’assenza di tariffe è garantita anche su 190 mila tonnellate di zucchero (1,2% del consumo Ue), 45 mila tonnellate di miele e 60 mila tonnellate di riso. Non ci sono quote invece per l’ortofrutta perché essendo prodotti deperibili legati alla stagionalità, avrebbero poco impatto.



    accordo di libero scambio ue paesi del mercosur - dataroom

    Inoltre l’accordo prevede clausole di salvaguardia: qualora le importazioni di un determinato prodotto aumentassero oltre il 5% o i prezzi subissero una riduzione superiore al 5%, la Commissione europea potrà sospendere le agevolazioni tariffarie o limitare l’ingresso delle merci.



    Per compensare i danni da possibili perturbazioni di mercato, la Commissione ha anticipato sul prossimo bilancio dell’Unione (2028-2034) 45 miliardi di euro che potranno essere usati dagli Stati membri come sussidi per gli agricoltori attraverso la Politica agricola comune (Pac). Fitofarmaci, antibiotici e ormoni Gli agricoltori sollevano però anche il tema della concorrenza sleale.



    I nostri standard sanitari e le regole di produzione incidono sui costi e, di conseguenza, sui prezzi degli alimenti immessi sul mercato, penalizzando i produttori europei. L’Unione applica norme vincolanti sul benessere animale, come l’alimentazione, le cure veterinarie e il divieto delle gabbie convenzionali per le galline ovaiole e l’obbligo di garantire condizioni minime di spazio.



    protesta contro il mercosur degli agricoltori a milano

    Nei Paesi del Mercosur, invece, gli standard sono spesso molto più bassi, e negli allevamenti intensivi rimangono diffuse pratiche crudeli. Stesso discorso vale per fitofarmaci, antibiotici e ormoni. [...]



    Secondo uno studio della geografa Larissa Bombardi, molti pesticidi proibiti nella Ue sono invece impiegati in Sudamerica: in Brasile, ad esempio, il 27% dei principi attivi utilizzati sono proibiti dall’Unione Europea.



    L’elenco comprende l’erbicida amicarbazone mai autorizzato in Europa, il fungicida clorotalonil vietato dal 2019 e l’insetticida novaluron escluso dal 2012. Un problema ancora più delicato riguarda gli ormoni della crescita. Nell’ottobre 2024 un audit ufficiale della Commissione europea sul sistema di controlli brasiliano ha concluso che non è possibile garantire con certezza che la carne bovina esportata verso la Ue non sia stata trattata con ormoni vietati, in particolare con l’estradiolo-17.
    L’accordo, però, specifica che tutto quello che entra dal Sudamerica deve essere conforme alle norme Ue, e dunque si applicheranno due vincoli: 1) il principio di precauzione, ovvero ogni alimento può essere immesso sul mercato solo se non presenta rischi per la salute; 2) l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine per ortofrutta, miele, uova, carne bovina, suina, ovina, caprina e pollame.



    Una trasparenza che consente ai consumatori di scegliere consapevolmente se acquistare o meno una bistecca argentina o il miele brasiliano. Attenzione però, se la carne (a esclusione di quella bovina) viene poi lavorata, la storia cambia.

    Per esempio, se il petto di pollo importato viene poi panato o trasformato in crocchette in Italia, sull’etichetta ci sarà scritto «Prodotto in Italia». Molto si giocherà sui controlli doganali, e anche qui la Commissione ha annunciato un pacchetto di misure per aumentare del 33% le ispezioni sulle merci in entrata.



    Calcolando che gran parte dei prodotti in arrivo dal Sudamerica sbarcano al porto di Rotterdam, dove oggi i controlli sono sotto il 3%, l’aumento proposto li porterebbe al 4%. Davvero poco... ma tant’è.



    In sostanza, abbiamo capito che l’apertura impone vincoli di lungo periodo che limitano la capacità europea di sostenere standard elevati. Sappiamo anche che non esistono accordi senza compromessi.


    Al momento la Commissione stima che il trattato con il Mercosur porterà a un aumento delle esportazioni europee del 39% e a un incremento complessivo del Pil pari a 77,6 miliardi di euro entro il 2040. Va ribadito che la Ue, non avendo materie prime, è orientata all’export, e se tutti mettono dazi si crea un regime di economia stagnante dove gli Stati incassano meno, e alla fine a soffrire saranno pure gli agricoltori, perché i sussidi chi glieli dà?



    Inoltre, la nuova alleanza strategica tra due aree del mondo che condividono una crescente pressione geopolitica e commerciale da parte degli Stati Uniti potrebbe andare oltre il piano economico.
  3. Angela Romei
    "Io, esclusa dalle Olimpiadi Al mio posto in nazionale la figlia del direttore tecnico"

    OSCAR SERRA
    «Dispiacere, frustrazione, incredulità». Nel giorno in cui la Federazione sport ghiaccio ha comunicato ufficialmente la lista dei convocati per le Olimpiadi di Milano-Cortina, i sogni di Angela Romei si sono definitivamente infranti e i timori di una sua clamorosa esclusione diventati improvvisamente realtà. Romei ha 28 anni, ha iniziato la sua carriera a Pinerolo all'indomani dei Giochi di Torino e dal 2017 fa parte ininterrottamente della squadra azzurra di curling con cui ha partecipato a tutte le principali competizioni internazionali fino allo storico quarto posto conquistato ai Mondiali in Canada del 2024 quando ottenne l'ambito Frances Brodie Sportsmanship Award, un premio che gli organizzatori assegnano alla giocatrice che meglio riesce a unire qualità tecniche e principi di onestà, sportività e fair play. Al suo posto è stata convocata Rebecca Mariani, figlia del direttore tecnico della Nazionale Marco Mariani. E tanto è bastato per far scoppiare un caso.
    Angela Romei, cosa prova in questo momento?
    «Sono distrutta. Ma il mio dispiacere è soprattutto per le modalità e le tempistiche con cui è avvenuto tutto questo».
    Cioè?
    «Me lo ha comunicato pochi giorni fa Mariani, con una telefonata avvenuta subito dopo l'ultimo raduno. Avremmo potuto parlarne a quattr'occhi, mi sarei aspettata almeno una discussione fondata su dati e risultati».
    Invece?
    «Invece si è limitato a dirmi che quella era una decisione assunta da lui e che al mio posto sarebbe stata convocata sua figlia Rebecca, che ha 19 anni e zero manifestazioni internazionali con la nazionale senior».
    Ne ha parlato con il commissario tecnico, lo svedese Sören Gran?
    «Soren si occupa di seguire le atlete sul ghiaccio e durante le competizioni, dal punto di vista tecnico e tattico. Marco Mariani, invece, è l'unico responsabile della composizione delle squadre».
    Ha avuto dei conflitti con Gran o con Mariani tali da giustificare questa scelta?
    «Ho sempre espresso con rispetto e professionalità il mio punto di vista anche quando le nostre opinioni erano divergenti. Non gli ho mai mancato di rispetto».
    Qual è stata la sua prima reazione dopo la telefonata del direttore tecnico?
    «Di vuoto. Ho chiuso gli occhi e ho pensato che fosse solo un brutto pensiero, ma quando li ho riaperti era tutto vero ed era terribile».
    La considera un'ingiustizia?
    «Un'ingiustizia nei confronti del lavoro fatto in tutti questi anni e di tutto il movimento. Ho sempre creduto nei rapporti umani, nel fair play dentro e fuori dal campo e quello che mi è successo è l'antitesi di tutto questo».
    Si rimprovera qualcosa?
    «Ho sempre lavorato con dedizione e professionalità. Anche oggi (ieri ndr) ero in pista ad allenarmi come ogni altro giorno. Sono una professionista, faccio parte del gruppo sportivo delle Fiamme Gialle (Guardia di Finanza) che mi ha sempre sostenuta. Il curling è la mia vita da quando ho iniziato a praticarlo. Cosa mi devo rimproverare?».
    Ha sentito il presidente della Federghiaccio, Gios?
    «Sì, tra i tanti ho sentito anche lui. Mi ha detto che su questioni tecniche la Federazione non può metterci il becco».
    E perché la sua esclusione dovrebbe essere qualcosa di diverso da una mera scelta tecnica?
    «Ripeto: io faccio parte del gruppo degli atleti nazionali da quasi dieci anni e come Team Constantini abbiamo lavorato insieme in questo quadriennio, sempre all'interno della selezione nazionale per prepararci al meglio per i Giochi. E a meno di un mese dalle Olimpiadi sono stata esclusa per lasciare il posto a una ragazza che non ha mai rappresentato finora la nazionale senior in una competizione internazionale. Fosse stata una scelta tecnica avrebbero potuto sperimentare molto prima e poi valutare, spiegando le motivazioni alle dirette interessate».
    Cos'hanno detto le sue compagne?
    «Ci siamo parlate a lungo, ho ricevuto tanti messaggi di sportivi dall'Italia e dall'estero. Ho sentito una grande vicinanza da tutto il movimento, che però, purtroppo, non cambia le cose».
    Cosa farà ora?
    «L'unica cosa che non possono togliermi è la passione per il curling. Questo mi farà continuare ad allenare e a credere che sono un'atleta forte in grado di fronteggiare qualsiasi sfida. Anche questa». —
  4. Opposizioni sulle barricate: "Fatto grave". Il nodo della Sanità: si punta sulla sospensione dei mutui per liberare risorse
    Regione, i revisori bocciano il bilancio La giunta: "Da ottobre i dati sono cambiati"

    alessandro mondo
    La sospensione della quota capitale dei mutui contratti nel tempo con Cassa Depositi e Prestiti, Dexia e Intesa Sanpaolo per liberare risorse da destinare, almeno in parte, per la copertura della Sanità.
    È l'operazione a cui sta lavorando la Regione, peraltro impegnata nella partita più generale del bilancio da approvare entro fine mese. Giornata tumultuosa, quella di ieri, e segnata da nuove polemiche tra giunta e maggioranza. La quale ha scoperto che sul bilancio il parere dei revisori dei conti, non allegato al documento, è negativo. Quanto è bastato, e avanzato, per mandare su tutte le furie i capigruppo di minoranza - da Pentenero (Pd) a Ravinale (Avs), da Disabato (M5s) a Nallo (Stati Uniti d'Europa per il Piemonte), indignati per l'omissione e preoccupati per il verdetto dei revisori: «"Si tratta di una mancanza grave perché il parere del Collegio dei Revisori dei conti è un allegato indispensabile per l'analisi tecnico politica delle cifre e l'approvazione del bilancio. In assenza di questo documento viene meno la possibilità di un esame consapevole e trasparente da parte del Consiglio».
    Un parere, quello dei revisori, che però non sembra preoccupare la giunta, assai più attenta alla Corte dei Conti. Tanto più che, spiegano tanto dagli uffici del Bilancio quanto da quelli della Sanità, il parere negativo è stato redatto dal precedente Collegio dei revisori sulla base di un disegno di legge risalente allo scorso ottobre. Va da sè che nel frattempo il testo è stato modificato nel corso della discussione in Consiglio. In ogni caso, toccherà al nuovo Collegio dei revisori, insediatosi a inizio anno, valutare la versione aggiornata.
    Quanto alla Sanità, e come detto in premessa, la Regione è alle prese con il nodo che deve sciogliere ogni anno, da anni: trovare risorse per ripianare il disavanzo. E questo, anche se dalla giunta non vogliono sentire parlare di "disavanzo" o di "buco" ma di maggiori investimenti.
    Ieri l'assessore al Bilancio Andrea Tronzano ha spiegato che la trattativa in corso con CdP, Dexia e Intesa potrebbe consentire un margine che potrebbe arrivare a 130 milioni. Una trattativa che andrà oltre il termine di approvazione del 30 gennaio e che quindi presupporrà una variazione. Un lasso di tempo utile per capire come chiuderà la Sanità.
    Sia come sia, come sempre la Regione interverrà inserendo fondi regionali per coprire i maggiori investimenti fatti dalla giunta oltre a quanto lo Stato trasferisce come fondi. Si tratterà di capire se l'operazione, concessa dallo Stato, andrà in porto. Una cosa pare assodata: tagliare da altri capitoli di bilancio per sostenere la Sanità è sempre più difficile, se non impossibile. —

 

20.01.26
  1. AVETE VOTATO CIRIO ECCO I RISULTATI : Il 2 febbraio l'azienda incontrerà la filiera per promuovere investimenti in Africa
    Stellantis punta sul mercato algerino e chiama a raccolta l'indotto torinese
    Stellantis rilancia la sua strategia industriale in Algeria e chiama a raccolta le imprese torinesi della filiera dell'auto.
    Il 2 febbraio, nella sede dell'Unione Industriali, si terrà l'evento "Stellantis Algeria meets Turin companies", dedicato alle opportunità di fornitura e collaborazione legate allo sviluppo del progetto Stellantis nel mercato automobilistico nordafricano. L'incontro, gratuito per le aziende iscritte alle associazioni di Confindustria, intende creare ponti tra Torino e l'espansione industriale algerina.
    Il mercato automobilistico algerino sta vivendo una fase di forte espansione, spinta dall'aumento della domanda di veicoli nuovi e usati e da politiche di investimento settoriali. Nel 2024 la produzione locale ha raggiunto circa 30 mila veicoli, con l'obiettivo di aumentare ulteriormente i volumi entro il 2026. Stellantis e i suoi partner algerini puntano a costruire una rete di fornitura localizzata, con benefici per le imprese italiane che vogliano investire o avviare linee produttive in loco: riduzione dei costi logistici, tempi di consegna più rapidi e collaborazioni tecnologiche in ottica di innovazione e sostenibilità delle produzioni.
    L'Algeria non è più soltanto il sito dove assemblare modelli Fiat. Secondo gli annunci più recenti, Opel ha scelto il Paese per aprire il suo primo stabilimento produttivo fuori dall'Europa, rafforzando così la presenza di Stellantis nella regione Africa e Medio Oriente.
    Il nuovo sito produttivo punta a integrare la rete industriale esistente e a servire il mercato locale e regionale con modelli Opel assemblati direttamente in Algeria. Questa mossa rappresenta una significativa espansione della presenza internazionale di Opel e, più in generale, del gruppo Stellantis nel continente africano.
    Altri piani di sviluppo includono l'espansione dello stabilimento già operativo a Tafraoui, nella provincia di Orano, inaugurato nel dicembre 2023, dove attualmente si producono modelli Fiat e dove è prevista una capacità produttiva di circa 90 mila veicoli all'anno entro il 2026. Il sito è destinato a diventare un hub centrale per la regione Medio Oriente e Africa e potrebbe accogliere modelli di altri marchi del gruppo in futuro.
    L'evento torinese mira a far conoscere alle aziende italiane, in particolare quelle di componentistica, le possibili sinergie produttive con Stellantis Algeria, comprese le opportunità di avviare linee di produzione o di approvvigionamento locale. La collaborazione potrà includere non solo la fornitura di pezzi o materiali, ma anche progetti congiunti di innovazione tecnologica e sostenibile, coerenti con le strategie globali del gruppo. La costruzione di rapporti industriali duraturi con il mercato algerino potrebbe favorire lo sviluppo di un ecosistema di fornitura competitivo, affidabile e profondamente integrato, con ricadute positive anche per il sistema produttivo italiano.
    In un momento in cui il settore europeo affronta sfide complesse, dall'incertezza della domanda alla transizione tecnologica, l'espansione in mercati emergenti come l'Algeria rappresenta un'opportunità per consolidare la competitività delle aziende italiane. E la presenza di Stellantis, con marchi storici come Fiat e Opel, potrà servire da leva per nuove collaborazioni industriali. l. d. p.
  2. Individuati i profili di individui che potrebbero sostenere il distacco dell'isola dalla Danimarca
    Spie, satelliti, intercettazioni e radar Così gli Usa alimentano il separatismo
    new york
    La passione degli Stati Uniti per la Groenlandia non è una prerogativa di Donald Trump. Nel 1867 Washington mostrò interesse per il territorio autonomo della Danimarca, chiedendo a Copenaghen quanto sarebbe costata. Nel 1946, subito dopo la Seconda guerra mondiale, gli Usa misero sul piatto cento milioni di dollari ricevendo un netto diniego dalla corona danese. Esiste quindi una continuità storica, che arriva ad oggi, al 47esimo presidente americano, e che riflette una "linea strategica" di lungo periodo, come ha sottolineato il segretario al Tesoro, Scott Bessent. Tanto da spingere la Casa Bianca a chiedere alle agenzie di intelligence di intensificare le proprie attività sul dossier. Agli inizi di maggio diversi alti funzionari, sotto la guida del direttore dell'Intelligence Nazionale Tulsi Gabbard, hanno inviato un «messaggio di priorità di raccolta informazioni ai capi delle agenzie», riferisce il Wall Street Journal. L'ordine si focalizzava sul movimento indipendentista locale e sull'atteggiamento della popolazione nei confronti dello sfruttamento delle risorse da parte americana. Attraverso l'impiego di tecnologie satellitari di sorveglianza, intercettazioni e l'operato di spie sul terreno, si sono così identificati profili, in Groenlandia e Danimarca, di persone che sostenevano gli obiettivi statunitensi nell'isola più grande al mondo.
    Il coinvolgimento dell'apparato di spionaggio riflette la determinazione di Trump nell'opera di cooptazione della "Terra dei ghiacci": il motivo non è squisitamente economico o energetico. Le risorse naturali presenti sull'isola sono rilevanti: terre rare, metalli, petrolio tra le altre. Il forziere del sottosuolo è tuttavia di difficile accesso a causa delle condizioni ambientali e logistiche del territorio. «Lo ha sperimentato anche la Cina, che dal 2009 aveva avviato diversi investimenti minerari sull'isola: oggi di quei progetti non resta praticamente nulla – spiega l'osservatorio Aliseo –. Nel 2017, quando Trump chiese alla Danimarca di revocare le licenze alle aziende cinesi, nessuna delle miniere controllate da Pechino aveva iniziato l'attività». Il vero nodo è piuttosto la posizione geografica che ne riflette un vantaggio strategico dal punto di vista militare e commerciale. L'isola più grande del Pianeta è una porta di accesso all'Atlantico settentrionale e alle rotte artiche. E consente il controllo sul corridoio Giuk (Groenlandia–Islanda–Regno Unito) rivelandosi piattaforma ideale per proiettare la presenza militare verso il Polo Nord e, al contempo "trincea" per la difesa, o la minaccia interna. «La Russia ha costruito e ristrutturato decine di basi militari nell'Artico, molte delle quali risalgono all'epoca sovietica – riferisce il centro studi Aliseo –. La Nato, al contrario, è rimasta indietro, anche sul fronte della flotta rompighiaccio, fondamentale per operare nelle acque artiche». Il valore strategico è rilanciato ora dal "Golden Dome", il sistema missilistico in grado di neutralizzare vettori balistici, da crociera e ipersonici, che il Pentagono sta realizzando.
    Oltre al rafforzamento militare di Mosca, un fattore trainante è l'innalzamento delle temperature globali, e il conseguente scioglimento dei ghiacci che aprono nuove rotte commerciali. Dietro l'accelerazione di Trump sul dossier, c'è infatti la recente inaugurazione della China-Europe Arctic Expressway. È la nuova rotta marittima che abbatte i tempi di transito dalla Cina all'Europa a circa 18-25 giorni, rispetto agli oltre 40 delle vie d'acqua tradizionali, navigando attraverso il Canale di Suez, quindi a nord-est nello Stretto di Bering e lungo la costa russa. A inaugurarla è stata l'Istanbul Bridge, la prima nave container, che ha completato la rotta in 26 giorni.
    Al momento non vi è una presenza russa o cinese in Groenlandia, ma Washington teme che lo status quo possa non rimanere tale. Per Trump è cruciale pertanto avere mani libere sull'isola, dove ora gli Usa possono contare solo sul presidio militare della base spaziale di Pituffik. L'obiettivo è realizzare infrastrutture, installare sistemi d'arma, dotarsi di una flotta di rompighiaccio e, più in generale, blindare il dispositivo strategico nell'Artico, inaugurando così la nuova era polare a stelle e strisce. fra.sem. —
  3. Al Forum in Svizzera la sfida sul multilateralismo con 64 leader ma Copenaghen diserta
    A Davos scontro sulla globalizzazione Donald imporrà la linea nazionalista
    INVIATO A DAVOS
    L'arrivo di Trump si sente al World Economic Forum. Davos non è mai stata così politicamente esposta come in queste ore, mentre la prima parte della delegazione americana raggiunge la località alpina e il convoglio presidenziale viene annunciato da un dettaglio che vale come un segnale: un C-17 dell'Air Force atterra per garantire logistica e sicurezza al presidente degli Stati Uniti. È la Davos di Donald Trump, ed è una Davos diversa, perché il forum che da mezzo secolo rappresenta il cuore della globalizzazione diventa il teatro di una sfida aperta a quell'ordine. Trump arriva con l'obiettivo di imporre un'agenda nazionalista e transazionale in un luogo nato per il multilateralismo, l'interdipendenza economica e il coordinamento globale.
    Il presidente è atteso mercoledì per un discorso speciale, ma la sua presenza ha già cambiato il clima del World Economic Forum 2026, che riunisce oltre 3.000 delegati da più di 130 Paesi, tra cui 64 capi di Stato e di governo, ma i leader della Danimarca non saranno presenti in polemica con Trump. L'agenda è stata in parte travolta dalle mosse di Washington: dalle minacce di nuovi dazi contro diversi Paesi europei alla richiesta che gli Stati Uniti assumano il controllo della Groenlandia, un dossier che per l'Europa tocca sicurezza, sovranità e diritto internazionale. Fonti diplomatiche confermano che il tema è stato inserito d'urgenza nelle riunioni di sicurezza previste a margine del forum, segno di quanto Davos sia diventata un'estensione del confronto geopolitico.
    Trump incontrerà i leader dell'economia globale in un ricevimento organizzato dopo il suo intervento, su invito diretto della Casa Bianca. Amministratori delegati di grandi gruppi finanziari, tecnologici e della consulenza parlano di un appuntamento riservato, senza un ordine del giorno ufficiale. È una rottura con la tradizione di Davos, fondata su panel pubblici e dichiarazioni condivise, e riflette la preferenza del presidente per il rapporto diretto e bilaterale con il capitale globale.
    Il contrasto è evidente anche fuori dal Congress Centre, dove la presenza massiccia di Big Tech domina la scena con padiglioni, hotel brandizzati e spazi dedicati a intelligenza artificiale, dati e nuovi modelli economici. È il volto del capitalismo globale che cerca regole comuni. A pochi metri, però, l'arrivo della delegazione americana introduce una narrazione opposta: una superpotenza che usa il proprio peso economico, tecnologico e militare come leva politica, anche verso alleati storici. Nel suo intervento, secondo funzionari della Casa Bianca, Trump parlerà soprattutto di politica interna - costo della vita, casa, crescita - ma si rivolgerà anche in forma diretta agli europei, chiedendo un cambio di rotta contro quella che definisce stagnazione economica. Il nodo della Groenlandia resta centrale. Regno Unito, Danimarca, Francia, Germania e altri Paesi nordici hanno diffuso una dichiarazione congiunta contro le pressioni americane, avvertendo che rischiano di minare le relazioni transatlantiche. Tentativi di mediazione non hanno cancellato la tensione che attraversa il forum. Sul tavolo c'è anche la guerra in Ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky è presente e spera in un incontro con Trump per discutere garanzie di sicurezza legate a un possibile cessate il fuoco. La delegazione americana è la più numerosa mai vista a Davos, con figure chiave della diplomazia e dei negoziati. Ufficialmente non sono previsti bilaterali, ma l'aspettativa di intese informali è diffusa. Anche sul fronte di Gaza.
    Per Trump, Davos resta un luogo ambiguo. Dopo gli scontri verbali del passato, oggi torna da presidente rafforzato, deciso a riaffermare la leadership americana secondo le proprie regole. Anche da un punto di vista fisico, con due "US House" sulla Promenade, una delle quali di fronte a Palantir, il colosso di Alex Karp che sta ridefinendo la Difesa globale. L'Europa arriva indebolita, tra crescita fragile e interrogativi sulla sicurezza, nonché sulla propria credibilità. La Davos di Trump rende questa frattura visibile. È uno scontro di visioni - globalismo regolato contro sovranismo assertivo - che va oltre il forum e che, questa settimana, passa dalle Alpi svizzere. f.gor.
  4. Treni europei sicuri ma non infallibili Dove e perché resta il rischio sui binari
    paolo baroni
    roma
    l1Quanto sono sicuri i treni europei?
    Di partenza va detto che le ferrovie sono uno dei sistemi di trasporto più sicuri. Ovviamente non è indenne da incidenti. Stando a Eurostat nel corso del 2024 si sono registrati 1.507 incidenti classificati come «significativi» per un totale di 750 persone decedute (-39,8% rispetto al 2010) ed altre 548 ferite gravemente. Tolti i suicidi oltre il 98% dei decessi è causato da persone che attraversano i binari in zone vietate o da incidenti ai passaggi a livello.
    l2Quali sono i Paesi più a rischio?
    Il più alto numero di incidenti ferroviari tra i Paesi dell'Ue spetta alla Germania con 366 episodi, seguita dalla Polonia con 220. Insieme, questi due Paesi hanno registrato oltre un terzo (38,9%) di tutti gli incidenti ferroviari significativi che si sono verificati nel 2024. Seguono poi la Francia (140 incidenti), l'Italia con 103 e la Romania con 90. La Spagna a sua volta ha registrato «solamente» 57 incidenti. Per contro, nel 2024 l'Irlanda ha segnalato solo 1 incidente ferroviario significativo, appena 2 il Lussemburgo.
    l3In quali Paesi si sono verificati più decessi?
    Un totale di 5 Paesi ha registrato 4 o più morti per migliaia di chilometri di binari ferroviari: si tratta di Portogallo (6,2), Ungheria (5,8), Slovacchia (5,7), Lituania (4,6) e Polonia (4,3). Cinque Paesi hanno registrato meno di una mortalità per mille chilometri di binari: si tratta di Austria, Finlandia, Estonia e Irlanda e (fino a ieri) Spagna. Anche l'Italia è posizionata nella parte alta di questa classifica.
    l4In dettaglio qual è la situazione italiana?
    Secondo l'ultimo rapporto della nostra autorità per la sicurezza ferroviaria, l'Ansfisa (Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali), il numero complessivo di incidenti significativi nel decennio 2015-2024 è sostanzialmente stabile. Nel 2024 si è però registrato un calo rispetto ai due anni precedenti: 103 incidenti rilevanti contro 109-113: appena 6 le collisioni tra treni, 4 i deragliamenti, zero i morti (come anche nel 2023) per entrambe queste due tipologie di incidenti. Se si analizzano gli 86 decessi che si sono registrati nel 2024 (102 nel 2023) ben 80 hanno riguardato persone investite da materiale rotabile, 5 incidenti ai passaggi a livello, mentre un altro decesso è stato prodotto da cause di altro tipo.
    l5Ma come vengono controllati i nostri treni?
    Di partenza, se prendiamo ad esempio gli Etr 1000 gestiti da Trenitalia, si fa riferimento alla diagnostica predittiva che è integrata in ogni treno Av: un computer che rileva in tempo reale tutti i parametri e tutti i dati vengono trasmessi a una sala centrale che li analizza. Nel caso di una usura anomala, come ad esempio quella di una delle ruote d'acciaio del convoglio, scatta la segnalazione ed il treno va subito in manutenzione. Un treno AV viene comunque sottoposto a manutenzione corrente ogni 10 giorni, mentre ogni due anni e mezzo e circa 1.250.000 chilometri percorsi viene sottoposto a manutenzione ciclica.
    l6Come vengono controllate invece le linee ferroviarie?
    In Italia i controlli che effettua Rfi sono demandati ad appositi carri diagnostici identificabili con la livrea giallo-blu. Servono sia a fare le verifiche ogni qualvolta vengono effettuati nuovi interventi sui binari, come quelli che sembrano all'origine del disastro spagnolo, sia per effettuare poi controlli periodici su binari e rete elettrica di alimentazione. «Archimede» è il nome del principale treno misure di Rfi: è entrato in servizio nel 2003 ed in grado di effettuare una serie completa di misure integrate (binari, linea aerea, segnalamento). C'è poi «Diamante 2.0», treno diagnostico di ultima generazione, utilizzato per l'alta velocità e le linee a maggior traffico, dotato di sensori avanzati per l'analisi predittiva. «Aldebaran 2.0» è invece una carrozza diagnostica specializzata nel monitoraggio della linea elettrica.
    l7Oltre a quelli effettuati direttamente dalle imprese che gestiscono rete e convogli, ci sono altri di tipi di controlli?
    In Italia i controlli sulla sicurezza delle ferrovie sono demandati, come detto, all'Ansfisa. Sotto la sua lente finiscono i 18 mila chilometri di rete ferroviaria, 9 diversi gestori di rete e le attività di 95 imprese ferroviarie merci e passeggeri per un totale di 10 mila treni giorno. L'Ansfisa effettua sia verifiche sulle procedure di sicurezza adottate dalle varie imprese sia verifiche sul campo su convogli e infrastrutture.
    l8Che esito hanno dato i controlli dell'Ansfisa?
    Nel corso del 2024 l'Ansfisa ha effettuato 23 ispezioni a carico di 8 gestori su un totale di 2.270 km di linea verificando irregolarità su 192, per lo più è stata contestata una insufficiente manutenzione dei segnali lungo la linea ed una generale e diffusa presenza di vegetazione infestante. Per quanto riguarda invece i treni ne sono stati verificati direttamente 1.095, 33 le imprese coinvolte analizzando 8.468 elementi, tra veicoli e operatività del personale con mansioni di sicurezza: 465 irregolarità riscontrate relative essenzialmente alla manutenzione dei veicoli e all'operatività del personale. Le verifiche potrebbe essere anche di più ma l'Ansfisa sconta una significativa carenza di personale avendo in organico 445 persone sulle 668 previste. —

 

19.01.26
  1. Negli ultimi sei mesi, il numero di società italiane controllate da capitali russi è, misteriosamente, quasi raddoppiato. Il loro giro d’affari arriva a 2,5 miliardi di euro, oltre dieci volte più che in Francia. Un aumento così rapido nel numero delle imprese a controllo russo risulta un’anomalia assoluta fra i Paesi europei che impongono sanzioni contro Mosca.
    Ma le ragioni dietro quest’espansione improvvisa restano così opache da sollevare dei sospetti: proprio in questi mesi l’Ofac, l’«Office on Foreign Assets Control» del Tesoro americano, ha lanciato un allarme sull’aggiramento delle misure finanziarie contro Mosca.
    [...] dal dicembre 2023 [...] l’Unione europea approva il dodicesimo pacchetto di sanzioni che, per la prima volta, richiama l’articolo «5R» di un regolamento europeo (833 del 2014) sull’obbligo di rendicontazione delle imprese. In questo caso, diventa necessario registrare ogni sei mesi il numero e l’identità delle società basate nell’Unione europea che abbiano azionisti russi al 40% del capitale o più.
    L’obiettivo: tracciare i flussi di denaro in uscita da quelle imprese verso Paesi esterni all’Ue, in modo da valutare se Mosca stia utilizzando quei canali per alimentare la propria macchina bellica.
    Moody’s, l’agenzia di analisi finanziaria, raccoglie questi dati e li fornisce a governi, imprese o banche preoccupate di rispettare in pieno le sanzioni. [...] il numero di aziende a controllo russo sale, negli ultimi sei mesi, da 2.564 a 4.497. È un contingente di quasi duemila in più e determina un aumento netto nell’Ue.
    È un balzo del 75% che porta l’Italia ad essere il terzo Paese dell’Unione per numero di società a controllo di cittadini o imprese russe. I primi due sono Bulgaria e Repubblica Ceca, che però hanno legami più antichi e radicati con il Paese di Vladimir Putin.

    Per l’Italia si tratta di un aumento improvviso, dato che nei sei mesi precedenti non era cambiato quasi niente. Ed è un fenomeno unico in Europa. Gli altri Paesi mostrano una presenza di aziende a controllo russo in calo o stabile (con la limitata eccezione dell’Estonia, che ospita una cospicua minoranza russa e confina con il Paese).



    In Germania la contrazione è del 2% negli ultimi sei mesi, seguita a una del 22% nei sei mesi precedenti, fino a un numero di imprese inferiore a quelle dell’Italia. Anche in Francia il numero di imprese a controllo russo è in calo e pari a un terzo di quelle dell’Italia.
    «Capire da dove arrivino i fondi per la presa di controllo è impossibile», nota Nicola Passariello, direttore della Financial Crime Compliance di Moody’s per l’Europa del Sud e l’Africa. «La rendicontazione — spiega Passariello — si limita a identificare la cittadinanza o la sede degli azionisti delle imprese».
    Almeno in teoria il denaro per l’acquisizione di quote non potrebbe arrivare dalla Russia, perché la banca centrale di Mosca proibisce la circolazione di capitali in uscita dal Paese. Le nuove imprese a controllo russo in Italia dichiarano comunque fatturati molto bassi e si concentrano in settori come il turismo, l’accoglienza o l’immobiliare.
    Ma il loro giro d’affari totale nel complesso non è piccolo; è il più alto d’Europa, al pari della Germania: 2,5 miliardi di euro all’anno, con imprese concentrate nel commercio, nel manifatturiero, nei servizi professionali, nelle costruzioni, ma anche nelle «attività finanziarie e assicurative». L’Italia ha una delle strutture di vigilanza antiriciclaggio più robuste al mondo. Presto, avrà molto da fare.
  2. Tariffe e ritorsioni, qual è l'impatto
    marco bresolin
    corrispondente da bruxelles
    l1Che cosa succede se gli Stati Uniti impongono dazi soltanto ad alcuni Stati membri in risposta al dispiegamento di truppe in Groenlandia?
    La politica commerciale è una competenza esclusiva dell'Unione europea, il che vuol dire che ogni provvedimento deve essere deciso a livello Ue (con il voto a maggioranza qualificata degli Stati membri). Un Paese terzo può imporre dazi selettivi solo ad alcuni Stati Ue (che peraltro potrebbero essere facilmente aggirabili, visto che in Europa c'è un mercato unico), ma quel che è certo è che l'eventuale risposta deve essere congiunta.
    l2Vuol dire che le eventuali ritorsioni non possono essere adottate soltanto dai Paesi presi di mira?
    No, se l'Ue decidesse di aumentare i dazi o di introdurre altre restrizioni di tipo commerciale nei confronti degli Stati Uniti, tutti gli Stati sarebbero obbligati ad applicare le misure. Proprio perché si tratta di una competenza esclusiva, non è possibile negoziare accordi commerciali in via bilaterale.
    l3Che fine ha fatto l'accordo siglato l'anno scorso in Scozia tra Ursula von der Leyen e Donald Trump?
    I due leader avevano concordato – tra le altre cose – l'applicazione di dazi al 15% sulla maggior parte dei prodotti provenienti dall'Unione europea, mentre gli Stati Uniti avevano ottenuto l'azzeramento delle tariffe su una serie di prodotti, soprattutto nel settore industriale, ma anche in agricoltura. Quell'intesa, però, non è entrata ancora in vigore da un punto di vista giuridico da parte europea.
    l4Perché?
    Gli Stati Uniti hanno già adottato gran parte dei provvedimenti per via legislativa, mentre l'iter europeo non si è ancora concluso perché manca la ratifica del Parlamento europeo.
    l5Quando è prevista?
    Al momento c'è molta incertezza. I gruppi del centrosinistra al Parlamento europeo – socialisti, verdi e liberali, molto critici nei confronti dell'intesa siglata da von der Leyen – avevano proposto di congelare la ratifica, anche a causa dell'aumento dei dazi americani sull'acciaio e l'alluminio europei. In seguito alle minacce di Trump, anche il Partito popolare europeo ha deciso di congelare la ratifica dell'accordo commerciale.
    l6E quali sono le conseguenze?
    La conseguenza più immediata è che, fino a quando non ci sarà il voto del Parlamento europeo, non cambierà nulla. E dunque restano in vigore i dazi che già esistevano prima dell'intesa scozzese. —
  3. La pace americana costa un miliardo a testa
    Fabiana Magrì
    Una cosa appare chiara nel Board of Peace (Bop) apparecchiato da Donald Trump: per entrare a farne parte, ciò che conta non è il pedigree diplomatico ma il peso specifico finanziario di una nazione. La quota di ammissione e permanenza per più di tre anni, infatti, è superiore al miliardo di dollari, con un meccanismo di adesione a pagamento che rischia di creare una gerarchia nei diritti di influenza. «Ciascuno Stato membro rimarrà in carica per un mandato non superiore a tre anni dall'entrata in vigore della presente Carta – si legge nello statuto che è trapelato integralmente sul sito di notizie israeliano Times of Israel –, salvo rinnovo da parte del Presidente», che è lo stesso Trump. Il limite temporale triennale «non si applicherà agli Stati membri che contribuiscono con più di 1.000.000.000 di dollari in fondi in contanti al Board of Peace entro il primo anno dall'entrata in vigore della Carta».
    Altrettanto chiaro appare l'orizzonte della missione di pace: non solo o non tanto Gaza (parola e luogo che nel documento non compare neanche una volta) quanto, potenzialmente, il globo. L'organizzazione internazionale, è scritto nel primo capitolo che descrive la mission, «si propone di promuovere la stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti» e «svolgerà le funzioni di costruzione della pace in conformità con il diritto internazionale», incluso «lo sviluppo e la diffusione di buone pratiche applicabili da tutte le nazioni e comunità che perseguono la pace». Non stupisce quindi che, alla luce delle critiche manifestate apertamente dall'Amministrazione Trump nei confronti delle Nazioni Unite, si moltiplichino le indiscrezioni sull'intenzione del presidente Usa di creare un organismo destinato a fare concorrenza all'Onu. E come all'Onu, nel consesso internazionale messo in cantiere da Trump dovrebbero convivere realtà statuali che non dialogano direttamente tra loro, come Israele con Qatar, Turchia e Pakistan.
    Anche se ogni membro, specifica lo statuto, ha diritto a un voto, molte decisioni richiederanno l'approvazione del presidente del Bop o del suo comitato esecutivo, entrambi a traino Usa. Il peso delle decisioni rischia di essere centralizzato nelle mani di pochi e fortemente legato all'agenda statunitense. Tanto più che il Board può essere sciolto quando il presidente lo ritenga «necessario o appropriato».
    Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres per ora accoglie sportivamente la prospettiva del Bop e sostiene la libertà «di partecipare a diverse organizzazioni». Canada e Italia, Pakistan e Giordania: fra gli oltre 60 Paesi a cui è stato esteso l'invito accompagnato dallo statuto, escono allo scoperto le cancellerie che confermano di essere state raggiunte. Salire nel Board però comporta l'accettazione dei tredici capitoli del documento. Gli Stati Uniti – secondo il ToI, intendono tenere la prima riunione del Board of Peace mercoledì, a margine del World Economic Forum di Davos. —
  4. Anche le SS si chiamavano "forze di protezione". Quando un sistema è corrotto moltiplica le leggi
    Oggi "proteggere" vuol dire violenza La sicurezza di Trump è autocrazia
    chiara francini
    Viviamo nell'era dello stupro. Del peggiore. Quello del padre. Di chi crediamo grande, capace, forte. Di chi pensiamo debba difenderci. Di chi promette ordine e invece porta il caos.
    Veniamo abusati dal padre che promette casa, guida, certezza. Crediamo che sappia. Che ci prenda per mano. E invece ci stupra. Tenere in mano in modo possente la memoria insegna che la storia non significa semplicemente voltarsi indietro per vedere ciò che si è fatto. Significa avere la consapevolezza che il nostro presente è ancora scritto dal passato.
    Quando Tucidide, Tacito e Alessandro Manzoni parlano della peste, non parlano solo di una malattia. La peste è la caduta di ogni barriera. La caduta di ogni ordine valido.
    Ad Atene, nel V secolo, la pestilenza non distrusse solo i corpi. Distrusse la città come forma morale. La guerra civile e la malattia sbriciolarono l'orgoglio di una grande polis. Tucidide lo capì con feroce lucidità: non era una punizione divina, ma la manifestazione delle leggi dure e invariabili dell'esperienza umana («la peste tolse agli uomini il timore degli dèi e delle leggi»: quando cade il timore del limite, cade la legge stessa). Manzoni lo mostra nella peste lombarda del 1630 con la Colonna Infame. Colonna Infame è il nome lasciato a ciò che resta di un processo mostruoso costruito a Milano contro presunti "untori": innocenti accusati, torturati e uccisi non perché colpevoli, ma perché il potere doveva offrire un colpevole al panico collettivo. La giustizia non cercò la verità: servì a calmare la paura, a mostrare che l'autorità stava "facendo qualcosa".
    La colonna eretta sul luogo della loro casa doveva essere un monito; è diventata invece il segno eterno di quando la legge, piegata dall'emergenza, si trasforma in strumento di abuso. Come scrive Manzoni nella Storia della colonna infame, «la giustizia stessa divenne strumento d'iniquità»: non difese l'ordine, lo tradì. La Colonna Infame non racconta un errore giudiziario, ma il momento esatto in cui la paura diventa sistema. Tacito, invece, non parla di peste fisica, ma di peste morale. Quando l'autorità si sottrae alla legge, la violenza diventa sistema e la società si incrina dall'interno («corruptissima re publica plurimae leges»: quando lo Stato è più corrotto, le leggi si moltiplicano e diventano maschera del caos). È qui che torniamo a noi. Veniamo abusati perché lo stupro si veste da protezione. Perché la forza si presenta come casa. Perché la persecuzione si chiama difesa. Perché l'ordine promesso non ristabilisce nulla: riscrive le regole, elimina i limiti, riformula i confini. È così che oggi si può parlare del Venezuela come di una "liberazione". Come di un bene necessario. Come di un atto che dovrebbe sospendere ogni spirito critico. Ma la storia è spietata: liberare non rende giusto chi libera. Fare qualcosa di apparentemente buono non assolve il potere che lo compie.
    Chi "bonificava le paludi" era, comunque, un dittatore.
    È lo stesso schema quando si parla della Groenlandia come di qualcosa che si può prendere. Come se una terra fosse materia disponibile. Come se un confine fosse tracciato con righello e lapis. Quando i confini diventano correggibili e la forza decide cosa vale e cosa no, quella non è sicurezza. È peste. E la storia ci ha già mostrato dove porta.
    Hitler non arrivò urlando sterminio. Arrivò promettendo ordine. Dignità. Protezione. Padre della nazione. Le sue prime truppe, le SA, Sturmabteilung, Reparti d'assalto, non erano ancora l'orrore industriale che conosciamo: erano uomini di strada, milizie violente. Poi arrivò Heinrich Himmler. E quella violenza caotica venne organizzata, normalizzata, resa legale. Diventò SS, Schutzstaffel, Squadre di protezione. La peste fece il suo salto di qualità. È qui che il parallelismo diventa il male. Oggi una donna bianca di trentasette anni viene uccisa a Minneapolis da forze dello Stato. Non in un "Paese del terzo mondo". Non in una dittatura dichiarata. Nel cuore dell'Occidente. Negli Stati Uniti d'America. E chi ha sparato a una madre di tre figli, inerme, fa parte di Ice, Immigration and Customs Enforcement: forze dello Stato, formalmente civili ma operativamente armate, che assomigliano così tanto a quelle milizie di transizione, le SA. Corpi reclutati ai margini, addestrati all'obbedienza prima che alla responsabilità, autorizzati a esercitare violenza prima che la legge. Che non difendono lo Stato. Ne anticipano la mutazione. La violenza che parte dall'alto non resta mai in alto. Scende. Quello che viene autorizzato nei palazzi diventa praticabile nelle strade. Quello che viene giustificato come necessario diventa normale. E così il caos amministrato si riversa sul popolo. È qui che l'Europa dovrebbe tremare ma alzarsi. Non accettare che l'uccisione di una donna diventi "ordine pubblico", non accettare che l'abuso si chiami sicurezza, non accettare che il padre torni a stuprare dicendo che è per il nostro bene. Questa è una soglia. È la nostra grande occasione: è la grande occasione dell'Europa. Non di essere innocenti, ma di essere adulti, essere finalmente uniti non per retorica ma per necessità. Perché siamo più anziani dell'America, sì, più antichi, più consumati, eppure ci comportiamo come se fosse lei il nostro "lord", il nostro padre, il nostro garante, come se la maturità fosse delegabile. Ma arriva un momento - lo dice Freud - in cui i genitori vanno uccisi: non nel sangue, nella dipendenza; non nel corpo, nell'autorità che ci tiene bambini. È l'età in cui un adolescente prende la porta e se ne va a vivere da solo, non perché odia la casa, ma perché capisce che restare significa non diventare mai adulto. È la nostra grande occasione: non di chiedere protezione, ma di assumersi il rischio della libertà. Perché ogni epoca ha un padre che promette ordine e produce dominio, e ogni generazione decide se restare figlia o diventare responsabile.
    L'Europa è giunta a quell'età, a quel limite. O riconosce la peste e smette di chiamarla sicurezza, oppure soccomberà, bella come la piccola Cecilia dei Promessi Sposi, ma morta. Non c'è altra via. Diventare Europa, oggi, significa questo: non delegare più il limite, non inginocchiarsi davanti a chi violenta chiamandolo salvezza. L'Europa o resta sotto tutela - e chiama protezione ciò che è dominio - oppure si separa e paga il prezzo dell'autonomia. Perché quando il limite salta in alto, i corpi pagano in basso. Perché finché chiamiamo padre chi ci stupra, meritiamo la peste. Ma se diventiamo grandi, questa può essere la nostra grande occasione. —

 

 

18.01.26
  1. In un messaggio su Truth Social, il presidente Usa ha alzato la tensione e ha annunciato nuovi dazi contro i Paesi che si sono mobilitati inviando truppe sulla grande isola
    Si alza ancora la tensione tra Stati Uniti e Europa. Dopo le minacce dei giorni scorsi da parte dell'amministrazione Trump e il dispiegamento di truppe europee in Groenlandia, il presidente Usa ha annunciato un nuovo pacchetto di dazi contro i Paesi che hanno inviato i loro soldati nella grande isola.

    "Abbiamo sovvenzionato la Danimarca, tutti i Paesi dell'Unione europea e altri Paesi per molti anni, non applicando loro dazi doganali o altre forme di remunerazione. Ora, dopo secoli, è tempo che la Danimarca restituisca il favore: è in gioco la pace mondiale! La Cina e la Russia vogliono la Groenlandia e la Danimarca non può fare nulla al riguardo", ha scritto Trump su sul social media Truth sabato.


    Criticando le difese della Groenlandia il capo di Stato Usa ha aggiungo: "Attualmente dispongono di due slitte trainate da cani come protezione, una delle quali aggiunta di recente. Solo gli Stati Uniti d'America, sotto la guida del Presidente Donald J. Trump, possono partecipare a questo gioco, e con grande successo! Nessuno toccherà questo sacro pezzo di terra, soprattutto perché è in gioco la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e del mondo intero".

    Poi l'attacco ai Paesi che hanno deciso di inviare truppe in Groenlandia: "Oltre a tutto ciò, Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia si sono recati in Groenlandia per scopi sconosciuti. Si tratta di una situazione molto pericolosa per la sicurezza e la sopravvivenza del nostro pianeta".

    "Questi Paesi, che stanno giocando una partita molto pericolosa, hanno messo in gioco un livello di rischio insostenibile e insostenibile. Pertanto, al fine di proteggere la pace e la sicurezza globali, è imperativo adottare misure forti affinché questa situazione potenzialmente pericolosa si concluda rapidamente e senza discussioni", ha aggiunto criticamente Trump e ha poi spiegato che a partire dal 1° febbraio 2026, a Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia verrà applicata una tariffa del 10% su tutte le merci inviate agli Stati Uniti d'America.

    "Il 1° giugno 2026, la tariffa sarà aumentata al 25%. Tale dazio sarà dovuto e pagabile fino al raggiungimento di un accordo per l'acquisto completo e totale della Groenlandia", ha detto ancora Trump.

    "Gli Stati Uniti cercano di concludere questa transazione da oltre 150 anni. Molti presidenti ci hanno provato, e per buoni motivi, ma la Danimarca ha sempre rifiutato. Ora, a causa della 'Golden Dome' e dei moderni sistemi d'arma, sia offensivi che difensivi, la necessità di acquisirla è particolarmente importante. Centinaia di miliardi di dollari vengono attualmente spesi per programmi di sicurezza relativi alla “Dome”, compresa la possibile protezione del Canada, e questo sistema molto brillante, ma altamente complesso, può funzionare al massimo del suo potenziale e della sua efficienza, a causa degli angoli, delle misure e dei confini, solo se questa terra è inclusa in esso", ha spiegato Trump attribuendo la volontà di impossessarsi della Groenlandia al sistema di sicurezza progettato per rilevare e distruggere missili balistici, ipersonici e da crociera prima del lancio o durante il volo.

    Trump poi ha chiuso il messaggio dicendosi aperto a negoziati.

    Costa: sicurezza sia risolta dalla Nato
    Nelle scorse ore, dal Brasile, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, aveva affermato che se gli Stati Uniti ritengono che ci sia un problema di sicurezza in Groenlandia, questo dovrebbe essere risolto all'interno della Nato. La Groenlandia è territorio della Danimarca, che è membro dell'Alleanza Atlantica, e gode delle stesse protezione degli altri Paesi membri. Nel frattempo, migliaia di persone sono scese in piazza in Danimarca per manifestare contro le minacce di Trump.
  2. Costa: "L'Ue resta ferma a difesa del diritto internazionale". Starmer: "Misure sbagliate"
    Copenaghen in piazza contro il Tycoon Macron: "Replicheremo in modo unito"
    emanuele bonini

    bruxelles
    Nuuk come Copenaghen in strada contro Donald Trump e le mire espansionistiche Usa sulla Groenlandia. Nella capitale dell'isola artica, che dipende dalla Danimarca per difesa e politica estera, in centinaia sfilano scandendo slogan contro le azioni statunitensi. Vengono mostrati striscioni con le scritte «americani andate via», «giù le mani dalla Groenlandia» e «la Groenlandia ai groenlandesi», mentre nella capitale danese le circa 20 mila riversatesi per le vie della città hanno messo in chiaro che «la Groenlandia non è in vendita» e intimato la Casa Bianca a rispettare la sovranità nazionale al grido di «Yankee go home!» (americani, andatevene!).
    Le nuove offensive statunitensi su un territorio non solo ricco di risorse naturali, ma divenuto improvvisamente più strategico che mai anche per la posizione geografica, non passano inosservate nel vecchio continente. I vertici Ue sono in Paraguay per la firma dell'accordo commerciale con i Paesi del Mercosur, ma ciò non impedisce al presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, di affermare che l'Ue «sarà sempre molto ferma nel difendere il diritto internazionale, ovunque, e naturalmente a partire dal territorio degli Stati membri dell'Ue».
    «I dazi minerebbero le relazioni transatlantiche e rischierebbero di innescare una pericolosa spirale discendente» ha aggiunto la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. E gli ambasciatori dei 27 Paesi dell'Unione si riuniranno oggi per un vertice di emergenza. Tra i leader degli Stati membri dell'Ue, il primo a rompere il silenzio è il presidente francese, Emmanuel Macron. «Nessuna intimidazione o minaccia ci influenzerà, né in Groenlandia né in nessun'altra parte del mondo», scandisce, per poi minacciare direttamente Trump di ritorsioni: «Le minacce di dazi sono inaccettabili e non hanno senso in questo contesto. Gli europei risponderanno in modo unito e coordinato, se saranno confermate».
    Il premier britannico Keir Starmer ha condannato i dazi annunciati da Trump definendoli «completamente sbagliati». Duri anche i toni usati dal primo ministro svedese, Ulf Kristersson: «Non permetteremo di farci ricattare». «Solo Danimarca e Groenlandia decidono sulle questioni che li riguardano», mette in chiaro. Ormai, denuncia, «è una questione dell'Ue che riguarda molti più Paesi di quelli ora presi di mira». Le parole del primo ministro svedese offrono bene il senso di una Ue che negli Stati Uniti ora vede più una minaccia che un partner.
    A livello europeo le reazioni arrivano alla spicciolata, perché le ultime uscite di Trump spingono le cancellerie ad un lavorio frenetico tutto nuovo per una risposta unitaria. Dall'altro capo del mondo il presidente del Consiglio europeo fa sapere di essere al lavoro per «coordinare una risposta congiunta degli Stati membri dell'Unione europea», ma il fuso orario è un elemento di disturbo in più per un'Europa già messa alla prova dai nuovi diktat a stelle e strisce. Da Berlino il portavoce del governo federale tedesco, Stefan Kornelius, si attiva per far sapere che il cancelliere Friedrick Merz si è immediatamente attivato per consultazioni con i Paesi vicini. «Insieme decideremo le risposte appropriate al momento opportuno», si limita a dire senza entrare più nel dettaglio. Certo è che l'Ue ragiona, dopo le dichiarazioni e le reazioni verbali del caso, ad una nuova strategia anti-Trump che serva a rispondere sul fronte commerciale quanto sul fronte territoriale.
    Evidentemente l'aver annunciato un presidio militare della Groenlandia con truppe di Svezia, Norvegia, Francia, Germania e Regno Unito non è servito a far cambiare idea al presidente degli Stati Unti, con cui si prepara una nuova stagione di tensioni. —
  3. l senatore Borghi: "Vado a festeggiare i dazi di Trump alla Francia e alla Germania"
    Riesplode la polemica fra Crosetto e la Lega "Assurdo gioire per le tariffe ai nostri alleati"

    francesca del vecchio
    milano
    L'esultanza espressa dalla Lega ai nuovi dazi annunciati dal presidente americano Donald Trump contro Francia e Germania apre una nuova frattura politica nella maggioranza di governo. L'ennesima sul fronte della politica estera tra il Carroccio e gli alleati Fratelli d'Italia e Forza Italia.
    Il tweet del senatore leghista Claudio Borghi, che annuncia di «andare a festeggiare» i dazi, viene accolto con irritazione in ambienti di governo. Ma non è stato il solo. Prima ancora c'era stato il post pubblicato dall'account ufficiale del partito del vicepremier Matteo Salvini: «Altri dazi di Trump? La smania di annunciare l'invio di truppe di qua e di là raccoglie i suoi amari frutti. Bene per l'Italia essersi chiamati fuori da questo bellicismo, parolaio e dannoso, dei deboli d'Europa».
    La replica del ministro della Difesa Guido Crosetto è secca e lascia pochi spazi alla cortesia istituzionale: «Non c'è nulla da festeggiare nell'indebolimento economico di nostri alleati che sono anche tra i nostri maggiori partner commerciali e industriali», dichiara il ministro. «Non stiamo facendo il tifo tra Milan e Inter – aggiunge – e quindi dovremmo auspicare che tra i nostri alleati prevalgano dialogo e buon senso. E quando non accade, lavorare per ricrearlo». Il riferimento è chiarissimo. L'imbarazzo anche. «In un mondo polverizzato – prosegue – dove si torna alla logica dell'"ognuno per sé e Dio per tutti" o a quella della potenza militare e delle risorse naturali, noi non siamo un vaso di ferro». Una presa di distanze politica rispetto all'esultanza leghista.
    Le misure minacciate dal tycoon, infatti, non nascono certo da una nuova stretta protezionistica, ma come conseguenza punitiva alle posizioni assunte da Parigi e Berlino sulla Groenlandia e sull'ipotesi di un rafforzamento della presenza militare europea nell'area. Ed è proprio questa natura ritorsiva a rendere più evidente il disagio di una parte dell'esecutivo italiano. In questo quadro, è il messaggio di Crosetto, plaudire alle sanzioni contro due Paesi alleati dell'Italia significa accettare una dinamica che rischia di colpire anche Roma, sia sul piano economico sia su quello diplomatico. La Lega legge invece la vicenda attraverso una lente diversa: l'ostilità verso l'asse franco-tedesco e la sintonia con l'impostazione trumpiana portano a interpretare lo scontro come un regolamento di conti legittimo, in cui ogni difficoltà di Parigi e Berlino viene vista come un riequilibrio dei rapporti di forza europei. Una posizione che però entra in tensione con la linea più prudente di Fratelli d'Italia e di una parte di Forza Italia. Non è un caso che la reazione del ministro arrivi rapidamente in un contesto internazionale segnato dal ritorno delle logiche di potenza in cui l'Italia ha interesse a mantenere alleanze stabili e canali di dialogo aperti.
    La politica estera, comunque, più di altri dossier, continua a essere un terreno di equilibrio instabile nell'esecutivo, dove convivono approcci profondamente diversi e non sempre compatibili.—
  4. Paolo Gentiloni
    "Così nell'Artico oltre ai ghiacci rischia di sciogliersi l'Alleanza"

    francesca schianchi
    roma
    «Un gesto che cancella la solidarietà atlantica». Questo è, per l'ex premier ed ex commissario europeo Paolo Gentiloni, la scelta di Donald Trump di introdurre dazi per quei Paesi europei che hanno inviato militari in Groenlandia. «È una decisione di una gravità enorme, l'annuncio di un atto di guerra economica ai propri alleati. Il rischio è che in Groenlandia oltre ai ghiacciai di sciolga anche la Nato».
    Un attacco violentissimo all'Europa.
    «È una minaccia che va presa molto sul serio, e mi auguro che la reazione dell'Europa sia all'altezza della situazione».
    I vertici Ue hanno promesso unità e compattezza: cosa si aspetta?
    «Che si mantenga la posizione decisa. I Paesi che hanno mandato militari non lo hanno certo fatto contro gli Usa o la Nato, ma per collaborare con la Danimarca alla sicurezza della Groenlandia. È una scelta che va mantenuta».
    È una scelta di molti Paesi europei ma non dell'Italia. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto dice che con 15 francesi e 15 tedeschi sembra una barzelletta.
    «Apprezzo il ministro Crosetto soprattutto per quello che sta facendo per l'Ucraina ma in questo caso c'è poco da ridere. La Groenlandia è enorme, ma ha solo 50mila abitanti: è normale che i numeri siano piccoli, anche i soldati americani sono 200. Inviare militari europei mi sembra faccia parte dei doveri dell'Unione. Mi colpisce che si tiri indietro proprio questo governo che, parlando dell'Ucraina, ha sempre invocato garanzie su modello dell'articolo 5 della Nato: ricordo che il trattato dell'Unione europea prevede identica solidarietà all'articolo 42».
    La premier dice che si può discutere di una presenza italiana solo in ambito Nato. Vista la ritorsione di Trump, penserà di aver avuto ragione.
    «Trump interviene forse in ambito Nato? Penso che la nostra sia una posizione sempre più debole e alla lunga poco sostenibile. Non si può ignorare che l'Alleanza atlantica non è più quella di una volta. Essere recalcitrante su tutte le decisioni, dall'Ucraina alla Groenlandia al Mercosur, non dà forza al Paese. Essere il governo più trumpiano d'Europa non giova all'Italia».
    Alla fine però, dall'Ucraina al Mercosur, Meloni si è allineata all'Europa.
    «Ma col passare dei mesi e le due rive dell'Atlantico che si allontanano, stare in mezzo diventa sempre più difficile. Mi rallegro del fatto che, fin qui, l'Italia alla fine abbia sempre scelto l'Europa, ma lo spazio per questa posizione intermedia si restringe. E a furia di trascinare i piedi, rischiamo di perdere completamente rilevanza».
    Pensa ci sia il rischio di un'aggressione americana alla Groenlandia?
    «Penso che il rischio di un intervento militare sia minimo, se non altro perché ho visto sondaggi secondo cui il 96 per cento degli americani sarebbe contrario. Ma ribadisco che Trump va preso molto sul serio: cercherà di incunearsi nelle tensioni mai del tutto risolte tra Groenlandia e Danimarca e di convincere gli abitanti dell'isola con incentivi economici. Un'operazione comunque non facile, a patto che gli europei, anche dopo la minaccia dei dazi, mantengano la posizione».
    Qual è la ragione per cui Trump vuole la Groenlandia, secondo lei?
    «Né la sicurezza nazionale, né ragioni economiche: penso che Trump sia mosso dal desiderio di un'eredità da lasciare come presidente, e cioè appuntarsi al petto la medaglia di quello che è riuscito a far crescere l'America e acquisire il cinquantunesimo stato. Aveva pensato al Canada, ma è un boccone troppo grosso e ha spinto il premier Carney a normalizzare i rapporti con la Cina, così ora ha ripiegato sulla Groenlandia».
    Sfidando un'Europa che si trova spesso schiacciata tra autocrati e prepotenti.
    «Fra le iniziative di Trump, la pressione di Putin, la Cina che sta inondando i nostri mercati per sfuggire ai dazi americani, potremmo dire che l'Europa è sotto assedio. La novità sono i segnali di risposta che comincia a dare, sulla Groenlandia come sull'Ucraina. La pazienza europea non è inesauribile, peccato solo che l'Italia non sia tra i protagonisti di questa prima risposta».
    Sull'Ucraina sembra un eterno ritorno alla casella di partenza: dopo settimane di trattative, di nuovo Trump ha incolpato il presidente Zelensky di non volere la pace.
    «È chiarissimo invece che è Putin a volere la guerra, e sa bene che da Trump non gli arriveranno le pressioni che sarebbero necessarie per fermarsi. La partita è nelle mani della resistenza ucraina e del sostegno europeo: ormai è evidente che sperare sia Trump a portare la pace, agendo su Putin, è fuori dalla realtà».
    Ma senza l'aiuto dell'America, Ucraina ed Europa ce la possono fare? Opinioni pubbliche e governi, a cominciare dal nostro, danno segnali di stanchezza.
    «Il sostegno economico e anche militare prosegue, a dispetto del titolo che viene dato ai decreti italiani. So bene che è difficile, ma ricordo che qualche mese fa, quando uscì quel bislacco piano per la pace che sembrava redatto a Mosca, molti dicevano: ormai è finita. E invece ucraini ed europei hanno dimostrato che senza di loro non si può imporre una pace».
    E per sostenere i manifestanti iraniani e contro la brutale repressione del regime, cosa può fare l'Europa?
    «Il fatto che Trump sia stato dissuaso da un intervento inutile e forse dannoso non deve significare che ora l'Occidente può restare indifferente. Bisogna cercare vie meno improvvisate per sostenere la resistenza, sia a livello di opinione pubblica che di governi. L'Unione ha usato le armi a disposizione, ripristinando le sanzioni, che però non agiscono dall'oggi al domani. Farsi sentire per noi europei è molto importante: che a Trump non interessi granché della democrazia mi pare evidente. Anche in Venezuela, più che a esportare democrazia si mira a importare petrolio. Siamo rimasti noi europei il principale baluardo al mondo per chi ha a cuore diritti e libertà». —
  5. Netanyahu: "Va contro la nostra linea politica" . Poi l'invito a unirsi
    Ira di Israele sulla governance per la Striscia

    «La composizione del consiglio di amministrazione di Gaza va contro la nostra linea politica». È la dura dichiarazione contro l'annuncio del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump rilasciata dall'ufficio del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyhu. Oltretutto, aggiunge la nota, «non è stato coordinato con Israele». Pertanto il premier dello Stato ebraico ha incaricato il ministro degli Esteri, Gideon Saar di affrontare la questione con il Segretario di Stato americano, Marc Rubio.
    La miccia della inedita reazione di Netanyahu al cospetto di Trump è l'inclusione, nel comitato esecutivo, di funzionari e rappresentanti di Turchia e Qatar, entità statali in forte opposizione con Israele. La loro presenza indigna Gerusalemme ma dimostra la diversa percezione del presidente Usa, che ne valorizza il ruolo di interlocurtori con Hamas.
    Secondo i media, lo statuto del Board of Peace – e un invito a unirsi – è stato inviato da Trump a circa 60 capi di Stato, tra cui Turchia, Egitto, Argentina, Indonesia, Italia, Marocco, Gran Bretagna, Germania, Canada e Australia. E anche a Israele. R.E. —
  6. Il capo della Casa Bianca: "È ora di una nuova leadership"
    La Guida Suprema sfida gli Stati Uniti
    «È ora di cercare una nuova leadership in Iran»
    . Sono le parole più simili a un appello per un cambio di regime che Donald Trump abbia mai pronunciato. E il presidente degli Stati Uniti le ha affidate a Politico. L'idea di un'azione muscolare sull'Iran non sembra in cima all'elenco delle – tante altre – priorità per il capo della Casa Bianca. Una primo raffreddamento dei toni è stato giustificato da Trump stesso con la soddisfazione per quella che ha descritto come «la migliore decisione che (Khamenei, ndr) abbia mai preso», cioè «di non impiccare più di 800 persone».
    Ma l'86enne Ayatollah, che è tornato a parlare in pubblico durante un evento religioso, non si fa problemi ad attaccare il presidente Usa: «Lo riteniamo responsabile delle vittime, dei danni e della diffamazione contro la nazione iraniana». E poi: «È stata una ribellione americana e il popolo l'ha schiacciata. L'intelligence americana e sionista ha addestrato i leader dei rivoltosi all'estero». È la classica narrativa del regime contro "il grande Satana" e "il piccolo Satana". La Guida Suprema ammette che ci sono state «migliaia di vittime» ma punta il dito contro chi «ha legami con Israele e Stati Uniti». Avverte che «i criminali interni e quelli internazionali non rimarranno impuniti» pur non avendo intenzione di «trascinare il Paese in guerra». Si aggiunge, al coro anti-Trump, anche il procuratore di Teheran, Ali Salehi. Respinto la versione americana secondo cui la sospensione delle impiccagioni pubbliche sia dipesa dall'appello del presidente Usa. «Sciocchezze inutili e infondate», le definisce, secondo quanto riportato dai media anti-regime Iran International e IranWire e dall'Ong Hrana. E senza entrare nei dettagli, il procuratore ha fatto sapere che sono state emesse incriminazioni, in molti casi legati alle proteste, e che i fascicoli sono stati inviati in tribunale per il processo.
    Nel botta e risposta, il Dipartimento di Stato americano si prende l'ultima parola. Sul profilo X in lingua farsi ha postato: «Come ha ripetutamente sottolineato il presidente Trump, tutte le opzioni restano sul tavolo. Non scherzate con lui». Fab.Mag.—
  7. Walz mobilita la Guardia nazionale e un giudice mette limiti all'azione degli agenti anti-migranti
    Sindaco e governatore sotto inchiesta "Hanno ostacolato l'ordine pubblico"

    simona siri
    minneapolis
    Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey per ora non vuole parlare. Niente interviste, solo un comunicato, ci dice la sua portavoce, contattata dopo la notizia che il dipartimento di giustizia ha avviato un'indagine penale contro di lui e contro il governatore del Minnesota Tim Waltz. L'accusa per entrambi è di aver cospirato per ostacolare l'operato degli agenti dell'Ice. «Questo è un evidente tentativo di intimidirmi per aver difeso Minneapolis, le nostre forze dell'ordine locali e i nostri cittadini contro il caos e il pericolo che questa amministrazione ha portato nelle nostre strade», si legge nella nota del sindaco. «Non mi lascerò intimidire. La mia priorità rimarrà sempre la stessa: garantire la sicurezza della nostra città. L'America ha bisogno di leader che si lascino guidare dall'integrità e dallo stato di diritto. Né la nostra città né il nostro Paese si piegheranno a questa paura. Rimaniamo saldi e irremovibili».
    È l'ultima mossa della guerra ormai in atto tra l'amministrazione Trump e le più alte cariche della città e dello stato del Minnesota. Una escalation iniziata con l'invio di tremila agenti Ice, fattasi più aspra dopo l'uccisione di Renee Good da parte di un agente lo scorso sette gennaio e proseguita con la minaccia di Trump di invocare l'Insurrection Act e quindi dichiarare il Minnesota uno stato ribelle. «Non credo di averne bisogno in questo momento», ha dichiarato ieri il presidente. Nel frattempo, mentre il dipartimento di giustizia metteva sotto indagine il sindaco Frey e il governatore Waltz, il giudice federale di Minneapolis Kate M. Menendez emetteva una sentenza che da ora in avanti impone restrizioni al modo in cui gli agenti federali possono trattare le persone che protestano contro la loro presenza. Secondo l'ordinanza, gli agenti non possono reagire contro le persone che «partecipano ad attività di protesta pacifica e non ostruzionistica» e non possono usare spray al peperoncino o altri «strumenti per disperdere la folla» come ritorsione per l'esercizio della libertà di parola. Il giudice ha anche stabilito che gli agenti non possono fermare o detenere i manifestanti a bordo di veicoli che non stiano «ostacolando o interferendo con la forza» con l'operato degli agenti stessi.
    La sentenza è il risultato di una causa intentata da alcuni attivisti fatta prima dell'uccisione di Good, avvenuta il 7 gennaio in circostanze che per il governo federale sono di auto difesa, per molti altri sono un uso esagerato della forza. Jonathan Ross, l'agente che ha sparato, difficilmente dovrà rispondere delle sue azioni: i funzionari federali hanno già fatto capire che non sporgeranno accuse contro di lui. Al contrario, vogliono indagare la moglie di Renee, Becca Good, presente sulla scena al momento del fatto e "protagonista" del video poi diventato virale - è lei che si scontra verbalmente con Ross prima degli spari – per eventuali legami che le due donne avrebbero avuto con attivisti locali, una decisione che ha spinto sei procuratori federali a dimettersi. «La tattica di Trump di usare il governo federale come arma contro i leader locali che si oppongono alle sue politiche autoritarie è un vecchio trucco che ha imparato dalle dittature», ha detto a La Stampa l'ex sindaca di Minneapolis Betsy Hodges, appena saputo dell'indagine. «Sta cercando sia di terrorizzare l'opposizione sia di creare le condizioni per il crollo dei governi locali e statali, in vista del regime che spera di instaurare. Trump non ha però tenuto conto della determinazione dei cittadini del Minnesota e del popolo americano». E in tutto ciò il governatore Walz ha mobilitato la Guardia nazionale per sostenere le autorità locali «qualora ce ne fosse bisogno». —
  8. Il Tycoon usa questo aggettivo per scatenare campagne d'odio all'estero e in patria
    Quella crociata contro gli "irrispettosi" per il mondo Maga sono i "so tto uomini"
    Mirella Serri

    «Trump stesso lo ha ammesso, sta creando un esercito interno di agenti dell'Ice per perseguitare gli immigrati. È l'equivalente della Gestapo o delle SS negli anni '30 e '40» non teme di esagerare l'ex sindaca di Minneapolis Betsy Hodges (nell'intervista a La Stampa del 15 gennaio 2026) quando paragona ai corpi speciali di Hitler la polizia di Donald Trump. Grilletto facile e metodi disumani portano oggi l'America negli anni Trenta hitleriani: Renee Nicole Good, cittadina statunitense, è stata uccisa da un agente per un futile motivo e, successivamente, sempre gli stessi sgherri dell'Ice hanno affrontato immigrati con sparatorie a tutto spiano. Ma le parole sono pietre e il linguaggio di Donald Trump è un macigno: c'è un dettaglio, per così dire, che accomuna la barbara e spietata esecuzione di Renee Nicole ad altri momenti significativi del primo anno di presidenza trumpiana, un dettaglio erroneamente trascurato: una parola usata dal presidente degli Stati Uniti per giustificare l'assassinio commesso dall'Ice. Il comportamento della vittima, ha detto Trump, è stato «molto irrispettoso» verso le forze dell'ordine. Già, proprio così: affermazione improbabile dal punto di vista della dinamica dei fatti. Ma tant'è: da anni l'inquilino della Casa Bianca usa a man bassa il termine "irrispettoso", in modo meccanico poiché per lui racchiude la quintessenza dell'aggressività e della ferocia con cui bollare chi viola il senso del potere e l'esercizio dell'autorità indiscussa secondo i suoi parametri.
    Trump nei comizi di solito è semplice, ripetitivo con frasi brevi e slogan ad effetto ("fake", "great", "tremendous") che sono come un pugno nello stomaco degli ascoltatori. Per definire qualcuno o qualcosa che non gli va a genio, e che ritiene di dover segnare con un marchio di infamia, Trump agisce guidato da un'ossessione e da una specie di coazione a ripetere. Come le SS dedicarono un loro scritto di propaganda del 1935 agli "untermenschen" (gli ebrei, gli slavi, gli africani e gli elementi asociali, gli omosessuali, i criminali, i mendicanti, i giramondo, i liberali, i democratici), Trump usa l'aggettivo "irrispettoso" quale sinonimo di "sotto uomo", di miserabile e inferiore che può essere schiacciato dal leader o dal Führer, che dir si voglia. Per esempio, quando il futuro presidente voleva demonizzare il rivale Ron DeSantis, candidato nel 2024 alle primarie del partito Repubblicano, lo etichettava come uno che disprezzava e offendeva il movimento Maga. Ron per Trump era "disrespectful to Maga": DeSantis copriva di fango e sterco il movimento che ha reso popolare l'Orange Man nelle campagne presidenziali del 2016 e 2024. E questo voleva dire «non essere patriottico».
    Trump segnalava così i reietti dal punto di vista ideologico, gli untermenschen d'America. Analogamente, la Cnn è stata attaccata a più riprese da The Donald come "very disrespectful to our movement", "irrispettosa" verso il movimento Maga, inteso come sinonimo di Nazione. Ripetutamente l'emittente televisiva è stata bollata dal comiziante sovranista come "nemico del popolo", allo stesso modo usato per delegittimare i dissidenti e giustificare le repressioni contro chi non si allinea e difende la verità o i valori democratici. "Irrispettosi", poi, per il presidente, sono i giudici che si accaniscono contro i suoi provvedimenti e le sue leggi, a suo avviso dimostrando di non aver rispetto per la Costituzione e nemmeno per l'America. Anche Joe Biden, in numerosissimi dibattiti, si è meritato la stessa definizione ed è diventato un "traditore" che ha offeso l'esercito. Biden è "disrespectful": la parola ripetutamente impiegata ha trasformato un disaccordo politico in offesa morale verso la patria e dunque verso Trump.
    Il personaggio più bersagliato come "irrispettoso" è Volodymyr Zelenskyj. Si è meritato questo epiteto in mondovisione, nel febbraio del 2025, in occasione del primo incontro ufficiale con il neo presidente nello Studio Ovale. La giacchetta informale dell'ucraino venne derisa e denigrata in quanto "irrispettosa", il suo tono venne definito insolente, le richieste di aiuti militari assolutamente inopportune e lui stesso designato come persona ingrata ed esigente. L'ucraino offendeva il Capo a stelle e strisce.
    La disamina trumpiana affidata al termine "irrispettoso" ha acquisito progressivamente un surplus di valenze e sigla l'ideologia totalitaria in base alla quale la figura carismatica del leader al governo si fonde con lo Stato e con le istituzioni, cerca di controllare la vita dei cittadini attraverso il terrore e il proselitismo dell'ideologia ufficiale, trasformando Stato e società in un'entità monolitica. Oggi più che mai l'immobiliarista si sente legittimato ad affermare «il mio potere è limitato solo dalla mia morale» e dalla «mia intelligenza».
    Il mito del Capo e del suo volere eseguito da Ice viene sostenuto negli States anche grazie alle teorie assolutiste di un ideologo del potere tecnologico ed economico, che vede nelle élites il nuovo motore della storia, come il miliardario Peter Thiel (co-creatore di PayPal e di Palantir Technologies) di cui in Italia è stato pubblicato di recente "Il momento straussiano" (Liberilibri).
    La parola "irrispettosa", utilizzata per definire l'atteggiamento della signora Good, la quale aveva il cane sul sedile posteriore e su quello anteriore i peluches del bambino, ha dunque oggi assunto una molteplicità di accezioni e accompagna e sostiene la militarizzazione delle città e le manette agli immigrati, è un input etico assai simile a quello delle SS e della Gestapo evocati dalla ex sindaca di Minneapolis. —
  9. I camerieri smentiscono Jessica Moretti "È stata lei a mandarci a prendere i caschi"
    MICHELA CIRILLO
    Mentre i coniugi Moretti attendono che l'«amico misterioso» versi la cauzione per la loro liberazione, fissata dai giudici di Sion a 430.000 euro, continuano a emergere contraddizioni tra il racconto dei titolari del Constellation di Crans Montana e quello dei testimoni della strage di Capodanno, dove 40 persone hanno perso la vita e 116 sono rimaste ferite in un incendio. L'indagine della procura elvetica si concentra sui momenti che hanno preceduto il rogo, originato dalle scintille delle candele sulle bottiglie di champagne. Durante un interrogatorio Jessica Moretti aveva accusato lo staff del locale, tra cui Cyane Panin, la «ragazza con il casco» raffigurata in un video sulle spalle di un collega e morta nell'incendio, di aver organizzato l'uscita «pirotecnica» delle bottiglie: «Per il servizio quella sera il team aveva voglia di creare atmosfera, e quindi i caschi. Ci prendono la mano». Versione che si discosta da quella dei camerieri. Louise Leguistin, in servizio al "Constel" quella notte, ha raccontato agli inquirenti: «È stata Jessica a mandarci a prendere i travestimenti». Una discordanza netta che non può essere frutto di una coincidenza o di una distrazione. La stessa Moretti ammette di essere stata con lo staff nel momento dell'uscita, e Leguistin conferma: «Era con noi e filmava».
    Il racconto dello staff si colloca poco prima di vedere la titolare che «se ne andava di fretta» allo scoppiare dell'incendio. «Sono corsa dai miei figli», si giustificherà lei. Nei verbali emergono anche diversi problemi di sicurezza, ammessi tra le lacrime dallo stesso Jacques Moretti: un'uscita di emergenza poco visibile, pannelli altamente infiammabili che avevano abbassato l'altezza del soffitto e l'assenza di un sistema antincendio.
    Per i giudici non c'è pericolo che i due fuggano prima del processo. Negli interrogatori hanno raccontato di non avere denaro a disposizione e che la Svizzera per loro rappresenta la tranquillità dopo anni bui: «Jacques ha avuto un'infanzia caotica. A 14 anni ha vissuto da senzatetto. È in questa ricerca di stabilità che siamo venuti a vivere qui. Non ce ne andremo e collaboreremo per la giustizia».

 

 

17.01.26
  1. SQUADRISMO TRUMPIANO :  Frontiera
    Minneapolis
    simona siri
    new York
    Una donna prelevata a forza dalla macchina, trascinata sull'asfalto in un video che è già diventato virale. Si chiama Aliya Rahman e ieri ha raccontato che stava guidando per recarsi a un appuntamento presso il Centro per le lesioni cerebrali traumatiche quando è stata fermata dagli agenti dell'Immigration and Customs Enforcement (Ice) a due isolati dal luogo in cui è stata assassinata Renee Good. «Sono ben consapevole che questo confronto avrebbe potuto avere un esito diverso», ha detto aggiungendo che, mentre era in custodia federale, ha chiesto di vedere un medico, ma è stata portata in un centro di detenzione dove ha perso conoscenza prima di essere trasferita in ospedale.
    È solo l'ultima istantanea della guerriglia che va in scena ormai quotidiana a Minneapolis, dove continuano le azioni della polizia anti immigrazione e dove per oggi è prevista la "marcia contro le frodi in Minnesota" organizzata dall'influencer conservatore Jake Lang, un evento che potrebbe aumentare ancora di più gli scontri e la tensione. Intanto, il dipartimento dei Vigili del Fuoco di Minneapolis ha reso pubblici nuovi documenti relativi alla morte di Renee Nicole Good, la donna uccisa dall'agente dell'Ice Jonathan Ross lo scorso sette gennaio. Circa 60 pagine di trascrizioni - tra cui quelle delle telefonate al numero di emergenza 911 di persone che hanno assistito all'incidente - confermano che Good è stata colpita da quattro proiettili sparati dall'agente e che presentava ferite da arma da fuoco al torace, all'avambraccio e probabilmente anche alla testa. Secondo il rapporto, quando i paramedici sono arrivati sul posto intorno alle 9 e 42 del mattino hanno trovato la donna priva di sensi nella sua auto, con tracce di sangue sul viso e sul torace. I primi soccorritori «hanno riscontrato due apparenti ferite da arma da fuoco al lato destro del torace della paziente e una apparente ferita da arma da fuoco all'avambraccio sinistro e una con tessuto sporgente sul lato sinistro della testa della paziente», mentre si notava del sangue che fuoriusciva dall'orecchio sinistro. Good non respirava e aveva un polso «irregolare» e «debole». Le autorità hanno dichiarato che è stata quindi spostata su un cumulo di neve accanto al veicolo in cui si trovava, all'angolo Nord-Est tra la 34th Street e Portland, per creare una scena più gestibile, facilitare l'accesso alle ambulanze e «allontanarla da una situazione che stava degenerando e che coinvolgeva le forze dell'ordine e i passanti». Quando è stata portata sul cumulo di neve, Good non respirava più e non aveva polso. Il personale medico di emergenza ha continuato a tentare di rianimarla all'interno di un'ambulanza, ma la rianimazione è stata interrotta alle 10 e 30. In una delle trascrizioni delle chiamate al 911 avvenute sul posto subito dopo, un testimone afferma che gli agenti hanno sparato a Good «perché non voleva aprire la portiera della sua auto». Un'altra persona dice di aver visto un agente dell'Ice sparare due colpi attraverso il parabrezza, colpendo la conducente. «Mandate un'ambulanza, per favore, un'ambulanza», si legge nella chiamata di un altro testimone. L'avvocato della famiglia Good, Antonio Romanucci, ieri ha reso nota la lettera che ha inviato al governo federale nell'ambito del contenzioso civile che è stato aperto. «Il nostro team legale si sta occupando attivamente anche delle persistenti notizie false che circolano online e che distorcono la realtà riguardo al passato di Renee Good», ha detto a La Stampa. «Contrariamente a quanto affermato su diverse piattaforme, non esiste alcuna traccia di precedenti penali a carico né di Renee Good né di Becca Good. Le affermazioni che le attribuiscono una lunga storia criminale, comprese foto segnaletiche falsificate e contenuti simili, sono categoricamente false». Riguardo all'indiscrezione secondo cui il padre di Good, Tim Ganger, sarebbe un sostenitore di Trump, ha dichiarato che alcuni membri della famiglia di Good hanno votato per Trump nel 2024, ma ha aggiunto che dopo la sua morte la famiglia è «unita nel condannare quanto accaduto a Renee» e che chiedono che «i responsabili vengano chiamati a risponderne».
    In un'intervista a Abc News Romanucci non ha voluto commentare i motivi per cui Good protestava contro le attività dell'Ice, ma ha affermato che da quando la presenza degli agenti federali in città è aumentata, la donna era «preoccupata». Da ultimo, l'avvocato ha sottolineato che la famiglia desidera che i cittadini di Minneapolis manifestino pacificamente. «Non vogliono assistere a episodi di violenza, perché questo non rispecchierebbe la personalità di Renee. Renee non era una persona violenta. Era una brava persona. Questo è il messaggio che vogliamo trasmettere». In un post sui social media, Trump ha continuato ad attaccare i leader democratici del Minnesota, minacciando di nuovo l'Insurrection Act.«Il governatore e il sindaco non sanno cosa fare, hanno perso completamente il controllo e al momento sono del tutto inutili! Se e quando sarò costretto ad intervenire, la situazione sarà risolta rapidamente ed efficacemente!». —
  2. Adriana Camberos, condannata due volte per frodi. Perdonata anche l'ex governatrice di Porto Rico Wanda Vázquez
    Il tycoon grazia la figlia di un suo super finanziatore
    washington

    Donald Trump ha concesso silenziosamente un'altra serie di grazie controverse. Tra i destinatari, scrive il New York Times, un uomo la cui figlia aveva donato milioni a un super Pac pro Trump, una ex governatrice di Porto Rico, un ex agente dell'Fbi che si era dichiarato colpevole in un caso di corruzione politica, e una donna californiana alla quale il presidente aveva già concesso clemenza in passato. La donna, Adriana Camberos, era stata inizialmente condannata nel 2017 per il suo coinvolgimento in uno schema volto a vendere milioni di bottiglie contraffatte della bevanda energetica 5-Hour Energy. Dopo che la sua pena era stata commutata da Trump nel 2021, è stata nuovamente condannata nel 2024 per una frode non correlata.
    Tre dei destinatari dovevano essere condannati questo mese in un caso di corruzione politica relativo ad accuse secondo cui Julio Herrera Velutini, banchiere venezuelano-italiano, avrebbe cercato di corrompere l'ex governatrice di Porto Rico Wanda Vázquez nel 2020. Alla fine del 2024, mentre Herrera affrontava accuse penali, sua figlia Isabela Herrera aveva donato 2,5 milioni di dollari a Maga Inc., un super Pac a favore del tycoon e gestito dai suoi alleati. A maggio, l'avvocato di suo padre, Christopher M. Kise, che aveva fatto parte del team legale di Trump, aveva negoziato un accordo insolito con il Dipartimento di Giustizia. Secondo l'accordo, autorizzato da un alto funzionario nominato da Trump, Herrera accettava di dichiararsi colpevole di un reato minore legato al finanziamento della campagna elettorale. r.e. —
  3. Il Tycoon usa questo aggettivo per scatenare campagne d'odio all'estero e in patria
    Quella crociata contro gli "irrispettosi" per il mondo Maga sono i "so tto uomini"
    Mirella Serri
    «Trump stesso lo ha ammesso, sta creando un esercito interno di agenti dell'Ice per perseguitare gli immigrati. È l'equivalente della Gestapo o delle SS negli anni '30 e '40» non teme di esagerare l'ex sindaca di Minneapolis Betsy Hodges (nell'intervista a La Stampa del 15 gennaio 2026) quando paragona ai corpi speciali di Hitler la polizia di Donald Trump. Grilletto facile e metodi disumani portano oggi l'America negli anni Trenta hitleriani: Renee Nicole Good, cittadina statunitense, è stata uccisa da un agente per un futile motivo e, successivamente, sempre gli stessi sgherri dell'Ice hanno affrontato immigrati con sparatorie a tutto spiano. Ma le parole sono pietre e il linguaggio di Donald Trump è un macigno: c'è un dettaglio, per così dire, che accomuna la barbara e spietata esecuzione di Renee Nicole ad altri momenti significativi del primo anno di presidenza trumpiana, un dettaglio erroneamente trascurato: una parola usata dal presidente degli Stati Uniti per giustificare l'assassinio commesso dall'Ice. Il comportamento della vittima, ha detto Trump, è stato «molto irrispettoso» verso le forze dell'ordine. Già, proprio così: affermazione improbabile dal punto di vista della dinamica dei fatti. Ma tant'è: da anni l'inquilino della Casa Bianca usa a man bassa il termine "irrispettoso", in modo meccanico poiché per lui racchiude la quintessenza dell'aggressività e della ferocia con cui bollare chi viola il senso del potere e l'esercizio dell'autorità indiscussa secondo i suoi parametri.
    Trump nei comizi di solito è semplice, ripetitivo con frasi brevi e slogan ad effetto ("fake", "great", "tremendous") che sono come un pugno nello stomaco degli ascoltatori. Per definire qualcuno o qualcosa che non gli va a genio, e che ritiene di dover segnare con un marchio di infamia, Trump agisce guidato da un'ossessione e da una specie di coazione a ripetere. Come le SS dedicarono un loro scritto di propaganda del 1935 agli "untermenschen" (gli ebrei, gli slavi, gli africani e gli elementi asociali, gli omosessuali, i criminali, i mendicanti, i giramondo, i liberali, i democratici), Trump usa l'aggettivo "irrispettoso" quale sinonimo di "sotto uomo", di miserabile e inferiore che può essere schiacciato dal leader o dal Führer, che dir si voglia. Per esempio, quando il futuro presidente voleva demonizzare il rivale Ron DeSantis, candidato nel 2024 alle primarie del partito Repubblicano, lo etichettava come uno che disprezzava e offendeva il movimento Maga. Ron per Trump era "disrespectful to Maga": DeSantis copriva di fango e sterco il movimento che ha reso popolare l'Orange Man nelle campagne presidenziali del 2016 e 2024. E questo voleva dire «non essere patriottico».
    Trump segnalava così i reietti dal punto di vista ideologico, gli untermenschen d'America. Analogamente, la Cnn è stata attaccata a più riprese da The Donald come "very disrespectful to our movement", "irrispettosa" verso il movimento Maga, inteso come sinonimo di Nazione. Ripetutamente l'emittente televisiva è stata bollata dal comiziante sovranista come "nemico del popolo", allo stesso modo usato per delegittimare i dissidenti e giustificare le repressioni contro chi non si allinea e difende la verità o i valori democratici. "Irrispettosi", poi, per il presidente, sono i giudici che si accaniscono contro i suoi provvedimenti e le sue leggi, a suo avviso dimostrando di non aver rispetto per la Costituzione e nemmeno per l'America. Anche Joe Biden, in numerosissimi dibattiti, si è meritato la stessa definizione ed è diventato un "traditore" che ha offeso l'esercito. Biden è "disrespectful": la parola ripetutamente impiegata ha trasformato un disaccordo politico in offesa morale verso la patria e dunque verso Trump.
    Il personaggio più bersagliato come "irrispettoso" è Volodymyr Zelenskyj. Si è meritato questo epiteto in mondovisione, nel febbraio del 2025, in occasione del primo incontro ufficiale con il neo presidente nello Studio Ovale. La giacchetta informale dell'ucraino venne derisa e denigrata in quanto "irrispettosa", il suo tono venne definito insolente, le richieste di aiuti militari assolutamente inopportune e lui stesso designato come persona ingrata ed esigente. L'ucraino offendeva il Capo a stelle e strisce.
    La disamina trumpiana affidata al termine "irrispettoso" ha acquisito progressivamente un surplus di valenze e sigla l'ideologia totalitaria in base alla quale la figura carismatica del leader al governo si fonde con lo Stato e con le istituzioni, cerca di controllare la vita dei cittadini attraverso il terrore e il proselitismo dell'ideologia ufficiale, trasformando Stato e società in un'entità monolitica. Oggi più che mai l'immobiliarista si sente legittimato ad affermare «il mio potere è limitato solo dalla mia morale» e dalla «mia intelligenza».
    Il mito del Capo e del suo volere eseguito da Ice viene sostenuto negli States anche grazie alle teorie assolutiste di un ideologo del potere tecnologico ed economico, che vede nelle élites il nuovo motore della storia, come il miliardario Peter Thiel (co-creatore di PayPal e di Palantir Technologies) di cui in Italia è stato pubblicato di recente "Il momento straussiano" (Liberilibri).
    La parola "irrispettosa", utilizzata per definire l'atteggiamento della signora Good, la quale aveva il cane sul sedile posteriore e su quello anteriore i peluches del bambino, ha dunque oggi assunto una molteplicità di accezioni e accompagna e sostiene la militarizzazione delle città e le manette agli immigrati, è un input etico assai simile a quello delle SS e della Gestapo evocati dalla ex sindaca di Minneapolis. —

 

 

16.01.26
  1. Sigfrido Ranucci
    "Si sentono intoccabili, devono dimettersi Sono incompetenti e proni alla politica"
    niccolò carratelli
    roma
    Sigfrido Ranucci è il primo a non credere alla possibilità che i componenti del Collegio del garante della privacy si dimettano. «Se non ci sarà un blitz della politica, che non mi aspetto - dice il giornalista Rai e conduttore di Report - non se ne andranno mai. Tu rinunceresti a 250 mila euro all'anno per poi doverti cercare un altro lavoro?».
    Lo stipendio, più la carta di credito del Garante, il cui uso sarebbe stato piuttosto allegro, secondo l'accusa di peculato ipotizzata dai magistrati…
    «Il presidente Stanzione ha speso seimila euro dal macellaio, per portare la carne a casa sua a Salerno. Quanti sono in famiglia? La vicepresidente Feroni Cerrina, invece, ha pagato il conto dal parrucchiere. Ma, secondo me, non è questo il principale motivo per cui si dovrebbero dimettere».
    E quale, allora?
    «Per quello che c'è dietro al peculato: Ghiglia ha usato impropriamente l'auto di servizio per fare cosa? Per andare nella sede di Fratelli d'Italia a prendere istruzioni da Arianna Meloni. È la dimostrazione della loro non indipendenza dalla politica, della totale mancanza di imparzialità».
    Per questo la maggioranza di governo glissa e non agisce per azzerare il collegio del Garante?
    «Capisco l'imbarazzo e il silenzio. Ma chi è silente è complice, ha usato il Garante come braccio armato per colpire i giornalisti e la libertà di stampa. E, forse, è anche ricattabile, visto ci sono alcune decisioni dell'Autorità chiaramente pilotate dalla politica, a cominciare dalla sanzione inflitta alla Rai per l'inchiesta di Report sul caso Sangiuliano».
    Quella multa da 150 mila euro è stata una ritorsione perché voi avevate in cantiere inchieste proprio sull'attività del Garante?
    «Questo non posso dirlo, ma il sospetto c'è. Mentre lavoravamo all'inchiesta sulle spese irregolari dei componenti del collegio, ci è stata negata una richiesta di accesso agli atti con questa motivazione: "Perché state indagando su di noi". Comunque, quella multa nasce soprattutto dai rapporti tra il presidente Stanzione e l'avvocato Sica, legale dell'ex ministro Sangiuliano».
    Uno dei vari esempi di conflitto di interesse?
    «Abbiamo ricostruito vari episodi che mostrano il condizionamento della politica e la non terzietà del Garante. Se ne può uscire solo con una riforma complessiva dell'Autorità, per preservare l'istituzione in quanto tale. Ma serve la volontà politica di azzerare e ripartire».
    Il governo potrebbe imporre le dimissioni ai componenti del collegio?
    «Potrebbero tagliare i fondi: dal ministero dell'Economia arrivano ogni anno al Garante 50 milioni di euro: se quel finanziamento viene fermato, l'attività si paralizza e il collegio decade. Tanto più che pare ci sia stato un uso non dignitoso di questi soldi pubblici».
    Nessuno controllava le spese di servizio?
    «Questo è uno degli aspetti da approfondire, per capire come ha lavorato chi si è occupato della gestione contabile. L'ex segretario generale Angelo Fanizza, l'unico che si è dimesso dimostrando almeno un po' di senso dello Stato, sta parlando con i magistrati e, da quello che mi risulta, sta raccontando dettagli interessanti».
    Lui si è dimesso, i componenti del collegio resistono. Il presidente Stanzione dice di essere «tranquillissimo».
    «Buon per lui, si sentono intoccabili e impuniti. Si sono appropriati di un ente istituzionale, trasformandolo in un braccio armato della politica e sperperando denaro pubblico, anche a causa di decisioni rivelatesi errate».
    Cioè?
    «Provvedimenti e sanzioni, che sono stati poi annullati dalla Cassazione, con tutte le spese legali da pagare. Spese doppie, nel caso in cui la controparte fosse, ad esempio, la Rai, che ha dovuto attivare l'ufficio legale per difendersi fino al terzo grado di giudizio. E la Rai ha le risorse per farlo, ma pensate a piccole emittenti o testate, su cui pende la spada di Damocle di questo Garante fuori controllo».
    Quindi non c'è solo subordinazione alla politica, ma anche incompetenza?
    «È un mix tra incapacità di valutazione e posizione prona alla politica. Prendiamo il caso di Meta, la multa da 44 milioni, più volte tagliata e rinviata, infine annullata: lo Stato non ha incassato un euro; quindi, si configura il danno erariale. Poi noi abbiamo raccontato dell'incontro tra Ghiglia e un rappresentante di Meta».
    State continuando ad occuparvi del Garante?
    «Ci sono vari altri aspetti da chiarire, poi abbiamo ricevuto centinaia di segnalazioni. Come all'inizio, anzi voglio sottolineare che tutto nasce dall'interno del Garante: gli stessi dipendenti non ne potevano più di vedere quello scempio davanti ai loro occhi. Stefano Rodotà (primo presidente dell'Autorità trent'anni fa, ndr) si starà rivoltando nella tomba». —
  2. La Guardia di Finanza nella sede del Garante della privacy. Le accuse pesanti: peculato e corruzione. La resistenza dei componenti del Collegio, che non si dimettono. I loro computer e cellulari sono stati sequestrati durante le perquisizioni negli uffici di Piazza Venezia a Roma. Perquisite anche le case e le stanze degli hotel dove alloggiano per motivi di servizio il presidente Pasquale Stanzione, la vice Ginevra Cerrina Feroni, Agostino Ghiglia e Guido Scorza.
    Tutti indagati nell'inchiesta aperta nei mesi scorsi dalla Procura di Roma, che ha preso forma dopo i servizi mandati in onda da Report su Rai3. Al centro dell'indagine, presunte spese irregolari compiute dai vertici del Garante con la carta di credito di servizio e sospetti sulle procedure che hanno portato a comminare alcune sanzioni negli ultimi due anni. O, al contrario, a evitare di infliggere una multa per pressioni politiche o in cambio di qualche utilità.
    Tra gli episodi su cui fare luce, citati negli atti dell'inchiesta, ci sono infatti le due mancate multe milionarie nei confronti di Meta (Facebook) e di Ita Airways. In questo secondo caso, è l'ipotesi degli investigatori, a fronte di un omaggio di tessere "executive" per volare gratis. Poi c'è tutto il capitolo dei rapporti con la politica, le pressioni e i condizionamenti, con il caso più eclatante: la visita di Ghiglia nella sede di Fratelli d'Italia (con auto di servizio) per parlare con Arianna Meloni il giorno prima che venisse annunciata la multa nei confronti di Report.
    «Sono tranquillo», si è limitato a dire Stanzione, braccato dai giornalisti fuori dalla sede del Garante. Mentre i suoi colleghi restano in silenzio, assediati dalle richieste di dimissioni, ancora ieri reiterate dai partiti di opposizione, che hanno chiesto al governo un'informativa in Parlamento sulla vicenda. «La decenza istituzionale impone una scelta chiara: dimettersi. Non perché colpevoli, non perché condannati, ma perché non più credibili nel ruolo che ricoprono», attacca Sandro Ruotolo, responsabile Informazione nella segreteria Pd. Stessa richiesta dai parlamentari del Movimento 5 stelle in commissione di Vigilanza Rai: «In una situazione del genere, restare aggrappati alle poltrone è un atto di grave irresponsabilità - avvertono -. Così si espone l'istituzione al pubblico ludibrio e si nega la minima tutela del suo prestigio. Per questo ribadiamo una richiesta di semplice igiene istituzionale: l'intero Collegio si dimetta». Anche per uno dei leader di Avs, Angelo Bonelli, le dimissioni sono «un atto necessario», perché «il Garante non può essere percepito come sotto l'influenza dell'esecutivo né come una sua succursale». Mentre, secondo Elisabetta Piccolotti di Sinistra italiana, «la credibilità dell'istituzione è ormai devastata e la decisione dei componenti di voler rimanere al loro posto, nonostante tutto, è un'offesa ai cittadini». La pensa così anche Riccardo Magi, segretario di +Europa: «Il Garante è passato dall'essere una delle autorità più credibili del Paese a motivo di imbarazzo - dice -. Scandali e scandaletti ne hanno minato non solo la credibilità, ma anche lo stesso funzionamento». Non chiede le dimissioni, invece, Matteo Renzi, perché «sono garantista», ricorda il leader di Italia Viva. Ma definisce il Garante «un carrozzone che va abolito. Siamo un Paese dove spiano i giornalisti e il Garante non dice nulla», sottolinea, facendo riferimento al caso Paragon.
    Si trincerano dietro al garantismo, restando in silenzio, i partiti di maggioranza. «Non commento», dice secco Federico Mollicone, deputato di Fratelli d'Italia e presidente della commissione Cultura alla Camera. «C'è un'inchiesta in corso, aspettiamo eventuali processi e sentenze, non c'è motivo per cui debbano dimettersi ora», spiega Paolo Emilio Russo, deputato di Forza Italia. Non sembra esserci questo rischio, almeno non nell'immediato, e, in ogni caso, per arrivare alla decadenza del Collegio del Garante dovrebbero dimettersi almeno in due, cioè la metà dei componenti.
    Negli uffici di piazza Venezia sono in tanti a sperare che i membri del Collegio si dimettano. «È una situazione imbarazzante e spiacevole», dicono. E Alessandro Bartolozzi, sindacalista della Fisac-Cgil, aggiunge: «La vicenda ci ha colpito tutti. Le cifre finite al centro dell'inchiesta sono spropositate». Dopo il caos dello scorso dicembre, quando si è scoperto che il Garante aveva chiesto di "spiare" i dipendenti per trovare la talpa di Report e la procura di Roma ha anche aperto un'inchiesta per accesso abusivo ai sistemi informatici, si era cercato di ritrovare un equilibrio. I lavoratori avevano chiesto i rendiconti del Collegio e i verbali di alcune riunioni. La risposta? I rendiconti erano «una richiesta onerosa» e poco consona alla riservatezza, mentre i verbali sono stati consegnati «omissati e post datati». E adesso i più si rammaricano perché questa bufera travolge anche «l'importanza e l'utilità della nostra istituzione».
  3. La maggioranza non prende posizione sulle indagini. Sotto la lente l'incontro prima della multa a Report
    Con l'automobile di servizio da Arianna Meloni Ghiglia e quell'intreccio di rapporti con Fratelli d'Italia
    flavia amabile
    Roma
    Mentre le agenzie battono a ripetizione l'indignazione e la richiesta di dimissioni del Garante da parte delle opposizioni, sul centrodestra cala la cortina del silenzio. Tacciono tutti, dalla Lega agli azzurri fino al partito di Giorgia Meloni. FdI, spettatore interessato si asserraglia a via della Scrofa in un susseguirsi di riunioni di emergenza necessarie per provare a comprendere in che modo Ghiglia sia davvero coinvolto nell'indagine o quali elementi possano arrivare a lambire il vertice del partito più esposto, vale a dire Arianna Meloni.
    Per tutta la giornata, insomma, non si va oltre un "vediamo che succede" che ha il sapore amaro del tatticismo. D'altra parte, anche in passato dai vertici di via della Scrofa non sono arrivate molte più dichiarazioni. Agostino Ghiglia «è passato in fondazione. Abbiamo chiacchierato due minuti. Niente di che», questo era stato agli inizi di novembre in un'intervista al settimanale Panorama l'unico commento di Arianna Meloni sulle polemiche per la visita di Ghiglia, componente dell'Authority in quota FdI. Arianna Meloni aveva comunque precisato di non avere «un ruolo pubblico. E non mi pagano i cittadini, diversamente da Report, a cui è arrivata una giusta sanzione: hanno diffuso una telefonata intima tra Sangiuliano e sua moglie, in un momento in cui lei era provata. Loro, invece, cosa fanno? Se la prendono con Ghiglia. Ma il suo voto era ininfluente. E quel collegio è stato nominato da un governo di centrosinistra».
    In realtà i legami tra Ghiglia e FdI sono molto più profondi di quanto lascerebbero pensare le (poche) parole di Arianna Meloni. Si basano su un intreccio di conflitti di interesse e rapporti amicali che, secondo la denuncia di Report, condizionerebbero e renderebbero non autonoma – come dovrebbe essere – l'attività dell'Ufficio del Garante per la Privacy.
    Secondo la ricostruzione trasmessa dalla trasmissione, il 21 ottobre Ghiglia annuncia ai suoi uffici che il giorno seguente andrà a trovare Arianna Meloni per discutere del caso di Report. Il 22 la visita, a bordo di un'auto di servizio, alla sede di Fratelli d'Italia, quando la multa a Report era ancora in bilico e lui stesso appariva dubbioso, si era espresso per un semplice ammonimento. Il 23 mattina, alle 10.30, la sanzione da 150 mila euro, la più alta mai comminata a una trasmissione televisiva per aver pubblicato l'audio originale dei colloqui tra Gennaro Sangiuliano, allora ministro della Cultura, e la moglie Federica Corsini sui motivi che avevano portato alla sospensione del contratto di consulenza a Maria Rosaria Boccia. La giornalista Chiara De Luca prova anche a contattare Ghiglia per chiedergli conferma ma lui non risponde.
    Le ombre sono molte. «In base alla documentazione esclusiva di cui è in possesso Report, Ghiglia appare molto più sensibile ai reclami se la privacy riguarda membri che hanno una matrice politica, soprattutto se arrivano dalla maggioranza di governo», è l'accusa rivolta dalla giornalista Chiara De Luca. Ad esempio – spiega – la richiesta da parte dell'ex ministro Sangiuliano di occuparsi dei suoi ricorsi per l'audio trasmesso. E «il Garante a tempi di record avvia il procedimento e Ghiglia continuerà a interessarsi personalmente del caso», sottolinea Report. —
  4. Gli atti degli investigatori: "Condotte disinvolte e indecorose poi sfociate in reati"
    Cene, hotel di lusso, voli in business Nelle spese pazze anche il macellaio
    irene famà
    roma
    Lussi e capricci soddisfatti, però, a spese dei contribuenti. L'inchiesta della procura di Roma che ha travolto il collegio del Garante della privacy racconta di cene in ristoranti d'élite, soggiorni in hotel cinque stelle, lavanderia, fitness, cura della persona, messa in piega, seimila euro spesi in macelleria in tre anni e finiti a rimborso. E di conflitti d'interesse, favoritismi che portano a non badare alle irregolarità pur di ottenere voli in business class. Negli atti d'indagine è scritto chiaro: «Condotte disinvolte, comportamenti offensivi del decoro dell'Ente» che sarebbero sfociati «con facilità» in reati. Nello specifico peculato e corruzione. Ci sarebbe pure l'abuso d'ufficio, che però è stato abrogato. Nei guai il presidente Pasquale Stanzione e tutto il collegio: la vice Ginevra Cerrina Feroni, professoressa ordinaria di Diritto Costituzionale, l'avvocato cassazionista Guido Scorza e il politico piemontese Agostino Ghiglia.
    A sollevare i primi dubbi su quell'Autorità, che dovrebbe essere sinonimo di austerità e rispetto delle regole, è stata un'inchiesta, aspramente osteggiata, della trasmissione Report di Rai3 condotta da Sigfrido Ranucci. Si parte dalle spese di rappresentanza aumentate negli ultimi anni: «Dagli 851 mila euro del 2021 a un milione e 247 mila nel 2024». Con un tetto di spesa «passato da 3.500 euro a 5 mila». Report chiede di accedere agli atti e negli uffici di piazza Venezia si scatena il caos. Angelo Fanizza, ex segretario generale costretto alle dimissioni nella speranza che facesse da capro espiatorio un po' per tutti, racconta di un «clima d'apprensione, di tensione». Si sapeva che certe informazioni «avrebbero certamente comportato un danno d'immagine per la società».
    Sotto la lente degli inquirenti, coordinati dal procuratore aggiunto Giuseppe De Falco, finisce ogni cosa. Ad iniziare dalle spese di vitto e alloggio. I membri del Collegio hanno «una carta di credito» dell'Ente e un rimborso di 5 mila euro mensili per chi non è residente a Roma. Come il presidente Stanzione che stipula una sorta di affitto per circa tremila euro al mese, e poi, a seguito di una «negoziazione privata», aumenta la richiesta di rimborso a 3.700. E proprio lì accanto c'è un b&b gestito dalle figlie. Circostanze che gli inquirenti appuntano come «anomale».
    Dagli accertamenti del nucleo Pef della Guardia di finanza, guidato dal colonnello Maurizio Querqui, emergono poi spese esagerate per i viaggi di rappresentanza. Come quelle per il G7 di Tokyo nel 2023 che ammonterebbero a 80 mila euro, «di cui 40 mila solo per i voli». Situazione analoga «per le missioni in Georgia, a Batumi, e in Canada». Tutti volevano stare in business class, anche se il regolamento per le pubbliche amministrazioni lo consente solo per i viaggi che durano più di cinque ore. Senza interruzioni. Il volo per la Georgia, però, prevedeva degli scali. Ma, stando alle testimonianze, Ghiglia e Cerrina di sedersi in una classe più economica non ne volevano proprio sapere. Non è questione di soldi, ma di status. E, va da sé, a quei viaggi volevano partecipare un po' tutti. Riuscendo, se possibile, «a trattenersi anche più del dovuto». Insomma: unire l'utile al dilettevole.
    «Le contestazioni risultano, allo stato, ipotesi tutte da verificare», sottolineano gli avvocati Gianluca Tognozzi e Vittorio Manes, difensori di Ginevra Cerrina Feroni. Le contestazioni hanno «oggetto fatti molto diversi tra loro, nei quali, peraltro, la nostra assistita risulta solo marginalmente coinvolta. Confidiamo di avere documentate argomentazioni per fornire, al più presto, ogni elemento che consenta di chiarire ogni dubbio».
    Agli atti finiscono anche cene organizzate per una decina di persone e pagate con la carta di credito dell'Ente, ma che nulla c'entravano con l'attività lavorativa. E ancora. Fatture d'albergo per «bevande e fiori».
    Altro capitolo riguarda l'utilizzo dell'auto di servizio. E la procura di Roma chiama in causa Ghiglia che avrebbe utilizzato la Citroen aziendale per recarsi presso la sede di Fratelli d'Italia «per finalità estranee al suo mandato». C'è poi chi quella vettura la sfruttava per farsi portare a casa o all'aeroporto.
    Peculato e corruzione e nel decreto si fa riferimento alla vicenda Ita Airways. Gli indagati avrebbero ricevuto tessere «Volare Executive», del valore di 6 mila euro ciascuna, come "ringraziamento" per non aver sanzionato la società a fronte di «irregolarità formali e procedurali nel monitoraggio delle comunicazioni» si legge. Insomma, nessuna multa per aver violato la privacy. Ed è qui che compare il nome di Stefano Aterno (non indagato). Avvocato con esperienza ventennale in materia di delitti informatici e cybercrime, non solo dal 2022 al 2023 è stato responsabile della protezione dei dati di Ita, ma è anche membro dello studio legale E-Lex fondato da Guido Scorza, dove lavora anche la moglie del membro del Collegio del Garante. Proprio della consulenza dello E-Lex si sarebbe avvalsa l'Asl Abruzzo 1 finita al centro di una procedura che il Garante ha concluso con un «semplice ammonimento».
    La procura di Roma indaga anche su sanzioni opache ed è qui che si inserisce il caso Meta. Il Garante, al termine di una discussione interna sulla linea da seguire, avrebbe inizialmente proposto una sanzione di 44 milioni di euro alla società californiana per presunte violazioni sull'immissione in commercio degli smart glasses. Poi ridotta a circa 13 milioni, congelata per approfondimenti, infine licenziata, nell'ottobre 2024, per un milione di euro, e poi annullata perché, raccontano, i «termini erano stati sforati».
    Gli investigatori della Guardia di finanza ieri hanno sequestrato cellulari, computer, hard disk documenti, non solo negli uffici e negli hotel romani, ma anche nelle abitazioni dei membri del collegio a Torino, Firenze e Salerno. In piazza Venezia scuotono la testa: «Questo è uno "scrocco volgare". A carico dei contribuenti. E a danno dei tanti che, al Garante, lavorano seriamente». —

 

15.01.26
  1. Betsey Hodges
    "Trump sta costruendo il suo esercito in stile SS Ciò che fa è razzismo puro"
    simona siri
    new york
    «Trump stesso lo ha ammesso: sta creando un esercito interno di agenti dell'Ice per molestare e perseguitare gli immigrati. È l'equivalente della Gestapo o delle SS nella Germania degli Anni 30 e 40». L'ex sindaca di Minneapolis, Betsey Hodges, non ha dubbi sull'operato del governo federale. Prima cittadina del centro urbano dal 2014 al 2018, Hodges ci parla al telefono dal Maryland, dove oggi vive insieme al marito. «Mio padre vive ancora lì. Parte della mia famiglia, i miei amici vivono lì. Sono consapevole di cosa succede», dice.
    A nove giorni dall'uccisione di Renee Good, la Segretaria della sicurezza interna Kristi Noem ha annunciato l'invio di altri mille agenti dell'Ice a Minneapolis.
    «Quello che l'amministrazione Trump sta facendo è piuttosto palese, lo sta facendo in Minnesota, ma anche in altre parti del Paese: sta sperimentando diverse strategie in diverse città per vedere cosa sia più efficace e cosa funzioni in modo da poter continuare a costruire e ampliare il suo esercito interno».
    Trump sembra particolarmente ossessionato dal Minnesota e da Minneapolis. Come mai?
    «È ossessionato dagli Stati e dalle città a maggioranza democratica e dalle città a maggioranza democratica. Il suo primo ciclo di attacchi è stato contro le città governate da sindaci neri, in particolare da donne nere. L'ossessione per il Minnesota è anche dovuta alla presenza del governatore Tim Walz (che ha appena annunciato che non si ricandiderà, ndr) e dal fatto che Minneapolis ha la più grande popolazione somala al di fuori di Mogadiscio. Questa comunità ha letteralmente rivitalizzato gran parte di Minneapolis, come si vede molto bene da interi quartieri commerciali che sono stati riportati in vita dai loro investimenti. Il problema è che si tratta di cittadini di origine africana, musulmani, rifugiati e tendono ad avere un reddito basso. Tutte cose che Trump detesta. Quello che però le operazioni dell'Ice stanno scoprendo è che molta della popolazione somala è naturalizzata, sono cittadini americani o sono immigrati con regolare permesso di soggiorno. Per questo negli ultimi giorni l'attenzione degli agenti si è rivolta alle persone di origine latinoamericana di Minneapolis, con retate indiscriminate e violente. Ci sono stati casi di arresti di cittadini statunitensi solo perché sembravano messicani o sudamericani».
    Sta dicendo che la motivazione di queste operazioni è fondamentalmente razzista?
    «La prova è che l'Ice non dà la caccia a immigrati canadesi o europei. L'obiettivo è la distruzione delle comunità di colore, che siano immigrati o meno».
    Prima con l'uccisione di George Floyd nel 2020 e ora con quella di Renee Good, Minneapolis è al centro della cronaca, ma soprattutto della protesta. Cosa rende i cittadini così sensibili e pronti a scendere in piazza?
    «Più che in altri luoghi gli abitanti del Minnesota di fronte alle difficoltà, alle avversità e alle sfide, mostrano una determinazione incredibile a unirsi e a trovare soluzioni che proteggano tutti. C'è una lunga tradizione civica e credo sia anche dovuta alla durezza del clima e al fatto che storicamente le persone hanno dovuto fare affidamento l'una sull'altra per sopravvivere all'inverno. Oggi, nonostante il riscaldamento e le comodità, qualcosa di ciò è rimasto. Molti dei bianchi del Minnesota provengono dalla Norvegia, dalla Svezia, dalla Germania e dall'Irlanda. Si tratta di popolazioni che, ancor prima del loro arrivo qui, avevano un'etica basata sul duro lavoro e sulla collaborazione, etica che hanno portato con sé. Oltre a questo, c'è stato l'innesto con le culture indigene che hanno plasmato la cultura e dato vita a una atmosfera particolare. Ancora oggi ci sono culture native molto vivaci e fiorenti in Minnesota e c'è un senso di collaborazione per il bene comune molto forte».
    Trump ha anche disprezzo per le politiche dello Stato?
    «È il "Miracolo del Minnesota", una legislazione statale innovativa che ha permesso di raccogliere le risorse e ridistribuirle per il bene di tutti attraverso diverse modalità. Uno di questi strumenti era il cosiddetto "aiuto ai governi locali". Il modo in cui abbiamo finanziato le scuole è un altro esempio. La convinzione è che se utilizziamo le nostre risorse per garantire il benessere comune, allora tutti staranno meglio. Paul Wellstone, ex senatore degli Stati Uniti, ripeteva sempre: "Stiamo tutti meglio quando stiamo tutti meglio". È anche vero che negli ultimi 15-20 anni è diventato uno Stato politicamente più equilibrato, non nettamente schierato né con i democratici né con i repubblicani».
    Trump spera di far diventare il Minnesota uno Stato repubblicano?
    «Non so se pensi di vincerlo, sicuramente vuole punirlo. Penso che abbia un doppio obiettivo. Da una parte sperimentare diversi mezzi marziali e militari per controllare le persone e le comunità con un piano a lungo termine, con gli occhi puntati sul 2028. L'altro aspetto è che sta mettendo in pratica queste strategie in luoghi che comunque vuole punire. Se uno Stato o una città non lo hanno sostenuto, allora tanto vale usarli come esperimento, come un laboratorio punitivo per mettere in atto alcuni dei peggiori comportamenti governativi possibili». —
  2. Maxi-prestito Ue a Kiev Via libera a 90 miliardi 60 andranno alla Difesa
    MARCO BRESOLIN
    INVIATO A NICOSIA (CIPRO)
    La Commissione europea ha tradotto in una vera e propria proposta legislativa la decisione presa all'ultimo Consiglio europeo di erogare un maxi-finanziamento da 90 miliardi di euro all'Ucraina e ha stabilito che Kiev potrà utilizzare fino a 60 miliardi per le sue spese militari, mentre il resto servirà per sostenere il bilancio statale. Per quanto riguarda i fondi destinati alla Difesa, il collegio dei commissari ha deciso che l'Ucraina dovrà rifornirsi in via prioritaria dall'industria Ue, ma - qualora i dispositivi non fossero necessari «in tempi ragionevoli» - potrà rivolgersi anche ad altri mercati, a partire da quello americano. Lo ha chiarito ieri Ursula von der Leyen, presentando i dettagli del provvedimento.
    Il governo francese aveva insistito molto sulla clausola "buy european" con l'obiettivo di privilegiare l'industria Ue, ma alla fine ha prevalso il pragmatismo che dunque consentirà all'esercito di Volodymyr Zelensky di continuare a rifornirsi anche dagli Stati Uniti, seppur sotto forma di "eccezione". Una clausola che i Paesi promettono di studiare con attenzione prima di dare il via libera: a partire da Cipro, che sostiene in maniera decisa l'Ucraina - «Siamo l'unico Stato Ue sotto occupazione straniera e capiamo Kiev meglio di chiunque altro», spiega il presidente della Repubblica, Nikos Christodoulides -, ma vuole che evitare di finanziare l'acquisto di armi dalla Turchia.
    «La Russia non sta mostrando alcun segnale di volere la pace - ha spiegato la presidente della Commissione europea - e l'Ucraina deve essere messa in una posizione di forza. Per questo abbiamo concordato che copriremo il suo fabbisogno finanziario per il periodo 2026-2027». Il sostegno economico aiuterà Kiev a «rafforzare le sue capacità di Difesa e ad assicurare continuità al finanziamento dello Stato e dei servizi pubblici di base». Inoltre, permetterà di «contribuire alla sua resilienza e a una maggiore integrazione nella base industriale europea». Secondo quanto riferito da un funzionario Ue, il prestito dell'Unione permetterà poi al Fondo monetario internazionale di presentare un nuovo piano - atteso per il prossimo 11 febbraio - per un ulteriore programma finanziario da 7 miliardi di euro.
    Come deciso all'ultimo vertice Ue di dicembre, il prestito da 90 miliardi sarà finanziato attraverso l'emissione di debito comune che verrà in prima battuta garantito dal bilancio dell'Unione europea. Saranno gli Stati membri a farsi carico del costo degli interessi (circa un miliardo di euro nel 2026 e circa tre miliardi l'anno per i successivi), ma questo riguarderà soltanto i 24 che hanno deciso di partecipare: Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia hanno infatti chiesto e ottenuto un'esenzione. Il prestito non avrà alcun impatto sulla sostenibilità del debito di Kiev, visto che sarà chiamata a restituire la somma soltanto nel caso in cui la Russia pagasse per i danni di guerra: diversamente, non avrà alcun obbligo e dunque l'onere ricadrà sui 24 Stati che partecipano all'iniziativa. La Commissione ha infatti ribadito che si «riserva il diritto» di utilizzare gli asset russi che sono stati immobilizzati per ripagare il prestito, anche se ovviamente le difficoltà dovute alle resistenze politiche di alcuni Paesi hanno sin qui reso impossibile percorrere questa strada. Per l'Italia, l'impegno potenziale è pari a circa 12 miliardi di euro, oltre i costi degli interessi che invece saranno «certi» e verranno inclusi anche nel calcolo del deficit e del debito.
    L'erogazione dei fondi, che partirà da aprile, sarà vincolata alla realizzazione delle riforme concordate con Bruxelles e all'adozione delle misure per rafforzare lo Stato di diritto e la lotta alla corruzione.
    Dall'inizio dell'invasione russa del 2022, al netto di questo prestito, l'Unione europea e i suoi Stati membri hanno sin qui messo a disposizione dell'Ucraina «più di chiunque altro»: 193,1 miliardi di euro in totale tra aiuti militari (69,3 miliardi), sostegno al bilancio (103 miliardi) e supporto ai rifugiati (17 miliardi), di cui 3,7 miliardi recuperati utilizzando i proventi degli asset russi congelati. —

 

 

14.01.26
  1. Iniziato a Milano il processo nei confronti un investigatore privato L'imputato avrebbe mandato diverse mail infamanti ai magistrati
    Il corvo va a giudizio "Contro i pm di Torino un fiume di calunnie"
    giuseppe legato
    «Mail fluviali» e «lunghissime» in cui era elencata «una sequela di affermazioni offensive e calunniose» nei confronti del pm di Torino, Gianfranco Colace, dell'ex Procuratore generale di Torino, Francesco Saluzzo, e di un carabiniere in servizio all'aliquota carabinieri di palagiustizia in corso Vittorio Emanuele.
    Si è aperto ieri – e subito con un rinvio – al prossimo 27 gennaio in tribunale a Milano (per competenza territoriale)- il processo contro un investigatore privato, Giovanni Carella, ribattezzato "il corvo" della procura di Torino. Le accuse nei suoi confronti sono sostenute in aula dal pm dell'ufficio inquirente meneghino Giovanni Polizzi. Secondo la ricostruzione dei magistrati, Carella, negli stessi mesi in cui risultava indagato o imputato per i presunti dossieraggi del "caso KeraKoll", colosso internazionale della malta, avrebbe stilato e inviato a plurimi indirizzi mail una serie di dossier con accuse infamanti.
    I dossier contro investigatori e magistrati sarebbero stati confezionati e fatti circolare fra il novembre 2022 e l'ottobre 2023, assieme ad altri soggetti non identificati attraverso mail anonime inviate a varie «autorità giudiziarie"» e forze dell'ordine accusando di «numerosi reati» i pm e il tenente colonnello dei carabinieri, Luigi Isacchini, capo ancora oggi dell'aliquota dell'Arma a Palazzo di giustizia.
    Al termine degli accertamenti gli investigatori sono risaliti a quattro account. Ecco gli indirizzi: 'raffaguari58@gmail.com', 'rguarini53@gmail.com' (che richiamano il nome dello storico pm torinese Raffaele Guariniello) perlagiustizia@yahoo.come, pergiu62@yahoo.com. Da queste sorgenti Carella avrebbe allegato ai messaggi anche «stralci di atti di indagini, informative di polizia di stato e guardia di finanza e verbali di interrogatorio» (come quelli resi dall'ex legale esterno dell'Eni Piero Amara riguardanti la 'Loggia Ungheria') e accusando i magistrati di illeciti – secondo i pm di Milano pur «sapendoli innocenti». Calunnia, dunque.
    Davanti al collegio della decima sezione penale, guidato dalla presidente Antonella Bertoja, la difesa (legale Mauro Anetrini) del 35enne ha sollevato due eccezioni preliminari: la prima per chiedere una sospensione, in attesa che la Corte di Cassazione decida sul ricorso intentato da Colace nel procedimento disciplinare con cui il Csm ha sanzionato il magistrato torinese con il trasferimento a Milano con le funzioni di giudice civile (diventando quindi incompatibile per un processo nel capoluogo lombardo che sarebbe da trasferire a Brescia) per la vicenda delle intercettazioni senza autorizzazione parlamentare sull'ex senatore del Partito democratico, Stefano Esposito, che erano state captate nel corso dell'inchiesta "Bigliettopoli". La seconda per contestare una presunta «indeterminatezza» di uno dei capi d'imputazione per calunnia, diffamazione aggravata e rivelazione di segreto e che non consentirebbe all'imputato di comprendere "qual è l'oggetto della contestazione" e quindi di difendersi. La procura ha risposto che Carella non ha eccepito alcuna «incomprensibilità» delle accuse nel corso delle indagini, fornendo spontanee dichiarazioni alla guardia di finanza il 14 maggio 2024 e depositando una memoria il 30 luglio 2024. Il processo è stato comunque rinviato al 27 gennaio perché al fascicolo non è presente il «corpo del reato» - le 4 mail oggetto di contestazioni, svanite nei passaggi telematici fra cancellerie dell'udienza preliminare e del dibattimento - per permette alla Procura di depositarle di nuovo. —

 

 

 

13.01.26
  1. Il re del petrolio arrestato e rilasciato a Bardonecchia
    ELISA SOLA
    torino
    Lo hanno arrestato a Bardonecchia il 5 gennaio, mentre stava andando in Francia. Francisco Javier D'Agostino Casado, imprenditore milionario nato in Venezuela e residente a Palma de Maiorca, è finito in manette dopo che la polizia, durante un controllo, ha scoperto che era destinatario di un mandato di arresto a fini estradizionali emesso dall'autorità giudiziaria venezuelana nel 2023. Le accuse a carico del manager, confermate da un'informativa della direzione centrale della polizia di Stato, sono «criminalità organizzata finalizzata al traffico di petrolio, truffa e falso». L'affarista, noto alle cronache internazionali e difeso dall'avvocato Gianluca Visca, in Venezuela rischia vent'anni di carcere. Con altre 19 persone, avrebbe architettato la scomparsa di navi cariche di petrolio venezuelano, aggirando le sanzioni internazionali. La Corte d'appello di Torino, riconoscendo i «gravi indizi di colpevolezza» e la legittimità dell'arresto di D'Agostino, motivato dal pericolo di fuga, ha ordinato la «immediata scarcerazione» dell'indagato, che è tornato libero dopo poche ore. Il motivo della liberazione del magnate del petrolio è «il pericolo di trattamento carcerario inumano e degradante» che potrebbe subire in Venezuela. «Non può nel caso di specie – scrive la giudice Alessandra Pfiffner – non tenersi conto della situazione, nota alla comunità internazionale, esistente nello stato richiedente con riguardo alla condizione dei detenuti nelle carceri del Paese».
    La Corte d'appello di Torino evidenzia «che le violazioni dei diritti umani nella repubblica venezuelana rappresentano allo stato una situazione diffusa e non episodica, di carattere sistemico o comunque generalizzato, con conseguente sistematica deroga agli obblighi relativi all'effettività del diritto di difesa degli indagati e imputati».
    La corte cita anche l'ingiusta detenzione di Alberto Trentini, «a riprova del fatto che arresti arbitrari e processi iniqui sono frequenti anche nei confronti di cittadini stranieri». E menziona il rapporto di Amnesty international del 2024 e l'inchiesta Onu del 2025, «nelle quali si dà atto che le autorità del Venezuela sono coinvolte in un sistema decennale di uccisioni, detenzioni arbitrarie, torture, e violenze sessuali, processi iniqui, arresti di massa, e dopo le lezioni presidenziali di luglio sono stati eseguiti arresti arbitrari contro persone come oppositori politici, difensori dei diritti umani e giornalisti». —

 

 

 

 

12.01.26
  1. La moglie del sorvegliante presenta un esposto: "Condizioni inadeguate"
    Morto a -16° nel cantiere di Milano-Cortina
    LAURA BERLINGHIERI
    Cortina
    Era lì per sorvegliare un cantiere dello stadio olimpico di Cortina. Lì dove, tra poco meno di un mese, si terranno le gare di curling dei Giochi invernali. Era l'8 gennaio e, quella notte, le temperature sono scese a -16 gradi. Pietro Zantonini - guardia giurata, 55 anni, di Brindisi - è morto. Si trovava in un container, scaldato da una stufetta elettrica. Era lì con una ditta in subappalto, rispetto a Fondazione Milano Cortina. Si è sentito male nella notte. Quando i medici sono arrivati lì, chiamati dai colleghi, Zantonini era ancora vivo. Ma era già tardi per aiutarlo: è morto poco dopo. La moglie ha presentato un esposto e la procura di Belluno ha disposto l'autopsia. Secondo la donna, erano giorni che il marito si sfogava a proposito delle condizioni di lavoro: «Turni notturni prolungati, condizioni di lavoro faticose, temperature rigide, misure inadeguate». Adesso la procura dovrà fare chiarezza. —
  2. Massimo Martorana
    "Ecco come ho perso tutto e sono finito a vagare con una tenda per strada"
    oscar serra
    «In pochi giorni ho perso tutto e mi sono trovato a vivere per strada». Ha 46 anni Massimo Martorana, i primi trenta li ha passati nel quartiere Mirafiori, gli ultimi otto a vagabondare per Torino con la sua tenda, arrangiandosi tra accattonaggio e lavori di fortuna, «un barbone come tanti» invisibile tra gli invisibili, con un matrimonio saltato per aria, una figlia scomparsa dai radar e un futuro impossibile anche solo da immaginare, ma che in qualche modo va riscostruito.
    Quando è crollato tutto?
    «Nel 2003 mi sono sposato, poi è nata Sara e all'inizio sembrava tutto perfetto. Tre anni dopo, era il 2006, iniziai a lavorare in un'azienda a Cuneo: costruivamo le formatrici, cioè le macchine per realizzare bottiglie di vetro».
    Poi?
    «E poi il matrimonio è finito, alcuni colleghi ci hanno marciato su e mi hanno pugnalato alle spalle. È bastato poco per ritrovarmi senza niente. Nel 2013 ho perso anche il lavoro: pensare che ero appena tornato da una trasferta di nove mesi in Cina, la mia carriera sembrava stesse spiccando il volo».
    A quel punto non le rimane più niente?
    «Vado da mio padre e lavoro nella sua azienda di trasporti, ma con lui il rapporto è sempre stato difficile e dopo un po' sono finito fuori casa e di nuovo senza un'occupazione».
    Si ricorda la prima notte fuori?
    «Sì, era la primavera del 2017. Misi un po' della mia roba in uno zaino e finii a dormire per strada. Quello fu anche l'anno in cui sentii per l'ultima volta mia figlia».
    Perché?
    «Con mia moglie è finita malissimo, siamo andati in tribunale. Ma non ne voglio parlare».
    Il primo posto al caldo che l'è venuto in mente?
    «Era il pronto soccorso del San Luigi, allora non era inusuale per i senzatetto dormire lì».
    Perché dice "allora"?
    «Perché poi qualcuno si è comportato male e non ce l'hanno più permesso».
    Per questo ha scelto di vivere in tenda?
    «Con la tenda avevo un riparo e potevo stare al caldo. Perché, quando fa freddo è impossibile dormire, non riesci a pensare ad altro, i piedi iniziano a fare male».
    Dove stazionava?
    «Giravo. Non dormivo mai nello stesso posto così non potevano rompermi le scatole».
    Temeva di diventare un bersaglio?
    «Ogni tanto qualcuno ha provato a entrare, ma l'ho convinto che era meglio che se ne andasse. Non devi essere molto furbo per andare a rubare a un barbone che non ha niente».
    Lei si considerava un barbone?
    «Quello ero, ma non mi sono mai abbattuto».
    Impresa ardua…
    «Intorno a me tanti passavano le giornate con un cartoccio di vino in mano. Molti di loro bevono per far passare il tempo, forse per non pensare, ma io non volevo finire così. Dovevo rimboccarmi le maniche».
    Cercava lavoro?
    «Di continuo. E ogni tanto arrivava la chiamata, ma era sempre a tempo. Una giornata di qua, una di là. Non sopportavo di alzarmi la mattina senza un euro in tasca neanche per un caffè».
    Le è capitato?
    «Certo, andavo a cercare monetine nei parcometri ma sono sempre di meno. Ormai ci sono le app e pochi girano con i soldi in tasca. Un bel problema per chi chiede elemosina».
    Ha sofferto la fame?
    «No, a Torino sei proprio scemo se non trovi un posto dove mangiare».
    Cioè?
    «Per la colazione c'è suor Cristina, dai vincenziani in via Nizza: caffelatte, pane, biscotti e anche focaccia. E se chiedi educatamente ti fanno fare la doccia».
    Pranzo e cena?
    «Al Cottolengo si mangia bene, ma ultimamente vado più sovente alla mensa in via Ormea».
    Dove ricaricava il telefono?
    «In chiesa. I preti lo sanno, quando arriva qualcuno con lo spinotto è perché è messo male».
    E in questi anni di vagabondaggio ha legato con qualcuno? Nuovi amici?
    «Amici è una parola grossa. Uno, forse… è l'opposto di me, ma quando ho avuto bisogno c'è stato. Lui non mi ha tradito a differenza di tanti infami».
    Durante il Covid come se l'è passata?
    «Dormivamo nei container della Croce Rossa, in piazza d'Armi».
    Non ha mai temuto di crollare?
    «C'era uno con cui avevo lavoricchiato – aveva una compagna, un figlio di quattro anni – da un giorno all'altro scopro che s'era impiccato. Ma mi sono chiesto: come fai ad appenderti così? Io continuo a lottare è tutto quello che posso fare».
    E oggi dove vive?
    «Da tre mesi ho un letto nella casa di prima accoglienza del Comune in via Carrera, ho iniziato a lavorare come elettricista e spero in un'assunzione».
    Sogna di nuovo una casa tutta sua?
    «Non voglio un alloggio. Vorrei acquistare un camper. Soldi in affitti per le case ne ho già buttati troppi».
    E a sua figlia ci pensa ancora ogni tanto?
    «Quello che ho fatto, anche tanti errori, è stato per lei. Sa dove trovarmi, il mio numero ce l'ha. Quando deciderà di chiamarmi le risponderò». —
  3. l'aiuto pubblico
    Accoglienza, ogni anno 2 mila persone chiedono aiuto al Comune di Torino
    Sono circa duemila ogni anno le persone che entrano in contatto con il sistema di accoglienza del Comune di Torino. Più della metà provengono da fuori città. Usufruiscono di soluzioni di ospitalità abitativa tra quelle messe a disposizione per il "Piano inverno" dell'amministrazione e altre di ospitalità temporanea (circa 1.100 posti). Tra loro ci sono anche tra i 150 e i 200 "irriducibili" che vogliono vivere fuori, sfidando anche il freddo più duro, con i quali lavora l'equipe di strada composta da servizi sociali, il servizio adulti in difficoltà e il nucleo di prossimità della polizia locale. Molti di loro hanno problemi psichiatrici o sono affetti da dipendenze e in questo caso serve una presa in carico sanitaria, oltre che sociale. —

 

 

 

11.01.26
  1. la casa bianca ha un programma di eventi
    A giugno l'80esimo compleanno di Donald E Parigi rinvierà di un giorno l'avvio del G7
    La Francia rinvierà di un giorno il vertice del G7 di quest'anno per evitare la sovrapposizione con l'evento di arti marziali miste in programma alla Casa Bianca il 14 giugno, in occasione degli 80 anni del presidente Donald Trump, data che coincide anche con il "Giorno della Bandiera" negli Stati Uniti. Lo riporta Politico, citando fonti coinvolte nell'organizzazione del vertice, secondo le quali la decisione è stata presa dopo «consultazioni con i partner del G7». In origine, Parigi aveva programmato il summit dei leader dei 7 grandi dal 14 al 16 giugno a Évian-les-Bains, sulle rive francesi del lago di Ginevra. L'evento della Ultimate Fighting Championship (Ufc), annunciato da Trump a ottobre, è previsto sul prato sud della Casa Bianca. Il presidente americano ci tiene particolarmente, essendo un appassionato di arti marziali miste. R.E. —
  2. . Il presidente Usa: "Decideremo noi chi lo estrarrà". Descalzi: "Siamo pronti a investire"
    Vertice fra il tycoon e i big del petrolio Anche l'Eni nel nuovo corso venezuelano
    Alberto Simoni
    Iacopo Luzi
    Washington
    La sicurezza in Venezuela sarà garantita non da truppe Usa ma da contractor delle imprese. Le compagnie petrolifere tratteranno con gli Usa non con Caracas. E investiranno nelle infrastrutture 100 miliardi di dollari. Donald Trump convoca i leader delle società energetiche – 14 americane e tre straniere fra cui l'Eni rappresentata dal ceo Claudio Descalzi nella riunione tenutasi nella East Room della Casa Bianca – e illustra i prossimi passi per riportare agli antichi fasti la produzione di greggio in Venezuela. Servono anzitutto investimenti. Trump dice che le società metteranno «100 miliardi di dollari, soldi loro non nostri». Il vettore verso la normalità è il petrolio. Il Venezuela ha le più grandi riserve, 303 miliardi di barili, pari al 17% del totale mondiale, secondo la US Energy Information Administration. Il settore è però allo sbando. La produzione è crollata dal picco di 3,5 milioni di barili al giorno nel 1990 agli attuali appena 800mila. La società Rystad ha stimato che serviranno 180 miliardi di dollari di investimenti fino al 2040 per riportare la produzione a 3 milioni di barili. Trump dice che saranno gli americani «a decidere quali compagnie potranno operare laggiù».
    La decisione su chi potrà tornare a operare in Venezuela sarà presa «subito, anche oggi». Traspaiono anche timori fra i Ceo nell'imbarcarsi nell'avventura a Caracas da dove le imprese sono state cacciate dopo la nazionalizzazione del comparto nei primi anni Duemila. Ryan Lance della ConocoPhillips ha detto che la sua compagnia ha perso 12 miliardi di dollari in Venezuela; il ceo di Exxon Mark Nelson ha evidenziato la necessità di «cambiamenti alle infrastrutture». Descalzi ha ricordato la presenza di Eni nel Paese dal 1990 e la presenza attuale di circa 500 persone. «Siamo pronti a investire», ha detto ribadendo l'impegno di Eni nel tornare parte attiva.
    Anche Chevron è «impegnata a continuare a investire». E il caso Chevron è il più interessante. La compagnia Usa è l'unica al momento attiva nel Paese, ha una partnership con PDVSA – la società statale venezuelana – e ha un'esenzione, rispetto alle sanzioni, da parte di Trump per fare business. È una situazione in cui sino a 10 mesi si trovavano anche l'italiana Eni e la spagnola Repsol, che operavano nel gasdotto Perla al largo del Venezuela. L'accordo – negoziato con l'Amministrazione Biden – prevedeva che Eni girasse il gas sul mercato domestico venezuelano e fosse pagata in barili di greggio che poteva portare negli Usa e immettere – una volta raffinati – sul mercato. Trump ha bloccato questa transizione minacciando l'uso di sanzioni. In novembre, rispondendo a La Stampa, l'ad Descalzi aveva definito «un grosso problema la situazione» e parlato di miliardi di dollari persi. Si tratta di circa 6 miliardi (insieme a Repsol). Nell'ultimo periodo Eni ha continuato a dare gas al Venezuela senza ricevere un pagamento. La speranza, si dice negli ambienti vicini alla società, è di riuscire a recuperare almeno una fetta. Eni è stata in costante contatto con i ministri dell'Amministrazione repubblicana per sbloccare la situazione. E anche Palazzo Chigi si è attivato per risolvere l'impasse ben prima che crollasse Maduro. Secondo due fonti a conoscenza del dossier, qualche giorno fa ci sarebbero stati dei contatti fra la premier Meloni e Trump. Il presidente del Consiglio avrebbe detto al leader Usa di coinvolgere anche Eni nella riunione di ieri. La Casa Bianca, interpellata da La Stampa, non ha risposto sui contatti fra Washington e Roma, ma a quanto risulta l'Eni, così come Repsol, sarebbe stata invitata al meeting di ieri ben prima che questo diventasse di pubblico dominio, anche se Trump sino a giovedì riferiva di un vertice «con le società americane». —
  3. S Il tycoon insiste: "Non permetteremo che la prendano Cina o Russia"
    «Al momento non sto ancora parlando di soldi per la Groenlandia, ma potrei». Lo ha detto il presidente Usa Donald Trump, ieri sera, parlando alla Casa Bianca, riguardo all'ipotesi di acquistare l'isola. «Ma ora – ha proseguito – faremo qualcosa per la Groenlandia, che gli piaccia o meno, perché se non lo facciamo la Russia o la Cina prenderanno il controllo della Groenlandia e non accetteremo di avere Russia o Cina come vicini», ha affermato il presidente Usa. «Se non vogliono farlo in modo semplice, lo faremo in maniera dura», ha poi aggiunto Trump, che si è comunque definito «un grande fan della Danimarca». R.E. —
  4. Macchinari, chimica, farmaceutica e auto, i settori favoriti per l'Europa
    Un accordo da 110 miliardi di euro Niente dazi sul 90% delle merci
    DAL CORRISPONDENTE
    DA BRUXELLES
    L'intesa commerciale tra l'Ue e i quattro Paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) darà vita a un'area di libero scambio che riguarda 700 milioni di cittadini. L'interscambio di beni vale 111 miliardi di euro l'anno, quasi equamente divisi (nel 2024 l'Ue ha esportato 55,2 miliardi di prodotti e ne ha importati 56), mentre nel settore dei servizi c'è un significativo squilibrio a favore dell'Europa (l'export vale 29 miliardi e l'import 13,4). Ci sarà un azzeramento dei dazi sul 91% delle merci esportate che riguarda le circa 60 mila imprese Ue che esportano verso quell'area (di cui 30 mila piccole e medie imprese). Ma l'accordo non si limita agli aspetti commerciali perché prevede la rimozione delle barriere per gli investimenti e punta, attraverso alcune disposizioni, a promuovere la tutela dei lavoratori, la responsabilità sociale delle imprese, oltre che la protezione dell'ambiente e il benessere animale.
    Chi ci guadagna
    I settori industriali europei che più esportano verso i Paesi del Mercosur sono quelli dei macchinari, la chimica, la farmaceutica e i trasporti, in particolare l'automotive. I dazi attualmente in vigore arrivano al 35% per le automobili e al 18% per la componentistica, fino al 20% per i macchinari, al 18% per la chimica, al 14% per la farmaceutica e al 35% per l'abbigliamento. Verranno azzerati oppure significativamente ridotti. Ma l'Ue ha un forte export anche per quanto riguarda i servizi, in particolare quelli finanziari, le telecomunicazioni, il trasporto marittimo e i servizi postali. Secondo le stime della Commissione europea, la rimozione dei dazi vale quattro miliardi di euro l'anno.
    Gli investimenti
    I dati di Bruxelles dicono che l'Ue è il principale investitore nell'area del Mercosur, con un volume annuo di 390 miliardi. L'intesa porterà alla rimozione di alcune barriere, garantendo un accesso paritario agli appalti e una corsia preferenziale nell'estrazione delle materie prime.
    Agricoltura a due facce
    L'agro-alimentare rappresenta la principale voce dell'import dai Paesi del Mercosur, accanto ai prodotti minerari e all'industria della carta, il che spiega le preoccupazioni del mondo agricolo europeo. Al tempo stesso, anche l'agroalimentare europeo registra notevoli esportazioni in Sudamerica e in particolare il comparto dei vini e dei superalcolici. L'accordo obbligherà inoltre i Paesi del Mercosur a riconoscere l'indicazione geografica protetta per 344 prodotti, tra cui il Parmigiano, il prosciutto di Parma o il Prosecco.
    Le quote
    Il livello dei dazi su alcuni "prodotti sensibili" importati dal Sud America varierà a seconda della quantità di merce che arriverà in Europa. L'Ue ha infatti introdotto alcune quote proprio a tutela dei propri mercati. Per quanto riguarda la carne bovina, per esempio, solo le prime 99 mila tonnellate saranno soggette a dazi agevolati. Per il pollame, saranno a dazio zero solo le prime 180 mila tonnellate (pari all'1,4% del consumo Ue), una quota più bassa rispetto all'attuale import (290 mila tonnellate) e nettamente inferiore all'export Ue (che vale 2,1 milioni di tonnellate). Dazio zero anche per le prime 60 mila tonnellate di riso (oggi l'Ue ne importa 100 mila l'anno).
    Il freno d'emergenza
    Per evitare una "invasione" di prodotti agroalimentari dal Sud America, l'Ue ha introdotto misure di salvaguardia che consentiranno di attivare una sorta di freno d'emergenza in caso di turbolenze di mercato. Qualora le importazioni di un dato prodotto dovessero essere superiori del 5% rispetto all'anno precedente (la soglia era stata inizialmente fissata al 10%, poi all'8%), o in caso di un calo del 10% dei prezzi dei europei, l'Ue avvierebbe un'indagine al termine della quale, se necessario, potrebbe sospendere le agevolazioni tariffarie.
    La reciprocità
    Un tema che ha animato le proteste del comparto agricolo è quello relativo agli standard sanitari e alle norme sulla sicurezza alimentare. La Commissione ha assicurato che "gli animali, le piante e gli alimenti immessi sul mercato dell'Ue, prodotti a livello nazionale o importati da qualsiasi paese terzo, devono essere conformi alle prescrizioni sanitarie e fitosanitarie dell'Ue", il che vale anche e soprattutto per l'uso di pesticidi. Ovviamente l'Ue non può imporre ai produttori sudamericani le proprie regole, per questo saranno cruciali i controlli sulla merce importata: l'esecutivo europeo ha annunciato un'apposita task force per incrementare le verifiche.
    L'impatto per l'Italia
    L'interscambio tra il nostro Paese e quelli del Mercosur vale circa 16,4 miliardi di euro l'anno. Per quanto riguarda l'export, la parte del leone la fanno i macchinari e i dispositivi elettronici (3,1 miliardi) che attualmente sono sottoposti a dazi del 14-20% e che verranno gradualmente azzerati. Per chimica e farmaceutica il volume delle esportazioni vale 1,2 miliardi (che saranno soggette a dazio zero), seguite dal settore dei trasporti (oltre 600 milioni), quello siderurgico (oltre 500 milioni) e quello agroalimentare (quasi 500 milioni). MA. BRE. —

 

10.01.26
  1. GOLDEN POWER NON PIU' ALLA MELONI :   Estratto dell’articolo di Andrea Rinaldi per il "Corriere della Sera"

    Il governo chiede la fiducia e al Senato incassa il via libera al decreto legge Transizione 5.0. Nel testo del provvedimento figura anche la modifica della norma sul golden power sul settore finanziario, compreso quello creditizio e assicurativo.



    Si tratta dei correttivi contenuti nell’emendamento presentato dal sottosegretario all’Economia, Federico Freni, alla vigilia del voto in aula a Palazzo Madama e approvato in Commissione Ambiente.



    Le modifiche predisposte dal governo aderiscono alla richiesta di rivedere la normativa sui poteri speciali dopo la messa in mora dell’Italia da parte della commissione Ue, poiché la normativa confliggeva, sovrapponendosi, con le competenze esclusive della Bce nell’ambito del Meccanismo di vigilanza unico.



    Un quadro in cui è maturato, tra l’altro, il ricorso di Unicredit all’indomani dell’utilizzo dei poteri speciali in merito all’Ops su Banco Bpm, un’offerta non andata a buon fine proprio per l’interdizione stabilita dal governo.

    I correttivi intervengono stabilendo il potenziamento della «competenza esclusiva delle Autorità preposte per quanto concerne le valutazioni di natura prudenziale sulle acquisizioni di partecipazioni qualificate nel settore finanziario, ivi compreso quello creditizio e assicurativo, nonché in materia di controllo delle concentrazioni tra imprese».



    Vale dunque il principio che i poteri di golden power hanno un «carattere residuale», indicando che i poteri speciali nel settore finanziario non siano esercitabili nel caso siano pendenti «procedimenti autorizzatori dinanzi ad altre Autorità europee competenti a valutare gli aspetti di carattere prudenziale e concorrenziale».

    Ora se nel risiko Unicredit ci vorrà riprovare su un’altra banca italiana o Crédit Agricole con Banco Bpm, sicuramente vedranno estendersi le tempistiche. Per Mariangela Di Giandomenico, partner di Orrick e componente del Commission stakeholder expert group on public procurement (SEGPP) della Commissione Ue, «l’esecutivo potrà pronunciarsi solo una volta definiti tutti i procedimenti delle autorità europee competenti a valutare gli aspetti di carattere prudenziale e concorrenziale dell’operazione, nel caso delle banche, quindi i procedimenti Bce e della Commissione europea per il controllo delle concentrazioni».


    Però la norma riduce e limita la discrezionalità del governo «poiché si chiarisce che questi poteri si esercitano nella misura in cui la protezione degli interessi essenziali dello Stato che il Golden power mira a tutelare non siano adeguatamente garantiti dalla regolamentazione di settore (ossia quella Bce e Commissione Ue).

    A mio parere, i poteri speciali del Governo non diventano più così ostativi in questo settore, come nei casi precedenti. Il governo infatti potrà pronunciarsi solo dopo che si sono espresse le altre autorità europee, ma difficilmente potrà fermare operazioni che hanno ricevuto l’autorizzazione dei regolatori europei».
  2. ABUSI DEL GOVERNO DI SINISTRA: Estratto dell’articolo di Valentina Iorio per il “Corriere della Sera”

    L’Italia deve rivedere le norme che regolano l’accesso e l’esame dei dati bancari dei contribuenti da parte dell’Agenzia delle Entrate a fini di verifica fiscale. A stabilirlo è la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) nella sentenza [...] sul ricorso di due cittadini italiani che tra il 2019 e 2020 sono stati informati dalle loro banche che l’Agenzia delle Entrate aveva richiesto informazioni sui loro conti bancari, sulla cronologia delle transazioni e altre operazioni finanziarie a loro collegate o riconducibili a loro [...]



    La Cedu è giunta alla conclusione che l’Italia ha violato il loro diritto alla vita privata perché, pur essendoci delle regole che limitano i casi in cui l’Agenzia delle Entrate può procedere, queste non sono rispettate.
    Secondo la sentenza il quadro giuridico italiano ha concesso alle autorità nazionali una discrezionalità illimitata nell’attuazione e nell’estensione di questi controlli. Allo stesso tempo, non sono state fornite sufficienti garanzie procedurali, in quanto le misure contestate non sono state sottoposte a un controllo giurisdizionale o indipendente.

    «Il quadro giuridico interno non ha garantito ai ricorrenti il livello minimo di protezione a cui avevano diritto ai sensi della Convenzione», scrive la Corte europea dei diritti dell’uomo . Viene quindi sottolineata la «necessità di norme specifiche nel diritto interno che indichino le circostanze e le condizioni in cui le autorità nazionali sono autorizzate ad accedere ai dati bancari dei

    Inoltre, devono assicurare che il contribuente possa fare ricorso. E questo non deve essere subordinato al fatto che sia stato emesso un avviso di accertamento fiscale, né vincolato alla conclusione dell’accertamento. Pertanto, la Corte chiede a Roma di adeguare «la propria legislazione e prassi» alle sue conclusioni. ANSA) - STRASBURGO, 08 GEN - L'Italia deve riformare le leggi che regolano l'accesso e l'esame dei dati bancari dei contribuenti da parte dell'Agenzia delle Entrate a fini di verifica fiscale, affinché il Fisco non abbia una "discrezionalità illimitata" sull'attuazione e la portata di tali misure, e siano offerte ai contribuenti "garanzie procedurali sufficienti", per contestare eventuali abusi.
    L'ha stabilito la Cedu nella sentenza sul ricorso di due cittadini italiani che tra il 2019 e 2020 sono stati informati dalle loro banche che l'Agenzia delle Entrate aveva richiesto informazioni sui loro conti bancari, sulla cronologia delle transazioni e altre operazioni finanziarie a loro collegate o riconducibili a loro, per periodi che andavano da uno a due anni.


    La Cedu è giunta alla conclusione che l'Italia ha violato il loro diritto alla vita privata perché pur essendoci delle regole che limitano i casi in cui l'Agenzia delle Entrate può procedere, queste non sono rispettate. Allo stesso tempo, i contribuenti non hanno a disposizione una via efficace per far controllare la legalità delle misure prese nei loro confronti, sia che decidano di rivolgersi ai tribunali tributari o civili o che scelgano di ricorrere al Garante del contribuente.



    La Cedu chiede quindi a Roma di riformare le leggi e la pratica. In particolare indica che l'Agenzia delle Entrate deve essere obbligata per legge a rispettare le circostanze e le condizioni alle quali è autorizzata ad accedere ai dati bancari dei contribuenti, e deve motivare le misure che adotta.



    Inoltre le leggi devono assicurare che il contribuente possa fare ricorso, e che questo non sia subordinato al fatto che sia stato emesso un avviso di accertamento fiscale, o divenga disponibile solo quando il procedimento di accertamento fiscale è stato concluso.

 

 

09.01.26
  1. STRASBURGO, 08 GEN - L'Italia deve riformare le leggi che regolano l'accesso e l'esame dei dati bancari dei contribuenti da parte dell'Agenzia delle Entrate a fini di verifica fiscale, affinché il Fisco non abbia una "discrezionalità illimitata" sull'attuazione e la portata di tali misure, e siano offerte ai contribuenti "garanzie procedurali sufficienti", per contestare eventuali abusi.
    L'ha stabilito la Cedu nella sentenza sul ricorso di due cittadini italiani che tra il 2019 e 2020 sono stati informati dalle loro banche che l'Agenzia delle Entrate aveva richiesto informazioni sui loro conti bancari, sulla cronologia delle transazioni e altre operazioni finanziarie a loro collegate o riconducibili a loro, per periodi che andavano da uno a due anni.

    La Cedu è giunta alla conclusione che l'Italia ha violato il loro diritto alla vita privata perché pur essendoci delle regole che limitano i casi in cui l'Agenzia delle Entrate può procedere, queste non sono rispettate. Allo stesso tempo, i contribuenti non hanno a disposizione una via efficace per far controllare la legalità delle misure prese nei loro confronti, sia che decidano di rivolgersi ai tribunali tributari o civili o che scelgano di ricorrere al Garante del contribuente.



    La Cedu chiede quindi a Roma di riformare le leggi e la pratica. In particolare indica che l'Agenzia delle Entrate deve essere obbligata per legge a rispettare le circostanze e le condizioni alle quali è autorizzata ad accedere ai dati bancari dei contribuenti, e deve motivare le misure che adotta.



    Inoltre le leggi devono assicurare che il contribuente possa fare ricorso, e che questo non sia subordinato al fatto che sia stato emesso un avviso di accertamento fiscale, o divenga disponibile solo quando il procedimento di accertamento fiscale è stato concluso.
  2. Il Venezuela potrebbe detenere una riserva segreta di bitcoin del valore di circa 60 miliardi di dollari, una delle più ricche del mondo, poco meno di quanto detenuto da Strategy, la società di Michael Saylor quotata al Nasdaq.

    Si vocifera che fin dal 2018 il Venezuela converta in bitcoin i proventi derivanti dalla vendita di oro e petrolio. E poiché l’arresto dell’ormai ex presidente venezuelano Nicolas Maduro è stato presentato dagli americani come un'operazione di polizia, Donald Trump ora potrebbe teoricamente sequestrare il tesoro venezuelano, che ammonterebbe a circa 600.000 bitcoin, per metterlo nella riserva strategica degli Stati Uniti.
    Tale mossa ridurrebbe il numero di bitcoin in circolazione, con la conseguenza che il prezzo della criptovaluta dovrebbe salire. Come si vede, il tesoro nascosto di Maduro sarebbe talmente ingente da diventare uno dei motivi principali dell’attacco americano. Al punto da far dire a qualche osservatore che l’attacco al Venezuela potrebbe essere ricordato come la prima guerra del bitcoin della storia.
    A rendere più complicata la situazione sono le dichiarazioni della leader dell'opposizione, María Corina Machado: la Premio Nobel per la Pace ha suggerito che un futuro governo democratico in Venezuela potrebbe integrare ufficialmente bitcoin nelle riserve nazionali per ricostruire la ricchezza del Paese. Queste parole fanno pensare che il tesoro di Maduro esista davvero.
    Secondo Bradley Hope e Clara Preve, del sito Whale Hunting, per anni Maduro e la sua cerchia avrebbero sistematicamente saccheggiato il Venezuela, appropriandosi di miliardi di dollari di proventi petroliferi, riserve auree e beni statali, per poi convertirli in gran parte in criptovalute.


    Una mossa quasi inevitabile, quest’ultima, visto che da anni il Paese latinoamericano è colpito da pesanti sanzioni che lo escludono dai circuiti della finanza tradizionale.



    Ora gli Stati Uniti potrebbero congelare il wallet che contiene il tesoro segreto di Maduro. Ma per averne la piena disponibilità, ovvero poter muovere i bitcoin lì custoditi, bisogna appropriarsi della chiave privata del wallet. La quale potrebbe essere nelle mani di Alex Saab, attuale ministro venezuelano del Potere Popolare per le Industrie e la Produzione Nazionale. Secondo Hope e Preve, sarebbe proprio lui la mente dell’operazione bitcoin.

    Saab è un imprenditore nato in Colombia da una famiglia di origini libanesi. Naturalizzato venezuelano, nel 2020 è stato arrestato a Capo Verde per poi essere estradato negli Usa nel 2021. I procuratori statunitensi lo hanno accusato di aver trasferito 350 milioni di dollari dal Venezuela a conti esteri. Nel dicembre 2023 Saab è stato liberato in uno scambio di prigionieri tra Stati Uniti e Venezuela dopo che i colloqui tra le due amministrazioni erano stati facilitati dal Qatar.



    Di Saab si è parlato anche in Italia quando sua moglie, Camilla Fabri, cittadina italiana, è stata indagata e colpita da un ordine di custodia cautelare per reati di riciclaggio, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di beni. Il caso principale che la vede protagonista riguarda l'acquisto di un appartamento per circa 5 milioni di euro in via Condotti a Roma nel 2019.



    Gli inquirenti hanno ritenuto sospetto che Fabri, formalmente una commessa part-time con un reddito dichiarato di circa 1.800 euro al mese, potesse permettersi un immobile di tale valore. Secondo l'accusa, le somme utilizzate per gli acquisti in Italia provenivano dalle attività illecite del marito legate alla corruzione e alle malversazioni nel programma venezuelano di aiuti alimentari.

    Attualmente Fabri si trova in Venezuela, dove è diventata viceministra per la Comunicazione Internazionale. E proprio ieri è stata diffusa la notizia che lo scorso 30 ottobre Saab e la moglie hanno patteggiato con i giudici italiani. All’uomo è stata inflitta una pena di un anno e due mesi di reclusione per riciclaggio, alla donna di un anno e sette mesi.
     
  3. metà sono dell'Onu: "In contrasto con gli interessi americani"
    Washington esce da 66 accordi internazionali
    Nuova picconata dell'America di Trump al sistema multilaterale. Il presidente americano ha ritirato gli Usa da 66 tra organismi e accordi internazionali, comprese molte organizzazioni che operano per contrastare il cambiamento climatico. Quasi la metà dei 66 enti interessati (31) è collegata all'Onu. Via anche dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), un trattato che costituisce la base di tutti gli sforzi internazionali per combattere il riscaldamento globale. Sono inclusi pure i gruppi che lavorano su sviluppo, parità di genere e gestione dei conflitti — ambiti che l'amministrazione Trump ha ripetutamente liquidato come promotori di agende "globaliste" o "woke". Nel suo secondo mandato il tycoon era già uscito (nuovamente) dall'Accordo di Parigi, dall'Oms, dal Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite e dall'Unesco, e non aveva inviato una delegazione al vertice sul clima COP30 in Brasile. Inoltre ha già smantellato l'Usaid, la principale agenzia Usa per la cooperazione internazionale. La Casa Bianca ha spiegato che la decisione è stata presa perché tali enti «non servono più gli interessi americani» e promuovono «agende inefficaci o ostili». Queste le dure parole del segretario di stato Marco Rubio: «Oggi abbiamo annunciato il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali considerate sprecone, inefficaci o dannose. L'Amministrazione Trump ha riscontrato che queste istituzioni sono ridondanti, mal gestite, superflue, costose, amministrate in modo inefficiente, catturate dagli interessi di attori che promuovono agende proprie in contrasto con le nostre, oppure rappresentano una minaccia per la sovranità, le libertà e la prosperità della nostra nazione. Non è più accettabile dare a queste istituzioni il sangue, il sudore e le risorse del popolo americano» ottenendo in cambio «poco o nulla».
  4. Stephen Marche
    "L'Ice è un'unità paramilitare fascista L'obiettivo è uno Stato senza legge"
    Simona Siri
    New York
    «Quando si creano questi gruppi paramilitari senza legge, è ovvio che si genera violenza, che si creano le condizioni per un omicidio come quello di Minneapolis». Dopo aver visto il video di Renee Nicole Good, la donna uccisa con tre colpi di pistola da un agente dell'Immigration and Customs Enforcement (Ice) durante un controllo, Stephen Marche non è sorpreso. Scrittore e saggista, nel suo libro "The Next Civil War: Dispatches from the American Future" ha immaginato l'arrivo della prossima guerra civile americana, descrivendo una realtà che è ogni giorno sempre più sovrapponibile alla cronaca. «Il video è ancora più terribile di quello di Charlie Kirk, entrambi manifestazioni di violenza estrema e raccapricciante», ci dice al telefono dal Canada, dove oggi vive.
    Nel primo capitolo del suo libro lei descrive i vari livelli di governo negli Stati Uniti che si scontrano militarmente tra loro. Siamo a questo punto?
    «Forse non siamo in una condizione di guerra civile, ma siamo in una realtà in cui la violenza è un mezzo legittimo in sé e per sé, e non è più legittimata solo dallo Stato. Abbiamo unità di polizia in competizione tra loro che si contrappongono direttamente e che probabilmente inizieranno ad arrestarsi a vicenda. Quando il sindaco di Minneapolis dice che l'Ice se ne deve andare e il governatore suggerisce di usare la Guarda Nazionale contro l'Ice, la domanda è: chi ha il potere legittimo? Non lo sappiamo. È il tipo di situazione che abbiamo visto in Paesi sudamericani e africani, quando si verificano scenari di violenza praticamente continua finché un organismo internazionale non interviene. L'America è su questa strada: assomiglia sempre di più a uno stato latinoamericano in fallimento piuttosto che a un paese europeo».
    Pensa che l'Ice sia stata creata con questo scopo?
    «Non uso volentieri la parola fascismo riguardo a Trump, ma quando si parla di un'entità che in sostanza giura fedeltà personale alla figura autoritaria, fondamentalmente si ha a che fare con un'unità paramilitare fascista. Il fatto che il loro budget sia illimitato, che abbiano ricevuto più soldi dei Marines, sono segni di un vero e proprio tentativo di imporre una nuova forza nella vita americana, una forza che è fedele a una sola fazione politica. E questo è un fatto inedito nella storia americana».
    Si parla di agenti reclutati senza alcuna forma di controllo, molti con precedenti penali.
    «Proprio come fanno nei governi fascisti di tutto il mondo. Sono la feccia, la peggiore feccia dell'umanità, reclutati alle fiere di armi e con una propensione per la violenza. Sono una forza che genera violenza cinetica. Un video come quello di Minneapolis è il motivo per cui è stata creata l'Ice ovvero per dimostrare cosa succede a chi si oppone. Sono uomini violenti per i quali la violenza è lo scopo principale. E questo vale anche per il comportamento dell'amministrazione sul palcoscenico internazionale. L'arresto di Maduro in Venezuela è senza alcun vero motivo, senza un piano, non si tratta nemmeno di avidità per il petrolio. Probabilmente gli Stati Uniti non ci guadagneranno nemmeno. È stata solo un'azione fatta per mostrare i muscoli. Vogliono punire le persone per sentirsi forti. Non ricordo quale commentatore lo abbia detto, ma ha pronunciato una frase davvero brillante: l'America sta commettendo crimini di guerra senza una guerra. Come se i crimini di guerra fossero lo scopo stesso. E in un certo senso lo sono. Il crimine commesso contro questo essere umano ucciso a Minneapolis è il punto: vogliono che tu veda la violenza».
    È la dottrina "fuck around and find out" esplicitata dal segretario alla guerra Pete Hegseth.
    «Sì, provate a fare i furbi e vedrete cosa succede. Ma la domanda è: fino a dove si estende? Fino a uccidere chi? A uccidere il sindaco che li ha mandati a quel paese? Una volta che questa violenza ha inizio, assume una logica propria, soprattutto perché non è supportata da un pensiero profondo, ma è esercitata come in uno stato di confusione dovuto alla droga, brancolano nel buio, di momento in momento».
    Creare paura con la violenza è la condizione per non avere regolari elezioni?
    «Lo scopo è creare uno Stato senza legge in cui ci sia solo la forza. Vogliono la degradazione di tutto, perché sono interessati alla degradazione fine a se stessa. Non c'è una dottrina Trump o un'ideologia repubblicana, è solo caos. Questo è quello che vogliono, perché nel caos possono vivere meglio le loro vite da pirati. Queste sono le condizioni in cui elezioni libere e corrette sono praticamente impossibili e credo che siamo già arrivati a questo punto. Quello che succederà nel 2026 sarà diverso da qualsiasi elezione americana precedente».
    Come vede gli americani in questo momento?
    «Intrappolati in una relazione abusiva. Ognuno sopravvive come può. Tutto quello che arriva da lì ora è tossico e l'America è davvero un pericolo per se stessa e per gli altri. È come assistere alla disintegrazione di una famiglia a causa della droga. Chi sopravvivrà alla fine? Non si sa. Intanto la Cina continua imperterrita con la rivoluzione dell'intelligenza artificiale e dei veicoli elettrici. Forse l'unico punto su cui tutti in America possono essere d'accordo è che il futuro non è più appannaggio degli Stati Uniti». —
  5. Difesa, il governo aumenta le spese Giorgetti : si voterà
    luca monticelli
    roma
    Il governo si prepara ad aumentare le spese per la difesa. Oltre al programma Safe, finanziato con i prestiti europei di cui l'Italia può usufruire per 14,9 miliardi su 150, Palazzo Chigi è intenzionato anche a chiedere la clausola nazionale, l'altro strumento fornito dall'Ue che consente di rafforzare gli armamenti senza veder conteggiare quelle risorse nei vincoli di deficit. La clausola consente di ricorrere a un massimo dell'1,5% del Pil in flessibilità e non rischiare una procedura per disavanzo eccessivo. Nel Documento programmatico di finanza pubblica dello scorso ottobre, il governo ha ipotizzato di utilizzare lo 0,5% di deficit per rafforzare gli investimenti nella difesa nazionale. Si tratta, quindi, di circa 12 miliardi di euro, che in rapporto al prodotto interno lordo sono così suddivisi: lo 0,15% nel 2026, che arriva allo 0,3% nel 2027 fino a raggiungere lo 0,5% nel 2028. In valori assoluti: 3,5 miliardi quest'anno, che poi diventano 7 nel 2027 e 12 nel 2028.
    Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti, anche nelle recenti audizioni in Parlamento, non ha mai nascosto che è volontà dell'esecutivo chiedere l'attivazione della clausola solo dopo che la Commissione europea, a marzo, abbia certificato l'uscita anticipata dell'Italia dalla procedura per deficit eccessivo. Il deficit 2025 è stato cifrato al 3%, tuttavia per essere fuori dalla lista nera bisogna fermarsi almeno un decimo sotto.
    Ieri, però, Giorgetti, rispondendo in aula al Senato a un'interrogazione del Movimento 5 stelle, ha annunciato per la prima volta che l'eventuale aumento delle spese della difesa avverrà attraverso uno scostamento di bilancio. Una procedura tecnica che non cambia la sostanza, ma che negli ultimi mesi era diventata quasi un tabù: per gli evidenti equilibri politici nella maggioranza – con le resistenze soprattutto del suo partito, la Lega – la parola "scostamento" per le armi non si poteva pronunciare.
    «Trattandosi di una flessibilità in deroga, l'attivazione della clausola di salvaguardia non richiederebbe la pubblicazione di un nuovo Piano strutturale di medio termine, ma implicherebbe comunque una richiesta di scostamento dagli obiettivi programmatici al Parlamento, da approvare previo coinvolgimento dello stesso», ha detto Giorgetti parlando all'assemblea di Palazzo Madama.
    Il ministro ha poi garantito che questo incremento delle spese per la sicurezza non costringerà l'esecutivo a tagliare il welfare o la sanità, proprio perché si tratta di risorse in deroga al patto di stabilità. «Grazie all'attivazione della clausola di salvaguardia nazionale sarà tollerato un sentiero di crescita della spesa netta più ampio in ragione delle sole maggiori spese in difesa e sicurezza», ha spiegato. Perciò, «l'aumento prospettato non comporterebbe nessuna rinuncia alle spese dedicate alle principali priorità di policy di natura sociale».
    Il titolare del Tesoro ha poi ricordato che l'attivazione della clausola di salvaguardia è indipendente dall'altro strumento, il programma Safe, che dovrebbe assicurare all'Italia 14,9 miliardi. L'adesione a Safe, infatti, comporta una dilazione molto in avanti nel tempo della restituzione del prestito rispetto all'emissione di titoli del debito pubblico, oltre a risparmi legati a un tasso più vantaggioso.
    Va all'attacco il Movimento 5 stelle che accusa il governo di aver approvato una legge di bilancio di guerra. Secondo il capogruppo M5s Stefano Patuanelli, la risposta di Giorgetti sulle risorse da utilizzare per il riarmo è stata «un esercizio di fumo istituzionale. Si rinvia tutto a marzo, alle stime Istat, all'uscita (forse) dalla procedura di infrazione, alle clausole europee, al Safe, alle flessibilità. Ma intanto una cosa è chiarissima: l'impegno a spendere quei soldi c'è ed è nero su bianco nei documenti ufficiali». Patuanelli ha aggiunto: «Stanno ipotecando risorse enormi del Paese e pretendendo di far credere agli italiani che non ci sarà alcun impatto su sanità e welfare. La priorità del governo è trovare qualsiasi strada – deficit, prestiti europei, titoli, tagli indiretti – pur di aumentare la spesa militare, senza nemmeno avere il coraggio di dirlo con chiarezza al Parlamento».
    Il voto delle Camere sullo scostamento è comunque lontano – se ne riparlerà a primavera – mentre il prossimo banco di prova sarà la risoluzione di giovedì prossimo in occasione delle comunicazioni sul decreto Ucraina del ministro della Difesa Guido Crosetto.
    I capigruppo di centrodestra ancora non hanno messo mano al testo della risoluzione di maggioranza, ma servirà non poca diplomazia politica per far coesistere l'impegno ribadito da Fdi e Fi con le cautele leghiste sul sostegno militare a Kiev. —
  6. Il giallo
    Le proprietà
    4 milioni
    N
    iccolò Zancan
    INVIATO A CRANS-MONTANA
    Almeno quattro milioni di franchi svizzeri investiti in cinque anni. Tre locali, due case con giardino. E tutto questo senza nemmeno bisogno di accendere un mutuo. Di sicuro i coniugi Jacques Moretti e Jessica Maric avevano una grande disponibilità di denaro. Denaro pronto all'uso. Quando decidevano di comprare, pagavano. Ma quella repentina fortuna, che stride con i risparmi sulla sicurezza del "Constellation", con i contratti al ribasso dei dipendenti e pure con la qualità degli alcolici serviti, adesso è finita sotto gli occhi degli investigatori come un mistero da svelare. Perché nulla della vita precedente, per quanto si è scoperto fino a ora, faceva immaginare la disponibilità di un simile tesoro.
    Jacques Moretti nasce a Bastia, in Corsica. Lì gestisce il primo bar. Con la moglie si spostano fra la Costa Azzurra e il lago di Annency. Quando nel 2008 Moretti viene condannato a dodici mesi di carcere da un tribunale francese per sfruttamento della prostituzione, aveva iniziato a gestire da tre mesi un centro massaggi nella zona di Ginevra. Secondo l'accusa, era lui che faceva arrivare le ragazze costrette a vendersi ai clienti, le reclutava in Francia. Grazie alla condizionale, è uscito dopo quattro mesi di carcere. Si è sempre dichiarato innocente: «Erano consenzienti, in Svizzera la prostituzione non è reato». Fatto sta che, in quel momento, era difficile immaginare che il futuro proprietario del "Constellation" fosse un uomo così facoltoso.
    Ricompare sulla scena nel 2015. Sta ristrutturando il locale che ha preso in gestione nella via centrale di Crans-Montana. Sono lavori di ampliamento dei posti a sedere, quindi stringe la scala dell'uscita principale. Con lui ci sono due operai, che nelle foto sembrano essere suoi amici. Si vanterà di aver costruito personalmente ogni pezzo del disco-bar. Si chiamava «Constel», ma adesso è un nuovo locale. «Rallegratevi per una nuova Constellation, completamente ristrutturata e rinnovata, per la stagione invernale 2015/2016», scriveva su Facebook.
    Dopo la pandemia: ecco il boom. Nel 2020 compra il "Constellation" per 1,5 milioni di franchi svizzeri. In quello stesso anno - lo ha scoperto il giornale Inside Paradeplatz - compra una casa di 298 metri quadrati più giardino: 820 mila franchi. Nel 2023 ecco altri due locali: un ristorante specializzato in hamburger a Crans-Montana e l'ostello "Le Vieux Chalet", poco lontano, a Lens. Non si conoscono con precisione le cifre sborsate per questi due locali, ma considerati i prezzi attuali è difficile ipotizzare meno di 500 mila franchi per ognuno. Nel 2024 ecco la seconda casa, una proprietà unifamiliare a Lens di quasi 500 metri quadrati, più giardino e area verde: costo 410 mila franchi svizzeri. Senza rate, senza ipoteche. Ed è lì, davanti a quella casa in pieno sole, che adesso la polizia va avanti e indietro, un po' per controllare i Moretti, un po' per tenere lontani i giornalisti.
    Gli aggettivi usati per descrivere l'origine della fortuna dei coniugi proprietari del "Constellation" sono molti, ma uno è più in voga: «Sospetta». Anche perché il 50% della società che fa capo ai Moretti è controllata da soci occulti, di cui nessuno conosce il nome.
    Ci sono due storie ricorrenti fra le vie di Crans-Montana. La prima è che qui, trent'anni fa, c'erano mucche e caprette: «Sono stati anni di un'incredibile espansione edilizia». Anche adesso è così: le gru campeggiano alte sul profilo della montagna. Nuovi palazzi stanno per essere costruiti.
    La seconda storia ricorrente è sintetizzata da una battuta folgorante di uno degli avvocati che assiste le famiglie delle vittime, Sébastien Fanti: «L'arresto dei Moretti? Non accadrà, perché qui tutti giocano a golf insieme». Pochi nomi, le stesse famiglie, si dividono le grandi decisioni e le grandi fortune del posto. Il sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, è al terzo mandato. Pur avendo ammesso cinque anni di mancati controlli al "Constellation" dal 2020 al giorno dell'incendio, cioè gli anni della grande fortuna dei coniugi Moretti, ha deciso di rimanere al suo posto: «Non si abbandona la nave in tempesta». Così adesso, persino un viaggio per «Attività istituzionale, economica e culturale» in Corsica di una delegazione del consiglio di Stato Vallese suscita attenzione.
    Questo è il momento dei dubbi, dei tormenti, dei sospetti, dei veleni. Una comunità molto chiusa, vede gli affari di tutti esposti in piazza. Come ha potuto Jacques Moretti movimentare tutti i quei soldi? Come è riuscito a godere di totale impunità? Chi c'è dietro la sua fortuna economica? Ecco nuove domande che tormentano i famigliari dei 40 morti e dei 116 feriti della strage di capodanno. Un altro avvocato che rappresenta le famiglie delle vittime, Romain Jordan, dice: «Accertare la situazione personale degli imputati, in particolare dal punto di vista economico, è di fondamentale importanza».
    Dopo quella di Parigi, anche la procura di Roma ha aperto un'inchiesta. Ma la prima che dovrà cercare di chiarire le cose è la procuratrice generale del Cantone Vallese, Béatrice Pilloud, nata a Sion ed entrata in carica esattamente un anno fa. «La possibilità di arrestare gli indagati è tenuta costantemente in considerazione, se avessimo prove di un tentativo di fuga», dice. Questa mattina aspetta Jacques Moretti e Jessica Maric nei suoi uffici per il primo interrogatorio dopo la strage. Parleranno? Sono in molti a scommettere sulla scena muta. —
  7. la sentenza della cassazione
    "Finpiemonte, 6 milioni usati dall'ex presidente per interessi privati"
    elisa sola
    Sei milioni di euro. È l'importo che «sarebbe stato utilizzato da Gatti, all'epoca presidente della Finpiemonte spa - per creare la provvista necessaria affinché le società Gesi spa e PeP management service Ag potessero farsi carico dell'accordo di ristrutturazione del debito della Gemm Immobiliare srl, società riconducibile a Gatti, al fine di conseguire l'omologa dell'accordo da parte del tribunale di Torino». Lo scrive la Corte di Cassazione nella sentenza che ha dichiarato inammissibile il ricorso del procuratore generale di Torino contro la sentenza della corte d'appello, che aveva riqualificato il reato contestato a Gatti da peculato a truffa aggravata, trasmettendo per competenza gli atti alla procura di Roma. La decisione dei supremi giudici risale ad alcuni mesi fa. Nei giorni scorsi è stata depositata la sentenza. Fabrizio Gatti, ex presidente di Finpiemonte, era imputato, con altri, per una presunta distrazione di fondi di Finpiemonte per circa sei milioni.
    In primo grado a Gatti (che fu anche arrestato) erano stati inflitti sette anni e sei mesi di reclusione, mentre ad altri imputati pene comprese fra i sette anni e i due mesi e i quattro anni e sei mesi. L'inchiesta era stata coordinata dal pm Francesco Pelosi, che aveva chiesto condanne per tutti.
    La corte di appello di Torino - ricordano i giudici della corte di Cassazione - aveva riconosciuto che «effettivamente le somme di Finpiemonte erano state utilizzate per scopi privatistici, riconducibili in maniera inequivocabile all'esclusivo interesse di Gatti e dei restanti imputati». La sussistenza della truffa aggravata, precisa poi la Cassazione, è basata sugli «artifici e raggiri posti in essere» per ottenere l'emissione dei bonifici. A Roma il processo per truffa aggravata nei confronti dell'ex presidente di Finpiemonte deve ancora iniziare. Ma è chiaro che, comunque vada, finirà con l'assoluzione per prescrizione. È passato troppo tempo, infatti, dai fatti contestati, anteriori al 2018, anno in cui venne arrestato, al processo. —


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09.01.26
  1. Le Constellation era una trappola per giovanissimi: verifiche inesistenti su alcolici ed età dei clienti
    Vodka ai minorenni e la porta salta-controlli Il barista pentito: "Qui non va bene nulla"
    Niccolò Zancan
    inviato a Crans-Montana
    È molto doloroso scriverlo adesso, ma un barista del Constellation aveva capito tutto in anticipo. Era preoccupato di quello che stava succedendo dentro al locale in cui era stato appena assunto con un contratto stagionale. «Mio figlio Gaëtan mi ha chiamato una settimana prima di Natale. Mi ha detto: "Papà, torno a casa, qui non va bene nulla. Non mi aspettavo una situazione del genere, ci sono molte carenze". Si riferiva in particolare a ragazzi molto giovani che frequentavano il locale, alla mancanza di controlli». Il padre di Gaëtan T., 28 anni, ha parlato con la televisione francese BFMTV, pieno di rabbia e di tristezza. Suo figlio è ricoverato in coma in un ospedale di Parigi, dopo quattro giorni al centro ustionasti di Losanna. Per i fumi respirati nel rogo di Capodanno ha delle complicazioni polmonari. Anche lui, come molti altri feriti, sta nel tempo sospeso in cui i medici non possono pronunciarsi.
    Il padre ha fatto fatica a rintracciarlo. Nessuna telefonata dai gestori del Constellation, Jacques Moretti e Jessica Maric. «Ma sono stati loro a insistere perché rimanesse almeno fino a dopo le feste di Natale, era il bar tender, aveva un incarico importante, hanno fatto pressioni. Ma Gaëtan voleva andarsene». Questa paura anticipata svela quello che ormai è sotto gli occhi di tutti: il Constellation era una trappola per ragazzini. Era già fuori legge molto prima dell'incendio della notte dell'ultimo dell'anno. Era già un posto pericoloso, prima del disastro totale.
    La capienza massima era di duecento persone, ma il 31 dicembre ce n'erano quattrocento. Le quaranta vittime sono giovanissime. Otto di loro avevano meno di 16 anni. Altre dodici erano di poco più grandi: non avevano ancora raggiunto la maggiore età. Tutti sapevano quello che il barista Gaëtan T. ha scoperto lavorando: non c'erano controlli. Tutti potevano bere tutto. Ma la legge svizzera, con l'aggiunta di un un regolamento comunale firmato proprio dal sindaco di Crans-Montana, Nicolas Féraud, dice altro.
    Era vietato stare in quel locale dopo le dieci di sera per tutte le persone con meno di 16 anni. Era vietato entrare dopo le dieci di sera dai 16 ai 18 anni di età, se non accompagnati da un adulto. Tutti i ragazzi fra i 16 e i 18 anni potevano bere birra e vino, se accompagnati, ma nessuno di loro poteva bere superalcolici. Secondo la legge del cantone Vallese, è responsabilità dei gestori del locale verificare l'età dei minori presenti. In caso di violazione, i trasgressori rischiano una multa fino a 50.000 franchi svizzeri. La licenza può essere revocata e il locale chiuso. Ma nessuno controllava il Constellation, anche sotto questo aspetto.
    «Per fare serata al Constellation c'erano molti modi», ha raccontato un ragazzino scampato alle fiamme. «Se eri piccolo, bastava entrare prima delle 22 e poi nessuno ti mandava via. Alcuni di noi avevano il codice di una porta condominiale, che portava direttamente alla veranda, così saltavi il controllo del buttafuori. Raramente chiedevano i documenti». Questo è solo uno dei tanti resoconti degli scampati alla notte di Capodanno. I video mostrano shot di vodka e tequila, l'orribile rito dei tavolini "privè" da 300 franchi imposti anche a ragazzi di 16 anni. Con bottiglie servite al tavolo come trofeo da esibire in pubblico. Nulla era a norma al Constellation.
    L'addetto alla sicurezza si chiamava Stefan Ivanovi?, 31 anni: era solo quella notte. L'unico responsabile per 400 persone. Quando è scoppiato l'incendio causato dai fuochi d'artificio piazzati sulle bottiglie di champagne è sceso sotto per cercare di aiutare, anche lui è nell'elenco delle vittime: uno dei quattro morti con più di trent'anni. Lì c'era anche la moglie del titolare, la signora Jessica Maric. Ci sarebbe un video che la inquadra mentre esce dal locale portando via l'incasso mentre dentro infuriano le fiamme. Il Constellation era noto per questa carenza di controlli. A differenza di altri locali della zona non faceva indossare il braccialetto di un particolare colore per permettere di identificare i minorenni. Il barista Gaëtan T. se ne è accorto dopo pochi giorni di lavoro. Per questo voleva licenziarsi: «Papà, io torno casa».—
  2. La testimonianza di un 17enne cuneese: "Io e i miei fratelli salvi per poco"
    "Senza più pelle né capelli quei ragazzi erano ancora vivi ma sembravano scheletri"
    Donatella Signetti
    CUNEO
    «In quel locale avrei potuto esserci anch'io». A parlare è Alessandro (nome di fantasia), 17 anni, studente del Cuneese. La notte di Capodanno era a Crans-Montana. Era in vacanza per la prima volta nella località della Svizzera francese con la famiglia, ospite di amici. «La sera di San Silvestro siamo usciti in paese verso l'una e mezza, per bere qualcosa insieme. Siamo passati davanti a Le Constellation».
    Con lui c'erano i due fratelli: uno più grande e uno più piccolo, di soli 13 anni. «Avevamo festeggiato il Capodanno a Montana, a un dj set all'aperto. Poi ci siamo spostati verso Crans. Appena arrivati, ci ha colpito subito una scena strana: un ragazzo seduto a terra, ripiegato su se stesso, con la testa bassa. Ho pensato fosse ubriaco. Poi ha alzato lo sguardo e ha iniziato a urlare. Aveva le mani ustionate, la pelle a brandelli».
    In pochi istanti, la gravità della situazione diventa evidente. «Poco più avanti c'era un altro ragazzo con la maglietta in fiamme, che è stato aiutato a togliersela. Intorno, diversi giovani stesi a terra, privi di sensi o già morti. Credo fosse l'inizio: non c'era ancora gente che usciva di corsa, né assembramenti».
    Le immagini restano impresse in modo indelebile. «La scena che mi ha colpito di più è stata quella di un ragazzo ancora vivo ma completamente bruciato, seduto sul marciapiede, senza vestiti, con lo sguardo fisso nel vuoto. Il viso sembrava ridotto a uno scheletro. Le ragazze erano senza maglietta, con la pelle arrossata. Sembrava un inferno e, allo stesso tempo, qualcosa di irreale. Tutti erano in condizioni gravissime: alcuni senza capelli, altri completamente ustionati».
    Alessandro e i suoi fratelli chiamano subito i soccorsi. «In quel momento non c'erano ancora ambulanze né mezzi di emergenza. Non siamo stati istruiti su come comportarci in situazioni del genere. Non si percepiva nemmeno la pressione sulle finestre dall'interno, che poi è emersa dai video circolati sui social: solo tanto fumo e le fiamme sullo sfondo. È strano pensarci: uscivano da un ambiente dove il calore aveva probabilmente raggiunto centinaia di gradi e fuori la temperatura era a meno dodici, ma non si coprivano. Erano immobili, in stato di choc».
    L'impatto emotivo è fortissimo, soprattutto per il più piccolo. «Mio fratello ha iniziato a tremare, stava male. Abbiamo deciso di allontanarci e tornare a casa. Io e mio fratello maggiore avremmo voluto fermarci per capire di più, perché era davvero difficile immaginare cosa fosse successo, ma mio fratello più piccolo aveva molta paura. Tornando a casa incrociavamo altri ragazzi allegri, che non sapevano cosa stavano per vedere».
    Il pensiero più angosciante arriva dopo: «Avremmo potuto esserci anche noi là dentro. Non era nei nostri piani, ma se nostro fratello avesse avuto sete, saremmo entrati a comprare una bottiglia d'acqua. Era una possibilità concreta. Ne abbiamo parlato molto nei giorni successivi, anche di come avremmo reagito, se ci fossimo trovati al posto di quei ragazzi».
    Alessandro sottolinea un dettaglio: «Non abbiamo fatto video con il cellulare. Abbiamo usato lo smartphone per chiamare i soccorsi». La mattina dopo arriva la notizia che rende tutto ancora più doloroso. «Non pensavamo a un numero così alto di morti e feriti. Quando nostro padre è entrato in camera e ci ha detto che c'erano più di quaranta vittime, siamo rimasti completamente scioccati. Ho avuto immagini ricorrenti. Poi ne abbiamo parlato a lungo con i nostri genitori. Mia madre ci ha spiegato molte cose, parlarne ci ha aiutati. Anche mio fratello ora sta meglio».
    Da questa tragedia nasce una riflessione più ampia. «Non mi ero mai posto davvero il problema delle condizioni di sicurezza dei locali. Io e mio fratello maggiore li frequentiamo, anche in Italia. Quante volte entriamo in spazi seminterrati, sovraffollati, senza uscite di sicurezza adeguate? A 16 anni è normale non avere una reale percezione del rischio. E la rapidità del flashover deve aver colto tutti di sorpresa».
    Alcuni ragazzi hanno ripreso l'incendio con il cellulare. Non per superficialità o cinismo, ma perché spesso, soprattutto a quell'età, è difficile comprendere subito la portata reale di ciò che sta accadendo. «Ancora più difficile è immaginare ciò che non si vede: l'assenza di materiali ignifughi, la mancanza di un'uscita di sicurezza a norma, l'inesistenza di una scala sufficientemente ampia per consentire un deflusso rapido». Sono elementi tecnici, che non fanno parte dell'esperienza quotidiana di un adolescente e, a volte, nemmeno di un adulto. Così come resta sullo sfondo, ma centrale, il tema dei controlli: verifiche che spettano alle istituzioni e che, quando mancano, trasformano un luogo di svago in una trappola.
    «È giusto ricordare non solo i video, ma anche che molti giovani sono rientrati per salvare gli amici e non ce l'hanno fatta», conclude Alessandro. «Ora mia madre vorrebbe farci seguire un corso di gestione delle emergenze. Essere preparati può fare la differenza. Alcune cose non dovrebbero accadere, ma accadono, purtroppo». —
  3. Aperta un'istruttoria su un consulente per violazione della privacy
    Report ancora nel mirino del Garante
    Il Garante della privacy avvia un'istruttoria nei confronti di Gian Gaetano Bellavia, il commercialista siciliano consulente di varie procure della Repubblica e chiamato in più occasioni da Report a commentare le proprie inchieste. Gli uffici dell'Autorità hanno inviato una richiesta di informazioni al professionista per la presunta violazione di dati personali. Indirettamente, quindi, si riaccende lo scontro tra il Garante e la trasmissione di Rai 3 condotta da Sigfrido Ranucci, che a ottobre era stata sanzionata per aver mandato in onda l'audio di una conversazione tra l'ex ministro Gennaro Sangiuliano e la moglie (multa da 150 mila euro). E aveva poi denunciato pressioni politiche da parte di Fratelli d'Italia dietro quella decisione.
    Forza Italia ha anche presentato un'interrogazione parlamentare ai ministri Carlo Nordio ed Adolfo Urso segnalando la circostanza che Bellavia «detenesse materiali riservatissimi di numerose procure, che probabilmente poteva mettere a disposizione anche di Report». Il riferimento è al recente rinvio a giudizio, disposto dalla procura di Milano, a carico di una ex collaboratrice del commercialista, accusata di aver sottratto, la scorsa estate, diversi dati sensibili dall'archivio dello studio professionale. Ma secondo Barbara Floridia, presidente M5s della commissione di Vigilanza Rai, l'iniziativa di Maurizio Gasparri e soci è una mossa «dal chiaro carattere intimidatorio, con il malcelato intento di delegittimare non solo Report, ma l'intero impianto del servizio pubblico».
    Sulla vicenda è intervenuto anche Ignazio La Russa, ritenendosi vittima indiretta della presunta attività di dossieraggio: «Sarebbe interessante sapere a quale titolo Bellavia deteneva, ben schedato tra i tanti, anche un file relativo a mio figlio Geronimo, che non ha procedimenti giudiziari a suo carico e ha come unica fonte di interesse quella di essere figlio del presidente del Senato». nic. car. —

 

 

 

08.01.26
  1. A novembre si vota per rinnovare Camera e Senato, il tycoon teme la vendetta democratica
    I blitz all'estero per blindare il MidTerm "Se perdo finisco sotto impeachment"
    dal corrispondente
    da washington
    «Dovete vincere le elezioni di Midterm, altrimenti troveranno una scusa per mettermi sotto impeachment». Donald Trump apre la stagione elettorale incontrando i deputati repubblicani in un ritrovo al ribattezzato Trump-Kennedy Center di Washington e li sprona a «mettere da parte le differenze» e invece a concentrarsi sui temi da vendere agli americani preoccupati per il costo della vita e le oscillazioni dell'economia: le politiche di genere, la sanità e affordability.
    Trump ha però esordito parlando del Venezuela e del blitz che ha portato alla cattura di Maduro, «brillante tatticamente»; elogiato i militari, «nessuno può batterci», e ricordato che l'America controllerà e sceglierà il cammino del Paese sudamericano. «Maduro ha ucciso milioni di persone, ha torturato, era una persona violenta», ha detto.
    L'opinione pubblica americana non è però sulla stessa lunghezza onda dell'Amministrazione sul ruolo Usa in Venezuela. Un sondaggio di Ap-Norc ha infatti evidenziato l'approvazione del 40% degli adulti al blitz di sabato (identica cifra i contrari); ma appena un repubblicano su 10 vuole che l'Amministrazione resti impegnata a Caracas.
    Nell'anno elettorale fra l'altro la politica estera scivola nella lista delle priorità degli elettori. Appena un quarto cita Russia e Medio Oriente fra i cinque temi chiave. Lo scorso anno la percentuale era superiore al 30%. Oggi, intanto, il Senato riceverà il briefing sul blitz in Venezuela da parte dei funzionari Usa e domani potrebbe votare una risoluzione che vincola un eventuale nuovo ricorso alla forza.
    Nelle ultime settimane lo stesso Trump è finito nel mirino, gli americani chiedono maggiore attenzione ai temi interni (inflazione e costo della vita soprattutto), eppure ieri davanti ai membri del Congresso del suo partito il presidente ha concesso poco sul tema limitandosi a sottolineare che serve abbassare i costi delle assicurazioni sanitarie dando ai cittadini il potere di acquistarle e accusando i democratici dei prezzi alti nei supermercati.
    Nel quinto anniversario dell'assalto a Capitol Hill, mentre i democratici al Congresso lo ricordavano riunendo i deputati che fecero parte della Commissione d'inchiesta e gli assalitori graziati si ritrovavano, Trump ha praticamente sorvolato sul tema limitandosi a parlare di «marcia di persone pacifiche».
    I repubblicani hanno una maggioranza risicata alla Camera (218-213) che si è assottigliata ulteriormente ieri con la scomparsa, improvvisa, di Doug LaMalfa, da 14 anni al Congresso. Trump lo ha ricordato nel suo intervento.
    In un discorso fiume, 84 minuti, e per molte parti uscendo dalle griglie del teleprompter, Trump ha anche ironicamente riflettuto sul consiglio della moglie Melania. «Non le piace quando ballo in pubblico, dice che è poco presidenziale», ha detto citando le mosse che al termine dei comizi sulle note di Ymca. «Eppure sono presidente».
    In novembre verrà rinnovata completamente la Camera e un terzo dei seggi del Senato. Il partito del presidente in carica ha perso seggi in ogni Midterm dal 2006. Tradizione e sondaggi non giocano a favore di Trump, il quale comunque ha ostentato ottimismo e ha previsto che il Gop «sconfiggerà le probabilità e otterrà una epica vittoria». a. sim. —
  2. I coniugi Moretti: "Siamo devastati, non ci sottrarremo alle responsabilità. Fiducia negli inquirenti"
    Gli inviati Rai aggrediti per strada "Insultati da persone vicine ai gestori"
    andrea siravo
    inviato a crans-montana
    C'è un clan che protegge i coniugi Moretti. Con gli ospiti indesiderati, come i giornalisti, i loro guardiani usano insulti, minacce, spintoni e getti di acqua gelida. Il brusco metodo lo hanno sperimentato due inviati e altrettanti operatori dei programmi di Rai Uno Mattina News e Storie Italiane, a Lens, fuori dal ristorante "Le Vieux Chalet", uno dei tre locali di proprietà di Jacques Moretti e Jessica Moretti-Maric. «Da un'auto, da cui proveniva musica rap ad altissimo volume, sono scese tre persone che hanno iniziato a intimidirci e a insultarci - ha raccontato il giornalista di Uno Mattina News Domenico Marocchi, che si trovava insieme al collega Alessandro Politi -. Stavamo per andare via quando sono arrivate altre sette persone. Hanno circondato la nostra auto e hanno iniziato a urlare, colpendo la carrozzeria».
    Quella subita dai giornalisti italiani non è la prima intimidazione. Già nei giorni scorsi un cronista del quotidiano svizzero Blick era stato allontanato in malo modo quando aveva provato a fare delle riprese vicino al ristorante dei coniugi, indagati con le accuse di omicidio colposo, lesioni colpose e incendio colposo per il rogo del bar "Le Constellation" di Crans-Montana. Anche la giornalista Francesca Crimi del programma Ore 14 è stata allontanata da un uomo che le ha spruzzato contro acqua gelida con una pompa che teneva in mano. Le aggressioni sono state condannate direttamente dal ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Il contesto di questa sciagura deve portarci a rispettare il dolore di tutti, ma in nessun modo deve permettere atti di violenza o intimidazione contro la stampa». Dalla polizia del Canton Vallese, l'ambasciatore italiano a Berna Gian Lorenzo Corrado ha ricevuto l'assicurazione di un rapido intervento qualora si verificassero nuovi episodi dello stesso tenore, definiti «gravi e inaccettabili». Solidarietà ai tre giornalisti italiani è stata espressa dalla presidente della Commissione di Vigilanza Barbara Floridia, oltre che dai vertici Rai e dai sindacati Usigrai e Unirai.
    Intanto, ieri, dopo giorni di scarne dichiarazioni rilasciate ai media svizzeri, i proprietari del "Le Constellation" hanno rotto il silenzio. «Siamo devastati e sopraffatti dal dolore, con il pensiero costantemente rivolto alle vittime, ai loro familiari colpiti da un lutto così brutale e prematuro, così come a tutti coloro che stanno combattendo per la vita. Nessuna parola è sufficiente per descrivere la tragedia avvenuta la notte di Capodanno», scrive la coppia, francese ma da vent'anni residente nel Cantone Vallese. Sull'indagine - per la quale sono indagati in stato di libertà e rischiano una condanna fino a quattro anni di reclusione - dichiarano di avere «piena fiducia negli inquirenti per fare completa luce sui fatti e dissipare ogni interrogativo» e assicurano che «non cercheremo in alcun modo di sottrarci alle nostre responsabilità». —

 

 

 

 

07.01.26
  1. Droga in Venezuela? Sbagliato bersaglio
    Secondo i dati del United Nations Office on Drugs and Crime e dell’European Monitoring Centre for Drugs and Drug Addiction, le foglie di coca vengono prodotte quasi esclusivamente in Sudamerica, ma soprattutto in Colombia (massimo produttore mondiale) in Perù ed in Bolivia. La coca viene poi raffinata in cocaina cloridrato in America Centrale, nei Caraibi, in Messico, in Africa Occidentale per poi essere distribuita negli USA ed in Europa.

    Per quanto riguarda l’oppio, da cui vengono estratti diversi alcaloidi fra i quali la morfina che viene poi acetilata per ricavare l’eroina, l’Afghanistan detiene il sostanziale monopolio insieme a Myanmar, Laos e Thailandia. I mercati americani ed europei vengono raggiunti passando da Iran, Turchia, Balcani oppure Cina e sud-est asiatico.

    Metanfetamine e droghe sintetiche vengono prodotte soprattutto in laboratori clandestini in Myanmar, Laos, Messico, ma anche Belgio e Paesi Bassi, basandosi su precursori chimici – spesso dual use – prodotti in Cina. L’ecstasy, invece, arriva direttamente da laboratori nei Paesi Bassi e in Belgio per poi essere esportata in tutto il mondo.

    La cannabis, la porta d’ingresso delle tossicodipendenze, è molto più diffusa: viene coltivata in Nord Africa (soprattutto Marocco), in più o meno tutto il continente americano e anche in Europa.

    In Venezuela esistono solo produzioni marginali, ma attraverso il Paese passano alcune minori rotte di transito della cocaina colombiana e di altre droghe provenienti dal resto del Sudamerica. Insomma: attaccare il Venezuela per stroncare il traffico di droghe che entrano negli Stati Uniti è un po’ come combattere l’obesità prendendo il caffè senza zucchero dopo pasti giganteschi.

 

 

 

 

06.01.26
  1. Lo scorso 19 dicembre i gestori avevano presentato un progetto per aumentare ancora i posti
    La porta d'uscita montata al contrario Le autorizzazioni fantasma per i lavori
    Niccolò Zancan
    inviato a Crans-Montana
    Ancora più posti a sedere, sempre meno spazio per l'uscita. Era questo il piano di Jacques Moretti. Il 19 dicembre il titolare della discoteca "Le Constellation" ha presentato domanda per eseguire dei nuovi lavori di ristrutturazione. Intendeva dare più spazio ai tavoli per ottenere maggiori guadagni, riducendo ulteriormente l'unica via di fuga.
    I giornalisti di Rts, la radio televisione svizzera, hanno avuto accesso alle planimetrie. Due scoperte: per aumentare il numero di clienti, avrebbe voluto restringere lo spazio che dalla veranda porta all'uscita. Ma la porta è larga un metro e mezzo, con un grosso guaio di progettazione: si apre dalla parte sbagliata. Come già avevano testimoniato alcuni ragazzi scampati all'incendio, in cima a quella scala del "Constellation" si è creato un gigantesco parapiglia. Perché la porta non andava spinta, per ottenere salvezza. Ma andava tirata: non facile quando un centinaio di persone sta cercando di scappare e preme alle tue spalle. Attimi preziosi si sono consumati in quel momento. E l'apertura improvvisa, poi, ha scatenato una ventata d'aria giù dalle scale che ha aizzato le fiamme contro i ragazzi in fuga.
    «Uno scandalo» è la parola scelta da Blick, uno dei quotidiani più importanti della Svizzera, per definire quello che sta emergendo. Ogni giorno si scopre qualcosa che contraddice il luogo comune su questo Paese, da tutti inteso come preciso al limite della noia, rispettoso delle regole, sicuro e ordinato.
    Al "Constellation" mancavano persino gli estintori, a quanto pare. Di sicuro nessuno li ha usati. Gli arredi hanno preso fuoco, a partire dai pannelli fonoassorbenti piazzati sul soffitto dal titolare. E l'unica altra porta d'uscita era bloccata, oltre a essere posizionata dentro una saletta per fumatori e rivolta contro un muro condominiale. Stanno parlando gli ex dipendenti del "Constellation". Tutti confermano quanto si era capito nell'immediatezza del disastro. «L'uscita d'emergenza era chiusa perché dava direttamente su un altro edificio», dice una barista. «A noi era stato vietato di aprirla». Anche un altro ex cameriere, intervistato da Bfm Tv, conferma: «Quello che è successo non è stato casuale. Il personale non era formato, c'era un solo addetto alla sicurezza e l'uscita di emergenza a volte era bloccata o chiusa». Bloccata anche quella sera, la sera dell'ultimo dell'anno. La sera in cui hanno perso la vita quaranta ragazzi e altri 116 sono rimasti feriti. C'è persino un video della festa di capodanno del 2020 in cui il barman del "Constellation", proprio all'ora del brindisi, urla: «Fate attenzione alla schiuma! Fate attenzione alla schiuma!». Ancora bottiglie di champagne, con sopra gli artifici pirotecnici accesi verso il soffitto. La dimostrazione che il rischio di incendio fosse ben noto, perché quei pannelli fonoassorbenti non erano ignifughi.
    «I titolari del Constellation andavano arrestati», dice il console italiano Gian Lorenzo Cornado. In Svizzera si è aperto un dibattito su questo argomento. Due avvocati molto importanti si sono detti sorpresi di sapere Jacques Moretti e la moglie Jessica Maric ancora a piede libero. Al punto che, in maniera irrituale, la procuratrice generale Béatrice Pilloud ha scritto una nota con questa precisazione: «Non sono state ordinate misure coercitive nei confronti degli imputati, dato che, allo stato, non sono soddisfatti i criteri richiesti per la custodia cautelare. Attualmente non vi è alcun sospetto che gli imputati intendano sottrarsi al procedimento penale o alla prevedibile sanzione fuggendo. Gli altri criteri, ossia il rischio di recidiva o di collusione, non sono presi in considerazione». E poi ha aggiunto: «Si ricorda che vale la presunzione di innocenza fino a quando non viene pronunciata una condanna definitiva». Il fatto è che in Svizzera non esiste il reato di strage, quello per cui in Italia sarebbe stato consentito l'arresto in flagranza. Cioè la Svizzera non era neppure preparata giuridicamente a una eventualità del genere.
    I titolari del "Constellation", Jacques Moretti e Jessica Maric, sono indagati per «omicidio per negligenza», lesioni e incendio. Non si fanno trovare. L'ultimo avvistamento risale a domenica mattina, davanti a un ristorante di loro proprietà a venti minuti di auto da Crans-Montana. Erano con un gruppo di parenti di origini corse, o almeno di sicuro lo era l'uomo che ha attraversato la strada per minacciare un cameraman. Perché è stato identificato. Ieri la notizia che il Comune di Crans-Montana ha revocato l'autorizzazione per "La Petite Maison", un altro locale gestito dai coniugi Moretti, decisione che ne comporta la chiusura immediata.
    Anche il giorno precedente non era stato facile provare a parlare con loro: la polizia stazionava sotto casa e mandava via tutti. Solo nelle ore successive alla tragedia, Jacques Moretti e Jessica Maric, quest'ultima lievemente ferita nell'incendio, avevano rilasciato alcune dichiarazioni al quotidiano svizzero in lingua tedesca 20 Minuten: «Non possiamo né dormire né mangiare, siamo in pessime condizioni. Il locale era in regola. Avevamo ricevuto tre ispezioni negli ultimi dieci anni. Tutto era conforme alle norme». Ma nel giro di pochi giorni queste parole sono state smentite dai fatti.
    Anche i lavori di ristrutturazione del 2015 sono finiti sotto inchiesta. Già allora avevano ristretto la scala d'accesso per aumentare la capienza del locale. Ma non risulta la pratica. Non si trova. L'unico atto nella gazzetta ufficiale, a firma del proprietario dell'intero palazzo, è stato presentato due mesi dopo l'inizio dei lavori: «Installazione di una struttura scorrevole in vetro e una tenda retrattile sulla terrazza». Qualcosa di molto diverso da quanto è stato fatto. Ora la domanda che tutti si fanno, qui nella precisa Svizzera, un Paese sconvolto, è come sia stato possibile tutto questo. —
  2. Su 98 opere, 47 sportive: tutte pronte per febbraio. Ma le opere di viabilità restano un'incognita
    Le strade olimpiche? Finite nel 2033
    FRancesca DelVecchio
    Milano
    I nizia oggi il conto alla rovescia per Milano-Cortina 2026, il cui avvio ufficiale sarà il 6 febbraio con la cerimonia di apertura allo Stadio San Siro di Milano. Le opere sportive restano il perno attorno a cui ruota la preparazione dei Giochi. Ma il vero nodo sono le infrastrutture stradali e ferroviarie la cui conclusione è programmata oltre la fine delle gare. Secondo gli aggiornamenti disponibili, il termine previsto è per il 2033. Il piano, cresciuto fino a circa 3,4 miliardi di euro tra Lombardia, Veneto e Trentino-Alto Adige, comprende 98 opere: 47 sportive e 51 infrastrutturali. A oggi, 16 risultano completate, mentre le altre sono tra cantieri in corso, progettazione e gare da avviare. La regia è affidata a Simico, con il coinvolgimento di Province autonome, Rfi e Ferrovie Nord Milano. Gli interventi più onerosi entreranno in funzione soprattutto nel periodo post-olimpico.
    In Veneto, molte opere superano l'orizzonte del 2026. La variante di Longarone è ancora in fase autorizzativa, con cantieri previsti fino al 2029. La variante di Cortina, articolata in più lotti, sarà solo parzialmente pronta entro i Giochi, con completamenti fino al 2032 e un investimento superiore ai 500 milioni. Entrambe le opere dovevano rappresentare un espediente per alleggerire il traffico.
    Anche in Lombardia i tempi si allungano: la variante di Trescore-Entratico, in provincia di Bergamo, è prevista per il 2029, la tangenziale di Sondrio per il 2027. Più complessa la variante di Vercurago, tra Lecco e Bergamo, la cui conclusione è stimata nel 2033. Slittano oltre il 2026 anche il collegamento ferroviario Malpensa T2–Sempione e la riqualificazione della stazione di Trento.
    Ma ci sono buone notizie: a Milano, sede e di alcune competizioni indoor, le strutture temporanee e gli impianti sono quasi pronti. Mancano solo pochi aggiustamenti all'arena Santa Giulia, sede delle gare di hockey maschile, mentre l'arena del ghiaccio di Rho Fiera è già stata testata a dicembre in occasione dei mondiali di under 20 e a febbraio ospiterà l'hockey femminile e il pattinaggio di velocità. Anche il Villaggio olimpico è pronto e aspetta solo l'arrivo degli atleti. Tra le sedi alpine, la pista da bob di Cortina resta l'opera simbolo: i lavori avanzano in linea con le previsioni e l'impianto sarà completato in tempo per le gare. —

 

 

05.01.26
  1. Davide Tabarelli
    "Costa 3 euro al barile e si rivende a 60 Dietro al petrolio c'è un mare di soldi"
    PAOLO BARONI
    ROMA
    «In Venezuela basta fare un buco per terra ed il petrolio esce. Estrarlo costa pochissimo, appena 3 dollari al barile quando sul mercato oggi ne vale 60. Certo poi ci sono le tasse e altre spese ma è chiaro che in quel Paese si possono fare grandi profitti» spiega il presidente di Nomisma energia, Davide Tabarelli, che ora non prevede grossi scossoni sul mercato in seguito al blitz dell'esercito americano. A suo parere «Trump non poteva scegliere momento miglior per il suo blitz contro Maduro, perché in questa fare di eccesso di offerta le quotazioni del greggio non subiranno grossi sbalzi».
    Il greggio venezuelano è così strategico per gli Usa?
    «C'è un legame storico, come per il Messico, per una questione di vicinanza geografica, perché in questo campo la distanza fisica è sempre importante. E poi ci sono i tanti investimenti fatti negli anni passati, perché tradizionalmente le relazioni tra Venezuela e Stati Uniti sono sempre state relativamente buone tanto che pure il Venezuela a sua volta ha investito negli Stati Uniti. La Chevron poi, anche dopo le grandi nazionalizzazioni degli anni 70 e quelle più recenti degli anni 2000, non ha mai smesso di investire, e lo stesso hanno fatto tutte le altre grandi compagnie mondiali. Questo è infatti il paese ideale dove investire per estrarre greggio: per diversificare le proprie fonti di approvvigionamento e perché questo è il posto dove costa meno produrre petrolio. Una volta trovato l'accordo con lo Stato basta fare un buco per terra che il petrolio esce e si guadagna un sacco».
    Trump ha detto che vuole farsi restituire tutto il petrolio che è stato rubato agli Usa…
    «In realtà, per effetto delle nazionalizzazioni prima e poi delle sanzioni imposte dal primo governo Trump che ha fatto saltare tanti contratti, tutte le grandi compagnie che hanno investito in questo Paese hanno in piedi dei contenziosi col Venezuela e vantano crediti: la nostra Eni vanta crediti per 2 miliardi di dollari, 13 la ExxonMobil, 7 la Chevron e poi c'è la Total».
    Questa vicenda insegna qualcosa?
    «Al di là dell'aggressività di Trump questa vicenda conferma la cosiddetta "maledizione del petrolio", praticamente un caso di scuola: da un lato c'è infatti l'incapacità di sfruttare queste enormi risorse minerali in chiave positiva per sostenere l'economia del Paese e dall'altro, in negativo, si vede che attraverso la corruzione e l'acquisto di armi il petrolio finisce per consolidare il regime al potere, come è successo in Venezuela negli ultimi 25-30 anni. Quello che è accaduto l'altra notte, con un paese straniero che arriva a prelevare militarmente il presidente in carica è una vera follia e rappresenta di fatto l'apice del fallimento di un petro-Stato, il fallimento di un Paese che poteva prosperare e che invece ha visto la produzione crollare al pari del reddito pro-capite, un quarto della popolazione fuggire all'estero a fronte del dilagare di fame e povertà».
    Ed il futuro come lo vede?
    «E' sempre legato al petrolio, purtroppo. Anche perché è pur sempre la prima fonte di copertura della domanda globale di energia e produrlo lì costa pochissimo: appena 3 euro al barile quando sul mercato vale 60. In Venezuela poi ci sono anche tantissime riserve di gas, tra l'altro non esplorate, e ci sono enormi quantità di petrolio non convenzionale che non si sa bene come sfruttare. Anche noi italiani abbiamo provato a dare una mano in passato quando importavamo l'"oil emulsion", un mix di petrolio bituminoso, acqua ed emulsionante, per le nostre centrali elettriche. Ma era molto inquinante e dopo in paio d'anni abbiamo smesso di usarlo».
    Il Venezuela ha le più grandi riserve di greggio del mondo, ma la loro produzione è molto modesta.
    «Storicamente il Venezuela produceva sempre più di 3 milioni di barili al giorno e addirittura alla fine degli anni 90 sfiorava anche i 3,7. I giacimenti di petrolio sono però delle miniere che vanno coltivate, un po' come un orto, e se non si fanno investimenti la produzione scende sino ai 900 mila barili al giorno di oggi, un dato questo abbastanza scandaloso perché questo vuol dire che le loro riserve accertate sino ad oggi - siamo nell'ordine di più di 300 miliardi di barili - durerebbero più di 100 anni. Una cosa assurda visto che neanche l'Arabia Saudita arriva a tanto».
    Il blitz dell'altro giorno adesso può produrre contraccolpi sulle quotazioni del greggio?
    «No, penso che Trump non potesse trovare momento migliore per intervenire, quasi l'ha cercato. Mai come in questi mesi c'è un eccesso di produzione rispetto alla crescita della domanda: la domanda, infatti, cresce al ritmo di meno di un milione di barili giorno, siamo attorno a 0,8, mentre la produzione aumenta di 3 milioni».
    A cosa si deve questo surplus?
    «La produzione aumenta tre volte più della domanda soprattutto grazie Centro e Sud America e questo lo si deve soprattutto alla Guyana, un piccolo stato anche questo pieno di petrolio in cui tra l'altro è da poco partito un investimento gigantesco della Exxon, e alle nuove produzioni del Brasile. Pertanto non c'è mai stata tanta offerta di petrolio, prezzi bassi e quindi poche conseguenze sui prezzi dell'azione militare americana». —
  2. Caracas
    Federico Varese
    Quali sono le caratteristiche del narcotraffico venezuelano e come cambieranno dopo la caduta di Nicolás Maduro? Il Venezuela non è un produttore di cocaina, eppure è diventato uno dei punti di transito più rilevanti nel traffico globale. Il suo ruolo nella filiera deriva da fattori geografici, del degrado istituzionale e dell'emergere di organizzazioni criminali capaci di controllare infrastrutture e comunità. Tra queste, il Tren de Aragua (TdA), esercita forme di governo criminale del territorio; di conseguenza, il suo coinvolgimento nel narcotraffico è indiretto, regolatorio e opportunistico. Il regime guidato da Maduro fino a due giorni fa non è un "narco-stato" centralizzato, ma si caratterizza per una complicità istituzionale frammentata che facilita traffici su larga scala anche in assenza di un controllo unitario da parte di un cartello singolo. La caduta del dittatore non intaccherà né la produzione né il trasporto della cocaina.
    La cocaina entra nel Paese principalmente dalla Colombia — attraverso Zulia, Táchira, Apure e Amazonas — dove la produzione e la prima trasformazione restano sotto il controllo di gruppi armati colombiani come l'ELN e i dissidenti delle FARC. Il territorio venezuelano fornisce stoccaggio e vie di uscita. Secondo InSight Crime, circa 250 tonnellate metriche di cocaina transitano annualmente dal Venezuela, pari a circa il 10 per cento della produzione globale. Il traffico si basa su tre modalità principali: voli clandestini da piste improvvisate; rotte marittime lungo la costa caraibica verso l'America Centrale e la Repubblica Dominicana; e spedizioni in container attraverso porti come Puerto Cabello. Indagini recenti documentano anche una limitata coltivazione di coca e la trasformazione della droga nelle regioni di confine con la Colombia. Il controllo dei territori nodali è cruciale. L'accesso ad aeroporti, autostrade, porti e valichi di frontiera dipende da accordi negoziati che coinvolgono attori statali, gruppi armati colombiani e organizzazioni criminali venezuelane. Tra queste, il Tren de Aragua svolge un ruolo decisivo. Dalle sue origini nel carcere di Tocorón, il TdA si è espanso verso l'esterno, consolidando l'influenza su quartieri, comunità e corridoi di trasporto.
    Il suo coinvolgimento nel traffico di cocaina consiste nel regolare l'accesso alle rotte, proteggere la logistica e arbitrare i conflitti, anziché controllare la produzione o l'export all'ingrosso. Questo modello consente al gruppo di integrarsi nelle catene di trasporto esistenti senza assumersi i rischi sostenuti da produttori e broker internazionali. Il traffico di droga costituisce tuttavia solo una fonte di reddito tra le altre, accanto a estorsione, estrazione mineraria illegale, traffico di migranti, violenza su commissione e controllo territoriale.
    Il confronto con il Primeiro Comando da Capital (PCC) brasiliano, oggi la più importante organizzazione criminale dedita al narcotraffico nella regione, è istruttivo. Entrambi i gruppi nascono nelle carceri e hanno sviluppato sistemi sofisticati di governo interno. Tuttavia, la loro posizione nell'economia della cocaina diverge nettamente. Il PCC opera come un'organizzazione sistemica di traffico: coordina acquisti all'ingrosso, gestisce rotte, negozia direttamente con fornitori e acquirenti stranieri e reinveste i profitti nell'espansione logistica. La sua presenza in Bolivia, Paraguay ed Europa riflette una strategia di integrazione e di scala. Il Tren de Aragua, al contrario, non mira a dominare le catene di approvvigionamento. Funziona come autorità regolatoria all'interno di mercati illeciti frammentati e nazionali. Dove il PCC si comporta come una multinazionale transnazionale, il TdA agisce come broker di potere locale, monetizzando il controllo del territorio e delle infrastrutture.
    Sebbene non vi siano prove di un'alleanza organizzativa diretta tra il Tren de Aragua e le mafie italiane, esse sono entrambe inserite in una filiera globale che parte dalla Colombia, passa per l'America Centrale e arriva in Europa, inclusa l'Italia. Un'altra rotta, più rilevante per il mercato italiano, è quella che va dalla Colombia al Brasile e da lì all'Italia, senza passare per il Venezuela.
    Come in altri Paesi dell'America Latina, forze di sicurezza e settori del sistema penitenziario scendono a patti con il TdA, producendo una complicità decentralizzata, negoziata e territorialmente diseguale. Diverse indagini giornalistiche sostengono che, sotto la presidenza Maduro, lo Stato abbia cercato di regolare l'accesso all'economia della cocaina, distribuendo rendite e protezione come strumento di gestione degli equilibri interni alle forze armate. Ciò non implica che lo Stato operi come un'organizzazione unitaria di traffico; riflette piuttosto un tentativo di governare il sistema della corruzione statale.
    La caduta di Maduro avrà l'effetto di rafforzare il controllo territoriale del TdA e dei gruppi armati che operano lungo il confine, come l'ELN. Le giustificazioni ideologiche antiamericane di questi attori si rafforzeranno. Militari e funzionari potrebbero entrare in alleanze più organiche con i gruppi criminali, che opereranno da posizioni di forza. La produzione in Colombia continuerà a crescere: nel 2024 ha raggiunto circa 3.000 tonnellate, 400 in più rispetto al 2023. La lotta al narcotraffico non può essere condotta attraverso operazioni militari, ma richiederebbe una strategia continentale capace di affrontarne le cause strutturali della produzione e del consumo, come le ineguaglianze e la povertà. Sappiamo però che la reale preoccupazione dell'amministrazione di Donald Trump non è risolvere un problema sociale e umano che affligge l'America e l'Europa. —
  3. È la prima volta dopo 30 anni. I fondi sarebbero dovuti essere circa 8 milioni
    Manovra, tolti i finanziamenti a Radio radicale
    Per la prima volta dopo trent'anni, la manovra di Bilancio di fine anno non prevede i fondi destinati al finanziamento di Radio Radicale.
    Si tratta di circa 10 milioni di euro annui, finora riconosciuti alla radio per la trasmissione integrale delle sedute parlamentari e di altri eventi istituzionali. Lo scrive Professione Reporter. Nei giorni precedenti al Natale 2025, il Comitato di redazione ha incontrato il segretario del Partito Radicale e editore dell'emittente, Maurizio Turco, che ha assicurato la continuità della convenzione, escludendo criticità imminenti. Anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'Editoria Andrea Barachini si è impegnato informalmente a individuare una soluzione, ipotizzando l'inserimento delle risorse nella legge di Bilancio o, in alternativa, nel successivo decreto Milleproroghe.
    Secondo quanto emerso, il finanziamento complessivo avrebbe dovuto articolarsi in 8 milioni di euro per la convenzione relativa alla trasmissione delle sedute parlamentari e degli eventi istituzionali, 2 milioni destinati alla digitalizzazione dell'archivio storico della radio – che raccoglie decenni di sedute, processi e congressi politici – oltre ai 3,7 milioni già stanziati attraverso la legge sull'editoria. —

 

 

04.01.26
  1. APPROFITTATRICI PREMIATE:  Secondo un’analisi del Financial Times, lo stipendio completo della presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde è superiore di oltre il 50% rispetto a quello dichiarato dall’istituto.

    [...] nel 2024 ha guadagnato in totale circa 726.000 euro, circa il 56 per cento in più rispetto allo stipendio ’base’ di 466.000 euro comunicato dalla Bce nel suo rapporto annuale.

    Ciò significa che Lagarde guadagna quasi quattro volte di più del presidente della Federal Reserve statunitense, Jay Powell, il cui stipendio è stabilito dalla legge federale statunitense e attualmente è limitato a 203.000 dollari (172.720 euro).

    Già il solo stipendio base di Lagarde la rende la funzionaria più pagata dell’Ue: il salario base annuo della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen è inferiore del 21%, ricorda il quotidiano della City.


    Oltre allo stipendio base in Bce, afferma l’Ft, Lagarde riceve circa 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese e circa 125.000 euro per la sua posizione come uno dei 18 membri del consiglio di amministrazione della Banca dei Regolamenti Internazionali. [...]
  2. Giuliano Amato
    80
    Gli
    anni della Repubblica
    "La chimera delle riforme a essere malata è la politica I giovani la leva per cambiare"

    alessandro de angelis
    roma
    Presidente Giuliano Amato, ma davvero "nessuno ostacolo è più forte della nostra democrazia", come ha detto Sergio Mattarella?
    «Questa affermazione può aver stupito solo chi è abituato a racconti della storia della Repubblica punteggiati più da guai che da vicende positive, da colpi di Stato tentati o mancati, da strategie sovversive e corruzioni corruttive. In verità, la democrazia ha sempre retto davanti a tutto questo».
    Inevitabilmente ci troviamo a parlare della Repubblica dei partiti, la stagione più feconda.
    «È importante ricordarlo oggi, perché per la nostra democrazia non è stato facile diventare forte. Non va data un'immagine dolciastra di un'Assemblea costituente dove tutti sono d'accordo. Ma va sottolineata la volontà di costruire, allora, una casa comune e la ricerca di soluzioni, anche se non sempre sono state unitarie. Ricordo che, per dirne una, l'indissolubilità del matrimonio non passò per un solo voto…».
    Insomma, la lezione dei partiti che integrano le masse nello Stato, in presenza di una società civile debole, la pedagogia repubblicana…
    «Proprio il contesto dà la misura dell'impresa. La Dc aveva il problema di convertire alla democrazia un elettorato in buona parte nostalgico del fascismo. Il Pci di addestrare alla democrazia l'organizzazione interna da partito rivoluzionario. Togliatti sapeva bene che l'Italia, dopo Yalta, doveva collocarsi nella sfera di influenza americana. E cominciò a ricostruire il "partito nuovo" sulla base delle regole comuni della Costituente».
    È la storia di una felice anomalia politica che si sviluppa poi nella contesa tra una Costituzione formale antifascista e una costituzione materiale anticomunista.
    «Col punto di equilibrio rappresentato dalla centralità del Parlamento e del lavoro parlamentare. Riforma agraria, Cassa del mezzogiorno, piano casa: le opposizioni erano effettivamente partecipi, per cui alla fine non risultavano "leggi degli altri" ma "del Parlamento", come ebbe a sottolineare Giorgio Napolitano».
    Non a caso, la crisi del parlamentarismo coincide con la crisi della Repubblica.
    «E chi è innocente scagli la prima pietra...Già nell'89 Francesco Cossiga scriveva ad Andreotti che avrebbe firmato un decreto solo perché era responsabilità del governo, ma avanti così sarebbe diventata una prassi ordinaria. Così è stato: i governi, non potendo contare più sulla coesione dei partiti, creano la coesione con gli strumenti: decreti, maxi-emendamenti, fiducia».
    Nasce da qui anche il tema delle riforme, che è una storia quarantennale di fallimenti.
    «Ci possono essere riforme utili, ma il malato, nel frattempo è diventato la politica. Non la casa in cui sta. Aggiustare la casa senza aggiustare chi la abita ti illude di risolvere il problema. E infatti abbiamo inseguito due chimere francesi – il doppio turno e il semipresidenzialismo – tranne poi constatare ora che la politica disfunzionale ha travolto tutto pure in Francia».
    La malattia è la crisi di rappresentanza, immagino, da cui si è usciti col populismo.
    «Se i cittadini partecipano non attraverso i dialoghi collettivi, ma attraverso i social, in cui ognuno è solo e spara la sua, e la spara "contro", eccitato da una politica a sua volta "contro", come si pensa che riparando la casa ci si comporterà in modo diverso?»
    La Costituzione, finora, è stata più forte dei tentativi di cambiarla. Come mai?
    «Al fondo c'è un legame sentimentale degli italiani con la Carta. Ci sono pilastri della Repubblica più radicati di quanto si pensi».
    Anche l'Europa è un pilastro o è solo un vincolo?
    «L'Europa nasce su una grande spinta valoriale, "mai più guerra tra noi", sui milioni di morti, sulla Shoah, poi certo, oltre ai valori, c'è la convenienza. Ci ha colto Jean Monnet a partire da questo secondo aspetto col mercato comune».
    Non pensa che, per come è stato declinato il vincolo esterno post 1989, sia stato il primato della compatibilità economica sul bisogno sociale? Di lì la rivolta.
    «Questo è accaduto negli anni Duemila, quando la globalizzazione ha portato tante imprese fuori e tanta migrazione dentro. Di lì il "difendiamoci" da soli. Poi con la pandemia abbiamo constatato che insieme ci difendevamo meglio, e anche sull'immigrazione non è pensabile la logica dei confini nazionali. E, in fondo, anche Giorgia Meloni ha rinunciato ad emulare Orban come racconta la vicenda ucraina».
    Torniamo a quando il mondo era ancora intero. Altro pilastro: l'inclusione.
    «Tema già presente in Fanfani e Moro, che percepiscono la necessità di allargare le basi sociali del centrismo. Investe prima il partito socialista che, pur dopo la rottura del patto di unità d'azione coi comunisti, desta non poche preoccupazioni di scivolamento a sinistra nel mondo economico. Poi anche il Pci, sempre più partecipe nella vita parlamentare fino ad essere accusato con Berlinguer, da sinistra, di "tradimento della rivoluzione"».
    Ecco, arriviamo agli anni Settanta, cioè alla vittoria sul terrorismo.
    «Gli anni Settanta sono: la strategia della tensione, che parte da prima col piano Solo, piazza Fontana, il tentato golpe Borghese, e poi gli anni di piombo. Ma sono anche tra i più produttivi come riforme sociali e civili: Statuto dei lavoratori, divorzio, nuovo diritto di famiglia, ordinamento penitenziario, aborto, servizio sanitario nazionale, abolizione dei manicomi. Tutti frutti del lavoro parlamentare».
    Come ha scritto lo storico Miguel Gotor, le bombe in questo paese sono sempre "bombe intelligenti": esplodono per impedire i cambiamenti.
    «La democrazia però è stata più forte. Non solo perché, come disse Sandro Pertini, ha sconfitto il terrorismo senza leggi speciali, ma anche perché quello post Sessantotto fu, come abbiamo appena constatato, un decennio di grande modernizzazione».
    A proposito di modernizzazione, facciamo un elogio del conflitto sociale, che nulla ha a che fare con la cultura dell'odio?
    «Non c'è dubbio, ed è stato possibile, perché c'era un presupposto: partiti politici capaci di essere canali veri di partecipazione politica e capaci di far convergere punti di vista in visioni più generali, che sono fattore di coesione costruita, non presupposta».
    Fissiamo, anche qui, il punto di rottura: è in quella "sconcia stiva" in cui fu ritrovato Moro? Da lì la Repubblica è incapaci di riformarsi.
    «L'assassinio di Moro cambia la storia. Viene meno quel processo al quale Moro pensava: la terza fase, fondata sulla collaborazione col Pci, che avrebbe preparato la democrazia dell'alternanza, non consociativa. Ci si arriva, all'alternanza, non per motivi endogeni ma esogeni dopo il crollo del muro e la crisi del'92».
    Questa democrazia, che ha retto per decenni contro ostacoli esterni, può reggere davanti alla sua malattia?
    «È il tema. E ha ragione Mattarella quando parla dei giovani come leva per cambiare. La politica radicalizzata è presentista: arretra di fronte al futuro in nome di una protesta presente. Per i giovani il futuro di un mondo cui noi non poniamo rimedi è parte del loro presente. Se si impegnano, attraverso la partecipazione dialogata e non digitale e privata, questo può aiutare la politica a guarire». —
  3. PRENDI I SOLDI E SCAPPA: Esentati minorenni e over 75, ma con la carta d'identità elettronica si può evitare il pagamento
    Poste, addio allo Spid gratuito Dal secondo anno servizio a sei euro
    Sandra Riccio
    Milano
    Addio allo Spid gratuito di Poste Italiane. L'identità digitale, che per milioni di cittadini rappresenta la chiave di accesso ai servizi online della Pubblica amministrazione, adesso sarà a pagamento anche con Poste. Negli ultimi anni molti provider privati avevano deciso di chiedere un pagamento, seppur ridotto. Per lungo tempo Poste, primo gestore dell'identità digitale in Italia, aveva resistito a questo passaggio. Ora si è allineata alla maggioranza, annunciando di aver introdotto un canone annuo di 6 euro a partire dal 1° gennaio di quest'anno. La svolta non è da poco perché riguarda circa 30 milioni di identità digitali, pari a oltre il 70% della popolazione maggiorenne. Il rischio è che l'accesso ai servizi pubblici digitali diventi meno immediato per una parte della popolazione.
    Che cosa c'è di nuovo? Il pagamento non scatta in modo immediato per tutti. Il canone viene, infatti, richiesto alla prima scadenza utile dello Spid. Significa che il rinnovo del servizio e il pagamento del canone avverrà al termine dell'annualità in corso, senza interruzioni del servizio. Chi, invece, ha attivato l'identità digitale da meno di un anno non deve sostenere alcun costo nell'immediato. Poste ha comunicato la novità via email agli utenti e attraverso i propri canali ufficiali, indicando che la verifica della scadenza può essere effettuata direttamente dall'app PosteID. Il rinnovo è possibile a partire da trenta giorni prima della data limite, online dall'area personale, tramite una pagina dedicata con codice fiscale ed email, oppure agli sportelli degli uffici postali.
    Lo Spid (Sistema pubblico di identità digitale) è lo strumento che consente a cittadini e imprese di accedere in modo sicuro con un'unica coppia di credenziali a centinaia di servizi digitali: dal sito dell'Inps all'Agenzia delle Entrate, dal Fascicolo sanitario elettronico ai portali regionali e comunali, fino alle iscrizioni scolastiche e ai tanti bonus statali. Introdotto nel 2016, lo Spid entra oggi in una fase diversa: a quasi dieci anni dal lancio, la maggior parte degli identity provider ha abbandonato la gratuità, segnando il passaggio a un modello sempre più a pagamento. Va però ricordato che ci sono vie che permettono di evitare il canone. Innanzitutto va detto che dalla novità annunciata da Poste Italiane restano esenti alcune categorie. Non dovranno pagare minorenni, cittadini con più di 75 anni, residenti all'estero e utenti che utilizzano lo Spid per finalità professionali. Per tutti gli altri, in caso di mancato rinnovo, l'identità digitale non viene cancellata ma sospesa. Rimane inattiva per due anni e può essere riattivata in qualsiasi momento pagando il canone dovuto.
    Ci sono anche altre strade, percorribili da tutti. Per evitare il canone per lo Spid è possibile scegliere di utilizzare la CIE, vale a dire la Carta d'Identità elettronica. Si tratta dell'alternativa pubblica allo Spid e non prevede costi aggiuntivi. Consente l'accesso agli stessi servizi della Pa. È inoltre possibile evitare il canone passando gratuitamente a un altro provider che offre ancora lo Spid senza costi. Il cambio non comporta la perdita dell'identità digitale. Serve però rifare il riconoscimento (online o di persona). Le credenziali Spid restano valide per gli stessi servizi. Non è detto però che questi provider restino gratuiti a lungo.
    Alla base delle scelte di chiedere un canone ci sono infatti ragioni economiche. Negli ultimi anni sono aumentati i costi di gestione dell'infrastruttura tecnologica, mentre i contributi pubblici ai gestori sono rimasti congelati dal 2023 fino alla primavera del 2025, quando il governo ha annunciato un decreto da 40 milioni di euro a favore dei provider. —

 

 

 

 

03.01.26
  1. Carcere
    Palestina

    Francesca Mannocchi
    Al Mazra'a Al Sharqiya
    Ad Al Mazra'a Al Sharqiya, a Nord-Est di Ramallah, la notte dell'arresto non comincia con il rumore della porta che cede. Comincia prima, quando la casa dorme e intorno, dice Jihad Eihaz, ci sono già uomini in uniforme: hanno chiuso le vie d'uscita, hanno preso posizione, sono saliti sul tetto e sono rimasti lì a lungo, invisibili sopra le stanze dove la famiglia credeva di essere al sicuro. Quando decidono di entrare, sbagliano casa: sfondano la porta dello zio, lo picchiano, lo trascinano fuori dal letto e lo costringono a guidarli fino all'abitazione che cercano. Solo dopo arrivano alla sua: la porta viene forzata, l'irruzione si compie, e la notte – da quel momento – diventa un'altra cosa. Da quel momento la storia di Jihad si dispone lungo una sequenza che in Cisgiordania è nota, ripetuta, quasi codificata: l'arresto notturno, le manette strette dietro la schiena, la benda sugli occhi, il trasferimento verso una base o un centro di interrogatorio, la perdita di orientamento e di tempo. Jihad racconta che le manette gli hanno segnato le mani fino a farle sanguinare e che ancora oggi porta le cicatrici.
    È quella che i detenuti palestinesi chiamano "bosta": il veicolo carcerario, il veicolo dei trasferimenti. Un autobus dell'amministrazione penitenziaria usato per spostare prigionieri da una prigione all'altra, verso le udienze dei tribunali militari o verso l'ospedale. Non un semplice trasporto ma un segmento della pena: il mezzo è compartimentato, con sezioni separate da grate e, in fondo, piccole celle; si viaggia con mani e piedi ammanettati per ore, talvolta per un'intera giornata o più, tra soste e attese. Dentro ci sono sedili di ferro, poca ventilazione, caldo e freddo usati come ulteriore pressione; lo spazio è saturo di fumo, odori, rumore. Chi è ferito o malato paga di più: l'immobilità amplifica il dolore, l'accesso a bagno, acqua e farmaci è limitato, e l'intero tragitto diventa una prova di resistenza. Per questo, dicono i prigionieri, la "bosta" non è un autobus: è una "tomba mobile". La sua andava verso il carcere di Megiddo. Jihad racconta che nella base militare è stato buttato a terra, immobilizzato, schiacciato sul petto con i piedi. Dice di essere stato picchiato fino a ritrovarsi con un occhio gonfio, di aver temuto il soffocamento, di essersi rotto due costole. Racconta soprattutto l'assenza di cure: mesi di dolore e insonnia senza un farmaco, senza una visita, senza diagnosi. L'accusa che gli viene contestata è quella ricorrente per i minorenni palestinesi: lancio di pietre. Jihad riferisce che durante l'interrogatorio gli fu prospettata una via d'uscita semplice e brutale: ammettere per essere lasciato andare. Dice di aver ceduto. È un passaggio decisivo, perché mostra una torsione tipica di questo sistema: la confessione non come esito di un accertamento ma come strumento di gestione, scorciatoia, fine del tormento. In molte storie di ragazzi arrestati, ciò che resta non è la verità giudiziaria ma la dinamica di pressione: paura, isolamento, promessa di liberazione, firma. Se la storia finisse qui, sarebbe la storia di un ragazzo. In Cisgiordania, invece, il punto è che molte storie iniziano nello stesso modo. E che, da anni, i report delle organizzazioni che monitorano la detenzione dei minori palestinesi descrivono uno schema ripetitivo: arresti notturni come prassi, uso diffuso di manette e bende, violenza fisica e verbale, interrogatori senza la presenza di un genitore, accesso legale tardivo, confessioni rese sotto pressione e spesso firmate in ebraico, detenzione preventiva e patteggiamenti come via d'uscita più che come scelta.
    I numeri non sono neutri, ma aiutano a capire la scala. Defence for Children Palestine stima che ogni anno fra 500 e 700 minori palestinesi vengano arrestati, detenuti e processati nel sistema dei tribunali militari israeliani, e indica nel lancio di pietre l'imputazione più comune. A inizio aprile 2025, un report congiunto di Palestinian Prisoners' Society, Commission of Detainees' Affairs e Addameer parla di circa 350 bambini detenuti in carceri e campi militari israeliani, con oltre cento trattenuti senza accusa né processo attraverso lo strumento della detenzione amministrativa; lo stesso report registra almeno 1.200 casi di arresto di minori in Cisgiordania e Gerusalemme Est dall'ottobre 2023. Un aggiornamento B'Tselem, alla fine di settembre 2025, riporta ancora 350 minori palestinesi in custodia dell'Israel Prison Service. In carcere, Jihad dice che il racconto cambia natura: non è più l'episodio dell'arresto, è la vita dentro, giorno dopo giorno, e la somma delle cose che consumano. Parla di sovraffollamento senza enfasi, come di un dato: dieci ragazzi in una stanza, decine e decine nella stessa sezione. Parla di malattie che passano da un letto all'altro e di cure che non arrivano. La scabbia ritorna come un segno concreto – prurito, ferite, infezioni – e come la misura di un abbandono: la malattia non viene trattata, si lascia correre. E poi c'è la routine che tiene tutto in piedi: sveglie alle quattro, urla, appelli, punizioni. Non serve altro, dice: così si governa un corpo, prima ancora di discutere una colpa. Nella sua sezione, racconta, è morto un ragazzo, detenuto con lui, Waleed Al Basha, 17 anni. Secondo un rapporto medico il suo corpo mostrava segni di grave malnutrizione e anche scabbia; e attorno a quella morte si è aperta una disputa feroce fra versioni ufficiali e denunce di avvocati e organizzazioni per i diritti umani. Megiddo ritorna, come un punto fisso: nei racconti, nei documenti, nella geografia dell'occupazione.
    Ma per Jihad la scena non finisce con la morte: continua nel modo in cui quel corpo viene trattato e nel modo in cui quella morte viene usata. Dice che hanno trascinato via il suo corpo. Non era solo incuria, era un messaggio. È il potere che si mostra per intero: non limitarsi a punire, ma umiliare.
    Negli ultimi mesi, diverse denunce sulle condizioni detentive – malnutrizione, scabbia, accesso ridotto alle cure, restrizioni sulle visite – hanno circolato con maggiore intensità, dentro e fuori Israele. Alcuni casi di morte in custodia hanno acceso un breve riflettore. Il carcere di Megiddo è comparso più volte nelle cronache e nelle segnalazioni legali. Ma l'attenzione, quasi sempre, è intermittente: arriva a ondate, si ritira, lascia il sistema intatto. La storia di Mohammed Ibrahim – palestinese con cittadinanza statunitense, arrestato a 15 anni nello stesso contesto – è emblematica per un motivo politico prima ancora che umano. Non perché il suo dolore sia diverso, ma perché la sua visibilità lo è. Un passaporto occidentale cambia il destino mediatico di un minore palestinese: apre canali diplomatici, attiva pressioni, produce interrogazioni, consente ai familiari di parlare con giornali e avvocati che vengono ascoltati. Il fatto che serva un passaporto americano per trasformare una storia in caso pubblico è uno dei dettagli più crudeli di questa materia: non perché il ragazzo conti più degli altri, ma perché dimostra quanto gli altri siano invisibili. Jihad racconta che, nei mesi di carcere, ciò che gli pesava più di tutto era l'assenza di notizie: la madre, il padre, i fratelli. Dice che per settimane pianse quasi ogni giorno, come se l'esperienza fosse troppo grande per essere compresa. Dice che per resistere i ragazzi parlavano di ciò che facevano fuori, dei lavori, degli hobby, delle gite, di una normalità da tenere in vita con le parole. A un certo punto, racconta, Gaza entrò anche lì dentro: immagini di distruzione appese alle pareti dai soldati israeliani, messaggi di intimidazione, numeri dei morti annunciati come forma di derisione. È un'estensione della guerra nello spazio della detenzione, un modo per dire che non c'è luogo neutro, che il conflitto non finisce con le sbarre, che la minaccia è parte della disciplina. Da quando è stato rilasciato dopo nove mesi, lo scorso novembre, Jihad descrive un cambiamento netto, racconta con una lucidità che non ha bisogno di ornamenti, la fragilità del futuro: lo immagina come una probabilità, non come una linea retta. Per questo dice di volere andare via, cercare un domani fuori dalla Palestina, perché vivere sotto occupazione significa non avere sicurezza e non poter prevedere nulla. Il racconto di Jihad non pretende di dimostrare da solo un sistema. Ma lo illumina dall'interno: la catena tra arresto e umiliazione, tra malattia e indifferenza, tra giurisdizione militare e infanzia. E mostra, con precisione, che la violenza non ha sempre bisogno dell'eccesso: spesso le basta la continuità. —

 

 

  02.01.26
  1. DRAGHI L'UOMO DEI FORTI    L'economia globale ha perso il nord. Il 2025 si chiude come l'anno della policrisi perfetta, un incrocio di tensioni dove i vecchi manuali di macroeconomia sono finiti al macero sotto la spinta di dazi doganali, intelligenze artificiali sovrane e il ritorno dei tassi d'interesse nel Sol Levante.



    In questo scenario di bussole impazzite, la finanza e la politica hanno smesso di viaggiare su binari paralleli per fondersi in una miscela esplosiva di pragmatismo e ideologia. Sei volti hanno dominato i dodici mesi appena trascorsi, figure capaci di muovere trilioni di dollari con una dichiarazione o di ridisegnare i flussi commerciali con un tratto di penna, ergendosi a protagonisti assoluti di un mondo che non riconosce più i suoi vecchi confini.
    È il demiurgo dei cinquemila miliardi. Jensen Huang non è più soltanto il ceo di Nvidia. Nel corso del 2025 è diventato l'architetto della nuova infrastruttura industriale globale. Sotto la sua guida, la società di Santa Clara ha infranto ogni record di Wall Street, toccando in ottobre una capitalizzazione di mercato di 5.000 miliardi di dollari, una cifra superiore al Pil di quasi ogni nazione del pianeta, eccezion fatta per Stati Uniti e Cina.


    […] Tuttavia, il 2025 ha mostrato anche le prime crepe nel muro della fiducia: il lancio del software cinese DeepSeek in gennaio ha innescato una volatilità brutale, sollevando lo spettro di una bolla dell'intelligenza artificiale pronta a scoppiare. Fantasma che è diventato ancora più evidente con la circolarità delle spese in conto capitale fra le Big Tech. Nonostante i ricavi trimestrali abbiano sfiorato i 60 miliardi di dollari, il dibattito sulla sostenibilità di questi investimenti ha diviso gli analisti.



    Per Huang, la crescita è un ciclo virtuoso destinato a durare decenni; per il resto del mercato, Nvidia rimane l'ago della bilancia tra un progresso senza precedenti e un crollo finanziario sistemico senza precedenti.
    È l'ideologo del Grande Strappo. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha riportato Peter Navarro al centro della stanza dei bottoni, conferendogli il ruolo di Senior Counselor per il Commercio e la Manifattura. […]



    Navarro ha orchestrato la rivoluzione dei dazi: dopo l'imposizione di una tariffa globale del 10% in aprile, con il "Liberation Day", il governo ha inasprito la pressione portando al 50% i prelievi sui prodotti cinesi e al 15% quelli sui beni provenienti dall'Unione Europea a partire da agosto. La sua tesi sostiene che i dazi siano lo strumento unico per ricostruire la base industriale americana e azzerare il deficit commerciale.



    L'effetto è stato un terremoto: il costo della vita negli Stati Uniti ha risentito della pressione sui prezzi, mentre le catene di approvvigionamento globali sono state smantellate e ricostruite seguendo logiche di vicinanza politica piuttosto che di efficienza dei costi. […]

    […] Elon Musk ha vissuto un 2025 di scontri frontali e vittorie legali che hanno ridefinito il concetto di governance aziendale. Il braccio di ferro con gli azionisti di Tesla si è concluso in novembre con l'approvazione di un nuovo, colossale piano di remunerazione: un pacchetto di incentivi decennale potenzialmente del valore di mille miliardi di dollari.



    […] La sua decisione di spostare la sede legale di Tesla in Texas e il suo ruolo crescente nel coordinamento dell'efficienza governativa hanno segnato l'addio a un sistema di regole percepito come ostile. […]

    Il saggio inascoltato dell'autonomia europea. Mentre le potenze globali erigono muri, Mario Draghi è rimasto l'ultimo difensore di un'integrazione europea profonda e competitiva. Pur senza ricoprire cariche formali, l'ex presidente della Bce è stato la bussola tecnica per Ursula von der Leyen e Christine Lagarde nel corso del 2025.



    Il suo rapporto sulla competitività è diventato il testo sacro dei policymaker a Bruxelles, invocando investimenti annuali da 800 miliardi di euro per colmare il divario con Stati Uniti e Cina.



    Draghi ha avvertito che, senza una reale unione dei mercati dei capitali e una difesa comune, l'Europa rischia una lenta agonia economica. Tuttavia, i suoi messaggi si sono scontrati con le resistenze dei singoli governi nazionali, gelosi della propria sovranità fiscale proprio mentre il mondo chiedeva risposte unitarie. […]
    La fine dell'illusione giapponese. A Tokyo, il governatore della Bank of Japan Kazuo Ueda ha compiuto l'impresa più difficile: chiudere un'era trentennale di denaro a costo zero senza provocare un collasso immediato del sistema finanziario. In dicembre, Ueda ha portato i tassi di interesse allo 0,75%, il livello più alto dal 1995, segnalando che il Giappone è uscito dal tunnel della deflazione.



    La sua politica monetaria ha rappresentato il cambiamento più profondo dell'anno per i mercati valutari. Il rialzo dei tassi ha messo sotto pressione il carry trade sullo yen, la pratica degli investitori globali di prendere in prestito valuta giapponese a basso costo per investire in attività ad alto rendimento altrove. Ueda ha dovuto navigare in acque agitatissime, con lo yen che ha oscillato attorno a quota 156 contro il dollaro, cercando di bilanciare la normalizzazione con il rischio di prosciugare la liquidità internazionale. […]
    La voce della resistenza bancaria. Ana Botín, presidente esecutiva di Santander, si è affermata nel 2025 come la figura più influente del settore bancario europeo, ergendosi a baluardo del vecchio continente contro le turbolenze transatlantiche.



    Al World Economic Forum di Davos, in gennaio, Botín ha lanciato un monito netto, definendo il ritorno di Trump e le sue politiche protezionistiche come un «pericolo diretto» per la stabilità economica dell'Europa. […]


    Sotto la sua guida, Santander ha accelerato l'espansione digitale con il lancio globale di Openbank, cercando di bilanciare la redditività record — sostenuta da tassi d'interesse ancora elevati — con la necessità di finanziare la transizione energetica europea. Botín ha saputo navigare tra le minacce di nuove tasse sugli extraprofitti in Spagna e la volatilità dei mercati emergenti, confermandosi come l'unica leader capace di parlare con la stessa autorevolezza ai regolatori di Bruxelles e agli investitori di Wall Street. […]


    Il 2025 lascia in eredità un sistema economico dove la stabilità non è più un valore acquisito, ma un obiettivo da inseguire tra le macerie del vecchio ordine. Questi cinque volti non hanno soltanto gestito capitali o istituzioni; hanno incarnato la metamorfosi di un capitalismo che ha rinunciato alla sua pretesa di neutralità per farsi strumento di potenza.

    Il confine tra libero scambio e sicurezza nazionale è svanito, così come quello tra innovazione tecnologica e controllo sociale. In questo vuoto di certezze, le figure emerse quest'anno rappresentano gli unici punti di riferimento in un panorama che attende ancora di scoprire le sue nuove regole fondamentali.

 

01.01.26
  1. IL CAPPIO AL COLLO:    Estratto dell’articolo di Federico Fubini per il “Corriere della Sera”



    LA RESA DI URSULA VON DER LEYEN A DONALD TRUMP SUI DAZI - MEME BY 50 SFUMATURE DI CATTIVERIA

    Il 2025 è stato l’anno dei dazi americani, ma il 2026 inizia sotto il segno di quelli europei. Saranno diversi, più limitati, pensati per proteggere un bene collettivo del pianeta quale il clima e non per punire esplicitamente altri Paesi.



    Ma arriveranno, da dopodomani: il Cbam, sigla inglese per il «Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere», da gennaio colpisce l’import di prodotti extra-europei generati attraverso l’emissione di gas a effetto serra.



    Per ora riguarda solo materiali in cemento, ferro, acciaio, alluminio e i fertilizzanti, più elettricità e idrogeno da Paesi terzi (i più interessati saranno Cina, Turchia e India). Il prelievo, variabile secondo il contenuto inquinante, pesa su circa 100 miliardi di euro di beni comprati fuori dall’Unione europea.
    […] almeno per un aspetto il nuovo dazio deciso a Bruxelles assomiglia a quelli di Donald Trump, perché aumenta i costi per centinaia di migliaia di imprese.



    Rincareranno le viti, i bulloni e i pezzi in acciaio importati dall’estero di macchinari fatti in Veneto o in Baviera. Alcune di queste imprese potrebbero decidere di spostare parte delle produzioni in Cina, Turchia o India per risparmiare sulle componenti e da lì affrontare i mercati mondiali.

    […] In questo davvero i dazi rischiano di generare un’eterogenesi dei fini, come il presidente degli Stati Uniti ha iniziato a sperimentare negli ultimi mesi. L’aumento dei prelievi doganali avviato con il «Liberation Day» del 2 aprile scorso (da allora il dazio medio effettivo è salito da circa il 2% al circa il 12% medio) riguarda per meno di metà beni di consumo come il vino italiano; ma per il resto i prelievi di Trump colpiscono e rendono più cari materiali che entrano nelle filiere industriali americane.
    Il questo il fallimento del disegno di rilancio della manifattura negli Stati Uniti inizia già a profilarsi. E il 2026 si annuncia come l’anno in cui esso diventerà evidente. Osserva Penny Naas, ex funzionario del dipartimento del Commercio di Washigton oggi al German Marshall Fund: “Per ogni 10 mila posti che creiamo nelle acciaierie grazie alle tariffe salite al 50%, ne perdiamo fra 175 e 200 mila nelle attività della manifattura basate sull’acciaio stesso”.



    Gli effetti stanno già venendo alla luce. Non solo l’occupazione industriale negli Stati Uniti ha perso circa 67 mila addetti (su oltre dodici milioni) da quando Trump è tornato alla Casa Bianca; soprattutto, gli investimenti manifatturieri hanno invertito la tendenza all’aumento continuo registrata nel quadriennio di Joe Biden e dopo i primi nove mesi del 2025 sono in calo di quasi il 12% rispetto a un anno fa. Gli imprenditori, per ora, non sembrano invogliati dai dazi a riportare le produzioni in America.

    Intanto, forse già a gennaio la Corte suprema potrebbe dichiarare incostituzionale l’uso dei poteri di emergenza con cui il presidente ha imposto i dazi aggirando il Congresso.



    In sostanza, quasi niente sta andando come aveva previsto il presidente né come alcuni dei suoi critici avevano temuto. In dollari, lo S&P500 di New York è il grande indice di borsa ad aver guadagnato di meno fra i tredici principali del mondo. L’inflazione americana non è esplosa a causa dei dazi — come si temeva — ma dal «Liberation Day» in poi ha ripreso a salire abbastanza da indurre Trump a ritirare alcune tariffe agricole (in particolare sull’America Latina).



    Il tycoon teme che i rincari doganali dei beni alimentari aggravino le tensioni per il costo della vita e spingano verso i democratici alcuni dei suoi elettori a reddito più basso. Nel 2026, con l’avvicinarsi delle elezioni di mid-term, arriveranno probabilmente altre retromarce sui dazi legati ai beni decisivi per l’economia domestica di milioni di americani.


    […] Anche la reazione del resto del mondo si sta rivelando molto diversa da quella che i critici di Trump, in particolare, temevano. La risposta non è stata una replica della crisi internazionale di 90 anni fa. La stretta protezionista dello Smoot-Hawley Act del 1930 portò a ritorsioni doganali di decine di Paesi contro gli Stati Uniti e a un collasso del commercio mondiale.



    Stavolta invece alla stretta di Trump gli altri Paesi reagiscono in modo diverso: niente ritorsioni, ma accordi commerciali vicini o già in vigore fra Unione europea e Mercosur, fra Ue e Messico, fra Gran Bretagna e India e avvicinamento del Canada a Cina e Indonesia. Gli altri Paesi isolano l’America e permettono al commercio mondiale di continuare a crescere mentre Trump si sfila.



    Non tutto però va nel migliore dei modi. Con i dazi la Cina vede il suo export verso gli Stati Uniti crollare del 19% e scarica i suoi eccessi di produzione sull’Europa. Bruxelles sta già reagendo contro Pechino con tariffe protettive su batterie, auto elettriche, componenti in acciaio, pneumatici e vari altri prodotti. Proprio negli ultimi giorni è arrivata la ritorsione cinese, contro i nostri formaggi. Il 2026 potrebbe essere l’anno della tensione commerciale, crescente, fra Pechino e Bruxelles.
  2. Il calvario palestinese
    di
    Rayan
    Francesca Mannocchi
    Qabatiya (Cisgiordania)
    Ha la faccia stanca di chi non dorme da giorni. Le palpebre gonfie, la bocca contratta, come a tenere insieme i pezzi, ogni tanto abbassa lo sguardo e lo rialza, a scatti. Si chiama Ibtihal, è la madre di Rayan AbdelQader Abu Mualla. Il 20 dicembre suo figlio è uscito di casa a Qabatiya per comprare qualcosa da mangiare mentre studiava. Non è tornato più.
    Fuori, Qabatiya è un nome che negli ultimi mesi si pronuncia spesso insieme ad altri nomi della Cisgiordania: Jenin, Tulkarem, Nablus. Dentro, invece, Qabatiya è questa stanza: una parete ruvida, una porta chiusa, uno zaino di scuola che non serve più a nessuno.
    La storia di Rayan comincia come cominciano le storie che dovrebbero finire bene: con un ragazzo che studia. Sedici anni, un libro aperto, una bevanda accanto al quaderno sulla scrivania. Il 20 dicembre esce per comprare qualcosa da mangiare, degli snack, dice sua madre. Non prende nemmeno il telefono. Lo lascia a casa, come fanno i ragazzi quando pensano di scendere un momento e tornare subito. È un dettaglio minuscolo, eppure in questa casa diventa una prova: è uscito senza telefono perché non stava andando incontro a niente, perché non immaginava che la strada potesse trasformarsi in una trappola.
    Nella sua testimonianza, la madre lo ripete mille volte: non voleva fare nulla. Camminava. Con le mani in tasca. Camminava e basta. È questo che in Cisgiordania oggi suona come un atto di fede: camminare senza pensare che qualcuno, da un angolo, possa decidere che sei una minaccia.
    «Non sapeva che ci fossero i soldati israeliani a Qabatiya», dice. «Non lo sapevamo neanche noi».
    Secondo la documentazione raccolta da Defense for Children International – Palestine, la sera del 20 dicembre i mezzi militari israeliani avevano attraversato la strada principale della città, e in un vicolo laterale un gruppo di ragazzi è rimasto bloccato. Non c'erano stati scontri, nessun lancio di pietre, c'era solo la paura di uscire allo scoperto e la strada di casa tagliata da quei mezzi.
    Quando li hanno visti, i soldati hanno spento il motore del blindato per non farsi sentire, si sono posizionati accanto a un muro, e hanno aspettato. Il video delle telecamere di sorveglianza, verificato da Reuters, mostra un angolo di strada buio, due soldati che aspettano, un terzo che si muove a copertura. Poi un ragazzo appare dal lato della via e, appena arriva all'angolo, viene colpito e cade all'indietro. L'esercito israeliano sostiene che una figura «sospetta» si stesse avvicinando, forse con un sasso in mano, annuncia una revisione dell'incidente.
    Il video è molto lungo, mostra il corpo di Rayan a terra per più di venti minuti, sanguina. Intorno ci sono i soldati ma le ambulanze, in Cisgiordania, sono bloccate come le auto civili.
    Dopo più di venti minuti il corpo viene caricato su un veicolo militare, che scivola via dall'inquadratura e da Qabatya.
    Un'ora dopo Rayan viene dichiarato morto.
    Ibtihal guarda il pavimento mentre parla: «Potevano sparargli a una gamba… mio figlio non ha lanciato niente, non ha fatto niente, voleva solo tornare a casa». E poi la frase che nelle case di Cisgiordania è diventata una domanda politica prima ancora che un lamento: «Ora voglio seppellire mio figlio con dignità». Perché non basta morire: bisogna anche poter essere sepolti. Il corpo di Rayan, portato via dai soldati non è ancora stato restituito alla sua famiglia.
    Questa storia – un sedicenne, un video, una versione ufficiale che parla di minaccia e un'altra che parla di un ragazzo che cammina – non è un'eccezione: è un frammento, uno dei tanti, di un'escalation che in Cisgiordania ha cambiato intensità, strumenti e lessico.
    Il 2023 è stato l'anno più tragico, ma la curva non si è fermata. Un'infografica Ocha aggiornata ad aprile 2025 indica 616 palestinesi uccisi in Cisgiordania tra il 1° gennaio 2024 e il 30 aprile 2025, «inclusi 115 bambini». L'Unicef, nell'estate 2024, ha provato a tradurre l'astrazione della crescita in una frase comprensibile: «in media, un bambino palestinese è stato ucciso… ogni due giorni» in Cisgiordania dall'ottobre 2023. E aggiunge che 143 bambini palestinesi sono stati uccisi nello stesso arco temporale, con un'impennata definita «quasi del 250%» rispetto ai nove mesi precedenti.
    Israele dice che l'intensificazione delle incursioni serve a questo: colpire i militanti, prevenire gli attacchi. A Qabatiya la versione dell'esercito è netta: Rayan sarebbe stato «un terrorista», avrebbe lanciato un blocco, i soldati avrebbero risposto sparando. Reuters, nello stesso racconto, ricorda anche l'altra metà del quadro: gli attacchi contro israeliani ci sono, e scandiscono davvero questi mesi.
    Ma nelle case come quella di Ibtihal la parola "sicurezza" non chiude la storia, la apre. Perché se tutto si regge su quella giustificazione, allora la domanda diventa inevitabile: chi stabilisce, in quell'istante, che un sedicenne è una minaccia? E chi se lo ripete, dopo, quando un video mostra — o sembra mostrare — un ragazzo che non stava facendo nulla, se non tornare a casa?
    C'è un punto, in questa storia, in cui la tragedia individuale si incastra con la struttura politica: la responsabilità. Perché l'annuncio di una revisione interna non è un processo. E, soprattutto, non è garanzia.
    C'è un numero che spiega più di molte dichiarazioni. Lo mette nero su bianco Yesh Din, un'organizzazione israeliana che da anni segue cosa succede quando un palestinese denuncia un soldato. Tra il 2018 e il 2022, su 862 denunce, solo in circa un terzo dei casi è stata aperta un'indagine penale. E quelle che sono arrivate davvero davanti a un giudice sono pochissime: tredici. E non è solo una storia di uniformi. C'è la violenza dei coloni, che cresce e spesso si muove dentro una cornice di protezione armata e presenza militare. Sempre Yesh Din scrive che il 93,7% delle indagini per violenze di civili israeliani contro palestinesi si chiude senza incriminazione; dal 2005, le incriminazioni rappresentano il 6,6% dei casi monitorati. È così che l'eccezione diventa regola: non serve dichiarare l'annessione quando puoi farla accadere ogni giorno, ulivo dopo ulivo, strada dopo strada, casa dopo casa.
    Tra il 7 ottobre 2023 e il 27 novembre 2025 1.030 palestinesi sono stati uccisi da forze militari e coloni israeliani in Cisgiordania, Gerusalemme Est inclusa: 223 erano minori. Come Rayan.
    Ieri Ibtihal ha aperto il frigorifero per preparare da mangiare ai tre figli più piccoli e ha pensato al corpo di Rayan in un freezer da qualche parte, nell'obitorio di un ospedale. Un corpo trattenuto, sottratto a una madre che vorrebbe solo avere una tomba dove piangere un sedicenne che non può diventare uomo.
    In Cisgiordania la sepoltura è spesso l'ultima battaglia: quella di una madre che deve lottare per un funerale che non è solo un rito, ma è identità, è comunità, è la possibilità di dire davanti a tutti: questo non era un bersaglio, era un figlio.
    Per questo la storia di Rayan non resta confinata alla cronaca, ma è un paradigma: un sedicenne che esce a comprare qualcosa da mangiare, un'imboscata, un video che incrina la versione ufficiale, un corpo portato via, una famiglia a cui viene tolto perfino il diritto di piangere davanti a una tomba. E allora la domanda non è più soltanto «che cosa è successo?». È: che cosa succede dopo. Se un ragazzo può essere ucciso e la risposta resta una «revisione», se le incriminazioni sono rare e le condanne ancora più rare, che valore ha, qui, la vita di un ragazzo palestinese?
    Nella casa di Qabatiya la risposta non ha bisogno di slogan. È quasi una frase detta come si chiedono le cose semplici: voglio seppellire mio figlio con dignità. Dentro quel desiderio minimo c'è la misura della frattura: tra una madre e uno Stato, tra il dolore e la politica, tra la morte e una responsabilità che non arriva mai. —
  3. Iran, gli studenti si uniscono alle proteste
    Si infiamma la protesta in Iran. Gli studenti di diverse università, da Teheran a Isfahan, sono scesi in piazza per protestare contro il deterioramento della situazione economica nel Paese, unendo la loro voce a quella dei commerciati che da tre giorni contestano la precarità della vita in una società strangolata da carovita, inflazione galoppante e perdita verticale del potere d'acquisto della moneta locale oramai al minimo storico sul dollaro. Le mobilitazioni hanno coinvolto gli atenei più prestigiosi dell'Iran e sono state confermate anche dalla agenzia Ilna, legata al movimento operaio iraniano. Era dal 2022 che in Iran non si vedevano proteste di tali dimensioni. —
  4. Hannoun si avvale della facoltà di non rispondere: "Ho i video che dimostrano che erano aiuti umanitari"
    Il tesoriere, l'avvocato e i poliziotti corrotti Così la rete italiana mandava soldi a Gaza

    elisa sola
    Soldi inviati alle associazioni benefiche. Raccolti durante i sermoni. Spediti dagli sceicchi. Soldi fruttati dagli immobili. Capannoni, alloggi, terreni. Sarebbero una cinquantina, secondo l'Antiterrorismo, quelli posseduti in Italia dall'Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese. Un "patrimonio" sotto osservazione della Digos e della Guardia di finanza, sparso soprattutto nel Nord Est. Secondo la Digos, questi immobili non sarebbero stati gestiti in maniera disorganica. Ma comprati, affittati, rivenduti, con l'aiuto di una figura apparentemente marginale dell'inchiesta, eppure nodale per l'amministrazione delle risorse. Dal "tesoriere" Abu Rawwa Adel Ibrahim Salameh. Arrestato con gli altri sei indagati principali della maxi operazione sui presunti finanziamenti ad Hamas, Abu Rawwa non è considerato un partecipe dell'associazione terroristica. Gli viene contestato il concorso esterno.
    Uomo colto e ricco di contatti, in grado di parlare più lingue, Abu Rawwa è un dipendente dell'associazione fondata da Mohammad Hannoun, sulla carta. Nella pratica, sarebbe un contabile dotato di intuito capace di movimentare risorse economiche ingenti. Secondo la gip Silvia Carpanini, Abu Rawwa ha «contribuito in modo rilevantissimo sia alla raccolta di denaro che alla consegna in contanti ad Abspp». In una conversazione intercettata il 20 giugno 2024, Hannoun lo elogia: «Tu da solo in otto mesi hai raccolto quello che non si è raccolto mai in tre o quattro anni».
    Abu Rawwa ammette: «Sì, è vero, senza contare quelli del Pos e altre cose sono arrivato quasi a un milione, a 900mila euro».
    Il "tesoriere" dell'associazione, secondo la gip, è in grado di trovare «mezzi per fare pervenire il denaro a Gaza e nei territori». E sarebbe consapevole del fatto che l'uomo che riceve i finanziamenti a Gaza è un ex ministro di Hamas. «Noi abbiamo il dottor Osama Alisawi – dice Abu Rawwa al telefono – È, non so se lo conosci, uno che si era laureato a Padova. È lui il ministro lì, è con lui che ci coordiniamo». Quando c'è il sospetto che i referenti dell'associazione siano indagati, Abu Rawwa detta la linea formale. A un interlocutore che gli chiede, il 18 ottobre 2024, «voi avete lì la raccolta dei fratelli per gli aiuti alla Muqawama (resistenza)?», risponde: «Non parlare di queste cose. Noi siamo per gli aiuti umanitari». Aggiunge: «Loro ci stanno dietro. I nostri telefoni a un milione per cento sono intercettati. Quindi noi diciamo sempre, io dico sempre, lasciatemi stare con questo lavoro della beneficenza».
    Quando i conti sono bloccati, il denaro viene raccolto e trasportato a mano. Tra i "corrieri" che portano i soldi, oltre ad Hannoun, c'è il figlio Mahmoud, che ieri, con altre sei persone, è stato iscritto sul registro degli indagati dal procuratore di Genova, Nicola Piacente, per terrorismo. Mahmoud Hannoun, due sere fa, fuori dal carcere di Marassi, ha detto: «Manifesteremo finché mio padre e la Palestina non saranno liberati. Non fatene una questione di destra o sinistra, ma di umanità». Ieri, durante gli interrogatori di garanzia, suo padre Mohammad ha ribadito: «Quei soldi servivano per la popolazione, non ho mai avuto contatti con Hamas». L'accusa ha una tesi diversa. Il denaro sarebbe stato consegnato ad Hamas. E una buon percentuale sarebbe finito alla lotta armata.
    Quando i soldi arrivavano in Egitto, la missione non era finita. Bisognava pagare mazzette costose. Il 27 marzo Abu Rawwa dice: «Ci sono dei soci diretti verso Gaza. Stanno facendo entrare 28 camion di farina. L'esercito egiziano chiede 2.500 euro per ogni camion e 400 euro per ogni soldato di scorta. E poi, l'associazione ha dovuto pagare una mazzetta di 86mila euro».
    Con il passare del tempo diventa tutto più difficile. C'è il blocco di Israele. C'è la procura che sospetta. Ammette un indagato: «Abbiamo le mani legate. Il denaro lo spostiamo solo a mano». Abu Rawwa manda un vocale allo sceicco Moaden: «Ti chiedo l'amana (protezione) da consegnare a Milano». Non solo. Bisogna fare altre operazioni. Tra queste, viene spiegato a una riunione, «una nuova associazione con persone che non devono più essere registrate con la vecchia».Tra gli indagati a piede libero, da ieri, c'è anche l'avvocato milanese Mohamed Ryah. «Apriamo una nuova società e individuiamo un altro rappresentante legale da sacrificare – diceva a un altro incontro –. Eviteremo il blocco dei conti». —

 

 

 

 

E' STATO IL MIO ANGELO CUSTODE NELLA QUERELA CHE MI HA FATTO MARCHIONNE NEL 2008 PER AVER DETTO NELL'ASSEMBLEA FIAT CHE:

  1. EDOARDO AGNELLI NON ERA STATO PROTETTO DALLA SCORTA
  2. MARCHIONNE ERA UN ILLUSIONISTA TEMERARIO E SPAVALDO

ALCUNI SUOI COLLEGHI PROFESSORI ED AVVOCATI CERCARONO DI DISTOGLIERLO DALLA MIA DIFESA MA LUI E' UNO DEI POCHI CHE NON MI HA MAI TRADITO.

Mb

07.12.25

 

 

 

ESCLUSIONE COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE , COME AZIONISTA ATLANTIA, NEL PROCESSO A CARICO DI CASTELLUCCI PER IL CROLLO DEL PONTE MORANDI

COST PONTE M

 

 

 

 

Diritti degli azionisti

La Direttiva 2007/36/EC stabilisce diritti minimi per gli azionisti delle societa' quotate in Unione Europea. Tale Direttiva stabilisce all'Articolo 9 il diritto degli azionisti a porre domande connesse ai punti all'ordine del giorno dell'assemblea e a ricevere risposte dalle societa' ai quesiti posti.

 

Considerando le difficolta' che spesso si incontrano nel proporre domande e nel ricevere risposte in tempo utile, in particolare per quanto riguarda gli azionisti individuali impossibilitati a partecipare alla assemblea, e considerando che talvolta vi e' poca chiarezza sulle modalita' da seguire per porre domande alle societa',

 

Ritiene la Commissione:

che il diritto degli azionisti a formulare domande e ricevere risposte sia adeguatamente garantito all'interno dell'Unione Europea?

che la possibilita' di porre domande e ottenere risposte solo nel caso l'azionista sia fisicamente presente nell'assemblea sia compatibile con la Direttiva 2007/36/EC?

 

In che modo la Commissione ritiene che le societa' quotate debbano definire e comunicare le modalita' per porre domande da parte degli azionisti, in modo da assicurare che tale diritto sia rispettato appieno? Sergio Cofferati

 

 

IL MIO LIBRO "L'USO DELLA TABELLA MB nei CASI DI PIANI INDUSTRIALI: FIAT, TELECOMITALIA ED ALTRI..." che doveva essere pubblicato da LIBRAMI-NOVARA nel 2004,  e' ora disponibile liberamente  CLICCA QUI 

 

 

In data 3103.14 nel corso dell'assemblea Fiat il presidente J.Elkann mi fa fatto allontanare dalla stessa dalla DIGOS impedendomi il voto eccone la prova:   

DOC DIGOS

 

Sentenze  

1) IL 21.12.12  alle ore 09.00 nel TRIBUNALE TORINO aula 80 C'E'  STATA LA SENTENZA DI ASSOLUZIONE  PER LA QUERELA DELLA  FIAT,  PER QUANTO DETTO nell'ASSEMBLEA FIAT 2008 .UN TENTATIVO DI IMBAVAGLIARMI, AL FINE DI VEDERE COME  DIFENDO I MIEI DIRITTI E DI TUTTI GLI AZIONISTI DI MINORANZA NELLE ASSEMBLEE .

 Mb

SCAPARONE     SENT Mb

il 24.11.14 alle ore 1200 si tenuto al TRIBUNALE DI TORINO aula 50 ingresso 19 l'udienza finale del mio processo d'appello in seguito alla querela di Fiat per aver detto il 27.03.2008 all'assemblea FIAT che ritengo "Marchionne un'illusionista temerario e spavaldo" e che "la sicurezza Fiat e' responsabile della morte di Edoardo Agnelli per omessa vigilanza". In 1° grado ero stato assolto anche in 2° e nuovamente sia FIAT che PG hanno impugnato per ricorso in Cassazione che mi ha negato la libertà di opinione con una sentenza del 14.09.15.

SOTTO POTETE TROVARE LA DOCUMENTAZIONE

SENT 2013   FIAT 2013  PM 2013 SENT 2015  FIAT 2015  PG 2015  SCA 14.11.14 SCA 24.11.14  SENT CASS

2) il 21 FEBBRAIO 2013  GS-GABETTI sono stati condannati per agiotaggio informativo.

SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULL'ERRORE DEL TRIBUNALE DI TORINO NELL'ASSOLVERE GABETTI E GRANDE STEVENS

SENT CASS  SENT AP TO

 

Ifil-Exor: no risarcimento a parti civili, Consob punta a Cassazione

Borsa Italiana-21/feb/2013

Come parti civili si erano costituite la Consob e due piccoli azionisti, tra cui Marco Bava, noto per il suo attivismo in molte assemblee. "Non so ...

 

SU INTERNET IL  LIBRO DI GIGI MONCALVO  SULL'OMICIDIO DI EDOARDO AGNELLI

PRES LIBRO   COP LIBRO DICEMBRE

Edoardo, un Agnelli da dimenticare

 

Marco Bernardini non ha le prove del suicidio io ho molte prove dell'omicidio che sono state illustrate in 5 libri di cui l'ultimo e' l'ultimo di Puppo :

EDOARDO AGNELLI, UN GIALLO TROPPO COMPLICATO - DIRITTO DI CRONACA

Ma Lapo ricorda il suo cane :

http://www.today.it/rassegna/morto-cane-lapo-elkann-comodino.html

 

La vostra voce in Europa - Consultazioni aperte - IT

 

 

www.italiachecambia.org

www.jobyourlife.com

www.osservatoriodannoallapersona.org

www.valserena.it PER PRODOTTI NATURALI

 rowdfundingbuzz.it

http:/fliiby.com/marcobava/?utm_source=in150&utm_medium=email&utm_campaign=life_cycle

http://paoloferrarocdd.blogspot.it/

 

Sarà operativa dal 9 gennaio la nuova piattaforma per la risoluzione alternativa delle controversie online messa in campo dalla Commissione europea. Gli organismi di risoluzione alternativa delle controversie (Adr) notificati dagli Stati membri potranno accreditarsi immediatamente, mentre consumatori e professionisti potranno accedere alla piattaforma a partire dal 15 febbraio 2016, all'indirizzo

http://ec.europa.eu/consumers/odr/

 

 

http://www.freevillage.it/ sito avv.Mario Piccolino ucciso il 29.05.15

 

VIDEO Mb

https://youtu.be/ACwrglgdOeA

https://youtu.be/gQoC1u6yWOM

https://youtu.be/pJ3Y_oSqMV8

https://youtu.be/cSQo3ljpM-Y

 

 

 

 http://www.barattobb.it/

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Videoinforma :  www marcobava.it

 

SE VUOI VEDERE COME VA IL MOND0 VAI SU : https://youtu.be/3sqdyEpklFU

 

https://www.nucleareurope.eu/facts-figures/nuclear_facilities/

 

https://www.passioneastronomia.it/scopri-come-sara-la-terra-tra-100-milioni-di-anni-il-video-e-da-pelle-doca/

 

Torino 1864, la prima stage di Stato. La strage di Torino del 1864 attraverso i libri. articolo di Tullio Fazzolari
...
Nei prossimi mesi, in vista del 3 febbraio, c’è da aspettarsi che verranno ricordati i 160 anni del trasferimento da Torino a Firenze della
capitale del regno d’Italia.
E anche se fu un fatto transitorio durato appena sei anni resta comunque una ricorrenza importante per lo sviluppo di Firenze.
Poco o nulla, invece, s’è detto in questi giorni del centosessantesimo anniversario di quella che è stata definita “la prima strage di Stato”.
Il 21 settembre 1864, appena si seppe che alla loro città veniva tolto il ruolo di capitale del regno, i torinesi manifestarono il proprio
malcontento.
I carabinieri reagirono subito sparando e la conseguenza furono due giornate di sangue con più di 50 morti e almeno 150 feriti.
Pochi libri raccontano i tragici eventi di Torino.
Tra questi vanno sicuramente segnalati “La strage impunita.
Torino 1864” di Valerio Monti (Savej, 151 pagine, 15 euro) pubblicato nel 2014 e il più recente “Torino 1864.
La prima strage senza colpevoli dell’Italia unita” di Enzo Ciconte (Interlinea, 200 pagine, 14 euro).
Altre pagine da non perdere vanno cercate con un po’ di pazienza nei volumi dedicati alla storia del capoluogo piemontese.
Per esempio “Torino” a cura di Valerio Castronovo edito da Laterza.
Oppure l’importante saggio di Umberto Levra “Dalla città “decapitalizzata” alla città del Novecento” pubblicato nel settimo volume della
“Storia di Torino” di Einaudi.
Tutte le ricostruzioni confermano che la strage del 1864 fu uno degli eventi più vergognosi dello Stato unitario.
Tanto per cominciare il trasferimento della capitale era stato imposto nella cosiddetta convenzione di settembre dalla Francia di Napoleone
III.
La scelta di Firenze (dopo aver scartato l’ipotesi di Napoli) doveva essere il segnale che l’Italia rinunciava a fare di Roma la propria capitale.
L’accordo non piacque al re Vittorio Emanuele II che dovette subirlo obtorto collo.
Ma soprattutto non piacque ai torinesi per molte ragioni tra cui anche l’obbligo di trasferirsi per i dipendenti statali.
La protesta del 21 settembre fu inizialmente pacifica e per molti aspetti patriottica.
Si gridavano invettive contro il governo Minghetti succube dei francesi e s’inneggiava a Garibaldi.
Lo slogan ricorrente era “Roma o Torino” a dimostrare che la perdita della capitale poteva essere accettata se si fosse realizzata l’unità
nazionale.
La violenta reazione dei carabinieri provocò la sommossa del giorno successivo.
E di nuovo i carabinieri aprirono il fuoco in maniera scomposta uccidendo persino alcuni soldati che stavano arrivando di rinforzo.
Nessuno verrà punito.
I 58 carabinieri che la magistratura militare aveva rinviato a processo vennero tutti assolti.
L’inchiesta parlamentare non ebbe conseguenze.
E per chiudere tutto arrivò un’amnistia.
Restano una lapide in piazza San Carlo a ricordo delle vittime e i segni indelebili dei proiettili sotto il monumento a Emanuele Filiberto.

 

 

PERCHÉ  Von der Leyen SENZA COLPE! Causa Rigettata dalla Corte di Liegi dopo che la Procura Europea ha sostenuto l’Immunità.

AGGIORNAMENTO DEL 21 GENNAIO 2025

Tribunale Belga respinge la Causa sui Vaccini Killer
Un tribunale belga ha respinto una causa contro la presidente dell’UE Ursula von der Leyen per la trasparenza degli acquisti di vaccini COVID-19 per un valore di 35 miliardi di euro, ha affermato il tribunale in una dichiarazione.

Il tribunale ha affermato di aver “respinto la causa, presentata da Frederic Baldan”. “La decisione si applica anche alle altre parti che si sono unite alla causa”, ha affermato il tribunale in una dichiarazione.

Ciò accade proprio nel momento in cui 14 procuratori generali degli USA hanno contestato all’ex amministrazione Biden la gestione delle migliaia di cause di risarcimento per i vaccinati danneggiati dai sieri gencii mRNA Covid…

Il tribunale della città belga di Liegi terrà una sessione per valutare se la presidente della Commissione europea (CE) Ursula von der Leyen abbia l’immunità legale contro le accuse di corruzione per l’acquisto di vaccini COVID-19 per un importo superiore a 35 miliardi di euro, ha detto a TASS Frederic Baldan, l’attore.

“L’udienza del 6 gennaio si terrà su un indirizzo dell’ufficio del procuratore dell’UE che dovrebbe indagare sugli atti di corruzione nelle istituzioni dell’UE ma che di fatto sta agendo per difendere von der Leyen ora. La Procura pubblica europea ha inviato un indirizzo al tribunale, affermando che von der Leyen ha l’immunità contro l’azione penale in tribunale per accuse di corruzione per l’acquisto di vaccini COVID-19 che non hanno superato le sperimentazioni cliniche”, ha detto Baldan.

Nel 2022, i media statunitensi hanno riferito che von der Leyen aveva comunicato con Albert Bourla, amministratore delegato del colosso farmaceutico statunitense Pfizer, in merito alla conclusione di un contratto a lungo termine per l’acquisto di 1,8 miliardi di dosi di vaccini COVID-19 per un valore di 35 miliardi di euro (37,6 miliardi di dollari), prima ancora che superassero le sperimentazioni cliniche.

Le trattative sull’accordo sono state condotte informalmente alla fine del 2020 tramite messaggi SMS e senza il previo consenso degli stati membri dell’UE.

La presidente della Commissione europea ha anche inviato un messaggio a suo marito, Heiko von der Leyen, che è direttore medico presso Orgenesis, un’azienda che collabora con Pfizer. Tutti i messaggi sono stati poi cancellati accidentalmente, ha affermato Ursula von der Leyen.

Il New York Times ha descritto l’accordo sul vaccino COVID tra la presidente della Commissione europea e il CEO di Pfizer come “un sorprendente allineamento tra sopravvivenza politica e attività imprenditoriale”.

“GOVERNO USA HA AIUTATO BIG PHARMA INVECE DEI DANNEGGIATI DA VACCINO”. Denuncia Esplosiva di 14 Procuratori Generali USA

«Quando alcuni di questi individui sono stati danneggiati dal vaccino COVID-19, hanno scoperto che il governo federale ha favorito i produttori rispetto alla loro salute. Oltre a fornire miliardi di dollari a produttori come Pfizer e Moderna, il governo federale ha anche concesso a queste aziende un’effettiva immunità generale per i danni causati dai loro prodotti».

«Come procuratori generali, siamo seriamente preoccupati per la mancanza di trasparenza e di giusto processo garantiti dal CICP, nonché per i notevoli ostacoli che i richiedenti incontrano nell’ottenere un risarcimento».

In queste due brevi frasi c’è il significato di una lunga lettera di 14 procuratori generali degli Stati Uniti inviata nelle ultime settimane al Segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani Xavier Becerra, Carole Johnson, Amministratore, Health Resources & Services Administration, ma anche a Robert F. Kennedy, Jr. Segretario del Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani nominato da Trump.

«Scriviamo per esprimere le nostre serie preoccupazioni su come gli individui danneggiati dai vaccini COVID-19 vengono trattati dal governo federale. Cerchiamo risposte alle domande sull’amministrazione del Countermeasures Injury Compensation Program (CICP). Durante il picco della pandemia, molti americani volevano “fare la loro parte” partecipando alle sperimentazioni sui vaccini o vaccinandosi. Il governo federale ha dato ai produttori di vaccini COVID-19 più di 30 miliardi di dollari in fondi dei contribuenti per sviluppare e vendere vaccini COVID-19 e ha speso altri miliardi per promuovere questi prodotti al pubblico. Il governo federale ha sia incoraggiato,3 sia in molti casi imposto la vaccinazione».

I magistrati requirenti dei 14 stati USA hanno incolpato il governo perché ha favorito i produttori di Big Pharma rispetto alla salute dei cittadini americani danneggiati dai vaccini Covid.

Ben pochi hanno avuto il coraggio di fare lo stesso in Italia e chi ha denunciato il gravissimo problema dei vacicnati danneggiati o morti, come la giudice Susanna Zanda, è stato messo sotto inchiesta dal Ministero della Giustizia…

Il documento è un appello urgente a intervenire per aiutare i vaccinati danneggiati, ma appare anche come un avvertimento di possibili azioni legali contro gli enti governativi responsabili della loro protezione…

Alcuni di questi procuratori generali hanno seguito l’esempio del Kansas presentando cause legali su larga scala contro il colosso farmaceutico Pfizer in cui questi stati hanno affermato che «la società ha tratto in inganno il pubblico in merito alla sicurezza e all’efficacia del suo vaccino COVID-19».

«Gli individui danneggiati, d’altra parte, hanno tutti sperimentato una qualche forma di complicazione della salute che è stata diagnosticata da medici credibili come risultante da una vaccinazione Covid. Alcuni di questi feriti sono stati persino visitati da medici impiegati dal governo federale e il danno da una vaccinazione è stato convalidato e riconosciuto dal governo federale», ha aggiunto la lettera dei procuratori generali.

«Le persone per le quali ci difendiamo e per le quali siamo preoccupati non sono opportunisti alla ricerca di tasche profonde per ferite fantasma. Queste sono persone oneste con danni verificati. Sono i nostri elettori di ogni estrazione e affiliazione politica. Questa non è solo una questione bipartisan, è di natura non partigiana. Eppure, nonostante diagnosi attendibili e danni reali, queste persone danneggiate dai vaccini anti-COVID-19 hanno un solo mezzo di ricorso: presentare un reclamo al CICP».

OLOCAUSTO DA VACCINI COVID PEGGIORE DI HIROSHIMA. Basato su 8 Studi Mondiali Epidemiologo USA stima più Morti di Sieri Genici mRNA che di 121 Bombe Nucleari


Nello scrivere queste parole, i procuratori generali dei 14 stati degli Stati Uniti confermano in realtà la gravità di un allarme sociale che alcuni dottori accademici americani hanno considerato un olocausto peggiore di Hiroshima.

Essi sottolineano quindi i molteplici aspetti critici della pratica di richiesta di risarcimento del CICP (Countermeasures Injury Compensation Program).

«Per cominciare, un individuo ferito da un vaccino COVID-19 ha solo un anno dalla data della lesione per presentare una richiesta al CICP. Se questo breve lasso di tempo scade, l’individuo non ha diritto ai benefici».
In secondo luogo, gli individui feriti sono spesso lasciati a navigare nel programma da soli senza una guida professionale. E la dimostrazione che un richiedente deve fornire è sostanziale. Il richiedente “deve dimostrare che la lesione subita è stata il risultato diretto della somministrazione o dell’uso di un” vaccino COVID-19 “sulla base di prove convincenti, affidabili, valide, mediche e scientifiche”. E l'”associazione temporale” tra la ricezione di un vaccino e “l’insorgenza della lesione . . . non è sufficiente, di per sé, a dimostrare che un infortunio è il risultato diretto” di un vaccino».

In terzo luogo, il CICP fornisce poca o nessuna trasparenza o giusto processo. Un individuo che presenta un reclamo non ha conoscenza, o capacità di scoprire, chi prenderà una decisione in merito al suo reclamo, quando verrà deciso o come verrà deciso. Non c’è inoltre alcun diritto di confrontarsi o interrogare i funzionari governativi che hanno negato un reclamo, nessun modo di accedere o rispondere a qualsiasi prova su cui il governo potrebbe essersi basato nel negare un reclamo, nessun modo di confrontarsi o interrogare eventuali esperti che potrebbero essere stati consultati nel negare il reclamo e nessun modo per un richiedente di presentare prove dal proprio esperto.

In quarto luogo, anche in quei rari casi in cui il CICP approva un reclamo, il richiedente ferito ha diritto, al massimo, fino a $ 50.000 di salari persi all’anno e spese mediche non rimborsate. Se la persona ferita è deceduta, il suo patrimonio potrebbe ricevere un beneficio di morte limitato»

Ma c’è un problema burocratico che denota un chiaro tentativo di nascondere le richieste di risarcimento.

«I dati finora mostrano che il CICP non riesce ad affrontare i danni molto reali che sono stati subiti dalle persone ferite dai vaccini COVID-19. Delle oltre 10.473 richieste di risarcimento correlate al vaccino COVID-19 che il CICP ha ricevuto, la maggior parte rimane non aggiudicata».

«E di quelle richieste che sono state decise, solo 65 sono state ritenute idonee al risarcimento e solo 20 di queste hanno effettivamente ricevuto un risarcimento. E fatta eccezione per un’eccezione estrema (un risarcimento di $ 370.376, probabilmente un decesso per miocardite), il risarcimento medio correlato al vaccino COVID-19 è ben al di sotto dei $ 5.000. Non sorprende che siano stati pagati così pochi risarcimenti, date le risorse insufficienti assegnate al CICP per i risarcimenti. Il programma ovviamente non può elaborare le richieste in modo tempestivo, per non parlare di pagare le richieste, senza finanziamenti adeguati».

Un problema analogo si è verificato in Italia quando l’Assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso, ha falsato e ridicolizzato i numeri dei danneggiati da vaccini nel suo territorio.

I 14 procuratori generali entrano poi nei dettagli del problema fornendo alcuni esempi sensazionali di persone danneggiate dai vaccini e sottolineando che il 70% di coloro che hanno aderito al programma CDC per il monitoraggio della sicurezza dei vaccini sono stati costretti a cercare cure mediche, anche gravi e urgenti.

«Abbiamo sentito da numerosi elettori che hanno subito gravi lesioni a seguito della somministrazione di un vaccino COVID-19. In effetti, tra i circa 10 milioni di americani che hanno aderito al programma V-safe del Center for Disease Control (CDC), progettato per valutare la sicurezza dei vaccini COVID-19, oltre il 70 percento degli individui che hanno riferito di aver bisogno di cure mediche post-vaccinazione si sono recati al pronto soccorso o sono stati ricoverati in ospedale».Tra i casi più eclatanti c’è quello di Ernest Ramirez, Jr., un ragazzo di 16 anni del Texas, che giocava in una squadra di baseball che suo padre allenava con orgoglio. Cinque giorni dopo una singola dose di Pfizer, è crollato di fronte al suo migliore amico mentre correva attraverso un parcheggio per giocare a basket. È morto per insufficienza cardiaca improvvisa. L’autopsia ha riportato alti livelli di infiammazione nel cuore, nel fegato e in altri organi.

 

«Cosa si può fare per istruire i medici sui trattamenti per le lesioni correlate al vaccino COVID-19 e sulle possibili diagnosi? In particolare, quando i National Institutes of Health (NIH) forniranno indicazioni mediche sui protocolli che hanno utilizzato per diagnosticare e curare gli individui che hanno sofferto di complicazioni da un vaccino COVID-19?»
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«Quando i Centers for Medicare & Medicaid Services (CMS) inizieranno a implementare i codici di reazione avversa al vaccino COVID-19, come stanno già facendo altri paesi?»
Cosa spiega il tasso di approvazione CICP straordinariamente basso per le richieste di risarcimento per lesioni da vaccino COVID-19? È incredibile dire che solo lo 0,5 percento dei richiedenti ha avuto lesioni valide e risarcibili. Cosa si può fare per accelerare il processo di aggiudicazione CICP per le richieste relative al vaccino COVID-19? Perché il tasso di aggiudicazione è così lento? In che modo il tasso di aggiudicazione per le richieste di risarcimento per il vaccino COVID-19 si confronta con le richieste per altri vaccini?
 

La lettera dei procuratori generali di 14 stati al Dipartimento della Salute degli Stati Uniti non è solo una richiesta sentita di risolvere concretamente il problema e fornire un’importante arma politica all’avvocato Robert F. Kennedy Jr. se verrà confermato dal Senato come segretario come desiderato da Trump.

È anche un primo atto di esplicita contestazione al funzionamento del sistema che ruota attorno ai pericolosi vaccini anti-Covid e che potrebbe preannunciare ulteriori cause legali contro Big Pharma.

 

Intanto, nel resto dell’Occidente, solo in Australia e Slovacchia l’allarme sui sieri genetici mRNA Covid viene preso sul serio.

Infatti, la Procura europea (EPPO) che ha indagato Ursula Von der Leyen per le trattative segrete sui vaccini Pfizer nonostante non fossero stati adeguatamente testati ha già chiesto a un tribunale belga di applicare l’immunità.

Mentre in Italia sono pochissimi i casi in cui la giustizia si è pronunciata a favore delle parti lese.
 

 

 

 

PERCHÉ NO AL MINISTRO NUCLEARISTA PICHETTO DI UN GOVERNO IN CADUTA LIBERA :

INFATTI

Nel World Nuclear Industry Status Report (Wnisr) 2025, l’autorevole rapporto presentato per la prima volta in Italia lunedì 22 settembre, si evidenzia ancora una volta la divaricazione tra la forte accelerazione delle rinnovabili, cresciute a livello mondiale di 858 TWh nel 2024, e la strada incerta dal nucleare che ha visto lo scorso anno un incremento di 69 TWh. Peraltro, come si legge nel rapporto, nel mese di giugno 2025 la produzione elettrica del solare e dell’eolico è stata doppia rispetto a quella del nucleare. Insomma, le prospettive indicano una rapidissima crescita delle rinnovabili e dei sistemi di accumulo, a fronte di un nucleare con una produzione elettrica bloccata da una ventina di anni, alla ricerca di nuove soluzioni ma destinato ad un ruolo limitato al 2050.

COME AVEVA GIÀ DICHIARATO nel Wnisr del 2017 David Freeman “Il rapporto chiarisce, con dovizia di particolari, che il dibattito è concluso. L’energia nucleare è stata eclissata dal sole e dal vento. Queste fonti rinnovabili e gratuite non sono più un sogno o una proiezione, ma una realtà che sta sostituendo il nucleare come scelta preferenziale per le nuove centrali elettriche in tutto il mondo”. Considerando che la produzione mondiale fotovoltaica ed eolica nel 2024 è stata oltre cinque volte superiore rispetto a quella cui faceva riferimento l’autorevole manager di aziende e autorità energetiche statunitensi, mentre il contributo del nucleare è rimasto stazionario, l’affermazione “l’energia nucleare è stata eclissata dal sole e dal vento” risulta ancora più evidente.

NEL 2023, 26 ANNI DOPO LA FIRMA del protocollo di Kyoto del 1997, a fronte di un consumo di energia primaria aumentato del 56% l’energia solare ed eolica è passata da zero al 5,6%, mentre il nucleare era sceso dal 5,8 al 3,7% con una produzione stagnante. Parliamo qui di energia primaria; riferendosi invece alla elettricità generata su scala mondiale, nel 2024 le rinnovabili hanno garantito il 32% a fronte del 9% del nucleare.

SECONDO MYCLE SCHNEIDER, coordinatore e editore del Wnisr “Esiste un divario preoccupante, ampio e sempre più profondo, tra la percezione pubblica e la realtà industriale, quando si parla dell’energia nucleare. Mentre molti Paesi annunciano politiche e ingenti finanziamenti provenienti da tasse e imposte, il numero di Paesi che gestiscono e costruiscono centrali nucleari si è in realtà ridotto. L’energia nucleare è diventata irrilevante nel mercato globale delle tecnologie di generazione di energia elettrica, dominato da solare ed eolico, sempre più integrati dalle batterie”.

VENENDO ALL’ITALIA, SI SENTE DIRE che “da un lato c’è chi intende difendere il pianeta, dall’altro chi mette in primo piano le ragioni dell’economia e considera le politiche climatiche europee una delle cause della progressiva perdita di competitività”. Una affermazione priva di fondamento che si sente sempre più spesso, utilizzata da chi punta a frenare la crescita della mobilità elettrica e anche quella delle rinnovabili. Al contrario, dobbiamo denunciare il colpevole ritardo dell’Europa e dell’Italia nel mondo dell’auto elettrica a fronte di una Cina dove nel 2025 le vendite delle auto a combustione interna sono decisamente sotto il 50%.

SULLE RINNOVABILI CI DIFENDIAMO meglio. Oggi abbiamo in Italia oltre 2 milioni di impianti fotovoltaici per 40 GW e fra cinque anni, secondo il Piano nazionale energia e clima, dovremmo arrivare a 79-80 GW con una produzione annua di 100 TWh, accanto ad una forte crescita anche dell’eolico.

LE PROSPETTIVE DELLE RINNOVABILI sembrerebbero dunque interessanti anche in Italia, se non ci fossero ostacoli a livello governativo (blocco fotovoltaico in terreni agricoli) e regionali (clamoroso lo stop della Sardegna), oltre ad opposizioni locali che arrivano a gesti vandalici nei confronti degli impianti in costruzione. In questo contesto, si riaffaccia nel nostro paese l’illusione nucleare, con il disegno di legge sul “nucleare sostenibile”, approvato il 28 febbraio 2025 e i tentativi di creare una filiera industriale.

IL CASO PIÙ INTERESSANTE È QUELLO di una startup innovativa Newcleo, fondata nel 2021 da Stefano Buono che punta allo sviluppo di Small Modular Reactor di quarta generazione raffreddati a piombo (Lead-cooled Fast Reactors). Una esperienza partita quindi con grandi ambizioni, ma che si sta scontrando con forti difficoltà economiche. I revisori contabili di PWC hanno infatti sottolineato una “sostanziale incertezza” sulla continuità aziendale, legata a una cassa che si svuota al ritmo di 13 milioni di euro al mese e a perdite raddoppiate a 110 milioni nel 2024. Per tentare di arginare la situazione, è stato deciso di ridurre le assunzioni e tagliare alcuni investimenti. Tra gli esperti del settore serpeggia però scetticismo sui costi e sui tempi promessi da Newcleo, giudicati fin troppo ottimistici persino rispetto a tecnologie nucleari più consolidate come il nucleare di terza generazione avanzata raffreddato ad acqua.

TORNANDO AD UNA BREVE PANORAMICA della situazione internazionale, troviamo lanciatissima la Cina con 58 reattori operativi per 61 GW, terza al mondo dopo Usa e Francia, e 23 in costruzione. Pechino, che vuole rapidamente uscire dalla dipendenza dal carbone, corre con il nucleare, ma ancor più sulle rinnovabili e ha conquistato già nel 2024 gli obiettivi 2030 per il solare e l’eolico. La Cina è insomma diventata una superpotenza delle energie pulite sia nella costruzione delle tecnologie, che nelle esportazioni e nelle installazioni.

TORNANDO AL NUCLEARE, in particolare in questa fase di forti tensioni internazionali, non possiamo dimenticare un altro aspetto delle sue connessioni con l’aspetto bellico, sottolineate chiaramente dal Presidente francese Emmanuel Macron: “senza nucleare civile, niente nucleare militare; senza nucleare militare, niente nucleare civile“.

* L’autore è direttore scientifico di Kyoto Club, QualEnergia, KeyEnergy, Resp. Master Ridef Politecnico Milano, Presidente Exalto

 

 

 

 

 

  1. IL NUCLEARE RAPPRESENTA I DINOSAURI  SOSTENUTI DA CHI VUOLE GUADAGNARE FACILMENTE CON IL PASSATO.

I numeri dell’Industria italiana delle rinnovabili

Il risultato? Il rapporto IREX 2024 mostra come il comparto italiano delle rinnovabili non abbia fermato la crescita, nonostante una serie di difficoltà oggettive, dal peso dell’inflazione ai rincari dei materiali passando per le tante complessità autorizzative. Al punto che vengono riportate 1.180 iniziative progettuali (in aumento del 23% sul 2022,) per una potenza totale cumulata di 50,9 GW e un valore aggregato di 80,1 miliardi di euro. In termini di investimenti in progetto si tratta di quasi il doppio del 2022. E per il 96% si tratta di progetti destinati all’Italia.

La parte del leone la fa l’agrivoltaico con 368 iniziative del valore aggregato di 14 miliardi e una potenza pianificata cumulata di ben 15,8 GW. Il fotovoltaico tradizionale rimane in testa per numero di operazioni ma potenza e investimenti pianificati  si attestano sotto all’agri-fv: 12,6 GW e 10,4 miliardi di euro. L’eolico a terra con 254 progetti per 14,GW di potenza totale cumulata, tocca un valore di 19,2 miliardi di euro. Più bassi ovviamente i numeri dell’eolico offshore che tuttavia si fa finalmente notare con 12 operazioni per 8,4 GW e 28,1 miliardi di euro. Gli investimenti complessivi per i sistemi di accumulo passano da 3,2 a 8,2 miliardi.

L’Irex Annual Report 2024 mostra un settore italiano delle rinnovabili che ha continuato a crescere nonostante le sfide economiche globali”, ha spiegato l’amministratore delegato Alessandro Marangoni, a capo del team di ricerca. “Tra gli elementi caratterizzanti […] lo sviluppo dell’eolico offshore che, sulla carta, è la tecnologia emergente nel 2023 e il crescente interesse per gli accumuli, con l’affacciarsi di molti player e progetti”.

Marangoni pone l’accento anche sulla riduzione della taglia media degli impianti rinnovabili, scesa dagli 48 MW del 2022 a 44 MW nel 2023. Contestualmente il rapporto evidenzia l’aumento delle operazioni inferiori a 10 MW, il cui peso sale dal 16% al 30% del totale. Sul fronte specifico dei sistemi di accumulo il 99% degli impianti è inferiore ai 20 kW, di cui la maggior parte sotto i 10 kW (91%).

Il costo livellato dell’energia

Il rapporto IREX 2024 mostra per il 2023 un sensibile ridimensionamento dei prezzi elettrici in Europa. La media si attesta a 96,1 euro il MWh (meno 54% sul 2022) ma il Belpaese si contraddistingue come al solito con uno dei valori più elevati: 127,2 euro il MWh.

Sul fronte degli LCOE, ossia del costo medio per unità di elettricità generata, il documento sottolinea un sensibile aumento dei valori per le fonti rinnovabili. Il LCOE dell’eolico offshore varia tra 82,1 euro il MWh del Mare del Nord e 121,1 euro il MWh del Mediterraneo; nel fotovoltaico il valore medio dell’LCOE degli impianti commerciali si attesta a 107,4 euro il MWh (+9,8% sul 2022), mentre gli impianti di taglia industriale presentano un costo medio di 77 euro il MWh (+10,6% sul 2022).

Il report offre anche qualche previsione di scenario per il 2024 “con i prezzi delle materie prime per la costruzione degli impianti eolici che vedranno variazioni differenziate: in aumento alluminio e rame, in calo i materiali ferrosi, stabile il cemento per le fondazioni. Gli effetti saranno una discesa del LCOE più contenuta per l’onshore (nulla o fino al 5%) e più marcata per l’offshore (-10%/-15%). Per il fotovoltaico le pressioni sulla componentistica dovrebbero portare a ulteriori ribassi, con il costo dei moduli in calo del 10-15%”.

  1. NON SI RISPETTA VOLONTA' DEGLI ITALIANI ESPRESSA 2 VOLTE.
  2. IL FUTURO E' LA RETE ELETTRICA DELLE RINNOVABILI CON LA PRODUZIONE DI H2 NEI PICCHI , UTILIZZATO NELLE CARENZE.

4.            L’Italia sta investendo 135 mln in R&D su piccoli reattori modulari e nucleare 4G

La narrativa che circonda la “rinascita” del nucleare dipinge i piccoli reattori modulari di ultima generazione come la soluzione a tutti i problemi dei vecchi reattori. Gli Small Modular Reactors (SMR) sarebbero meno costosi e sarebbe possibile costruirli in poco tempo. Candidati ideali, quindi, per un ruolo almeno da comprimario nella transizione energetica, a fianco delle rinnovabili. E sui quali bisogna investire subito per avere una flotta di SMR adeguata già nel 2030.

La realtà è completamente diversa: i loro costi lievitano e i ritardi nei tempi di realizzazione si accumulano come per le vecchie centrali nucleari, sostiene un rapporto dell’Institute for Energy Economics and Financial Analysis (IEEFA) che ha analizzato tutti i progetti di SMR in cantiere.

Vecchi/nuovi problemi per i piccoli reattori modulari

La base di partenza è ristretta: sono solo 4 gli SMR operativi o in costruzione oggi in tutto il mondo. A fronte di circa 80 diversi concetti di piccoli reattori modulari a diverse fasi di maturità. Oltre ai dati sui 4 mini-reattori nucleari, l’IEEFA si è basata anche sulle previsioni sui costi fornite da alcuni dei principali sviluppatori di questi progetti negli Stati Uniti.

“I risultati dell’analisi mostrano che poco è cambiato rispetto al nostro lavoro precedente. Gli SMR sono ancora troppo costosi, troppo lenti da costruire e troppo rischiosi per svolgere un ruolo significativo nella transizione dai combustibili fossili nei prossimi 10-15 anni”, sintetizza il rapporto.

Per i 3 piccoli reattori modulari operativi (2 in Russia e 1 in Cina) e per l’unico altro SMR in costruzione (in Argentina), le spese effettive di costruzione sono state “notevolmente sottostimate”. Per i reattori russi l’aumento supera il 300%, ma i dati risalgono al 2015 e probabilmente l’incremento reale è maggiore. Un aumento analogo è quello registrato per l’SMR cinese. Per il mini-reattore argentino va anche peggio: rispetto alle stime iniziali del 2013, i costi previsti erano lievitati del 600% nel 2021. Per altri SMR solo proposti i costi sono più che raddoppiati, come nel caso dei mini-reattori di NuScale. Incrementi che avvengono prima ancora che i progetti ottengano licenze e via libera formale.

Sui tempi, i lunghi ritardi nella costruzione “sono stati la norma, non l’eccezione”, sostiene l’IEEFA. Per i 4 SMR al centro dell’analisi le tempistiche sono regolarmente almeno triplicate, passando dai 3-4 anni preventivati ai 12-13 anni effettivi. Tutti ritardi non troppo distanti da quelli riscontrati anche dai reattori di più recente generazione, come gli EPR di Okiluoto e Flamanville (dai 4-5 anni preventivati a 16-18 effettivi). Parte della retorica sui supposti tempi ridotti di realizzazione fa leva sulla modularità degli SMR. Ma l’approccio modulare è stato impiegato anche in altri reattori precedenti, sottolinea il rapporto, e senza gli attesi benefici sulle tempistiche.

 

A marzo conclusa la 1° fase di lavori per preparare il campo al ritorno del nucleare in Italia

(Rinnovabili.it) – A marzo la Piattaforma nazionale per il nucleare sostenibile ha finito “la prima fase di lavori” e si appresta a formulare una “strategia nazionale” che entrerà nel PNIEC e prepara la strada al ritorno del nucleare in Italia. Lo ha comunicato il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) Gilberto Pichetto durante il question time al Senato dell’11 aprile.

La Piattaforma sta quindi rispettando la tabella di marcia annunciata lo scorso settembre, che prevedeva una ricognizione del panorama del nucleare a livello nazionale e internazionale. Un primo giro di orizzonte su cui costruire una “via italiana” all’atomo.

“Nelle tre fasi successive si procederà con l’elaborazione di una road map e la definizione di azioni con le relative risorse per incentivare la possibile ripresa dell’utilizzo dell’energia nucleare in Italia attraverso le nuove tecnologie nucleari caratterizzate da elevati standard di sicurezza e sostenibilità”, ha specificato Pichetto.

In realtà il governo ha già iniziato a stanziare risorse per il nucleare in Italia. All’atomo sono stati destinati lo scorso novembre 135 mln euroil 25% del totale disponibile sotto il capitolo Mission Innovation. Destinati ad attività di ricerca e sperimentazione sui piccoli reattori modulari di terza e quarta generazione nel breve-medio periodo.

I prossimi passi per il ritorno del nucleare in Italia

Secondo i piani, la Piattaforma dovrebbe produrre entro aprile un documento che tracci la strada da seguire, che saranno poi tradotte entro giugno in linee guida ben definite che individuano azioni, risorse, investimenti e tempistiche per riaprire la porta all’atomo.

Questa strategia nazionale “darà un contributo che sarà contemplato anche nell’aggiornamento del Piano nazionale integrato per l’energia e il clima (PNIEC) e per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione”, ha aggiunto il titolare del MASE rispondendo a un’interrogazione del senatore Zanettin (FI). Sarà elaborata tenendo conto dei contributi forniti dalle indagini conoscitive delle commissioni Ambiente di Camera e Senato e dall’industria nazionale legata alla filiera dell’atomo.

“La filiera industriale italiana è già fortemente impegnata a livello internazionale sia nel campo della fissione che in quello della fusione, in particolare nella produzione di componentistica richiesta da centrali nucleari estere, reattori sperimentali e centri di ricerca. Il loro coinvolgimento risulta fondamentale per far sì che tutta la filiera che gravita intorno al nucleare sia pronta nel momento in cui il quadro regolatorio nazionale consentirà la ripresa di quelle che possono essere le attività e le relative autorizzazioni”, ha sottolineato Pichetto.

 

5.               Sono passati undici anni dal referendum indetto per chiedere il parere degli italiani su un eventuale ritorno al nucleare; era il mese di giugno del 2011, tre mesi dopo il disastro di Fukushima. E sono passati ben 35 anni dal precedente referendum sullo stesso tema delle centrali nucleari, avvenuto nel 1987, ossia un anno dopo la tragedia di Chernobyl. In entrambi i casi gli italiani si espressero in maggioranza contro lo sviluppo del nucleare civile nel nostro Paese.

Undici anni non sono tanti, ma sono evidentemente sufficienti per rimuovere dalla coscienza nazionale gli eventi del passato perché oggi in Italia assistiamo a una sorta di revival del nucleare; si sta, infatti, diffondendo molto materiale propagandistico, approfittando dei comodissimi e ubiquitari social media che permettono con grande facilità di far circolare idee, giuste o sbagliate che siano.

In particolare, nel settembre 2022 è apparso su YouTube un video a cartoni animati di circa 15 minuti dal titolo “Il nucleare: i dubbi più grossi”, realizzato da un giovane produttore indipendente. Grazie all’indiscussa abilità del video maker e a una narrazione tutta giocata su un registro sardonico e sarcastico, il video ha raccolto in poco tempo oltre un milione di visite e una pletora di commenti generalmente entusiasti tra il pubblico, composto in maggioranza da giovani e giovanissimi.

La trascrizione integrale del parlato a supporto del video occupa ben sei pagine in formato Word e spazia su numerosissimi temi: dal funzionamento delle centrali nucleari alla loro sicurezza, dagli incidenti a questi impianti agli effetti generati dall’esplosione di una bomba atomica, dalla sicurezza energetica di una nazione alle caratteristiche delle fonti rinnovabili e a quelle dell’industria estrattiva dell’uranio, giusto per citarne alcuni. L’autore dichiara apertamente di propendere da sempre per il nucleare e di essersi avvalso di consulenti chiaramente orientati in questo senso. 

Per dare una prima idea di come sia impostato il video, diciamo subito che racconta i due gravissimi incidenti sopra citati, Chernobyl e Fukushima, fornendo diverse spiegazioni sulle cause che li hanno provocati, ma dimentica del tutto il primo incidente nucleare grave (grado 5 su scala di 7), che avvenne negli Usa nel 1979 alla centrale di Three Mile Island, con fusione parziale del nocciolo e rilascio di radiazioni nell’ambiente.

L’incidente americano diede impeto al movimento antinucleare globale che, per esempio, in Italia si oppose per anni, senza successo, alla costruzione delle centrali, per poi arrivare alla vittoria con il referendum del 1987. Il movimento si riaccese a causa dei progetti nuclearisti di Berlusconi e Scajola (al governo tra il 2001 e il 2006) e, in particolare, con la decisione di creare in un giacimento di salgemma nel territorio di Scanzano Jonico il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi (2003). Le manifestazioni contrarie durarono 15 giorni e la decisione venne ritirata anche su insistenza dei politici lucani. Tutte cose che il video non racconta affatto.

All’inizio del video si sente dire che è “molto facile” costruire e capire come funziona una centrale nucleare. Questo è il primo messaggio sbagliato perché l’industria del nucleare non è affatto “molto facile”, anzi è terribilmente difficile. Siccome si tratta di impianti intrinsecamente pericolosi e molto complessi, durante la progettazione, nei controlli preventivi, nella costruzione e nell’esercizio, vengono esaminati tutti i possibili tipi di incidenti e vengono previste un’infinità di contromisure per prevenirli; salvo, poi, dover rifare tutto il ragionamento ogni volta che si verifica un incidente “imprevisto” (cosa che successe, ad esempio, dopo Three Mile Island). Questa complessità aumenta moltissimo tempi e costi, tanto da veder saltare sempre i budget di previsione e allungare, anche di decenni, le attivazioni operative degli impianti.

Inoltre, la “semplice” gestione delle centrali non è affatto banale. Ad esempio, dei 56 reattori francesi, nel corso del 2022 30 sono rimasti fermi: 18 perché sottoposti ad interventi di manutenzione programmata e 12 per problemi di “corrosione da stress”; per 16 di loro le autorità francesi hanno deciso di prolungare il funzionamento oltre i tempi della quarta revisione periodica dei reattori da 900 MW di Électricité de France (EDF), decisione molto discutibile considerato che questi impianti sono stati progettati per 40 anni di attività. 

Negli ultimi anni in Francia si sono verificati importanti problemi in ben quattro centrali: a Civaux, a Cattenom, a Chooz e infine, solo qualche giorno fa, a Penly, con rischio classificato al livello 2, appena sotto ciò che si definisce “incidente grave”, e tale da indurre le autorità a fermare il reattore.

La débâcle del nucleare francese ha portato la produzione delle centrali al livello più basso degli ultimi 30 anni. A risentirne sono stati anche i conti di EDF che ha chiuso il bilancio 2022 con una perdita di 17,9 miliardi di euro e ciò nonostante il fatturato sia cresciuto del 70% rispetto all’anno precedente. 

Il Governo francese, dal canto suo, sul finire dello scorso anno ha lanciato la nazionalizzazione della multiutility con un esborso stimato in 9,7 miliardi di euro; oggi EDF è per il 96% di proprietà dello Stato e diverrà interamente pubblica nel volgere di qualche settimana. 

Per non parlare, poi, della dismissione degli impianti nucleari che è motivo di insostenibilità economica per i soggetti gestori e fonte di forte preoccupazione per le autorità e i territori che ospitano gli impianti.

Il video è interamente costellato di sapienti inesattezze. Per esempio, si lascia intendere che il maremoto del 2011 in Giappone fosse imprevedibilmente eccezionale e, quindi, “i danni conseguenti a Fukushima sostanzialmente inevitabili”. Non è assolutamente così. Viene, infatti, volutamente ignorato il fatto che la prima centrale nucleare costiera raggiunta dal maremoto non fu quella di Fukushima, bensì quella di Okagawa, dove l’impianto, costruito da un’altra azienda senza badare a spese, resistette sia al terremoto che allo tsunami, diventando addirittura rifugio per gli sfollati [1].

Se i proprietari della centrale di Fukushima non avessero risparmiato sulle protezioni anti-maremoto e i controlli pubblici giapponesi avessero funzionato bene, il disastro non sarebbe avvenuto. Questo, che sembra essere un argomento in favore del nucleare, pone in verità un problema generale sul nucleare “privato” e sui controlli “pubblici” ed è il motivo per cui le poche centrali nucleari in costruzione in Europa sono tipicamente affidate ad aziende statali con costi impressionanti che gravano solo sulle casse pubbliche. Per esempio, la centrale nucleare francese di Flamanville, dopo il fallimento del costruttore Areva, è ora in mano a EDF che sta realizzando anche la grossa centrale inglese di Hinkley Point C, insieme al colosso statale nucleare cinese CNG, con fortissime polemiche sia sull’opportunità politica, sia sui costi, sia sull’impatto ambientale.

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Il nucleare civile, per quante precauzioni si prendano, non è a prova di inetto o di avido: basta un singolo malintenzionato o sbadato nella lunga catena di progettazione, controllo e gestione degli impianti e del combustibile per mettere a repentaglio la sicurezza generale. Questo naturalmente è vero anche per altre grandi imprese energetiche, come ha dimostrato il disastro del Vajont (1963), che di fatto, conducendo a migliaia di morti, fermò per sempre la corsa al grande idroelettrico sulle nostre montagne.

Venendo a punti specifici, abbiamo rilevato nel video un numero notevole di errori, imprecisioni, notizie distorte e dati poco attendibili. Di seguito una breve selezione.

Seguendo la successione cronologica, la prima riguarda il nocciolo che “non esploderà mai; al massimo si scalda, si dilata e fonde” e ben si connette con l’altro travisamento “una centrale non è una bomba e non può esplodere come una bomba”. I fatti dimostrano esattamente il contrario: il 10 aprile 2003 nella centrale di Paks in Ungheria fu scongiurato il pericolo di un’esplosione nucleare grazie ad un pronto e non semplice intervento di raffreddamento di 30 barre di combustibile del nucleo del reattore. Dunque, se per un verso non è possibile escludere a priori il rischio di esplosione del nocciolo, dall’altro occorre riaffermare – cosa che l’autore del video si guarda bene dal fare – che l’autodistruzione del reattore è in sé il maggiore dei pericoli e che può essere innescato, come accadde a Fukushima, anche da eventi di “ordinaria amministrazione” quali, ad esempio, la distruzione dell’impianto refrigerante e/o la mancata alimentazione delle pompe.

Una centrale nucleare, in caso di incidenti, anche se non esplode è, comunque, una bomba i cui effetti biologici (ad es., sindrome acuta da radiazioni e aumento dell’incidenza del cancro), psicologici e sociali sono estremamente gravi e duraturi, così come dimostrato da studi condotti sia in Italia (vedi il caso della Centrale del Garigliano) che all’estero [2].

Inoltre, il rassicurante messaggio contenuto nel video “ci preoccupiamo di poche scorie stoccate in barili a prova di bomba che in 70 anni di attività di un paese occupano un solo capannone”, è fuorviante perché si limita a considerare l’aspetto quantitativo, senza toccare i risvolti più critici.

Da un punto di vista del tutto generale, le scorie, tante o poche che siano, sono un problema non risolto che lasciamo sulle spalle delle prossime generazioni; come è stato giustamente sottolineato in un articolo uscito su Chemical&Engineening News del 5 maggio 2008 “it is at best irresponsible, at worst a crime, to leave the waste to be addressed by generations not yet born.”.

Ad esempio, per quanto riguarda l’Italia, trascorsi oltre 30 anni dalla chiusura degli impianti, la questione delle scorie è tutt’altro che risolta. In Germania la penetrazione di una soluzione salina nelle caverne sotterranee del deposito di Asse, dove dal 1967 al 1978 furono portati 125.787 container di scorie radioattive (per il 90% provenienti da centrali nucleari), ne ha compromesso la tenuta stagna. 

Parimenti critica risulta la situazione delle scorie in Francia: ad Aube, dei due centri di stoccaggio che ospitano il 90% dei residui radioattivi prodotti ogni anno in Francia, uno si sta avvicinando alla saturazione e per alcuni rifiuti non c’è ancora una soluzione. Inoltre, una recente inchiesta della rete televisiva Artè ha svelato che la Francia ha stoccato in Siberia presso il complesso atomico di Tomsk-7 e in modo totalmente abusivo (a cielo aperto) il 13% delle sue scorie radioattive. 

Inoltre, non viene toccato il problema della dismissione di una centrale nucleare che di scorie ne lascia tante e di difficilissima gestione; il sito che ha ospitato una centrale porta indelebili i suoi segni: enormi silos, in cui vengono “tombate” le scorie e le parti dell’impianto, che per ragioni di sicurezza non possono essere toccati per tempi lunghissimi e di cui, ancora una volta, si dovranno occupare le future generazioni.

Sempre nel video si minimizzano gli “effetti di un attacco militare” agli impianti, materializzatosi nell’agosto scorso a Zaporizhzhia e in settembre a Pivdennoukrainsk, in Ucraina.

In generale, gli impianti nucleari non sono progettati in funzione di un possibile danno derivante da un attacco militare perché, con una visione assolutamente miope, si considera quale unica fonte di pericolo il danneggiamento delle strutture che contengono il reattore. È, invece, facile dimostrare che per provocare un disastro, ad esempio simile a quello di Fukushima, sarebbe sufficiente indirizzare l’attacco militare al sistema di raffreddamento delle vasche che permettono di controllare la temperatura dei reattori.

Per il caso di Zaporizhzhia, l’Istituto Affari Internazionali ha formulato lo “Scenario Fukushima”, richiamando l’attenzione sulleconseguenze dell’interruzione della refrigerazione del nocciolo e delle piscine del materiale spento: esplosioni di idrogeno, incendi locali, esplosioni di vapore acqueo, rottura delle barre di combustibile fino alla fusione del nocciolo nel corium e penetrazione del contenitore, con rilascio di materiale radioattivo.

Inoltre, qualora fosse bombardata l’area di stoccaggio a secco del combustibile nucleare esaurito, le strutture di contenimento del combustibile potrebbero danneggiarsi liberando isotopi radioattivi che andrebbero a contaminare le zone circostanti l’impianto, rendendo necessarie contromisure di sanità pubblica per la popolazione locale.

Il direttore generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), Rafael Grossi, a proposito dei ripetuti attacchi missilistici alla centrale ha dichiarato: “Ogni volta è come se tirassimo i dadi. E se permettiamo che questo continui, un giorno la nostra fortuna si esaurirà”.

Nel video si tace, ovviamente, sulla “connessione tra usi civili ed usi militari” del nucleare; è, invece, noto che i cicli del combustibile e della fissione nelle applicazioni pacifiche e non pacifiche funzionano spesso in parallelo; tecnologie e conoscenze sono spesso adatte ai due usi, soprattutto negli stati con regimi autocratici. Il caso tipico è quello dell’Iran, con il suo programma militare clandestino svolto in parallelo a quello civile, dove la AIEA ha rilevato particelle di uranio arricchito all’83,7 per cento, non lontano dalla soglia del 90 per cento necessaria per la produzione di un ordigno.

E, comunque, anche in assenza di programmi militari clandestini, la catena del nucleare a uso civile ben si presta ad essere utilizzata per applicazioni militari: questo vale per gli impianti di arricchimento dell’isotopo fissile dell’uranio (U-235), per i reattori di ricerca e commerciali, per gli impianti e la tecnologia di ritrattamento e, infine, per i siti provvisori di stoccaggio del plutonio, dell’uranio e di altri materiali fissili.

Affermare poi che “Il nucleare fa paura perché ci appare ancora misterioso, per questo ci ricordiamo di quei 2 grossi incidenti successi in 70 anni di attività” è puro negazionismo; in realtà negli ultimi 50 anni si contano numerosi incidenti, tra i quali almeno 5 gravi: oltre a Chernobyl (1986) e Fukushima (2011), si devono aggiungere quello già citato all’impianto di Three Mile Island (1979) e quelli alle centrali nucleari di Kyshtym (1957) e di Windscale Piles (sempre 1957). Fra l’altro, è molto probabile che non tutti gli incidenti nucleari siano stati dichiarati in quanto legati a sviluppo di programmi militari clandestini.

Inoltre, il nucleare “fa paura” non perché sia oggetto opaco e misterioso come si dice nel video, ma proprio perché vi è consapevolezza dei rischi associati all’opzione nucleare. Ad esempio e giustamente, l’Italia, pur non avendo centrali funzionanti sul suo territorio, data la presenza di 13 impianti a meno di 200 chilometri dai suoi confini si è dotata di un Piano Nazionale per la gestione delle emergenze radiologiche e nucleari; tra gli obiettivi del Piano figurano la definizione e l’attuazione di “…misure per la tutela della salute pubblica e delle produzioni, con particolare riguardo alle misure protettive e alle strategie di protezione dei cittadini, nonché i controlli delle filiere produttive e le restrizioni alla commercializzazione di prodotti agroalimentari”.

Sui “costi del nucleare” la narrazione proposta nel video falsifica la realtà, ignorando la conclusione a cui si perviene dopo aver analizzato le stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA): il nucleare non costerà poco e sarà in grado di reggersi unicamente in virtù di un robusto sostegno finanziario di fonte governativa. Non potrebbe essere altrimenti considerati gli ingenti costi di realizzazione degli impianti, su cui incide il peso degli oneri finanziari dovuti ai lunghi tempi di costruzione, stimati ottimisticamente dalla IEA in 10 anni nel Regno Unito, 9 in India e negli Usa, e 6 in Cina.

Non solo le vecchie ma anche le nuove centrali non risultano competitive sia rispetto ai costi che ai tempi di costruzione: Flamanville 3 in Francia avrebbe dovuto avere un costo di 5 miliardi di euro lievitati a 13,2, secondo Electricité de France, e a 19 per la Corte dei conti francese; la costruzione avviata nel 2007 si sarebbe dovuta concludere dopo molti ritardi nel 2022, ma secondo Alain Morvan, direttore del progetto, l’impianto verrà caricato con il combustibile solo nel primo trimestre del 2024. La Finlandia ha invece terminato la costruzione di Olkiluoto con un ritardo di 12 anni rispetto ai tempi pianificati e con costi triplicati.

La sequela di mistificazioni contenute nel video si alimenta anche del capitolo relativo “all’impronta carbonica” delle centrali in rapporto all’energia prodotta, che l’autore, non senza audacia e con tanto di grafico, proverebbe essere inferiore rispetto a quella delle fonti rinnovabili.

La quantità di CO2 emessa dal nucleare deve essere calcolata tenendo conto di tutte le fasi del ciclo di vita degli impianti – dall’estrazione dell’uranio fino alla dismissione delle centrali – senza tralasciare le emissioni legate al trasporto e allo stoccaggio delle scorie radioattive.

Ciò premesso, secondo i dati forniti dall’Agenzia per l’ambiente tedesca, il valore delle emissioni generate dal nucleare risulta elevato: oltre il triplo del fotovoltaico (33 g/kWh), circa 13 volte quello delle centrali eoliche (tra i 9 e i 7 g/kWh) e quasi 30 volte quello degli impianti idroelettrici (4 g/kWh).

Inoltre, secondo lo studio Differences in carbon emissions reduction between countries pursuing renewable electricity versus nuclear power”, pubblicato il 5 ottobre del 2020 sulla rivista Nature Energy, le energie rinnovabili sono fino a 7 voltepiù efficaci nel ridurre le emissioni di carbonio rispetto all’energia nucleare.

rsten Würth su Unsplash

L’ostracismo nei confronti delle rinnovabili trova riscontro in un altro passaggio del video in cui si afferma che “Questa filiera, in rapporto all’energia prodotta, genera un inquinamento e un’emissione di CO2 che supera pure quella del nucleare, facendoci poi dipendere da stati come la Cina”.

Delle emissioni di CO2 si è già detto. Quanto alla debolezza della filiera nazionale ed europea relativa alle rinnovabili e alla conseguente dipendenza dalla Cina, il nodo è e resta tutto politico. Nel suo report “Solar PV Global Supply Chain” pubblicato a giugno di quest’anno, la IEA afferma che “… Le nazioni possono migliorare la resilienza investendo per diversificare la produzione e le importazioni”.

Per quanto concerne l’Italia, il PNRR destina risorse alla realizzazione/modernizzazione di impianti per la produzione di moduli fotovoltaici nei siti di Modugno (pannelli flessibili) e Catania, dove ENEL punta a raggiungere l’obiettivo di produrre 3000 MW di pannelli al 2024.

In merito alla dipendenza dalla Cina, le attuali tecniche consentono di riciclare fino al 88-90% del modulo fotovoltaico, generando circa 17-18 kg di materie prime seconde per ogni pannello. Ragion per cui è importante investire su nuove tecnologie che consentano di accrescere la percentuale di riciclo dei moduli, il conseguente recupero di silicio da utilizzare per nuove produzioni, nel rispetto dei dettami dell’economia circolare, e, quindi, di diminuire la dipendenza dai paesi esteri.

Non altrettanto può dirsi del combustibile che alimenta i reattori, presente in soli cinque paesi al mondo, tra cui anche la Russia, con le sue 486.000 tonnellate, pari all’8% delle riserve mondiali, e il Kazakistan, con 906.800 tonnellate, pari al 15% delle riserve mondiali, e primo produttore al mondo, ma teatro di dure repressioni del dissenso interno.

Altro punto dolens del video è quello della presunta “assenza di infiltrazioni mafiose e malavitose” in un settore a così alta specializzazione. L’accertato “zampino” della yakuza, la temibile mafia giapponese, nella gestione della decontaminazione di Fukushima, e alcuni cablogrammi di Wikileaks che chiariscono il ruolo delle cosche nella gestione dei traffici illeciti di rifiuti nucleari in transito dal Porto di Gioia Tauro, smentiscono la fantasiosa narrazione dell’autore.

Al capitolo “mafia atomica” appartengono anche alcune delle pagine più oscure e dolorose del nostro paese: l’esecuzione, avvenuta a Mogadiscio il 20 marzo del 1994, della giornalista Ilaria Alpi, rea di aver indagato su un traffico internazionale di armi e rifiuti tossici radioattivi, e la morte, avvenuta in circostanze misteriose, dell’ufficiale della Marina Militare, Natale De Grazia, in servizio presso la Capitaneria di porto di Reggio Calabria e impegnato in una delicata indagine sull’affondamento delle navi dei veleni nei mari della Calabria.

La denigrazione delle rinnovabili prosegue associando allo sviluppo delle rinnovabili l’incremento del consumo di suolo e richiamando l’avversione delle comunità locali nei confronti di “pannelli fotovoltaici e pale eoliche”.

Anche in questo caso la smentita viene dai “freddi numeri”: secondo un recente studio condotto in Italia [3] nel 2020, l’energia solare potrebbe alimentare l’Italia senza utilizzare ulteriore suolo.

Per raggiungere gli obiettivi del Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), rivisti alla luce del Green Deal U.E., si prevede che entro il 2030 il fotovoltaico debba fornire almeno 100 TWh di energia elettrica, 4 volte in più rispetto al 2020. Ipotizzando che questa energia venga generata da impianti solari a terra, si occuperebbe un’area di poco superiore ai 1.000 km2, grosso modo pari alla superficie della provincia di Pistoia e corrispondenti a circa il 5% del consumo di suolo in Italia, contro una quota del 40% ricoperta da strade e circa del 30% occupata dagli edifici.

Esistono tuttavia diverse alternative per ridurre ulteriormente il consumo di suolo: ad esempio, attraverso il revamping e il repowering degli impianti esistenti, utilizzando moduli più efficienti (passando dall’attuale 21-22% al 30% entro il 2030, si potrebbero produrre 300 TWh, doppiando abbondantemente il target del Green Deal) e, anche, con soluzioni riguardanti l’integrazione del fotovoltaico sui tetti degli edifici o l’uso del fotovoltaico galleggiante sull’acqua.

Quanto all’atteggiamento delle amministrazioni e delle comunità locali nei confronti dell’eolico, è dimostrato che giocano un ruolo a favore della realizzazione dei progetti fattori quali una buona pianificazione, il concreto coinvolgimento dei territori, un’informazione preventiva, tempestiva e trasparente, il rispetto delle norme che regolano i permessi, il grado di integrazione dei progetti con il tessuto economico-sociale locale, ecc. (si veda, ad esempio, il caso dell’impianto eolico in località Tocco da Casauria, 3,2 MW, anno 2006).

Di contro, sappiamo per certo che in Italia il culmine dell’opposizione pubblica a piani energetici è stato raggiunto solamente in occasione delle due consultazioni referendarie sullo sviluppo del nucleare civile. La prima consultazione, nel 1987, si articolò su tre quesiti: il numero dei votanti fu pari al 65,1% degli aventi diritto e per tutti e tre i quesiti la maggioranza dei votanti di espresse contro l’opzione nucleare. Stessa sorte toccò al nucleare nel 2011: il numero dei votanti fu il 54,79% degli aventi diritto e il 94,5% dei votanti si espresse per la seconda volta contro lo sviluppo del nucleare in Italia, a dispetto di quanti, politici e non, avevano fino ad allora sostenuto e continuavano ad avere un atteggiamento neutrale nei confronti di quel settore.

Per giustificare la necessità di installare impianti nucleari il video continua la sua crociata contro le rinnovabili accusando queste fonti di una variabilità intrinseca con la conseguente impossibilità di stabilizzare il sistema elettrico. In realtà sono sempre più diffusi e facilmente reperibili studi tecnico-scientifici che mostrano come sia possibile sviluppare un sistema elettrico basato sul 100% di rinnovabili, senza utilizzare fonti fossili e senza costruire nuove centrali nucleari [4]. Un tale obiettivo è realizzabile anche in Italia; ad esempio, l’amministratore delegato di Terna, Stefano Donnarumma, intervistato da diverse testate giornalistiche (vedi Il Messaggero del 5/10/22), non ha mostrato perplessità per l’imponente crescita delle rinnovabili sul sistema elettrico da lui amministrato e Francesco Starace, ingegnere nucleare a capo di Enel Spa, ha dichiarato la sua totale contrarietà a un nuovo programma nucleare italiano basato sulle tecnologie oggi disponibili (vedi intervista a Open del 13/1/22).

Nonostante la recente propaganda distorta e dannosa, i numeri parlano chiaro: in tutto il mondo le rinnovabili sono in crescita esplosiva, mentre il nucleare è sostanzialmente residuale o in fase calante. Allora, i nostri giovani dovrebbero guardare responsabilmente al loro futuro affidandosi non a un divertente cartone animato, ma a seri dati scientifici.

 di Enrico Gagliano, Vittorio Marletto, Margherita Venturi – Energia per l’Italia

Riferimenti

[1] Andrew Leatherbarrow, Melting Sun: The History of Nuclear Power in Japan and the Disaster at Fukushima Daiichi, Nielsen, 2022.

[2] “Special Report: Counting the dead”, Nature, 440, 982, 2006 (doi.org/10.1038/440982a); J.-C. Nénot, “Radiation accidents over the last 60 years”, Journal of Radiological Protection, 29, 301, 2009 (doi.10.1088/0952-4746/29/3/R01).

[3] IAPI: ItaliAn network for Photovoltaic R&I, A Strategic Plan for Research and Innovation to Relaunch the Italian Photovoltaic Sector and Contribute to the Targets of the National Energy and Climate Plan2020.

[4] https://www.unep.org/resources/report/renewables-2022-global-status-report; C. Breyer et al., “On the History and Future of 100% Renewable Energy Systems Research,” IEEE Access, 10, 78176, 2022 (doi.10.1109/ACCESS.2022.3193402).

L’aggiornamento del PNIEC dovrà essere consegnato a Bruxelles a giugno 2024

Il nuovo Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC) potrebbe contenere il primo accenno concreto all’impiego dell’energia nucleare. Non per il medio termine, ovviamente, quanto piuttosto per lo sforzo di decarbonizzazione al 2050. A rivelarlo è il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin un giorno prima del Vertice G7 di Torino.

Il numero uno del MASE ha da sempre sostenuto la validità dell’energia dell’atomo come strumento di decarbonizzazione energetica, nonostante le chiare difficoltà di riuscire ad inserire una simile fonte nel contesto nazionale. Ecco perché nel 2023 il dicastero ha  istituito la Piattaforma Nazionale per un Nucleare Sostenibile (PNNS). Il network, coordinato dal MASE con il supporto di Enea e RSE, ha l’obiettivo di definire in tempi certi un percorso finalizzato alla possibile ripresa dell’utilizzo dell’energia nucleare in Italia e alla crescita della filiera industriale nazionale (già attiva nel comparto).

Lo scenario nucleare nel PNIEC italiano

Il passaggio nel PNIEC italiano appare come una mossa, per alcuni versi, abbastanza prevedibile. Il Piano deve essere consegnato entro giugno 2024 alla Commissione europea nella sua versione ufficiale, integrando in teoria tutte le richieste avanzate da Bruxelles rispetto alla bozza 2023. A partire da nuovi dettagli su come il Belpaese intenda raggiungere gli obiettivi climatici ed energetici 2030. Con particolare attenzione alle azioni di riduzione delle emissioni. Secondo quanto riporta l’esecutivo UE, infatti, “il piano fornisce proiezioni di emissioni che dimostrano che con le politiche e le misure aggiuntive proposte nel progetto di PNEC aggiornato, l’Italia non è sulla buona strada per raggiungere il suo obiettivo nazionale di gas serra di -43,7% nel 2030 rispetto ai livelli del 2005. Secondo le proiezioni dell’Italia, il target sarebbe inferiore di 6,7-8,7 punti percentuali”.

Il possibile scenario “nucleare” su cui sta lavorando la PNNS riguarda però il lungo termine, ossia le politiche dal 230 alla metà del secolo. Spiega il ministro Pichetto “L’aggiornamento del PNIEC, da trasmettere alla Commissione europea entro giugno 2024, riporterà anche analisi di scenario contenente una possibile quota di energia prodotta da fonte nucleare nel periodo 2030-2050. Tale quota sarà ricavata dai dati, basandosi su valutazioni comparative rispetto al mix energetico attuale. Tali analisi sono tutt’ora in corso di studio da parte di uno specifico Gruppo di lavoro della Piattaforma”.

Si studiano nuove proposte normative e di governance

Ma per portare il nucleare in Italia e inserire l’atomo nel mix elettrico nazionale servirà anche mettere mano a norme, regolamenti e incentivi per non parlare delle politiche di governance. E al momento l’Italia fatica anche a realizzare il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi.

Come muoversi su questo fronte? Il Ministro ha rivelato di aver dato mandato al giurista Giovanni Guzzetta, di costituire un gruppo di alto livello per ridisegnare l’ambito legislativo del sistema regolatore italiano “per accogliere un eventuale programma di ripresa della produzione nucleare in Italia“, con la definizione, inoltre, di “un quadro normativo specifico per l’energia da fusione”.

Atto Camera

Mozione 1-00295
presentato da
SQUERI Luca
testo presentato
Mercoledì 12 giugno 2024
modificato
Mercoledì 26 giugno 2024, seduta n. 314
  La Camera,

premesso che:

1) nel gennaio 2020 l'Italia ha inviato alla Commissione europea la versione definitiva del Piano nazionale integrato per l'energia e il clima 2021-2030 (Pniec), adottato in attuazione del Regolamento 2018/1999/UE, al termine di un percorso di consultazione pubblica ed elaborazione avviato nel dicembre 2018. Tra i principali obiettivi: una percentuale di energia da fonti energetiche rinnovabili (FER) nei consumi finali lordi di energia pari al 30 per cento, la riduzione dei «gas serra», rispetto al 2005, per tutti i settori non ETS del 33 per cento, il phase out del carbone dalla generazione elettrica al 2025;

2) nel dicembre 2019, la Commissione europea ha presentato la comunicazione strategica sul Green Deal europeo volta a conseguire la neutralità climatica entro il 2050. Tale traguardo, approvato il 12 dicembre 2019 dal Consiglio europeo, è stato successivamente sancito dalla legge europea sul clima (regolamento 2021/1119/UE), che ha introdotto l'obiettivo, da conseguire entro il 2030, di ridurre le emissioni di almeno il 55 per cento rispetto ai livelli del 1990;

3) il 14 luglio 2021, la Commissione europea ha presentato un pacchetto di proposte legislative, denominato Fit for 55 (Pronti per il 55 per cento), volte a rivedere la normativa dell'Ue in materia di riduzione delle emissioni climalteranti, per consentire il raggiungimento di questo nuovo più ambizioso obiettivo al 2030;

4) il 18 maggio 2022 la Commissione europea ha presentato il Piano REPowerEU (COM(2022) 230 final) con l'obiettivo di ridurre la dipendenza dell'UE dai combustibili fossili russi accelerando la transizione e costruendo un sistema energetico più resiliente. Con il regolamento (UE) 2023/435 del 27 febbraio 2023, è stato consentito agli Stati membri di inserire appositi capitoli REPowerEU nei Piani per la ripresa e la resilienza (PNRR). Il 7 agosto 2023 il Governo italiano ha presentato alla Commissione europea le conseguenti modifiche al Piano nazionale ripresa resilienza, accolte dalla Commissione europea, (COM(2023) 765 Def) il 24 novembre 2023 e dal Consiglio europeo l'8 dicembre 2023;

5) il 4 agosto 2022 è entrato in vigore, con decorrenza 1° gennaio 2023, il regolamento delegato 2022/1214 della Commissione Ue, che include gas e nucleare dalla lista degli investimenti considerati sostenibili dal punto di vista ambientale (cosiddetta tassonomia verde). Dal 1° gennaio 2023 è possibile investire in nuove centrali nucleari realizzate con le «migliori tecnologie disponibili» e fra gli investimenti sostenibili le attività di ricerca e sviluppo per le nuove tecnologie è stato inserito il nucleare di quarta generazione. Quanto al gas, le centrali con permesso di costruzione rilasciato entro il 2030, dovranno sostituire vecchi impianti a combustibili fossili con altri più efficienti del 55 per cento dal punto di vista delle emissioni ed essere programmate per passare, dal 2035, a gas rinnovabile;

6) il 16 maggio 2023 è entrato in vigore il Regolamento (UE) 2023/857 (cosiddetto Regolamento Effort Sharing-ESR) che ha fissato un obiettivo per l'Italia ancor più ambizioso, prevedendo che le emissioni di gas a effetto serra degli Stati membri al 2030 rispetto ai livelli nazionali del 2005 determinate in conformità dell'articolo 4, paragrafo 3 del regolamento stesso (trasporti, residenziale, terziario, industria non ricadente nel settore ETS, i rifiuti, l'agricoltura) si riducano entro il 2030 del 43,7 per cento rispetto ai livelli del 2005;

7) questo complesso di impegni detta l'inquadramento del percorso di decarbonizzazione del Paese. Ai sensi dell'articolo 14 del regolamento (UE) 2018/1999, la proposta di aggiornamento del Piano nazionale integrato energia e clima, allineata ai nuovi obiettivi, deve essere trasmessa alla Commissione europea entro il 30 giugno 2023, mentre la versione finale del documento deve essere trasmessa entro giugno 2024, sviluppandosi nelle cinque dimensioni dell'Unione dell'energia: decarbonizzazione (riduzione delle emissioni e energie rinnovabili); efficienza energetica; sicurezza energetica; mercato interno dell'energia; ricerca, innovazione e competitività;

8) in coerenza con gli obiettivi sopraindicati il Ministero dell'ambiente ha predisposto nell'estate 2023 un documento di aggiornamento del Piano nazionale integrato energia e clima 2019, in linea con i nuovi obiettivi, prevedendo per il 2030 la conseguente riduzione dell'emissione di gas serra, una quota del 40 per cento di energia proveniente da fonti rinnovabili nei consumi finali lordi di energia (e del 65 per cento nel settore elettrico);

9) un aumento dell'efficienza energetica che porta i consumi finali 2030 a 100 Mtep e quelli primari dai 145 Mtep del 2021 ai 122 del 2030; l'abbattimento, rispetto al 2005 del 62 per cento delle emissioni ETS e del 35-37 per cento delle emissioni ESR, la promozione della produzione industriale a basse emissioni di carbonio, nonché una maggiore elettrificazione nel mix energetico;

10) la proposta di aggiornamento Piano nazionale integrato energia e clima 2023 prevede che per rispettare la traiettoria emissiva del periodo 2021-2030, rispetto ai livelli del 2005, sarà necessario avviare da subito una significativa riduzione delle emissioni pari a oltre il 30 per cento rispetto ai livelli del 2021, da conseguirsi prevalentemente nei settori trasporti e civile (residenziale e terziario);

11) nel percorso di decarbonizzazione, in tutti i settori, l'efficienza energetica rappresenta il driver principale, in coerenza del principio Energy Efficiency First (efficienza energetica al primo posto);

12) per quanto riguarda la produzione elettrica da fonte rinnovabile (FER-E) in termini di potenza installata si prevede di aumentare, rispetto all'installato di fine 2021, da 11.290 a 28.140 MW quelle eolica, da 22.594 a 79.921 MW quella solare, mentre restano sostanzialmente stabili le potenze installate nei settori dell'idroelettrico e della geotermia. In calo la produzione da bioenergie. In termini di produzione annua si prevede di incrementare l'eolico da 20 a 64 TWh, il solare da 25 a 99 TWh, mentre si prevede una sostanziale stabilità per l'idroelettrico (da 48,5 a 47 TWh) e un calo per le bioenergie da 19 a 10 TWh) (pagine 77 e 78 del Piano nazionale integrato energia e clima 2023);

13) per quanto riguarda il settore delle rinnovabili termiche (FER-C), le misure dovranno essere coordinate con l'efficienza energetica, in particolare per gli edifici. È previsto l'obbligo di integrazione delle rinnovabili termiche negli edifici, la riforma del meccanismo delle detrazioni fiscali, l'obbligo di fornitura di calore rinnovabile per vendite di calore sopra i 500 tep, unitamente all'incentivazione della produzione di energia rinnovabile termica di grande taglia con sistemi competitivi. Nel settore termico, oltre a una forte spinta all'elettrificazione dei consumi data dall'ampia diffusione delle pompe di calore nel settore civile, penetreranno sempre più i gas rinnovabili (biometano, bioGPL e DME rinnovabile) e idrogeno (in particolare in ambito industriale);

14) l'ammontare degli investimenti diretti stimati necessari per raggiungere gli obiettivi del Piano nazionale integrato energia e clima al 2030 è stimato dal Ministero dell'ambiente e della sicurezza energetica in 830,3 miliardi di euro, tra il 2023 e il 2030 dei quali 524,9 miliardi a carico del settore dei trasporti (solo veicoli) 134,2 miliardi nel settore dell'edilizia residenziale, 43 miliardi nel terziario, 37,2 per le reti del sistema elettrico, 69,4 nelle FER-E (di cui 36 miliardi nel fotovoltaico e 24 nell'eolico) e 6,3 miliardi per i sistemi di accumulo (batterie e pompaggi). In calo invece gli investimenti in idroelettrico e bioenergie (pagine 411-412 del Piano nazionale integrato energia e clima 2023);

15) a fronte di questa dimensione epocale di investimenti le risorse disponibili, tra le misure di finanza sostenibile individuate dal Piano nazionale integrato energia e clima 2023 e le risorse rese disponibili nei vari fondi europei, appaiono del tutto esigue e sottostimate, ove si consideri che la Commissione UE prevede, nelle linee guida per l'aggiornamento del Piano nazionale integrato energia e clima, la necessità di valutare gli impatti sociali ed economici delle misure di transizione, da accompagnare con politiche che impediscano l'acuirsi delle differenze sociali, favoriscano la ricollocazione dei lavoratori e contrastino i fenomeni di povertà energetica. A tale scopo le risorse del Fondo sociale per il clima (86,7 miliardi di euro di cui il 75 per cento finanziato con i proventi ETS e il 25 per cento con risorse proprie degli Stati), sembrano essere esigue rispetto agli impatti delle diverse politiche pubbliche messe in campo. Il solo costo della direttiva Case green è stato stimato a livello europeo in 275 miliardi di euro l'anno dal 2024 al 2030;

16) è necessario sottolineare che il raggiungimento degli obiettivi, ambiziosi, previsti dal Piano nazionale integrato energia e clima non può prescindere dal sostegno di tutte le fonti rinnovabili e, quindi, da una libertà in merito alle scelte tecnologiche. Come chiarito dalla direttiva (UE) 2018/2001, le biomasse, la geotermia, l'energia idraulica e i biogas, appartengono al novero delle fonti rinnovabili, questo anche nell'ottica di preservare ed accompagnare verso una graduale transizione anche il sistema produttivo principale del nostro paese caratterizzato da imprese di medio-piccole dimensioni;

17) va da sé, inoltre, anche la necessità di avanzare in sede europea una proposta volta al riconoscimento degli incentivi a impianti la cui componentistica e tecnologia sia in gran parte costruita nell'Unione europea anche per incentivare gli investimenti in Europa e concorrere alle logiche di filiera industriale che gioverebbe al sistema Italia;

18) inoltre, è opportuno valorizzare quanto introdotto nel 2023 dall'Unione europea attraverso il Critical Raw material act quale strumento utile a implementare strumenti di ricerca, estrazione di terre rare e altre materie prime critiche e strategiche, riciclo delle stesse e avvio di processi industriali e tecnologici per la surroga di tali elementi. Ad oggi il settore mondiale delle batterie sta conoscendo un'evoluzione esponenziale con un fortissimo calo dei prezzi e l'introduzione di nuove tecnologie di sostituzione o complementari. Proprio su questo fronte vi sono prospettive interessanti per la tecnologia agli «ioni-sodio» e le batterie termiche dove l'industria italiana può rivestire un ruolo da assoluta protagonista per la presenza di importanti progetti in tale settore;

19) per quanto riguarda le biomasse, la superficie boscata italiana si è triplicata dal 1951, raggiungendo 12 milioni di ettari, sui 30,1 milioni totali del Paese, ma si utilizza come fonte rinnovabile solo il 18 per cento dell'accrescimento, che corrisponde a 7,90 Mtep, e l'Italia è il primo importatore europeo di materia prima legnosa. Germania, Francia e Spagna prevedono al 2030 di produrre il 68 per cento dell'energia termica da biomassa. Se si utilizzasse il 67 per cento dell'accrescimento (media europea) se ne otterrebbero 30 Mtep, che coprirebbero il 70 per cento dei consumi termici da fonte fossile. La gestione sostenibile delle foreste, unitamente alla previsione di politiche per la mitigazione degli incendi, migliora la capacità di assorbimento del carbonio. In Austria la capacità di assorbimento della CO2 è triplicata rispetto all'Italia che dispone di una insolazione molto superiore e ha grande disponibilità di acqua;

20) per la geotermia, risorsa rinnovabile (calore della terra) e programmabile, è attribuito (dati RSE-GSE) un elevato potenziale geotermico presente nel 60 per cento del territorio italiano. L'Italia con oltre 30 impianti geotermoelettrici, attivi nel settore elettrico, per una potenza di 817 MW ed una produzione nel 2022 di 5.837 GWh, pari al 6 per cento circa della produzione elettrica da FER e al 2 per cento circa della produzione elettrica complessiva nazionale, si pone da molti anni al primo posto dei Paesi dell'Unione Europea in termini di capacità installata. La risorsa geotermica ai fini energetici è significativamente utilizzata nel Paese anche nel settore termico sia attraverso impianti di teleriscaldamento, sia mediante impianti di sfruttamento diretto del calore geotermico, che in impianti di sfruttamento del calore geotermico tramite pompa di calore. La geotermia, oltre ad essere una delle principali fonti rinnovabili per riscaldamento, raffreddamento e per la produzione programmabile di energia elettrica, risulta il mezzo più sostenibile per estrarre litio e altre materie prime critiche dai fluidi geotermici;

21) per quanto riguarda l'energia idraulica secondo i dati contenuti nel Registro italiano dighe, le grandi dighe (volume d'invaso maggiore di 1.000.000 metri cubi, altezza maggiore di 15 metri) sono in totale 532. Di queste 497 sono ancora in attività e sono date in concessione soprattutto per la produzione di energia idroelettrica (306) dighe cui seguono gli usi irriguo potabile e industriale. La capacità d'invaso è di circa 14 chilometri cubi. Con interventi di manutenzione degli invasi e di ammodernamento delle turbine secondo alcuni studi si potrebbe avere un incremento di produzione di 25 TWh annui al 2030 (circa il 40 per cento in più). In Italia piovono annualmente circa 300 miliardi di metri cubi d'acqua, dei quali viene trattenuto solo l'11 per cento, mentre l'obiettivo raggiungibile è del 40 per cento. L'acqua è centrale per puntare all'autosufficienza alimentare e aumentare la resa produttiva per ettaro;

22) nel settore del biogas l'Italia è leader in Europa con 1.600 impianti attivi, 1,7 miliardi di metri cubi di biometano (biogas depurato da CO2) prodotti e 12 mila occupati. La produzione di biogas si avvale oggi di tecnologie all'avanguardia, quali la digestione anaerobica dalla quale deriva un digestato considerato efficace fertilizzante. La produzione di biogas ha effetti a cascata sulla filiera agroalimentare, perché oltre all'energia e alla fertilizzazione, favorisce l'uso efficiente dell'acqua, accompagna tecniche di produzione basate sul precision farming e l'innovazione nella meccanica agraria, ma soprattutto accresce la competitività degli allevamenti preservando il futuro di una filiera fondamentale per il made in Italy. Oggi si trasforma in biogas il 15 per cento dei reflui zootecnici che possono arrivare entro il 2030 a una percentuale del 65 per cento con una produzione di 6,5 miliardi di metri cubi e la creazione di altri 25 mila posti di lavoro. Nel Piano nazionale ripresa resilienza la Missione 2 nella Componente C1 «Economia circolare e agricoltura sostenibile» è previsto lo sviluppo del biometano di origine agricola o da Forsu (frazione organica dei rifiuti urbani) (1,92 miliardi di euro) da destinare al greening della rete gas, pari a circa 2,3-2,5 miliardi metri cubi, per rispondere alla domanda crescente di decarbonizzazione sia del settore dell'industria, soprattutto quella Hard To Abate che non può essere elettrificata, e sia del settore trasporti, in forma liquida (bioGNL) o gassosa in aggiunta al biometano, l'Italia è fortemente impegnata nello sviluppo delle produzioni di bioGPL e di altri gas rinnovabili (es. DME);

23) è necessario, infine, tener conto delle evidenze geopolitiche internazionali: la Cina è attualmente superpotenza nel settore delle energie rinnovabili, acquisendo in sostanza una leadership tecnologica, industriale, commerciale nell'eolico e nel fotovoltaico, nella supply chain della mobilità elettrica (delle terre rare, dalle materie prime alle batterie). Grazie ai massicci investimenti effettuati nelle rinnovabili, l'industria cinese è quasi monopolista nella produzione mondiale di pannelli solari e delle turbine eoliche, con una quota superiore ai due terzi. Se non adeguatamente sorretto da una industria europea, il mantra della transizione energetica al dopo-fossili affermatosi nei Paesi occidentali, rischia di trasformarsi in una dipendenza eccessiva dalle forniture cinesi e di mettere a repentaglio importanti catene di valore della meccanica europea;

24) viceversa, nelle tecnologie relative ai settori delle turbine (idrauliche e non), dello sfruttamento delle biomasse, della geotermia, della produzione di biogas l'Italia è all'avanguardia o comunque svolge un ruolo da protagonista. Quanto all'efficienza energetica il sistema produttivo del nostro Paese presenta valori d'intensità energetica primaria (definita dal rapporto tra il consumo interno lordo di energia e il prodotto interno lordo) inferiori alla media dei Paesi dell'Unione europea;

25) con riferimento infine all'energia nucleare, la Camera il 9 maggio 2023 ha approvato la mozione 1-00083, nella quale si impegna il Governo a valutare l'opportunità di inserire nel mix energetico nazionale anche il nucleare quale fonte alternativa e pulita per la produzione di energia e ad adottare iniziative volte ad includere la produzione di energia atomica all'interno della politica energetica europea, riaffermando in quella sede una posizione volta a mantenere nella tassonomia degli investimenti verdi la messa in esercizio di centrali nucleari realizzate con le migliori tecnologie disponibili;

26) in ambito nucleare, si ricorda che l'Italia possiede il secondo settore industriale europeo, sia in termini di competenze che di capacità, avendo sempre mantenuto attività nel settore, a livello EU e internazionale. Inoltre, l'Italia forma circa il 10 per cento degli ingegneri nucleari europei. I ricercatori italiani e alcune infrastrutture sperimentali sono ben conosciuti e apprezzati nel mondo. Grazie a queste caratteristiche, l'Italia è oggetto di particolare attenzione, in particolare dalla Francia ed ultimamente dagli Stati Uniti, per la costituzione di una supply chain nucleare europea, finalizzata a realizzare: lo sviluppo delle nuove tecnologie; la formazione delle risorse umane; la realizzazione di nuove politiche energetiche che integrino in maniera sinergica fonti rinnovabili e nucleare;

27) nel nuovo quadro regolatorio europeo, l'Italia può quindi giocare un ruolo da protagonista, partecipando sia allo sviluppo sia alla realizzazione delle nuove tecnologie nucleari in programmazione nei Paesi EU, seguendo le storiche orme dei «due Enrico»: Fermi, inventore dell'energia nucleare nel 1942, e Mattei, il primo a realizzare una centrale nucleare in Italia, a Latina, nel 1960;

28) nella definizione della strategia energetica nucleare del nostro Paese, occorre considerare la definizione di partnership con gli altri Stati europei impegnati sul tema, anche al fine di incrementare il know how e le capacità industriali. In tale percorso sarebbe opportuno valutare la definizione di un'autorità indipendente di sicurezza nucleare nazionale con un'adeguata dotazione organica;

29) in linea con le raccomandazioni dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, appare necessario individuare altresì una Nuclear energy programme implementing organization (Nepio) con il compito di valutare lo stato delle infrastrutture di base necessarie per avviare un programma nucleare nazionale e fornire al Governo le indicazioni necessarie per il loro completo sviluppo e operatività. Tale Nepio dovrebbe anche avere il compito di coinvolgere e coordinare tutti i soggetti pubblici e privati interessati, al fine di uno sviluppo organico e coerente di tutte le infrastrutture di base,

impegna il Governo:

1) in relazione all'adozione della versione definitiva del Piano nazionale integrato energia e clima ad adottare iniziative volte:

a) a prevedere, per quanto di competenza, opportune forme di rendicontazione al Parlamento circa lo stato di avanzamento del Piano nazionale integrato energia e clima;

b) a rafforzare nell'ambito del Piano nazionale integrato energia e clima, sulla base del principio della neutralità tecnologica, l'apporto di tutte le fonti rinnovabili o sostenibili con bassa emissione di CO2, sia termiche che non, tenendo conto della necessità di valorizzare la filiera produttiva nazionale, al contempo ottimizzando il rapporto costi/benefici per il sistema Paese, valutando il differente grado di programmabilità e garantendo il positivo apporto in termini di miglioramento della qualità dell'aria;

c) nel settore civile, a prevedere riforme delle misure in vigore a supporto della riqualificazione edilizia, che garantiscono una maggiore efficacia e un impiego più efficiente delle risorse pubbliche;

d) nel settore trasporti, a rafforzare le misure volte a favorire lo shift modale delle persone e delle merci verso modalità più efficienti e decarbonizzate, quali il trasporto pubblico e ferroviario, e, contemporaneamente, a supportare lo sviluppo delle produzioni dei biocarburanti e delle altre fonti rinnovabili;

e) nel settore industriale, a prevedere lo sviluppo di diverse opzioni tecnologiche per la decarbonizzazione dei settori hard to abate quali l'efficienza energetica, l'idrogeno, il biometano e la Carbon capture and storage (Ccs), con un approccio integrato che non escluda nessuna di queste opzioni, ma che allo stesso tempo promuova e faciliti l'accesso a quelle più efficaci per ciascun ambito;

f) a prevedere nel Piano un approfondimento riguardo la valutazione sugli effetti dell'eventuale adozione, nell'orizzonte temporale successivo al 2030 e traguardando gli obiettivi 2050, di tecnologie di generazione energetica basate sulla fonte nucleare, quali a titolo esemplificativo i reattori nucleari di piccole dimensioni (Smr), i piccoli reattori nucleari avanzati (Amr), i microreattori e le macchine a fusione;

2) al fine di conseguire in modo efficace i target del Piano nazionale integrato energia e clima al 2030, ad adottare iniziative di competenza volte a:

a) anche in ambito europeo, a individuare le risorse e gli strumenti di programmazione economica necessari ad attuare il Piano nazionale integrato energia e clima 2023-2030, valutando non solo ex ante, ma anche in itinere l'impatto economico, finanziario, sociale nonché sul sistema produttivo delle misure poste in essere per il raggiungimento dei target;

b) a proseguire i tavoli di approfondimento già avviati sul settore civile, dei trasporti e sulle tematiche socio-economiche, per un efficace attuazione delle politiche previste dal Piano nazionale integrato energia e clima e per il monitoraggio della sostenibilità sociale, con particolare riferimento alla sostenibilità degli oneri per la riqualificazione energetica degli edifici residenziali e alle risorse necessarie per la formazione dei lavoratori nei settori che saranno maggiormente coinvolti dalla transizione energetica;

c) ad adottare meccanismi di incentivazione, con ottimale rapporto costi/benefici, a sostegno dello sviluppo delle rinnovabili (elettriche, termiche e nei trasporti) e degli interventi di efficientamento energetico, con particolare attenzione a progetti integrati ed ai progetti di decarbonizzazione di impianti industriali;

d) a sfruttare tutto il ventaglio delle tecnologie termiche, tenendo conto delle specificità nazionali, proseguendo altresì nel processo di efficientamento nella produzione di energia termica e di riduzione costante dei livelli emissivi;

e) a semplificare i processi autorizzativi in ambito geotermico e delineare una strategia nazionale di massimizzazione dello sfruttamento di tale risorsa;

f) ad avviare un processo di efficace manutenzione degli invasi e di ammodernamento delle turbine degli impianti idroelettrici, al fine di massimizzarne la producibilità;

g) in ambito europeo per il superamento degli ostacoli che impediscono il rapido avvio degli investimenti per l'ammodernamento e il potenziamento delle infrastrutture idroelettriche, in considerazione degli evidenti benefici, anche in termini di stabilità della rete, derivanti dalla programmabilità della produzione di energia idroelettrica e della necessità, a fronte della estremizzazione degli eventi climatici, di incrementare lo stoccaggio della risorsa «acqua»;

h) a proporre soluzioni anche in sede di Unione europea, finalizzate ad eliminare le distorsioni di prezzo tra i diversi Stati dell'Unione che vanno a discapito della nostra competitività industriale;

i) a realizzare la transizione verso una mobilità sostenibile che tenga in dovuta considerazione la necessità di intervenire anche su settori quali l'aviazione e il marittimo, ove la decarbonizzazione può essere meno supportata dall'elettrificazione dei consumi;

l) a continuare l'incentivazione della produzione di biometano utilizzando tutto il potenziale disponibile di feedstocks, valorizzando il settore agricolo ed agro-industriale nazionale oltre che quello della Forsu, attraverso nuovi sistemi di incentivi per il periodo post 2026 che, tenendo conto dei tempi di autorizzazione e realizzazione degli impianti, arrivino oltre il 2030, per rispondere alla domanda crescente di decarbonizzazione del settore dell'industria che non può essere elettrificata, e sia del settore trasporti, in forma liquida (bioGNL) o gassosa, nonché ad implementare misure di sostegno allo sviluppo delle produzioni di gas rinnovabili liquefatti (bioGPL e DME) a sostegno della decarbonizzazione del settore industriale e di quello dei trasporti;

m) a completare il quadro normativo relativo alla Carbon capture and storage (Ccs), per poter avviare le iniziative progettuali, a partire da quelle nell'area dell'Alto Adriatico, individuando la governance della filiera, la regolazione tecnico economica delle attività di trasporto e stoccaggio, dei sistemi di supporto e degli strumenti di garanzia;

n) a limitare la dipendenza tecnologica da Paesi posti al di fuori dell'Unione europea;

o) a risolvere il problema della saturazione virtuale della rete elettrica di trasmissione e garantire un efficace meccanismo di gestione delle richieste di connessione, attraverso la commisurazione del costo della connessione non solo alla capacità impegnata ma anche alla durata dell'impegno e, contemporaneamente, mediante la determinazione della decadenza delle richieste di connessioni non supportate da ragionevoli aspettative di conferma e attivazione;

p) anche nella prospettiva dell'aggiornamento del Pniec, a valutare la possibilità di istituire, nel rispetto delle normative internazionali ed europee e compatibilmente con le esigenze di finanza pubblica, un'apposita autorità amministrativa indipendente di regolamentazione competente in materia di autorizzazione tecnica, certificazione, realizzazione, gestione e dismissione degli impianti nucleari, di sicurezza nucleare e di radioprotezione con le funzioni e i compiti di Autorità nazionale per la regolamentazione tecnica e le istruttorie connesse ai processi autorizzativi, le valutazioni tecniche, il controllo, anche ispettivo, e la vigilanza degli impianti, nonché a valutare l'opportunità di incrementare programmi di finanziamento per la ricerca e il potenziamento dell'industria nazionale nel settore nucleare, nell'ottica di renderla più competitiva rispetto agli attori internazionali, creando le migliori condizioni per lo sviluppo di una filiera italiana;

q) a valutare l'opportunità della creazione, in linea con le raccomandazioni dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica, di una Agenzia con il compito di valutare lo stato delle infrastrutture di base necessarie per avviare un programma nucleare nazionale e fornire al Governo le indicazioni necessarie per il loro completo sviluppo e operatività.
(1-00295) (Testo modificato nel corso della seduta) «Squeri, Mattia, Zinzi, Cavo, Cortelazzo, Zucconi, Barabotti, Alessandro Colucci, Battistoni, Benvenuti Gostoli, Bof, Semenzato, Casasco, Foti, Montemagni, Mazzetti, Iaia, Pizzimenti, Polidori, Lampis, Milani, Fabrizio Rossi, Rotelli, Rachele Silvestri».

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel cuore del Verbano-Cusio-Ossola, in Piemonte, c’è un piccolo paese di poco più di 200 abitanti, in cui il sole non brilla da novembre a febbraio.

Stiamo parlando di Viganella, il piccolo paese immerso nella Valle Antrona che, però, non è rimasto in penombra e, grazie all’impegno del suo ex sindaco, ha ritrovato la luce con una soluzione ingegnosa.

Viganella e lo “Specchio del Sole”

Gli abitanti del piccolo borgo di Viganella hanno saputo adattarsi agli 83 giorni di buio, che ogni anno caratterizzano l’inverno del paese, da novembre a febbraio.

Viganella, infatti, si trova in una posizione particolare, proprio in mezzo ad alcune montagne che impediscono al sole di raggiungerlo durante i mesi invernali.

La penombra è però finita nel 2006, quando l’allora sindaco del paese, Franco Midali, con la collaborazione dell’amico architetto Giacomo Bonzani, ha inaugurato il cosiddetto “Specchio del Sole”.

Si tratta di uno specchio gigante – 8 metri di larghezza per 5 di altezza – situato in una posizione strategica su una montagna vicina, che riflette i raggi del sole sul paese.

Tramite un sistema di motori elettrici comandati da computer, lo specchio viene ruotato in modo da catturare i raggi solari e rifletterli sul paese, creando così un’illuminazione artificiale durante i mesi invernali.

Nella notte viene riposizionato in modo che il mattino seguente possa ripartire dalla posizione prestabilita e fare il proprio lavoro durante l’arco della giornata.

Sei ore di sole assicurate ogni giorno fino al 2 di febbraio, data in cui il sole torna a illuminare il piccolo borgo, evento festeggiato in grande dagli abitanti di Viganella.


 


Cosa vedere a Viganella: curiosità

Lo specchio gigante di Viganella non è la sola attrazione di questa curiosa località: posto a 1000 metri sopra il mare e a ridosso del confine svizzero, Viganella è la meta perfetta per gli amanti delle escursioni alpine.

Proprio dal centro di Viganella, nei pressi della chiesa seicentesca dedicata alla natività di Maria Vergine, parte un sentiero che porta alle tracce ancora esistenti delle miniere di ferro di Ogaggia.

Un altro consiglio? Percorrete il sentiero che da Viganella conduce all’Alpe Cavallo, passando attraverso diversi alpeggi, tra foreste e ruscelli di montagna.

 

 

 

 

 

Sistema di Gestione e Controllo PRNN

https://www.mase.gov.it/pagina/pnrr/sistema-di-gestione-e-controllo

 

 

DIRITTO ALLE VISITE SANITARIE  GRATUITE

www.sportellisalute.lo.it/sito/

 

 

 

Le telecomunicazioni sono un asset strategico per la crescita e lo sviluppo sostenibile del Paese. La disponibilità di una infrastruttura di telecomunicazioni performante è determinante ai fini della competitività. È dunque essenziale essere informati su quello che sta accadendo nel settore anche per capire in che direzione sta andando il Paese.

Ecco una lista delle fonti più affidabili.

Mimit: il ministero per le Imprese e Made in Italy è diviso in sezioni. La sezione “Comunicazioni” è organizzata in due sotto-sezioni: una dedicata alla banda ultralarga dove è possibile accedere al catasto delle infrastrutture e al portale bandaultralarga.italia.it dove è possibile monitorare lo stato dei lavori. L’altra sezione è dedicata a Internet con tutte le info relative all’Internet governance, la sicurezza informatica, le autorizzazioni ai provider e la normativa sull’accessibilità. Nella sezione Media disponibili gli ultimi annunci e azioni del ministero per accelerare sulla diffusione della connettività in Italia.

Infratel: la società di Invitalia è impegnata in interventi di infrastrutturazione del Paese, per il superamento del digital divide e l’abilitazione alla diffusione di servizi di connettività avanzati. Si può accedere alla Data Room, lo spazio online progettato per condividere i dati che sono alla base degli interventi di infrastrutturazione digitale su tutto il territorio nazionale. Inoltre è presente il link al portale del piano nazionale banda ultralarga per monitorare lo stato dei lavori e aanche quello del progetto “Wifi Italia”.

Corecom: i Comitati regionali per le comunicazioni sono gli organi funzionali di Agcom sul territorio. Sui portali regionali attività, stato dell’arte sulla diffusione delle reti e ricerche.

FONTI ISTITUZIONALI EUROPEE E INTERNAZIONALI
Dg Connect: è la direzione della Commissione europea per le Reti di comunicazione dove è possibile trovare tutto il programma di lavoro della Commissione, i piani strategici e di gestione e infine le relazioni annuali delle attività con i risultati e risorse utilizzate dalla direzione anno per anno.

Etsi: lo European Telecommunications Standards Institute è un organismo internazionale, indipendente e senza fini di lucro, responsabile della definizione e dell’emissione di standard nel campo delle Tlc in Europa. Tutti gli standard sono disponibili online.

Itu: l’International Communication Union è l’agenzia Onu per le telecomunicazioni. Il portale istituzionale elenca e approfondisce le azioni strategiche che l’ente sta mettendo in campo per ridurre il digital divide in tutto il mondo e una serie di interviste ad esperti e membri dell’Agenzia stessa sulle strategie da adottare per un mondo più connesso.

LE ASSOCIAZIONI ITALIANE
Asstel: l’associazione che raccoglie le grandi telco italiane a disposizione notizie sulle attività, le legislazioni di riferimento del settore e lo stato dell’arte sul mondo del lavoro e sulle relazioni industriali.

Aiip: l’associazione italiana internet provider raccoglie le telco medie e piccole. Sul portale è possibile accedere ai contenuti sulle attività dell’organizzazione e degli associati e sul ruolo delle Pmi del settore per uno sviluppo sostenibile del settore.

Assoprovider: l’associazione rappresenta gli internet service provider. Online sul portale una serie di contenuti su attività, legislazione e strategie.

Quadrato della Radio: raccoglie manager, esperti e ricercatori che “studiano” l’evoluzione delle Tlc in Italia e nel mondo. Sul sito disponibili tutte le attività e le ricerche.

LE ASSOCIAZIONI INTERNAZIONALI
Etno: l’European Telecommunications Network Operators’ Association raccoglie le telco europee. Il sito fornisce aggiornamenti sulle ultime notizie e comunicati stampa relativi alle attività di Etno e all’industria delle telecomunicazioni in generale nonché una serie di documenti, rapporti e pubblicazioni su argomenti chiave per l’industria delle telecomunicazioni.

Ecta: la European Competitive Telecommunications Association raccoglie gli operatori alternativi, compresi gli Mnvo. Su sito le informazioni sull’associazione, comprese le posizioni e le advocacy rispetto ai temi che riguardano gli operatori concorrenti in Europa. Disponibili anche report, analisi e informazioni sulle tendenze del settore.

Ftth Council Europe: è un’organizzazione senza scopo di lucro che rappresenta gli operatori di rete a banda larga in fibra ottica in Europa. Sul portale sono disponibili informazioni sui vantaggi della tecnologia Ftth, report e analisi sugli impatti economici e sociali della fibra su economia e società e risorse tecniche e informative per aiutare le telco nella pianificazione e nella realizzazione di reti Ftth.

Gsma: la Global System for Mobile Communications Association, è un’organizzazione internazionale che rappresenta gli operatori di Tlc mobili di tutto il mondo. Disponibili notizie e aggiornamenti sulle ultime tendenze, innovazioni e sviluppi nel settore delle telecomunicazioni mobili e anche analisi e studi di mercato. Online anche risorse e best practice per gli operatori di telefonia mobile, come linee guida operative, documenti tecnici, standard e regolamenti.

TESTATE E PORTALI ONLINE
CorCom: testata del Gruppo Digital360, è il più importante quotidiano online italiano che si occupa di tematiche inerenti le Tlc. Sono disponibili news, approfondimenti e interviste ai protagonisti del settore che raccontano come sta evolvendo il mondo delle Tlc e l’impatto su economia e società. Ogni giorno è inviata una newsletter con le notizie più rilevanti.

Techflix360: è il nuovo centro di risorse del Gruppo Digital360. Un vero e proprio “knowledge hub” sull’innovazione digitale e le telecomunicazioni che consente di approfondire gli argomenti di interesse attraverso white paper, webcast, eBook, infografiche, webinar.    

Telecompaper: fornisce notizie, analisi, rapporti di settore e servizi di consulenza per le industrie delle telecomunicazioni, dei media e della tecnologia. Telecompaper monitora costantemente l’evoluzione del settore, raccogliendo informazioni da diverse fonti e fornendo aggiornamenti sulle tendenze, gli sviluppi e le innovazioni nel campo delle telecomunicazioni.

Total Telecom: il sito offre notizie, approfondimenti e interviste a protagonisti del settore delle Tlc europeo e internazionale. Disponibili anche podcast e webinar.

Mobile World Live: è una piattaforma online che fornisce notizie, analisi e informazioni sul settore delle telecomunicazioni e della tecnologia mobile. È gestita dalla Gsma e offre una copertura dettagliata degli eventi e delle novità dell’industria, tra cui le ultime tendenze, gli sviluppi tecnologici, le partnership commerciali e le iniziative di innovazione nel campo delle comunicazioni mobili.

Fierce Telecom: il sito online fornisce aggiornamenti sulle ultime tendenze, sviluppi e innovazioni nell’industria delle telecomunicazioni. Fierce Telecom copre una vasta gamma di argomenti, tra cui reti di comunicazione, servizi di connettività, infrastrutture, tecnologie emergenti, regolamentazione e molto altro.

 

 

 

CAMERA DEI DEPUTATI – TESTO UNIFICATO – Istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sull’operato del Governo e sulle misure da esso adottate per prevenire e affrontare l’emergenza epidemiologica del COVID- 19

 

 

TO.11.06.23

H2 Mb

l’H2 e’ una riserva di energia non e’ un vettore energetico visto che il suo rapporto energetico e’ di 2 a 1? Per cui la produzione corretta di H2 da stoccaggio e’ a km0 .
Vettore energetico significa trasportare l’energia come il gas la trasporta dai giacimenti nei gas dotti.
H2 e’ una riserva di energia che viene prodotta e conservata in un luogo definito in funzione dell’uso che se ne puo’ fare in una centrale elettrica in termini di tempo oppure per l’auto in termini di spazio per viaggiare . L’H2 e’ un trasporto mediato dell’elettricita’.
Alla base dell’H2 ci sono l’elettricità’ da fonte rinnovabile e l’acqua. Si produce l’H2 perché dove c’e’ bisogno di energia non si può portare con un filo elettrico. Per cui l’H2 e’ una riserva di energia che viene prodotta e posizionata dove e quando serve. Per cui a H2 e non ha senso produrre H2 con elettricità rinnovabile per poi tornare a produrre elettricità. A questo punto ha molto più senso produrre elettricità, prendere un filo elettrico e portare l’elettricità’ dove e quando serve. Ci sono dei casi in cui l’elettricità’ non può essere portata con un filo, come per l’autotrazione e quindi si usa l’H2 come riserva di elettricità da usare in movimento senza un filo o una batteria. Quindi con l’elettricità’ e l’acqua si produce l’H2 , che poi si libera rilasciando elettricità con uno spostamento d’acqua dal luogo di produzione dell’H2 a quello di utilizzo. In una centrale elettrica dove l’H2 viene prodotto per costituire una riserva, quando l’H2 si riutilizza anche l’acqua viene recuperata . Sia per l’autotrazione sia per le centrali elettriche la produzione ottimale e’ a KM0 . Cioe’ il distributore e la produzione di energia elettrica. Ecco perche’ non ha senso H2MED.

PROGETTO ITH2 per;
1) un progetto nazionale integrato energia-clima PNIEC
2) PRODUZIONE DELLA TOYOTA PRIUS H2 A TORINO

Premessa: La produzione dell’H2 e’ quella di una infrastruttura che produca energia rinnovabile con fotovoltaico che non consumi territorio e con boe marine per produrre H2 a KM0 con idrogenatori.

OBIETTIVO : H2 KM0 e’ l’obiettivo finale in quanto il rapporto energico fra la produzione ed il risultato e’ di 2 a 1. Significa che per produrre 1 di H2 con idrogenatore occorre utilizzare 2 energia elettrica. Per cui non hanno senso gli idrogenodotti per trasportare H2, in quanto ha una convenienza produrre H2 dove viene utilizzato. Ecco perche’ ha piu’ senso trasportare l’elettricità con elettrodotti, da fonte rinnovabile per produrre H2 dove quando serve.

A COSA PUO’ SERVIRE L’H2 ?: 2 possono essere gli utilizzi dell’H2
1) Autotrazione
2) Produzione di energia elettrica quando le energie rinnovabili non sono disponibili.

PROGETTI DI SVILUPPO: Sviluppando rapidamente una rete dell’H2 per autotrazione attraverso la GDO ed AUTOGRILL si possono realizzare pensiline fotovoltaiche per produrre energia elettrica per l’H2.
Con una base distributiva dell’H2 si creano le premesse ed un modello europeo per la domanda di H2 e delle auto ad H2 per cui si può arrivare a produrre negli stabilimenti Pininfarina la futura top dell’H2 : TOYOTA PRIUS H2.

Marco BAVA
 

https://www.youtube.com/watch?v=dDCfk3u9vU0 (VIDE MINISTRO PICHETTO)

https://www.youtube.com/watch?v=Cr1FmAgE-WY (video integrale DR QUADRINO)


Disponibile il primo indice del prezzo dell’idrogeno verde prodotto nella penisola iberica (che parte a 5,85 euro a kg)
Dicembre 17, 2024 redazione MIBGAS
MIBGAS – l’operatore del sistema del gas di Spagna e Portogallo – ha lanciato oggi MIBGAS IBHYX, il primo indice del prezzo dell’idrogeno rinnovabile prodotto nella penisola iberica, che ‘apre’ con 5,85 euro a kg (o 148,36 euro a MWh) e che verrà aggiornato ogni settimana sul sito www.greenenergy.mibgas.es.

L’indice MIBGAS IBHYX riflette – spiega lo stesso MIBGAS in una nota – il costo di produzione dell’idrogeno rinnovabile, ovvero il prezzo minimo al quale un produttore è disposto a vendere per raggiungere la redditività prevista. In altre parole, il livello di prezzo richiesto dall’offerta per idrogeno rinnovabile prodotto nella penisola iberica con una configurazione di elettrolisi ‘tipo’ e classificabile come RFNBO (Renewable Fuel of Non Biological Origin) in base ai criteri stabiliti dall’Unione Europea.

Lanciato questo indice che riproduce in sostanza la richiesta economica dei produttori di H2 green, MIBGAS inizierà ora a lavorare per determinare il ‘prezzo di domanda’, ovvero il prezzo che gli off-taker sono disposti a pagare per acquistare idrogeno rinnovabile. La differenza tra i due valori indicherà il livello di liquidità di questo nascente mercato.

Proprio per favorire lo sviluppo di un mercato dell’idrogeno, e degli altri gas rinnovabili, nella penisola iberica, all’inizio dell’anno MIBGAS aveva creato un gruppo di lavoro finalizzato a definire i parametri su cui basare il calcolo di un indice del prezzo di questo vettore energetico prodotto in Spagna e Portogallo, coinvolgendo tutti gli attori della value chain come produttori, distributori, off-taker, trasportatori, ma anche studiosi e rappresentanti degli enti pubblici e delle autorità coinvolte.

Par arrivare alla definizione del MIBGAS IBHYX è stato studiato un modello base di impianto di produzione di idrogeno rinnovabile da elettrolisi, ma sono state anche considerate numerose variabili riguardanti gli aspetti finanziari e il costo dell’energia rinnovabile (sia quella prodotta da impianti dedicati sia quella prelevata dalla rete).

 

 

BENITO MUSSOLINI : PERDENTE

L’8 settembre 1943 a Modena
La sera dell’8 settembre 1943 il generale Matteo Negro presidia il Palazzo ducale di Modena. I militari presenti sono troppo pochi per tentare una difesa. Diversi sono impegnati nel campo estivo alle Piane di Mocogno, agli ordini del colonnello Giovanni Duca. Negro, tutt’altro che ostile ai nazisti, decide di consegnarsi alle forze occupanti. In città cerca di resistere soltanto un reparto del 6° reggimento di artiglieria, che punta alcuni pezzi contro i nazisti. Poco dopo, tuttavia, il comando ordina di desistere e la Wehrmacht trova via libera.

Il mattino del 9 settembre i modenesi si risvegliano sotto l’occupazione nazista. La situazione è molto confusa, ma il cronista Adamo Pedrazzi non teme che si scatenino particolari violenze. La città sembra ordinata e piuttosto pronta ad abituarsi alla nuova situazione. Le cose sono però molto diverse là dove la fame si fa sentire.

In vari luoghi della provincia i civili prendono d’assalto ammassi e salumifici per evitare che le scorte finiscano nelle mani dei militari. I più disperati cercano di accaparrarsi quel cibo che è sempre più raro. Da qualche parte la foga è tale da generare veri e propri pericoli. A Castelnuovo Rangone i nazisti intervengono con le armi mentre tante persone cercano di portare via qualcosa dal salumificio Villani.

Passano alcuni giorni e la situazione diventa più chiara. I nazisti non sembrano voler infierire con la violenza, ma i fascisti della Repubblica sociale italiana si mostrano subito determinati ad affermare la propria autorità. Pretendono che le famiglie restituiscono il cibo prelevato dagli ammassi e gli oggetti abbandonati dai militari in fuga. Non vogliono che nessuno sgarri. Pur di evitare il tradimento del patto con la Germania nazista, sono disposti a scatenare una guerra civile.

 

TUTTO QUELLO CHE GAIA TORTORA NON VUOLE VEDERE  E SAPERE :

Dott.Alberto Donzelli Conferenza 21/03/2024 Hotel "Il Chiostro" Verbania Intra

 

https://rumble.com/v4npnxf-dott.alberto-donzelli-conferenza-21032024-hotel-il-chiostro-verbania-intra.html

 

STRAGI DI STATO PER SPECULAZIONE INTERNAZIONALE  DA VACCINI

«Qual è l’incidenza assoluta di ictus ischemico e attacco ischemico transitorio dopo una vaccinazione bivalente COVID-19?».

A questa domanda hanno cercato di rispondere in uno studio pubblicato su MedRxiv i ricercatori del Kaiser Permanente Katie Sharff, Thomas K Tandy, Paul F Lewis ed Eric S Johnson che hanno rilevato ben 100mila casi di ictus ischemico tra pazienti americani over 65 del Nord-Ovest vaccinati con i sieri genici mRNA Pfizer o Moderna.

L’ischemia cerebrale è una condizione in cui il cervello non riceve abbastanza sangue da soddisfare i suoi bisogni metabolici. La conseguente carenza di ossigeno può portare alla morte del tessuto cerebrale, e di conseguenza all’ictus ischemico. E’ pertanto una patologia che mette in correlazione due note reazioni avverse dei sieri genici Covid mRNA o mDNA: le patologie cardiovascolari e quelle neurocerebrali, vergognosamente occultate dalla Pfizer nei suoi trial clinici.

«Abbiamo condotto uno studio di coorte retrospettivo su pazienti Kaiser Permanente Northwest (KPNW) di età pari o superiore a 18 anni che sono stati vaccinati con la formulazione Pfizer o Moderna del vaccino bivalente COVID19 tra il 1 settembre 2022 e il 1 marzo 2023. I pazienti sono stati inclusi nello studio studiare se fossero iscritti al KP al momento della vaccinazione e durante il periodo di follow-up di 21 giorni. Abbiamo replicato la metodologia di analisi del ciclo rapido Vaccine Safety Datalink (VSD) e cercato possibili casi di ictus ischemico o TIA nei 21 giorni successivi alla vaccinazione utilizzando i codici diagnostici ICD10CM sia nella posizione primaria che in qualsiasi posizione».

E’ quanto si legge nell’Abstract della ricerca intitolata “Rischio di ictus ischemico dopo la vaccinazione di richiamo bivalente COVID-19 in un sistema sanitario integrato (Risk of Ischemic Stroke after COVID-19 Bivalent Booster Vaccination in an Integrated Health System)”.

Lo studio dei ricercatori americani di Kaiser Permanente – link a fondo pagina

«Abbiamo aspettato 90 giorni dalla fine del follow-up (21 marzo 2023) per l’accumulo completo dei dati non KP prima di analizzare i dati per tenere conto del ritardo nell’elaborazione delle richieste di risarcimento assicurativo al di fuori dell’ospedale – proseguono i ricercatori di Kaiser Permanente – Due medici hanno giudicato possibili casi rivedendo le note cliniche nella cartella clinica elettronica. Le analisi sono state stratificate per età pari o superiore a 65 anni per consentire confronti con i VSD che hanno riferito alla riunione dell’Advisory Committee on Immunization Practices (ACIP) l’incidenza di ictus ischemico o TIA (incidenza riportata da VSD; 24,6 casi di ictus ischemico o TIA per 100.000 pazienti vaccinato)».

I risultati dello studio sono stati sconcertanti ed hanno confermato anche la ricerca tedesca che per prima aveva segnalato la pericolosità dei booster bivalenti che erano stati testati solo sui topi ma, nonostante ciò, furono raccomandati dal Dipartimento della Salute USA e dal Ministero della Salute italiano anche per i bambini.

«L’incidenza di ictus ischemico o TIA è stata di 34,3 per 100.000 (IC al 95%, da 17,7 a 59,9) nei pazienti di età pari o superiore a 65 anni che hanno ricevuto il vaccino bivalente Pfizer, sulla base di un codice diagnostico nella posizione primaria del pronto soccorso o dell’ospedale scarico. L’incidenza è aumentata a 45,7 per 100.000 (IC 95% da 26,1 a 74,2) quando abbiamo ampliato la ricerca a una diagnosi in qualsiasi posizione e non ci siamo pronunciati per la conferma. Tuttavia, la maggior parte di queste diagnosi aggiuntive di ictus apparente o TIA erano diagnosi di falsi positivi basate sul giudizio dei medici. La stima dell’incidenza basata sulla posizione primaria concordava strettamente con la stima dell’incidenza basata su qualsiasi posizione e giudizio medico: 37,1 su 100.000 (IC 95% da 19,8 a 63,5). Il 79% dei casi di ictus ischemico sono stati ricoverati in ospedali non di proprietà del sistema di consegna integrato».

«Abbiamo identificato un aumento del 50% nell’incidenza di ictus ischemico per 100.000 pazienti di età pari o superiore a 65 anni vaccinati con il vaccino bivalente Pfizer, rispetto ai dati presentati dal VSD. Il 79% dei casi di ictus ischemico sono stati ricoverati in ospedali che non sono di proprietà del sistema di consegna integrato e un ritardo nell’elaborazione delle richieste di risarcimento assicurative esterne all’ospedale è stato probabilmente responsabile della discrepanza nell’accertamento dei casi di ictus ischemico. Il giudizio medico di tutti i casi in questo studio ha consentito stime accurate dell’incidenza assoluta dell’ictus per 100.000 destinatari del vaccino ed è utile nel calcolo del beneficio netto per le raccomandazioni politiche e il processo decisionale condiviso».

«Poiché i vaccini COVID-19 caricano il corpo con il codice genetico per la proteina trombogenica e letale Wuhan Spike, coloro che prendono un vaccino sono vulnerabili a una catastrofe se vengono infettati da SARS-CoV-2 dopo aver recentemente preso uno dei vaccini» il famoso cardiologo americano Peter McCullough ha commentato così lo studio del professor Fadi Nahab dei Dipartimenti di Neurologia e Pediatria della Emory University a cui avevamo dedicato ampio risalto.

«Nahab e colleghi di Emory hanno analizzato un database statale di destinatari del vaccino COVID-19. Circa 5 milioni di georgiani adulti hanno ricevuto almeno un vaccino COVID-19 tra dicembre 2020 e marzo 2022: il 54% ha ricevuto BNT162b2, il 41% ha ricevuto mRNA-1273 e il 5% ha ricevuto Ad26.COV2.S. Quelli con concomitante infezione da COVID-19 entro 21 giorni dalla vaccinazione avevano un aumentato rischio di ictus ischemico (OR = 8,00, 95% CI: 4,18, 15,31) ed emorragico (OR = 5,23, 95% CI: 1,11, 24,64)» scrive McCullough nel suo Substack citando l’abstract dello studio.

«Questa analisi mostra uno dei tanti grandi pericoli presenti nello sviluppo e nel lancio rapidi di un vaccino senza una sicurezza e un monitoraggio dei dati sufficienti. L’ictus è un risultato devastante e sembra che un gran numero di casi debilitanti avrebbe potuto essere evitato se i vaccini COVID-19 fossero stati ritirati dal mercato nel gennaio 2021 per eccesso di mortalità. I pazienti in questo studio sarebbero stati risparmiati da ictus e disabilità» aggiunge il cardiologo americano rilevando l’importanza dello studio.

Verissimo! Ma quanti ictus avrebbero potuto essere evitati se lo studio fosse stato revisionato e pubblicato mesi fa sia sulla prestigiosa rivista che poi su PUBMED, la libreria scientifica dell’Istituto Nazionale della Salute americano (NIH) che l’ha ripreso?

 

Il 13 novembre, mi sono unito alla deputata statunitense Marjorie Taylor Greene e a sette suoi colleghi repubblicani della Camera, in un'audizione intitolata Injuries Caused by COVID-19 Vaccines, che ha esplorato i potenziali collegamenti tra la vaccinazione COVID-19 e gli eventi avversi tra cui miocardite, pericardite e coaguli di sangue. , danni neurologici, arresto cardiaco, aborti spontanei, problemi di fertilità e altro ancora. Il gruppo ha ascoltato le testimonianze sugli eventi avversi dei vaccini da parte degli esperti medici Dr. Robert Malone e Dr. Kimberly Biss e ha anche ascoltato l'avvocato Thomas Renz che rappresentava gli informatori del Dipartimento della Difesa (DOD) che hanno rivelato aumenti di diagnosi mediche tra i membri del servizio registrati in un DOD Banca dati. Scopri di più in questo comunicato stampa .

Altre notizie sul COVID-19

ASCOLTA - La verità con Lisa Boothe Podcast: Rivendicato con il senatore Ron Johnson

LEGGI - New York Post: Il senatore Johnson richiede un colloquio con il consigliere di Fauci, i dati chiave del COVID "profondamente preoccupati" sono stati distrutti

VEDI - Post su X: "E-mail confidenziale del consulente di Fauci che descrive in dettaglio gli sforzi per eludere la mia supervisione sulle origini del COVID-19 . Maggiori dettagli nel comunicato stampa.

GUARDA - Solo la Notizia: "Nessuno vuole ammettere di aver sbagliato". - Il senatore Johnson sugli ultimi numeri del vaccino COVID

 

Il British Medical Journal ha accusato la Food and Drug Administration, l’ente americano regolatore dei farmaci, di aver occultato il risultato di un grande studio di farmacovigilanza attiva, quindi non basato solo su segnalazioni individuali e gratuite a database (EudraVigilance gestita da EMA nell’Unione Europea e VAERS da CDC negli Stati Uniti), si è invece concentrato anche sul follow-up di alcuni vaccinati.

La ricerca statistica denominata “Sorveglianza della sicurezza del vaccino COVID-19 tra le persone anziane di età pari o superiore a 65 anni” è stata finalmente rilasciata dalla FDA e pubblicata il 1° dicembre 2022 dalla rivista specializzata Journal of Vaccine and Elsevier di Science Direct.

Il primo firmatario è Hui-Lee Wong, Direttrice associata per l’innovazione e lo sviluppo dell’Ufficio di biostatistica ed epidemiologia, Centro per la valutazione biologica della Food and Drug Administration statunitense, Silver Spring, MD, USA. Lo studio si concentra sui dati relativi a 30.712.101 persone anziane.

 

 

DOPO I VACCINI 15 INCIDENTI DI BUS PER MALORI DEI CONDUCENTI

Piazzola sul Brenta (PD), Marzo 2022, “Malore dopo l’incidente a Piazzola sul Brenta, grave un autista di bus. Il conducente 44enne ha tamponato un autocarro. Dopo la telefonata a BusItalia si è accasciato sul volante perdendo i sensi”;
Cesena, Dicembre 2022, “Cesena, malore mentre guida l’autobus: 9 auto danneggiate”;
Trento, Aprile 2023, “Paura a Trento, l’autista ha un malore e il bus esce di strada: il mezzo resta in bilico sul muretto del giardino di una casa”;
La Spezia, Maggio 2022, “Malore improvviso per l’autista dello scuolabus, mezzo fa un volo di venti metri”, Catania, Ottobre 2022, “Catania: autista si sente male, bus si schianta”;
Limone Piemonte, Marzo 2023, “maestra interviene per malore autista”;
Sandrà di Castelnuovo del Garda (VR), “Verona, l’autista ha un malore: il bus degli studenti esce di strada e finisce in un vigneto” (conducente di soli 26 anni);
Alessandria, Aprile 2022, “Autista di pullman muore alla guida per un malore”;
Settingiano (CZ), Luglio 2023, “Accosta ai primi sintomi: autista salva passeggeri bus prima di morire di infarto”;
Venezia, Ottobre 2022, “Malore improvviso prima di prelevare una scolaresca: Oscar Bonazza muore a 63 anni;
Roma, Dicembre 2022, “Roma, bus con 41 bimbi a bordo finisce fuori strada per malore autista”;
Cittadella (PD), Gennaio 2023, “Autista di scuolabus muore alla guida per un malore e centra un pullman a Cittadella. Il conducente aveva appena lasciato gli alunni a scuola”;
Genova, Luglio 2023, “Autobus sbanda e colpisce le auto in sosta per un malore dell’autista. L’autista è stato accompagnato al Pronto soccorso un condizioni di media gravità”;
Cagliari, Maggio 2023, “Malore improvviso, l’autista perde il controllo del bus, esce di strada e abbatte due semafori: strage sfiorata”;
Piacenza, Aprile 2023, “Autobus di linea contro un albero dopo il malore dell’autista”… Il più curioso, guardacaso, è poi questo;
L’Aquila, Luglio 2023, “Troppo caldo a bordo del bus, autista dell’Azienda mobilità aquilana (Ama) viene colpito da un malore”.

 

27.11.23

Su 326 autopsie di vaccinati morti «un totale di 240 decessi (73,9%) sono stati giudicati in modo indipendente come direttamente dovuti o a cui ha contribuito in modo significativo la vaccinazione COVID-19».

A scriverlo nero su bianco è una ricerca pubblicata in pre-print (ovvero ancora in attesa di revisione paritaria che potrebbe arrivare tra un mese o tra due anni) dal sito Zenodo che non può essere ritenuta una piattaforma poco affidabile in quanto è gestito dal CERN per OpenAIRE.

Zenodo è un archivio open access per le pubblicazioni e i dati da parte dei ricercatori. Il suo nome deriva da Zenodotos di Ephesos, il primo Direttore della grande biblioteca di Alessandria che ha messo le basi per la costruzione della biblioteconomia.

L’Organizzazione europea per la ricerca nucleare, comunemente conosciuta con la sigla CERN, è il più grande laboratorio al mondo di fisica delle particelle, posto al confine tra la Francia e la Svizzera, alla periferia ovest della città di Ginevra, nel comune di Meyrin. La convenzione che lo istituiva fu firmata il 29 settembre 1954 da 12 stati membri mentre oggi ne fanno parte 23 più alcuni osservatori, compresi stati extraeuropei.

OpenAIRE è un partenariato senza scopo di lucro di 50 organizzazioni, fondato nel 2018 come entità giuridica greca, OpenAIRE A.M.K.E, per garantire un’infrastruttura di comunicazione accademica aperta e permanente a sostegno della ricerca europea.

Lo studio è stato presentato dal laureato in science (BS) Nicolas Hulscher presso il Dipartimento di Epidemiologia dell’Università del Michigan lo scorso venerdì 17 novembre 2023 durante una “poster session”. In ambito accademico l’esposizione di un “poster”, in un congresso o una conferenza con un focus accademico o professionale, è la presentazione di informazioni di ricerca sotto forma di poster cartaceo che i partecipanti alla conferenza possono visualizzare.

Il giovane Hulsher è stato accreditato con un progetto approvato denominato “Systematic Review of Autopsy Findings in Deaths after COVID-19 Vaccination – Revisione sistematica dei risultati dell’autopsia nei decessi dopo la vaccinazione COVID-19” in cui ha potuto fregiarsi di mentor senior di fama mondiale soprattutto nell’ambito delle inchieste sui danni da sieri genici mRNA o mDNA.

McCullough, che ha dato risalto all’evento sul suo substack, è il noto cardiologo americano che per primo ha denunciato i pericoli di miocarditi letali, confermati dagli studi FDA, CDC e infine anche dall’EMA, mentre Makis è l’oncologo canadese che ha scoperto il fenomeno del turbo-cancro.

Nei mesi scorsi lo studio era stato pubblicato anche dalla nota rivista britannica The Lancet che però lo aveva ritirato dopo 24 ore perché aveva scatenato – giustamente – una bufera sui media, sui social e di conseguenza nella comunità scientifica internazionale.

presentazione ufficiale presso l’Università de Michigan e dalla pubblicazione sul sito Zenodo gestito dal CERN.

D’altronde soltanto una volontà paranoica di censura potrebbe oscurarlo essendo basato su una semplice analisi di documenti pubblicati sul più importante archivio medico del mondo: la libreria PUBMED gestita dall’NIH, ovvero l’Istituto Nazionale per la Salute del Governo USA.

«Il rapido sviluppo e l’ampia diffusione dei vaccini contro il COVID-19, combinati con un elevato numero di segnalazioni di eventi avversi, hanno portato a preoccupazioni sui possibili meccanismi di danno, tra cui la distribuzione sistemica delle nanoparticelle lipidiche (LNP) e dell’mRNA, il danno tissutale associato alle proteine
​​spike, la trombogenicità, disfunzione del sistema immunitario e cancerogenicità. Lo scopo di questa revisione sistematica è indagare i possibili collegamenti causali tra la somministrazione del vaccino COVID-19 e la morte utilizzando autopsie e analisi post mortem».

Si legge nell’Abstract della ricerca che fa riferimento a problematiche già certificate separatamente da altre decine di studi  come quello del biochimico italiano Gabriele Segalla sulle nanoforme e sugli eccipienti tossici del siero genico Comirnaty di Pfizer-Biontech autorizzato dall’European Medicines Agency nonostante non potesse “non sapere della tossicità delle inoculazioni”.

«Abbiamo cercato tutti i rapporti autoptici e necroscopici pubblicati relativi alla vaccinazione COVID-19 fino al 18 maggio 2023 – riferiscono Hulsher et al. – Inizialmente abbiamo identificato 678 studi e, dopo lo screening dei nostri criteri di inclusione, abbiamo incluso 44 documenti che contenevano 325 casi di autopsia e un caso di necroscopia. Tre medici hanno esaminato in modo indipendente tutti i decessi e hanno determinato se la vaccinazione contro il COVID-19 fosse la causa diretta o avesse contribuito in modo significativo alla morte».

«Il sistema di organi più implicato nella morte associata al vaccino COVID-19 è stato il sistema cardiovascolare (53%), seguito dal sistema ematologico (17%), dal sistema respiratorio (8%) e da sistemi multipli di organi (7%). In 21 casi sono stati colpiti tre o più apparati. Il tempo medio dalla vaccinazione alla morte è stato di 14,3 giorni. La maggior parte dei decessi si è verificata entro una settimana dall’ultima somministrazione del vaccino. Un totale di 240 decessi (73,9%) sono stati giudicati in modo indipendente come direttamente dovuti o a cui ha contribuito in modo significativo la vaccinazione COVID-19» si legge nello studio consultabile su Zenodo (link a fondo pagina).

Ecco quindi le considerazioni finali dei ricercatori scientifici e medici:

«La coerenza osservata tra i casi in questa revisione con eventi avversi noti del vaccino COVID-19, i loro meccanismi e il relativo eccesso di morte, insieme alla conferma dell’autopsia e alla decisione della morte guidata dal medico, suggerisce che esiste un’alta probabilità di un nesso causale tra COVID-19 vaccini e morte nella maggior parte dei casi. Sono necessarie ulteriori indagini urgenti allo scopo di chiarire i nostri risultati».

«Il sistema di organi più implicato nella morte associata al vaccino COVID-19 è stato il sistema cardiovascolare (53%), seguito dal sistema ematologico (17%), dal sistema respiratorio (8%) e da sistemi multipli di organi (7%). In 21 casi sono stati colpiti tre o più apparati. Il tempo medio dalla vaccinazione alla morte è stato di 14,3 giorni. La maggior parte dei decessi si è verificata entro una settimana dall’ultima somministrazione del vaccino. Un totale di 240 decessi (73,9%) sono stati giudicati in modo indipendente come direttamente dovuti o a cui ha contribuito in modo significativo la vaccinazione COVID-19» si legge nello studio consultabile su Zenodo (link a fondo pagina).

Ecco quindi le considerazioni finali dei ricercatori scientifici e medici:

«La coerenza osservata tra i casi in questa revisione con eventi avversi noti del vaccino COVID-19, i loro meccanismi e il relativo eccesso di morte, insieme alla conferma dell’autopsia e alla decisione della morte guidata dal medico, suggerisce che esiste un’alta probabilità di un nesso causale tra COVID-19 vaccini e morte nella maggior parte dei casi. Sono necessarie ulteriori indagini urgenti allo scopo di chiarire i nostri risultati».

 

La ricerca pubblicata sul sito Zenodo gestito dal CERN – link al fondo dell’articolo tra le fonti

 

 

Brevetto Moderna ammette i problemi di tumori nel DNA da laboratorio

Bre

 

Leggiamo infatti nel brevetto dell’agosto 2019 sui vaccini mRNA contro il virus parainfluenzale umano 3 (HPIV-3) quanto segue:

“L’iniezione diretta di DNA geneticamente modificato (ad esempio DNA plasmidico nudo) in un ospite vivente fa sì che un piccolo numero delle sue cellule producano direttamente un antigene, determinando una risposta immunologica protettiva. Da questa tecnica, tuttavia, derivano potenziali problemi, inclusa la possibilità di mutagenesi inserzionale, che potrebbe portare all’attivazione di oncogeni o all’inibizione di geni oncosoppressori”.

La soppressione del gene che contrasta lo sviluppo dei tumori è proprio quel meccanismo che molti oncologi ritengono sia responsabile delle forme anomale di turbo-cancro rilevate tra le persone vaccinate coi sieri genici mRNA Covid

 

21.10.23

Giovedì Health Canada ha confermato la presenza di contaminazione del DNA nei vaccini Pfizer COVID-19 e ha anche confermato che Pfizer non ha rivelato la contaminazione all’autorità sanitaria pubblica. La contaminazione del DNA include il promotore e potenziatore Simian Virus 40 (SV40) che Pfizer non aveva precedentemente rivelato e che secondo alcuni esperti rappresenta un rischio di cancro a causa della potenziale integrazione con il genoma umano.

Health Canada, l’autorità sanitaria pubblica del paese, ha dichiarato a The Epoch Times che mentre Pfizer ha fornito le sequenze complete di DNA del plasmide nel suo vaccino al momento della presentazione iniziale, il produttore del vaccino “non ha identificato specificamente la sequenza SV40”.

“Health Canada si aspetta che gli sponsor identifichino qualsiasi sequenza di DNA biologicamente funzionale all’interno di un plasmide (come un potenziatore SV40) al momento della presentazione”, ha affermato.

L’ammissione di Health Canada è arrivata dopo che due scienziati, Kevin McKernan e Phillip J. Buckhaults, Ph.D., hanno scoperto la presenza di DNA plasmidico batterico nei vaccini mRNA COVID-19 a livelli potenzialmente 18-70 volte superiori ai limiti stabiliti dagli Stati Uniti. Food and Drug Administration (FDA) e Agenzia europea per i medicinali. L’immunologo virale Dr. Byram Bridle dell’Università di Guelph in Canada, commentando l’ammissione di Health Canada ha scritto sul suo Substack: “Questa è un’ammissione di proporzioni epiche”.

Bridle ha anche scritto:

“Bisogna chiedersi perché la Pfizer non abbia voluto rivelare la presenza di una sequenza di DNA biologicamente funzionale a un ente regolatore sanitario. Alla Pfizer è stato richiesto di rivelare alle agenzie di regolamentazione sanitaria tutte le sequenze bioattive nel DNA plasmidico batterico utilizzato per produrre le loro iniezioni.Bridle ha osservato che sono trascorsi “818 giorni in totale” da quando l’Università di Guelph gli ha vietato di accedere al suo ufficio e al suo laboratorio per aver tentato di condurre ricerche simili, mentre altri ricercatori “sono stati al centro di attacchi da parte di molti cosiddetti ‘esperti di disinformazione’, ” anche se nessuno “è stato in grado di confutare le proprie scoperte”. L’immunologa, biologa e biochimica Jessica Rose, Ph.D., ha dichiarato a The Defender: “DNA residuo è stato trovato nei prodotti Pfizer e Moderna – e soprattutto Pfizer -, in fiale più vecchie e più nuove, incluso il monovalente per adulti XBB.1.5 [ vaccino].”

Rose ha affermato che ciò indica che tale contaminazione “è un problema continuo”.

In osservazioni separate fatte mercoledì al programma “Good Morning CHD” di CHD.TV, Rose ha detto che McKernan “ha anche esaminato il vaccino Janssen [Johnson & Johnson] e ha scoperto DNA residuo a livelli molto alti”.  “Il DNA plasmidico viene utilizzato nella produzione di vaccini mRNA e dovrebbe essere rimosso a un livello inferiore a una soglia stabilita dalle agenzie di regolamentazione sanitaria prima che il prodotto finale venga rilasciato per la distribuzione”, ha riferito The Epoch Times.

La scoperta di McKernan ha reso “possibile per Health Canada confermare la presenza del potenziatore sulla base della sequenza di DNA plasmidico presentata da Pfizer rispetto alla sequenza del potenziatore SV40 pubblicata”, ha affermato Health Canada.

L’SV40 è spesso utilizzato nella terapia genica per la sua capacità unica di trasportare geni alle cellule bersaglio.

Nel processo di produzione del vaccino, l’SV40 “viene utilizzato come potenziatore per guidare la trascrizione genetica”, ha scritto The Epoch Times. McKernan il mese scorso “ha avvertito che la presenza di plasmidi di DNA nei vaccini significa che potrebbero potenzialmente integrarsi nel genoma umano”.

Descrivendo la ricerca di McKernan come “ineccepibile”, Kirsch ha scritto sul suo Substack: “Il DNA dura per sempre e, se si integra nel tuo genoma, produrrai il suo prodotto per sempre”.

“Ciò può far sì che la cellula appena programmata si riproduca e produca mRNA con le risultanti proteine ​​spike per un tempo sconosciuto, potenzialmente per sempre e persino per la generazione successiva”.

 

23.09.23

L'Asl To5 l'aveva sospesa nel periodo Covid perché non vaccinata bloccando la retribuzione, ora dovrà restituire stipendi e interessi
Il tribunale dà ragione alla dipendente No Vax
massimiliano rambaldi
L'Asl To 5 l'aveva sospesa dal suo lavoro d'ufficio nel periodo Covid, perché si era rifiutata di vaccinarsi interrompendole anche il pagamento dello stipendio. Una volta rientrata, alla fine delle restrizioni previste, la donna aveva fatto causa all'azienda sanitaria nonostante in quel periodo ci fossero delle direttive ben chiare sull'obbligo vaccinale. Dieci giorni fa la decisione, per certi versi inaspettata, del tribunale del lavoro di Torino: con la sentenza 1552 i giudici hanno infatti accolto il ricorso della dipendente, accertando e dichiarando «l'illegittimità della sospensione dal servizio – si legge nel documento pubblicato dall'azienda sanitaria di Chieri – condannando quindi l'Asl To 5 a corrispondere alla dipendente il trattamento retributivo richiesto, oltre agli interessi, rivalutazione e compensazione delle spese di lite». In sostanza, secondo quel giudice, l'Asl non poteva sospendere la donna dal posto di lavoro e men che meno negarle lo stipendio. E ora, nell'immediato, dovrà pagarle tutto, interessi compresi nonché le spese legali. Questo perché, nonostante l'azienda sanitaria abbia già deciso di ricorrere in appello contro tale sentenza: «in ragione della provvisoria esecutività della stessa – spiegano dalla direzione nella medesima documentazione - pur non essendo passata in giudicato, l'Asl è tenuta all'ottemperanza». Gli importi dovuti e i giorni di sospensione della dipendente non sono stati resi noti.
La dipendente in questione lavora in ambito amministrativo e non è a contatto con pazienti di un ospedale specifico. Ricordiamo tutti, però, che il governo si era dimostrato estremamente rigoroso contro chi non voleva ricevere il vaccino. In assenza di motivazioni valide (l'unica accettata era una certificata grave patologia pregressa) la persona no vax non poteva più esercitare la propria professione e, qualora fosse stato possibile, doveva essere destinata a mansioni alternative. In caso di impossibilità a spostamenti, sarebbe scattata l'immediata sospensione non retribuita che poteva terminare solo una volta effettuata la vaccinazione. Altrimenti il divieto di andare al lavoro sarebbe continuato fino al completamento della campagna vaccinale. In sostanza quello che è capitato nel caso in questione. La dipendente aveva però deciso di intraprendere le vie legali perché pretendeva di essere regolarmente pagata e di lavorare ugualmente, anche senza aver seguito il percorso anti Covid. Presentando a sua difesa documentazioni che il giudice del lavoro, a quanto pare, ha ritenuto valide. «La decisione e la linea interpretativa del tribunale del lavoro non può essere condivisa – spiegano dall'azienda sanitaria -, in quanto non è coerente con il dispositivo contenuto nel decreto legge 172 del 2021, anche alla luce del diverso orientamento espresso sul punto dalla Corte d'Appello di Torino, sezione lavoro». Immediata quindi la decisione di ricorrere in appello, affidando la questione ai legali di fiducia.

 

 

 

22.09.23

Testimonianza coraggiosa del dottor Phillip Buckhaults dell'Università della Carolina del Sud.

I “vaccini” Covid non sono stati adeguatamente testati e i loro danni non sono stati adeguatamente indagati. La FDA e il CDC devono ammettere i propri fallimenti normativi ed essere onesti con il pubblico.

Si prega di guardare questo video di 18 minuti.

 

 

17.09.23

La Ricerca delle Università Australiane basata su 253 Studi Internazionali
L’hanno pubblicata gli scienziati autraliani Peter I Parry dell’Unità clinica di ricerca sulla salute dei bambini, Facoltà di Medicina, Università del Queensland, South Brisbane, Australia, Astrid Lefringhausen, Robyn Cosford e Julian Gillespie, Children’s Health Defense (Capitolo Australia), Huskisson, Conny Turni, Ricerca microbiologica, QAAFI (Queensland Alliance for Agriculture and Food Innovation), Università del Queensland, St. Lucia, Christopher J. Neil, Dipartimento di Medicina, Università di Melbourne, Melbourne, e Nicholas J. Hudson, Scuola di Agricoltura e Scienze Alimentari, Università del Queensland, Brisbane.

E’ un colossale lavoro di letteratura scientifica basato su ben 253 studi nei quali vengono citati i più significativi sulla tossicità della proteina Spike e dei vaccini che la innesca nell’organismo attraverso i vettori mRNA. Vengono infatti menzionati lavori sulle malattie autoimmuni della biofisica Stephanie Seneff, scienziata del prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Cambridge, del cardiologo americano Peter McCullough (fonte 29 nello studio linkato a fondo pagina), quelli sui rischi di tumori dell’oncologo britannico Angus Dalgleish (fonti 230-231), quelli dell’esperto di genomica Kevin McKernan sulla replicazione cellulare dei plasmidi di Dna Spike nel corpo umano (fonte 91), quelli della chimica americana Alana F. Ogatache fu tra le prime a denunciare la pericolosità dei sieri genici mRNA Moderna (fonte 52), ed ovviamente non poteva mancare lo strepitoso e rivoluzionario del biochimico italiano Gabriele Segalla sulle nanoparticelle tossiche del vaccino Comirnaty di Pfizer-Biontech (fonte 61).

“Spikeopatia”: la proteina Spike del COVID-19 è patogena, sia dall’mRNA del virus che da quello del vaccino.
di Parry et al. – pubblicata in origine su Biomedicine (link allo studio completo a fondo pagina)

La pandemia di COVID-19 ha causato molte malattie, molti decessi e profondi disagi alla società. La produzione di vaccini “sicuri ed efficaci” era un obiettivo chiave per la salute pubblica. Purtroppo, tassi elevati senza precedenti di eventi avversi hanno messo in ombra i benefici. Questa revisione narrativa in due parti presenta prove dei danni diffusi dei nuovi vaccini anti-COVID-19 mRNA e adenovettoriali ed è innovativa nel tentativo di fornire una panoramica approfondita dei danni derivanti dalla nuova tecnologia nei vaccini che si basavano sulla produzione di cellule umane di un antigene estraneo che presenta evidenza di patogenicità.

Questo primo articolo esplora i dati sottoposti a revisione paritaria in contrasto con la narrativa “sicura ed efficace” collegata a queste nuove tecnologie. La patogenicità delle proteine ​​spike, denominata “spikeopatia”, derivante dal virus SARS-CoV-2 o prodotta dai codici genetici del vaccino, simile a un “virus sintetico”, è sempre più compresa in termini di biologia molecolare e fisiopatologia.

La trasfezione farmacocinetica attraverso tessuti corporei distanti dal sito di iniezione mediante nanoparticelle lipidiche o trasportatori di vettori virali significa che la “spikeopatia” può colpire molti organi. Le proprietà infiammatorie delle nanoparticelle utilizzate per trasportare l’mRNA; N1-metilpseudouridina impiegata per prolungare la funzione dell’mRNA sintetico; l’ampia biodistribuzione dei codici mRNA e DNA e le proteine
​​spike tradotte, e l’autoimmunità attraverso la produzione umana di proteine estranee, contribuiscono agli effetti dannosi.

Questo articolo esamina gli effetti autoimmuni, cardiovascolari, neurologici, potenziali oncologici e le prove autoptiche per la spikeeopatia. Con le numerose tecnologie terapeutiche basate sui geni pianificate, una rivalutazione è necessaria e tempestiva.

Discussione

Abbiamo iniziato questo articolo citando la risposta dell’ente regolatore sanitario australiano, il TGA, alla domanda di un senatore australiano sui rischi dei vaccini genetici che inducono le cellule umane a produrre la proteina spike SARS-CoV-2. La risposta è stata che la proteina Spike non era un agente patogeno. Abbiamo presentato prove significative che la proteina spike è patogena. Ciò vale quando fa parte del virus, quando è libero ma di origine virale e quando è prodotto nei ribosomi dall’mRNA dei vaccini COVID-19 mRNA e adenovettoreDNA. I meccanismi fisiopatologici d’azione della proteina spike continuano ad essere chiariti.

Abbiamo stabilito che la proteina spike provoca danni legandosi al recettore ACE-2 e quindi sottoregolando il recettore, danneggiando le cellule endoteliali vascolari. La proteina spike ha un dominio legante simile alla tossina, che si lega a α7 nAChR nel sistema nervoso centrale e nel sistema immunitario, interferendo così con le funzioni di nAChR, come la funzione di ridurre l’infiammazione e le citochine proinfiammatorie, come IL-6. Il collegamento con le malattie neurodegenerative avviene anche attraverso la capacità della proteina “spike” di interagire con le proteine che formano l’amiloide leganti l’eparina, avviando l’aggregazione delle proteine cerebrali.

La persistenza della proteina spike causa un’infiammazione persistente (infiammazione cronica), che potenzialmente alla fine sposta il sistema immunitario verso la tolleranza immunitaria (IgG4). Un effetto particolare per le donne e la gravidanza è il legame della proteina Spike al recettore alfa degli estrogeni, che interferisce con il messaggio degli estrogeni.

La proteina Spike è citotossica all’interno delle cellule attraverso l’interazione con i geni soppressori del cancro e causando danni mitocondriali. Le proteine ​​spike espresse sulla superficie delle cellule portano alla risposta autoimmune citopatica.

La proteina spike libera si lega all’ACE-2 su altre cellule di organi e sangue. Nel sangue la proteina Spike induce le piastrine a rilasciare fattori di coagulazione, a secernere fattori infiammatori e a formare aggregati leucociti-piastrine. La proteina spike lega il fibrinogeno, inducendo la formazione di coaguli di sangue.

Esiste anche un’omologia problematica tra la proteina spike e le proteine chiave nel sistema immunitario adattativo che portano all’autoimmunità se vaccinati con l’mRNA che produce la proteina spike.

I fattori farmacocinetici contribuiscono alla fisiopatologia. Come accennato, lo studio sulla biodistribuzione di Pfizer (dove il 75% delle molecole trasportatrici di nanoparticelle lipidiche ha lasciato il deltoide per tutti gli organi entro 48 ore) per il PMDA giapponese era noto alla TGA australiana prima dell’autorizzazione provvisoria dei vaccini mRNA COVID-19 per l’Australia popolazione [5]. Poiché causano la replicazione della proteina Spike in molti organi, i vaccini basati sui geni agiscono come virus sintetici.

Il trasportatore di nanoparticelle lipidiche dell’mRNA e il PEG associato che rende il complesso mRNA-LNP più stabile e resistente alla degradazione, hanno i propri effetti tossici; le nanoparticelle lipidiche principalmente attraverso effetti proinfiammatori e il PEG mediante anafilassi in individui sensibili.

Röltgen et al. [53] hanno scoperto che l’mRNA stabilizzato con N1-metilpseudouridina nei vaccini COVID-19 produce proteine ​​spike per almeno 60 giorni. Altre ricerche citate sulla retroposizione del codice genetico [249] suggeriscono la possibilità che tale produzione di una proteina patogena estranea possa potenzialmente durare tutta la vita o addirittura transgenerazionale.

Un ampio corpo di ricerche emergenti mostra che la stessa proteina spike, in particolare la subunità S1, è patogena e causa infiammazione e altre patologie osservate nel COVID-19 acuto grave, probabilmente nel COVID-19 lungo, e nelle lesioni da vaccino mRNA e adenovettoriDNA COVID-19 . La parola “spikeopatia” è stata coniata dal ricercatore francese Henrion-Caude [98] in una conferenza e dati gli effetti patologici vari e sostanziali della proteina spike SARS-CoV-2, suggeriamo che l’uso del termine avrà un valore euristico.

La piccopatia esercita i suoi effetti, come riassunto da Cosentino e Marino [86] attraverso l’aggregazione piastrinica, la trombosi e l’infiammazione correlate al legame dell’ACE-2; interruzione delle glicoproteine ​​transmembrana CD147 che interferiscono con la funzione cardiaca dei periciti e degli eritrociti; legandosi a TLR2 e TLR4 innescando cascate infiammatorie; legandosi all’ER alfa probabilmente responsabile delle irregolarità mestruali e dell’aumento del rischio di cancro attraverso le interazioni con p53BP1 e BRCA1. Altre ricerche mostrano ulteriori effetti spikeo-patologici attraverso la produzione di citochine infiammatorie indotte da ACE-2, la fosforilazione di MEK e la downregulation di eNOS, compromettendo la funzione delle cellule endoteliali.

Effetti particolarmente nuovi della proteina spike comportano lo squilibrio del sistema colinergico nicotinico attraverso l’inibizione di α7 nAChR, portando a vie biochimiche antinfiammatorie alterate in molte cellule e sistemi di organi, nonché a un alterato tono vagale parasimpatico.

Le lesioni provocate dal vaccino mRNA e adenovettoriale del COVID-19 si sovrappongono alla grave malattia acuta da COVID-19 e al COVID lungo, ma sono più varie, data la più ampia biodistribuzione e la produzione prolungata della proteina spike.

La miopericardite è riconosciuta ma spesso è stata minimizzata come lieve e rara, tuttavia l’evidenza di una miopericardite subclinica correlata al vaccino COVID-19 relativamente comune [113,115] e l’evidenza autoptica [246,247,248] suggeriscono un ruolo nelle morti improvvise in persone relativamente giovani e in forma [116,117 ]. Le proteine ​​spike hanno anche meccanismi per aumentare la trombosi attraverso l’infiammazione correlata all’ACE-2, il disturbo del sistema dell’angiotensina [119], il legame diretto con i recettori ACE-2 sulle piastrine [1], l’interruzione dell’antitrombina [122], ritardando la fibrinolisi [123] (prestampa) e riducendo la repulsione elettrostatica degli eritrociti che porta all’emoagglutinazione [124].

Le malattie autoimmuni di nuova insorgenza dopo la vaccinazione COVID-19 potrebbero riguardare l’omologia della proteina spike e, nella malattia virale che include altre proteine SARS-CoV-2, con le proteine umane [5,138].

Il complesso mRNA-LNP attraversa la BBB e i disturbi neurologici sono altamente segnalati nei database di farmacovigilanza a seguito dei vaccini COVID-19. Numerosi meccanismi di spikepatia vengono chiariti come disturbi sottostanti che coinvolgono: permeabilità del BBB [128]; danno mitocondriale [168]; disregolazione dei periciti vascolari cerebrali [169]; Neuroinfiammazione mediata da TLR4 [170]; morte delle cellule dell’ippocampo [171]; disregolazione delle cascate del complemento e della coagulazione e dei neutrofili che causano coagulopatie [173] (prestampa); neuroinfiammazione e demielinizzazione tramite disregolazione microgliale [174,177,180]; aumento dell’espressione di α-Syn coinvolta nella malattia neurodegenerativa [175]; livelli elevati di chemochina 11 del motivo CC associati all’invecchiamento e alla successiva perdita di cellule neurali e mielina; legandosi al recettore nicotinico dell’acetilcolina α7 (nAChR), aumentando i livelli di IL-1b e TNFα nel cervello causando elevati livelli di infiammazione [172,177]; la subunità S1 è amiloidogenica [185]; disautonomia [96], mediante danno neuronale diretto o meccanismi immunomediati indiretti, ad esempio inibizione di α7 nAChR; anosmia causata sia dal vaccino che dalla malattia [44], anch’essa prodromica alla malattia di Parkinson.

Inoltre, gli autoanticorpi nel dominio C-terminale globulare possono causare la malattia di Creutzfeldt Jakob (CJD) [218], miR-146a è alterato in associazione con COVID-19 [222] e associato sia a infezioni virali che a malattie da prioni nel cervello, e È stato dimostrato che S1 induce senescenza nelle cellule trasfettate.

La quantità di possibili meccanismi di danno mediato dai picchi nel cervello è pari nella vita reale alla prevalenza di effetti avversi neurologici e neurodegenerativi e richiede urgentemente ulteriori ricerche.

Il cancro, anche se non è stato dimostrato con certezza che sia causato dai vaccini, sembra seguire da vicino la vaccinazione e abbiamo esaminato le possibili cause sotto forma di interazioni delle proteine
​​spike con fattori di trascrizione e geni soppressori del cancro.

Il vaccino doveva proteggere le persone di età superiore ai 60 anni con il maggior rischio di mortalità da COVID-19 [10], tuttavia un’analisi del rischio condotta da Dopp e Seneff (2022) [250] ha mostrato che la probabilità di morire a causa dell’iniezione è solo 0,13 % inferiore al rischio di morte per infezione nelle persone di età superiore a 80 anni.

Inoltre, l’invecchiamento naturale è accompagnato da cambiamenti nel sistema immunitario che compromettono la capacità di rispondere efficacemente ai nuovi antigeni. Similmente alle risposte ai virus stratificate per età, ciò significa che i vaccini diventano meno efficaci nell’indurre l’immunità negli anziani, con conseguente ridotta capacità di combattere nuove infezioni [251].

La vaccinazione con mRNA COVID-19 a due dosi ha conferito una risposta immunitaria adattativa limitata tra i topi anziani, rendendoli suscettibili all’infezione da SARS-CoV-2 [252]. Secondo uno studio di Vo et al., (2022) [253], il rischio di malattie gravi tra i veterani statunitensi dopo la vaccinazione è rimasto associato all’età. Questo rischio di infezioni intercorrenti era anche maggiore se erano presenti condizioni di immunocompromissione.

Infine, abbiamo esaminato le migliori serie di casi di autopsia attualmente disponibili, eseguite in Germania, che stabiliscono le connessioni tra spikeopatia e fallimenti multipli di organi, neuropatie e morte.

Conclusioni
In questa revisione narrativa, abbiamo stabilito il ruolo della proteina spike SARS-CoV-2, in particolare della subunità S1, come patogena. Ora è anche evidente che le proteine
​​spike ampiamente biodistribuite, prodotte dai codici genetici dell’mRNA e del DNA adenovettoriale, inducono un’ampia varietà di malattie. I meccanismi fisiopatologici e biochimici sottostanti sono in fase di chiarimento.

I trasportatori di nanoparticelle lipidiche per i vaccini mRNA e Novavax hanno anche proprietà proinfiammatorie patologiche. L’intera premessa dei vaccini basati sui geni che producono antigeni estranei nei tessuti umani è irta di rischi per disturbi autoimmuni e infiammatori, soprattutto quando la distribuzione non è altamente localizzata.

Le implicazioni cliniche che seguono sono che i medici in tutti i campi della medicina devono essere consapevoli delle varie possibili presentazioni della malattia correlata al vaccino COVID-19, sia acuta che cronica, e del peggioramento delle condizioni preesistenti.

Sosteniamo inoltre la sospensione dei vaccini COVID-19 basati sui geni e delle matrici portatrici di nanoparticelle lipidiche e di altri vaccini basati sulla tecnologia mRNA o DNA vettoriale virale. Una strada più sicura è quella di utilizzare vaccini con proteine ricombinanti ben testate, tecnologie virali attenuate o inattivate, di cui ora ce ne sono molti per la vaccinazione contro la SARS-CoV-2.

di Parry et al. – pubblicata in origine su Biomedicine

BIOMEDICINE – ‘Spikeopathy’: COVID-19 Spike Protein Is Pathogenic, from Both Virus and Vaccine mRN
A

 

 

14.09.23

Fondata nel 1945, Kaiser Permanente è riconosciuta come uno dei principali fornitori di assistenza sanitaria e piani sanitari senza scopo di lucro d’America. Attualmente opera in 8 stati (California del Nord, California del Sud, Colorado, Georgia, Hawaii, Virginia, Oregon, Washington) e nel Distretto di Columbia.

«La cura dei membri e dei pazienti si concentra sulla loro salute totale. I medici, gli specialisti e i team di operatori sanitari di Permanente Medical Group guidano tutte le cure. I nostri team medici possono avvalersi di tecnologie e strumenti leader del settore per la promozione della salute, la prevenzione delle malattie, l’erogazione delle cure e la gestione delle malattie croniche» spiega l’organizzazione medica.

«Abbiamo condotto uno studio di coorte retrospettivo su pazienti Kaiser Permanente Northwest (KPNW) di età pari o superiore a 18 anni che sono stati vaccinati con la formulazione Pfizer o Moderna del vaccino bivalente COVID19 tra il 1 settembre 2022 e il 1 marzo 2023. I pazienti sono stati inclusi nello studio studiare se fossero iscritti al KP al momento della vaccinazione e durante il periodo di follow-up di 21 giorni. Abbiamo replicato la metodologia di analisi del ciclo rapido Vaccine Safety Datalink (VSD) e cercato possibili casi di ictus ischemico o TIA nei 21 giorni successivi alla vaccinazione utilizzando i codici diagnostici ICD10CM sia nella posizione primaria che in qualsiasi posizione».

E’ quanto si legge nell’Abstract della ricerca intitolata “Rischio di ictus ischemico dopo la vaccinazione di richiamo bivalente COVID-19 in un sistema sanitario integrato (Risk of Ischemic Stroke after COVID-19 Bivalent Booster Vaccination in an Integrated Health System)”.«Abbiamo identificato un aumento del 50% nell’incidenza di ictus ischemico per 100.000 pazienti di età pari o superiore a 65 anni vaccinati con il vaccino bivalente Pfizer, rispetto ai dati presentati dal VSD. Il 79% dei casi di ictus ischemico sono stati ricoverati in ospedali che non sono di proprietà del sistema di consegna integrato e un ritardo nell’elaborazione delle richieste di risarcimento assicurative esterne all’ospedale è stato probabilmente responsabile della discrepanza nell’accertamento dei casi di ictus ischemico. ».

 

 

18.08.23

Il procuratore generale del Texas Ken Paxton ha cercato di fare luce sulla sicurezza dei vaccini Covid e sugli esperimenti americani Gain of Function (GOF) per il potenziamento dei virus SARS in laboratorio, condotti dal virologo Anthony Fauci tra gli USA (University of North Carolina) e il Wuhan Institute of Virology, ma è stato subito colpito da un impeachment (per altre ragioni politiche) che ha bloccato la sua inchiesta.

Ora quattro famiglie americane delle vittime Covid hanno presentato una formale denuncia per quelle pericolosissime ricerche prendendo di mira il famigerato zoologo di origini britanniche Peter Daszak, presidente della società EcoHealthAlliance di New York che fu finanziata dalla Bill & Melinda Gates Foundation e soprattutto dall’Istituto Nazionale Allergie e Malattie Infettive diretto da Fauci (fino al dicembre 2022) per i progetti di costruzione di coronavirus chimerici del ceppo SARS chimerici nel centro virologico cinese.

l dottor Zhou Yusen misteriosamente morto tre mesi dopo aver brevettato un vaccino contro il Covid-19 nel febbraio 2020 che, secondo gli investigatori americani, sarebbe morto misteriosamente proprio cadendo dal tetto del WIV di Wuhan.

Nel giugno 1998 durante il vertice sino-americano in Cina il presidente Bill Clinton siglò una “Convenzione sulla armi biologiche” con il presidente cinese Jiang Zemin,

Nell’aprile 2004 la Commissione Europea presieduta dall’italiano Romano Prodi e composta anche dal commissario Mario Monti diede il primo finanziamento di quasi 2milioni di euro al Wuhan Institute of Virology grazie al quale la direttrice del Centro di Malattie Infettive Shi Zengli, soprannominata bat-woman per i suoi esperimenti sui coronavirus dei pipistrelli cinesi a ferro di cavallo, creò il primo virus chimerico ricombinante potenziando un ceppo di SARS con plasmidi infettati dal virus HIV.

 

 

16.08.23

 l’instabilità del sistema colloidale di nanomateriali lipidici (e il conseguente maggior rischio tossicologico) della prima versione di Comirnaty sia sostanzialmente dovuta alla presenza, in quella formulazione, di fattori destabilizzanti, quali, appunto, i composti inorganici elettrolitici in eccesso, costituiti principalmente dai componenti del tampone pH PBS utilizzato da Pfizer-BioNTech».

Evidenzia il dottor Segalla illustrando le differenti caratteristiche della stabilizzazione del farmaco concorrente Spikevax di Moderna.

«A questo proposito, però, quanto riportato nel brevetto della stessa BioNTech (co- titolare, insieme a Pfizer, del vaccino Comirnaty) US 10,485,884 B2 RNA Formulation for Immunoterapy [Formulazioni a RNA per immunoterapia] del 26 novembre 2019, risulta ancor più esplicito al riguardo della “elevata tossicità” attribuita a “liposomi e lipoplexes” caricati positivamente».

«Ciò si riferisce a formulazioni a base di RNA incapsulato in nanoparticelle lipidiche cationiche – del tipo cioè di quelle usate nel Comirnaty – e denominate, in questo contesto, “lipoplexes”. Nella descrizione del brevetto, si spiega, fra l’altro, come le nanoparticelle cationiche contenenti RNA si formino soprattutto grazie a determinati rapporti di massa/carica tra i lipidi cationici (+) e le componenti anioniche (-) dell’ RNA, e come tali rapporti giochino un ruolo fondamentale anche per quanto riguarda il passaggio delle nanoparticelle contenenti RNA attraverso la membrana cellulare e il conseguente trasferimento dell’RNA all’interno della cellula (trasfezione) per modificarne le caratteristiche funzionali:

Con una minore carica positiva in eccesso, l’efficacia della trasfezione scende drasticamente, andando praticamente a zero. Sfortunatamente, però, per liposomi e lipoplexes [nanoparticelle lipidiche] caricati positivamente è stata segnalata un’elevata tossicità, che può essere un problema per l’applicazione di tali preparati come prodotti farmaceutici. [corsivi aggiunti] (Figura 26)».

«Le ragioni per cui i tamponi pH del tipo PBS non vanno assolutamente bene in preparati a base di nanoparticelle cationiche inglobanti RNA sono spiegate molto chiaramente nella sezione del brevetto intitolata “Effects of Buffers/ Ions on Particle Sizes and PI of RNA Lipoplexes” [Effetti dei tamponi / composti ionici sulle dimensioni e Indice di polidispersione delle nanoparticelle lipidiche contenenti RNA] del suddetto brevetto di BioNTech US 10,485,884 B2, 44 (47-50), 45 (4-6), 45 (31- 33)».

In condizioni fisiologiche (cioè a pH 7,4; 2,2 mM Ca++), è imperativo assicurarsi che ci sia un rapporto di carica prevalentemente negativa, a causa dell’ instabilità delle nanoparticelle lipidiche neutre o caricate positivamente. [corsivi aggiunti] (Figura 27)

«In altre parole, sulla base di quanto scientificamente documentato e riportato in un brevetto della stessa BioNTech, in aggiunta a quanto già descritto riguardo alla pericolosità intrinseca delle nanoparticelle lipidiche caricate positivamente, apprendiamo che un sistema colloidale di nanoparticelle lipidiche cationiche inglobanti mRNA.

NON dovrebbe contenere nella propria formulazione un tampone ionico come il PBS, al fine di prevenire fenomeni di aggregazione, agglomerazione, flocculazione delle nanoparticelle lipidiche, con tutte le conseguenze di ordine tossicologico sopra descritte.
NON dovrebbe contenere nella propria formulazione composti ionici (come ad es. cloruro di sodio), al fine di prevenire fenomeni di aggregazione, agglomerazione, flocculazione delle nanoparticelle lipidiche, con tutte le conseguenze di ordine tossicologico sopra descritte.
NON dovrebbe essere iniettato per via intramuscolare, a causa della sua instabilità quando viene a trovarsi nelle condizioni fisiologiche del distretto extracellulare (pH 7,4; 2,2 mM Ca++).
«Tutte e tre queste rigorose raccomandazioni, riportate nel succitato brevetto di BioNTech del 2019, sono spudoratamente disattese, o ignorate, nel 2020, sia da Pfizer-BioNTech sia dagli enti certificatori, sia nel merito della formulazione (ionico/ elettrolitico) sia in quello della destinazione d’uso (inoculazione intramuscolare) del preparato Comirnaty» rimarca il biochimico italiano segnalando che tali «criticità» sono «in palese contrasto con le specifiche e pertinenti raccomandazioni asserite dalla stessa BioNTech nel suo sopramenzionato brevetto US 10,485,884 B2»

 

14.08.23

«Per i suesposti motivi, questo giudicante ritiene non legittima e non conforme ai Principi Generali dell’Ordinamento e della Costituzione la normativa in materia di obbligo vaccinale, che pertanto va disapplicata. Con riguardo alle spese di giudizio sussistono giustificati motivi per compensarle, attesa la “particolarità” della materia trattata».

L’anonimo italiano over 50 che ha fatto ricorso al Giudice di Pace di Santa Maria Capua a Vetere contro l’imposizione della vaccinazione Covid e la conseguente multa da 100 euro emanata dall’Agenzia delle Entrate per conto del Ministero della Salute dovrà pagare solo una ventina di euro. Ovvero la metà dell’ammontare delle spese giudiziarie per ricorsi inferiori a 1.100 euro.

Non è il primo e non sarà l’ultimo pronunciamento giudiziario che contesta l’obbligatorietà dei sieri genici sperimentali. Il caso più famoso è ovviamente quello della giudice Susanna Zanda del Tribunale Civile di Firenze che, avendo osato anche segnalare i decessi per presunte reazioni avverse ai vaccini alla Procura della Repubblica di Roma, è finita nel fuoco incrociato della Procura Generale della Corte di Cassazione che ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti subito dopo le esternazioni politiche del Ministro della Giustizia Carlo Nordio.

«Ebbene, al di là delle pronunce del Consiglio d’Europa che ha avuto occasione di occuparsi della tematica della vaccinazione Covid (con la Risoluzione 2361 del 2021) e di decisioni, invece, contrarie, a parere di questo giudice, appaiono decisive le circostanze, ormai conclamate, che il non vaccinato — a prescindere dalle decisioni relative all’età — non ha determinato alcun rischio maggiore per la salute pubblica rispetto ai soggetti vaccinati provvisti di green pass, perché l’idoneità dei vaccini (quale strumento di prevenzione del contagio), non solo non è pari o vicina al 100 % ma si è di fatto rivelata prossima allo zero (Trib. Napoli marzo 2023)

«Il Tribunale del Lavoro di Catania, con la decisione del 14.03.2022, ribadisce che “sebbene non si ignori che l’impianto del D.D. 44/2021 sia ispirato alla finalità “di tutelare la salute pubblica e mantenere adeguate condizioni di sicurezza nell’erogazione delle prestazioni di cura e assistenza” (art. 4, co. 1, D.L. 44/2021), nell’ambito di una situazione emergenziale e del tutto straordinaria, le conseguenze che esso implica nella sfera del dipendente non vaccinato — e che si sono irrigidite a seguito delle modifiche apportate all’originaria formulazione del decreto – appaiono tuttavia eccessivamente sproporzionate e sbilanciate, nell’ottica della necessaria considerazione degli altri valori costituzionali coinvolti, tra cui, tra i primi, la dignità della persona, bene protetto da co. 2, 36,41 Cost. plurime previsioni della Carta: artt. 2, 3»

«Sebbene la legge possa prevedere l’obbligatorietà di determinati trattamenti sanitari, sono rarissimi, ed ancorati a precisi presupposti, ì casi in cui l’ordinamento consente la possibilità di eseguirli contro la volontà della persona (ad es., è il caso del TSO), valendo da sempre il principio che gli accertamenti ed i trattamenti obbligatori debbano essere ‘accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato”…»

«E ciò a conferma della consapevolezza del legislatore che l’obbligo al trattamento sanitario costituisce pur sempre un’eccezione rispetto al principio, di cui è espressione l’art. 32 Cost., della libera determinazione dell’individuo in materia sanitaria».

In virtù di questi motivi ha accolto «il ricorso annullando il provvedimento opposto» dall’avvocato Alessandra De Rosa contro l’avviso di addebito di 100 euro al suo assistito.

 

08.08.23

Un manager della Pfizer in Oceania ha ammesso che agli impiegati australiani dell’azienda farmaceutica di New York sono somministrati dati lotti di vaccini differenti da quelli distribuiti al pubblico.

Lo ha dichiarato durante un’Audizione davanti al Senato Australiano che, a differenza dei politici dell’Unione Europea foraggiati dalle ONG di Bill Gates, ha già avviato un’inchiesta formale per indagare sulla natura dei sieri genici acquistati, sull’occultamento dei dati dei trials clinici e sui danni causati ai vaccinati.

L’ammissione è arrivata durante una rigorosa sessione di interrogatorio mercoledì, in cui il direttore medico nazionale di Pfizer Australia, il dott. Krishan Thiru, e il capo delle scienze normative, il dott. Brian Hewitt, hanno parlato davanti al “Comitato per la legislazione sull’istruzione e l’occupazione” del Senato australiano sui vaccini sperimentali contro il COVID-19, aggiunge Gateway Pundit

23.07.23

I vaccini Covid contengono proporzioni considerevoli di residui di DNA in grado di integrarsi permanentemente nel genoma umano, causando malattie croniche e tumori. Questo potrebbe anche spiegare l’eccesso di mortalità osservato dall’inizio delle campagne di vaccinazione.

L’ex banchiere svizzero Pascal Najadi e' l’autore di una denuncia penale per abuso di potere contro il presidente della Confederazione Alain Berset è vaccinato tre volte e altrettante volte si è costituito contro le autorità sanitarie da quando un’analisi del suo sangue gli ha rivelato che il suo organismo continua a produrre la proteina spike del vaccino più di 18 mesi dopo la sua ultima iniezione Pfizer/BioNTech.

Contattato, l’interessato ci ha fornito i risultati del laboratorio oltre ad una lettera del Prof. Sucharid Bhakdi confermando che “i risultati del test indicano chiaramente che il signor Najadi soffre di effetti irreparabili a lungo termine causati dal prodotto di mRNA iniettato fabbricato da PfizerBiontech.

L’ex banchiere aveva consultato l’Ufficio federale della sanità pubblica in Svizzera su questo argomento. Quest’ultimo non è stato in grado di dargli risposte, sostenendo che non poteva commentare un singolo caso. Pascal Najadi ne aveva dedotto che l’ufficio in realtà non controllava nulla riguardo a queste nuove tecnologie vaccinali.

La persistenza della presenza della proteina spike rilevata a Najadi e altri iniettati rimane ufficialmente inspiegabile ed è ben oltre i 14 giorni comunicati quando sono state lanciate le campagne di vaccinazione contro il Covid.

Tutti conoscono il DNA, rappresentato da una doppia elica e contenente il nostro codice genetico. L’RNA è costituito solo da un singolo filamento. La cellula lo produce secondo necessità leggendo parte del DNA che servirà poi come specifiche per la produzione di una proteina.

Una dose di “vaccino” Covid a RNA messaggero contiene miliardi di filamenti di RNA messaggero, che innescheranno la produzione di altrettante proteine
​​​​spike del virus SARS-CoV-2 nelle cellule che raggiungono. Queste proteine ​​spike attiveranno una risposta del sistema immunitario.

a proteina avanzata è stata anche presentata come sostanza innocua durante le campagne di vaccinazione quando è nota per essere tossica per l’organismo umano e causare la maggior parte delle complicanze del Covid, comprese le reazioni infiammatorie e allergiche.

Per comunicare, i batteri si scambiano importanti “messaggi” genetici con l’aiuto dei cosiddetti plasmidi. Ad esempio, se un batterio trova un nuovo meccanismo che aumenta la sua resistenza agli antibiotici, incapsula questa informazione in plasmidi, che verranno prodotti e ‘diffusi’ ad altri batteri.

Il processo di produzione dei filamenti di RNA dei vaccini Covid richiede appunto di passare attraverso la manipolazione genetica dei batteri mediante plasmidi, nei quali sarà stata precedentemente introdotta la sequenza di DNA corrispondente alla proteina spike di SARS-CoV-2.

Il plasmide viene propagato nei batteri e utilizzato come stampo per la produzione di massa di RNA messaggero che sarà in grado di innescare la produzione di proteine ​​spike nelle cellule vaccinate. Il DNA deve poi essere rimosso e l’RNA messaggero viene poi miscelato con i lipidi per produrre nanoparticelle in grado di portare l’mRNA nelle nostre cellule

Nell’ambito dell’autorizzazione all’immissione in commercio del vaccino Pfizer, l’Agenzia europea per i medicinali (Ema) si è quindi dovuta accontentare di consultare i dati forniti dal produttore. EMA ha espresso sorpresa al produttore per il fatto che il prodotto finale non fosse stato sequenziato geneticamente per garantire che contenesse solo RNA messaggero e nessun DNA o altri residui, apprende lo scienziato tedesco Florian Schilling in una presentazione

Pfizer ha risposto di aver rinunciato volontariamente al sequenziamento, ammettendo che non era certo ottimale, ma che era giustificato per ridurre i costi. Anche altri produttori hanno rinunciato a questo sequenziamento genetico come parte della loro garanzia di qualità.

Tra le tecniche alternative di valutazione del prodotto utilizzate da Pfizer c’è l’elettroforesi, che conta gli elementi presenti in una soluzione in base alla loro dimensione.

Nei documenti forniti da Pfizer alla WEA, l’RNA messaggero della proteina spike del vaccino è rappresentato da un alto picco centrale. L’anomalia sono le “pendenze” su entrambi i lati del picco, che rappresentano misteriosi “oggetti” genetici che non corrispondono alle dimensioni dell’RNA messaggero e non dovrebbero essere presenti in una soluzione purificata.

Anche l’EMA aveva voluto saperne di più e aveva richiesto i dati grezzi a Pfizer. Il produttore aveva accettato di fornirli ma ad oggi non sono ancora stati consegnati.

Un gruppo di ricercatori, preoccupato in particolare per le conseguenze delle iniezioni di Covid sui giovani, ha deciso all’inizio del 2023 di prendere in mano la situazione e mettere in sequenza lotti di “vaccini” di Pfizer e Moderna. Il loro intero approccio è spiegato in dettaglio in un primo articolo e nel suo supplemento scritto da Kevin McKernan, biologo molecolare, specialista in manipolazione genetica e sequenziamento, che ha partecipato all’analisi.

Le loro scoperte sono di natura inquietante:

Quantità di DNA anormalmente elevata – La presenza di plasmidi contenenti DNA proteico spike è stata confermata in proporzioni notevoli per i “vaccini” di Pfizer e Moderna: tra il 20 e il 35%, ben oltre i limiti di contaminazione fissati dall’EMA (0,033%) . Una singola dose contiene quindi diversi miliardi di questi plasmidi che servivano per produrre l’RNA messaggero e che poi avrebbero dovuto essere eliminati. Queste informazioni sono già prova della non conformità di questi prodotti alle normative vigenti.


Accelerazione della resistenza agli antibiotici – Fatto preoccupante, il DNA di questi plasmidi contiene geni che li rendono resistenti a due antibiotici: neomicina e kanamicina. L’introduzione di miliardi di geni di resistenza agli antibiotici in plasmidi altamente replicabili, consentendo la selezione di batteri resistenti a questi trattamenti nel microbioma, dovrebbe sollevare preoccupazioni sull’accelerazione della resistenza agli antibiotici su scala globale. Alcuni esperti stimavano già prima della crisi del Covid che entro il 2050 non avremmo più avuto antibiotici efficaci.
Elevato fattore di errore di copia – Gli scienziati affermano che la presenza di un nucleotide chiamato pseudouridina è molto preoccupante poiché è noto che ha un tasso di errore di copia di uno su 4000 nucleotidi, ovvero tra 5 e 8,5 milioni di possibili errori di copia per dose di vaccino. E nessuno può dire a cosa corrispondano questi errori poiché sono imprevedibili.


Integrazione permanente e transgenerazionale: i plasmidi vaccinali possono raggiungere un batterio o una cellula umana. Quest’ultimo caso è considerato problematico perché è possibile che il filamento di DNA contenuto nel plasmide sia permanentemente integrato nel codice genetico della cellula umana, permettendole in qualsiasi momento di produrre autonomamente la proteina spike del vaccino, per tutta la vita. Con ogni probabilità, questo è ciò che sta accadendo ai clienti di Pascal Najadi e Me Ulbrich in Germania. L’insegnante. Bhakdi ha ricordato a questo proposito che ogni divisione cellulare è un’opportunità per questo DNA importato di modificare il genoma dell’ospite. Se questa integrazione avviene in una cellula staminale, ovulo o spermatozoo, la modificazione genetica verrà trasmessa alle generazioni successive.

Questo è grave perché oggi la scienza non offre uno strumento per rimuovere un gene. Più incomprensibilmente, il DNA del plasmide utilizzato da Pfizer contiene una sequenza (SV 40) che gli permette di essere trasferito nel nucleo anche quando la cellula non si sta dividendo e quindi di influenzare le cellule. La sua presenza è comunque inutile per la produzione di RNA messaggero nei batteri. Questa sequenza è assente dai plasmidi utilizzati da Moderna.

l vaccino Covid di Johnson & Johnson presenta un rischio di integrazione ancora maggiore perché si basa su un virus a DNA e utilizza un promotore molto più potente dell’SV 40, chiamato CMV. Ciò comporta un rischio molto più elevato di oncogenesi e continua produzione di proteine ​​spike rispetto agli RNA messaggeri, afferma Marc Wathelet, biologo molecolare e specialista di coronavirus che abbiamo consultato (vedi intervista alla fine dell’articolo).

Poiché il DNA della proteina spike del plasmide prende di mira le cellule dei mammiferi, ci sono pochissime possibilità che si integri permanentemente nel genoma di un batterio intestinale. Non riuscendo a diventare fabbriche proteiche avanzate, questi batteri – che non sono cellule umane – potrebbero invece moltiplicare i plasmidi del vaccino e contribuire così ad aumentare il rischio di contaminazione con cellule umane, chiamato “bactofezione” o “trasfezione”.

Marc Wathelet conferma che se “il rischio di contaminazione dei batteri nel microbioma rimane basso, sono i rischi di infiammazione e soprattutto di tumori legati alla contaminazione delle cellule del corpo delle persone vaccinate da parte del DNA che sono più preoccupanti”.

L’esperto sottolinea che è “impossibile quantificare questo rischio”. Trova “un aumento di alcuni tumori, ma non è chiaro se sia dovuto a DNA, mRNA, un indebolimento del sistema immunitario, lipidi nelle nanoparticelle o una combinazione di questi fattori

 

21.07.23

Come risulta, la proteina spike e l’mRNA non sono gli unici rischi di queste iniezioni. Il team di McKernan ha anche scoperto i promotori del virus della simmia 40 (SV40) che, da decenni, sono sospettati di provocare il cancro negli esseri umani, compresi mesoteliomi, linfomi e tumori del cervello e delle ossa.3 I risultati4,5,6,7 sono stati pubblicati su OSF Preprints all’inizio di aprile 2023. Come spiegato nell’abstract:8

“Sono stati utilizzati diversi metodi per valutare la composizione degli acidi nucleici di quattro fiale scadute dei vaccini mRNA bivalenti Moderna e Pfizer. Sono stati valutati due flaconi di ciascun fornitore… Molteplici test supportano una contaminazione da DNA che supera i requisiti dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) di 330ng/mg e della FDA [Food and Drug Administration] di 10ng/dose…

Come riportato in una recensione del libro di Lancet “The Virus and the Vaccine: The True Story of a Cancer-Causing Monkey Virus, Contaminated Polio Vaccine and the Millions of Americans Exposed”:13

“Nel 1960, gli scienziati e i produttori di vaccini sapevano che i reni delle scimmie erano fogne di virus scimmieschi. Tale contaminazione spesso rovinava le colture, comprese quelle di una ricercatrice del NIH di nome Bernice Eddy, che lavorava sulla sicurezza dei vaccini… La sua scoperta… minacciava uno dei più importanti programmi di salute pubblica degli Stati Uniti…”.

Eddy cercò di informare i colleghi, ma fu imbavagliata e privata dei suoi compiti di regolamentazione dei vaccini e del suo laboratorio… [Due] ricercatori della Merck, Ben Sweet e Maurice Hilleman, identificarono presto il virus del rhesus, poi chiamato SV40, l’agente cancerogeno che era sfuggito a Eddy.

“Nel 1963, le autorità statunitensi decisero di passare alle scimmie verdi africane, che non sono ospiti naturali dell’SV40, per produrre il vaccino antipolio. A metà degli anni ’70, dopo studi epidemiologici limitati, le autorità conclusero che, sebbene l’SV40 causasse il cancro nei criceti, non sembrava farlo nelle persone.

“Arriviamo agli anni ’90: Michele Carbone, allora all’NIH [National Institutes of Health], stava lavorando sul modo in cui l’SV40 induce i tumori negli animali. Uno di questi era il mesotelioma, un raro tumore della pleura che nelle persone si pensa sia causato principalmente dall’amianto. L’ortodossia riteneva che l’SV40 non causasse tumori nell’uomo.

“Incoraggiato da un articolo del 1992 del NEJM [New England Journal of Medicine] che aveva trovato ‘impronte’ di DNA di SV40 nei tumori cerebrali infantili, Carbone ha analizzato biopsie di tumori umani di mesotelioma presso il National Cancer Institute: Il 60% conteneva DNA di SV40. Nella maggior parte di esse, il virus della scimmia era attivo e produceva proteine.

“Carbone pubblicò i suoi risultati su Oncogene nel maggio 1994, ma l’NIH rifiutò di renderli pubblici… Carbone… si trasferì alla Loyola University. Lì ha scoperto come l’SV40 disabilita i geni soppressori del tumore nel mesotelioma umano e ha pubblicato i suoi risultati su Nature Medicine nel luglio 1997. Anche studi in Italia, Germania e Stati Uniti hanno mostrato associazioni tra SV40 e tumori umani”.

“Incoraggiato da un articolo del 1992 del NEJM [New England Journal of Medicine] che aveva trovato ‘impronte’ di DNA di SV40 nei tumori cerebrali infantili, Carbone ha analizzato biopsie di tumori umani di mesotelioma presso il National Cancer Institute: Il 60% conteneva DNA di SV40. Nella maggior parte di esse, il virus della scimmia era attivo e produceva proteine.

“Carbone pubblicò i suoi risultati su Oncogene nel maggio 1994, ma l’NIH rifiutò di renderli pubblici… Carbone… si trasferì alla Loyola University. Lì ha scoperto come l’SV40 disabilita i geni soppressori del tumore nel mesotelioma umano e ha pubblicato i suoi risultati su Nature Medicine nel luglio 1997. Anche studi in Italia, Germania e Stati Uniti hanno mostrato associazioni tra SV40 e tumori umani”.

 Torniamo alle scoperte di McKernan, che oltre al video in evidenza sono discusse anche nel podcast di Daniel Horowitz qui sopra. In breve, il suo team ha scoperto livelli elevati di plasmidi di DNA a doppio filamento, compresi i promotori SV40 (sequenza di DNA essenziale per l’espressione genica) che sono noti per innescare lo sviluppo del cancro quando incontrano un oncogene (un gene che ha il potenziale di causare il cancro).

Il livello di contaminazione varia a seconda della piattaforma utilizzata per la misurazione, ma indipendentemente dal metodo utilizzato, il livello di contaminazione del DNA è significativamente superiore ai limiti normativi sia in Europa che negli Stati Uniti, afferma McKernan. Il livello più alto di contaminazione del DNA riscontrato è stato del 30%, un dato piuttosto sorprendente.

Come spiegato da McKernan, quando si utilizza un tipico test PCR, si viene considerati positivi se il test rileva il virus SARS-CoV-2 utilizzando una soglia di ciclo (CT) di circa 40. In confronto, la contaminazione del DNA viene rilevata con TC inferiori a 20. Ciò significa che la contaminazione è di un milione di milioni di unità.

Ciò significa che la contaminazione è un milione di volte superiore alla quantità di virus che si dovrebbe avere per risultare positivi al test COVID-19. “Quindi, c’è un’enorme differenza per quanto riguarda la quantità di materiale presente”, afferma McKernan.

Nel suo articolo su Substack14 , McKernan sottolinea anche che chi sostiene che il DNA a doppio filamento e l’RNA virale siano una falsa equivalenza, perché l’RNA virale è in grado di replicarsi, si sbaglia.

“La maggior parte dell’sgRNA che state rilevando in un tampone nasale nel vostro naso NON È ADEGUATO ALLA REPLICAZIONE, come dimostrato da Jaafar et al.15 È solo un frammento di RNA che dovrebbe avere una longevità inferiore nelle vostre cellule rispetto ai frammenti contaminanti di dsDNA”, scrive.

Se si sequenzia il DNA, si scopre che corrisponde a quello che sembra essere un vettore di espressione usato per produrre l’RNA… Ogni volta che vediamo una contaminazione del DNA, come quella dei plasmidi, finire in un prodotto iniettabile, la prima cosa a cui si pensa è se sia presente l’endotossina dell’E. coli (Escherichia coli, ndr), perché crea anafilassi per chi viene iniettato.
 

Mentre i deceduti non vaccinati sono stati soltanto 304 e quelli vaccinati con ciclo incompleto (senza seconda dose) 25. Il periodo preso in considerazione dalla tabella ISS è quello che va dal 29 aprile al 29 maggio 2022.

 

La tabella del Bollettino Covid-19 pubblicato il 24 giugno scorso dall’Istituto Superiore della Sanità di Roma – link a fondo pagina

 

«Numerosi studi riportano l’insorgenza di reazioni autoimmuni a seguito della vaccinazione contro il COVID-19 (Gadi et al., 2021; Watad et al., 2021; Bril et al., 2021; Portoghese et al., 2021; Ghielmetti et al., 2021; Vuille – Lessard et al., 2021; Chamling et al., 2021; Clayton-Chubb et al., 2021; Minocha et al., 2021; Elrashdy et al., 2021; Garrido et al., 2021; Chen et al., 2022; Fatima et al., 2022; Mahroum et al., 2022; Finsterer, 2022; Garg & Paliwal, 2022; Kaulen et al., 2022; Kwon & Kim, 2022; Ruggeri, Giovanellla & Campennì, 2022). I dati istopatologici forniscono una prova indiscutibile che dimostra che i vaccini genetici presentano una distribuzione fuori bersaglio, provocando la sintesi della proteina spike e innescando così reazioni infiammatorie autoimmuni, anche in tessuti terminali differenziati».

Furono proprio gli esami patologici del medico tedesco Morz a rilevare l’anomala persistenza nel corpo umano della proteina Spike di cui un altro studio americano asseverato dalla virologa Jessica Rose spiegò la proliferazione attraverso i plasmidi di RNA.

«In generale, i potenziali rischi dei vaccini genetici che inducono le cellule umane a diventare bersagli per l’attacco autoimmune non possono essere valutati completamente, senza conoscere l’esatta distribuzione e cinetica di LNP e mRNA, nonché la produzione e la farmacocinetica della proteina spike».

Lo studio sottoscritto anche da Donzelli e Bellavite poi conclude:

«Poiché il corpo umano non è un sistema strettamente compartimentato, questo è motivo di seria preoccupazione per ogni vaccino genetico attuale o futuro che induca le cellule umane a sintetizzare antigeni non self. Infatti, per i tessuti terminalmente differenziati, la perdita di cellule determina un danno irreversibile con prognosi potenzialmente fatale. In conclusione, alla luce delle innegabili prove di distribuzione fuori bersaglio, la somministrazione di vaccini genetici contro COVID-19 dovrebbe essere interrotta fino a quando non saranno eseguiti accurati studi di farmacocinetica, farmacodinamica e genotossicità, oppure dovrebbero essere somministrati solo in circostanze quando i benefici superano di gran lunga i rischi».

L’invito a indagare sui danni da sieri genici e a fermarne l’inoculazione è giunto anche da una ricercatrice dell’Istituto Superiore della Sanità e dalla sentenza del Tribunale di Firenze che ha inviato gli atti alla Procura della Repubblica di Roma per un’accurata inchiesta.

 

di Peter McCullough – pubblicato in origine sul suo Substack

Mi viene spesso chiesto: perché tante persone che hanno assunto il vaccino COVID-19 stanno apparentemente bene, mentre altre subiscono danni al cuore, ictus, coaguli di sangue e finiscono per essere invalide o morte? Da molti mesi si sospetta che ci possano essere variazioni nei lotti o nelle partite di vaccino che potrebbero spiegare in parte queste osservazioni. In altre parole, non tutti ricevono la stessa dose di mRNA.

In base all’autorizzazione all’uso in emergenza, le aziende produttrici di vaccini e i loro subappaltatori non effettuano alcuna ispezione delle fiale finali riempite e finite. Si tratta di una situazione senza precedenti per un prodotto di largo uso di qualsiasi tipo.

È possibile che le nanoparticelle lipidiche si aggreghino in sospensione e quindi alcuni lotti potrebbero contenere più mRNA di altri. Allo stesso modo, poiché le dimensioni dei lotti sono variate nel tempo, è possibile che i contaminanti del processo di produzione si concentrino in alcuni lotti più piccoli rispetto a quelli più grandi.

Infine, il trasporto, la conservazione e l’uso del prodotto possono essere fattori che denaturano l’mRNA, tra cui il riscaldamento, l’aria iniettata nelle fiale e gli aghi multipli immersi nella sospensione.

Il problema della contaminazione è emerso quando il Giappone ha restituito milioni di dosi e sono stati riscontrati detriti visibili sul fondo delle fiale. Inoltre, poiché i contactor di biodifesa utilizzano sfere metalliche, è possibile che i lotti iniziali più piccoli avessero detriti magnetici che spiegavano il “magnetismo” nel braccio in cui veniva somministrata l’iniezione, come riportato all’inizio della campagna vaccinale.

Un rapporto di Schmeling e collaboratori sul vaccino Pfizer BNT162b2 mRNA COVID-19 ha rilevato che il 71% degli eventi avversi gravi proveniva dal 4,2% delle dosi (lotti ad alto rischio), mentre <1% di questi eventi proveniva dal 32,1% delle dosi (lotti a basso rischio). La variazione spiegata per i lotti ad alto e moderato rischio è stata rispettivamente del 78 e dell’89%. Pertanto, più dosi sono state somministrate da quelle fiale, maggiore è stato il numero di effetti collaterali segnalati. Ciò significa che la maggior parte del rischio risiede nell’iniezione e non nella persona che l’ha ricevuta.

Si tratta di risultati di importanza cruciale. Essi implicano che la debacle del vaccino COVID-19 è effettivamente un problema di prodotto e non è dovuta alla suscettibilità del paziente nella maggior parte delle circostanze. Inoltre, la mancanza di ispezioni ha portato a un disastro di sicurezza. Alcuni sfortunati pazienti ricevono una quantità eccessiva di mRNA, di contaminanti o di entrambi e sono quindi esposti a iniezioni dannose e, in alcuni casi, letali.

 

IN ITALIA

Il trait d’union tra questa nuova ricerca sponsorizzata dalla Commissione Europea e Rappuoli è proprio la Fondazione Toscana Life Sciences (TLS) che ha creato un park science accentratore di aziende operanti in campo sanitario medico, diagnostico e farmaceutico.

TOSCANA LIFE SCIENCES NEL BIOTECNOPOLO DI SIENA
TLS è anche deputata a diventare uno dei pilastri del progetto del Biotecnopolo di Siena, in fase di realizzazione nell’ex caserma in Viale Cavour, che riceverà una cospicua dotazione finanziaria dal Piano Nazionale Ripresa e Resilienza (PNNR) così suddivisa: 9 milioni di euro per il 2022, 12 milioni per il 2023 e 16 milioni per il 2024. Ma la fetta più grossa spetta proprio all’hub antipandemico (Centro Nazionale Antipandemico – CNAP), che riceverà 340 milioni di euro da qui al 2026.

Una somma ingente in considerazione che le finalità sono praticamente analoghe a quelle del Fondazione Centro Nazionale di Ricerca “Sviluppo di terapia genica e farmaci con tecnologia a RNA” che vede come capofila l’Università di Padova e come partner altri atenei italiani ma, soprattutto, le Big Pharma dei vaccini Pfizer, Biontech e AstraZeneca.

Dal canto suo la Fondazione Toscana Life Sciences (TLS) fin dall’agosto 2022 aveva subito accolto «con estremo favore la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (GU) della Repubblica Italiana dello Statuto della Fondazione Biotecnopolo, che avrà sede legale e operativa a Siena. Un passo molto atteso che include la partecipazione della Fondazione Toscana Life Sciences in qualità di “nuovo fondatore” attraverso la stipula di un atto convenzionale entro sessanta giorni dall’adozione dello Statuto stesso. Sono soci fondatori il Ministero dell’Università e della Ricerca, il Ministero della Salute, il Ministero dell’Economia e delle Finanze e il Ministero dello Sviluppo Economico, cui si aggiungerà la Fondazione TLS come “nuovo fondatore”

Esaote (che ha sede a Genova ma una filiale a Firenze) e TLS, nella primavera 2021, si trovarono insieme a un vertice convocato dalla Regione Toscana per costruire un eco-sistema per un vaccino anti Covid-19 made in Tuscany. All’incontro presero parte, oltre agli assessori Simone Bezzini (Sanità) e Leonardo Marras (Attività produttive), i rappresentanti del Gruppo farmaceutico Menarini, di Kedrion, Eli Lilly, Molteni Farmaceutici, Diesse Diagnostica, Aboca, Abiogen, e di Gsk Vaccines.

Ora il Biotecnopolo di Siena e Toscana Life Sciences si assumeranno l’onere di portare avanti questo obiettivo puntando sulla figura di Rappuoli.

La Fondazione Toscana Life Sciences è il soggetto operativo che coordina e gestisce le attività del Distretto Toscano Scienze della Vita, il cluster regionale che aggrega tutti i soggetti pubblici e privati che operano nei settori delle biotecnologie, del farmaceutico, dei dispositivi medici, della nutraceutica, della cosmeceutica e dell’Ict applicato alle life sciences.

E’ nata nel 2011 per iniziativa della Regione Toscana allora governata dal presidente Alberto Monaci, bancario e ex deputato della Democrazia Cristiana e poi del Partito Democratico, ed oggi rappresenta un ecosistema dell’innovazione che raggruppa oltre 32 Centri Ricerca e 14 Enti di Ricerca, incluse le Università toscane (Firenze, Pisa, Siena); le Scuole Superiori (Scuole di Alta Formazione Sant’Anna e Normale di Pisa e Istituto di Alti Studi Imt di Lucca); gli Istituti del CNR. Sono affiliate al Distretto oltre 200 aziende del settore pharma, medical devices, biotech, ICT for health, nutraceutica, servizi correlati, per oltre 6 miliardi di fatturato.

Tra queste spicca il nome della bio-farmaceutica Kedrion della famiglia Marcucci dell’ex senatore del PD Andrea Marcucci (non riconfermato alle elezioni del 2022) che attirò l’attenzione dei media per l’interessamento a gestire a livello industriale (con una società Israeliana del Gruppo della Big Pharma americana Moderna finanziata da Gates) le cure del Covid-19 col plasma del medico Giuseppe De Donno, primario di Pneumologia dell’ospedale Poma di Mantova, morto suicida in circostanze misteriose dopo che la sperimentazione fu sottratta dal governo al suo centro di ricerca e assegnata a quello di Pisa.

 

19.10.24

Un gruppo di scienziati argentini ha identificato 55 elementi chimici – non elencati nei foglietti illustrativi – nei vaccini COVID-19 di Pfizer, Moderna, AstraZeneca, CanSino, Sinopharm e Sputnik V, secondo uno studio pubblicato la scorsa settimana sull’International Journal of Vaccine Theory, Practice, and Research.

Gli elementi chimici includono 11 metalli pesanti – come cromo, arsenico, nichel, alluminio, cobalto e rame – che gli scienziati considerano tossici sistemici noti per essere cancerogeni e indurre danni agli organi, anche a bassi livelli di esposizione.

I campioni contenevano anche 11 dei 15 lantanidi, o elementi delle terre rare, che sono metalli più pesanti e argentei spesso utilizzati nella produzione. Questi elementi chimici, che comprendono lantanio, cerio e gadolinio, sono meno noti al grande pubblico rispetto ai metalli pesanti, ma hanno dimostrato di essere altamente tossici.

“Il rilevamento di più elementi tossici non dichiarati, tra cui metalli pesanti e lantanidi, nei vaccini COVID-19 solleva una duplice e molteplice preoccupazione per la salute umana”, ha dichiarato a The Defender James Lyons-Weiler, Ph.D., membro del comitato editoriale della rivista e non coinvolto nella ricerca. “Singolarmente, queste sostanze chimiche sono note per causare danni neurologici, cardiovascolari e immunologici”.

Per lo studio argentino, i ricercatori miravano a corroborare le precedenti scoperte di elementi non dichiarati e a rilevare e misurare eventuali elementi non identificati in quegli studi.

Hanno analizzato 13 fiale di diversi lotti di sei marche di vaccini COVID-19 presso un laboratorio dell’Università Nazionale di Córdoba. Hanno utilizzato una tecnica analitica altamente sensibile – la spettrometria di massa al plasma accoppiato induttivamente – che consente di misurare gli elementi a livelli di traccia nei fluidi biologici.

I ricercatori hanno analizzato almeno due fiale di ogni vaccino, ad eccezione di CanSino, un vaccino vettoriale virale prodotto in Cina, per il quale hanno analizzato solo una fiala.

Il loro documento include un lungo elenco di componenti del vaccino COVID-19 dichiarati dai produttori. I componenti variano a seconda del produttore del vaccino. I ricercatori hanno ottenuto gli elenchi attraverso richieste di informazioni pubbliche.

Ad eccezione di Sputnik V e Sinopharm, i produttori non dichiarano le quantità degli eccipienti nominati nei loro vaccini, cosa che i ricercatori hanno segnalato come una “omissione molto grave a livello normativo”.

I vaccini spesso includono eccipienti – additivi utilizzati come conservanti, coadiuvanti, stabilizzatori o per altri scopi. Secondo i Centers for Disease Control and Prevention (CDC), le sostanze utilizzate nella produzione di un vaccino, ma non elencate nel contenuto del prodotto finale, devono essere riportate nel foglietto illustrativo.

L’elenco degli eccipienti è importante, sostengono i ricercatori, perché gli eccipienti possono includere allergeni e altri “pericoli nascosti” per i destinatari dei vaccini.

OpenVAERS riferisce che il CDC ha reso le informazioni sugli eccipienti dei vaccini disponibili al pubblico “quasi impossibili da trovare”. OpenVAERS offre un elenco completo degli eccipienti dei vaccini per tipo e per vaccino.

Tuttavia, il sito OpenVAERS rileva anche che test indipendenti sulle fiale di vaccino hanno trovato “contaminanti che vanno ben oltre quelli resi pubblici dai produttori”, come identificato in questo studio.

Le tre fiale Pfizer contenevano rispettivamente 19, 16 e 21-23 elementi non dichiarati. Le fiale Moderna contenevano 21 e tra 16-29 elementi non dichiarati.

Tutti i metalli pesanti rilevati sono collegati a effetti tossici sulla salute umana, scrivono i ricercatori. Sebbene i metalli si presentassero con frequenze diverse, molti erano presenti in più campioni. “Ci sono elementi chimici non dichiarati in comune, come boro, calcio, titanio, alluminio, arsenico, nichel, cromo, rame, gallio, stronzio, niobio, molibdeno, bario e afnio in tutte le marche” di vaccini COVID-19, hanno scritto i ricercatori.

Altri elementi, come il cromo e l’arsenico, che aumentano il rischio di gravi tumori e malattie della pelle, erano presenti come elementi non dichiarati rispettivamente nel 100% e nell’82% dei campioni. I ricercatori hanno anche trovato il lantanide cerio, che può danneggiare il fegato e causare embolie polmonari, nel 76% dei campioni.

Questi elementi chimici sono solo alcuni esempi dei 62 elementi chimici non dichiarati identificati da questo studio e da studi precedenti messi insieme, scrivono i ricercatori. Essi hanno concluso che, data la “diversità e la notevole presenza in tutte le marche, insieme alle caratteristiche peculiari degli elementi trovati”, è improbabile che i risultati siano dovuti a contaminazione o adulterazione accidentale.

INOLTRE il lavoro, pubblicato il 18 luglio 2024 sul’International Journal of Vaccine Theory, Practice, and Research (IJVTPR con sede a Dallas, USA), conferma per l’ennesima volta la presenza di grafene nei sieri genici mRNA e ne certifica la presenza non solo in Pfizer ma pure nel prodotto farmacologico di Moderna, come peraltro già testimoniato dagli specifici brevetti della Big Pharma di Cambrdige (Massachusetts) .

Lo studio è stato condotto dalla dottoressa Young Mi Lee, medica specializzanda in Ostetricia e Ginecologia dell’Hanna Women’s Clinic di Jeju (Repubblica di Corea) che si occupa anche di ricerche sulla fertilità e ha prestato particolare attenzione anche sulla pericolosità di tali terapie geniche sul liquido seminale maschile.

E dal ricercatore Daniel Broudy, docente di Linguistica dell’Okinawa Christian University (Giappone) ma esperto anche nell’ambito elettromagnetico che gospa News aveva già citato in realzione agli studi sulle segnali Bluetooth riscontrati da un esperimento nei vaccinati.

A lui è toccato il compito di curare la redazione del testo finale ed analizzare le immagini e i dati raccolti dalla scienziata medica in una lunga e meticolosa analisi biochimica condotta con uno stereomicroscopio (specializzato per l’esame di campioni tridimensionali e dinamici ) potenziato da una camera di conteggio Makler (specializzata anche nel conteggio degli spermatozoi in spazi limitati per la valutazione della fertilità maschile).

«Questo rapporto sui nostri risultati è stato aiutato dalla ricerca indipendente di un gruppo noto come Korea Veritas Doctors (KoVeDoc) con il quale abbiamo condiviso gli iniettabili prodotti da Pfizer, Moderna, AstraZeneca e Novavax».

Come si spiega nel paragrafo Materiali e metodi: «Nello studio sono stati utilizzati cinquantaquattro campioni: 50 fiale iniettabili residue (43 Pfizer, 7 Moderna) acquisite immediatamente dopo il loro utilizzo nella campagna di vaccinazione contro il COVID-19 e 4 fiale iniettabili nuove non aperte (2 Pfizer, 1 AstraZeneca, 1 Novavax)».

riportiamo integralmente l’Abstract della ricerca intitolata: “Autoassemblaggio in tempo reale di costruzioni artificiali visibili allo stereomicroscopio in campioni incubati di prodotti mRNA principalmente da Pfizer e Moderna: uno studio longitudinale completo– Real-Time Self-Assembly of Stereomicroscopically Visible Artificial Constructionsin Incubated Specimens of mRNA Products Mainly from Pfizer and Moderna: A Comprehensive Longitudinal Study”.

«Le lesioni osservabili in tempo reale a livello cellulare nei destinatari degli iniettabili COVID-19 “sicuri ed efficaci” sono documentate qui per la prima volta con la presentazione di una descrizione completa e un’analisi dei fenomeni osservati. La somministrazione globale di questi prodotti, spesso obbligatori, dalla fine del 2020 ha innescato una serie di studi di ricerca indipendenti sulle terapie geniche iniettabili con RNA modificato, in particolare quelle prodotte da Pfizer e Moderna. Le analisi qui riportate consistono in una precisa “scienza da banco” di laboratorio che mira a comprendere perché si sono verificati sempre più gravi infortuni debilitanti e prolungati (e molti decessi) senza alcun effetto protettivo misurabile da parte dei prodotti commercializzati in modo aggressivo. Il contenuto degli iniettabili COVID-19 è stato esaminato allo stereomicroscopio con un ingrandimento fino a 400X. I campioni accuratamente conservati sono stati coltivati in una gamma di terreni distinti per osservare le relazioni di causa-effetto immediate e a lungo termine tra le sostanze iniettabili e le cellule viventi in condizioni attentamente controllate».

«Da tale ricerca si possono trarre ragionevoli deduzioni sugli infortuni osservati in tutto il mondo che si sono verificati da quando le sostanze iniettabili sono state inoculate su miliardi di individui. Oltre alla tossicità cellulare, i nostri risultati rivelano numerose entità artificiali autoassemblanti visibili, nell’ordine di 3~4 x 106 per millilitro di iniettabile, che vanno da circa 1 a 100μm, o più, di molte forme diverse. C’erano entità animate simili a vermi, dischi, catene, spirali, tubi, strutture ad angolo retto contenenti altre entità artificiali al loro interno e così via. Tutti questi sono estremamente al di là di qualsiasi livello previsto e accettabile di contaminazione degli iniettabili COVID-19 e gli studi di incubazione hanno rivelato il progressivo autoassemblaggio di molte strutture artefatte. Con il passare del tempo durante l’incubazione, semplici strutture uni e bidimensionali nell’arco di due o tre settimane sono diventate più complesse nella forma e nelle dimensioni sviluppandosi in entità stereoscopicamente visibili in tre dimensioni. Assomigliavano a filamenti, nastri e nastri di nanotubi di carbonio, alcuni apparivano come membrane trasparenti, sottili e piatte, e altri come spirali tridimensionali e catene di perline. Alcuni di questi sembravano apparire e poi scomparire nel tempo. Le nostre osservazioni suggeriscono la presenza di qualche tipo di nanotecnologia negli iniettabili COVID-19».

«Sulla scia del programma di vaccinazione di massa, già nel marzo 2021 e nei mesi successivi, si sono verificati aumenti significativi di decessi in eccesso per cause “sconosciute” e gravi sequele: coaguli di sangue, emorragie inspiegabili, danni (e guasti) a più organi), picchi improvvisi (cardiotossine) nelle malattie cardiache, tumori del sangue tra cui leucemia e linfoma, una serie di altri tumori “turbo”, aborti spontanei, disturbi neurologici e autoimmuni, per citarne alcuni, sono comparsi nei pazienti (Nyström e Hammarström, 2022; Santiago & Oller, 2023 Perez et al., 2023»

«Degno di nota è stato il comportamento di ciascun tipo di cellule del sangue, che si mobilitano come in una battaglia in prima linea contro ciascuno degli iniettabili: globuli rossi contro Pfizer e AstraZeneca, globuli bianchi contro Moderna e piastrine contro Novavax. Nonostante il comportamento osservato, questi fenomeni specifici delle sostanze iniettabili potrebbero essere correlati alla loro caratteristica fisiopatologia diretta del sangue: stasi del flusso sanguigno e conseguente ipossiemia (affaticamento) dovuta al modello Rouleaux, soppressione immunitaria dovuta a danno dei globuli bianchi e formazione di coaguli di sangue (trombosi) o tendenza al sanguinamento da danno o aggregazione piastrinica».«Nell’analisi dei coaguli di sangue di persone vaccinate, sono state trovate alcune strutture filamentose attaccate a coaguli bianchi torbidi omogenei brunastri estratti dallo strato intermedio del sedimento di sangue intero. Quando si trovano in prossimità di un campo elettromagnetico, i filamenti potrebbero innescare la formazione di un coagulo e, quindi, disturbare il libero flusso sanguigno o linfatico. Date le loro dimensioni microscopiche e l’ampia distribuzione in tutto il corpo, se questi materiali estranei interagiscono con fonti di energia interne o esterne, come afferma la letteratura, potrebbero allungarsi, allargarsi e fungere da misteriose modalità di morbilità ed eventuale mortalità».

Scrivono Young MI Lee e Daniel Broudy tanto da sentirsi poi legittimati a fare delle ipotesi assai inquietanti che partono da quanto affermato (mai poi rimosso dopo l’inizio della produzione dei vaccini Covid) dal sito di Moderna sull’uso della «tecnologia mRNA è spesso commercializzata in termini di software come una sorta di sistema operativo o piattaforma tecnologica».

«La ricerca nell’ingegneria dei nanomateriali mostra che i robot magnetici bioibridi (Magnobot basati su microalghe) potrebbero essere prodotti e azionati in tutto il corpo da una varietà di fattori scatenanti: energia elettromagnetica, variazione dell’intervallo di pH, manipolazione dei livelli di glucosio e variazione degli spettri luminosi con l’obiettivo di colpire determinati tessuti (Li et al., 2023). Le osservazioni durante i nostri studi di incubazione suggeriscono la presenza di magnobot, soprattutto nel campione Pfizer».

 

 

NO AL NUCLEARE , SULL'H2-FOTOVOLTAICO  NON SI SPECULA

  1. IL RAZIONAMENTO ENERGETICO NON RISOLTO CON LE RINNOVABILI PUO' ESSERE USATO  PER  GIUSTIFICARE IL NUCLEARE CHE UCCIDE VEDI RUSSIA E GIAPPONE.
  2. CON LA SCUSA DEL NUCLEARE SI PUO' FAR PAGARE 10 QUELLO CHE VALE 1
  3. MENTRE LA FRANCIA INVESTE PER SANARE LO SFASCIO DEL NUCLEARE L'ITALIA CI VUOLE ENTRARE ?
  4. GLI INCIDENTI NUCLEARI IN RUSSIA E GIAPPONE NON CI HANNO INSEGNATTO NULLA ? NE VOGLIAMO UNO ANCHE IN ITALIA ?

 

LA CHIMERA MANGIA-SOLDI DELLA FUSIONE NUCLEARE       QUANTE RINNOVABILI SI POSSONO FARE ? IL CNR SPENDE PIU' PER IL FINTO NUCLEARE CHE PER LA BANCA DEL SEME AGRICOLO.

IL FUTURO H2 CHE NON SI VUOLE VEDERE

E' ASSURDO CONTINUARE A PENSARE DI GESTIRE A COSTI BASSI ECONOMICAMENTE VANTAGGIOSI LA FUSIONE NUCLEARE QUANDO ESISTONO ENERGIE RINNOVABILI MOLTO più CONTROLLABILI ED EFFICIENTI A COSTI più BASSI, COME DIMOSTRA IL : https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/ip_22_3131

 

           IL DOPPIO SACRILEGIO DELLA BESTEMMIA    

   RICETTA LIEVITO MADRE

RICAMBIO POLITICO BLOCCATO         

 

L'Ucraina in fiamme - Documentario di Igor Lopatonok Oliver Stone 2016 (sottotitoli italiano)

https://www.youtube.com/watch?v=2AKpsBF-bvo

"Abbiamo creato un archivio online per documentare i crimini di guerra della Russia". Lo scrive su Twitter il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba. "Le prove raccolte delle atrocità commesse dall'esercito russo in Ucraina garantiranno che questi criminali di guerra non sfuggano alla giustizia", aggiunge, con il link al sito in inglese

https://war.ukraine.ua/russia-war-crimes/

 

 

 

Cosa c’entra il climate change con l’incidente al ghiacciaio della Marmolada?

 

Temperature di 10°C a 3.300 metri di altezza da giorni, anomalie termiche pronunciate da maggio. Sono questi i fattori alla base del crollo del seracco che ha travolto due cordate di alpinisti domenica 3 luglio sotto Punta Penia

 

crediti: Local Team

Il ghiacciaio della Marmolada si sta ritirando di 6 metri l’anno

(Rinnovabili.it) – Almeno 10 morti, 9 feriti e un disperso. È il bilancio provvisorio dell’incidente che ha coinvolto il 3 luglio due cordate di alpinisti nella zona di Punta Rocca, proprio sotto il ghiacciaio della Marmolada. Una parte del ghiacciaio è collassata per le temperature elevate, scivolando rapidamente a valle in una enorme valanga di ghiaccio, pietre e acqua fusa.

La dinamica dellincidente

Verso le 14 del 3 luglio ha ceduto un seracco del ghiacciaio della Marmolada, la vetta più alta delle Dolomiti, tra Punta Rocca e Punta Penia a oltre 3000 metri di quota. La scarica che si è creata è stata imponente, alta 60 metri con un fronte largo circa 200, e ha investito un tratto della via normale per la cima di Punta Penia precipitando a 300 km/h.

Il punto di distacco del seracco è ben visibile in alto a destra. Crediti: Local Team.

Ogni ghiacciaio ha dei seracchi, blocchi di ghiaccio che assomigliano a dei pinnacoli e si formano con il movimento del corpo glaciale. Scorrendo verso il basso, il ghiacciaio incontra delle variazioni nella pendenza della montagna. Queste deformano il ghiacciaio e provocano la formazione di crepacci, che a loro volta danno luogo a delle “torri” di ghiaccio, i seracchi. Queste formazioni, seppur normali, sono per loro natura instabili. Tendono a cadere a valle, ricompattandosi con il resto del corpo glaciale, ed è difficile prevedere quando esattamente un evento del genere si può verificare.

Il climate change sul ghiacciaio della Marmolada

Il distacco del seracco dal ghiacciaio della Marmolada, con ogni probabilità, è stato facilitato e reso più rovinoso dal cambiamento climatico. Negli ultimi giorni, anche sulle cime di quel settore delle Dolomiti il termometro è salito regolarmente a 10°C. Ma è da maggio che si registrano anomalie termiche molto pronunciate.

Anomalie che investono tutto l’arco alpino. Sulla cima del monte Sonnblick, in Austria, 100 km più a nord-est, uno degli osservatori con le serie storiche più lunghe e affidabili della regione alpina ieri segnalava il quasi completo scioglimento del manto nevoso. Un dato che illustra molto bene quanto l’estate del 2022 sia eccezionale: lì la neve non si era mai sciolta prima del 13 agosto (capitò nel 1963 e nel caldissimo 2003).

Che legame c’è tra il crollo del seracco e le temperature elevate? Secondo la società meteorologica alpino-adriatica, “il ghiacciaio si è destabilizzato alla base a causa della grande disponibilità di acqua di fusione dopo settimane di temperature estremamente elevate e superiori alla media”. Il caldo ha accelerato lo scioglimento del ghiacciaio: “la lubrificazione dell’acqua alla base (o negli interstrati) e l’aumento della pressione nei crepacci pieni d’acqua sono probabilmente le cause principali di questo evento catastrofico”.

Normalmente, il ghiaccio sciolto – acqua di fusione – penetra fra gli strati di ghiaccio o direttamente sul fondo del ghiacciaio, incuneandosi tra massa glaciale e rocce sottostanti, per sgorgare poi al fondo della lingua glaciale. Questo processo “lubrifica” il ghiacciaio, accelerandone lo scivolamento, ma può anche creare delle “sacche” piene d’acqua che non trova uno sfogo e preme sul resto del ghiacciaio.

Come tutti gli altri ghiacciai alpini, anche il ghiacciaio della Marmolada è in veloce ritirata a causa del riscaldamento globale. L’ultima campagna di rilevazioni, condotta dal Comitato Glaciologico Italiano e da Arpa Veneto lo scorso agosto, ha segnalato un ritiro di 6 metri in appena 1 anno, mentre la perdita complessiva di volume raggiunge il 90% in 100 anni.

Il cambiamento climatico corre più veloce sulle Alpi che nel resto del pianeta, facendo delle terre alte uno dei settori più vulnerabili. Un aumento della temperatura globale di 1,5 gradi si traduce in un innalzamento, sulle montagne italiane, di 1,8 gradi (con un margine d’errore di ±0,72°C). Superare i 2 gradi a livello globale significa invece Alpi 2,51°C più calde (±0,73°C). Ma durante i mesi estivi, l’aumento di temperatura è ancora più pronunciato e può arrivare, rispettivamente, a 2,09°C ±1,24°C e a 2,81°C ±1,23°C.

 

 

https://www.rinnovabili.it/ambiente/impatti-ambientali-delle-guerre/

 

 

 

 

 

LA STRAGE DI USTICA

«Il 22 maggio 1988 il sommergibile Nautile esplora il Mar Tirreno alla ricerca del Dc9 Itavia. Alle 11,58 le telecamere inquadrano una forma particolare. Uno dei due operatori dell’Ifremer scandisce in francese la parola “misil”. Alle 13,53 s’intravede un’altra classica forma di missile. Le ricerche della società di Tolone vengono sospese tre giorni dopo. L’ingegner Jean Roux, dirigente della sezione recuperi dell’Ifremer, subisce uno stop inspiegabile dall’ingegner Massimo Blasi, capo della commissione dei periti del Tribunale di Roma» si legge ancora nell’articolo.

«I due missili non vengono raccolti neppure durante la seconda operazione di recupero affidata a una società inglese. Forse, perché la Stella di Davide è intoccabile? – si domanda Lannes – Trascorrono tre anni prima che i periti di parte abbiano la possibilità di visionare i nastri dell’operazione Ifremer. Secondo un primo tentativo di identificazione di tratta di un “Matra R 530 di fabbricazione francese” e di uno “Shafrir israeliano”. I dati tecnici parlano chiaro. Quel Matra è “lungo 3,28 metri, ha un diametro di 26 centimetri con ingombro alare di 110, pesa 110 chilogrammi: è munito di una testata a frammentazione e può colpire il bersaglio a 3 km di distanza con la guida a raggi infrarossi e a 15 km con la guida radar semiattiva”. L’altro missile è “lungo 2,5 metri, 16 centimetri di diametro e 52 di apertura alare, pesa 93 kg e ha una gittata di 5 km”. Entrambi i missili erano in dotazione ai caccia di Israele, in particolare: Mirage III, Kfir, F4, A4, F15, F16. Uno di quei missili è stato lanciato contro il Dc9».

Lannes ha aggiunto particolari agghiaccianti. «Qualche anno fa – accompagnato alla Procura della Repubblica di Roma da due poliziotti della scorta della Polizia di Stato – ho riferito, o meglio verbalizzato ai magistrati Amelio e Monteleone quanto avevo scoperto indagando per dieci anni sulla strage di Ustica. Ed ho indicato loro alcuni testimoni (ex militari) mai interrogati dall’autorità giudiziaria. Uno di essi (un ex ufficiale della Marina Militare) ha dichiarato che il 27 giugno 1980 era in corso un’imponente esercitazione aeronavale della NATO nel Mar Tirreno. E che l’unità su cui era imbarcato, la Vittorio Veneto non ha prestato alcun soccorso, pur essendo vicina al luogo di impatto del velivolo civile, ma ricevette l’ordine di far rientro a La Spezia. Due di questi ex militari, già appartenenti all’Aeronautica Militare sono stati minacciati, ed uno di essi ha subito addirittura un trattamento sanitario obbligatorio messo in atto dall’Arma Azzurra».

 

 

IL VERO OBBIETTIVO DELLA MAFIA ESSERE LEGITTIMATA A TRATTARE ALLA PARI CON LO STATO.

QUESTO LA HA FATTO LO GIURISPRUDENZA DELLA TRATTATIVA STATO MAFIA  CHE HA LEGITTIMATO DI FATTO LA MAFIA A TRATTARE ALLA PARI CON LO STATO.

LA RESPONSABILITA' DEI SERVIZI SEGRETI NELLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO , E PALESE.

I SERVIZI SEGRETI DIPENDONO DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO


Dichiarazione di Giuliano AMATO

«Stragi del '92 con matrice oscura. Giusto l'intervento di Pisanu» - INTERVISTA

(02 luglio 2010) - fonte: Corriere della Sera - Giovanni Bianconi - inserita il 02 luglio 2010 da 31

«Certo che il nostro è uno strano Paese», esordisce Giuliano Amato, presidente del Consiglio nel 1992 insanguinato dalle stragi di mafia, e dunque testimone diretto di quella drammatica stagione rievocata nella relazione del presidente della commissione parlamentare antimafia Giuseppe Pisanu.

Perché, presidente?

«Perché quando un personaggio di primissimo rango come Giulio Andreotti esce indenne da un lungo processo si dice che questo capita se si confonde la responsabilità penale con quella politica, mentre quando un presidente dell`Antimafia come Pisanu si sforza di cercare responsabilità politiche laddove non ne sono state individuate di penali gli si risponde che bisogna lasciar lavorare i giudici. Ma allora che bisogna fare?».

Secondo lei?

«Secondo me il lavoro di Pisanu è legittimo e prezioso, perché può aiutare la politica a cercare delle chiavi di lettura che non possono sempre venire dalla magistratura. E a trovare finalmente il giusto modo di affrontare la questione mafiosa. Provando a capire che cosa è accaduto in passato si può affrontare meglio anche il presente».

Il passato, in questo caso, sono le stragi del 1992 e 1993. Lei divenne capo del governo dopo la morte di Giovanni Falcone e prima di quella di Borsellino. Ha avuto la sensazione di «qualcosa di simile a una trattativa», come dice Pisanu?

«Sinceramente no. L`ho detto anche ai procuratori di Caltanissetta quando mi hanno interrogato.
Io in quelle settimane ero molto impegnato ad affrontare l`emergenza economico-finanziaria, dovevamo fare una manovra da 30.000 miliardi di lire per il`92 e impostare quella del `93. La strage di via D`Amelio ci colse nel pieno dei vertici economici internazionali.
Ricordo però che dopo quel drammatico avvenimento ebbi quasi un ordine da Martelli, quello di far approvare subito il decreto-legge sul carcere duro per i mafiosi varato dopo l`eccidio di Capaci. Andai di sera dal presidente del Senato Spadolini, ed ottenni una calendarizzazione ad horas del provvedimento».

Dei contatti tra alcuni ufficiali del Ros dei carabinieri e l`ex sindaco mafioso di Palermo Ciancimino lei sapeva qualcosa, all`epoca?

«No, però voglio dire una cosa. Che ci sia stato un certo lavorio di qualche apparato a livello inferiore è possibile, ma pensare che dei contatti poco chiari potessero avere una sponda in Nicola Mancino che era stato appena nominato ministro dell`Interno è un ipotesi che considero offensiva, in primo luogo per lo stesso Mancino. Sulle ragioni della sua nomina è Arnaldo Forlani che può fare chiarezza».

Perché?

«Perché la Dc di cui allora era segretario decise, o fu spinta a decidere, che bisognava tagliare Gava dal governo. Ma a Gava bisognava comunque trovare una via d`uscita onorevole, individuata nella presidenza del gruppo al Senato che era di Mancino».

L`ex presidente del Consiglio Ciampi ha ripetuto che dopo le stragi del '93 lui, da Palazzo Chigi, ebbe timore di un colpo di Stato. Lei pensò qualcosa di simile, nello stesso posto, dopo le bombe del '92?

«No, ma del resto non ebbi timori di quel genere nemmeno dopo le stragi degli anni Settanta. All`indomani di via D`Amelio non ebbi allarmi particolari dal ministro dell`Interno, né dal capo della polizia Parisi o da quelli dei servizi segreti. Parisi lo trovai ai funerali di Borsellino, dove io e il presidente Scalfaro subimmo quasi un`aggressione e avemmo difficoltà ad entrare in chiesa.
Ma attribuimmo l`episodio alla rabbia contro lo Stato che non era riuscito ad evitare quella morte. Il problema che ancora oggi resta insoluto è la vera matrice di quelle stragi».

Che intende dire?

«Che per la mafia furono un pessimo affare. Non solo quella di via D`Amelio, dopo la quale Martelli applicò immediatamente il regime di carcere duro a centinaia di boss, ma anche quella di Capaci. Certo, Falcone era un nemico, ma in quel momento un`impresa economico-criminale come Cosa Nostra avrebbe avuto tutto l`interesse a stare lontana dai riflettori, anziché accenderli con quella manifestazione di violenza. Quali interessi vitali dell`organizzazione mafiosa stava mettendo in pericolo, Falcone?
La spiegazione che volevano eliminare un magistrato integerrimo, come lui o come Borsellino, è troppo semplice. In ogni caso potevano ucciderlo con modalità meno eclatanti, come hanno fatto in altre occasioni. Invece vollero colpire lui e insieme lo Stato, imponendo una devastante dimostrazione di potere».

Chi può esserci allora, oltre a Cosa nostra, dietro gli attentati che per la mafia furono controproducenti?

«Purtroppo non lo sappiamo, ma è questa la domanda-chiave a cui dovremmo trovare la risposta. Perché vede, per le stragi degli anni Settanta si sono trovate molte spiegazioni; compresa quella che sosteneva il prefetto Parisi, il quale immaginava un ruolo dei servizi segreti israeliani per punire la politica estera italiana sul versante palestinese. E per le stragi del 1993 io trovo abbastanza convincente la tesi di una ritorsione per il carcere duro affibbiato a tanti boss e soprattutto al loro capo, Riina, arrestato all`inizio dell`anno. Per quelle del`92, invece, non riesco a immaginare motivazioni mafiose sufficienti a superare le ripercussioni negative. E questo conferma l`ipotesi di qualche condizionamento esterno rispetto ai vertici di Cosa nostra.
Perciò ha ragione Pisanu a interrogarsi e chiedere di fare luce».

Anche laddove i magistrati non riescono ad arrivare?

«Ma certo. Noi siamo arrivati al limite del giuridicamente accettabile con il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, che io condivido ma che faccio fatica a spiegare all`estero.
Al di là di quel reato, però, non ci sono solo i boy scout; possono esistere rapporti pericolosi, magari meno diretti o meno importanti, ma pur sempre rapporti. E di questi dovrebbe occuparsi la politica, prima dei magistrati».

Infatti Andreotti e Cossiga, agli ordini  di Henry Kissinger,  se ne interessarono con Delle Chiaie che rappresentava un estremismo di destra che teneva rapporti con la mafia di Rejna , secondo Lo Cicero.

 

 

 

CARO PIERO ANGELA UOMO DI STATO

 

 

 

ESPERIENZA STORICA DELL'ARROGANZA DELLA FIAT

https://www.rainews.it/tgr/piemonte/video/2022/07/watchfolder-tgr-piemonte-web-de-ponte-auto-elettrica-vl-tg1tgp2mxf-5f9b9ee5-2a7f-4d92-81c5-52a913e172bc.html

 

 

Il potere segreto. Perché vogliono distruggere Julian Assange e Wikileaks

di Stefania Maurizi

PERCHE'  IL PRESIDENTE BIDEN NON GRAZIA ASSANGE dimostrando di essere migliore dei suoi predecessori ?

 

 FATTI NO BLA BLA BLA  DELLA STAMPA PER CONDIZIONARE LA VITA DELLE PERSONE CHE NON PENSANO PRIMA DI AGIRE

LE NON RISPOSTE DI DRAGHI E CINGOLANI DOCUMENTATE DA REPORT

 

QUALE E' LA VERITA' SUI MANDANTI DELLA MORTE DI FALCONE E BORSELLINO ?

Era il 23 maggio del 1992 quando Giovanni Falcone guidava la Fiat Croma della sua scorta che lo accompagnava dall’aeroporto di Punta Raisi a Palermo.

Assieme a lui c’erano la moglie Francesca Morvillo, e l’autista Giuseppe Costanza che quel giorno sedeva dietro.

Nel corteo delle auto che accompagnano il magistrato palermitano c’erano anche altre due auto, la Fiat Croma marrone sulla quale viaggiavano gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, e la Fiat Croma azzurra sulla quale erano presenti gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo.

Alle 17:57 circa, secondo la ricostruzione della versione ufficiale, viene azionato da Giovanni Brusca il telecomando della bomba posta sotto il viadotto autostradale nel quale passava il giudice Falcone.

La prima auto, quella degli agenti Montinaro, Schifani e Dicillo viene sbalzata in un campo di ulivi che si trovava vicino alla carreggiata. Muoiono tutti sul colpo.

L’auto di Falcone e di sua moglie Francesca viene investita da una pioggia di detriti e l’impatto tremendo scaglia entrambi contro il parabrezza della macchina.

In quel momento sono ancora vivi, ma le ferite riportate sono molto gravi ed entrambi moriranno nelle ore successive all’ospedale.

L’autista Giuseppe Costanza sopravvive miracolosamente alla strage ed è ancora oggi vivo.

Mai in Italia la mafia era riuscita ad eseguire una operazione così clamorosa e così ben congegnata tale da far pensare ad un coinvolgimento di apparati terroristici e militari che andavano ben oltre le capacità di Cosa Nostra.

Capaci è una strage unica probabilmente anche a livello internazionale. Fu fatta saltare un’autostrada con 200 kg di esplosivo da cava. Appare impossibile pensare che furono soltanto uomini come Giovanni Brusca o piuttosto Totò Riina soprannominato Totò U Curtu potessero realizzare qualcosa del genere.

Impossibile anche che nessuno si sia accorto di come nei giorni precedenti sia stata portata una quantità considerevole di esplosivo sotto l’autostrada senza che nessuno notasse nulla.

È alquanto probabile che gli attentatori abbiano utilizzato dei mezzi pesanti per trasportare il tritolo e il T4 utilizzati per preparare l’ordigno.

Il via vai di mezzi deve essere stato frequente ed è difficile pensare che questo passaggio non sia stato notato da nessuno nelle aree circostanti.

Così come è impossibile che gli attentatori sapessero l’ora esatta in cui Falcone sarebbe sbarcato a Palermo senza avere una qualche fonte dall’interno che li informasse dei movimenti e degli spostamenti del magistrato.

Capaci per tutte le sue caratteristiche quindi è un evento che appare del tutto inattuabile senza il coinvolgimento di elementi infedeli presenti nelle istituzioni che diedero agli attentatori le informazioni necessarie per eseguire la strage.

Senza i primi, è impossibile sapere chi sono i veri mandanti occulti dell’eccidio che è costato la vita a 5 persone e che sconvolse l’Italia.

E per poter comprendere quali siano questi mandanti occulti è necessario guardare a cosa stava lavorando Falcone nelle sue ultime settimane di vita.

Senza posare lo sguardo su questo intervallo temporale, non possiamo comprendere nulla di quello che accadde in quei tragici giorni.

La stampa nostrana sono trent’anni che ci offre una ricostruzione edulcorata e distorta della strage di Capaci.

Ci vengono mostrate a ripetizione le immagini di Giovanni Brusca. Ci è stato detto tutto sulla teoria strampalata che vedrebbe Silvio Berlusconi tra i mandanti occulti dell’attentato, teoria che pare aver trovato una certa fortuna tra gli allievi liberali montanelliani, quali Peter Gomez e Marco Travaglio.

Non ci viene detto nulla però su ciò che stava facendo davvero Giovanni Falcone prima di morire.

L’indagine di Falcone sui fondi neri del PCI

All’epoca dei fatti, Falcone era direttore generale degli affari penali, incarico che aveva ricevuto dall’allora ministro della Giustizia, Claudio Martelli.

Nei mesi prima di Capaci, Falcone riceve una vera e propria richiesta di aiuto da parte di Francesco Cossiga, presidente della Repubblica.

Cossiga chiede a Falcone di fare luce sulla marea di fondi neri che erano piovuti da Mosca dal dopoguerra in poi nelle casse dell’ex partito comunista italiano.

Si parla di somme da capogiro pari a 989 miliardi di lire che sono transitati dalle casse del PCUS, il partito comunista dell’Unione Sovietica, a quelle del PCI.

La politica del PCUS era quella di finanziare e coordinare le attività dei partiti comunisti fratelli per diffondere ed espandere ovunque l’influenza del pensiero marxista e leninista e dell’URSS che si dichiarava custode di quella ideologia.

Questa storia è raccontata dettagliatamente in un avvincente libro intitolato "Il viaggio di Falcone a Mosca" firmato da Francesco Bigazzi e da Valentin Stepankov, il procuratore russo che stava collaborando con Falcone prima di essere ucciso.

Il sistema di finanziamento del PCUS era piuttosto complesso e spesso si rischia di perdersi in un fitto dedalo di passaggi e sottopassaggi nei quali è spesso difficile comprendere dove siano finiti effettivamente i fondi.

I finanziamenti erano erogati dal partito comunista sovietico agli altri suoi satelliti nel mondo e di questo c’è traccia nelle carte esaminate da Stepankov.

Ricevevano fondi il partito comunista francese e persino il partito comunista americano rappresentato da Gus Hall che a Mosca assicurava tutto il suo impegno contro l’imperialismo americano portato avanti da Ronald Reagan.

Il partito comunista italiano era però quello che riceveva la quantità di fondi più ingenti perché questo era il partito comunista più forte d’Occidente ed era necessario nell’ottica di Mosca assicurargli un costante sostegno per tenera aperta la possibilità di spostare l’Italia dall’orbita del patto Atlantico a quella del patto di Varsavia.

Una eventualità che se fosse mai avvenuta avrebbe provocato non solo la probabile fine della stessa NATO ma anche un probabile conflitto tra Washington e Mosca che si contendevano un Paese fondamentale, allora come oggi, per gli equilibri dell’Europa e del mondo.

Ed è in questa ottica che va vista la strategia della tensione ispirata e attuata da ambienti atlantici per impedire che Roma si avvicinasse troppo a Mosca.

Nell’ottica di questa strategia era necessario colpire la popolazione civile attraverso gruppi terroristici, ad esempio le Brigate Rosse, infiltrati da ambienti dell’intelligence americana per eseguire azioni clamorose, su tutte il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro.

Il sangue versato dall’Italia nel dopoguerra per volontà del cosiddetto stato profondo di Washington è stato versato per impedire all’Italia di intraprendere un cammino politico che avrebbe potuto allontanarla troppo dalla sfera di dominio Euro-Atlantica non tanto per approdare in quella sovietica, ma piuttosto, secondo la visione di Moro, nel campo dei Paesi non allineati né con un blocco né con l’altro.

Nel 1992 questo mondo era già crollato e non esisteva più la cosiddetta minaccia sovietica. A Mosca regnava il caos. Una epoca era finita e l’URSS era crollata non per via della sua struttura elefantiaca, come pretende di far credere una certa vulgata atlantista, ma semplicemente perché si era deciso di demolirla dall’interno.

La perestrojka, termine russo che sta per ristrutturazione, di cui l’ex segretario del PCUS, Gorbachev, fu un convinto sostenitore fu ciò che preparò il terreno alla caduta del blocco sovietico.

Gorbachev era ed è un personaggio molto vicino agli ambienti del globalismo che contano e fu uno dei primi sovietici ad essere elogiato e sostenuto dal gruppo Bilderberg che nel 1987 guarda con vivo interesse e ammirazione alla sua apertura al mondo Occidentale.

Al Bilderberg c’è il gotha della società mondiale in ogni sua derivazione politica, economica, finanziaria e ovviamente mediatica senza la quale sarebbe stato impossibile perseguire i piani di questa struttura paragovernativa internazionale.

Uno dei membri di spicco di questo club, David Rockefeller, ringraziò calorosamente alcuni anni dopo gli esponenti della stampa mondiale, soprattutto quella anglosassone, per aver taciuto le attività di questa società segreta che senza il silenzio dei media non sarebbe mai riuscita a portare avanti indisturbata i suoi piani.

Nella visione di questi ambienti, l’URSS, di cui, sia chiaro, non si ha nostalgia, era comunque diventata ingombrante e doveva essere rimossa.

Il segretario del partito comunista, Gorbachev, attraverso le sue “riforme” ebbe un ruolo del tutto fondamentale nell’ambito del raggiungimento di questo obbiettivo.

I signori del Bilderberg avevano deciso che gli anni 90 avrebbero dovuto essere gli anni della globalizzazione e della concentrazione di un potere mai visto nelle mani della NATO che per poter avvenire doveva passare dall’eliminazione del blocco opposto, quello dell’Unione Sovietica.

Il crollo dell’URSS ebbe un impatto devastante sulla società post-sovietica russa. Moltissimi dirigenti, 1746, si tolsero la vita. Un numero di morti per suicidio che non trova probabilmente emuli nella storia politica recente di nessun Paese.

Alcuni suicidi furono piuttosto anomali e si pensò che alcuni influenti notabili di Mosca in realtà siano stati suicidati per non far trapelare le verità scomode che sapevano riguardano ai finanziamenti del partito.

A Mosca era iniziato il grande saccheggio e le svendite di tutto quello che era il patrimonio pubblico dello Stato.

L’URSS era uscita dall’era della proprietà collettivizzata per entrare in quella del neoliberismo più feroce e selvaggio così come avvenne per gli altri Paesi dell’Europa Orientale che furono messi all’asta e comprati da corporation angloamericane.

Il procuratore russo Stepankov voleva far luce sulla enorme quantità di soldi che era uscita dalle casse del partito. Voleva capire dove fosse finito tutto questo denaro e come esso fosse stato speso.

Per fare questo, chiese assistenza all’Italia e il presidente Cossiga girò questa richiesta di aiuto all’allora direttore generale degli affari penali, Giovanni Falcone.

Falcone accettò con entusiasmo e ricevette a Roma nel suo ufficio il procuratore Stepankov per avviare quella collaborazione, inedita dal secondo dopoguerra in poi, tra l’Italia e la neonata federazione russa.

Al loro primo incontro, Falcone e Stepankov si piacciono subito. Entrambi si riconoscono una integrità e una determinazione indispensabili per degli inquirenti determinati a comprendere cosa fosse accaduto con quella enorme quantità di denaro che aveva lasciato Mosca per finire in Italia.

I fondi venivano stanziati in dollari e poi convertiti in lire ma per poter completare questo passaggio era necessaria l’assistenza di un’altra parte, che Falcone riteneva essere la mafia che in questo caso avrebbe agito in stretto contatto con l’ex PCI.

I legami tra PCI e mafia non sono stati nemmeno sfiorati dai media mainstream italiani. La sinistra progressista si è attribuita una sorta di primato morale nella lotta alla mafia quando questa storia e questa indagine rivelano invece una sua profonda contiguità con il fenomeno mafioso.

L’indagine di Falcone rischiava di mandare a monte il piano di Mani Pulite

Giovanni Falcone era determinato a fare luce su questi legami, ma non fece in tempo. Una volta iniziata la sua collaborazione con Stepankov la sua vita fu stroncata brutalmente nella strage di Capaci.

Era in programma un viaggio del magistrato nei primi giorni di giugno a Mosca per continuare la collaborazione con Stepankov.

Il giudice si stava avvicinando ad una verità scabrosa che avrebbe potuto travolgere l’allora PDS che aveva abbandonato la falce e martello del partito comunista due anni prima nella svolta della Bolognina inaugurata da Achille Occhetto.

Il PCI si stava tramutando in una versione del partito democratico liberal progressista molto simile a quella del partito democratico americano.

Il processo di conversione era già iniziato anni prima quando a Washington iniziò a recarsi sempre più spesso Giorgio Napolitano che divenne un interlocutore privilegiato degli ambienti che contano negli Stati Uniti, soprattutto quelli sionisti e atlantisti.

A Washington avevano già deciso probabilmente in quegli anni che doveva essere il nuovo partito post-comunista a trascinare l’Italia nel girone infernale della globalizzazione.

Il 1992 fu molto di più che l’anno della caccia alle streghe giudiziaria. Il 1992 fu una operazione internazionale decisa nei circoli del potere anglo-sionista che aveva deciso di liberarsi di una classe politica che, seppur con tutti i suoi limiti, aveva saputo in diverse occasioni contenere l’atlantismo esasperato e aveva saputo esercitare la sua sovranità come accaduto a Sigonella nel 1984 e come accaduto anche con l’omicidio di Aldo Moro, che pagò con la vita la decisione di voler rendere indipendente l’Italia dall’influenza di questi centri di potere transnazionali.

Il copione era quindi già scritto. Il pool di Mani Pulite agì come un cecchino. Tutti i partiti vennero travolti dalle inchieste giudiziarie e tutti finirono sotto la gogna mediatica della pioggia di avvisi di garanzia che in quel clima da linciaggio popolare equivalevano ad una condanna anticipata.

Il PSI di Craxi fu distrutto così come la DC di Andreotti. Tutti vennero colpiti ma le inchieste lasciarono, “casualmente”, intatto il PDS.

Eppure era abbastanza nota la corruzione delle cosiddette cooperative rosse, così come era nota la corruttela che c’era nel partito comunista italiano che riceveva fondi da una potenza straniera, allora nemica, e poi li riciclava attraverso la probabile assistenza di organizzazioni mafiose.

Questa era l’ipotesi investigativa alla quale stava lavorando Giovanni Falcone e questa era la stessa ipotesi che subito dopo raccolse Paolo Borsellino, suo fraterno amico e magistrato ucciso soltanto 55 giorni dopo a via d’Amelio.

Mai la mafia era giunta a tanto, e non era giunta a tanto perché non era nelle sue possibilità. C’è un unico filo rosso che lega queste due stragi e questo filo rosso porta fuori dai confini nazionali.

Porta direttamente in quei centri di potere che avevano deciso che tutta la ricchezza dell’industria pubblica italiana fosse smantellata per essere portata in dote alla finanza anglosionista.

Questi stessi centri di potere globali avevano deciso anche che dovesse essere il nuovo PDS a proseguire lo smantellamento dell’economia italiana attraverso la sua adesione alla moneta unica.

E fu effettivamente così, salvo la parentesi berlusconiana del 94. Il PDS portò l’Italia sul patibolo dell’euro e di Maastricht e privò della sovranità monetaria il Paese agganciandola alla palla al piede della moneta unica, arma della finanza internazionale.

E fu il turbare di questi equilibri che portò alla prematura morte dei magistrati Falcone e Borsellino. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avevano messo le mani sui fili dell’alta tensione. Quelli di un potere così forte che fa impallidire la mafia.

I due brillanti giudici sapevano che il fenomeno mafioso non poteva essere compreso se non si guardava al piano superiore, che era quello costituito dalla massoneria e dal potere finanziario.

Cosa Nostra e le altre organizzazioni sono solamente della manovalanza di un potere senza volto molto più potente.

È questa la verità che non viene raccontata agli italiani che ogni anno quando si celebrano queste stragi vengono sommersi da un fiume di retorica o da una scadente cinematografia di regime che mai sfiora la verità su quanto accaduto in quegli anni e mai sfiora il vero potere che eseguì il colpo di Stato del 1992 e che insanguinò l’Italia nello stesso anno.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono due figure che vanno ricordate non solo per il loro eroismo, ma per la loro ferma volontà e determinazione nel fare il loro mestiere, anche se questo voleva dire pagare con la propria vita.

Lo fecero fino in fondo sapendo di sfidare un potere enormemente più forte di loro. Sapevano che in gioco c’erano equilibri internazionali e destini decisi da uomini seduti nei consigli di amministrazione di banche e corporation che erano i veri registi della mafia.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vanno ricordati perché sono due eroi italiani che si sono opposti a ciò che il Nuovo Ordine Mondiale aveva deciso per l’Italia e pur di farlo non hanno esitato a sacrificare la loro vita.

Oggi, trent’anni dopo, sembra che stiano per chiudersi i conti con quanto accaduto nel 1992 e l’Italia sembra più vicina all’avvio di una nuova fase della sua storia, una nella quale potrebbe esserci la seria possibilità di avere una sovranità e una indipendenza come non la si è avuta dal 1945 in poi.

 

 

 

Autovelox mobili: la multa non è valida se non sono segnalati
multe autovelox

La Cassazione ha confermato che anche gli autovelox posti sulle pattuglie delle varie forze dell’ordine devono essere adeguatamente segnalati.
Autovelox mobili: la multa non è valida se non sono segnalati

AUTOVELOX MOBILI - Subire una multa per eccesso di velocità non è certamente piacevole, soprattutto perché questo comporta la necessità di dover mettere mano al portafoglio per una spesa imprevista. Ci sono però delle situazioni in cui la sanzione può essere ritenuta non valida e quindi annullata, come indicata da una recente sentenza emessa dalla Corte di Cassazione. Che ha così chiarito i dubbi su cosa può accadere nel caso in cui l’autovelox presente in un tratto di strada non sia opportunamente segnalato: l’obbligo è valido anche per gli autovelox mobili montati sulle auto della polizia.

UNA LUNGA TRAFILA LEGALE - La vicenda trae origine da un’automobilista di Feltre (Belluno) aveva subito sei anni fa una multa per eccesso di velocità dopo essere stato sorpreso a 85 km/h in un tratto di strada in cui il limite era invece di 70 m/h. Una pattuglia della polizia presente sul posto dotata di autovelox Scout Speed aveva provveduto a sanzionarlo. L’uomo era però convinto di avere subito un’ingiustizia e aveva così deciso di fare ricorso. Alla fine, nonostante la trafila sia stata particolarmente lunga, è stato proprio il conducente a vincere fino ad arrivare alla sentenza della Cassazione emessa pochi giorni fa.

LA SENTENZA - Nella quale si legge: "In attuazione del generale obbligo di preventiva e ben visibile segnalazione, contempla la possibilità di installare sulle autovetture dotate del dispositivo Scout Speed messaggi luminosi contenenti l'iscrizione “controllo velocità” o “rilevamento della velocità”, visibili sia frontalmente che da tergo. Molteplici possibilità di impiego e segnalazione sono correlate alle caratteristiche della postazione, fissa o mobile, sicché non può dedursi alcuna interferenza negativa che possa giustificare, avuto riguardo alle caratteristiche tecniche della strumentazione impiegata nella postazione di controllo mobile, l'esonero dall'obbligo della preventiva segnalazione".

 

  

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per non fare diventare l'ITALIA un'hotspot europeo dell'immigrazione in quanto bisogna resistere come italiani nel nostro paese dando agli immigrati un messaggio forte e chiaro : ogni paese puo' svilupparsi basta impegnarsi per farlo con le risorse disponibili e l'intelligenza , che significa adattamento nel superare le difficolta'.

Inventarsi un lavoro invece che fare l'elemosina.

Quanti miracoli ha fatto Maometto rispetto a Gesu' ?

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1) esame d'italiano e storia italiana per gli immigrati

2) lavori socialmente utili

3) pulizia e cucina autonoma

3 gennaio 1917, Suor Lucia nel Terzo segreto di Fatima: Il sangue dei martiri cristiani non smetterà mai di sgorgare per irrigare la terra e far germogliare il seme del Vangelo.  Scrive suor Lucia: “Dopo le due parti che già ho esposto, abbiamo visto al lato sinistro di Nostra Signora un poco più in alto un Angelo con una spada di fuoco nella mano sinistra; scintillando emetteva grandi fiamme che sembrava dovessero incendiare il mondo intero; ma si spegnevano al contatto dello splendore che Nostra Signora emanava dalla sua mano destra verso di lui: l’Angelo indicando la terra con la mano destra, con voce forte disse: Penitenza, Penitenza, Penitenza! E vedemmo in una luce immensa che è Dio: “Qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio”. interpretazione del Terzo segreto di Fatima era già stata offerta dalla stessa Suor Lucia in una lettera a Papa Wojtyla del 12 maggio 1982. In essa dice:  «La terza parte del segreto si riferisce alle parole di Nostra Signora: “Se no [si ascolteranno le mie richieste la Russia] spargerà i suoi errori per il mondo, promuovendo guerre e persecuzioni alla Chiesa. I buoni saranno martirizzati, il Santo Padre avrà molto da soffrire, varie nazioni saranno distrutte” (13-VII-1917). La terza parte del segreto è una rivelazione simbolica, che si riferisce a questa parte del Messaggio, condizionato dal fatto se accettiamo o no ciò che il Messaggio stesso ci chiede: “Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo, etc.”. Dal momento che non abbiamo tenuto conto di questo appello del Messaggio, verifichiamo che esso si è compiuto, la Russia ha invaso il mondo con i suoi errori. E se non constatiamo ancora la consumazione completa del finale di questa profezia, vediamo che vi siamo incamminati a poco a poco a larghi passi. Se non rinunciamo al cammino di peccato, di odio, di vendetta, di ingiustizia violando i diritti della persona umana, di immoralità e di violenza, etc. E non diciamo che è Dio che così ci castiga; al contrario sono gli uomini che da se stessi si preparano il castigo. Dio premurosamente ci avverte e chiama al buon cammino, rispettando la libertà che ci ha dato; perciò gli uomini sono responsabili».

Le storie degli immigrati occupanti che cercano di farsi mantenere insieme alle loro famiglie , non lavoro come gli immigrati italiani all'estero:

1)  Mi trovavo all'opedale per prenotare una visita delicata , mentre stato parlando con l'infermiera, una donna mi disse di sbrigarmi : era di colore.

2) Mi trovavo in C,vittorio ang V.CARLO ALBERTO a Torino, stavo dando dei soldi ad un bianco che suonava una fisarmonica accanto ai suoi pacchi, arriva un nero in bici e me li chiede

3) Ero su un bus turistico e' salito un nero ha spostato la roba che occupava i primi posti e si e' messo lui

4) Ero in un team di startup che doveva fare proposte a TIM usando strumenti della stessa la minoranza mussulmana ha imposto di prima vedere gli strumenti e poi fare le proposte: molto innovativo !

5) FINO A QUANDO I MUSSULMANI NON ACCETTANO LA PARITA' UOMO DONNA , ANCHE SE LO SCRIVE IL CORANO E' SBAGLIATO. E' INACCETTABILE QUESTO PRINCIPIO CHE CI PORTA INDIETRO.

6) perche' lITALIA deve accogliere tutti ? anche gli alberghi possono rifiutare clienti .

7) Immigrazione ed economia sono interconnesse in quanto spostano pil fuori dal paese.

8) Gli extracomunitari ti entrano in casa senza chiedere permesso. Non solo desiderano la roba d altri ma la prendono.
Forse il primo insegnamento sarebbe il rispetto della liberta' altrui.

 

09.01.19

Tutti i nulllafacenti immigrati Boeri dice che ne abbiamo bisogno : per cosa ? per mantenerli ?

04.02.17l

L'ISIS secondo me sta facendo delle prove di attentato con l'obiettivo del Vaticano con un attacco simultaneo da terra con la tecnica dei camion e dal cielo con aerei come a NY l'11.09.11.

Riforma sostenuta da una maggioranza trasversale: «Non razzismo, ma realismo» Case Atc agli immigrati La Regione Piemonte cambia le regole Gli attuali criteri per le assegnazioni penalizzano gli italiani .

Screening pagato dalla Regione e affidato alle Molinette Nel Centro di Settimo esami contro la Tbc “Controlli da marzo” Tra i profughi in arrivo aumentano i casi di scabbia In sei mesi sono state curate un migliaio di persone.

Il Piemonte è la quarta regione italiana per numero di richiedenti asilo. E gli arrivi sono destinati ad aumentare. L’assessora Cerutti: “Un sistema che da emergenza si sta trasformando in strutturale”. Coinvolgere maggiormente i Comuni.In Piemonte ci sono 14.080 migranti e il flusso non accenna ad arrestarsi: nel primo mese del 2017 sono già sbarcati in Italia 9.425 richiedenti asilo, in confronto ai 6030 dello scorso anno e ai 3.813 del 2015. Insomma, serve un piano. A illustrarlo è l’assessora all’Immigrazione della Regione Monica Cerutti, che spiega come la rete di accoglienza in questi anni sia radicalmente cambiata, trasformando il sistema «da emergenziale a strutturale».

La Regione punta su formazione e compensazioni mentre aumentano i riconoscimenti In Piemonte 14 mila migranti Solo 1200 nella rete dei Comuni A Una minoranza inserita in progetti di accoglienza gestiti dagli enti locali umentano i riconoscimenti delle commissioni prefettizie, meno rigide rispetto al passato prossimo: la tendenza si è invertita, le domande accolte sono il 60% rispetto al 40% dei rigetti. Non aumenta, invece, la disponibilità a progetti di accoglienza e di integrazione da parte dei Comuni. Stando ai dati aggiornati forniti dalla Regione, si rileva che rispetto ai 14 mila migranti oggi presenti in Piemonte quelli inseriti nel sistema Sprar - gestito direttamente dai Comuni - non superano i 1.200. Il resto lo troviamo nelle strutture temporanee sotto controllo dalle Prefetture. Per rendere l’idea, nella nostra regione i Comuni sono 1.2016. La trincea dei Comuni Un bilancio che impensierisce la Regione, alle prese con resistenze più o meno velate da parte degli enti locali: il termometro di un malumore, o semplicemente di indifferenza, che impone un lavoro capillare di convincimento. «Di accompagnamento, di compensazione e prima ancora di informazione contro la disinformazione e certe strumentalizzazioni politiche», - ha precisato l’assessora Monica Cerutti riepilogando le azioni previste nel piano per regionale per l’immigrazione. A stretto giro di posta è arrivata la risposta della Lega Nord nella persona del consigliere regionale Alessandro Benvenuto: «Non esistono paure da disinnescare ma necessità da soddisfare sia in termini di sicurezza e controllo del territorio, sia dal punto di vista degli investimenti. Il Piemonte ha di per sé ben poche risorse, che andrebbero utilizzate per creare lavoro e risolvere i problemi che attanagliano i piemontesi, prima di essere adoperate per far fare un salto di qualità all’accoglienza». Progetti di accoglienza Tre i progetti in campo: «Vesta» (ha come obiettivo il miglioramento dei servizi pubblici che si relazionano con i cittadini di Paesi terzi), “Petrarca” (si occupa di realizzare un piano regionale per la formazione civico linguistica), “Piemonte contro le discriminazioni” (percorsi di formazione e di inclusione volti a prevenire le discriminazioni). Inoltre la Regione ha attivato con il Viminale un progetto per favorire lo sviluppo delle economie locali sostenendo politiche pubbliche rivolte ai giovani ivoriani e senegalesi. Più riconoscimenti Come si premetteva, aumentano i riconoscimenti: 297 le domande accolte dalla Commissione di Torino nel periodo ottobre-dicembre 2016 (status di rifugiato, protezione sussidiaria e umanitaria); 210 i rigetti. In tutto i convocati erano mille: gli altri o attendono o non si sono presentati. I tempi della valutazione, invece, restano lunghi: un paio di anni, considerando anche i ricorsi. Sul fronte dell’assistenza sanitaria e della prevenzione, si pensa di replicare nel Centro di Castel D’Annone, in provincia di Asti, lo screening contro la tubercolosi che dal marzo sarà attivato al Centro Fenoglio di Settimo con il concorso di Regione, Croce Rossa e Centro di Radiologia Mobile delle Molinette.

INTANTO :«Non sono ipotizzabili anticipazioni di risorse» per l’asilo che Spina 3 attende dal 2009. La lunga attesa aveva fatto protestare molti residenti e c’era chi già stava perdendo le speranze. Ma in Circoscrizione 4, in risposta a un’interpellanza del consigliere della Lega Carlo Morando, il Comune ha messo nero su bianco che i fondi dei privati per permettere la costruzione dell’asilo non ci sono. Quella di via Verolengo resta una promessa non rispettata. Con la crisi immobiliare, la società Cinque Cerchi ha rinunciato a costruire una parte dei palazzi e gli oneri di urbanizzazione versati, spiegò mesi fa l’ex assessore Lorusso, erano andati per la costruzione del tunnel di corso Mortara. Ad ottobre c’è stata una nuova riunione. L’esito è stata la fumata nera da parte dei privati. «Sarà necessario che la progettazione e la realizzazione dell’opera vengano curate direttamente dalla Città di Torino», scrive il Comune nella sua risposta. Senza specificare come e dove verranno reperiti i fondi necessari, né quando si partirà.

 

Tunisia. Frattini: "Proporremo immigrazione circolare" - Il portale dell ...

www.stranieriinitalia.it/.../tunisia-frattini-qproporremo-immigrazione-circolareq.html

1.                           

20 gen 2011 - L'immigrazione "circolare" è quella in cui i migranti, dopo un certo periodo di lavoro all'estero, tornano nei loro Paesi d'origine. Un sistema più ...

Tutto è iniziato quando è stato chiuso il bar. I 60 stranieri che erano a bordo del traghetto Tirrenia diretto a Napoli volevano continuare a bere. L’obiettivo era sbronzarsi e far scoppiare il caos sulla nave. Lo hanno fatto ugualmente, trasformando il viaggio in un incubo anche per gli altri 200 passeggeri. In mezzo al mare, nel cuore della notte, è successo di tutto: litigi, urla, botte, un tentativo di assalto al bancone chiuso, molestie ai danni di alcuni viaggiatori e persino un’incursione tra le cuccette. La situazione è tornata alla calma soltanto all’alba, poco prima dell’ormeggio, quando i protagonisti di questa interminabile notte brava hanno visto che sulle banchine del porto di Napoli erano già schierate le pattuglie della polizia. Nella nave Janas partita da Cagliari lunedì sera dalla Sardegna era stato imbarcato un gruppo di nordafricani che nei giorni scorsi aveva ricevuto il decreto di espulsione. Una trentina di persone, alle quali si sono aggiunti anche altri immigrati nordafricani. E così a bordo è scoppiato il caos. Il personale di bordo ha provato a riportare la calma ma la situazione è subito degenerata. Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati. All’arrivo a Napoli, il traghetto è stato bloccato dagli agenti della Questura di Napoli che per tutta la giornata sono rimasti a bordo per identificare gli stranieri che hanno scatenato il caos in mezzo al mare e per ricostruire bene l’episodio. «Il viaggio del gruppo è stato effettuato secondo le procedure previste dalla legge, implementate dalle autorità di sicurezza di Cagliari – si limita a spiegare la Tirrenia - La compagnia, come sempre in questi casi, ha destinato ai passeggeri stranieri un’area della nave, a garanzia della sicurezza dei passeggeri, non essendo il gruppo accompagnato  dalle forze di polizia. Contrariamente a quanto avvenuto in passato, il gruppo ha creato problemi a bordo per tensioni al suo interno che poi si sono ripercosse sui passeggeri». A bordo del traghetto gli agenti della questura di Napoli hanno lavorato per quasi 12 ore e hanno acquisito anche le telecamere della videosorveglianza della nave. Nel frattempo sono scoppiate le polemiche. «I protagonisti di questo caos non sono da scambiare con i profughi richiedenti asilo - commenta il segretario del Sap di Cagliari, Luca Agati - La verità è che con gli sbarchi dal Nord Africa, a cui stiamo assistendo anche in questi giorni, arrivano poco di buono, giovani convinti di poter fare cio’ che vogliono una volta ottenuto il foglio di espulsione, che di fatto è un lasciapassare che garantisce loro la libertà di delinquere in Italia. Cosa deve accadere per far comprendere che va trovata una soluzione definitiva alla questione delle espulsioni?»  In ostaggio per ore Per ore la nave è stata in balia dei sessanta scatenati, che hanno trasformato il viaggio in un incubo per gli altri 200 passeggeri  21.02.17

Istituto comprensivo Regio Parco La crisi spegne la musica in classe Le famiglie non pagano la retta da 10 euro al mese: a rischio il progetto lanciato da Abbado, mentre la Regione Piemonte finanzia un progetto per insegnare ai bambini italiani la lingua degli immigrati non viceversa.

 Qui Foggia Gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono in container di appena 24 mq Qui Messina Nei rioni Fondo Fucile e Camaro San Paolo le baracche aumentano di anno in anno Donne e bambini Nei rioni nati dopo il sisma le case sono coperte da tetti precari, spesso di Eternit Qui Lamezia Terme Oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica a cielo aperto  Qui Brescia Nelle casette di San Polino le decine di famiglie abitano prefabbricati fatiscenti Da Brescia a Foggia, da Lamezia a Messina. Oltre 50 mila italiani vivono in abitazioni di fortuna. Tra amianto, topi e rassegnazione Caterina ha 64 anni e tenacia da vendere. Con gli occhi liquidi guarda il tetto di amianto sopra la sua testa: «Sono stata operata due volte di tumore, è colpa di questo maledetto Eternit». Indossa una vestaglia a righe bianche e blu. «Vivo qui da vent’anni. D’estate si soffoca, d’inverno si gela, piove in casa e l’umidità bagna i vestiti nei cassetti. Il dottore mi ha detto di andare via. Ma dove?». In fondo alla strada abita Concetta, che tra topi e lamiere trova la forza di sorridere: «A ogni campagna elettorale i politici ci promettono case popolari, ma una volta eletti si dimenticano di noi. Sono certa che morirò senza aver realizzato il mio sogno: un balcone dove stendere la biancheria». Antonio invece no, lui non ride. Digrigna i denti rimasti: «Gli altri li ho persi per colpa della rabbia. In due anni qui sono diventato brutto, mi vergogno». Slum, favela, bidonville: Paese che vai, emarginazione che trovi. Un essere umano su sei, nel mondo, vive in una baraccopoli. In Italia sono almeno 53 mila le persone che, secondo l’Istat, abitano nei cosiddetti «alloggi di altro tipo», diversi dalle case. Cantine, roulotte, automobili e soprattutto baracche. Le storie di questi cittadini invisibili (e italianissimi) sono raccontate nel documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, in onda domenica sera alle 21,15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Le baraccopoli sono non luoghi popolati da un’umanità sconfitta e spesso rassegnata. Donne, uomini, bambini, anziani. Vittime della crisi economica o di circostanze avverse. Vivono in stamberghe all’interno di moderni ghetti al confine con quella parte di città degna di questo nome. Di là dal muro la civiltà. Da questo lato fango, calcinacci, muffa, immondizia, fogne a cielo aperto. A Messina le abitazioni di fortuna risalgono ad oltre un secolo fa, quando il terremoto del 1908 rase al suolo la città. Qui l’emergenza è diventata quotidianità. Fondo Fucile, Giostra, Camaro San Paolo. Eccoli i rioni del girone infernale dei diseredati. Legambiente ha censito più di 3 mila baracche e altrettante famiglie. I topi, invece, sono ben di più. A Lamezia Terme oltre 400 calabresi di etnia rom vivono ai margini di una discarica. Tra loro c’è Cosimo, che vorrebbe andare via: «Non per me, ma per mio figlio, ha subìto un trapianto di fegato». A Foggia gli sfollati di una palazzina crollata nel 1999 vivono nei container di 24 mq. Andrea abita invece nelle casette di San Polino a Brescia, dove un prefabbricato fatiscente è diventato la sua dimora forzata: «Facevo l’autotrasportatore. Dopo due ictus ho perso patente e lavoro. I miei figli non sanno che abito qui. Non mi è rimasto nulla, nemmeno la dignità». Sognando un balcone «Il mio sogno? È un balcone dove stendere la biancheria», dice la signora Caterina nIl documentario «Baraccopolis» di Sergio Ramazzotti e Andrea Monzani, prodotto da Parallelozero, andrà in onda domani sera alle 21.15 su Sky Atlantic Hd per il ciclo «Il racconto del reale». Su Sky Atlantic Il documentario 3 domande a Sergio Ramazzotti registra e fotografo “Così ho immortalato la vita dentro quelle catapecchie” Chi sono gli abitanti delle baraccopoli? «Sono cittadini italiani, spesso finiti lì per caso. Magari dopo aver perso il lavoro o aver divorziato». Quali sono i tratti comuni? «Chi finisce in una baracca attraversa fasi simili a quelle dei malati di cancro. Prima lo stupore, poi la rabbia, il tentativo di scendere a patti con la realtà, la depressione, infine la rassegnazione». Cosa ci insegnano queste persone? «È destabilizzante raccontare donne e uomini caduti in disgrazia con tanta rapidità. Sono individui come noi. La verità è che può succedere a chiunque». Baraccopolid’Italia

01.03.17

GLI ITALIANI AIUTANO più FACILMENTE GLI EXTRACOMUNITARI RISPETTO AGLI ITALIANI.

https://twitter.com/i/status/1763518366122168632

 

 

 

 

SE VUOI SCRIVERTI UN BREVETTO CONSULTA dm.13.01.10 n33

13/01/2010 - Decreto ministeriale del 13 gennaio 2010, n. 33 - Uibm

 

 

 

CORRISPONDENZA sulla Xylella fastidiosa con la UE luglio 2018

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967.pdf

XYLELLA\18-07-31-ARES 4037967-cover.pdf

 

 

 

Mutui, la prova della truffa Via a rimborsi per 16 miliardi

Dopo tre anni ecco la sentenza Ue sull'Euribor truccato da banche estere. Ma si può far causa pure alle italiane

Giuseppe Marino - Sab, 19/11/2016 - 15:52

La Commissione europea, tre anni dopo aver condannato quattro tra le più grandi banche europee per aver truccato il tasso di interesse che incide sui mutui di milioni di cittadini europei, ha finalmente tolto il segreto al testo della sentenza. E quel documento di trenta pagine potrebbe valere, solo per gli italiani che hanno un mutuo sulle spalle, ben 16 miliardi di euro di rimborsi da chiedere alle banche.

La storia parte con la scoperta di un'intesa restrittiva della concorrenza, ovvero un cartello, tra le principali banche europee. Lo scopo, secondo l'Antitrust europeo, era di manipolare a proprio vantaggio il corso dell'Euribor, il tasso di interesse che funge da riferimento per un mercato di prodotti finanziari che vale 400mila miliardi di euro. Tra questi ci sono i mutui di 2,5 milioni di italiani, per un controvalore complessivo stimabile in oltre 200 miliardi. L'Euribor viene calcolato giorno per giorno con un sondaggio telefonico tra 44 grandi banche europee, che comunicano che tasso di interesse applicano in quel momento per i prestiti tra banche. Il risultato del sondaggio viene comunicato all'agenzia Thomson Reuters che poi comunica il valore dell'Euribor agli operatori e al pubblico. L'Antitrust ha scoperto che alcune grandi banche, tra il 2005 e il 2008, si erano messe d'accordo per falsare i valori comunicati e manipolare il valore del tasso secondo la propria convenienza. «Alcune volte, -recita la sentenza che il Giornale ha potuto visionare- certi trader (omissis...) comunicavano e/o ricevevano preferenze per un settaggio a valore costante, basso o alto di certi valori Euribor. Queste preferenze andavano a dipendere dalle proprie posizioni commerciali ed esposizioni»

Il risultato ovviamente si è riflettuto sui mutui degli ignari cittadini di tutta Europa, che però finora avevano le unghie spuntate. Un avvocato di Sassari, Andrea Sorgentone, legato all'associazione Sos Utenti, ha subissato la Commissione di ricorsi per farsi consegnare il testo della sentenza dell'Antitrust che condanna Deutsche Bank, Société Genéralé, Rbs e Barclay's a pagare in totale una multa di oltre un miliardo di euro.

La Ue ha sempre rifiutato adducendo problemi di riservatezza delle banche, ma alla fine l'avvocato ha ottenuto una copia della sentenza, seppur in parte «censurata». E ora il conto potrebbe salire. E non solo per quelle direttamente coinvolte, perché il tasso alterato veniva applicato ai mutui variabili da tutte le banche, anche le italiane, che ora potrebbero dover pagare il conto dei trucchi di tedesche, francesi e inglesi. Sorgentone si dice convinto di poter ottenere i risarcimenti: «Secondo le stime più attendibili -dice- i mutuatari italiani hanno pagato interessi per 30 miliardi, di cui 16 indebitamente. La sentenza europea è vincolante per i giudici italiani. Ora devono solo quantificare gli interessi che vanno restituiti in ogni rapporto mutuo, leasing, apertura di credito a tasso variabile che ha avuto corso dal 1 settembre 2005 al 31 marzo 2009».

27.01.17

 

 

Come creare un meeting su Zoom? In un periodo in cui è richiesto dalla società il distanziamento sociale, la nota app per le videoconferenze diventa uno strumento importante per molte aziende e privati. Se partecipare a un meeting è un processo estremamente semplice, che non richiede neppure la registrazione al servizio, discorso diverso vale per gli utenti che desiderano creare un meeting su Zoom.

Ecco dunque una semplice guida per semplificare la vita a coloro che hanno intenzione di approcciare alla piattaforma senza confondersi le idee.

Come si crea un meeting su Zoom

Dopo aver scaricato e installato Zoom, e aver effettuato la registrazione, si dovrà dunque effettuare l’accesso premendo Sign In (è possibile loggare direttamente con il proprio account Google o Facebook, comunque). A questo punto, bisogna procedere in questo modo:

  • Fare tap su New Meeting (pulsante arancione)
  • Scegliere se avviare il meeting con la fotocamera accesa o spenta, tramite il toggle Video On
  • Premere Start a Meeting

A questo punto è stata creata la videoconferenza, ma affinché venga avviata è necessario invitare i partecipanti. Per proseguire sarà necessario quindi:

  • Fare tap su Participants (nella parte in basso dello schermo)
  • Premere su Invite
  • Scegliere il mezzo attraverso cui inviare il link di partecipazione ai mittenti (tramite e-mail o messaggio, per esempio)

Una volta invitati gli utenti, chi ha creato il meeting avrà la possibilità di fare tap su ognuno di essi per utilizzare diverse funzioni: per esempio si potranno silenziare, piuttosto che chiedergli di attivare la fotocamera, eccetera.

Zoom, anche su dispositivi mobile

Zoom (immagine: Zoom).

Facendo tap sul pulsante Chats (in basso a sinistra dello schermo), inoltre, si potranno inviare messaggi di testo a tutti i partecipanti o solo a uno di essi. Una volta terminata la videoconferenza, la si potrà chiudere facendo tap sulla scritta rossa End in alto a destra: si potrà in ultimo scegliere se lasciare il meeting (Leave Meeting), permettendo agli altri di continuare a interagire, o se scollegare tutti (End Meeting).

 

 

Windows File Recovery recupera i file cancellati per sbaglio

È la prima app di questo tipo realizzata direttamente da Microsoft.

A tutti - beh, a quanti non hanno un backup efficiente - sarà capitato di cancellare per errore un file, non solo mettendolo nel Cestino, ma facendolo sparire apparentemente per sempre.

Recuperare i file cancellati ha tante più possibilità di riuscire quanto meno la zona occupata da quei file è stata sovrascritta, ed è un lavoro per software specializzati.

Fino a oggi, l'unica possibilità per i sistemi Windows era scegliere programmi di terze parti. Ora Microsoft ha rilasciato una piccola utility che si occupa proprio del recupero dei file.

Si chiama Windows File Recovery ed è disponibile gratuitamente sul Microsoft Store.

Si tratta di un programma privo di interfaccia grafica: per adoperarlo bisogna quindi superare la diffidenza per la linea di comando che alberga in molti utenti di Windows.

L'utility ha tre modalità base di funzionamento. Default, suggerita per i drive Ntfs, si rivolge alla Master File Table (MFT) per individuare i segmenti dei file. Segment fa a meno della MFT e si basa invece sul rilevamento dei segmenti (che contengono informazioni come il nome, la data, il tipo di file e via di seguito). Signature, infine, si basa sul tipo di file: non avendo a disposizione altre informazioni, cerca tutti i file di quel tipo (Microsoft consiglia questo sistema per le unità esterne come chiavette Usb e schede SD).

Windows File Recovery è in grado di tentare il recupero da diversi filesystem - quali Ntfs, exFat e ReFS - e per apprendere il suo utilizzo Microsoft ha messo a disposizione una pagina d'aiuto (in inglese) sul sito ufficiale.

Qui sotto, alcune schermate di Windows File Recovery.

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Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28141

 

Bloatbox ripulisce Windows 10 dalle app indesiderate

Bastano pochi clic per eliminare tutto il bloatware preinstallato.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28201

Non si può dire che Windows 10 sia un sistema operativo essenziale: ogni nuova installazione porta con sé, insieme al sistema vero e proprio, tutta una serie di applicazioni che per la maggior parte degli utenti si rivelano inutili, se non fastidiose, senza contare le aggiunte dei singoli produttori di Pc.

Rimuoverle a mano una a una è un compito tedioso, ma esiste una piccola applicazione che facilita l'intera operazione: Bloatbox.

Nata come estensione per Spydish, app utile per gestire le informazioni condivise con Microsoft da Windows 10 e più in generale le impostazioni del sistema che coinvolgono la privacy, è poi diventata un software a sé.

Il motivo è un po' la medesima ragione di vita di Bloatbox: non rendere Spydish troppo "grasso" (bloated), ossia ricco di funzioni che, per quanto utili, vadano a incidere sulla possibilità di avere un'applicazione compatta, efficiente e facile da usare.

Bloatbox si scarica da GitHub sotto forma di archivio .zip da estrarre sul Pc. Una volta compiuta questa operazione non resta altro da fare che cliccare due volte sul file Bloatbox.exe per avviare l'app.

La finestra principale mostra sulla sinistra una colonna in cui è presente la lista di tutte le app installate in Windows, tra cui anche quelle che normalmente non si possono disinstallare - come il Meteo, Microsoft News e via di seguito - e quelle installate dal produttore del computer.

Ciò che occorre fare è selezionare quelle app che si intende rimuovere e, quando si è soddisfatti, premere il pulsante , che le aggiungerà alla colonna di destra, dove si trovano tutte le app condannate alla cancellazione.

A questo punto si può premere il pulsante Uninstall, posto nella parte inferiore della colonna centrale, e il processo di disinstallazione inizierà.

L'ultima versione al momento in cui scriviamo mostra anche, nella colonna di destra di un pratico link per effettuare una "pulizia generale" di una nuova installazione di Windows 10, identificato dalla dicitura Start fresh if your Windows 10 is loaded with bloat....

Cliccandolo, verranno aggiunte all'elenco di eliminazione tutte le app preinstallate e considerate bloatware. Chiaramente l'elenco può essere personalizzato a piacere rimuovendo da esso le app che si intende tenere tramite il pulsante Remove selected.

 

 

 

 

Il sito che installa tutte le app essenziali per Windows 10

Bastano pochi clic per ottenere un Pc perfettamente attrezzato, senza dover scaricare ogni singolo software.

Reinstallare il sistema operativo è solo il primo passo, dopo un incidente al Pc che abbia causato la necessità di ripartire da capo, tra quelli necessari per arrivare a riavere un computer perfettamente configurato e utilizzabile.

A quel punto inizia infatti il processo di configurazione e di installazione di tutte quelle grandi e piccole applicazioni che svolgono i vari compiti ai quali il computer è dedicato. Si tratta di un'operazione che può essere lunga e tediosa e che sarebbe bello poter automatizzare.

Una delle alternative migliori da tempo esistente è Ninite, sito che permette di selezionare le app preferite e si occupa di scaricarle e installarle in autonomia.


Da quando però Microsoft ha lanciato un proprio gestore di pacchetti (Winget) sono spuntate delle alternative che a esso si appoggiano e, dato che funziona da linea di comando, dette alternative si occupano di fornire un'interfaccia grafica.

Una delle più interessanti è Winstall, che semplifica l'installazione delle app dai repository messi a disposizione da Microsoft.

Winstall è una Progressive Web Application (Pwa), ossia un sito da visitare con il proprio browser e che permette di scegliere le app da installare sul computer; in questo senso, dal punto di vista dell'uso è molto simile al già citato Ninite.

Diverso è però il funzionamento: se Ninite scarica i singoli installer dei vari programmi, Winstall si appoggia a Winget, che quindi deve essere preventivamente installato sul Pc.

Inoltre offre una propria funzionalità specifica, che il suo sviluppatore ha battezzato Featured Pack.

Si tratta di gruppi di applicazioni unite da un tema o una funzionalità comune (browser, strumenti di sviluppo, software per i giochi) che si possono selezionare tutte insieme; Winstall si occupa quindi di generare il codice da copiare nel Prompt dei Comandi per avviare l'installazione.

In alternativa si può scaricare un file .bat da eseguire, che si occupa di invocare Winget per portare a termine il compito.

I Featured Pack sono infine personalizzabili: gli utenti sono invitati a creare il proprio e a condividerlo.

Leggi l'articolo originale su ZEUS News - https://www.zeusnews.it/n.php?c=28369

 

 

Cos’è e a cosa serve la pasta madre

La pasta madre è un lievito naturale che permette di preparare un ottimo pane, ma anche pizze e focacce. Conosciuta anche come pasta acida, la pasta madre è un impasto che può essere realizzato in diversi modi. Ad esempio, la pasta madre si può ottenere prelevando un impasto del pane da conservare grazie ai “rinfreschi”, oppure preparando un semplice impasto di acqua e farina da lasciare a contatto con l’aria, così che si arricchisca dei lieviti responsabili dei processi fermentativi che consentono la lievitazione di pane e altri prodotti da forno.

Gli impasti preparati con la pasta madre hanno generalmente bisogno di lievitare per diverse ore, ma il risultato ripaga dell’attesa: pane, pizze e focacce risulteranno infatti più gonfi, più digeribili, conservabili più a lungo e con un sapore decisamente migliore.

La pasta madre, inoltre, accresce il valore nutrizionale del pane e di altri prodotti da forno. Negli impasti preparati con la pasta madre diverse importanti sostanze rimangono intatte e, grazie alla composizione chimica della pasta madre, il nostro organismo riesce ad assimilare meglio i sali minerali presenti nelle farine.

I lieviti della pasta madre, poi, favoriscono la crescita di batteri buoni nell’intestino, favorendo un buon equilibrio del microbiota e migliorando così la digestione. È importante anche notare che il pane preparato con lievito naturale possiede un indice glicemico inferiore rispetto al pane realizzato con altri lieviti. Questo significa che quando i carboidrati presenti nel pane vengono assimilati sotto forma di glucosio, questo si riversa più lentamente nel flusso sanguigno, evitando picchi glicemici.

Oltre a conferire al pane proprietà organolettiche e nutrizionali migliori, la pasta madre presenta altri vantaggi. Grazie ai rinfreschi, si può infatti avere a disposizione questo straordinario lievito naturale a lungo; in più, la pasta madre può essere preparata con vari tipi di farine, anche senza glutine.

La dieta senza glutine è l’unica terapia per le persone celiache e per chi presenta sensibilità verso le proteine del frumento e in altri cereali come orzo e farro. Inoltre, ridurre il consumo di glutine può migliorare alcuni disturbi intestinali ed è consigliato anche a chi vuole seguire un regime alimentare antinfiammatorio.

 

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